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	<title>Strateghi Archivi - Game of Goals</title>
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	<title>Strateghi Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Brian Clough e il Nottingham Forest: un’epopea da Robin Hood e Little John</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Resta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 May 2025 07:45:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strateghi]]></category>
		<category><![CDATA[brian clough]]></category>
		<category><![CDATA[calcio inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Peter Taylor e Brian Clough con la Coppa dei Campioni Nella terra verde e umida delle East Midlands, dove il fiume Trent [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/05/04/brian-clough-e-il-nottingham-forest-unepopea-da-robin-hood-e-little-john.html">Brian Clough e il Nottingham Forest: un’epopea da Robin Hood e Little John</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Peter Taylor e Brian Clough con la Coppa dei Campioni</em></p>



<p class="has-drop-cap">Nella terra verde e umida delle East Midlands, dove il fiume Trent scorre come il tempo ricco di storie epiche e leggende, si erge una figura, alta e imperiosa, che ha saputo riempire le pagine più gloriose del calcio inglese. <strong>Brian Clough</strong>, con i suoi modi spesso bruschi, le sue visioni eccentriche , una parlantina che avrebbe potuto incantare anche il più scettico dei critici, fu il maestro di un’era d’oro per il Nottingham Forest. La sua storia è intrinsecamente legata a quella di un altro grande personaggio, il suo mitico assistente, <strong>Peter Taylor</strong>, nonché corpulento e fiero come un moderno <em>Little John</em>, sempre pronto ad affiancare e supportare il più volatile <em>Robin Hood</em> del calcio.</p>



<p><strong>Clough</strong>, con il suo piglio deciso e l&#8217;acume sagace, era un maestro dell&#8217;insubordinazione costruttiva, simile al coraggioso <em>Robin</em>. Non armava l’arco, ma orchestrava il gioco con una visione che perforava la mediocrità della vita quotidiana, elevando il calcio a una forma d’arte epica. E come Robin aveva al suo fianco il fidato <em>Little John</em>, <strong>Clough </strong>poteva contare sull&#8217;assistenza fondamentale di <strong>Peter Taylor</strong>. <strong>Taylor</strong>, con la sua figura accogliente e sagacia tattica, era la perfetta spalla, il consigliere leale che sapeva tramutare in realtà i sogni audaci del suo capitano.</p>



<p><strong>Clough</strong>, come il leggendario ladro gentiluomo, non si limitava a rubare punti e vittorie. Semplicemente aveva avuto come dono dal “Buon Dio” la capacità di scuotere le fondamenta del calcio britannico con una miscela inebriante di audacia e genialità. In quella che può sembrare una favola calcistica, il Nottingham Forest, sotto la sua ala protettrice, conquistò la First Division (l’allora massima serie del calcio inglese) nel 1978 dopo un’ascensione fulminea da una retrocessione appena un paio d’anni prima. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="796" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/www.thenorthernecho.co_-1024x796.jpg" alt="" class="wp-image-24000" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/www.thenorthernecho.co_-1024x796.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/www.thenorthernecho.co_-300x233.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/www.thenorthernecho.co_-768x597.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/www.thenorthernecho.co_-1536x1194.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/www.thenorthernecho.co_.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il Nottingham Forest di Clough del 1979</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Statisticamente parlando, quel Nottingham Forest divenne la prima – e finora l’unica – squadra a vincere la Coppa dei Campioni (oggi conosciuta come Champions League) per due anni consecutivi (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2018/06/01/1979-finale-nottingham-forest-malmoe-1-0.html">qui </a>la cronaca della finale contro il Malmoe nel 1979 e <a href="https://gameofgoals.it/2018/07/17/1980-finale-nottingham-forest-amburgo-1-0.html">qui </a>quella contro l&#8217;Amburgo nel 1980) partendo dalla Second Division, nel 1979 e nel 1980 per l&#8217;esattezza. Un risultato che riempie le menti dei tifosi dei Garibaldi <em>Reds </em>di reverenza, simile all’eco di una freccia che fende l’aria in un bosco incantato.</p>



<p>Nel primo anno di trionfo europeo, <strong>Clough </strong>guidò la sua squadra a una straordinaria stagione: la squadra terminò il campionato con 73 punti, siglando 65 gol e subendone solo 24, un rapporto che farebbe invidiare anche le grandi del presente. Ma oltre ai numeri, c&#8217;era un’atmosfera palpabile, un’energia che si sprigionava dal campo e che faceva vibrare le anime dei suoi giocatori e dei tifosi.</p>



<p>La simbiosi tra <strong>Clough </strong>e <strong>Taylor</strong>, nell’arte dell’allenamento, ricorda seriamente quella tra<em> Robin Hood</em> e <em>Little John</em>; il primo, audace e visionario, il secondo, pratico e saggio, capace di tenere a bada le impennate emotive del suo leader. Mentre <strong>Clough </strong>si concentrava sull’ispirare il suo team a sfidare l’impossibile, <strong>Taylor </strong>si assicura che il terreno fosse fertile per il trionfo. In tal senso, il duo diventò una leggenda, ammirato e invidiato dagli avversari, così come i famosi fuorilegge di Sherwood erano rispettati e temuti.</p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<div class="wp-block-group is-layout-constrained wp-block-group-is-layout-constrained">
<p>Non direi di essere il miglior allenatore al mondo, ma sono sicuramente nella top one.</p>



<p>Roma non fu costruita in un giorno, ma io non ero lì.</p>



<p>Se Dio avesse voluto che giocassimo a <a href="https://it.wikiquote.org/wiki/Calcio_(sport)">calcio</a> tra le nuvole, avrebbe dovuto mettere l&#8217;erba lì su.</p>
</div>



<p><strong>Alcune delle massime di Brian Clough</strong></p>
</blockquote>



<p></p>



<p>Spesso nella letteratura sportiva c&#8217;è una frase che viene usata a sproposito più delle altre: «Non era solo un allenatore ma molto di più». Per <strong>Brian Clough </strong>però mi permetto di riesumarla e di essere con ogni probabilità ridondante nelle mie affermazioni. <strong>Clough </strong>non era solo un allenatore, ma un vate del calcio, capace di plasmare il destino con parole tanto affilate quanto il suo ingegno. Sua è la frase ormai leggendaria: «Penso che il calcio debba essere giocato con passione, ma nella mia maniera». Come un giusto ribelle, sfidava il sistema, trascinando il Nottingham Forest dalle paludi dell’oscurità alle luci abbaglianti della gloria, un&#8217;impresa titanica che riecheggia tra le cronache come le gesta di una banda di ventura.</p>



<p>Ciò che renderebbe il parallelismo ancora più affascinante sarebbe il profondo legame con la comunità: come <em>Robin </em>rubava ai ricchi per dare ai poveri, <strong>Clough </strong>sfidava le grandi squadre del calcio inglese a restituire al Nottingham Forest l’onore perduto. Si parlava di <strong>Clough </strong>non solo come di un manager, ma anche come di un’entità quasi mitologica, capace di trasformare la squadra in un simbolo di rinascita.</p>



<p>A distanza di decenni, la leggenda di <strong>Brian Clough </strong>e del Nottingham Forest continua a raccontarci una storia di passione, ribellione e trionfi inaspettati. E mentre celebriamo quei giorni gloriosi, non possiamo che chiudere questa riflessione con un’eco festosa di speranza e colori, una celebrazione della vita e del calcio, un grido che riecheggia nel cuore di chi ama questo sport. <em>&#8220;Urca Urca tilulero oggi splende il sol&#8221;.</em></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Brian Clough&#039;s Nottingham Forest Miracle | AFC Finners | Football History Documentary" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/cfyVD5KvhU8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Hugo Meisl, il genio del Wunderteam che rivoluzionò il calcio europeo</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2025/02/21/hugo-meisl-il-genio-del-wunderteam-che-rivoluziono-il-calcio-europeo.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Jo Araf]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strateghi]]></category>
		<category><![CDATA[austria]]></category>
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		<category><![CDATA[josef bican]]></category>
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		<category><![CDATA[Vittorio Pozzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul campo di calcio come sul campo di battaglia, come allenatore o come segretario generale della ÖFB, l’Associazione Calcio Austriaca, Hugo Meisl ha ottenuto onorificenze [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/02/21/hugo-meisl-il-genio-del-wunderteam-che-rivoluziono-il-calcio-europeo.html">Hugo Meisl, il genio del Wunderteam che rivoluzionò il calcio europeo</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Sul campo di calcio come sul campo di battaglia, come allenatore o come segretario generale della ÖFB, l’Associazione Calcio Austriaca, <strong>Hugo Meisl</strong> ha ottenuto onorificenze in qualsiasi ruolo abbia ricoperto. Suo fratello, il giornalista sportivo ed ex portiere <strong>Willy Meisl</strong>, lo avrebbe definito «il Pitt, Disraeli, Bismarck e Napoleone del calcio austriaco in un tutt&#8217;uno».</p>



<p>Era diventato condottiero sull’Isonzo negli anni della Grande Guerra e lo sarebbe diventato pochi anni dopo alla guida della sua creatura, il <em>Wunderteam</em>, ovvero la <em>Squadra delle Meraviglie</em>. Una formazione imbevuta dello spirito innovativo e rivoluzionario del suo allenatore e plasmata secondo la concezione scozzese del <em>passing game</em>, sviluppata in accordo alle caratteristiche dei suoi interpreti. Quelle della tecnica, del talento e della sfrontatezza che i giocatori viennesi fin da bambini avevano coltivato ai lati delle periferie della capitale. </p>



<p>Tra le due scuole calcistiche dell’epoca – quella inglese e quella scozzese – <strong>Meisl </strong>non aveva mai avuto dubbi: aveva optato per la seconda, che prediligeva passaggi rapidi e interscambiabilità tra giocatori alla durezza e alla rigidità espresse dagli inglesi. La sua vita, interrottasi alla soglia della Seconda guerra mondiale, lo aveva visto combattere al fronte e distinguersi nel mondo del calcio in qualità di giocatore, arbitro, allenatore, segretario generale della ÖFB e condirettore della testata Sport-Tagblatt, oltre ad aver ricoperto in gioventù una serie di impieghi lavorativi che lo avevano portato a vivere e lavorare all’estero, tra Trieste e Parigi.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Note biografiche</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="212" height="238" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/images-2.jpg" alt="" class="wp-image-23194" style="width:400px"/><figcaption class="wp-element-caption">Willy Meisl, fratello di Hugo</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>Hugo Meisl</strong> nacque il 16 novembre del 1881 a Maleschau – l’attuale Malešov – nell’allora Regno di Boemia, a quei tempi una provincia dell’impero austroungarico. La lingua madre della famiglia <strong>Meisl </strong>però era il tedesco: la comunità ebraica della quale i genitori del piccolo Hugo facevano parte proveniva dalla piccola cittadina mineraria di Kutna Hora, al tempo conosciuta con il nome di Kuttenberg, il cui 40% della popolazione parlava tedesco. Tuttavia, <strong>Hugo Meisl </strong>crebbe bilingue in quanto all’interno della regione si parlava ceco. </p>



<p>La famiglia si trasferì a Vienna nell’ultimo decennio del 19° secolo. Qui, <strong>Hugo Meisl</strong> decise di dedicarsi al calcio, entrando a far parte a 14 anni del Vienna Cricket and Football Club. Militò tre anni per il club e partecipò alla partita valida per la qualificazione alla prima edizione della Challenge Cup contro il Wiener AC con soli due altri giocatori austriaci, dato che al tempo tutti i membri restanti della squadra erano inglesi. La carriera come giocatore non diede però i risultati sperati e <strong>Meisl </strong>decise di intraprendere quella di arbitro. Ma per permettersi di portare avanti la propria passione, <strong>Meisl </strong>iniziò a lavorare per delle aziende in ambito commerciale, prima a Trieste, poi per un breve periodo in Inghilterra, infine a Parigi. In quegli anni <strong>Meisl </strong>studiò diverse lingue. Così in breve tempo, oltre al tedesco, si trovò a parlare fluentemente inglese, francese, italiano, spagnolo, olandese e svedese: un autentico poliglotta. Conoscenze che gli sarebbero tornate utili alla fine della Grande Guerra non solo per esercitare il ruolo di tecnico ma anche quello di giornalista, dato che avrebbe scritto per varie testate locali e internazionali, ad esempio il Neue Wiener Sportblatt.</p>



<p>Tornato in patria riprese a giocare, guadagnandosi il soprannome di <em>Hirnfussballer</em>, il giocatore con il cervello, per via della sua intelligenza calcistica a dispetto della fisicità. La parentesi come calciatore fu però breve e <strong>Meisl </strong>tornò a fare l’arbitro con esiti più incoraggianti: fu assunto dalla ÖFV in qualità di segretario responsabile per le questioni arbitrali e scrisse anche un manuale dedicato. Nel 1904, a soli 23 anni, diventò il primo segretario generale della ÖFV, fondata il 18 marzo ad opera dei due club più antichi della capitale: il First Vienna e il Vienna Cricket and Football Club.</p>



<p>Al di fuori del mondo del calcio, <strong>Meisl </strong>fu contrattato dalla Länderbank, la prima banca del paese, mentre a livello sportivo la sua carriera di arbitro e dirigente della ÖFV proseguì senza intoppi: nel 1907 arbitrò la sua prima partita internazionale – un’amichevole tra Austria e Ungheria – e fu tra coloro che rappresentarono l’Austria al congresso che la FIFA tenne ad Amsterdam. E solo un anno dopo diventò segretario del Vienna Cricketer and Football Club, antesignana dell&#8217;odierna Austria Vienna, dove ricoprì l’incarico di manager senza scordare gli impegni con la federazione: venne scelto come allenatore della nazionale in vista dei Giochi Olimpici 1912. Dopo un deludente pareggio contro l’Ungheria per 1-1, <strong>Meisl </strong>domandò all’arbitro di quella partita, <strong>James Howcroft</strong>, se potesse consigliargli un allenatore di sua fiducia per dirigere la nazionale. Il consiglio ricadde su <strong>James </strong><em><strong>Jimmy </strong></em><strong>Hogan</strong>, 28enne tecnico della squadra olandese del Dordrecht. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il legame con Jimmy Hogan</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="578" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/jimmy-hogan-football-coach-1024x578.webp" alt="" class="wp-image-23190" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/jimmy-hogan-football-coach-1024x578.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/jimmy-hogan-football-coach-300x169.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/jimmy-hogan-football-coach-768x434.webp 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/jimmy-hogan-football-coach.webp 1148w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Jimmy Hogan</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Come <strong>Meisl</strong>, <strong>Hogan </strong>non vantava grandi trascorsi da calciatore. E come <strong>Meisl</strong>, <strong>Hogan </strong>si ispirava ai principi del <em>passing game</em>, sviluppando un gioco coeso incentrato sul possesso palla. La prima squadra a fare sfoggio di tale stile di gioco era stata il Queens Park, fondata a Glasgow nel 1867. Quello stile di gioco – oltre all’originaria definizione di <em>passing game</em> – veniva da molti riconosciuto come <em>combination soccer</em> e contemplava il dribbling in rarissimi casi, in quanto considerato un virtuosismo individuale non funzionale al gioco di squadra. <strong>Hogan </strong>accettò l&#8217;invito di <strong>Meisl</strong> e divenne il nuovo tecnico della nazionale austriaca. Insistette fin da subito su allenamenti basati sull’uso del pallone a discapito di sessioni pesanti a livello fisico e atletico. La tecnica, nel calcio che <strong>Hogan </strong>e <strong>Meisl </strong>erano in procinto di sviluppare, avrebbe avuto la precedenza su qualsiasi altro aspetto. <strong>Hogan</strong>, che durante i suoi primi giorni a Vienna aveva definito «spaventosa» la quantità di carne consumata dai giocatori austriaci, fu uno dei primi ad introdurre diete personalizzate. </p>



<p>Prima dell’arrivo di <strong>Hogan</strong>, la differenza tra il calcio inglese e quello danubiano era stata evidente. Ma il lavoro di <strong>Hogan </strong>diede presto i suoi frutti: fu sotto la sua guida che una squadra austriaca, l&#8217;Amateure, sconfisse per la prima volta una inglese, il Sunderland, per 2-1. <strong>Hogan </strong>era convinto che gli inglesi fossero ossessionati dalla condizione fisica e che ignorassero il controllo di palla, come testimoniato anche dalle sessioni settimanali di alcune delle squadre inglesi attorno ai primi anni del ‘900 che prevedevano l’uso della palla soltanto due volte a settimana.</p>



<p><strong>Hogan </strong>e <strong>Meisl </strong>utilizzarono il 2-3-5, uno schema particolarmente in voga ai quei tempi, con i due terzini liberi da compiti di marcatura diretta, i mediani laterali a marcare le ali, il centromediano che si occupava del centravanti ed era al contempo il primo fulcro del gioco in fase di ripartenza. E poi il pentagramma offensivo, con cinque attaccanti: due ali, un centravanti e due mezzali che si inserivano negli spazi pronti a colpire. Tra <strong>Hogan </strong>e <strong>Meisl </strong>l&#8217;intesa era dunque totale.</p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Il più grande uomo che abbia mai incontrato nel mondo del calcio. Ho grande rispetto per Herbert Chapman, ma non ho mai incontrato un uomo di calcio come Meisl. Conosceva lo stile di gioco e la tecnica di qualunque nazione.</em></p>



<p>Jimmy Hogan parlando di Hugo Meisl</p>
</blockquote>



<p>La simbiosi che si era instaurata tra i due fu anche testimoniata da un aneddoto curioso. Più in là negli anni, <strong>Hogan</strong>, ogni volta che avrebbe accettato un incarico con una federazione o squadra estera, avrebbe sempre fatto inserire nel proprio contratto una clausola che lo avrebbe liberato in caso di chiamata da parte della federazione austriaca. </p>



<p>La nazionale di <strong>Hogan </strong>e <strong>Meisl </strong>non brillò ad ogni modo alle Olimpiadi 1912, eliminata al secondo turno dall&#8217;Olanda. <strong>Meisl </strong>pretese <strong>Hogan </strong>al suo fianco anche alle successive Olimpiadi del 1916, ma lo scoppio della Grande Guerra impedì la disputa della competizione, e alle Olimpiadi di Berlino del 1936 dove l&#8217;Austria si arrese 2-1 in finale all&#8217;Italia.</p>



<p>A proposito degli anni della guerra, <strong>Meisl </strong>combatté nelle file dell&#8217;esercito asburgico sull&#8217;Isonzo e nell&#8217;undicesima battaglia, quella dove morì il padre di <strong>Sindelar</strong>. Venne insignito della Signum Laudis, la medaglia al merito militare, di una Croce al Merito Argentata, una Croce al Merito di terza classe e la Verwundetenmedaille, la medaglia del ferito. Per quanto concerne <strong>Hogan</strong>, invece, fu arrestato in quanto considerato &#8220;nemico sul suolo straniero&#8221;. Fortunatamente sarebbe poi stato salvato dall’intervento di <strong>Alfred Brúll</strong>, presidente dell’MTK di Budapest, che lo mise sotto contratto come allenatore nel 1916.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Mitropa Cup e Coppa Internazionale</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="716" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/Hugo-Meisl-at-the-world-cup-1024x716-1.webp" alt="" class="wp-image-23202" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/Hugo-Meisl-at-the-world-cup-1024x716-1.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/Hugo-Meisl-at-the-world-cup-1024x716-1-300x210.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/Hugo-Meisl-at-the-world-cup-1024x716-1-768x537.webp 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Meisl tra la gente</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Terminata la guerra, <strong>Meisl </strong>riprese il suo posto nella federazione e rivoltò come un guanto il calcio austriaco. La data decisiva fu il 21 settembre del 1924, quando <strong>Meisl </strong>dopo una lunga battaglia riuscì a rendere il campionato austriaco professionistico. Come sostenne il tecnico in un’intervista rilasciata nel 1926, l’introduzione del calcio professionistico rappresentò «in realtà una pratica per rimborsare i giocatori delle spese sostenute, una prassi che esisteva già durante gli anni della guerra». L’iniziativa di <strong>Meisl </strong>fu osservata con interesse anche in alcuni Paesi limitrofi: in Cecoslovacchia il calcio divenne professionistico nella stagione 1925-1926 e in Ungheria un anno dopo. </p>



<p>Come si era battuto per rendere il calcio austriaco professionistico, <strong>Meisl </strong>profuse altrettanti sforzi affinché il calcio potesse diventare un fenomeno internazionale. Così nel 1927 ideò la Coppa Mitropa, ovvero la Coppa dell’Europa Centrale. Nel giugno 1927 venne tenuto un congresso a Venezia al quale parteciparono le delegazioni di Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Italia – sebbene le squadre italiane avrebbero iniziato a prendere parte alla competizione a partire dal 1929 – e Yugoslavia. In un primo momento, però, la competizione non fu riconosciuta dalla FIFA e si risolse in un accordo privato tra le federazioni firmatarie. La presenza delle squadre tedesche non fu invece contemplata: quando nel 1924 il calcio austriaco era divenuto professionistico, la Deutscher Fußball-Bund (DFB) – la federazione calcistica tedesca – aveva proposto l’esclusione dell’Austria dalla FIFA in quanto la ÖFB aveva cessato di attenersi alle regole del calcio amatoriale.</p>



<p>La Coppa Mitropa o Coppa dell&#8217;Europa Centrale, a cui appunto partecipavano ogni estate le migliori squadre italiane, austriache, cecoslovacche, ungheresi e dal 1929 yugoslave, ebbe un successo strepitoso in termini di pubblico e numero di campioni. Lo stesso anno in cui fu fondata la Mitropa Cup, sempre grazie a <strong>Meisl </strong>si arrivò anche alla creazione della Svehla Cup – conosciuta in Italia come <a href="https://gameofgoals.it/2025/02/14/la-coppa-internazionale-madre-dei-campionati-europei.html">Coppa Internazionale</a> –, antesignana dei moderni campionati Europei che andrà avanti fino al 1960, la cui edizione iniziata nel 1936 sarebbe però stata interrotta nel 1938 a causa dell’<em>Anschluss</em>, l&#8217;annessione dell&#8217;Austria alla Germania nazista.</p>



<p>Uno degli obiettivi di tale competizione era la ricostituzione dei rapporti diplomatici tra nazioni che avevano combattuto al fronte. <strong>Hugo Meisl</strong> aveva odiato la sua esperienza al fronte e ciò lo aveva motivato a fungere da collante tra i popoli attraverso la sua più grande passione, il calcio. La competizione non aveva una durata prefissata, sebbene ogni edizione durò all’incirca due anni e funzionava con il format di un campionato, ovvero con partite di andata e ritorno. Vi parteciparono Austria, Italia, Ungheria, Cecoslovacchia, Svizzera e nell’ultima edizione anche la Yugoslavia. </p>



<p>Alla manifestazione per professionisti fu affiancata anche un’edizione amatoriale, che si disputò in due occasioni tra il 1929 e il 1934 e in cui militarono una volta a testa Polonia e Romania, rivali di selezioni nazionali amatoriali di Ungheria, Austria e Cecoslovacchia. Grazie alla propria presenza nella Coppa Internazionale, la nazionale austriaca sarebbe tornata a disputare una competizione internazionale. L’ultima sua apparizione era stata quella dei Giochi Olimpici del 1912, visto che nel 1924 e nel 1928 la federazione austriaca era stata esclusa in quanto aveva già virato sul modello professionistico. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">L&#8217;avvento del Wunderteam</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="650" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/matthias-sindelar.jpg" alt="" class="wp-image-23196" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/matthias-sindelar.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/matthias-sindelar-300x190.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/matthias-sindelar-768x488.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sindelar, stella del Wunderteam</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Diventato allenatore della nazionale in pianta stabile dal 1919, <strong>Meisl </strong>portò avanti l&#8217;idea di calcio che aveva partorito con <strong>Hogan</strong>. Per indole, <strong>Meisl </strong>non era tipo da scendere a compromessi, anche se di fronte aveva grandi campioni. Un caso per tutti è quello di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2020/12/07/matthias-sindelar-verita-mezze-verita-e-bugie.html">Matthias Sindelar</a></strong>, che non godette fin da subito della fiducia incondizionata del proprio allenatore. <strong>Meisl </strong>gli preferì spesso altri attaccanti, come <strong>Karl</strong> <strong>Jiszda </strong>– un centravanti potente all’inglese – e <strong>Ferdinand Wesely</strong>, attaccante del Rapid, e più in avanti anche <strong>Friedrich Gschweidl</strong>, che sebbene non fosse un grande goleador possedeva altre caratteristiche come una struttura fisica imponente e un eccellente colpo di testa. </p>



<p>Con il tempo, però, complice l’esplosione di <strong>Sindelar </strong>nell’Austria Vienna, <strong>Meisl </strong>iniziò a sperimentare <strong>Gschweidl </strong>e <strong>Sindelar </strong>contemporaneamente, nella speranza che i due, grazie alle loro diverse caratteristiche, potessero coesistere. Ma il rapporto tra <strong>Meisl </strong>e <strong>Sindelar </strong>continuava ad essere ondivago: il 6 gennaio 1929, dopo una sconfitta per 5-0 contro una selezione regionale tedesca composta in prevalenza da giocatori del Norimberga e del Greuther Fürth, <strong>Meisl </strong>aveva litigato con il giocatore e aveva deciso di estrometterlo dalle convocazioni per diverse partite. Tuttavia, a partire dal 1930, <strong>Sindelar</strong> riprese il suo posto tra i convocati. Sintomo che, forse, quei dissidi erano svaniti in fretta. Tra <strong>Meisl </strong>e <strong>Sindelar </strong>vi era mutuo rispetto: <strong>Sindelar </strong>vedeva in <strong>Meisl </strong>un’autorità assoluta e <strong>Meisl </strong>vedeva in <strong>Sindelar </strong>un genio del calcio.</p>



<p>Più in generale, <strong>Meisl </strong>cercava sempre di mantenere una distanza tra se e i suoi giocatori, motivo per il quale si rivolgeva a <strong>Sindelar </strong>dandogli del lei e chiamandolo <em>Herr Sindelar</em>. Da un lato, <strong>Sindelar</strong> rappresentava per <strong>Meisl </strong>il giocatore ideale per interpretare il ruolo di centravanti, un ruolo che nell’idea di <strong>Meisl </strong>doveva essere quello del giocatore capace di indietreggiare e fungere da uomo assist per i compagni; dall’altro le frizioni tra i due lo avevano più volte indotto a rinunciare al fuoriclasse dell’Austria Vienna. <strong>Meisl </strong>fu ripetutamente tentato di sostituirlo con<strong> <a href="https://gameofgoals.it/2020/09/25/josef-bican-oltre-ai-gol.html">Josef Bican</a></strong>, un giovane attaccante del quale il tecnico si era innamorato fin da subito per la sua fame di gol, tecnica e velocità. Ciò che aveva convinto il tecnico a non prendere tale iniziativa erano state le prestazioni di <strong>Sindelar </strong>con la maglia dell’Austria Vienna, non ultimi i successi nella Coppa Mitropa. Alla fine della Coppa del Mondo del 1934, però, i tempi sembravano essere maturi: <strong>Sindelar </strong>andava per i 32 e solo la fuga di <strong>Bican </strong>in Cecoslovacchia impedì a <strong>Meisl </strong>di sostituire il vecchio maestro con il giovane allievo.</p>



<p>Ma anche se tra i due i rapporti non furono sempre idilliaci, è indubbio che l&#8217;epoca d&#8217;oro della nazionale austriaca di <strong>Meisl </strong>coincise con gli anni d&#8217;oro di <strong>Sindelar</strong>, tra il 1931 e il 1936. L&#8217;avvio di quel fortunato periodo fu un tonante 5-0 alla Scozia del 16 maggio 1931, nonostante gli scozzesi fossero privi dei giocatori di Glasgow Rangers e Celtic Glasgow. Con il solito aplomb britannico, i giornali del Regno Unito si erano tolti il cappello dinnanzi a quella prestazione. Sul giornale Athletic News il giornalista <strong>Ivan Sharpe</strong> aveva scritto: <em>«Negli anni 1920 e 1921 il calcio inglese e scozzese avevano aggiunto il loro apice. In quel periodo, l’Inghilterra trionfò contro la Scozia per 5-1 a Wembley e nella partita di ritorno la Scozia si impose per 5-1 a Glasgow. Le due squadre che vinsero queste partite giocavano molto bene, ma io sono dell’idea che l’attuale nazionale austriaca sia meglio di entrambe»</em>.</p>



<p>Fu proprio in quell’occasione che la squadra di <strong>Meisl </strong>fu ribattezzata <em>Das Wunderteam</em>, la Squadra delle Meraviglie. Ci fu chi, come <strong>Josef Gerö</strong>, presidente dell’Associazione Calcio di Vienna, sostenne che quello fosse stato il successo più importante della selezione austriaca in campo internazionale e chi, come <strong>Sindelar</strong>, al termine della partita sottolineò l’evidente gap tecnico tra le due squadre. Nel giro di qualche mese, l’Austria inflisse alla Germania due umilianti sconfitte: 0-6 nell’incontro disputato a Berlino il 24 maggio e 5-0 nella partita del 14 settembre, a Vienna, di fronte a 50.000 spettatori. <strong>Sindelar</strong>, oramai un punto fermo della nazionale, nel secondo incontro mise a segno una tripletta.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La famosa partita di Londra</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Friendly 1932 England - Austria (07.12.1932)" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/rNnXd0Tuup8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Inghilterra-Austria del 7 dicembre 1932</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Altre vittorie schiaccianti furono quelle contro la Svizzera e l’Ungheria. Gli uomini di <strong>Meisl </strong>si imposero sugli elvetici con il roboante risultato di 1-8 a Basilea e per 8-2 contro l’Ungheria davanti a 60.000 spettatori. Il 28 ottobre del 1932, in seguito alla vittoria della Cecoslovacchia sull’Italia, l’Austria si aggiudicò la seconda edizione della Coppa Internazionale e venne invitata a disputare un incontro a Londra contro l&#8217;Inghilterra, un’onorificenza fino ad allora concessa solo al Belgio e alla Spagna, rispettivamente nel 1923 e nel 1931. I precedenti non erano incoraggianti: nel 1923 l’Inghilterra si era disfatta del Belgio per 6-1 e nel 1931 la partita tra Inghilterra-Spagna era terminata 7-1. </p>



<p>Anche se l&#8217;Austria non sembrava attraversare un periodo particolarmente brillante, l&#8217;occasione era troppo ghiotta e <strong>Meisl </strong>richiamò <strong>Hogan</strong>, che riuscì a partecipare grazie all&#8217;intercessione di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/08/25/limportanza-di-chiamarsi-herbert-chapman.html">Herbert Chapman</a></strong>, il quale aveva convinto il Racing Club de Paris a liberare l&#8217;allenatore durante le due settimane che precedevano l&#8217;incontro di Londra. La preparazione al match fu meticolosa: <strong>Meisl </strong>organizzò tre conferenze settimanali, le sessioni di allenamento erano prevalentemente incentrate sull’uso della parte superiore del corpo e sulla conoscenza dello stile di gioco britannico.</p>



<p>L’arbitro designato fu il belga <strong>Langenus</strong>, il direttore di gara più rispettato del tempo a livello internazionale. Il 1° dicembre 1932, la formazione austriaca partì alla volta di Londra dalla stazione di Westbanhof. La squadra fu attesa da migliaia di sostenitori e da un clima di totale entusiasmo. In Inghilterra c&#8217;era comunque grande rispetto per gli austriaci. Il Daily Mail scrisse: <em>Non dobbiamo dimenticare che gli austriaci dispongono di giocatori brillanti. Io so, ad esempio, che Sindelar vale esattamente quanto i migliori attaccanti inglesi: è brillante nel controllo della palla e conclude altrettanto bene con entrambi i piedi. E sia Zischek che Hiden sono giocatori di prim’ordine</em>.</p>



<p>A Vienna, la Heldenplatz traboccava di spettatori. Tre enormi altoparlanti erano stati posizionati al fine di poter ascoltare la telecronaca di <strong>Willi Schmieger </strong>e <strong>Balduin Naumann</strong>. Lo stesso comitato parlamentare sulla finanza aveva posticipato la sua seduta in occasione dell’incontro. Gli spettatori che si erano recati a Stamford Bridge per l&#8217;incontro del 7 dicembre erano 42.000, un numero decisamente basso vista la portata dell’evento che rifletteva però gli umori della vigilia: si pensava che l’Inghilterra avrebbe avuto vita facile.</p>



<p>In effetti, gli inglesi andarono a segno già nei primi minuti: <strong>Hiden</strong>, forse sotto pressione per dover giocare sotto gli occhi di <strong>Chapman</strong>, quell’allenatore che lo avrebbe insistentemente voluto all’Arsenal, non era stato impeccabile. La​ qualità degli austriaci iniziò a notarsi, ma furono ancora gli inglesi a segnare, un’altra volta con <strong>Hampson</strong>. Al 27&#8242; il risultato era 2-0 e solo allora l’Austria cominciò a carburare. <strong>Smistik </strong>e <strong>Sindelar </strong>salirono in cattedra, ma il giocatore più attivo era <strong>Zischek </strong>grazie alle sue scorribande sulla destra. La palla del 2-1 capitò sui piedi di <strong>Vogl</strong>, che però sprecò. Ad inizio secondo tempo, <strong>Hiden </strong>si oppose a una conclusione di <strong>Houghton </strong>e poco dopo, al termine di una combinazione tra <strong>Sindelar</strong>, <strong>Schall </strong>e <strong>Zischek</strong>, la palla terminò in rete: 2-1. Iniziò un assedio che portò l’Inghilterra a trincerarsi dentro la propria area, con l’Austria che batté quattro calci d’angolo consecutivi. Di testa, <strong>Nausch </strong>colpì il palo e la conclusione di <strong>Schall </strong>venne neutralizzata dal portiere. L’Inghilterra si ricompattò, e dopo due eccellenti parate di <strong>Hiden </strong>andò a segno su punizione con <strong>Houghton</strong>. Il risultato era palesemente bugiardo, dato che gli austriaci si stavano dimostrando superiori in diverse fasi del gioco. </p>



<p>Poi, lo show di <strong>Matthias Sindelar</strong>: dopo aver ricevuto palla da <strong>Vogl</strong>, superò la metà campo, evitò un paio di tackle fuori tempo degli avversari e presentatosi davanti a <strong>Hibbs </strong>insaccò: 3-2, partita riaperta. Quella giocata fu applaudita anche dal pubblico inglese che, a onor del vero, aveva iniziato ad entusiasmarsi per le iniziative degli austriaci da ben prima di quella prodezza. Anche l’arbitro <strong>Langenus</strong>, scelto per l’occasione, a fine partita dirà la sua su quel gol: <em>«Il gol di Sindelar fu un capolavoro che nessuno altro potrebbe fare contro gli inglesi. Nessuno prima o dopo di lui»</em>. In realtà, un altro giocatore ci sarà, e sarà Diego Armando Maradona 54 anni dopo (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2015/02/02/1986-quarti-argentina-inghilterra-2-1.html">qui</a>). Due minuti dopo, all&#8217;82&#8217;, una conclusione a lunga gittata di <strong>Sammy Crooks </strong>sorprese <strong>Hiden </strong>e portò l’Inghilterra sul 4-2. A cinque minuti dalla fine, <strong>Zischek </strong>segnò ancora sugli sviluppi di un calcio d’angolo, e verso lo scadere fu annullato un gol agli inglesi. La gara terminò 4-3. </p>



<p>Nonostante la sconfitta, la prestazione dell&#8217;Austria fu ammirata da tutti. Tanto che anni dopo <strong>Willy Meisl</strong> raccontò un aneddoto particolare: <em>Qualche anno dopo, quando mi ero trasferito in Inghilterra, tornai a Stamford Bridge. Sapevo che un biglietto era stato riservato a mio nome. Timidamente chiesi: “Ha una busta per Meisl”? L’incaricato iniziò a sfogliare l’enorme pila di lettere mentre io cominciavo a pensare che non avesse compreso la mia pronuncia o che quel biglietto non fosse mai stato riservato. Così, cominciai a fare lo spelling del mio nome, mentre l’incaricato trovò la busta. Me la consegnò con la fermezza di un sergente, cosa che probabilmente era stato in passato, e in maniera tranquilla e sincera mi disse: “Non dimenticherò mai questo nome finché rimarrò in vita”</em>.</p>



<p>La stampa, oltre a proporre dettagliate analisi della partita, si era concentrata anche su alcune prestazioni individuali. <strong>Anton Schall</strong> fu definito uno <em>‘stratega di prima classe’</em>, ma a venire particolarmente elogiata fu la prestazione di <strong>Matthias Sindelar</strong>. Un giornalista del Daily Herald scrisse:<em> ‘Sindelar è il miglior centravanti che l’Europa continentale abbia mai conosciuto. Non ricordo una giocata, un tocco o una sua finta fatta non a beneficio della propria squadra’.</em></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il Mondiale italiano e la morte di Meisl</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="620" height="330" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/Austrian-national-side-at-world-cup-1934.webp" alt="" class="wp-image-23192" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/Austrian-national-side-at-world-cup-1934.webp 620w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/Austrian-national-side-at-world-cup-1934-300x160.webp 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /><figcaption class="wp-element-caption">La nazionale austriaca al Mondiale 1934 in Italia</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il 1933 fu un anno un po&#8217; meno brillante per il <em>Wunderteam</em>, che però seppe riprendersi in tempo per la Coppa del mondo del 1934, come confermò un 5-2 all&#8217;Ungheria in cui ancora <strong>Sindelar </strong>diede spettacolo. In Italia, l&#8217;Austria si presentò con i galloni di favorita, ma venne piegata in semifinale 1-0 dall&#8217;Italia non senza polemiche per l&#8217;arbitraggio giudicato casalingo del direttore di gara svedese <strong>Eklind</strong>. <strong>Sindelar </strong>venne controllato duramente da <strong>Monti</strong>. In quel Mondiale <strong>Meisl </strong>aveva cercato di far coesistere la grazia di <strong>Sindelar </strong>e la modernità di <strong>Bican</strong>,<strong> </strong>ma non tutto funzionò nel modo sperato.</p>



<p>L&#8217;Austria tentò di riprendersi lo scettro continentale nella Coppa Internazionale del 1935, ma finì seconda preceduta dalla solita rivale Italia. Pareva l&#8217;inizio del declino e forse era così. Ma gli austriaci si tolsero ancora una soddisfazione straordinaria: il 6 maggio del 1936 superarono 2-1 in casa in amichevole l’Inghilterra. Gli inglesi, esattamente come due anni prima, erano in maggioranza rappresentati da giocatori dell’Arsenal. Arbitro​ dell’incontro fu ancora <strong>Langenus</strong>. Per l’occasione, l’Austria indossò una divisa rossa con bordi bianchi. Dopo soli 20 minuti i 60.000 spettatori dello stadio di Vienna erano in visibilio: l’Austria era avanti di due reti, grazie alle marcature di <strong>Viertl </strong>e <strong>Geiter</strong>. <strong>Sindelar</strong>, con due assist, sembrava incontenibile. La partita terminò 2-1, il gol di <strong>Camsell</strong> al 54&#8242; non spostò il verdetto. Fu la prima volta in cui l’Austria diede l’impressione – sebbene un certo equilibrio fosse apparso evidente già quattro anni prima – che la supremazia del calcio inglese su quello continentale avesse iniziato a vacillare.</p>



<p>Da lì a un anno solamente, il 17 febbraio 1937, <strong>Meisl </strong>morì all&#8217;età di 55 anni a causa di un attacco cardiaco, problema che si era già manifestato anni prima quando per un breve periodo il tecnico aveva lasciato Vienna per curarsi. L’allenatore si trovava negli uffici della ÖFB per interrogare <strong>Richard Fischer</strong>, una giovane promessa del First Vienna sulla sua età. <strong>Fischer </strong>sosteneva di avere 17 anni ma <strong>Meisl</strong>, non ne era convinto. All’improvviso <strong>Meisl</strong> fece un cenno a <strong>Fischer</strong>, si sedette e un secondo dopo collassò. <strong>Fischer </strong>chiese subito aiuto e i vertici dell&#8217;ÖFB si affrettarono a chiamare <strong>Emanuel</strong> <strong>Schwarz</strong>, medico e presidente dell’Austria Vienna. Ma non ci fu nulla da fare: <strong>Schwarz </strong>arrivò sul posto e poté soltanto confermare la causa della morte.</p>



<p>Il funerale si tenne il 21 febbraio. Tra gli invitati c’erano quasi tutti i giocatori allenati da <strong>Meisl </strong>nel corso degli anni. Qualcuno – come <strong>Josef Bican</strong> – arrivò anche dall’estero. Tra lacrime e commozione, a dare l’addio finale al tecnico austriaco in nome dell’intera squadra fu l’ex capitano <strong>Walter Nausch </strong>che dichiarò: <em>«Mi avvicino alla bara in nome della squadra che Hugo Meisl creò, in rappresentanza di tutti i giocatori in attività. Ci separiamo per sempre dal nostro caro amico Hugo Meisl. Noi giocatori austriaci non lo dimenticheremo mai».</em></p>



<p>Diverse condoglianze arrivarono anche dall’estero. <strong>Jules Rimet</strong>, con il quale <strong>Meisl</strong> aveva collaborato alla creazione della Coppa del Mondo, giunse a Vienna in occasione del funerale. Anche dalle testate estere arrivarono tributi per il tecnico e vate del <em>Wunderteam</em>. L’Excelsior di Parigi salutò <strong>Meisl</strong> ricordandolo come <em>‘il Napoleone del calcio austriaco’</em>, mentre la Gazzetta dello Sport scrisse: <em>‘Non esiste uomo dello sport italiano che non sia rimasto profondamente commosso da questa perdita. L’Italia ha perso un amico e un compagno di battaglia che si è prodigato con tutta la sua energia per favorire gli interessi del calcio italiano’</em>. Il giornale ungherese Nemzeti Sport ricordò invece il suo impegno a livello internazionale e le sue battaglie per promuovere la cooperazione tra nazioni. </p>



<p>All’interno del museo dell’Austria Vienna, un intero salone di 20 metri quadrati è stato dedicato alla memoria di <strong>Hugo Meisl</strong> dove vi sono esposti alcuni degli oggetti che decoravano il suo ufficio di Karl-Marx- Hof: una poltrona, un tavolino con due sedie, dei cuscini, uno scaffale con un piano e una scrivania.</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/02/21/hugo-meisl-il-genio-del-wunderteam-che-rivoluziono-il-calcio-europeo.html">Hugo Meisl, il genio del Wunderteam che rivoluzionò il calcio europeo</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Vittorio Pozzo, il padre del calcio italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Feb 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Pozzo solleva la Coppa del mondo attorniato dai suoi ragazzi Non è stato solo l&#8217;unico allenatore ad aver vinto due volte il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/02/09/vittorio-pozzo-il-padre-del-calcio-italiano.html">Vittorio Pozzo, il padre del calcio italiano</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Pozzo solleva la Coppa del mondo attorniato dai suoi ragazzi</em></p>



<p class="has-drop-cap">Non è stato solo l&#8217;unico allenatore ad aver vinto due volte il Campionato del mondo. <strong>Vittorio Pozzo </strong>è stato molto di più. È stato un uomo di calcio a 360 gradi. Un&#8217;icona sportiva dell&#8217;Italia con valori etici importanti, dimenticato per troppo tempo da un Paese che a volte pecca di memoria storica. Dimenticato, forse, perché nel dopoguerra quelli che erano venuti a contatto con il fascismo spesso vennero etichettati automaticamente come fascisti. A maggior ragione se, come nel caso di <strong>Pozzo</strong>, sotto il regime avevano ottenuto risultati straordinari. In realtà <strong>Pozzo</strong>, come ha ricordato anche il giornalista <strong>Matteo Marani</strong> «aveva manifestato più volte la sua avversione al fascismo con piccoli e grandi gesti. È stato un italiano che ha avuto il senso delle istituzioni. Ma non è mai stato un fascista».</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Vita e carriera</h2>



<p></p>



<p>Nato a Torino il 2 marzo 1886 da una famiglia originaria di Ponderano, paese in provincia di Biella, <strong>Vittorio Pozzo</strong> studiò il calcio in Francia, Inghilterra e Svizzera, dove giocò anche a pallone nelle file de Grasshoppers di Zurigo. Tornato in Italia fu tra i fondatori del Torino. Nel 1911 iniziò a lavorare alla Pirelli, ma venne precettato dalla Federcalcio per allenare l&#8217;Italia alle Olimpiadi 1912, prima di essere arruolato nell&#8217;esercito e combattere nelle file degli alpini nella Prima guerra mondiale. Alle Olimpiadi di Parigi 1924 gli venne nuovamente affidata la guida della nazionale: <strong>Pozzo </strong>portò l&#8217;Italia ai quarti, sconfitta dalla Svizzera futura finalista. Lasciò la panchina azzurra e cominciò a occuparsi di calcio come giornalista per il quotidiano torinese “La Stampa”, mantenendo questa collaborazione anche negli anni in cui tornò ad allenare. E pure come giornalista, <strong>Marani </strong>ha sottolineato la sua equidistanza sul piano dell&#8217;analisi: «Pozzo spesso al termine delle partite della nazionale sedeva davanti alla sua macchina da scrivere e iniziava a redigere l’articolo sull’incontro. Non era fazioso, anzi: se la squadra giocava male era critico con se stesso e con i suoi ragazzi».</p>



<p>Venne poi richiamato in azzurro una terza volta nel 1929 e fu la svolta della sua carriera: sfruttando da un lato l&#8217;avvento del girone unico, che migliorò la competitività del movimento italiano e consentiva di tenere maggiormente sotto controllo i giocatori, e dall&#8217;altro le sue intuizioni da fine stratega, <strong>Pozzo </strong>rivoltò il nostro calcio come un guanto. Sotto la sua gestione la nazionale toccò livelli che non avrebbe mai più raggiunto, conquistando due titoli mondiali (1934 e 1938), un oro olimpico a Berlino 1936 con gli studenti e due Coppe Internazionali (1930 e 1935), competizione antesignana dei moderni Europei. Ancora oggi è l’allenatore che vanta il miglior ruolino di sempre in nazionale: 97 gare disputate, 65 vittorie, 17 pareggi e 15 sconfitte, con una percentuale di match vinti del 67,01%.</p>



<p>La sua avventura sulla panchina azzurra finì nel 1948: dopo la bruciante sconfitta subita a Torino contro gli inglesi il 16 maggio (0-4), <strong>Pozzo </strong>andò incontro a una debacle alle Olimpiadi di Londra 1948, eliminato ai quarti di finale dalla Danimarca per 5-3. Il 5 agosto diede le dimissioni da commissario tecnico e continuò a fare il giornalista fino alla morte, avvenuta a Torino il 21 dicembre 1968. Le sue spoglie riposano nel cimitero di Ponderano, paese dove è stato inaugurato anche un museo a lui dedicato il 1° maggio 2016 (vedi <a href="https://www.museovittoriopozzo.it/">qui</a>). Nel 2008 la città di Biella gli ha intitolato lo stadio. Su di lui sono usciti in questi anni due libri: &#8220;Storia di un italiano&#8221; di <strong>Mauro Grimaldi</strong> e &#8220;Vittorio Pozzo. Il padre del calcio italiano&#8221; di <strong>Dario Ronzulli</strong>.</p>



<p></p>



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<p class="has-text-align-center">Alcuni cimeli di Vittorio Pozzo conservati al Museo Pozzo a Ponderano</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">I suoi meriti, in campo e fuori</h2>



<p></p>



<p>Dal punto di vista tattico <strong>Pozzo </strong>non è stato un innovatore, poiché il Metodo (o modulo a WW) da lui utilizzato esisteva già, fu un’evoluzione naturale della Piramide nei primi due decenni del ‘900. Anche se fu lui, con l’amico-rivale <strong>Hugo Meisl</strong>, padre del meraviglioso <em>Wunderteam </em>austriaco (nazionale che anticipò lo stile di gioco dell’Ungheria anni ‘50 e dell’Olanda anni ‘70) a diffondere quel sistema di gioco su larga scala in Europa.</p>



<p>Ebbe ampi meriti, nel calcio italiano, più da altri punti di vista. Ad esempio ringiovanì la rosa e aprì le porte ai giocatori del centro e del sud: prova ne siano le convocazioni del barese <strong>Raffaele Costantino</strong>, del napoletano <strong>Attila Sallustro </strong>e del romano <strong>Attilio Ferraris IV</strong>, che divenne anche campione del mondo nel 1934. Amante della disciplina, grande gestore del gruppo, fine psicologo e abile tattico capace di leggere le partite e dirigere le operazioni da fuori come pochi, <strong>Pozzo </strong>per certi versi fu un anticipatore del “calcio all’italiana”, una sorta di padre putativo dei vari <strong>Viani</strong>, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/03/25/un-capo-sulla-a4-vita-e-miracoli-di-nereo-rocco.html">Rocco</a></strong>, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/01/30/la-rivoluzione-di-herrera-e-i-parametri-per-definire-i-grandi-allenatori.html">Herrera</a></strong>, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/01/07/3282.html">Trapattoni </a></strong>e <strong>Bearzot</strong>, fino alle evoluzioni moderne dei vari <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/04/05/marcello-lippi-il-predestinato-vincente.html">Lippi</a></strong>, <strong>Capello</strong>, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/05/27/dimmi-jose-trionfi-ed-eccessi-dello-special-one.html">Mourinho</a></strong>, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/05/09/i-cinque-tocchi-di-antonio-conte-per-lo-scudetto-dellinter.html">Conte</a></strong>, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/05/28/max-allegri-il-corto-muso-e-i-giochisti.html">Allegri</a></strong>, ma anche <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/05/31/onore-al-real-madrid-e-ad-ancelotti-il-trionfo-della-misura-e-dellintelligenza.html">Ancelotti</a></strong> e <strong>Simone</strong> <strong>Inzaghi</strong>.</p>



<p>Difesa granitica, mentalità pragmatica, spirito di sacrificio, forza di volontà nelle difficoltà e ripartenze fulminee in contropiede: questa era la base dell&#8217;Italia di <strong>Pozzo </strong>e questa è diventata la base del calcio all&#8217;italiana. Ed è infatti in questo modo che la sua Italia<strong> </strong>vinse a Budapest l’11 maggio 1930 per 5-0, il primo successo azzurro in Ungheria: lasciò sfogare gli ungheresi per un quarto d’ora abbondante, chiuse gli spazi e sfruttò in contropiede la velocità, il talento e il genio del 20enne <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/12/14/giuseppe-meazza-il-mito-dellitalia-pallonara.html">Giuseppe Meazza</a></strong>, che realizzò tre reti e si consacrò agli occhi del mondo.</p>



<p><strong>Meazza </strong>fu l&#8217;architrave dell&#8217;Italia di <strong>Pozzo</strong>: nel suo club, l’Inter, giocava da centravanti. <strong>Pozzo </strong>in nazionale lo arretrò a mezzala, in appoggio a un centrattacco di peso (prima <strong>Angelo Schiavio</strong>, poi<strong> Silvio Piola</strong>, che pure all&#8217;inizio non amava): voleva sfruttarne non solo la velocità sconvolgente e il predatorio istinto del gol, ma anche la limpida visione di gioco e la capacità di mandare in porta i compagni con l’ultimo passaggio. Al fianco di <strong>Meazza</strong>, <strong>Pozzo </strong>piazzò <strong>Giovanni Ferrari</strong> della Juventus, motorino instancabile e sublime tessitore di gioco. Nessuno nel calcio italiano ha vinto come lui: otto scudetti tra Juventus, Inter e Bologna, una Coppa Internazionale e due Mondiali. <strong>Meazza </strong>e <strong>Ferrari</strong>, come ha ricordato anche <strong>Matteo Marani</strong>, furono la base dell&#8217;Italia pigliatutto di quel periodo, gli unici due presenti nell’undici tipo sia nel Mondiale ‘34 sia in quello del ‘38: <strong>Eraldo Monzeglio</strong>, che era titolare nell’edizione casalinga, giocò la prima partita in Francia contro la Norvegia e poi finì tra le riserve. </p>



<p>Questo fu un altro dei grandi meriti di <strong>Pozzo</strong>, ovvero il saper vincere con due gruppi diversi.<br>La formazione del 1934 era più dotata di talento individuale e più ricca di oriundi: tre (il meraviglioso centromediano <strong>Monti </strong>perno del gioco e le funamboliche ali <strong>Orsi </strong>e <strong>Guaita</strong>) contro uno (l’uruguagio del Bologna <strong>Andreolo</strong>). La nazionale del 1938 era più squadra, più gruppo, più forte come insieme. <br>Nel 1934 l’Italia sfruttò anche qualche aiuto arbitrale: il regime organizzava i Mondiali in casa e di certo non voleva perderli. Quella del 1938, al contrario, trionfò in un clima di fortissima ostilità: spiravano già i venti della Seconda guerra mondiale e l’Italia, in campo tra l’altro con la divisa nera in onore al fascismo nel match dei quarti contro i padroni di casa della Francia, dovette superare pregiudizi, offese e insulti. <br>Il trionfo mondiale consentì però a tutti di inchinarsi allo strapotere dell’undici di <strong>Pozzo</strong>, tanto che il presidente francese <strong>Albert&nbsp;Lebrun </strong>nel consegnare la Coppa del mondo a capitan <strong>Meazza </strong>disse: «Vincono tutto questi italiani». Si riferiva non solo al successo iridato, ma anche alle affermazioni, sempre conseguite nel 1938, di <strong>Gino Bartali</strong> al Tour de France e del cavallo <strong>Nearco </strong>al Grand Prix de Paris. </p>



<p>Le capacità di <strong>Pozzo</strong>, tuttavia, non furono solo in campo. Sempre di concerto con <strong>Meisl </strong>studiava il modo di far progredire il calcio europeo del tempo, e non a caso nacquero in quel periodo competizioni come la Coppa Internazionale, che anticipò i moderni Campionati Europei, e la Mitropa Cup o Coppa dell&#8217;Europa Centrale, una sorta di moderna Champions League, con al via ogni estate alcune delle migliori formazioni di club dei campionati europei più prestigiosi &#8211; Inghilterra a parte, rimasta volutamente isolata.</p>



<p>«Aveva una grande cultura ed era un uomo di mondo» ha detto sempre <strong>Matteo Marani</strong>, «con contatti e amicizie sul piano internazionale che nessun gerarca del regime poteva nemmeno immaginare. Pensiamo ai rapporti di stima e fiducia reciproca che aveva con Hugo Meisl ed <a href="https://gameofgoals.it/2022/08/25/limportanza-di-chiamarsi-herbert-chapman.html">Herbert Chapman</a>, gli altri due grandi allenatori di caratura mondiale di quegli anni. E pensiamo anche al ruolo importante che svolse nel dopoguerra. L’Italia era una nazione sconfitta e come tale era rimasta esclusa dai rapporti internazionali, calcio compreso. Nel 1945 si doveva giocare un’amichevole tra Spagna e Svizzera. La Spagna però all’ultimo momento non si presentò. Così Pozzo, di concerto con il reggente della federcalcio Ottorino Barassi, riuscì a mediare e a far disputare all’Italia quella partita (per la cronaca finì 4-4)». </p>



<p><strong>Pozzo </strong>ebbe dunque, come sottolinea sempre <strong>Marani</strong>, un ruolo importante anche dopo il 1945: «Fu lui ad esempio a riconoscere i cadaveri dei giocatori del Torino dopo Superga. Lo fece perché voleva risparmiare lo strazio alle famiglie». I meriti dell&#8217;allenatore torinese sono stati riconosciuti anche da <strong>Paola Piola</strong>, oggi psicologia a Vercelli, e figlia dell&#8217;indimenticato bomber di Lazio e nazionale Silvio: «Mio padre mi raccontava spesso che in Vittorio Pozzo vedeva una guida, un maestro, un padre. Pozzo è stato un precursore. Non si limitava ad allenare, ma svolgeva decine di compiti. Oggi ci vorrebbero 25 persone per assolvere il lavoro che faceva lui».</p>



<p></p>



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<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">L&#8217;aspetto umano</h2>



<p></p>



<p>E c&#8217;è poi il lato umano, di una persona che sopra ogni cosa sapeva che nel calcio l&#8217;aspetto prioritario per vincere era quello di formare un gruppo vero, formato da persone prima che da atleti, che fossero capace di trovare un&#8217;intesa profonda. «Era una persona testarda, era difficile smuoverlo da una convinzione. Però era anche un uomo dotato di grande fair play. Rispettava gli avversari e dai suoi calciatori era visto come un secondo papà» ha detto il nipote Pier Vittorio. </p>



<p>Valori umani che ha dimostrato anche negli anni bui della guerra. Alla faccia del fatto che fosse stato dipinto come &#8220;fascista&#8221; c&#8217;è un documento rinvenuto nel 1993, in cui viene sottolineato che <strong>Pozzo </strong>diede una mano ai partigiani. «Si dichiara che il Comm. Vittorio Pozzo» si legge «ha collaborato fin dal settembre ‘43 con il Cln di Biella con compiti di organizzare gli aiuti ai prigionieri alleati e il loro passaggio in Svizzera». </p>



<p>E un articolo di La Repubblica, firmato da<strong> Corrado Sannucci</strong> sempre nel 1993, ha riportato ad esempio le parole di un certo <strong>Franco Chiorino</strong>: «&#8230;in una circostanza dovetti nascondere Franco Bianco, un compagno che sarebbe morto a Mauthausen: Pozzo mi offrì di nasconderlo da suoi amici nel cuneese. Ma era un po’ lontano. Non se ne fece nulla». A livello sportivo poi Pozzo mantenne sempre una grande libertà nella scelta dei giocatori da convocare e schierare, non curandosi delle imposizioni volute dall’alto. Poteva permetterselo perché aveva le spalle larghe e perché non smetteva di vincere. Fu dunque una sorta di compromesso, di sopportazione necessaria: i risultati positivi consentivano al tecnico una certa indipendenza e il regime interferiva fino a un certo punto perché faceva gioco sfruttare quei successi per dare un’immagine vincente dell’Italia agli occhi del mondo.</p>



<p></p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" data-id="23032" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/cba8f04d-18c9-453c-bc2c-1ab5b6f7834d-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-23032" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/cba8f04d-18c9-453c-bc2c-1ab5b6f7834d-768x1024.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/cba8f04d-18c9-453c-bc2c-1ab5b6f7834d-225x300.jpg 225w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/cba8f04d-18c9-453c-bc2c-1ab5b6f7834d-1152x1536.jpg 1152w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/cba8f04d-18c9-453c-bc2c-1ab5b6f7834d.jpg 1536w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Pozzo con Valentino Mazzola [[foto tratta dalla mostra &#8220;Il mito del calcio&#8221;]</figcaption></figure>
</figure>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/02/09/vittorio-pozzo-il-padre-del-calcio-italiano.html">Vittorio Pozzo, il padre del calcio italiano</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Sir Claudio Ranieri, da capitano del Catanzaro a baronetto di Leicester</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Sep 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non molto tempo fa, occupandomi di Klopp per tracciarne un ritratto, mi sono imbattuto in una tra le più singolari carriere di allenatore che abbia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/09/08/sir-claudio-ranieri-da-capitano-del-catanzaro-a-baronetto-di-leicester.html">Sir Claudio Ranieri, da capitano del Catanzaro a baronetto di Leicester</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Non molto tempo fa, occupandomi di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/05/11/jurgen-klopp-il-disertore.html">Klopp </a></strong>per tracciarne un ritratto, mi sono imbattuto in una tra le più singolari carriere di allenatore che abbia incontrato avendo il carismatico Jurgen guidato  solo tre squadre: il Mainz e il Borussia Dortmund in Germania e il Liverpool in Inghilterra. Certo, vista l’età, 57, è ipotizzabile che la sua carriera non sia affatto conclusa, ma fa comunque effetto vedere la tabella riassuntiva del suo curriculum formata da sole tre tacche, specialmente per un tecnico della sua fama, del suo carisma e dei suoi successi. E specialmente se paragonata anche a quella di molti suoi colleghi, come per esempio di <strong>Claudio Ranieri</strong>, di cui mi accingo a occuparmi.</p>



<p>È pur vero che il nostro baronetto di borgata di anni ne ha un po’ di più, 73, e che di questi ne ha passati quasi 40 a guidare squadre di calcio contro gli appena 23 del tedesco, ma resta comunque impressionante, se messe vicine, il confronto tra il numero di esperienze diverse tra i due. Delle tre di <strong>Klopp </strong>si è già detto, ma il numero di quello di <strong>Ranieri </strong>è veramente da non credere: 24!! Al di là di questa enorme discrepanza, sono invece molteplici gli aspetti che accomunano questi due grandi tecnici il più evidente dei quali, perla quasi rarissima nel mondo del pallone, è la grande educazione, la signorilità dei modi accostata da un’intelligenza che ne impreziosisce ulteriormente il profilo.</p>



<p>Pochi giorni fa è scomparso senza coglierci di sorpresa, ma lasciandoci sgomenti per vuoto e dolore diffuso e condiviso, un altro baronetto del Calcio:<a href="https://gameofgoals.it/2024/08/26/ciao-scandinavo-latino-omaggio-a-sven-goran-eriksson.html"> <strong>Sven Goran Eriksson</strong></a>, altro fulgido esempio di signorilità. Mi fermo un attimo, in silenzio…</p>



<p>Torno alle nostre note. Senza voler offendere nessun singolo o alcuna popolazione o tifoseria, possiamo sostenere che <strong>Ranieri </strong>sia un romano atipico, un romanaccio di borgata, appunto e per giunta romanista, la cui compostezza di modi, il cui aplomb britannico, esibito peraltro molto prima di allenare in Inghilterra, fanno a pugni con il cliché, abusato fin che si vuole ma anche piuttosto aderente alla realtà, con cui siamo abituati a riconoscere i capitolini doc, caciaroni quanto pittoreschi, specialmente se di fede giallorossa. </p>



<p><strong>Ranieri </strong>è stato soprattutto un camaleonte sincero, lontano dall’opportunismo e dalla faciloneria, uno che ha cambiato mille bandiere interpretando però quasi sempre il ruolo di alfiere designato, di portabandiera naturale. La sua serietà, prima ancora del suo essere professionista, lo ha portato anche da giocatore a spendere tutto se stesso per la causa, per la maglia. La sua carriera da giocatore, piuttosto breve essendo durata tredici anni, lo ha visto indossare solo quattro casacche, tre se escludiamo quella della Roma con cui esordì ma con cui giocò solo sei gare: Catanzaro, Catania e Palermo, tre compagini quindi del profondo Sud. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="583" height="800" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/ranieri-catanzaro-761495.png" alt="" class="wp-image-21234" style="width:550px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/ranieri-catanzaro-761495.png 583w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/ranieri-catanzaro-761495-219x300.png 219w" sizes="(max-width: 583px) 100vw, 583px" /><figcaption class="wp-element-caption">Claudio Ranieri da calciatore, simbolo del Catanzaro anni &#8217;80</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Parliamo di un periodo a cavallo tra la metà degli anni settanta alla metà degli ottanta e la maglia della squadra calabra, non a caso giallorossa come quella da lui amata fin da bambino, è diventata la sua seconda pelle fino a diventarne l’indiscusso Capitano, oltre che il giocatore con il maggior numero di presenze in Serie A. </p>



<p>Era un Catanzaro abituato in quegli anni a fare la spola tra massima serie e cadetteria e nella quale le figure più rappresentative e note erano<strong> Gianni Di Marzio</strong>, allenatore loquace, e <strong>Massimo Palanca</strong>, attaccante famoso per i gol impossibili. Un <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/01/20/fabio-quagliarella-lartista-e-il-girovago-del-gol.html">Quagliarella </a></strong>ante litteram, insomma. Al di là, però, di queste figure carismatiche o di altre poi diventate famose, come il <strong>Turone </strong>della &#8220;questione di centimetri&#8221;… o di <strong>Menichini</strong>, altro futuro romanista, la fascia di Capitano era sempre al braccio di questo giovinotto moro, scuro di carnagione e con un cespuglio folto in testa. </p>



<p>Ero ancora un collezionista di figurine, cosa anomala visti i miei vent’anni suonati e visto che allora quella pratica era considerata &#8220;roba da bambini&#8221;, ma mai avevo fatto caso al fatto che questo <strong>Claudio Ranieri </strong>non fosse di Catanzaro, o almeno calabrese. Me ne accorsi solo quando nell’83 lo trovai con la magli rosso azzurra del Catania. Avevo trent’anni, e facevo ancora la raccolta delle figurine, anzi, diciamo che la facevo già, dal momento che anche adesso che ho valicato i settanta me ne diletto con sommo godimento.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/260078-x6ll2a-RanieriRoma-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-21236" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/260078-x6ll2a-RanieriRoma-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/260078-x6ll2a-RanieriRoma-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/260078-x6ll2a-RanieriRoma-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/260078-x6ll2a-RanieriRoma.jpg 1408w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Claudio Ranieri ai tempi della Roma</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Tutto questo per dire che <em>Sir </em>Claudio era già così fin da giovane, fin da calciatore: un uomo capace di amare profondamente la propria piazza e, nel contempo, di essere amato da essa nel presente e nel futuro. Ciò che capitò a Catanzaro cinquant’anni fa, si è ripetuto poi infatti puntualmente in quasi tutti gli ambienti in cui ha allenato in una carriera che, come si è già detto, è stata lunghissima e molto variegata. Quasi tutti, perché il carattere, la signorilità e l’onestà intellettuale, lontanissima da certe logiche di potere di quest’uomo senza compromessi, l’hanno fatto amare più delle tifoserie e da quelle realtà abituate a lottare nelle retrovie che in quelle, pur frequentate, dove gli obiettivi erano più alti o più altisonanti. È un po’ come se il marchio del Catanzaro non l’abbia mai lasciato. </p>



<p>Eppure, si diceva, il suo valore e i suoi risultati hanno convinto molte piazze importanti, in Italia e all’estero, a rivolgersi a lui, specialmente per risollevarsi da crisi prolungate o inspiegabili. È il caso di Juve, Inter, Napoli, Fiorentina, la stessa Roma in Italia e di Atletico Madrid, Chelsea, Valencia e Monaco fuori confini.<br>Da tutte queste esperienze, <strong>Ranieri </strong>è uscito a testa alta, senza  lasciare gloria ma neppure detriti. Ben diverse sono le sue avventure nei piccoli club, in quelli dove si lotta per una pagnotta magra e dove il successo è spesso rappresentato dal salvare la pelle. A Cagliari, dove ha condotto la prima panchina nell’88 e dove poi ha concluso la carriera quest’anno, gli intitolano grati vie e giardini come a<strong> Gigi Riva</strong>, nella Genova blucerchiata il suo nome è luminoso e intoccabile.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/GOAL-Blank-WEB-Facebook-88.jpg-1024x576.webp" alt="" class="wp-image-21237" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/GOAL-Blank-WEB-Facebook-88.jpg-1024x576.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/GOAL-Blank-WEB-Facebook-88.jpg-300x169.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/GOAL-Blank-WEB-Facebook-88.jpg-768x432.webp 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/GOAL-Blank-WEB-Facebook-88.jpg-1536x864.webp 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/09/GOAL-Blank-WEB-Facebook-88.jpg.webp 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ultima esperienza in panchina: Claudio Ranieri che salva il Cagliari in Serie A</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Al di là, quindi, della sua longevità e della caratteristica di aver giocatoo tutti e quattro i derby storici del nostro Campionato, ma soltanto su una delle due panchine (Roma, Juve, Inter e Samp), l’epicità di Claudio si lega sempre al sudore dei bassifondi, ai calcoli per non annegare o per risalire, allo sporcarsi ogni indumento mantenendo intatto l’aplomb e la testa alta di chi è rimasto onesto e ha fatto tutto il possibile.</p>



<p>Ma c’è un’anomalia nella vita di questo straordinario signore. Un’anomalia impensabile prima che succedesse, improbabile, irreale e bellissima mentre succedeva, incredibile, ai limiti del leggendario, ancor oggi che è successa, storicizzata e resa indimenticabile da chi da vicino l’ha vissuta. Nel 2014, dieci anni fa, <strong>Ranieri </strong>corona il suo sogno, ancora attuale in verità, di guidare una Nazionale e risponde all’invito della Federazione greca. Non è un’esperienza felice e il soggiorno ellenico si conclude dopo pochi mesi, rischiando di costare al tecnico romano un periodo di crisi per mancanza di autostima, ma, come si sul dire, quando si chiude una porta, spesso si apre un portone. </p>



<p>Quando nel luglio del 2015, i dirigenti del Leicester lo chiamano a sostituire <strong>Nigel Pearson</strong>, a Claudio più che un portone appare uno spiraglio, anche angusto, ma forse scatta e riaffiora in lui l’antica foga catanzarese. Del resto, questa pugnace, storica ma piccola società inglese assomiglia più alle nostre Catanzaro, Cagliari e Samp che non a Juve, Inter, Milan ecc. </p>



<p>Ciò che accade nella Premier 2015/2016 è qualcosa di inatteso, clamoroso e impossibile da credere nello stesso tempo e anche noi italiani, che avevamo già assistito agli exploit di Lazio, Verona, Fiorentina e Cagliari, rimaniamo senza parole. Questo miracolo sportivo, per dimensione, bellezza e umanità, supera ogni precedente. Quell’umanità, fragile e fortissima nello stesso tempo, ha la figura diritta come un fuso del vecchio Capitano del Catanzaro, del romanista romanaccio che ha l’ironia con la sintassi corretta, del Baronetto felice che fa finta di avere il raffreddore per camuffare l’acquolina agli occhi. È il trionfo dell’umiltà e del lavoro pulito, è l’apoteosi di un sogno che si è realizzato prima ancora di nascere.</p>



<p>Quel trionfo, quella vittoria in barba a tutto e a tutti, non ha però cambiato di un centimetro la statura di <strong>Ranieri</strong>, non gli ha cambiato la testa, il cuore e il carattere. Ed è tornato, se mai l’aveva smesso a essere se stesso. Uomini così, come anche <strong>Klopp</strong>, come era <strong>Eriksson</strong>, sono più forti delle cose che fanno. E sono più veri delle cose che si ricorderanno di loro. Molto più veri. </p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Leicester CIty 2016 - The (im)possible Journey - HD" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/fhotYXx3ekk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">La grande impresa di Ranieri: lo scudetto vinto a Leicester</figcaption></figure>
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		<title>Ciao, scandinavo latino. Omaggio a Sven-Göran Eriksson</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/08/26/ciao-scandinavo-latino-omaggio-a-sven-goran-eriksson.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Aug 2024 15:02:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strateghi]]></category>
		<category><![CDATA[allenatori]]></category>
		<category><![CDATA[claudio ranieri]]></category>
		<category><![CDATA[inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[lazio]]></category>
		<category><![CDATA[sven-goran eriksson]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arriva la notizia della scomparsa di Sven-Göran Eriksson mentre sto scrivendo di un suo collega appena più giovane, Claudio Ranieri. Arriva improvvisa come uno sparo, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/08/26/ciao-scandinavo-latino-omaggio-a-sven-goran-eriksson.html">Ciao, scandinavo latino. Omaggio a Sven-Göran Eriksson</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Arriva la notizia della scomparsa di <strong>Sven-Göran Eriksson</strong> mentre sto scrivendo di un suo collega appena più giovane, <strong>Claudio Ranieri</strong>. Arriva improvvisa come uno sparo, ma attesa come un’esecuzione annunciata. Scrivo di questo e penso a quello. Mi diventa quasi naturale riflettere su un possibile parallelo tra i due e penso subito alla straordinaria gentilezza e alla imperscrutabile signorilità che li accomunano. </p>



<p>Prima che la sordida malattia trasfigurasse, gonfiandolo, il viso di Sven, anche i tratti somatici eleganti erano un fattore comune, così come la loro cultura internazionale, calcistica e non, ne faranno per sempre due uomini multiformi e poliedrici, con mille radici e nessuna vera tra esse.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="667" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/08/eriksson-goteborg.jpg" alt="" class="wp-image-21155" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/08/eriksson-goteborg.jpg 1000w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/08/eriksson-goteborg-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/08/eriksson-goteborg-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">Eriksson ai tempi dei Goteborg</figcaption></figure>



<p></p>



<p>A vederli accostati sembrano due lord inglesi, come effettivamente sono diventati, ma pure due signori di Stoccolma o, meglio, due amici di Trastevere. Uno romanista e l’altro laziale, giunto però nella Capitale per allenare proprio i giallorossi, prima di trasferirsi sull’Arno, dove qualche anno dopo approderà proprio <strong>Ranieri</strong>.</p>



<p>Le altre due esperienze comuni sono state la Sampdoria, molto positiva per lo svedese e il Leicester, indimenticabile per il romano. Mai, però, le rispettive panchine si sono toccate o accavallate, ma uno ha rimpiazzato l’altro. E non mi sembra abbia senso nemmeno andare a vedere quando e quante volte si sono affrontati.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="614" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/08/eriksson.lazio_.scudetto.1440x864-1024x614.jpg" alt="" class="wp-image-21154" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/08/eriksson.lazio_.scudetto.1440x864-1024x614.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/08/eriksson.lazio_.scudetto.1440x864-300x180.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/08/eriksson.lazio_.scudetto.1440x864-768x461.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/08/eriksson.lazio_.scudetto.1440x864.jpg 1440w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Eriksson il giorno della festa dello scudetto alla Lazio</figcaption></figure>



<p>La prendo alla larga, perché parlare del dolore non mi piace. Nemmeno quando, come in questo caso, si tratta di un dolore appunto largamente annunciato, di un lutto previsto a scadenza imminente. Tutte le volte ci casco, è un mio limite anche quando il coinvolgimento affettivo non è altissimo. Tutte le volte penso naturalmente a qualche esagerazione negativa o a qualche nascosto elemento salvifico dell’ultimo momento. Spero nella nebbia, nel rinvio a data da destinarsi: l’ho sperato per mio fratello, per quella zia lontana, per <strong>Vialli </strong>e anche per <strong>Eriksson</strong>, travolto e depistato dal suo modo spettacolare e molto nordico di andare lui a salutare tutti. </p>



<p>Prepararsi per queste cose tristi e inevitabili, specie se precedute da ultimo avviso, è pratica saggia ma a me sconosciuta o impossibile da praticare. E, dal momento che scrivo di persone in tutte le loro forme esistenziali, ciò può essere vista come una lacuna, una leggerezza, una scarsa previdenza.<br>Ma, chiedo scusa, non mi ero preparato. Io il ‘coccodrillo’ su<strong> Sven-Göran Eriksson</strong> preferisco farlo sgorgare adesso, a notizia appena battuta, parlando degli aspetti della sua magnifica storia quando si è appena conclusa, una volta appurato che la clamorosa sorpresa di cui parlavo nemmeno stavolta si è avverata. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Sven-Goran Eriksson: Life and career of former England manager" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/006s5FriCOE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Ed è un coccodrillo asciutto, come si conviene fare per il più latino degli scandinavi e per il più glaciale dei calienti di sangue, un uomo cui la vita e il calcio hanno dato tutto in cambio, come sempre, del tempo e forse di qualche rimpianto, un uomo cui poi la vita stessa, come sempre, ha tolto tutto, ma non quel sorriso divertito e soddisfatto che si è portato con sé fino all’ultimo.</p>



<p>I giornali on line di oggi e quelli in carta di domani sono e saranno colmi di dati, date e statistiche bagnate di lacrime di stampa forse perfino sincere e il suo curriculum sarà snocciolato facendo da sottofondo a mille aneddoti narrati da colleghi, collaboratori, discepoli e subalterni in una girandola di elogi senza ombra e di rievocazioni di successi che solo il fato cinico e baro ha voluto non essere molto più numerosi. Quello stesso fato che una mattina di gennaio di quest’anno, toccandolo su una spalla mentre camminava tranquillo, gli ha sussurrato: «Ehi, grand’uomo, preparati. Fra un po’ si va».<br><em>Ciao, Sven. Grazie di cuore. </em></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Sven-Goran Eriksson, il messaggio commovente dell&#039;ex allenatore nel documentario..." width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/V6-cmk7S9YM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/08/26/ciao-scandinavo-latino-omaggio-a-sven-goran-eriksson.html">Ciao, scandinavo latino. Omaggio a Sven-Göran Eriksson</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Johan Cruijff vs Arrigo Sacchi: affinità, divergenze e impatto sul calcio contemporaneo</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/07/26/johan-cruijff-vs-arrigo-sacchi-affinita-divergenze-e-impatto-sul-calcio-contemporaneo.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strateghi]]></category>
		<category><![CDATA[ajax amsterdam]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Credo sia arrivato il momento di affrontare a viso aperto e senza remore una delle questioni maggiormente dibattute e direi anche più scottanti del pianeta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/07/26/johan-cruijff-vs-arrigo-sacchi-affinita-divergenze-e-impatto-sul-calcio-contemporaneo.html">Johan Cruijff vs Arrigo Sacchi: affinità, divergenze e impatto sul calcio contemporaneo</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Credo sia arrivato il momento di affrontare a viso aperto e senza remore una delle questioni maggiormente dibattute e direi anche più scottanti del pianeta football degli ultimi decenni.</p>



<p>Come sappiamo tutti, a fine anni &#8217;80 sul calcio europeo (per il Sudamerica servirebbe una riflessione a latere) cadono due bombe atomiche che hanno le sembianze di due sciamani, di due profeti. Si parla di personaggi con un curriculum molto diverso (la leggenda olandese e l&#8217;umile figlio di un artigiano parmigiano) ma accomunati da una convinzione feroce e cieca nelle proprie idee, da una vocazione al nuovo che non conosce compromessi, da una certa dose (sana, ma a volte anche insana) di narcisismo e di egocentrismo e da un gusto per la provocazione, anche verbale, che ha pochi eguali.</p>



<p>Non mancano, anche sul piano caratteriale, differenze significative, perché<a href="https://gameofgoals.it/2021/01/13/johan-cruijff-luomo-orchestra.html"> <strong>Johan Cruijff</strong></a> riesce a essere al tempo stesso un intransigente &#8220;moralista&#8221; e il figlio della cultura libertaria della sua gioventù: il calcio di Johann è l&#8217;ultimo singulto delle eversioni sessantottine, spalanca le porte del futuro ed è al tempo stesso profondamente radicato in un periodo che il mondo, fine anni &#8217;80, si è affrettato a cancellare e a demonizzare. <strong><a href="https://gameofgoals.it/2020/10/27/sacchi-genio-o-sopravvalutato.html">Arrigo Sacchi</a></strong> crede a sua volta nel valore dell&#8217;etica &#8211; nel suo caso, l&#8217;aggettivo moralista assume un connotato positivo &#8211; e nutre una concezione profondamente collettivista della vita e della squadra, ma culturalmente la sua rivoluzione accompagna come un&#8217;eco trionfale l&#8217;ascesa del suo Presidente, il Cavaliere Silvio Berlusconi, e quindi si colloca in una costellazione aziendalista e culturalmente yuppie (siamo negli anni &#8217;80) che nasce e prospera proprio sulle ceneri del<em> Sessantotto.</em></p>



<p>I due profeti, ferme le analogie e anche le profonde differenze culturali e caratteriali che connotano la loro ascesa e la loro personalità, divergono però soprattutto per ciò che propongono in campo, per la loro visione del fenomeno calcio.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La rivoluzione di Arrigo Sacchi</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p></p>



<p>In Italia, si è imposta da decenni una narrazione a mio avviso miope e poco solida che incasella Johann e Arrigo all&#8217;interno della medesima galassia, quella del cosiddetto calcio totale. L&#8217;accostamento non è chiaramente un&#8217;invenzione né del tutto privo di un qualche fondamento: se il legame di <strong>Cruijff</strong> con la rivoluzione <em>orange</em> non merita di essere spiegato in questa sede, è sufficiente ricordare che <strong>Sacchi</strong> vive gli anni della sua formazione, quando lavora per l&#8217;azienda di famiglia, studiando e prendendo appunti dopo aver osservato all&#8217;opera l&#8217;<em>Arancia Meccanica</em> di <strong>Rinus Michels</strong> e più in generale le squadre a vocazione &#8220;totalitaria&#8221; degli anni &#8217;70, e in particolare quelle forgiate da tre geni della panchina che rispondono al nome di <strong>Ernst Happel</strong>,  <strong>Guy Thys</strong> e <strong>Raymond Goethals</strong>.</p>



<p>Un vagabondo austriaco dal viso e dai modi di una durezza quasi sprezzante, un triste cantautore belga mancato (il lato oscuro della luna di Jacques Brel) e un anarcoide, sempre belga, dal look improbabile e dalla lingua velenosa: <strong>Happel</strong>, <strong>Thys </strong>e <strong>Goethals </strong>sono tre menti illuminate che forgiano, nel corso di pochi anni, la propria versione del calcio totale, esportandola in Olanda e soprattutto in Belgio, e sono anche i tre maestri del giovane Arrigo, coloro che svolgono un ruolo pedagogico chiave nella sua breve e intensissima carriera.</p>



<p>Quando debutta come allenatore di alto profilo, vicino ai quarant&#8217;anni, <strong>Arrigo Sacchi</strong> ha maturato alcune convinzioni radicali: si proclama discepolo della scuola a vocazione universale degli anni &#8217;70 e lavora profondamente sul concetto di collettivo, sui sui meccanismi e sul suo funzionamento. Come sappiamo tutti, il suo Parma fa luccicare di meraviglia gli occhi di <strong>Silvio Berlusconi</strong>, che con un gesto coraggioso lo porta a Milano e decide di affidargli la costruzione della sua squadra dei sogni.</p>



<p>È noto che, nei primi mesi di lavoro, la squadra rigetta i metodi di <strong>Sacchi</strong>, la sua estrema durezza, il suo autoritarismo senza compromessi, e che tocca al presidente in prima persona difendere le proprie scelte, chiedendo ai giocatori di pazientare. Non è meno noto il fatto che, dopo alcuni mesi di rodaggio, il Milan decolla, domina la serie A, vincendo il titolo anche e soprattutto nelle due partite in cui letteralmente stritola il <strong>Napoli</strong> di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2020/12/15/ho-visto-maradona.html">Maradona</a></strong>, e quindi, per due stagioni consecutive, impone la propria egemonia sull&#8217;Europa. La grande stampa internazionale, e in particolare<em> L&#8217;Équipe</em>, tributa il doveroso omaggio allo squadrone rossonero, scrivendo qualcosa come &#8220;<em>esisteva il calcio degli anni &#8217;80 e poi è arrivato il Milan di Sacch</em>i&#8221;.</p>



<p>Entriamo nel merito del discorso: in quali termini si connota come innovativo, soprattutto sullo scenario italiano, il calcio di Arrigo, e come il suo impatto ha deviato il corso della storia del football nel Belpaese, nel bene e nel male?</p>



<p>Credo ci siano alcune parole chiave che descrivono piuttosto bene ciò che la proposta di Sacchi ha significato per l&#8217;Italia. </p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Atteggiamento e baricentro</h3>



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<p>La prima è<strong> </strong><mark style="color:#ba0202" class="has-inline-color">atteggiamento</mark><strong>,</strong> cui si lega la parola <mark style="color:#ba0202" class="has-inline-color">baricentro</mark>. Questa, a mio avviso, è la novità essenziale codificata dall&#8217;allenatore di Fusignano. Il suo Milan, con un&#8217;operazione di restyling repentina e radicale, alza il baricentro &#8211; mi verrebbe da dire &#8211; di tutto il calcio italiano, e ne modifica anche l&#8217;atteggiamento, recuperando la lezione degli anni &#8217;70 e proiettandola verso gli anni &#8217;90, il decennio del <em>sacchismo</em>.</p>



<p>Le lampanti dimostrazioni di superiorità del <a href="https://gameofgoals.it/2019/08/16/1989-ottavi-ritorno-stella-rossa-milan-3-5-dcr-1-1.html">Maracana di Belgrado</a> e <a href="https://gameofgoals.it/2019/09/06/1989-semifinale-andata-real-madrid-milan-1-1.html">soprattutto di Madrid</a>, quando i <em>Blancos</em> vengono surclassati per quasi novanta minuti, sono uno spartiacque nella storia del calcio del Belpaese, perché non si era mai vista una squadra italiana mettere in pratica un calcio tanto aggressivo, spregiudicato e feroce su campi ritenuti &#8220;impossibili&#8221;. Arrigo, nell&#8217;arco di un paio di stagioni, ha imposto la sua rivoluzione, e l&#8217;ha fatto con le maniere forti ma soprattutto con l&#8217;avallo del risultato. Il Milan scende in campo con l&#8217;intenzione di dominare gli avversari e di farlo a prescindere da dove si gioca, e riesce nell&#8217;impresa, strabiliando il mondo e strappando applausi a scena aperta.</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Pressing</h3>



<p></p>



<p>La terza parola chiave, a mio parere, è<strong> </strong><mark style="color:#ba0202" class="has-inline-color">pressing</mark>. Olandesi e belgi da tempo utilizzavano il pressing come strumento di difesa &#8220;alto&#8221; e collettivo, e anche numerose formazioni tedesche e inglesi avevano fatto tesoro del break olandese di vent&#8217;anni prima, impostando la fase difensiva come le squadre totali cui si ispiravano.</p>



<p>Nessuno, tuttavia, aveva raggiunto il livello di perfezione nel dettaglio, direi quasi &#8220;astratta&#8221;, del Milan di <strong>Arrigo Sacchi</strong>, anche nel ricorso incessante al fuorigioco, il maggiore lascito della scuola belga. Per il tecnico di Fusignano, la fase di non possesso va curata ed elaborata in maniera meticolosa, maniacale, ossessiva: il suo Milan dei momenti migliori soffoca come forse mai era avvenuto nella storia il gioco degli avversari. I malcapitati fuoriclasse del Real, nel 1989, sono spaesati davanti alla furia intelligente e calcolata dei rossoneri nel recupero del pallone, e tutti i grandi tecnici a vocazione totale che sono arrivati dopo Arrigo hanno seguito le sue orme sul fronte pressing.</p>



<p>Ricordo il Bayern di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/04/19/grandezza-e-limiti-del-guardiolismo.html">Pep Guardiola </a></strong>impedire fisicamente ai dirimpettai di uscire dalla trequarti palla al piede, ricordo il Borussia Dortmund e il Liverpool di<a href="https://gameofgoals.it/2024/05/11/jurgen-klopp-il-disertore.html"> <strong>Jürgen&nbsp;Klopp</strong></a><strong> </strong>ridurre all&#8217;impotenza numerosi avversari grazie a un lavoro coordinato, efficace e ossessivo di tutti i giocatori in fase di non possesso. Lo stesso <strong>Klopp </strong>ha più volte riconosciuto di essersi ispirato al Milan di <strong>Sacchi </strong>nella costruzione delle sue squadre (&#8220;<em>Devo tutto a Sacchi, è la base del mio lavoro&#8221;</em>). L&#8217;approccio di Arrigo ha avuto peraltro un&#8217;efficacia immediata anche in Italia: i numerosi successi del calcio italiano dei primi anni &#8217;90 sono un legato del <em>sacchismo</em>, e il collettivo ideato da <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/04/05/marcello-lippi-il-predestinato-vincente.html">Marcello Lippi </a></strong>a metà anni &#8217;90 è, squadre di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/05/09/i-cinque-tocchi-di-antonio-conte-per-lo-scudetto-dellinter.html">Conte </a></strong>permettendo, forse la cosa più sacchiana vista su un campo di calcio dopo il 1990.</p>



<p></p>



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<p></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Funzionalismo</h3>



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<p>La quarta parola chiave della filosofia di Arrigo è determinante, e a mio parere è la parola <mark style="color:#ba0202" class="has-inline-color">funzionalismo</mark>. Il calcio di Arrigo è profondamente funzionalista e sotto questo aspetto presenta un fortissimo legame di sangue con la tradizione italiana, nonostante il Profeta di Fusignano, da decenni, prenda le distanze dal calcio del nostro paese, in una sorta di ansia da influenza da cui non è mai riuscito a guarire del tutto. Esattamente come nella nostra miglior tradizione, ancorché in forme parzialmente diverse, <strong>Sacchi</strong> è un radicale <em>funzionalista</em>, ovvero crede che a una posizione in campo, a un ruolo, corrisponda una funzione ben specifica. Che poi questa funzione possa connotarsi in termini leggermente diversi da quelli codificati dai geniali neologismi di <strong>Brera </strong>è un altro paio di maniche che non cambia la natura più profonda del suo calcio: anche in una recente intervista, Arrigo ha dichiarato &#8220;Il terzino faccia il terzino e il centravanti faccia il centravanti&#8221;, e direi che non servono troppe spiegazioni per comprendere ciò che intende dire.</p>



<p>Nella visione di <strong>Sacchi </strong>e di tutti i grandi post-sacchiani (in parte <strong>Capello</strong>, <strong>Marcello Lippi</strong>, <strong>Antonio Conte</strong>, tecnici in grado di smussare gli spigoli del <em>sacchismo</em>) il ruolo e la funzione sono essenziali, e per questo il suo calcio è estremamente funzionalista, organizzato e meticoloso. Il corollario di questa impostazione &#8211; documentata dall&#8217;adorazione per i giocatori in grado ai adattarsi alla sua proposta di gioco, al suo metodo &#8211; è l&#8217;esaltazione del gregario di lusso, che troverà nella Juventus di <strong>Lippi</strong> la propria apoteosi: la cosa più importante, per Arrigo, è che un giocatore sappia svolgere alla perfezione il proprio compito, che sia atleticamente preparato al meglio (le sue sedute di allenamento logoranti, riproposte poi da <strong>Conte</strong>, sono in tal senso esplicative) e che sappia interpretare in maniera chiara lo spartito che gli viene consegnato. </p>



<p>Una simile intelaiatura non deve essere letta come una mortificazione della qualità, perché a mio parere bisogna archiviare la mentalità da oratorio che esalta la giocata e che contrappone singolo e squadra, una visione peraltro opaca all&#8217;evidenza della natura rigorosa e collettiva, sul piano tattico, del nostro calcio. Arrigo ha saputo esaltare e valorizzare i gregari di lusso così come i fuoriclasse, armonizzandoli, nei momenti migliori, in un collettivo straordinariamente funzionale, efficace e spettacolare. La forza della sua proposta sta però anche e soprattutto proprio nella capacità di valorizzare al meglio gli atleti polivalenti e in grado di svolgere un compito specifico, e nel suo caso, così come in quello di <strong>Gigi Maifredi</strong>, il ruolo riveste un&#8217;importanza cardinale: ogni singolo giocatore ricopre un compito specifico e deve portare a compimento, nel migliore dei modi, tale compito. </p>



<p><strong>Arrigo Sacchi</strong> non ha mai voluto giocatori di scuola sudamericana perché consapevole della loro riluttanza ad adattarsi a un disegno estremamente meticoloso e preciso come il suo. La famosa preferenza accordata a <strong>Rijkaard </strong>su <strong>Borghi</strong>, al netto del divario di bravura tra i due giocatori, si può leggere anche così: <strong>Borghi </strong>nel calcio di <strong>Sacchi </strong>sarebbe stato qualcosa di peggio di un pesce fuor d&#8217;acqua, e il primo a esserne consapevole era il geniale tecnico di Fusignano, che aveva idee estremamente chiare e la convinzione necessaria per dare loro attuazione.</p>



<p>Il culto del rigore, del funzionalismo e la necessità di lavorare in maniera ossessiva sui meccanismi di squadra e sul pressing &#8211; tutti fattori che sto proponendo in un&#8217;accezione profondamente positiva, del resto gioco e risultati del suo Milan questo dicono senza tema di smentita &#8211; si riflettono anche sulla predisposizione tattica del suo Milan e poi della sua Italia. Arrigo opta per il modulo più rigoroso in assoluto, il 4-4-2 classico dominante in Italia al momento della sua ascesa (in alternativa al 5-3-2) e ne fa una sorta di religione alla quale devono piegarsi tutte le altre religioni: anche se nel Milan <strong>Donadoni </strong>spesso ai accentra a formare quasi un rombo, nella sostanza il leggendario squadrone rossonero applica uno modulo meticoloso e rigorosissimo come lo sono le idee del suo geniale mentore. La squadra è un organismo che si muove in ossequio a una concezione &#8220;sinfonica&#8221; radicata nella cultura europea e, sotto molti aspetti, anche italiana. Il calcio di Arrigo, da ultimo, cerca molto la profondità e l&#8217;aggressione dello spazio, anche grazie allo straordinario bagaglio atletico dei suoi giocatori.</p>



<p>Il metodo di <strong>Sacchi</strong>, nonostante i suoi risultati straordinari, non era naturalmente scevro da punti deboli: quando affrontava collettivi ben organizzati e capaci di pressare in maniera vigorosa, il Milan a volte si trovava in difficoltà. Inoltre, quando la condizione fisica era meno brillante non riusciva ad esprimere al meglio il proprio gioco e questo ne penalizzava in parte la continuità in campionato.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La rivoluzione di Johan Cruijff</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Barca 3 x 0 Porto (Romario, Stoichkov, Ronal Koeman)  ●UCL 1993/1994 Extended Goals &amp; Highlights" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/eaOIcSI140g?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p><strong>Johann Cruijff</strong> inizia ad allenare più o meno in contemporanea con Arrigo e quindi raggiunge l&#8217;apice nel corso dello stesso periodo, tra Ajax e Barcellona, le sue due patrie. La decisione di ajacidi e poi catalani di puntare su di lui è quasi un atto dovuto &#8211; difficile se non impossibile dirgli di no &#8211; e quindi è molto meno clamorosa di quella di Arrigo, perché <strong>Sacchi </strong>si forma sui campetti di periferia e solo verso i quarant&#8217;anni spicca il volo, e lo fa per meriti propri, mentre per Johann tutte le porte si spalancano subito. Anche lui inizia a seminare la propria visione delle cose vicino alla quarantina, quando ha appeso gli scarpini al chiodo da due/tre stagioni.</p>



<p>Se Arrigo ha dovuto fare i compiti a casa ed elaborare la propria concezione del calcio sincretica in solitudine, Johann è cresciuto all&#8217;ombra del maestro <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/10/26/utopia-74-lolanda-di-michels-e-cruijff-e-quella-sconfitta-che-ha-cambiato-la-storia.html">Rinus Michles</a></strong>, che gli ha lasciato tanti legati dal punto di vista tecnico, legati che il <em>Profeta del Gol</em> personalizza tuttavia subito e declina poi, durante la centrale esperienza catalana, in una chiave tutta sua, più latina rispetto a quella nordica di <strong>Michels</strong>. I riferimenti di Arrigo e Johann non sono quindi troppo distanti sul piano geografico e temporale: si parla sempre del calcio di Olanda e Belgio degli anni &#8217;70, e forse proprio da questa comune ascendenza derivano le teorie che accostano i due maestri, qualificandoli come epigoni e interpreti della medesima scuola, cosa tuttavia vera solo in parte, come mi appresto a illustrare.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="The RISE and FALL of Johan Cruyff&#039;s Barcelona DREAM TEAM explained." width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/D6JQot7rFyA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



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<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Tecnica</h3>



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<p>Anche nel caso di <strong>Cruijff</strong>, possiamo identificare alcune parole chiave, e la prima tra tutte è la parola <mark style="color:#ba0202" class="has-inline-color">tecnica</mark>. Per il tecnico olandese, la tecnica individuale è da studiare e curare fino all&#8217;ossessione (sotto questo profilo, la sua psicologia è profondamente sacchiana), con un lavoro meticoloso da intendere anche in chiave pedagogica. Tutti i giocatori in campo, secondo <strong>Cruijff</strong>, devono lavorare sulle proprie capacità tecniche e sulla gestione della palla, sia in chiave individuale che collettiva. Questo è essenziale perché il suo calcio possa esplicarsi nel modo migliore e a monte decide della stessa formazione e selezione dei giocatori, che devono essere compatibili con una simile visione delle cose.</p>



<p><strong>Cruijff </strong>lavora a sua volta sul pressing, ma in maniera decisamente meno efficace di Arrigo (e cerca molto meno ossessivamente il fuorigioco), in quanto si dedica principalmente alla <em>pars construens</em>, e vuole controllare il gioco non tanto soffocando gli avversari, ma nascondendo loro il pallone: proprio per questo motivo, cerca e porta in Catalogna soprattutto giocatori che possano aiutarlo nel suo progetto. Ecco perché affida le chiavi della difesa e del gioco a un fuoriclasse come <strong>Ronald Koeman</strong>, cui chiede chiaramente di partecipare alla fase difensiva &#8211; Johann proclama che senza un&#8217;efficace fase difensiva si rischia di vanificare tutto il lavoro della squadra &#8211; ma soprattutto di dettare i tempi del gioco, di avanzare tra i centrocampisti, di azzardare qualche dribbling e di andare a concludere, cosa che <strong>Koeman </strong>farà splendidamente e con medie da attaccante.</p>



<p>Ecco che si spiega, inoltre, la scelta di schierare a volte <strong>Guardiola</strong>, colui che sarà sulla panchina il suo più grande epigono, da difensore centrale, con una decisione che Sacchi avrebbe probabilmente trovato incomprensibile e del tutto illogica &#8211; <strong>Guardiola </strong>non eccelleva nelle funzioni del difensore centrale.</p>



<p>Il calcio di <strong>Cruijff </strong>è pertanto anti-funzionale e votato alla ricerca del controllo tramite il dominio del pallone. Se <strong>Sacchi </strong>esige atleti straordinari, <strong>Cruijff </strong>predilige concentrarsi sul fattore tecnico, smentendo le convinzioni tutte italiche che associano la sua Olanda a un calcio votato all&#8217;agonismo: secondo <strong>Cruijff</strong>, infatti, non bisogna correre molto ma correre bene, evitare gli allunghi non indispensabili ed essere bravissimi nel gioco di prima. La posizione è essenziale perché a correre deve essere il pallone, e quindi il suo rimane un calcio molto organizzato, ma organizzato intorno ai principi più che alle funzioni. </p>



<p>Anche sul piano tattico, <strong>Cruijff </strong>rifiuta il 4-4-2 imperante in Europa a metà anni &#8217;80 e sin dalla prima volta in cui entra nello spogliatoio del Barcellona, quando disegna sulla lavagna un 3-4-3 all&#8217;epoca del tutto inusuale, perché ritenuto troppo spregiudicato, specie considerando che i due difensori laterali sono due veri terzini di spinta con licenza di offendere e che il centromediano, impostato quasi da &#8220;libero&#8221;, è un regista &#8211; appunto, <strong>Ronald Koeman</strong>. Fondamentale, sul piano tattico, diventa il lavoro di<strong> Guardiola</strong>: giocatore dalla non comune visione periferica, soprannominato Pam da Kiko per la sua abilità nel gioco di prima, Pep scala in difesa quando <strong>Koeman </strong>avanza, lasciando così libertà di accentrarsi e di costruire la manovra anche ai due laterali (<strong>Sergi </strong>e <strong>Ferrer</strong>, nelle stagioni migliori), in una evidente premonizione del laterale di regia che vediamo spesso in campo oggi. Pep è anche il perno basso del &#8220;diamante&#8221; di Johann, ovvero del centrocampo disposto appunto come un diamante per favorire la rapida circolazione dalla palla.</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Posizione</h3>



<p></p>



<p>Il concetto chiave è quello di <mark style="color:#ba0202" class="has-inline-color">posizione </mark>fluida che non coincide con una funzione: <strong>Bakero</strong> nasce mediano ma agisce spesso come seconda punta, così come è capace di abbassarsi in difesa quando la squadra decide di adottare il 4-3-3 (cosa che avveniva più frequentemente di quanto non si pensi, tanto che molti autorevoli appassionati ritengono che il modulo fosse più un 4-3-3 a geometrie variabili che un vero 3-4-3), mentre <strong>Nadal</strong>, come dimostra anche la foto sotto riportata, si alza tra i centrocampisti, un po&#8217; come avrebbe fatto <strong>Stones </strong>qualche decennio più tardi.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="720" height="782" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/07/BarcaCruijff.jpg" alt="" class="wp-image-20831" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/07/BarcaCruijff.jpg 720w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/07/BarcaCruijff-276x300.jpg 276w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure>



<p></p>



<p>Bastano questi pochi esempi per capire che siamo distanti dal funzionalismo sacchiano, ben rappresentato dalle parole &#8220;il terzino faccia il terzino&#8221;. E, in effetti, nel suo Milan si ritrovano i ruoli classici del calcio italiano e una specifica distribuzione delle funzioni, appena intaccata dai giocatori olandesi, figli di una scuola diversa. Arrigo però vuole il libero (anche se &#8220;zonista&#8221;) e lo stopper, vuole due laterali classici, un regista e un mediano, due ali, un centravanti puro &#8211; da qui, il suo attrito con<a href="https://gameofgoals.it/2021/10/31/quando-lutile-incontra-il-bello-marco-van-basten.html"> <strong>Marco van Basten</strong></a>, cresciuto nel calcio jazz di <strong>Cruijff </strong>e maturato nel calcio sinfonico e profondamente mitteleuropeo di <strong>Sacchi</strong>. La parola chiave, in tal senso, è ruolo: se il calcio di <strong>Cruijff </strong>si edifica sul parziale superamento del concetto di ruolo, quello di Arrigo è invece la sublimazione di tale concetto.</p>



<p><strong>Laudrup </strong>è un altro enigma e un giocatore che nello scacchiere di <strong>Sacchi </strong>avrebbe trovato enormi difficoltà di collocamento: parte mezzala sinistra con licenza di attaccare, ma spesso finisce per giocare come nove di manovra, o come si sarebbe detto alcuni anni più tardi come falso nove. <strong>Hristo Stoičkov</strong> è un altro giocatore chiave privo di una precisa collocazione tattica, che gioca come punta esterna come ala o come rifinitore, e che però spesso è l&#8217;uomo più avanzato. Il rigoroso disegno di Johann è quindi a maglie larghe, larghissime, tanto da esaltare anche il principe dei <em>malandri</em>, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/04/24/romario-il-cobra-dellarea-di-rigore.html">Romário</a></strong>, che da nove piccolo, atipico e che non dà punti di riferimento in area disputa con <strong>Cruijff </strong>la stagione della vita. Quello di Johann, inoltre, è un calcio che cerca costantemente l&#8217;ampiezza, sia con i due laterali-fonti di gioco che con gli esterni, che nel 3-4-3 diventano essenziali nell&#8217;allargare il campo e poi nell&#8217;attaccare la porta, e anche in questo si differenzia dal calcio di Sacchi, più aggressivo e votato alla ricerca rapida della punta.</p>



<p>Il metodo di Johann, come quello di Arrigo, non era esente da limiti: quando i rischi non venivano calcolati bene, il rischio di subire rovesci diventava reale, e spesso il pressing non così efficace né coordinato era un&#8217;arma spuntata. Ciò non toglie che le sue squadre, e soprattutto il Barcellona, abbiano indicato la strada verso il nuovo Millennio e incarnato l&#8217;apoteosi sul piano tecnico e della manovra di squadra, esaltando allo stesso tempo giocatori tatticamente poco collocabili se non addirittura anarchici, in un&#8217;armonia che è paradossale solo dal nostro punto di vista.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">L&#8217;impatto e il lascito delle loro idee</h2>



<p></p>



<p>Non esiste credo un metodo migliore per vagliare l&#8217;impatto di due tecnici rivoluzionari, oltraggiosi e geniali che studiare l&#8217;evoluzione del calcio in cui hanno lavorato nei decenni successivi al loro ritiro.</p>



<p>L&#8217;Italia degli anni &#8217;90 deve parte della sua egemonia europea ad Arrigo: Torino, Genoa, Cagliari, il Parma e poi anche e soprattutto la Juventus sono eredi del Milan dei fenomeni. Sul piano didattico, l&#8217;estremo rigore tattico di <strong>Sacchi </strong>ha influito relativamente su una scuola che già faceva di tale rigore la propria religione, semmai ne ha modificato l&#8217;atteggiamento e ha universalizzato strategie (il pressing di squadra) sino a quel momento neglette o comunque emarginate.</p>



<p>Sul piano pedagogico, purtroppo, credo invece che la lezione di Arrigo sia stata mal interpretata, favorendo la maturazione di atleti molto dotati (grandi e grossi) e polivalenti, che però di fatto si rivelano quasi sempre dei gregari di lusso: penso da ultimo ai <strong>Locatelli</strong>, <strong>Pellegrini</strong>, <strong>Zaniolo</strong>, solo per fare qualche esempio. Per Arrigo la tecnica non era un&#8217;ossessione (anzi, era forse la cosa meno importante in un giocatore) e questa lezione, riportata nel grembo del calcio italiano tradizionale e quindi privata della sua innovativa spinta sul piano organizzativo e dell&#8217;atteggiamento, ha contribuito a impoverire un vivaio in cui sono diventate essenziali le doti del gregario di lusso, non ultime la mole e le doti di corsa (ricordiamo tutti Giuseppe Rossi scartato perché troppo piccolo ed esile per giocare come punta in serie A?). </p>



<p>La scuola italiana delle ultime tre decadi, descritta alla perfezione da Niccolò Mello e Jo Araf fa <a href="https://gameofgoals.it/2024/07/09/il-flop-dellitalia-nasce-da-lontano-i-perche-di-un-fallimento-annunciato.html">qui</a>, è il prodotto dell&#8217;impatto del <em>sacchismo</em> sulla tradizione del nostro paese, e a oggi si può dire che la sinergia tra le due filosofie non ha prodotto risultati troppo esaltanti sul piano della qualità individuale: il funzionalismo estremo e il rigore metodologico e tattico di <em>sacchismo</em> e scuola italica tradizionale hanno favorito per l&#8217;appunto la proliferazione di generazioni di gregari di lusso, con le felici eccezioni della porta (soprattutto) e della difesa, settori nei quali la nostra capacità pedagogica fortunatamente è rimasta e rimane un&#8217;eccellenza planetaria.</p>



<p>La scuola spagnola delle ultime decadi è invece la più felice propaggine del <em>cruijffismo</em>, esaltato da un <strong>Guardiola</strong> che è il massimo interprete e innovatore del pensiero del suo maestro e un altro profeta del cambiamento. La Spagna ha sfornato e sforna tuttora decine di giocatori tecnicamente eccezionali, e quando vince lo fa perché la regola aurea della tecnica come unico principio chiave le consente di superare gli avversari proprio sul piano della qualità individuale, armonizzata dentro un collettivo posizionale ben organizzato, in un disegno che dà la massima libertà all&#8217;estro dei singoli pur incorniciandolo in un principio di gioco preciso.</p>



<p>Se le sinfonie di <strong>Sacchi</strong> erano appunto profondamente europee, il calcio di <strong>Cruijff </strong>possiede invece un&#8217;essenza ibrida, che media tra l&#8217;approccio posizionale nordeuropeo e la libertà di fraseggio del jazz o delle scuole latinoamericane. Anche il <em>cruijffismo </em>ha le sue pecche: i grandi portieri sono pochi e giusto alcuni giorni fa <a href="https://gameofgoals.it/2024/07/16/euro-2024-bilancio-finale-spagna-delle-meraviglie-sorpresa-svizzera-flop-italia-e-mbappe.html">la Spagna ha vinto un Europeo con difensori normali e senza una vera punta</a>, perché ha puntato tutto, <em>more solito</em>, sulla tecnica individuale e di squadra, e quindi essenzialmente sul centrocampo. Non sempre tale impostazione ha funzionato, e anzi sia Barcellona che Spagna hanno subito in numerose occasioni lezioni di concretezza, cattiveria agonistica ed efficacia.</p>



<p>Il profondo solco che separa la nostra scuola, contaminata dal <em>sacchismo</em>, e quella spagnola forgiata sul <em>cruijffismo</em> si rivela in tutta la sua ampiezza anche quando andiamo a vedere quali giocatori si sono adattati meglio al loro calcio e quali al nostro calcio. Come dicevo, Arrigo mal sopportava i sudamericani non certo perché &#8220;razzista&#8221;, ma perché intelligente e consapevole della natura del proprio calcio, che esigeva giocatori estremamente funzionali e tatticamente avveduti. Nel Barcellona, al contrario, hanno trovato una seconda casa una marea di senza ruolo, e spesso la loro collocazione in campo ha lasciato interdetto persino un<em> cruijffista</em> convinto come me: nel 1999, ho visto un centrocampo a tre composto da <strong>Luis Enrique</strong>, un giovanissimo <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/07/25/xavi-hernandez-luomo-che-giocava-a-scacchi-correndo.html">Xavi </a></strong>schierato centromediano (!?) e Rivaldo schierato mezzala sinistra, alle spalle di tre punte che erano dei tuttofare. </p>



<p>I sommi <em>malandri</em> anarchici <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/04/14/la-magia-di-ronaldinho-le-10-partite-piu-iconiche-del-re-del-calcio-samba.html">Ronaldinho </a></strong>e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/04/19/neymar-lultimo-genio-malandro.html">Neymar </a></strong>sono un pezzo di storia blaugrana e il rigore posizionale del calcio catalano non solo non li ha penalizzati ma li ha esaltati. Con l&#8217;esclusione di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/01/04/il-metodo-messi-e-leccesso-di-severita-con-cui-si-giudicano-i-calciatori-di-oggi.html">Messi</a></strong>, io credo che tutti gli altri grandi dieci blaugrana sarebbero stati invece difficilmente compatibili con il calcio di <strong>Sacchi</strong>, e questo è sufficiente a mio parere a fotografare la distanza tra le due scuole e il loro impatto sul calcio del presente e del futuro. Significativa, infine, è anche la distanza che separa gli ammiratori di Arrigo da quelli di Johann: i primi sono molto spesso italianisti puri, rivendicano una concezione profondamente europea e &#8220;concretista&#8221; del calcio e non sono, in maggioranza, dei grandi ammiratori di <strong>Guardiola</strong>, ovvero dell&#8217;incarnazione moderna della filosofia di <strong>Cruijff</strong>.</p>



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<p class="has-text-align-right"><strong><em>Con il contributo di</em> SAMUEL MAFFI</strong></p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/07/26/johan-cruijff-vs-arrigo-sacchi-affinita-divergenze-e-impatto-sul-calcio-contemporaneo.html">Johan Cruijff vs Arrigo Sacchi: affinità, divergenze e impatto sul calcio contemporaneo</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Max Allegri, il corto muso e i giochisti</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/05/28/max-allegri-il-corto-muso-e-i-giochisti.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sartore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 May 2024 06:08:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[andrea agnelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è chiuso in modo amaro, in una notte dolce per la Juventus, il secondo ciclo di Massimiliano Allegri sulla panchina del club bianconero.Un triste [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/05/28/max-allegri-il-corto-muso-e-i-giochisti.html">Max Allegri, il corto muso e i giochisti</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Si è chiuso in modo amaro, in una notte dolce per la Juventus, il secondo ciclo di <strong>Massimiliano Allegri</strong> sulla panchina del club bianconero.<br>Un triste finale che però non può cancellare quanto di buono e bello è stato fatto e raggiunto nelle 8 stagioni vissute dal tecnico livornese a Torino. Un lungo viaggio iniziato il 16 luglio 2014 all’indomani dell’inattesa fine del triennio vincente di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/05/09/i-cinque-tocchi-di-antonio-conte-per-lo-scudetto-dellinter.html">Antonio Conte</a></strong> che se ne andava alla ricerca di un ristorante d’élite. </p>



<p><strong>Allegri </strong>viene accolto alla Continassa in modo tiepido, tra lo scetticismo di molti. Un inizio in salita, quindi, ma quella Juve aveva una difesa &#8211; <strong>Buffon</strong> e la ‘BBC’ <strong>Bonucci, Barzagli e Chiellini</strong> &#8211; ed un centrocampo &#8211; <strong>Pirlo, Vidal, Pogba e Marchisio</strong> &#8211; solidissimi e davanti, accanto ad <strong>Alvaro Morata</strong>, poteva contare sulla ‘garra’ di un certo <strong>Carlos Tévez</strong>, una rosa completa in ogni reparto. Il quarto scudetto arriva così senza troppe difficoltà e a quello si aggiunge un Coppa Italia, che in casa Juve manca da ben 20 anni, e una finale di Champions League poi persa con il Barcellona di<strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/01/04/il-metodo-messi-e-leccesso-di-severita-con-cui-si-giudicano-i-calciatori-di-oggi.html"> Lionel Messi</a></strong> ma con un risultato bugiardo e a cui i bianconeri arrivano battendo il Real Madrid di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/03/07/mister-champions-le-10-partite-europee-piu-grandi-di-cristiano-ronaldo.html">Cristiano Ronaldo</a></strong>.</p>



<p>Le successive quattro stagioni &#8211; con tanti nuovi campioni come <strong>Dybala</strong>, <strong>Mandzukic</strong>, <strong>Vidal</strong>, <strong>Higuain</strong>,<strong> Dani Alves</strong> e altri &#8211; aggiungono altri 4 scudetti e 3 Coppe Italia e 2 Supercoppe e una nuova amara sconfitta a Cardiff nel 2017, in finale di Champions, questa volta in modo netto per mano del Real Madrid, dopo aver fatto fuori il Barcellona nei quarti.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="717" height="710" data-id="19908" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/05/allegri-2-1.jpg" alt="" class="wp-image-19908" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/05/allegri-2-1.jpg 717w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/05/allegri-2-1-300x297.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/05/allegri-2-1-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /><figcaption class="wp-element-caption">Un Allegri festate</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1200" height="800" data-id="19911" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/05/allegri-triste-serieanews.com-170523.jpg" alt="" class="wp-image-19911" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/05/allegri-triste-serieanews.com-170523.jpg 1200w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/05/allegri-triste-serieanews.com-170523-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/05/allegri-triste-serieanews.com-170523-1024x683.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/05/allegri-triste-serieanews.com-170523-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /><figcaption class="wp-element-caption">Un Allegri triste</figcaption></figure>
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<p>L’assenza di un successo in Champions è certamente l’aspetto che colloca <strong>Allegri </strong>un gradino sotto a <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/01/07/3282.html">Giovanni Trapattoni</a></strong> e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/04/05/marcello-lippi-il-predestinato-vincente.html">Marcello Lippi</a></strong> nella hall of fame dei mister bianconeri più vincenti di sempre. Il primo ciclo <strong>Allegri </strong>si chiude con una sconfitta nuovamente in Champions, questa volta ai quarti contro l’Ajax. Aggravante, questa volta, l’averla disputata con<a href="https://gameofgoals.it/2021/08/28/cr7-alla-juve-rendimento-ottimo-ma-qualcosa-e-mancato-e-non-e-solo-questione-di-champions.html"> <strong>CR7 </strong>&#8211; acquistato dalla Juve proprio per raggiungere la ‘coppa dalle grandi orecchie’ </a>&#8211; tra le proprie fila. Il mister, fortemente voluto da <strong>Andrea Agnelli</strong>, dopo 5 stagioni lascia con tanto di conferenza stampa e maglia celebrativa. Un bell’addio. </p>



<p>La società, su tutti <strong>Nedved </strong>e <strong>Paratici</strong>, è alla ricerca di altro e l’eccessivo difensivismo, marchio di fabbrica del calcio all’italiana, viene così accantonato alla ricerca di un gioco più spumeggiante ed in grado di unire ai risultati lo spettacolo. Sembra di rivivere una pagina di storia bianconera di alcuni decenni precedenti, quando a inizi anni ’90, a guidare la Juve, era stato chiamato<strong> Gigi Maifredi</strong>, il ‘profeta del calcio champagne’. Un’esperienza disastrosa durata l’arco di una stagione, e costata alla Signora l’esclusione dalle coppe dopo 28 anni di partecipazioni continue.</p>



<p>La rivoluzione questa volta porta in bianconero<strong> Maurizio Sarri</strong> prima e <strong>Andrea Pirlo</strong> poi. Ma il carattere del primo, decisamente ruvido e non in linea con lo stile e l’ambiente Juve, ed un eccesso​ di impazienza nei confronti del secondo, complicano i piani. Il bel gioco non arriva e la nostalgia canaglia spinge <strong>Andrea Agnelli</strong>, dopo due stagioni sabbatiche, a richiamare <strong>Allegri </strong>in bianconero.</p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="ALLEGRI RISPIEGA IL “CORTO MUSO” #cortomuso #allegri" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/zm1UjHqgxbw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Il secondo ciclo però non si apre mai. Svariati sono i motivi. Un po’di ruggine accumulata dal mister nei due anni di stop, le complicazioni di bilancio dovute alla pandemia, l’addio di<strong> Cristiano Ronaldo</strong>, l’infelice decisione di riprendere <strong>Pogba </strong>&#8211; prima infortunato e poi squalificato e quindi mai arruolabile -, quindi la tempesta plusvalenze con le dimissioni dell’intero gruppo dirigente fino alle difficoltà dell’ultima stagione sono le molteplici difficoltà che hanno scortato <strong>Allegri </strong>sino all’epilogo finale con esonero, senza neppure un ‘grazie’ nel comunicato stampa, che ha sancito la fine della lunga storia con la Signora. </p>



<p>Questa la cronaca, alla quale va aggiunto il duro scontro tra i favorevoli ad <strong>Allegri </strong>ed i contrari &#8211; gli <em>Allegriout </em>&#8211; che hanno osteggiato il mister sino alla fine.<br>L’assenza di risultati del secondo ciclo &#8211; la Coppa Italia è arrivata sui titoli di coda &#8211; ha riaperto l’eterno dibattito tra<a href="https://gameofgoals.it/2023/12/24/giochisti-e-resultadisti-tra-principi-di-calcio-e-luoghi-comuni.html"> i ‘risultatisti’ ed i ‘giochisti’</a>. I primi, guardano in modo pragmatico al risultato e si aggrappano nelle loro argomentazioni al <em>claim </em>di casa Juve, firmato <strong>Giampiero Boniperti</strong><em>: “Vincere non è importante è l’unica cosa che conta”</em>. Per questi, il risultato viene prima del gioco ed è proprio del Dna Juve. </p>



<p>L’altra parte della tifoseria non ci sta e, desiderosa di provare a vincere con lo spettacolo, invoca un’apertura al gioco ed un’impostazione più votata ad offendere che a difendere. <strong>Allegri </strong>è stato per i giochisti, l’emblema del non-gioco, l’allenatore livornese ed il suo calcio difensivista, all’italiana, è stato considerato superato e fuori tempo. Il confronto tra queste due differenti visioni è sicuramente intrigante, stimolante ed infinito.</p>



<p>Il gioco proposto da <strong>Allegri </strong>è certamente un calcio all’italiana che ha prodotto risultati quando la rosa a sua disposizione &#8211; sicuramente nel primo ciclo &#8211; era completa in ogni reparto e poteva contare su uomini dotati di tecnica ed esperienza a differenza di quella delle ultime stagioni. D’altra parte che un calcio più spettacolare sia in automatico il lasciapassare per il successo non è sempre detto. La storia del calcio dalla<a href="https://gameofgoals.it/2013/01/03/1953-inghilterra-ungheria-3-6.html"> Grande Ungheria di <strong>Puskás</strong></a> all’<a href="https://gameofgoals.it/2022/10/26/utopia-74-lolanda-di-michels-e-cruijff-e-quella-sconfitta-che-ha-cambiato-la-storia.html">Olanda di <strong>Cruijff</strong></a><strong> </strong>fino al <a href="https://gameofgoals.it/2022/03/12/tele-santana-la-critica-del-resultadismo-opportunista.html">Brasile di <strong>Telê Santana</strong> dell&#8217;82</a> è piena di esempi di squadre a cui non mancava il talento, che hanno espresso un calcio delizioso ed innovativo che però hanno raccolto meno di quanto pensato e meritato.</p>



<p>Lo stesso <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/05/31/onore-al-real-madrid-e-ad-ancelotti-il-trionfo-della-misura-e-dellintelligenza.html">Carlo Ancelotti</a></strong>, che guida un Real Madrid tornato <em>Galactico</em>, non si vergogna, all’occorrenza, di lasciare il possesso palla all’avversario e di giocare di rimessa, e i risultati gli danno ampiamente ragione. Il nuovo corso Juve proverà là dove è riuscito <strong>Marcello Lippi</strong>, a vincere e convincere. Ma occorrono anche i fuoriclasse. E anche con quelli, le sconfitte e le cocenti delusioni, le finali di Champions perse lo dimostrano, a volte arrivano.</p>



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</div><figcaption class="wp-element-caption">La celebre sfuriata di Allegri dopo la vittoria della Coppa Italia</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/05/28/max-allegri-il-corto-muso-e-i-giochisti.html">Max Allegri, il corto muso e i giochisti</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Jürgen Klopp, il disertore</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/05/11/jurgen-klopp-il-disertore.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 May 2024 05:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strateghi]]></category>
		<category><![CDATA[arsenal]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono sicuro che se leggessimo di qualsiasi allenatore che in oltre vent’anni di carriera ha guidato solo tre squadre, non penseremmo certo a uno che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Sono sicuro che se leggessimo di qualsiasi allenatore che in oltre vent’anni di carriera ha guidato solo tre squadre, non penseremmo certo a uno che ha vinto trofei nazionali ed europei in due nazioni diverse e che è stato giudicato più volte tra i migliori, se non il miglior tecnico del mondo. <strong>Jürgen&nbsp;Klopp </strong>è invece questo.</p>



<p>Allenatore per caso nel Mainz, che è anche l’unica squadra in cui ha giocato, ricoprendo in pratica tutti i ruoli tranne quello del portiere, questo gigante loquace e sorridente incarna da subito il ruolo di condottiero amico, l’esatto opposto dei celebrati sergenti di ferro molto in voga fino a qualche tempo fa. Chiamato nel 2001 a salvare una squadra fortemente in bilico, non solo è riuscito in quell’impresa non facile, ma si è scoperto da subito essere un felice motivatore con il piglio da fratello maggiore, una sorta di consigliere sufficientemente autorevole più che capo carismatico o tantomeno autoritario.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Tears for Klopp - Emotional Send-Off from the Dortmund Fans" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/BRVKaVJz5ks?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Ovazione dei tifosi del Borussia Dortmund per Klopp</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Con questo stesso atteggiamento, <strong>Klopp </strong>ha guidato poi sia i gialloneri del Borussia di Dortmund, dal 2008 al 2015, sia i rossi di Liverpool fino a oggi, ottenendo sempre risultati oltre le aspettative e riuscendo a diventare il leader sia dei giocatori che dei tifosi. La sua straordinaria capacità di trasmettere e ricevere empatia non è però chiaramente sufficiente a spiegare il suo successo e i suoi successi. Jürgen&nbsp;è infatti un allenatore che vede il talento in anticipo e, soprattutto, riesce ad ottenere il massimo, in senso tattico e tecnico, dai propri elementi.</p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il calcio è come la vita: non si vince sempre, ma si impara sempre.</p>
<cite><strong>Jürgen&nbsp;Klopp</strong></cite></blockquote>



<p></p>



<p>Assomiglia molto a <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/04/14/gasp-gian-piero-gasperini-lalchimista-che-non-smette-di-stupire.html">Gasperini </a></strong>sotto questo aspetto e, proprio come <em>Gasp</em>, riesce con tali presupposti a produrre un gioco efficace e divertente. Il suo Borussia e il suo Liverpool, il Mainz sinceramente non me lo ricordo, danno a volte una vera impressione di invincibilità pur con una irrefrenabile propensione alla velocità di esecuzione e a una inarrestabile spinta offensiva. Ma <strong>Klopp</strong>, a differenza purtroppo del nostro <em>Gasp</em>, non si limita a questo: le sue squadre, oltre a divertire e a dominare, vincono. Vincono spesso, campionati e trofei. Riescono ad avere quella caratteristica imprescindibile per prevalere anche alla distanza, riescono ad essere concrete e ciniche. Anche se, e qui torna il parallelo stretto con il tecnico atalantino, a volte misteriosamente si bloccano. Sul più bello si perdono in un bicchier d’acqua, balbettando in modo infantile parti in cui di solito fanno la figura del leone.</p>



<p><strong>Klopp</strong>, anche quest’anno esattamente come aveva fatto nelle sue due esperienze precedenti, ha annunciato con largo anticipo sui tempi consueti il proprio addio. Lo ha fatto nel momento in cui i suoi Reds stavano andando molto bene sia in Premier che in Europa Legue e addirittura quell’annuncio sorprendente, ancorché molto ben motivato, sembrava aver dato ancor più slancio alla squadra. Squadra che pareva rifiorita rispetto a quella che l’anno scorso, tentennando molto più del lecito e dell’atteso, aveva finito la stagione lontanissima dalle prime posizioni. L’innesto l’estate scorsa di due centrocampisti formidabili come l’ungherese <strong>Szoboszlai </strong>e il Campione del Mondo argentino <strong>Mac Allister</strong>, sembravano, appunto, rendere il Liverpool 2023/2024 una compagine quasi imbattibile al punto da essere considerata la più seria candidata al titolo rispetto al Mancity del <em><a href="https://gameofgoals.it/2022/04/19/grandezza-e-limiti-del-guardiolismo.html">Pep</a> </em>e all’Arsenal di <strong>Arteta</strong>, quasi relegate al ruolo di damigelle. </p>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Liverpool Respect Moments" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/0vIl5wPq4aw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Momenti iconici di Klopp al Liverpool</figcaption></figure>



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<p>Il distacco annunciato del grande condottiero sembrava proprio poter essere festeggiato e onorato da una stagione memorabile sia sull’isola che in Europa e invece, proprio sul più bello, ecco di nuovo quel bicchier d’acqua in cui annaspano come pivellini <strong>Salah </strong>e<strong> Van Djik</strong>, <strong>Alexander Arnold</strong> e perfino <strong>Robertson</strong>. Alcuni scivoloni assolutamente imprevisti in Premier e soprattutto il rovescio clamoroso proprio con <em>Gasp </em>e la sua Atalanta in Europa League hanno tolto il sorriso a <strong>Klopp</strong>, ormai convinto che il suo commiato dalla Liverpool dei <em>Reds</em> e della Kop non sarà così festoso a trionfale come si supponeva fino a poco tempo fa. Non hanno però certo tolto a questo gigante teutonico dagli occhi vivi e intelligenti una signorilità e uno stile che hanno pochi eguali nel mondo dello sport.</p>



<p>Un modo di essere, civile ed empatico al punto di essere emblematico, che non gli impedisce però di dire sempre esattamente ciò che pensa senza sotterfugi o goffe perifrasi. Celebri, oggi si chiamano virali, i suoi moti di invettiva contro quei club inglesi allegri per finanza quanto protetti per interesse supremo (paese che vai…) o, più recentemente, contro quelle emittenti televisive colpevoli, secondo <strong>Klopp</strong>, di stravolgere orari e calendario della Premier al punto da compromettere il cammino delle squadre inglesi nelle Coppe Europee. </p>



<p>In ogni caso è raro vedere questo germanico dai tratti finnici e dall’aplomb britannico perdere staffe e tranquilla eleganza e rimane famosa, in questo senso, la sua espressione impenetrabile quando il 26 maggio 2018 due papere assurde di <strong>Karius</strong>, portiere dei <strong>Reds</strong>, consentirono al Real Madrid di <strong>Zidane</strong>, al timone, e di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/03/07/mister-champions-le-10-partite-europee-piu-grandi-di-cristiano-ronaldo.html">Cristiano Ronaldo</a></strong> di sottrargli una Champions che pareva alla portata. E molto più facile vederlo gioire come un ragazzino alla fine di una gara vinta e, quando ciò accade in casa, esibirsi come capo tifoso impazzito di felicità sotto la mitica Kop.</p>



<p>Ora, a maggio inoltrato, siamo alla vigilia ormai dell’addio di <strong>Jürgen&nbsp;Klopp </strong>alla panchina del Liverpool e, nonostante un finale di stagione appunto diverso da quello sperato, ci aspettiamo festeggiamenti e commozione reciproca quando l’avrà occupata per l’ultima volta il prossimo 19 maggio all’Anfield dopo la gara contro il Wolverhampton. Siamo in piena vigilia e la domanda che tutti ci si pone è: dove andrà <strong>Klopp </strong>il prossimo anno?</p>



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</div><figcaption class="wp-element-caption">Il Liverpool di Klopp campione d&#8217;Europa: è il 2019</figcaption></figure>



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<p>Forse colpevolmente, nessuno crede alla risposta che lui stesso ha dato proprio mentre annunciava il suo distacco, dopo nove anni, dal Liverpool. Sull’anno sabbatico, sulla nostalgia dell’affetto in famiglia non c’è nessuno che ci metta un euro, o un penny…, e, del resto, l’ancora recente divorzio strappalacrime tra <strong>Spalletti </strong>e il Napoli tricolore avrà pur insegnato qualcosa… E non è un caso che <strong>De Laurentiis</strong>, che è molte cose ma non un fesso, si era tutelato con una firmetta, poi molto controversa…</p>



<p>Dunque, ribadito che <strong>Jürgen&nbsp;</strong>appare persona più che corretta, ma ribadito pure che nell’ambiente il più sincero è nullatenente, rimane inevasa la questione. Chi aveva scommesso alla cieca sul ruolo di c.t. della Germania è rimasto fulminato dalla riconferma di <strong>Nagelsmann</strong>, chi optava per il Barça ha assistito stupito al dietrofront di <strong>Xavi</strong>, mentre chi era sicuro dello scambio di ruoli dal gusto quasi romantico con<strong> Xabi Alonso</strong> del Bayer Leverkusen si è annichilito con il rinnovo sulla panca dei tedeschi dello spagnolo dal cuore Red.</p>



<p>E allora? Allora rimane un mistero il futuro di <strong>Jürgen</strong>, ma io, che ho trovato nella tasca di una vecchia giacca una moneta da 50 centesimi, la punto su un suo clamoroso arrivo a Monaco di Baviera.</p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="We Are Liverpool. Champions of England." width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/WHEthsO7T7w?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Il Liverpool di Klopp campione d&#8217;Inghilterra nel 2020 dopo 30 anni di attesa</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/05/11/jurgen-klopp-il-disertore.html">Jürgen Klopp, il disertore</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Gasp! &#8211; Gian Piero Gasperini, l&#8217;alchimista che non smette di stupire</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/04/14/gasp-gian-piero-gasperini-lalchimista-che-non-smette-di-stupire.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Apr 2024 05:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Proseguendo nella nostra carrellata di allenatori, tutt’altro che completa e scevra da ogni velleità scientifica, è venuto il momento di occuparci di una figura emblematica [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/04/14/gasp-gian-piero-gasperini-lalchimista-che-non-smette-di-stupire.html">Gasp! &#8211; Gian Piero Gasperini, l&#8217;alchimista che non smette di stupire</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Proseguendo nella nostra carrellata di allenatori, tutt’altro che completa e scevra da ogni velleità scientifica, è venuto il momento di occuparci di una figura emblematica e anomala allo stesso tempo come <strong>Gian Piero Gasperini</strong>. L’essere sia un emblema che un’anomalia ne fanno, nel solco perfetto delle figure che mi affascinano, un personaggio ossimorico. Anzi, essendolo per eccellenza, possiamo dire che la sua emblematicità risulta ulteriormente acclarata: <strong>Gasperini </strong>è un allenatore emblematico alla seconda potenza.</p>



<p>Allena squadre di adulti da oltre vent’anni, ha vissuto tre periodi di successo incredibile, due distinti nella Genova rossoblu e uno tuttora in corso all’Atalanta, ha sfornato decine di giocatori che ora sgambettano sulle erbe di mezzo mondo, svezzandone tantissimi e sgrezzandone altrettanti. E con ciò permettendo alle sue società, specialmente la Dea bergamasca, di raggiungere un livello di autofinanziamento tale da permettersi di affrontare costi di gestione da squadra che viaggia nella top class del calcio europeo con una continuità ormai acquisita per diritto e aspettative.</p>



<p>Ma l&#8217;aspetto che caratterizza maggiormente la carriera di <strong>Gasperini</strong>, ancora oggi dopo quasi un decennio di risultati incredibili in nerazzurro atalantino, è che ogni impresa risulta ancora sorprendente e che gli elogi che riceve da colleghi ben più noti e remunerati di lui, sembrano quelli rivolti a un vecchio amico che si diletta, a uno zio un po’ strano che vince qualche scommessa. Eppure <em>Gasp </em>di vittime illustri ne ha fatte, in Italia e all’estero, un’infinità e quando<strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/04/19/grandezza-e-limiti-del-guardiolismo.html"> Pep Guardiola</a></strong> ha coniato qualche anno fa quella frase geniale per cui «Affrontare l’Atalanta di Gasperini è come andare dal dentista», frase talmente ripresa da essere oggi quasi inflazionata, il mondo ha guardato questo omino canuto e agitato come a un piccolo stregone di passaggio più che a un esperto del settore, autorevole quanto vincente.</p>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Atalanta: il gioco di Gasperini - Analisi tattica" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/elJwSuYz6wQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



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<p>Stregone o no, <em>Gasp </em>è uomo dotato di una dote rara se non unica nel suo ambiente. Ha infatti l’umiltà di studiare, la qual cosa abbinata all’intelligenza per imparare in fretta e alla straordinaria capacità, questa sì quasi alchemica, di trasformare l’apprendimento in insegnamento, ne fa un affabulatore di imprese che disegna trappole vincenti invece di usare la poesia. Ultimo ingrediente di questo cocktail veramente unico e forse irreplicabile è il dono di trasmettere, di farsi capire, di ottenere, di vedere trasformate in azioni, azioni spesso dal marchio inconfondibile, le proprie idee, singolari o collettive che siano. Nel Genoa d’oro e nell’Atalanta dalla bellezza irraggiungibile di prima del Covid, sembrava di vedere in campo un unico essere pensante, una sorta di delfino gigantesco o di balena felice muoversi con un eleganza priva di ogni automatismo, scevra del più piccolo inciampo e che finiva spesso per stritolare gli avversari, prigionieri delle proprie convinzioni.</p>



<p>Qualcuno sostiene che <em>Gasp </em>sia un allenatore rigido, un talebano del modulo 3-5-2 applicato con la marcatura a uomo in fase di non possesso, ma personalmente non vedo questa rigidità se non in qualche suo allievo come <strong>Juric</strong>. Viceversa, credo di averlo già scritto, penso che quella Dea del 2019-2020 avesse nella sua imprevedibilità tattica un’arma micidiale sul piano dell’esito quanto sublime su quello dello spettacolo. In un 3-5-2 classico, e in quegli anni il maestro in tal senso era indiscutibilmente <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/05/09/i-cinque-tocchi-di-antonio-conte-per-lo-scudetto-dellinter.html">Antonio Conte</a></strong>, la presenza nel telaio di un giocatore anomalo, un fantasista, un dispari svincolato dalle corde che lo legano ai compagni, è praticamente impossibile da collocare. E mentre il leccese all’Inter tiene in panchina uno di questi, il &#8220;suo&#8221; <strong>Eriksen</strong>, quasi un anno e mezzo per poi riutilizzarlo solo quando il danese avrà imparato a giocare mezzala, <em>Gasp </em>a Bergamo ne sguinzaglia due, <em>Papu </em><strong>Gomez </strong>e <strong>Josip Ilicic</strong>, che disegnano iperbole calcistiche sul campo,  didascalie mobili al manifesto della felicità nello sport.</p>



<p>Eppure, pur tra mille elogi stupiti e miriadi di notti incantate regalate ai propri popoli, quello rossoblu ligure e soprattutto quello nerazzurro orobico, la carriera di <strong>Gian Piero Gasperini </strong>non è mai riuscita a svincolarsi da un abbraccio provinciale e ad approdare da prim’attore su una ribalta sfarzosa, sul proscenio di un grande teatro. Solo un volta nella sua vita di allenatore una società di prima grandezza, l’Inter nel 2011, gli ha offerto questa occasione, ma le cose in quella circostanza sono andate nella maniera opposta rispetto alle aspettative di tutti. <em>Il Biscione</em>, ancora vedovo di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/05/27/dimmi-jose-trionfi-ed-eccessi-dello-special-one.html">Mourinho </a></strong>che subito dopo il <em>Triplete </em>era fuggito da Madrid a… Madrid, aveva pensato a questo giovane emergente che aveva fatto miracoli a Marassi proprio con <strong>Milito </strong>e <strong>Thiago Motta</strong>, anche per dimenticare la costosissima e infruttifera esperienza con un <strong>Rafa Benitez </strong>più sudato che mai.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="376" height="236" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/04/gasp-milito.jpeg" alt="" class="wp-image-19295" style="width:622px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/04/gasp-milito.jpeg 376w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/04/gasp-milito-300x188.jpeg 300w" sizes="(max-width: 376px) 100vw, 376px" /><figcaption class="wp-element-caption">Milito e Gasperini ai tempi del Genoa</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il soggiorno milanese del <em>Gasp </em>dura però pochi mesi in cui riesce nella poco invidiabile impresa di non conseguire nemmeno una vittoria e ancora oggi molti di noi si chiedono imbarazzati il motivo di quel roboante insuccesso. A mio parere, più che il mancato arrivo dei giocatori richiesti per giocare di nuovo a uomo dopo anni e anni di desuetudine, è contato il fatto che per inculcare nella squadra la sua mentalità di gioco, il tecnico di Grugliasco ha bisogno di lavorare con i giocatori per un tempo che una compagine di vertice non può o non vuole permettersi. Del resto, anche all’inizio di questo suo luminoso ciclo atalantino i risultati non erano convincenti ne tantomeno copiosi e la sua panchina ha scricchiolato più volte. Ma in provincia, si sa, la pazienza a volte prevale…</p>



<p>In ogni caso, però, il disastro dell’esperienza interista di tredici anni fa, non sembra proprio sufficiente a giustificare il fatto che a <strong>Gasperini</strong>, nonostante qualche sussurro e neppure tante voci, non sia mai stata offerta un’altra opportunità di un certo livello. Stupisce in particolare, appunto, che il suo nome non venga neanche mai accostato alle varie panchine prestigiose e vacanti che via via si susseguono. Tant’è che molti sono portati a pensare che sia lo stesso <strong>Gasperini </strong>a chiamarsi fuori dai giochi, ma lo stesso tecnico ha più volte dichiarato apertamente che le cose non stanno affatto così. E non crediamo nemmeno, per chiudere l’argomento, che sia l’assenza di successi finali in qualche competizione a spiegare in qualche modo quella che rimane un’anomalia di mercato, se non un vero e proprio mistero.</p>



<p>Non posso concludere questo sommario ritratto del più talentuoso tecnico di calcio contemporaneo in Italia senza citare di nuovo l’annata 2019-2020. Lo faccio per due aspetti, tre ribadendo la bellezza struggente di quell’Atalanta. Il termine struggente non è usato a caso: il 2020 è stato in tutto il mondo l’anno del Covid, di un virus che ha costretto l’umanità intera a difendersi rinunciando a quasi tutto sotto l’aspetto sociale. E tutti, dappertutto, sanno che una delle prime zone ad essere colpite a livello planetario fu proprio la bergamasca, la casa dell’Atalanta.</p>



<p>Per fortuna, e anche per le misure di profilassi messe in atto dalle varie federazioni, non abbiamo notizie di vittime di calciatori almeno di un certo livello, né a Bergamo né altrove, ma rimane l’amara convinzione che quella squadra fantastica e irripetibile, quel gioiello del <em>Gasp</em>, sia rimasta in qualche modo impigliata in quella brutta avventura. E che la rimonta subita con due gol oltre il 90’ nella semifinale Champions contro il PSG di <strong>Neymar</strong>, <strong>Mbappé</strong>, <strong>Verratti </strong>abbia sancito nel modo più triste, ancorché beffardo, la fine ingiusta di una stagione bella e giusta come poche. Possiamo forse dire che il Covid-19 ha spento una squadra che non potrà riaccendersi mai più.</p>



<p>Tutta quella squadra, tranne lui. Incredibilmente lui, <strong>Gasperini</strong>, perse una dopo l’altra tutte le sue pedine, ognuna per ragioni diverse, si è messo  impastare di nuovo e a tirar di sfoglia. Nuove facce, nuove scommesse, nuovi fallimenti altrui rigenerati da far invidia, nuove incredibili imprese (citofonare <strong>Klopp</strong>), e lui sempre lì, marinaio di terra sotto la pioggia, a menar sorprese e vittorie inaspettate. Come se quello di vincere non fosse, da vent’anni e sotto qualunque cielo, il suo antico mestiere.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Atalanta, serata da Dea: il video della festa dopo aver battuto 3-0 il Liverpool ad Anfield" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/BHXUEkrs4wU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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