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Romário, il cobra dell’area di rigore

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Recentemente, Romário de Souza Faria ha rilasciato un’intervista ad un noto canale televisivo brasiliano scatenando interessanti discussioni.

Durante il colloquio, il presentatore ha messo alla prova l’ex fuoriclasse verdeoro, chiedendogli di confrontarsi con leggende passate e presenti del calcio mondiale.
Senza esitazioni, Romário si è posizionato al di sopra di icone del calibro di Zico, Neymar, Adriano e Rivaldo, nonché stelle internazionali come Lewandowski, Haaland, Mbappé e Benzema. Egli ha, tuttavia, riconosciuto di essere sullo stesso piano di giganti come Ronaldinho, il suo idolo d’infanzia Reinaldo, Messi, Ronaldo “il Fenomeno” e CR7. Solo Maradona e Pelé, a suo dire, lo superano in grandezza.

L’elemento più intrigante dell’intervista, è l’imperturbabile compostezza di Romário. Mentre il giornalista si concede a scherzi e risate, “O Baixinho” rimane serissimo, un chiaro segnale del suo orgoglio, tratto distintivo che ha sempre diviso opinioni tra pubblico e colleghi.

Questa alta considerazione di sé, spesso confinante con la superbia, potrebbe essere stata la sua forza motrice. Dopo tutto, parliamo di colui che è considerato, insieme a Ronaldo, il miglior centravanti brasiliano di tutti i tempi.

Forse Romário ha ragione nel suo autoelogio? Si è sempre detto che i veri campioni debbano possedere un’alta opinione di sé per alimentare l’ambizione necessaria a eccellere. Pensiamo a CR7 e alla sua rigorosa etica lavorativa, un netto contrasto con l’atteggiamento di Romário, che si è sempre ritenuto favorito dalla fortuna, beneficiando di un talento quasi innato. Ma, davvero, chi era Romário? Questa intervista ci invita a riflettere non solo sulle sue indiscusse abilità, ma anche sul carattere unico che ha definito la sua straordinaria carriera.

La storia di Romário, sebbene non particolarmente originale, è di quelle che catturano l’essenza del calcio vero, quello delle origini modeste che si tramutano in gloria sportiva. Nato e cresciuto nelle favelas di Rio de Janeiro, Romário dà i suoi primi calci al pallone con l’Olaria, un umile club nella periferia della città.
La sua abilità non passa inosservata, e presto viene notato dagli scout del Vasco da Gama. Qui, il giovane talento firma il suo primo contratto professionistico, scalando rapidamente le gerarchie fino a diventare una stella della squadra. In soli tre anni, diventa il protagonista assoluto, vincendo due campionati nazionali.

Il suo talento lo porta presto a vestire la maglia della nazionale brasiliana, e a soli 22 anni si distingue come capocannoniere alle Olimpiadi del 1988. Quell’estate, poco dopo i giochi, Romário fa le valigie per l’Olanda, dove si unisce al PSV Eindhoven guidato dal mago Guus Hiddink, già campione di Eredivisie.
La squadra è solidissima, con pilastri del calibro di Van Breukelen, Koeman, e Vanenburg. A questo collettivo di talenti, Romário aggiunge il tocco di genialità che mancava, elevando il livello del gioco. Nonostante un’uscita ai quarti di finale in Coppa Campioni contro il Real Madrid, con un gol decisivo proprio di Romário, il suo impatto è indiscutibile.

Durante i cinque anni nei Paesi Bassi, Romário segna la bellezza di 128 gol in 149 partite, mantenendo una media gol quasi unitaria, un record straordinario anche per gli standard dell’epoca. Le sue prestazioni in Coppa Campioni sono altrettanto impressionanti, con 15 reti in 19 partite.

Il salto di qualità per Romário avviene però con il suo trasferimento al Barcellona del “Dream Team” di Johan Cruyff, una formazione che esaltava il gioco di possesso e la tecnica individuale. Nella sua stagione d’esordio, Romário diventa il capocannoniere della squadra, segnando 30 gol in 33 partite e consolidando la sua fama di attaccante letale. Nonostante una pesante sconfitta in Champions League contro il Milan di Capello, con un punteggio di 4-0 a sfavore, le prestazioni di Romário si mantengono su standard eccelsi.

In un’intervista, “O Baixinho” ricorda con nostalgia il suo periodo a Barcellona come il picco della sua carriera, un’epoca dorata arricchita dall’intesa magica con Johan Cruyff, che si innamorò talmente del talento brasiliano da offrirgli la prestigiosa maglia numero 10, una proposta che Romário accettò dopo qualche esitazione, legato com’era alla sua numero 11 considerata portafortuna.

La sua favola Blaugrana – però – si interrompe bruscamente dopo i vittorosi mondiali statunitensi nel 1994: già in attrito con la dirigenza, O Baixinho torna con gravissimo ritardo dai Mondiali (ben diciotto giorni!) costrigendo Cruyff – altra personalità spigolosa – a multarlo pesantamente. Dopo aver giocato qualche partita Romario lascia una volta per tutte il Barcellona per tornare in patria.

Negli anni successivi si divide principalmente tra Vasco, Fluminense e Flamengo con brevissime parentesi in Spagna, negli USA, in Australia e in Arabia. Le sue prestazioni sono sempre di alto livello ed è spesso protagonista: vince 2 campionati carioca con il Flamengo, 1 campionato Brasiliano e la Coppa Mercosur con il Vasco, continuando a timbrare il cartellino con una certa continuità e consacrandosi capocannoniere del campionato Carioca per ben quattro anni di fila (dal 1996 al 2000). La sua carriera di club si conclude (?) nel 2009, con un ultima presenza nell’America Football Club, club di cui era presidente e in cui gioca tutt’ora suo figlio Romarinho.

Cruijff e Romario al Barcellona

Romário rappresenta un’eccezione nel panorama calcistico di fine anni ’80 e inizio ’90, dominato da attaccanti di stazza fisica imponente.
Di statura non elevata e dal fisico leggero, “O Baixinho” (Il Piccoletto, per l’appunto) rompeva gli schemi del calcio dell’epoca. Il brasiliano era dotato di un istinto killer sotto porta che ricordava quello dei grandi bomber mitteleuropei, come Gerd Müller, ma combinato con una classe, un’estro e una genialità squisitamente sudamericani. Velocissimo sia nei piedi che nel pensiero, spesso anticipava il tiro per sorprendere difensori e portieri o controllava palloni veloci con tocchi magistrali che disorientavano le difese avversarie.

Il suo repertorio era variegato e completo: ambidestro, abile nel tirare da qualsiasi posizione, prediligeva i lob delicati più che i tiri potenti.
Nonostante la sua statura non elevata, era sorprendentemente efficace nel gioco aereo. I suoi dribbling erano fulminei, con cambi di passo e scatti che lasciavano spesso gli avversari a guardare. In molti aspetti, Romário ha anticipato caratteristiche viste in attaccanti moderni come Kun Agüero, anche se nessuno ha mai eguagliato la sua tecnica raffinata e il suo istinto di predatore.

Spesso paragonato a un cobra per la sua capacità di restare in agguato e colpire all’improvviso con velocità e precisione mortale, Romário non era un giocatore incline al gioco di squadra come potrebbe esserlo un Karim Benzema; era piuttosto quello che gli inglesi definiscono “Fox in the Box“, un numero 9 sempre pronto a sfruttare la minima occasione. Tuttavia, la sua coesione con i compagni di squadra era eccellente, come dimostra l’indimenticabile intesa con Bebeto. Malgrado la sua natura solitaria, Romário ha sempre saputo fare la differenza, sia da protagonista che da finalizzatore.

Ma torniamo un attimo alla sui carriera, concentrandosi sul suo rapporto con la nazionale.

Nel Torneo di Tolone nel 1987, a 21 anni, viene premiato come miglior giocatore. Nel 1988 il mondo inizia a riconoscere il suo nome, quando diventa il capocannoniere delle Olimpiadi di Seul. Nonostante il Brasile non vinca, Romário si distingue segnando sette gol, con performance di altissimo livello.

A Italia ’90 il Brasiliano gioca solo una partita a causa di un brutto infortunio patito pochi mesi prima dell’inizio della competizione, di fatto precludendogli la possibilità di giuocare titolare.

Il culmine della sua carriera arriva nella Coppa del Mondo del 1994, che in noi evoca ricordi molto dolorosi. Qui, Romário non è solo una parte della squadra, ma ne diventa l’anima, guidando il Brasile alla conquista del suo quarto titolo mondiale pur non brillando in finale. I suoi cinque gol nel torneo includono momenti di pura poesia calcistica, come il delicato tocco sotto che sigilla la vittoria contro la Svezia nelle semifinali. La sua esultanza, con le braccia al cielo e lo sguardo fiero verso il pubblico, diventa una vera e popria icona di quella edizione del torneo. Per le sue prestazioni egli viene infatti giustamente nominato il miglior giocatore del torneo, ricevendo il Pallone d’Oro. Nel 1989 e nel 1997 Romario si porta a casa anche due Coppe America.

Ma la relazione tra Romário e la Seleção non è sempre stata serena, ecco… Notoriamente diretto e senza peli sulla lingua, ha avuto diversi scontri con allenatori e compagni di squadra. Un aneddoto famoso è quello che coinvolge il commissario tecnico Carlos Alberto Parreira. Dopo essere stato escluso dalla squadra per il Mondiale 1998, Romário fa irruzione nell’ufficio di Parreira, esprimendo in modo piuttosto colorito il suo disappunto per la decisione.

Oltre ai trionfi e agli scontri, un altro episodio meno noto ma altrettanto significativo della sua carriera internazionale si verifica nel 2000, durante le qualificazioni per il Mondiale. Romário, a quasi 34 anni, segna un tripletta contro il Venezuela, dimostrando che il suo istinto letale non conosce età.

«Romario è il calcio, perché il calcio è soprattutto inganno e nessuno inganna meglio di Romario».

Jorge Valdano

Romário, ha tracciato una scia indelebile nel firmamento del calcio, non soltanto con la sua presenza ma anche attraverso gesti tecnici che sembravano sfidare le leggi della fisica. La sua carriera straordinaria ci parla di quasi 700 reti, cifre che raccontano storie di trionfi e di magie , un palcoscenico su cui Romário ha danzato sotto i riflettori del mondo intero. Campione del mondo nel 1994, è stato un protagonista assoluto, capace di trasformare ogni partita in uno spettacolo personale, un teatro dove la palla diventava un’estensione della sua volontà.

Il suo approccio al gioco, spesso controcorrente rispetto ai canoni tradizionali dell’atleta modello, ci ricorda che il talento vero non conosce schemi prestabiliti. Romário ha vissuto la sua carriera e la sua vita secondo regole personali, spesso al centro di discussioni animate tanto fuori (basti pensare al suo impegno politico) quanto dentro il rettangolo verde. Ma è proprio questa sua unicità – secondo me – a renderlo una figura tanto discussa quanto ammirata, una sorta di eroe sportivo con le sfumature di un ribelle.

Nel ricordare Romário, non possiamo quindi limitarci ai numeri o alle statistiche (rievochiamo piuttosto l’emozione di vederlo giocare e la grande ammirazione per i suoi tocchi di puro genio. La sua eredità è un invito a credere che nel calcio, come nella vita, la grandezza si misura non solo nei successi, ma nell’impronta indelebile lasciata nei cuori dei tifosi.

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