I cinque tocchi di Antonio Conte per lo scudetto dell’Inter

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“Vincente seriale”. Così si era definito Antonio Conte il 19 maggio 2018 al termine della vittoria della F.A. Cup contro il Manchester United di José Mourinho, in quella che fu la sua ultima partita sulla panchina del Chelsea, prima della battaglia in tribunale con la dirigenza della squadra londinese in merito al suo esonero. In quella che si rivelò una stagione mentalmente logorante per il tecnico leccese, sia sul piano dei risultati – il Chelsea era campione d’Inghilterra in carica, ma quell’anno chiuse quinto; – sia sul piano mediatico – i duelli verbali accesissimi con lo Special One, che poi si risolsero in dichiarazioni distensive e in un abbraccio pacificatore al termine della finale di coppa; – Conte riuscì ugualmente a portare a casa un titolo, anche in momenti di estrema difficoltà, con nemici dentro e fuori dal Chelsea.

Antonio Conte batte José Mourinho in finale di FA Cup al termine di una stagione ad altissima tensione. Qui l’abbraccio che chiude tutte le polemiche

E “vincente seriale”, almeno per quanto riguarda il campionato, Antonio Conte ha dimostrato di esserlo anche quest’anno: quinto scudetto, dopo i tre con la Juventus (2011-12, 2012-13, 2013-14) e quello in terra di Sua Maestà (2016-17), a cui vanno unite le due promozioni conquistate con Bari (2008-09) e Siena (2010-11), a dimostrazione del fatto che il tecnico salentino sia un animale da maratona. Dopo un secondo posto e il raggiungimento di una finale di Europa League persa contro il Siviglia della stagione, Conte si porta a casa il “primo titulo” in nerazzurro, in un ambiente che dopo il Triplete del 2010 ha tritato allenatori su allenatori e che si è dimostrato sempre più ostico da gestire e guidare e sempre più impaziente davanti al filotto di vittorie degli acerrimi rivali bianconeri. Ecco quelli che personalmente ritengo i cinque punti chiave per il successo di Conte nella conquista del diciannovesimo scudetto della storia nerazzurra.

Antonio Conte ha vinto cinque campionati tra Italia e Inghilterra, conquistato due promozioni in serie B, alzato due Supercoppe Italiane e una F.A Cup.

La mentalità

Sembra una cosa scontata e ovvia, addirittura banale, ma l’Inter aveva bisogno di un leader come Conte, in grado di trasmettere una cultura maniacale del lavoro per la vittoria e allo stesso tempo di creare una bolla che isolasse la squadra dall’ambiente esterno, e per “ambiente esterno” intendo anche la dirigenza interista, destinataria di numerose e continue frecciate da parte dell’allenatore. «Questa è la mia squadra, questi sono i miei ragazzi e guai a chi me li tocca».

La crescita dei singoli

È vero che a conti fatti l’Inter ha vinto perchè era la squadra più forte e meglio assortita. Ma la domanda è: quanto ha inciso l’allenatore nella crescita dei giocatori? Direi moltissimo. L’esempio più lampante è Lukaku: è costato 80 milioni, tra le non poche perplessità di addetti ai lavori, tifosi e giornalisti, ed è arrivato con un velo di scetticismo attorno a lui. Era considerato un giocatore “buono e basta”, che però non assicurava il salto di qualità. Aveva fatto molto bene con West Bromwich ed Everton, ma allo United ha alternato sprazzi di luce ad altri di buio pesto, con momenti in cui sotto porta sbagliava davvero l’impossibile. Eppure Conte lo voleva fortemente già nel 2017 al Chelsea, anche se l’affare non andò in porto. All’Inter sotto la sua guida, il brutto anatroccolo è diventato un cigno, il diamante grezzo è diventato un gioiello: grinta da trascinatore, tonnellate di gol, fulcro della manovra. Barella, invece, da talentino del Cagliari è diventato un centrocampista di caratura internazionale, in grado di calcare i campi di Barcellona e Dortmund con grinta, personalità e sicurezza da veterano. Lautaro Martinez è definitivamente sbocciato, ha fatto il salto di qualità e il giocatore fumoso e insicuro visto nel primo anno con Spalletti è un lontano ricordo, tant’è che si è preso i galloni da titolare nella nazionale argentina a fianco di Messi. Brozovic ha limato i suoi difetti e ha finalmente trovato costanza e rendimento nel ruolo di playmaker a centrocampo, la sua pigrizia cronica è stata per forza di cose accantonata. Bastoni in pochi anni è passato dall’essere una promessa semisconosciuta ad una realtà importante: titolare nella difesa a tre nerazzurra e pedina importante per la nazionale di Roberto Mancini.

Romelu Lukaku e Antonio Conte: un rapporto quasi simbiotico. Il colosso belga, sotto l’ala del tecnico salentino, pare aver trovato la propria definitiva consacrazione.

L’umiltà nel trovare un compromesso

Non stupisca il carattere focoso dell’allenatore salentino. Conte, al di là dei suoi punti fermi, ha la capacità di cambiare e di adattarsi, qualora ve ne sia la necessità. Eriksen lo scorso autunno era un separato in casa, un pesce fuor d’acqua, era l’acqua che cercava di mischiarsi all’olio: impossibile. E’ bastata una scintilla – il gol su punizione ai cugini nel derby di coppa Italia – che lo spartito ha iniziato a dettare una musica diversa. Conte è venuto incontro ad Eriksen, capendo che un giocatore con quella qualità nei piedi era un gioiello da cercare di far rendere al meglio, soprattutto perchè assicurava un ritmo e una verticalità nel passaggio della palla che altri non potevano fare; allo stesso tempo va dato altrettanto merito al danese di essere venuto incontro a ciò che chiedeva l’allenatore, senza per questo snaturare il suo ruolo in campo. Un discorso simile va fatto per Perisic: Conte un anno fa non lo vedeva, e invece a stagione in corso è rientrato nei piani del mister, che in circostanze di emergenza l’ha provato persino seconda punta. Bravo il croato a sapersi rimettere in gioco, bravo Conte a non insistere nel suo integralismo e a capire le potenzialità del giocatore.

Esterni a “tutta birra”

Un tratto tipico contiano è la valorizzazione degli esterni. A Torino il primo anno si portò a casa gli scudetti con Estigarribia e Pepe – al posto di quelli che sulla carta dovevano essere considerati titolari, ossia Elia e Krasic -, al Chelsea Marcos Alonso e Moses fecero le sue fortune. All’Inter non c’è stata un’eccezione: abbandonata ben presto l’ipotesi Kolarov, Conte si è affidato a Young (e poi Perisic), a D’Ambrosio, a Darmian e ad Hakimi, che si sono rivelati un’arma in più, in particolare gli ultimi due che hanno contribuito con gol pesanti e assist decisivi alla conquista del tricolore, rappresentando quell’arma in più in grado di spaccare la partita, in particolare l’esterno marocchino ex Dortmund, un autentico treno in grado di arare la fascia e che a non pochi ha suscitato un ricordo come paragone illustre, ossia il Maicon dei tempi di Mancini e Mourinho.

Achraf Hakimi, dopo un periodo di adattamento, è diventato devastante sulla fascia destra: ai nostalgici nerazzurri ha ricordato la versione migliore di Maicon, grande protagonista del Triplete.

Difesa blindata

In Italia nove volte su dieci la miglior difesa vince il campionato e anche questa volta è stato così. L’attenzione di Conte alla fase difensiva è nota e la difesa con i tre centrali (Bastoni, De Vrij, Skriniar) si è dimostrata la più dura da superare. L’allenatore ha giustamente messo alla porta Diego Godin, grandissimo fuoriclasse ma ormai in là con gli anni e totalmente inadatto alla difesa a tre (Godin ha un’anima impregnata di calcio uruguagio e di cholismo, che usano la difesa a 4 dietro) e ha recuperato Milan Skriniar, che l’anno scorso era appannato, portandolo sui livelli abituali. E dove non ci arrivava il terzetto difensivo, ci ha pensato Samir Handanovic a dare il suo contributo, seppur con qualche sbavatura, che però non deve andare ad offuscare la solidità del suo contributo.

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