Xavi Hernández: l’uomo che giocava a scacchi correndo

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Uno scrittore contemporaneo sosteneva che giocare a tennis è un po’ come giocare a scacchi in movimento e la sua definizione secondo me calza come un guanto lo stile di gioco di quella che rimane la squadra più iconica del nuovo millennio, ovvero il Barcellona di Guardiola.

Ma forse, più della squadra in sé, la definizione descrive con precisione chirurgica lo stile, anzi l’intera filosofia di gioco del suo uomo chiave, l’Arché che ha consentito a Guardiola (e di riflesso alla nazionale spagnola) di portare definitivamente a compimento il suo progetto.

Take the ball, pass the ball: ricevo la palla, passo, ho la palla, passo, ho la palla, passo, ho la palla, passo.

Nel 2018 è uscito un documentario, a mio avviso più che discreto, che descrive i principi di gioco del Barcellona e della Spagna che un decennio or sono hanno cambiato la direzione della storia, facendo storcere il naso ai detrattori e guadagnandosi l’applauso euforico degli altrettanto numerosi estimatori.

Il documentario si intitola “Take the ball, pass the ball” e plagia l’anafora di Xavi, che ha descritto alla perfezione e con semplicità disarmante l’essenza del suo gioco e, di riflesso, del gioco delle sue squadre. L’espressione tiki taka, come noto, viene utilizzata per la prima volta durante i mondiali di Germania, nel 2006, quindi poco prima di trasformarsi in un simbolo anche estetico, nel vessillo della rivoluzione destinata a scardinare i canoni su cui era poggiato il calcio degli anni ’90 e, in parte, anche dei primi anni del nuovo millennio.

Gli spagnoli, fatta eccezione per alcune regioni (i baschi e la loro forte vocazione britannica, la scuola tutta garra e fisicità dell’Atletico Madrid) hanno sempre fatto del gioco palla a terra, posizionale per definizione, il fulcro della loro arte. Ma non sono quasi mai riusciti a tradurre l’abilità nella gestione della palla in un risultato palpabile e concreto, con la maglia della Roja. La Spagna era l’eterna incompiuta, come e forse più dell’Inghilterra, che almeno poteva vantare un titolo mondiale.

Dopo l’irruzione del sacchismo, poi, il calcio orizzontale e tutto votato al palleggio della scuola iberica, privato degli spunti individuali e degli strappi/scarti direzionali anarchici che lo rendevano indecifrabile in Sudamerica, si era dimostrato ancora più vulnerabile di quanto non fosse in precedenza.

Ci sono due partite che riassumono alla perfezione il destino di un calcio tanto sofisticato quanto fragile e non è un caso se entrambe rappresentao un trionfo per il Milan: parlo della manita rifilata dai rossoneri al Real Madrid nel mese di aprile del 1989 (una memorabile lezione fatta di sincronismi, pressing collettivo che soffoca il palleggio, forza fisica pura, classe, capacità di aggredire lo spazio) e dell’altrettanto iconico quattro a zero incassato dal Barcellona di Johan Cruijff cinque anni più tardi ad Atene. Albertini ha sintetizzato bene la differenza tra le due squadre in quella partita, al netto dell’atteggiamento troppo spregiudicato del Dream Team del genio olandese, che per una volta rappresentò una minusvalenza con la sua convinzione cieca e la sua arroganza: “Io che ero uno dei più piccoli sono quasi un metro e ottanta, loro schieravano molti giocatori più bassi di me“.

Il Barcellona, oltre a gestire in modo approssimativo gli enigmi tattici posti dalla gara, soffre la fisicità altrui e non riesce a fare breccia nel roccioso muro difensivo dei rossoneri. Il suo palleggio viene neutralizzato dal pressing dei rossoneri, telecomandato da un Desailly in serata di grazia. Poi ci pensano il Genio Savicevic, le incursioni di Donadoni e la precisione di Massaro a fare la differenza.

La leggenda vuole che proprio quella lezione abbia rovesciato la storia del calcio spagnolo e catalano in particolare (dal punto di vista filosofico, la Spagna ammirata tra 2008 e 2012 era una trasposizione piuttosto fedele del calcio catalano, nonostante i singoli del Real fossero quasi altrettanto determinanti).

Il Barcellona, dopo essersi leccato le ferite, anziché abdicare al proprio principio guida, al grande lascito di Cruijff (la tecnica individuale come valore non negoziabile), lo trasforma in una sorta di entità metafisica, lo esaspera fino al parossismo.

Il grande Barcellona degli anni 2000, in particolare quello di Guardiola, nascerà sulle ceneri di quella serata infelice e sarà fondato in modo pressoché esclusivo sulla tecnica e sulla gestione del pallone, che saranno portati a un livello di precisione/sofisticazione tali da vanificare la maggiore tempra agonistica degli avversari.

L’estetica catalana trionferà in controtendenza rispetto alla storia e in questo si contraporrà anche a Olanda e Ajax, i suoi principali ispiratori.

Gli olandesi erano infatti figli di un’epoca rivoluzionaria a trecentosessanta gradi, il loro calcio era un’eversione sessantottina, uno dei lasciti migliori e più autorevoli di un’epoca liberatoria e contraddittoria. Cruijff, Neeskens & C. si muovevano in sintonia con la Storia, così come il rock psichedelico, la letteratura beat e la Nouvelle Vague di Godard, Truffaut e Rohmer.

Al contrario, il Barcellona e la Spagna dovranno affrontare la storia a muso duro, sconfiggerla tradendone gli assiomi: basti pensare alle celebri tonnare che contraddistinsero il calcio degli anni ’90 e che stiamo in qualche modo rivedendo anche nel calcio di oggi. Basti pensare all’enfasi su agonismo e resultadismo che ossessionano il calcio da tempo immemore. Basti pensare a Giuseppe Rossi scartato dai selezionatori italiani perché non raggiunge i 175 cm.

Arrivo al dunque: il giocatore che più di ogni altro ha reso possibile questa rivoluzione, del tutto imprevedibile fino a pochi mesi prima, si chiama Xavier Hernández Creus, colui che giocava a scacchi correndo.

Non intendo stabilire graduatorie di valore, né con il miglior Ronaldinho (i cui geniali assolo erano slogature jazz nella partitura orchestrale di Rijkaard), né tantomeno con Messi, che globalmente fa parte di una serie diversa, quella degli incomparabili; e neppure con il gemello, il sublime genietto del calcio che ha riempito di meraviglia gli occhi degli appassionati con il nome di Andrés Iniesta, se possibile ancor più talentuoso di Xavi, con i suoi geniali dribbling e le verticalizzazioni che acquisivano un senso solo giunte a destinazione.

Xavi non aveva probabilmente le qualità dei tre sopracitati, neppure del gemello, più abile di lui quando si trattava di creare superiorità numerica e forse più determinante quando diventava indispensabile confezionare una giocata che rompesse gli schemi.

Nessuno di loro però, forse neppure Messi e Don Andrés, ha rivestito l’importanza di Xavi nello scacchiere del Barcellona (e non parlo di scacchiere a caso). Parlare di regista, nel suo caso, è persino riduttivo.

Per anni mi sono dovuto sorbire la teoria per cui il piccolo regista catalano era un giocatore di sistema, senza peraltro che una definizione chiara mi abbia mai aiutato a comprendere se e come tale attributo rappresentasse un’accusa.

Faccio mia la descrizione in una prospettiva totalmente elogiativa, ovvero accetto che Xavi passi per un giocatore di sistema, nella misura in cui il sistema è lui.

Radio Xavi, diremmo oggi, mutuando le parole usate per Jorginho durante gli ultimi campionati europei, con la differenza che la radio dello spagnolo viaggiava su una moltitudine di frequenze fuori concorso anche per un gran giocatore come l’italo-brasiliano.

Xavi era sintonizzato su diverse stazioni e in simultanea. Se il calcio del Barcellona, come ipotizzava Modeo, era innovativo nella misura in cui risultava osmotico nel rapporto tra pressing e possesso del pallone, e anche nella misura in cui il controllo del pallone era al tempo stesso arma di difesa e di offesa, Xavi era il direttore d’orchestra che, più di ogni altro, rendeva possibile l’osmosi, e lo era anche e soprattutto quando distribuiva decine di palloni e di passaggi che sono facili solo agli occhi dei profani che faticano a entrare in sintonia con una concezione del calcio al tempo stesso tremendamente astratta e di una superiore efficacia (il calcio degli spagnoli incontra gli oppositori più accaniti in Italia e in Inghilterra, forse proprio perché smentisce i valori su cui poggia il calcio in questi due paesi).

Quando la tua bravura (come team) consiste soprattutto nella gestione della palla, un giocatore che al tempo stesso funge da cervello e da polmone, dettando i ritmi, accelerandoli e rallentandoli a seconda delle esigenze della partita, diventa cruciale, anche perché è l’uomo libero cui si affidano i compagni quando entrano in affanno.

La mobilità incessante di Xavi, in combinazione con la tecnica sullo stretto, la visione periferica e la capacità di girarsi in un fazzoletto per eludere il pressing avversario, è l’Arché da cui sono scaturiti alcuni dei momenti di calcio più alti non solo degli ultimi quindici anni.

Scendo nei dettagli: il gol che sblocca la partita della manita, nel novembre del 2010, esemplifica in maniera plastica le funzioni proteiformi di Xavi, che prima imposta nel cerchio di centrocampo, poi triangola e quindi si inserisce in area, imbeccato da un geniale filtrante del gemello Iniesta, per battere Casillas.

Xavi l’uomo ovunque che pare osservare la partita dall’alto per muovere le pedine affinché si allineino alle sue coreografie mentali: nel celeberrimo 2 a 6 del maggio 2009, la partita che ha rivelato al mondo intero la perfezione metafisica del calcio di Pep, il dono dell’ubiquità del centrocampista ha cambiato le sorti della gara; Xavi è decisivo come puro regista (il cronista a fine gara l’avrà nominato un centinaio di volte), come coordinatore e fautore in prima persona del pressing alto (il pallone strappato a Diarra che consente a Messi di involarsi verso la porta madrilena), come rifinitore sui generis (la giravolta che manda in tilt Ramos e Cannavaro, agevolando ancora una volta Messi), come battitore da fermo (la punizione incornata in porta da Puyol).

La sua capacità di governare i ritmi della gara è un altro aspetto fondamentale, che rivela ancora meglio la dimensione scacchistica del suo gioco: esattamente come i grandi maestri degli scacchi, Xavi anticipava il gioco nella misura in cui prevedeva le quattro o cinque mosse successive, e poteva quindi decidere di dare una sferzata alla gara, triangolando in velocità con Messi o Iniesta, o verticalizzando (le sue abilità nella verticalizzazione, seppur meno sorprendenti di quelle di Pirlo o Iniesta stesso, restano terribilmente sottovalutate), oppure di far respirare la sua squadra, aiutandola ad affrontare un momento di difficoltà senza entrare in apnea.

Il suo contributo è quasi commovente, sotto questo profilo, nella finale di Wembley del 2011, forse l’apogeo del calcio nel nuovo millennio: nei primi minuti, consapevole della propria inferiorità tecnica, il Manchester United imposta la gara su un pressing asfissiante, che mette alle corde il Barça (si pensi a un’incomprensione tra Valdes e Piqué che risulta quasi fatale). Sarà il centrocampo, telecomandato da uno Xavi che non sfigura accanto al miglior Messi della carriera, a consentire l’apertura di quei varchi che riporteranno la partita nelle mani dei catalani: il Barça non può difendersi in trincea, non ne sarebbe capace, e allora si affida soprattutto al regista e a Iniesta per respirare, per allentare la morsa degli inglesi, fino a spezzarla e a dare vita a una prestazione che evoca il sublime kantiano, la sospensione dell’incredulità provocata da poche altre gesta sportive irripetibili (Usain Bolt che rompe il muro del suono, i geniali anacronismi di un Federer avanguardistico, le imprese al volante, sotto il diluvio, di Ayrton Senna, Michael Schumacher o Lewis Hamilton).

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