Neymar, l’ultimo genio “malandro”

Neymar è il paradigma di una serie di cose come il genio, l'indisponenza, la concretezza e l'ambiguità dell'essere umano nell'epoca contemporanea

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Esistono personaggi che sembrano nati per dividere e forse nessuno, nell’ultima decade, ha letteralmente spaccato in due fazioni contrapposte i tifosi, i giornalisti e gli appassionati come Neymar da Silva Santos Júnior.

Da una parte ci sono i fan, i devoti del gesto tecnico in quanto tale, i nostalgici di quell’istintualità primigenia e sbarazzina che è merce rara nel calcio moderno; dall’altro ci sono gli altrettanto numerosi e convinti detrattori, che non gli perdonano comportamenti reputati inaccettabili, le pause, i continui problemi fisici, una cronica incapacità di tradurre le proprie potenzialità in risultati o almeno di farlo con la costanza dei grandissimi.

In mezzo alle due fazioni, una voragine di occhiatacce, sospetti e diffidenza reciproca.

Perché Neymar è così divisivo? Chi scrive si interroga da tempo e ritiene che le ragioni siano molteplici e investano piani diversi. Neymar è fondamentalmente un personaggio e un calciatore ambiguo, incompleto, dotato di qualità ed estro in quantità industriali, uno degli ultimi “geni” del calcio forse, ma anche un giocatore piegato o comunque condizionato da una serie di contraddizioni, da una certa sufficienza, da un approccio alla vita extracampo lontano dai dettami del professionismo contemporaneo, da un carattere bizzoso e che trasuda antipatia a prima pelle.

ll brasiliano è privo della precisione chirurgica e della continuità martellante di Lionel Messi, con il quale condivide però la sensibilità dei piedi e la capacità di immaginare soluzioni impensabili per i comuni mortali; è distante dalla mentalità ascetica e dal temperamento parossisticamente egoriferito e ossessivo di Cristiano Ronaldo – colui che più di ogni altro ha introdotto nel mondo del calcio le regole e la filosofia degli sport americani, la logorante e quasi autopunitiva capacità dei fuoriclasse NBA di lavorare su se stessi, sul proprio fisico, sulla propria testa, fino a diventare quasi invincibili.

Privo di tutto questo, Neymar è rimasto a lungo nel limbo, soprattutto nell’immaginario dei tifosi italiani, da sempre poco inclini ad apprezzare giocatori così scopertamente “ludici” e poco votati, almeno all’apparenza, a impadronirsi con ferocia dell’unica cosa che conta (secondo l’abusato dogma di Giampiero Boniperti), ovvero del risultato.

Neymar sembra personificare l’epoca in cui vive e al tempo stesso, quando scende in campo, rigettarla quasi con violenza, con una certa noncuranza. Cerco di spiegarmi meglio.

Non sono particolarmente interessato all’argomento, ovvero alla sua vita privata, ma dal poco che ho potuto apprendere Neymar usa in modo compulsivo i social; il suo passatempo preferito sembra sia postare commenti sui concorrenti del Grande Fratello brasiliano o esibire un abbigliamento quantomeno di dubbio gusto; non ricordo inoltre uscire dalla sua bocca considerazioni dotate di spessore, ricordo però circolare la voce che pagasse le persone perché si spacciassero per suoi amici.

Neymar è figlio del proprio tempo, ne abbraccia e anzi ne codifica i canoni anche e soprattutto negli aspetti più superficiali, glamour, prossimi allo spaventoso vuoto del mondo dei reality.

Per carità, il brasiliano fa il calciatore e non il filosofo, ma anche sotto questo profilo la sua completa immersione nei dogmi e nello zeitgeist della contemporaneità non può essere seriamente messa in discussione. Neymar è figlio del proprio tempo, ne abbraccia e anzi ne codifica i canoni anche e soprattutto negli aspetti più superficiali, glamour, prossimi allo spaventoso vuoto del mondo dei reality.

I suoi comportamenti in campo o nelle sue immediate vicinanze non lo riabilitano: non si contano le simulazioni, le provocazioni gratuite e odiose, le uscite quantomeno inopportune (da ultimo, la freccia avvelenata scagliata contro Kimmich, reo di aver espresso fiducia nelle possibilità del Bayern di superare il turno).

Ricordo con chiarezza il battibecco che l’ha visto coprotagonista sugli spalti dell’Etihad, a Manchester, nel lontano 2015, quando si è messo a discutere con un giovane tifoso inglese che lo accusava di essere un simulatore; o anche il corpo a corpo sfiorato con i tifosi brasiliani dopo la conquista della medaglia d’oro a Rio de Janeiro, nel 2016: persino in un momento di gloria, per lui e per il suo paese, l’asso brasiliano ha trovato il modo di rendersi antipatico.

Al tempo stesso, in maniera ossimorica e quasi inspiegabile, il brasiliano è uno schiaffo in faccia alla contemporaneità. Come ogni personaggio è sbilanciato e può risultare sgradevole; in un’epoca dominata da uno strisciante conformismo le sue uscite fuori luogo, i suoi comportamenti stupidi o sopra le righe, le sue reazioni isteriche e gli sfottò sembrano stonati forse proprio perché lo sono, rappresentano il frutto delle sue ferite e dei suoi eccessi. Nell’era della formica, una cicala che ostenta la propria natura non può piacere a tutti.

Ma, più di ogni altra cosa, Neymar è un calciatore anacronistico quando si trova sul rettangolo di gioco. A dispetto di una gamba degna di un mediano e di una velocità perfettamente in linea con le esigenze del calcio attuale e con la sua tendenza alla frenesia, Neymar è un giocatore completamente fuori dagli schemi.

Neppure il suo ruolo mette d’accordo tutti: io credo si tratti di un numero dieci, fondamentalmente; ma ha occupato a lungo anche la posizione dell’ala sinistra, ha saputo giostrare come centravanti atipico e capita spesso di vederlo recuperare il pallone nei pressi della propria area di rigore, per impostare il gioco alla maniera della mezzala classica.

Nell’epoca del resultadismo elevato a unica ragione di vita, del vincere è l’unica cosa che conta, della bacheca come unico metro di giudizio del valore di un collettivo e persino del singolo, il brasiliano – pur ossessionato dal successo al punto dallo scoppiare in crisi isteriche, penso alla reazione dopo l’eliminazione subita dal Belgio nel mondiale russo o alle lacrime della finale di Lisbona – è uno tra i pochissimi giocatori che sembrano divertirsi davvero.

Neymar gioca anche per dare spettacolo e perché gli diverte farlo, ed è forse questo che lo trasforma nella nemesi di tutti coloro che vedono nell’efficacia il valore supremo.

Il colpo di tacco confezionato con irriverenza nello scambio con Di Maria, durante l’ultima partita di Champions, è un gesto meraviglioso e in buona misura gratuito, un mero tributo all’estetica che può risultare indigesto; mi ha fatto ripensare al trucchetto tentato ai danni di un difensore dell’Athletic Bilbao nella finale di Copa del Rey del 2015, un vezzo che gli è costato l’aggressione da parte dell’undici avversario al completo, spaesato e irritato dalla giocata dell’asso verdeoro, percepita come una pura e semplice ostentazione di superiorità. Anche quell’episodio, in tutta la sua incongruenza, rivela come Neymar sia, a modo suo, uno degli ultimi lasciti di un calcio che non esiste più.

Un calcio che ha trovato terreno fertile solo in alcune aree del Sudamerica (il Brasile, e non tutto; la Rosario votata al calcio lirico) e, in Europa, forse, in Olanda, Catalogna (pur in forma diversa) e nell’entroterra balcanico (anche qui, sarebbero necessari alcuni distinguo).

Neymar è l’ultima incarnazione del personaggio mitologico brasiliano noto come malandro, la cui maturazione era possibile solo nel gigantesco Paese sudamericano e si colloca al crocevia tra folclore africano e una certa scuola di vita tutta italiana (il malandrino), riassumendo la stessa storia del Brasile (una storia fatta di schiavitù, emarginazione, povertà, regolamenti che vietano ai calciatori neri di entrare in contatto con quelli bianchi).

Il malandro vive di espedienti, tende all’ozio e all’azzardo, è allo stesso tempo dotato di un intuito geniale e di una dose sovrabbondante di supponenza e superficialità. Neymar ha tradotto in chiave contemporanea una figura che in passato aveva assunto le sembianze prima di Garrincha, poi di Romario e anche di Ronaldinho; giocatori per cui la bellezza del percorso conta quanto se non più del traguardo. Giocatori che, quando ti aspetti una prima giocata, ne inventano una seconda, poi una terza e a volte anche una quarta; vezzosi, incontenibili, a volte più belli che utili.

Perché il malandro vuole vincere, ma vuole soprattutto divertire e divertirsi, considera il rettangolo di gioco un giardino privato all’interno del quale dare sfogo alla propria primordiale fantasia; Neymar gioca con l’esuberanza e l’irriverenza dei suoi illustri predecessori e di alcuni grandi jugoslavi, per i quali il calcio è solo occasionalmente uno sport in cui devi segnare un gol più dell’avversario e puntare diritto verso la sua porta.

Le sue partite assomigliano a un confronto all’ultimo sangue con i marcatori avversari, che tentano (spesso invano, a volte con efficacia) di fermarlo mentre si invola nei suoi lunghi assolo palla al piede, contro tutto e tutti, a volte anche a dispetto delle esigenze della squadra e di una più lucida lettura dei tempi della partita; siamo nel mondo del duello all’arma bianca, con il corredo di entratacce, finte, controfinte, dribbling irridenti, dispetti: o lo si accetta, anche nella sua dimensione ludica, o viene naturale detestarlo.

Anche qui, la fondamentale ambiguità del giocatore non può che dividere gli appassionati, increduli davanti al suo incessante gioco delle ombre e costretti a scegliere tra la devozione e il puro e semplice disprezzo.

Pur essendosi consacrato definitivamente in Europa, Neymar è nella sostanza calciatore antieuropeo, e il discorso intorno alla sua natura proteiforme non è ancora completo.

Un grande scrittore (che cito anche nel sottotitolo) si era reso conto che esistono atleti preternaturali che sembrano esenti, almeno in parte, dalle leggi della fisica, e che risultano al tempo stesso meno concreti e più concreti degli altri (già solo questa aporia svela e condensa l’essenza di Neymar).

Mi approprio di questa considerazione per declinarla in chiave diversa: Neymar, come George Best, Garrincha o anche Ronaldinho, pare mancare della concretezza che ha contribuito a rendere immortali Messi e Cristiano Ronaldo. Il brasiliano, evidentemente, non ha nel carniere lo stesso cinismo né la stessa abilità di ridurre al minimo gli errori; non si contano i gol sbagliati, i palloni persi, i dribbling insistiti anche contro ogni necessità o evidenza.

Ciononostante, il suo impatto sul gioco della squadra e sul risultato (ebbene sì) è impagabile e insostituibile, e anche i numeri lo dimostrano: a 29 anni, nonostante il gol non sia il suo mestiere e a dispetto di un numero impressionante di erroracci, il brasiliano ha messo in saccoccia circa 400 reti, una vagonata di assist e di quelli che gli inglesi chiamano key passes.

Ma il suo contributo diventa cruciale in quello che è forse l’aspetto più determinante nello sviluppo del gioco, ovvero la creazione della superiorità numerica: il brasiliano, ogni partita e in più occasioni, grazie all’arma letale della visione di gioco ma soprattutto del dribbling e della velocità, mette in crisi l’avversario diretto e tutta la squadra avversaria.

Quando accelera palla al piede, muovendosi rapidamente in più direzioni allo stesso tempo (le leggi della fisica che vanno in frantumi), semina il panico. Succede spesso, succede quasi sempre, e la cosa ti lascia ancora più esterrefatto se un minimo di esperienza diretta del gioco (anche a livello ultra amatoriale, come per lo scrivente) ti consente di sapere che ciò che hai appena visto è davvero fisicamente impossibile.

Messi e Neymar: l’argentino rimpiange ancora la partenza del brasiliano da Barcellona…

Il Barcellona non ha mai metabolizzato seriamente la sua partenza e le frequenti doglianze dell’amico Messi, che ha invocato a più riprese il ritorno un partner d’attacco del proprio lignaggio tecnico, ne sono la testimonianza più evidente. Il rendimento del PSG con o senza il brasiliano, soprattutto nelle partite che pesano, cambia radicalmente. Senza Neymar, il PSG non avrebbe probabilmente superato il girone eliminatorio in Champions – dopo tre partite era praticamente eliminato; con il fuoriclasse a mezzo servizio, la Ligue 1 è ancora apertissima.

Quando Neymar è rotto, il PSG saluta la Champions agli ottavi; quando è in condizione, a dispetto di tutto arriva in fondo. La nazionale ha vinto senza di lui, vero, ma è sufficiente ricordare l’impatto debordante del giovane campione al mondiale di casa, nella Confederations Cup del 2013 o anche durante le qualificazioni ai mondiali di Russia, per capire che senza di lui il Brasile (soprattutto quello, decisamente povero, di inizio decennio) era davvero un’altra squadra.

Pare la descrizione della concretezza, eppure sappiamo che il brasiliano è tutto fuorché questo: anche qui si palesa la sua ambiguità, la sua contraddittorietà. Il brasiliano riesce a far coesistere identità tra loro inconciliabili ed è soprattutto questo che mi affascina della sua figura e che mi “obbliga” a dimenticare quanto possa essere irritante.

Se il suo status di fuoriclasse non è in discussione e se la sua carriera già oggi merita un applauso convinto (il Brasile si fermava ad ammirarlo quando era minorenne, le stagioni importanti, nonostante gli innumerevoli problemi fisici, non si contano già oggi; i big match giocati da grandissimo e i trofei idem), è pressoché certo che il brasiliano non diventerà mai uno degli eletti, uno dei primi giocatori della storia.

Perché gli manca quella capacità di tradurre quasi sempre in un risultato tangibile la stravaganza civettuola del suo estro. Ma io me lo tengo volentieri anche così, perché mi ha ricordato che il calcio è anche se non soprattutto divertimento.

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