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	<title>Pedatori Archivi - Game of Goals</title>
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	<title>Pedatori Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Rubén Sosa, il Principito uruguagio dell&#8217;Inter tra Matthäus e Ronaldo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Gilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 17:23:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
		<category><![CDATA[1992-1993]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando da ragazzino iniziai a tifare Inter, ero a dir poco stregato dalla vastità della sua storia. Iniziai a divorare documentari su documentari, a spulciare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2026/04/24/ruben-sosa-il-principito-uruguagio-dellinter-tra-matthaus-e-ronaldo.html">Rubén Sosa, il Principito uruguagio dell&#8217;Inter tra Matthäus e Ronaldo</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p></p>



<p class="has-drop-cap">Quando da ragazzino iniziai a tifare Inter, ero a dir poco stregato dalla vastità della sua storia. Iniziai a divorare documentari su documentari, a spulciare i grandi campioni che si erano susseguiti in anni e anni della sua prestigiosa storia e fu inevitabile per me innamorarmi di giocatori come<strong> Lothar Matthäus</strong> e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/10/05/i-dieci-lampi-di-ronaldo-il-fenomeno.html">Ronaldo</a></strong>. Oltre a ciò, pendevo anche dalle labbra di mio padre (interista anche lui, ma in tono molto minore rispetto al sottoscritto), che mi raccontava con grande nostalgia di questi grandissimi campioni, che inevitabilmente mi affascinavano per tutto il prestigio che avevano dimostrato con la casacca nerazzurra. Incastrato tra Lothar e Ronnie spuntava però un calciatore che non riterrò mai sufficientemente celebrato, un uruguagio che impiegò appena tre anni per entrare nel cuore dei tifosi dell&#8217;Inter dalla porta principale.<br><br>No, non parlo di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2025/03/17/alvaro-recoba-luruguagio-irregolare.html">Álvaro Recoba</a></strong>, l&#8217;uruguagio fragile che faticava ad incidere con continuità e che appariva soltanto nelle formazioni titolari dei Derby, salvo poi sparire dal campo. Parlo di un fantasista molto più forte, continuo ed incisivo, che risponde al nome di <strong>Rubén Sosa</strong>. Rubén era un classe &#8217;66 dotato di un sinistro a dir poco dinamitardo, che gli consentiva di essere una minaccia perpetua da ogni distanza, oltre che di essere formidabile in fase di conduzione della palla, di rifinitura per i compagni e di progressione a tutta velocità. <br><br>Appena scoprì della sua esistenza, ne rimasi a dir poco folgorato. Segnava con una facilità a dir poco imbarazzante su punizione, era praticamente inarrestabile quando partiva palla al piede verso la porta avversaria, aveva colpi acrobatici incredibili, possedeva una potenza fisica e tecnica debordante e dava proprio la sensazione di essere un leader vero, di quelli capaci di trascinare l&#8217;intero ambiente con pochi gesti tecnici.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="798" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/8ab1301286a008bf01966ddc5349245a-798x1024-1.png" alt="" class="wp-image-26959" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/8ab1301286a008bf01966ddc5349245a-798x1024-1.png 798w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/8ab1301286a008bf01966ddc5349245a-798x1024-1-234x300.png 234w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/8ab1301286a008bf01966ddc5349245a-798x1024-1-768x986.png 768w" sizes="(max-width: 798px) 100vw, 798px" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Ruben Sosa con la maglia del Real Saragozza, una tappa cruciale per la sua ascesa</p>



<p></p>



<p>Sin dagli albori della sua carriera si era capito che quel ragazzino possedesse delle qualità importanti. Dopo la gavetta rappresentata dalla sua formazione in patria con la maglia del Danubio, Rubén esplose infatti con la maglia del Real Saragozza, una piazza che grazie a lui poté sognare ben prima del trionfo nella Coppa delle Coppe 1994-1995. Fu lui infatti a mettere la firma sulla Coppa del Re 1985-1986, stendendo dapprima il Real Madrid con una doppietta stellare all&#8217;andata, per poi beffare il Barcellona su punizione in finale. A 20 anni, il <em>Principito </em>si ritrovò quindi a battere consecutivamente i vincitori della Coppa UEFA (i <em>Blancos</em>) e i finalisti di Coppa dei Campioni (i <em>blaugrana</em>) di quella stagione: un biglietto da visita a dir poco pazzesco per il mondo del calcio, che ci restituisce già l&#8217;idea di chi fosse già all&#8217;epoca.<br><br>Subito dopo, vinse da titolare la Copa América dell&#8217;anno successivo con il suo Uruguay (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2022/10/11/1987-finale-uruguay-cile-1-0.html">qui</a>), iniziando a calcare anche i grandi palcoscenici internazionali con una consapevolezza crescente nei propri mezzi. In quei tre anni dal 1985 al 1988 a Saragozza, Rubén produsse 39 gol in 120 partite, numeri più che sufficienti per convincere la neopromossa Lazio a investire su di lui. Non fu di certo l&#8217;acquisto che fece parlare di più di sé, complice anche il fatto che l&#8217;apertura ai tre stranieri aveva portato un gigante come <strong>Frank Rijkaard</strong> al Milan<strong> </strong>e due colossi come <strong>Lothar Matthäus</strong> e <strong>Andreas Brehme</strong> all&#8217;Inter. In questo senso, l&#8217;acquisto di <strong>Rubén Sosa</strong> passava di sicuro in secondo piano, se non addirittura in terzo (vi ricordo anche <strong>Alemão </strong>al <strong>Napoli</strong>,<strong> Oleksandr Zavarov</strong> alla Juventus e tanti altri).</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="517" height="671" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/R.Sosa_23.png" alt="" class="wp-image-26955" style="width:450px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/R.Sosa_23.png 517w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/R.Sosa_23-231x300.png 231w" sizes="(max-width: 517px) 100vw, 517px" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Ruben Sosa con la maglia della Lazio</p>



<p></p>



<p>Nel contesto di una Serie A<strong> </strong>ormai giunta al suo apogeo con tutti quei campioni, <strong>Rubén Sosa</strong> riuscì a consacrarsi da subito come una delle sue stelle più luminose ed accecanti. Sebbene fosse circondato da una squadra ben lontana dai trionfi che avrebbe raggiunto con <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/08/26/ciao-scandinavo-latino-omaggio-a-sven-goran-eriksson.html">Sven-Göran Eriksson</a></strong>, il <em>Principito </em>segnava con un&#8217;ottima continuità e con la stessa regolarità era garante di solidità prestazionale. Era uno di quei giocatori che illuminavano con più continuità uno dei campionati più competitivi e difficili della storia del calcio, dando sempre la sensazione di essere una minaccia costante per le difese avversarie, che non ci si poteva mai permettere di sottovalutare. <br><br>In mezzo a quei quattro anni a tinte biancocelesti scanditi da 47 gol in 140 partite, si va ad inserire quello che è il suo picco indiscusso con la <em>Celeste</em>, ovvero la Copa América 1989 (leggi <a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/coppa-america/1989">qui</a>). Nel corso di quella competizione, Rubén dominò la scena, ergendosi sopra al suo illustre compagno di squadra <strong>Enzo Francescoli</strong>. Nonostante la sconfitta contro il Brasile di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/04/24/romario-il-cobra-dellarea-di-rigore.html">Romário </a></strong>e <strong>Bebeto</strong>, fu la sua Copa América, con quattro gol e due assist in sette partite e tante prestazioni da ricordare. Una competizione da leone, che lo vide ruggire come non mai contro l&#8217;Argentina di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2020/12/15/ho-visto-maradona.html">Maradona</a></strong>, mettendo la firma su una prestazione a dir poco monumentale. <br><br>Quella sera, Rubén era semplicemente immarcabile per la difesa argentina, com&#8217;è testimoniato dal secondo meraviglioso gol in <em>coast to coast</em> che ancora oggi rappresenta uno dei massimi capolavori della sua carriera. Un gol alla <strong>Maradona</strong>, segnato contro l&#8217;impotente <em>Pibe de Oro</em>. Di fronte a un gol del genere, risulta chiaro perché fu eletto come mvp del torneo che pure l&#8217;aveva visto perdente contro i verde-oro.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="segundo gol de Ruben Sosa a Argentina Copa America 1989 (Uruguay 2-0 Argentina)" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/yqmmc_jVLx8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Dopo i tanti capolavori di potenza e di fino regalati ai tifosi della Lazio in anni di ricostruzione, fu l&#8217;Inter ad assicurarsi le sue prestazioni, dopo l&#8217;epitaffio della trinità tedesca <strong>Matthäus-Brehme-Klinsmann</strong>. A seguito del disastro della gestione Orrico, la società nerazzurra era costretta a ricostruirsi dalle ceneri di un ciclo di giocatori ormai a fine corsa. Il mercato estivo non aiutò granché, in quanto <strong>Matthias Sammer </strong>fu venduto dopo pochi mesi a seguito di alcune incomprensioni con <strong>Osvaldo Bagnoli</strong>, mentre <strong>Darko Pancev </strong>divenne materiale per la Gialappa&#8217;s Band a suon di sprechi realizzativi a dir poco <em>cartooneschi</em>. <br><br>In questo contesto di incertezza generale e con intorno a sé una squadra buona ma non eccezionale, fu proprio <strong>Rubén Sosa</strong>, ancora una volta l&#8217;acquisto meno chiacchierato dell&#8217;estate, ad imporsi come leader tecnico ed emotivo della squadra. La stagione 1992-1993<strong> </strong>del <em>Principito</em>, come raccontato dal nostro Francesco Buffoli (<a href="https://gameofgoals.it/2022/11/12/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-ruben-sosa-1993-paulo-dybala-2016-a-roberto-filippi-1978-damiano-tommasi-2001.html">leggi qui</a>), fu semplicemente dominante, da miglior giocatore di quella Serie A. Fu il principale epicentro dell&#8217;attacco, producendo 20 gol e 11 assist in 28 partite. Fu così trascinante da farsi carico di una rimonta stellare dei nerazzurri, sorpassando le più quotate (e forti) Parma e Juventus<strong> </strong>e lanciandosi verso il tentativo di lotta scudetto contro un Milan in calo nel girone di ritorno. <br><br>Ancora oggi ritengo che quella sia stata una delle migliori stagioni mai fatte da un singolo giocatore nella storia &#8220;moderna&#8221; dell&#8217;Inter, per il peso specifico di quelle prestazioni che fecero sentire grande una squadra modesta, ben lontana dai grandi fasti dell&#8217;era <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/01/07/3282.html">Trapattoni</a></strong>. Fu meno epocale la stagione successiva, complice anche il rischio concreto di retrocessione dei nerazzurri nel corso di una stagione da thriller francamente non necessario. Rubén non fece però mancare il suo apporto, contribuendo alla salvezza del club con 16 gol in 28 partite e momenti di grandezza assoluta come la tripletta al Parma e la doppietta alla Juventus, marchiandole a fuoco con i suoi tipici capolavori su punizione.<br><br>Anche in Coppa UEFA fu determinante, segnando un solo gol a Cagliari in semifinale, ma esaltandosi come rifinitore dall&#8217;alto dai suoi cinque assist distribuiti per tutta la competizione. Furono infatti suoi i suoi tocchi sapienti per i gol di <strong>Nicola Berti</strong> e <strong>Wim Jonk </strong>tra andata e ritorno della finale contro il Casino Salisburgo. Per lui, quella Coppa UEFA vinta in una stagione così travagliata fu l&#8217;unico trofeo vinto in nerazzurro, bastevole per consacrarlo nel cuore dei tifosi nerazzurri. La sua esperienza col Club meneghino si concluse nell&#8217;estate 1995, non prima di aver regalato le sue ultime perle come lo slalom nello stretto contro il Genoa. Si congedò da quel triennio memorabile con uno score totale da 50 gol e 24 assist in 104 partite tra tutte le competizioni.<br><br>Numeri che lo consacrano di diritto tra i migliori stranieri ad aver indossato la maglia nerazzurra, a prescindere dai pochi successi ottenuti ottenuti a causa di una squadra dimenticabile, che si accingeva ad aprire le porte alla lunga presidenza <strong>Moratti</strong>.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="1993-1994 Inter vs Parma 3-2 Tripletta di Sosa" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/72aG-rhBt9Y?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Dopo aver vinto anche la Copa América<strong> </strong>di quello stesso stesso anno con il suo Uruguay (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2024/02/21/1995-finale-uruguay-brasile-6-4-dcr-1-1.html">qui</a>), le avventure al Borussia Dortmund e al Logrones<strong> </strong>furono poco fortunate dal punto di vista individuale per <strong>Rubén Sosa </strong>e ne segnarono il ritorno in patria. Al Nacional, il <em>Principito </em>concluse la sua carriera al meglio, diventandone capitano e vivendo una seconda giovinezza che gli permise di elevarsi a leggenda assoluta del Club. Vinse tre campionati nazionali in quattro anni da grandissimo protagonista, confermandosi ancora una volta come una delle stelle più temute e allo stesso tempo rispettate del panorama calcistico sudamericano. <br><br>Ebbe anche una veloce parentesi allo Shanghai Shenhua in Cina, per poi ritirarsi definitivamente all&#8217;età di 41 anni nel 2007, dopo essersi lasciato alle spalle una carriera non proprio ricca come successi in Europa, ma ricolma di grandezza per quanto fatto sul rettangolo verde. Una parabola calcistica che lo definisce senza ombra di dubbio come uno dei giocatori più amati della storia del Real Saragozza, della Lazio e dell&#8217;Inter, nonché come autentica istituzione della storia dell&#8217;Uruguay.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="600" height="800" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/SOSA-RUBEN.jpg" alt="" class="wp-image-26957" style="width:450px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/SOSA-RUBEN.jpg 600w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/SOSA-RUBEN-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Ruben Sosa con la maglia del Nacional</p>



<p></p>



<p>Perché <strong>Rubén Sosa</strong> è stato uno dei migliori calciatori della storia moderna del calcio dell&#8217;Uruguay, un mito amato tanto amato dai tifosi quanto rispettato dagli avversari per il suo indiscusso valore e per la sua pericolosità. Un <em>Principito </em>che è riuscito a non finire nel dimenticatoio in un&#8217;epoca misera di gloria per l&#8217;Inter, riuscendo a brillare tra due teste di serie come<strong> Lothar Matthäus </strong>e <strong>Ronaldo</strong>, e che come <em>Speedy Gonzales</em> viaggiava a velocità supersonica verso l&#8217;infinito, quasi sfuggendo dal ricordo di molti che l&#8217;hanno vissuto.</p>



<p></p>



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		<title>Rob Rensenbrink, il serpente olandese e il fascino irresistibile del &#8220;quasi&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Gilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
		<category><![CDATA[anderlecht]]></category>
		<category><![CDATA[mondiali 1974]]></category>
		<category><![CDATA[Mondiali 1978]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Penso che un po&#8217; tutti tra di voi conoscano quel meme di Leonardo DiCaprio che, spaparanzato sulla poltrona nel film &#8220;C&#8217;era una volta a Hollywood&#8221;, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2026/04/18/rob-rensenbrink-il-serpente-olandese-e-il-fascino-irresistibile-del-quasi.html">Rob Rensenbrink, il serpente olandese e il fascino irresistibile del &#8220;quasi&#8221;</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Penso che un po&#8217; tutti tra di voi conoscano quel meme di <strong>Leonardo DiCaprio</strong> che, spaparanzato sulla poltrona nel film &#8220;C&#8217;era una volta a Hollywood&#8221;, indica il filmato che sta osservando, consapevole di aver visto una scena per lui familiare. Ve ne parlo perché il 28 maggio dell&#8217;anno scorso ho avuto un&#8217;intuizione del genere, mentre guardavo Chelsea-Real Betis, la finale di Conference League. Pure io ero spaparanzato (sul divano, non sulla poltrona), quando all&#8217;improvviso ho visto <strong>Cole Palmer</strong>, uno dei miei calciatori preferiti al giorno d&#8217;oggi, rivoltare come un calzino una finale che il Chelsea stava perdendo. Gli sono bastate due giocate e come d&#8217;incanto il paesaggio della partita è stato stravolto.<br><br>Il momento topico è arrivato al 70&#8242;, quando <strong>Cole Palmer</strong> si è esibito in una meravigliosa finta di corpo, lasciando sul posto il suo diretto marcatore, per poi crossare per il 2-1 di Nickolas Jackson. In quel momento, mi sono sentito come Leonardo DiCaprio, perché quella scena l&#8217;avevo effettivamente da qualche parte. In un nanosecondo sono andato a cercare Anderlecht-Liverpool 3-1, l&#8217;andata della Supercoppa UEFA 1978. All&#8217;improvviso mi è arrivata l&#8217;illuminazione definitiva: Cole Palmer aveva fatto una giocata molto simile a quella di <strong>Rob Rensenbrink</strong> nel gol di<strong> Franky Vercauteren</strong>. La finta di corpo era molto simile, così come quell&#8217;andamento apparentemente sornione palla al piede, senza la necessità di premere il pedale dell&#8217;acceleratore con quel fisico alto 1.85.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Anderlecht v Liverpool Super Cup 1st Leg 04-12-1978" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/eMZTsCo_QR4?start=51&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Da quel momento in poi, mi sono proprio intestardito con Rob, decidendo in cuor mio di riscoprirlo. Non tanto perché non lo conoscessi, in quanto era impossibile non avere la più pallida idea di chi fosse l&#8217;ala sinistra dell&#8217;<a href="https://gameofgoals.it/2022/10/26/utopia-74-lolanda-di-michels-e-cruijff-e-quella-sconfitta-che-ha-cambiato-la-storia.html">Olanda</a> di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/01/13/johan-cruijff-luomo-orchestra.html">Johan Crujff</a></strong>. Era più un sentimento di riscoperta emotiva, di un calciatore per il quale spesso non avevo tessuto le lodi che avrebbe meritato. Mi sono quindi fiondato sulla sua carriera, rispolverandola tappa dopo tappa e ritrovandomi di riflesso ad innamorarmi perdutamente di lui. </p>



<p>E non poteva essere altrimenti, visto che aveva delle qualità tecniche e soprattutto delle caratteristiche che mi ricordavano tantissimo <strong>Cole Palmer</strong>. Anzi, penso si possa affermare che <strong>Cole Palmer</strong> sia la rivisitazione in chiave moderna di Rob, a fasce invertite (gioca a destra anziché a sinistra).</p>



<p>Rob era veramente un <em>Serpente </em>come suggeriva il suo soprannome: era alto e magro, con delle lunghe leve a supportare il suo estro e la sua tecnica. Al netto di qualche eccesso di narcisismo che lo portava delle volte a perdersi in un bicchiere d&#8217;acqua, era un giocatore di una concretezza disarmante nel dribbling uno contro uno e nello stretto. Non aveva certamente lo slancio dei baricentri bassi, ma non sentiva nemmeno la necessità di accelerare palla al piede. Semplicemente ti saltava secco, senza che neanche te ne rendessi conto.</p>



<p>A ciò aggiungeva delle abilità balistiche di livello assoluto, dovute alla sua grandissima sensibilità tecnica, ma anche alla sua statura. Era infatti un portento anche di testa, una caratteristica che, insieme a tutto il resto, gli permetteva di segnare con grandissima puntualità.</p>



<p>In un&#8217;epoca storica contraddistinta dai <em>nanerottoli</em> brevilinei ed imprendibili come <strong>Allan Simonsen</strong> e dall&#8217;esplosività in salsa sovietica di <strong>Oleg Blochin</strong>, <strong>Rob Rensenbrink </strong>era una vera e propria anomalia tra le ali del calcio degli anni &#8217;70, un unicorno alto circa 1.80 che danzava palla al piede nonostante la struttura fisica glielo sconsigliasse. Una creatura rara, splendida da vedere giocare per quel che mi riguarda, che rientra di diritto tra le migliori ali di tutti i tempi.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/robbie-rensenbrink-won-de-gouden-schoen-in-1976-1024x1024.webp" alt="" class="wp-image-26732" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/robbie-rensenbrink-won-de-gouden-schoen-in-1976-1024x1024.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/robbie-rensenbrink-won-de-gouden-schoen-in-1976-300x300.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/robbie-rensenbrink-won-de-gouden-schoen-in-1976-150x150.webp 150w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/robbie-rensenbrink-won-de-gouden-schoen-in-1976-768x768.webp 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/robbie-rensenbrink-won-de-gouden-schoen-in-1976.webp 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Rob Rensenbrink con la maglia dell&#8217;Anderlecht</p>



<p></p>



<p>Oltre alle caratteristiche tecniche ed anatomiche così tanto peculiari, anche la sua carriera per club rappresentò un unicum rispetto a quella di tanti altri compagni di squadra dell&#8217;<em>Arancia Meccanica</em>, che avevano un legame più profondo con l&#8217;Eredivisie. Dopo un paio d&#8217;anni di formazione al DWS, <strong>Rensenbrink </strong>emigrò infatti nel campionato belga,<strong> </strong>Jupiler Pro League, quando approdò al Bruges addirittura nel 1969, quando ancora il Feyenoord di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/03/03/ernst-happel-il-gitano-nobile.html">Enrst Happel</a></strong> e l&#8217;Ajax di <strong>Rinus Michels </strong>dovevano arrivare al loro culmine in Coppa dei Campioni. In questo senso, si verificò un unicum assoluto per il calcio olandese, con un calciatore che si ritrovava in un campionato estero nel pieno della massima espressione di talento e di coralità del <em>totaalvoetbal</em>.</p>



<p>Non fu però in quei due anni al Bruges che emerse l&#8217;apice del calcio di Rob, bensì con la maglia dell&#8217;Anderlecht. Dal 1971 al 1980 si consacrò come uno dei calciatori più importanti della storia dei bianco-malva, se non addirittura il migliore in assoluto a suon di gol (202 in 352 partite) e giocate da campione assoluto. Nel corso di un decennio contraddistinto dalla crescita del calcio belga, come testimoniato dalla semifinale della nazionale ad Euro 1972 e dall&#8217;ottimo percorso alle qualificazioni ai<a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/mondiali/mondiale-1974"> Mondiali 1974</a> da avversario ostico per l&#8217;Olanda, <strong>Rob Rensenbrink</strong> era la stella più luminosa, brillante ed accecante di un campionato in evidente crescita in termini di prestigio internazionale e competitività interna.<br><br>I successi non mancarono per il <em>Serpente </em>all&#8217;Anderlecht, sia per quanto concerne i trionfi in patria (due campionati nazionali nel 1971-1972 e nel 1973-1974 e quattro Coppe nazionali nel 1971-1972, nel 1972-1973, nel 1974-1975 e nel 1975-1976), sia soprattutto per le vittorie in campo internazionale. Proprio mentre il dominio del Bruges di <strong>Ernst Happel</strong> in campionato precludeva ogni partecipazione alla Coppa dei Campioni, l&#8217;Anderlecht dominava in Coppa delle Coppe (ne vinse due su tre), potendo contare su una delle squadre più forti e belle da vedere della seconda metà degli anni &#8217;70. Era una vera e propria corazzata, che vantava tra le proprie fila un centrocampista stellare del calibro di <strong>Arie Haan</strong>, due splendidi registi come <strong>Ludo Coeck</strong> e <strong>Jean Dockx</strong>, un incursore giovanissimo ma già pronto come <strong>Franky Vercauteren</strong>, un&#8217;ala formidabile come <strong>François Van der Elst</strong> e un terzino di spinta come <strong>Gilbert Van Binst</strong>.</p>



<p>A spiccare su tutti era però <strong>Rob Rensenbrink</strong>, stella, trascinatore e <em>Re Sole</em> assoluto di quella squadra meravigliosa. Nel corso del triennio 1975-1978, la Coppa delle Coppe divenne il suo regno incontrastato a suon di numeri (20 gol in 25 partite, in assoluto è il capocannoniere<em> all time</em> con 25 centri in 35 presenze) e prestazioni da campione assoluto. Era semplicemente incontenibile, arrivando a toccare vette epocali soprattutto nelle finali di quegli anni. Se si esclude la prova opaca nella sconfitta contro l&#8217;Amburgo nel 1977, Rob si consacrò indiscutibilmente come uno dei calciatori più decisivi al mondo a livello per club. Lo dimostrano i suoi numeri nelle varie finali di Coppa delle Coppe (1975-1976, 1976-1977 e 1977-1978) e di Supercoppa UEFA (1976 e 1978), che ci parlano di un attaccante totale da sette gol e sei assist in sette partite. Numeri da marziano assoluto, che ci raccontano alla perfezione il peso specifico che aveva per le sorti del suo Anderlecht.</p>



<p>Anche le sue prestazioni furono onnipotenti e soprattutto nel 1976 si esaltò ai massimi livelli, dapprima stendendo il West Ham con due gol e due assist che costituiscono la performance più dominante della storia delle finali di Coppa delle Coppe, per poi ripetersi con lo stesso identico copione in<strong> </strong>Supercoppa UEFA, questa volta annichilendo il leggendario <strong>Bayern Monaco</strong> di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/01/09/kaiser-franz-beckenbauer-il-calcio-a-testa-alta.html">Franz Beckenbauer</a></strong> e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2020/10/16/gerd-muller-non-solo-un-bomber-darea.html">Gerd Müller</a></strong>. Anche nel 1978, seppur in tono leggermente minore, si confermò in tutta la sua grandezza, dapprima <em>zidaneggiando</em> nella doppietta contro l&#8217;Austria Vienna nella finale della sua amata Coppa delle Coppe, per poi calare il bis con un gol meraviglioso nella sopracitata partita contro il Liverpool di Bob Paisley. In sostanza, di fronte a sì fatta grandezza nei momenti <em>calienti</em>, risulta facile capire come mai fosse riuscito ad arrivare 2° e 3° nella corsa al Pallone d&#8217;oro, rispettivamente nel 1976 e nel 1978. Di conseguenza, Rob merita indiscutibilmente di essere annoverato come uno dei migliori calciatori della seconda metà degli anni &#8217;70.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="775" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/4c1f5f8f-5daf-4906-9546-a378da00a44a-1024x775.jpg" alt="" class="wp-image-26747" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/4c1f5f8f-5daf-4906-9546-a378da00a44a-1024x775.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/4c1f5f8f-5daf-4906-9546-a378da00a44a-300x227.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/4c1f5f8f-5daf-4906-9546-a378da00a44a-768x581.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/4c1f5f8f-5daf-4906-9546-a378da00a44a.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Rob Rensenbrink festeggia la vittoria della Coppa delle Coppe 1975-1976, al termine di una prestazione spaziale</p>



<p></p>



<p>Ad essere meno fortunata fu però la sua parabola in nazionale, spesso contraddistinta da delle autentiche<strong> </strong><em>sliding door</em> che lo videro sempre dalla parte sbagliata della sua storia. Ad essere però al centro dell&#8217;attenzione furono le sue prestazioni, spesso balbettanti e mai continue tra una partita e l&#8217;altra. Questo pattern si palesò purtroppo già al Mondiale del 1974, quando brillò soltanto a tratti come contro la Germania Est<em> </em>nella seconda fase a gironi (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2013/12/13/1974-seconda-fase-olanda-germania-est-2-0.html">qui</a>), salvo poi risultare il peggiore dei suoi nella finalissima contro la Germania Ovest (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2013/12/27/1974-finale-germania-ovest-olanda-2-1.html">qui</a>). Lo stesso <strong>Rinus Michels</strong>, complice anche la performance opaca della sua ala sinistra, si ritrovò a sostituirlo anzitempo dalla disperazione, tanto era inefficace per la manovra. <br><br>Anche Euro 1976 rappresentò una delusione enorme per lui, con la meravigliosa tripletta contro il &#8220;suo&#8221; Belgio nei turni eliminatori che fu presto spazzata via dagli sprechi imperdonabili della semifinale contro la Cecoslovacchia (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2024/10/17/1976-semifinali-cecoslovacchia-olanda-3-1-dts.html">qui</a>). Anche in quell&#8217;occasione, Rob fu purtroppo schiacciato dalla pressione del momento clou, deludendo enormemente le aspettative dopo quanto di magistrale aveva fatto con l&#8217;Anderlecht. Una beffa ulteriore, che come singola prestazione rappresentò di certo il punto più basso della sua carriera con la maglia Orange.<br><br>Risulta complesso capire come mai avesse certi problemi con gli <em>Orange</em>, ma una risposta potrebbe arrivarci dal suo Mondiale argentino del 1978. Senza<strong> Johan Cruijff</strong> e con un maggior senso di responsabilità offensive, infatti, Rob produsse cinque gol e quattro assist in sette partite, offrendo prestazioni infinitamente migliori e più continue rispetto ai due tornei maggiori precedenti. Mi viene dunque da pensare che soffrisse la leadership di un colosso come il <em>Profeta del gol</em>, non riuscendo a &#8220;ridimensionarsi&#8221; con continuità prestazionale nel ruolo di secondo violino offensivo. <br><br>Poi però arrivò l&#8217;ultima <em>sliding door</em>, la più sfortunata e dolorosa in assoluta. Quello stramaledetto palo all&#8217;ultimo minuto dei regolamentari tra <a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/mondiali/mondiale-1978">Argentina e Olanda</a>, con il risultato fermo sull&#8217;1-1. In quel momento, non svanirono soltanto le possibilità individuali di <strong>Rob Rensenbrink</strong> di diventare capocannoniere del Mondiale (e realisticamente di vincere anche il Pallone d&#8217;Oro), ma anche e soprattutto quel sogno da parte della sua Olanda di arrivare all&#8217;alloro iridato. Una beffa unica, arrivata a seguito di un&#8217;occasione tutt&#8217;altro che facile che purtroppo ha marchiato a vita la sua carriera. La sua parabola con la nazionale si concluse così, con appena 14 gol in 46 partite conditi da tanti, troppi rimpianti.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/6caff0b8-3fc3-11ea-8180-8a4247ee3c62_1200x675-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-26751" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/6caff0b8-3fc3-11ea-8180-8a4247ee3c62_1200x675-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/6caff0b8-3fc3-11ea-8180-8a4247ee3c62_1200x675-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/6caff0b8-3fc3-11ea-8180-8a4247ee3c62_1200x675-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/6caff0b8-3fc3-11ea-8180-8a4247ee3c62_1200x675.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Rob Rensenbrink mentre sta per colpire quel palo che ne segnerà per sempre la carriera</p>



<p></p>



<p>Io però mi rifiuto categoricamente di ridurre la carriera di <strong>Rob Rensenbrink </strong>in questi termini. Proprio non ci riesco a semplificare un calciatore così forte, talentuoso, estroso e raffinato sulla base di un solo sfortunato episodio. Sarebbe scorretto per lui e per l&#8217;intero movimento calcistico olandese, che produsse anche un campione di quel calibro. Rob è stato tanto, ma proprio tanto altro di più, com&#8217;è dimostrato soprattutto dalla sua meravigliosa parabola con la maglia dell&#8217;Anderlecht, un club che grazie alla sua immensa classe seppe essere tra i primi della classe nel calcio europeo.<br><br><strong>Rob Rensenbrink</strong>, che ci ha purtroppo lasciati il 24 gennaio 2020 all&#8217;età di 73 anni ancora non compiuti, lasciando un vuoto incolmabile per gli appassionati di lungo corso che avevano ammirato le sue straordinarie gesta calcistiche. Il suo mito però resterà immortale, in bilico tra la forza immensa delle sue qualità tecniche e la fragilità del suo carattere da serpente taciturno. Un campione con il quale è facile immedesimarsi per la sua straordinaria leggerezza, che lo rende umano ai nostri occhi.<br><br>Perché a volte non serve essere delle divinità quasi intangibili come <strong>Johan Cruijff</strong> o <strong>Franz Beckenbauer</strong> per entrare nella storia dalla porta principale nel dualismo Germania Ovest-Olanda. A volte è sufficiente essere un <em>Serpente </em>dalle poche parole, che ama dribblare i suoi diretti avversari, che regala magie indimenticabili e che rende affascinante il<strong> </strong>&#8220;quasi&#8221;.<br><br>A volte basta essere semplicemente <strong>Rob Rensenbrink</strong>.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Rob Rensenbrink, Het Slangenmens [Goals &amp; Skills]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/uWYuZ36yKbA?start=7&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2026/04/18/rob-rensenbrink-il-serpente-olandese-e-il-fascino-irresistibile-del-quasi.html">Rob Rensenbrink, il serpente olandese e il fascino irresistibile del &#8220;quasi&#8221;</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Emilio Butragueño: l&#8217;eleganza e il pragmatismo dell&#8217;avvoltoio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Ciuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 09:24:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rivedendo i Clasicos con i miei compagni di viaggio Francesco Buffoli e Francesco Domenighini per curare la rubrica che da un anno e mezzo stiamo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2026/04/04/emilio-butragueno-leleganza-e-il-pragmatismo-dellavvoltoio.html">Emilio Butragueño: l&#8217;eleganza e il pragmatismo dell&#8217;avvoltoio</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Rivedendo i <em>Clasicos </em>con i miei compagni di viaggio Francesco Buffoli e Francesco Domenighini per curare la rubrica che da un anno e mezzo stiamo portando avanti su questo sito (vedi <a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/la-storia-del-clasico-dal-1988-al-2024">qui</a>), la mia attenzione &#8211; divenuta successivamente adorazione &#8211; si è subito posata su un attaccante non particolarmente alto né particolarmente grosso (gli almanacchi gli attribuiscono 170 centimetri per 70 chili) che con la <em>camiseta blanca </em>vedevo giocare in ogni zona del reparto offensivo, tra dribbling e sterzate secche, conclusioni rapide e invenzioni nello stretto.</p>



<p>Se tra i rivali <em>culè </em>il mio prediletto era senza dubbio <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/09/22/michael-laudrup-vs-francesco-totti-arte-stile-e-completezza.html">Michael Laudrup</a></strong>, chi mi ha deliziato gli occhi nelle file del Real Madrid è stato proprio <strong>Emilio Butragueño</strong>, detto <em>il Buitre</em>, l’avvoltoio, per la rapidità dei suoi movimenti agili ed efficaci, pronti a sfruttare ogni spazio ed ogni frazione di secondo concessa dagli avversari.</p>



<p>Non era sicuramente un “bomber seriale,<em> il Buitre</em>: in dodici anni di Real Madrid ha infranto il muro dei 20 gol stagionali in tutte le competizioni solo due volte (1988/89 e 1990/91). Inoltre, ha condiviso una larga parte della sua avventura madridista con un certo <strong>Hugo Sanchez</strong> (a cui abbiamo dedicato un articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/06/29/la-bibbia-del-gol-di-hugo-sanchez-38-tocchi-leggendari-ai-raggi-x.html">qui</a>), ben più famelico e letale dello spagnolo e con una certa predilezione per i gol di prima intenzione dettati da una rapidità di esecuzione con pochi uguali.</p>



<p>Ciò che colpiva di lui era piuttosto la sua tecnica, di alta caratura: bravissimo nel controllo della palla e nello stop, pericoloso nell’uno contro uno. Non è peregrino vedere in lui qualcosa di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2026/02/18/divino-e-fragile-roberto-baggio-e-lelogio-della-bellezza.html">Roberto Baggio </a></strong>e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/11/09/io-di-te-non-mi-stanco-ode-ad-alessandro-del-piero.html">Alessandro Del Piero</a></strong>, almeno in queste caratteristiche. Il suo tiro, invece, e i modi con cui calciava – molte volte in maniera secca e mezza altezza – può ricordare quello di un suo epigono altrettanto sottovalutato: <strong>David Villa</strong>.</p>



<p>Il numero 7 madridista era un attaccante atipico, di difficile collocazione: spesso partiva dalla fascia sinistra per poi convergere verso il centro con dribbling e sterzate, ma non era raro vederlo giostrare in posizione centrale, anche arretrando la sua posizione. La pulizia dei suoi movimenti eleganti e gentili, quasi aristocratici, hanno portato i tifosi a soprannominarlo <em>Il Cavaliere Bianco</em>.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="750" height="500" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/storiabutraguenocalcio-giocopulito-1.webp" alt="" class="wp-image-26400" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/storiabutraguenocalcio-giocopulito-1.webp 750w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/04/storiabutraguenocalcio-giocopulito-1-300x200.webp 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption class="wp-element-caption">Emilio Butragueño in maglia Real Madrid</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il suo nome è inevitabilmente associato al Real Madrid degli anni Ottanta, squadra che &#8211; anche se non ha portato in bacheca nessuna delle innumerevoli Coppe dei Campioni che scintillano nella sala dei trofei del Santiago Bernabeu &#8211; ha decisamente segnato l’immaginario del calcio spagnolo di quegli anni, rappresentando una sorta di “esame universitario” per il glorioso Milan di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2020/10/27/sacchi-genio-o-sopravvalutato.html">Sacchi</a></strong>, che cominciava a dettare la propria legge in termini di risultati e di gioco in tutta Europa (ricordiamo l’1-1 a Madrid, alla faccia del <em>miedo escenico</em>, e soprattutto il roboante 5-0 di San Siro).</p>



<p><strong>Butragueño</strong> si porta a casa ben due Coppe UEFA consecutive (1985 e 1986), nonché sei campionati spagnoli a cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Inoltre è stato in grado di affermarsi a livello individuale, venendo votato per ben due anni come miglior giocatore sotto i 21 anni, oltre ad un titolo di <em>Pichichi</em> non scontato. Insieme a <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/10/31/quando-lutile-incontra-il-bello-marco-van-basten.html">Marco Van Basten</a></strong>, che forse aveva una tacca in più in tutto, a <strong>Gary Lineker</strong> e al compagno <em>Hugol</em>, <em>il Buitre</em> rappresenta uno dei volti più belli del calcio di quegli anni.</p>



<p>In Spagna c&#8217;è un gol, che nei decenni si è affermato come un vero e proprio culto, come può essere per noi italiani quello di <strong>Baggio </strong>alla Juventus nel 2001. È siglato proprio da <strong>Butragueño</strong>, in una partita qualunque di Coppa del Re del 1987, contro il Cadice: è un gol di una bellezza eterea, una sintesi di arte, pulizia e inganni, conclusa con il lusso di una <em>croqueta </em>sul portiere, quasi dalla linea di fondo. Il maestro sale in cattedra, fa vedere agli alunni sui banchi cose impossibili con una facilità disarmante e se ne va, portato in trionfo ed innalzato al cielo.</p>



<p>Due sono le partite-simbolo della carriera di <strong>Emilio Butragueño</strong>: Spagna-Danimarca del Mondiale 1986 &#8211; il nostro Gabriele Gilli ha premiato la prestazione del Buitre con un immaginifico 10 e candidandola alla palma di migliore prestazione di un calciatore spagnolo ai Mondiali, cronaca <a href="https://gameofgoals.it/2015/01/22/1986-ottavi-spagna-danimarca-5-1.html">qui </a>&#8211; e Real Madrid-Anderlecht ottavi di finale Coppa Uefa 1984/05, dove un avvoltoio incontenibile mette a referto tre gol e due assist sancendo la rimonta dei <em>Blancos </em>per 6-1 che ribalta il 3-0 passivo dell&#8217;andata. </p>



<p>Due perle di una generazione spagnola talentuosa e inquieta, alla ricerca di se stessa e in un profondo periodo di cambiamenti sportivi, sociali, culturali: la fine del franchismo nel decennio precedente e la difficile transizione verso la democrazia, l&#8217;impatto della rivoluzione olandese in terra catalana e le reazioni della capitale. Quella nazionale si piegò al genio di<a href="https://gameofgoals.it/2021/04/30/omaggio-a-sua-maesta-michel-platini.html"> <strong>Michel Platini</strong></a><strong> </strong>ad Euro &#8217;84, si sciolse due anni dopo in Messico, deluse in Italia nel 1990, confermando un andazzo deludente fino alla maturazione della splendida generazione dei centrocampisti del tiki-taka.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Emilio Butragueño, El Buitre [Best Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/LMNxD6qWitc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Bobby Moore, il primo difensore centrale moderno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
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<p class="has-drop-cap">La moglie Tina diceva che il marito non dormisse più, che urlasse dal dolore. Era novembre 1964: <strong>Bobby Moore</strong>, il marito di Tina, aveva 23 anni. Era l&#8217;astro nascente del calcio inglese, era stato votato pochi mesi prima &#8220;miglior giovane calciatore dell&#8217;anno&#8221;. Aveva un futuro roseo davanti. Ma qualcosa non andava. Si sottopose a una visita per capire l&#8217;origine del male. La diagnosi fu impietosa: cancro maligno ai testicoli. <strong>Moore </strong>fu operato d&#8217;urgenza. I medici gli rimossero il testicolo, lo sottoposero a duri cicli di terapie. Non si sapeva se<strong> </strong>ce l&#8217;avrebbe fatta. Ma <strong>Moore </strong>non solo sopravvisse. Divenne una leggenda del calcio inglese.</p>



<p>Oggi dal cancro maligno del testicolo, se preso per tempo, si guarisce &#8211; secondo le evidenze scientifiche &#8211; in oltre il 90 per cento dei casi. Ma a quell&#8217;epoca, negli anni Sessanta, non era così. E parlare di tumore era quasi un tabù. Così <strong>Moore </strong>non disse mai pubblicamente, per anni, cosa gli fosse capitato. Ai compagni spiegò che avevano dovuto rimuovergli il testicolo perché aveva avuto un incidente. E nello spogliatoio nessuno fece troppe domande su quei cerotti blu che erano stati applicati per sigillare la ferita. </p>



<p>Il 2 maggio 1964, sei mesi prima dell&#8217;operazione, <strong>Moore</strong> aveva guidato il West Ham alla vittoria in FA Cup contro il Preston North End a Wembley. Tre mesi dopo l&#8217;intervento, a febbraio 1965, era già in campo. In tempo per guidare gli <em>Hammers </em>(i Martelli) al successo in Coppa delle Coppe, ancora una volta a Wembley, contro i tedeschi del Monaco 1860. Era il 19 maggio 1965, gli inglesi si imposero 2-0 con una doppietta di <strong>Alan Sealey</strong>. Ma fu <strong>Moore</strong> a impressionare: giocò un match straordinario, tanto che il suo allenatore <strong>Ron Grenwood </strong>disse: «È la più bella partita da lui disputata in carriera».</p>



<p>Il fatto di giocare bene le finali, di brillare soprattutto quando la posta in palio si alzava e la contesta diventava durissima, era un tratto distintivo di <strong>Moore</strong>. Più gli avversari erano forti, più la partita era sentita, più lui si esaltava. Lo dimostrò anche in occasione del Mondiale 1966. Lui e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/01/24/sir-bobby-charlton-leroe-silenzioso.html">Bobby Charlton</a></strong> divennero i due alfieri, i due leader dell&#8217;Inghilterra che per la prima volta ospitava la Coppa del mondo. Giocarono entrambi un Mondiale superbo.</p>



<p>E in finale contro la Germania Ovest, ancora una volta, <strong>Moore </strong>alzò l&#8217;asticella: non solo fermò gli attaccanti tedeschi con ogni mezzo (stratosferico soprattutto un intervento in scivolata su <strong>Lothar Emmerich</strong> in campo aperto), ma servì anche due assist (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2013/09/03/1966-finale-inghilterra-germania-ovest-4-2.html">qui </a>la cronaca del match). Il secondo, in particolare, fu un gioiello: un lancio teleguidato dalle retrovie per premiare lo scatto vincente di <strong>Geoff Hurst </strong>per il 4-2 definitivo nei tempi supplementari.</p>



<p>Così, per il terzo anno consecutivo, <strong>Moore </strong>si trovò a sollevare al cielo di Wembley, sempre nelle vesti di capitano, un nuovo trofeo. Prima la FA Cup. Poi la Coppa delle Coppe. E ora il più importante di tutti, la Coppa del mondo.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="305" height="303" data-id="26050" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/West_Ham_United_1965-coppa-coppe-1-edited.webp" alt="" class="wp-image-26050" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/West_Ham_United_1965-coppa-coppe-1-edited.webp 305w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/West_Ham_United_1965-coppa-coppe-1-edited-300x298.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/West_Ham_United_1965-coppa-coppe-1-edited-150x150.webp 150w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" /><figcaption class="wp-element-caption">1965: Moore solleva al cielo di Wembley la Coppa delle Coppe</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="633" height="396" data-id="26051" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/image-31-edited.png" alt="" class="wp-image-26051" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/image-31-edited.png 633w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/image-31-edited-300x188.png 300w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /><figcaption class="wp-element-caption">1966: Moore solleva al cielo di Wembley la Coppa del mondo</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Aveva il mondo ai suoi piedi, nel 1966, <strong>Bobby Moore</strong>. Ricevette un&#8217;offerta del Leeds United che da lì a pochi anni sarebbe diventata una delle <em>big</em> del calcio inglese ed europeo. Poi c&#8217;era l&#8217;interesse, sincero e mai rinnegato, di <em>Sir<strong> </strong></em><strong>Matt Busby</strong>, manager del Manchester United, dove furoreggiava l&#8217;amico <strong>Charlton</strong>. E c&#8217;erano tantissimi estimatori all&#8217;estero. Tra di loro, la trattativa più intrigante era quella con l&#8217;Inter, con il dirigente nerazzurro <strong>Italo Allodi </strong>che stava mettendo a punto una campagna di mercato fantasmagorica per l&#8217;estate: via gli stranieri, oramai un po&#8217; a fine corsa, <strong>Luis Suárez</strong>, <strong>Jair </strong>e <strong>Joaquín Peiró</strong>; dentro tre nuovi assi come <strong>Moore</strong>, il portoghese <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/11/03/eusebio-la-pantera-nera-idolo-immortale-del-portogallo.html">Eusébio </a></strong>e il tedesco <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/01/09/kaiser-franz-beckenbauer-il-calcio-a-testa-alta.html">Franz Beckenbauer</a></strong>.</p>



<p>Se <strong>Allodi </strong>fosse riuscito nel suo intento, è probabile che l&#8217;Inter avrebbe dominato la scena continentale degli anni a venire, almeno sino all&#8217;avvento dell&#8217;Ajax di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/01/13/johan-cruijff-luomo-orchestra.html">Johan Cruijff</a></strong> nei primi anni Settanta. Invece, galeotta fu la Corea del Nord, che sconfisse l&#8217;Italia nel Mondiale del 1966 (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2013/08/04/1966-girone-d-nord-corea-italia-1-0.html">qui</a>) e portò la federcalcio a prorogare il blocco dei trasferimenti dei calciatori stranieri, deciso oltre un anno prima &#8211; il 15 febbraio 1965 &#8211; dal presidente <strong>Giuseppe Pasquale</strong>, nel tentativo di rilanciare il vivaio italiano.</p>



<p>Così <strong>Moore </strong>rimase al West Ham; <strong>Eusébio </strong>al Benfica, con cui avrebbe perso la finale di Coppa dei Campioni nel 1968 contro il Manchester United (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2016/11/25/1968-finale-manchester-united-benfica-4-1-dts.html">qui</a>); e <strong>Beckenbauer </strong>al Bayern Monaco, con cui avrebbe vinto tre Coppe dei Campioni di fila tra il 1974 e il 1976 (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2017/12/20/1974-finale-bayern-monaco-atletico-madrid-4-0.html">qui</a>, <a href="https://gameofgoals.it/2018/02/03/1975-finale-bayern-monaco-leeds-united-2-0.html">qui </a>e <a href="https://gameofgoals.it/2018/02/22/1976-finale-bayern-monaco-st-etienne-1-0.html">qui</a>). Mentre l&#8217;Inter, nella stagione 1966-67 avrebbe perso ogni competizione sul filo di lana (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2016/10/20/1967-finale-celtic-glasgow-inter-2-1.html">qui </a>la finale di Coppa dei Campioni perduta contro gli scozzesi del Celtic Glasgow), scrivendo la parola fine di fatto alla propria miglior epopea.</p>



<p>Al West Ham, <strong>Moore</strong>, ci era arrivato da ragazzino. Era nato nell&#8217;aprile 1941, in un quartiere della periferia Est di Londra, in piena Seconda guerra mondiale. La &#8220;battaglia d&#8217;Inghilterra&#8221; era terminata da pochi mesi, nell&#8217;ottobre 1940: l&#8217;aviazione tedesca, la <em>Luftwaffe</em>, aveva tentato di distruggere la <em>RAF</em>, <em>la Royal Air Force</em> inglese. Ma era stata respinta con perdite. Fu la prima grande sconfitta subita dai tedeschi, la prima crepa in un sistema militare sin lì perfetto.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="579" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/mw280662_800x579.webp" alt="" class="wp-image-26043" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/mw280662_800x579.webp 800w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/mw280662_800x579-300x217.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/mw280662_800x579-768x556.webp 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">Franz Beckenbauer e Bobby Moore, capitani di Germania Ovest e Inghilterra, giocano a scacchi. <br>Divennero i simboli di una rivalità solo sportiva e finalmente sana tra tedeschi e inglesi</figcaption></figure>



<p></p>



<p>L&#8217;eroica resistenza inglese, alimentata dalla tempra e dalla forza d&#8217;animo del primo ministro <em>Sir </em><strong>Winston Churchill</strong>, consentì all&#8217;Europa di non cadere nell&#8217;oblio, di non finire stritolata nella tirannia nazista. E quella vittoria inglese fu la scintilla che capovolse in breve tempo le sorti del conflitto.</p>



<p>Londra, la capitale, fu naturalmente il simbolo della resistenza. E fu in questo clima di lotta, resilienza e perseveranza che venne alla luce <strong>Bobby Moore</strong>. Un uomo e un campione che fece proprio della lotta, della resilienza e delle perseveranza le matrici della propria personalità.</p>



<p>Famiglia operaia, si appassionò al calcio giocando per strada, sull&#8217;asfalto, immerso tra quelle caratteristiche case popolari inglesi tutte uguali. Piccole e con i tetti spioventi. Su due piani e con un giardino minuscolo. Una attaccata all&#8217;altra, in una sequenza infinita. Uno dei tanti tratti che rendevano e rendono l&#8217;Inghilterra, ancora oggi, la nazione per numerosi aspetti più affascinante del vecchio continente.</p>



<p>A scuola, <strong>Moore </strong>aveva un rendimento ottimo. Ma la passione per il calcio prese presto il sopravvento. Giocava nella rappresentativa giovanile dell&#8217;high school, venne notato da un osservatore del West Ham e portato agli <em>Hammers</em>. Fu preso in custodia dal difensore della prima squadra <strong>Malcolm Allison</strong>, detto <em>Big Mal </em>per la stazza imponente, che intravide in lui<strong> </strong>un potenziale campione.</p>



<p>E quando proprio <strong>Allisson </strong>dovette farsi da parte a causa della tubercolosi, il suo posto venne preso dal non ancora maggiorenne <strong>Moore</strong>. Fin dai primi anni quel  difensore biondino dai modi gentili e dal portamento elegante impressionò. Giocava a testa alta, con una calma serafica e un carisma innato. Dirigeva i compagni e organizzava il gioco da dietro, e divenne presto capitano. Marcava e interveniva duramente, ma sapeva poi ribaltare il fronte del gioco con lanci a lunga gittata che azionavano il contrattacco. Era fantastico nel gioco senza palla e non di rado provava persino a spingersi in avanti.</p>



<p>Si pensa che la figura del &#8220;difensore moderno&#8221;, che abbina solidità difensiva, piedi da mezzala e incursioni a tutto campo tipiche del centrocampista <em>box to box</em>, sia nata con <strong>Franz Beckenbauer</strong>. In realtà, il primo ad agire così fu <strong>Bobby Moore</strong>. Non casualmente, dopo di lui, negli anni e nei decenni seguenti, sono emersi i grandi liberi del calcio: oltre al <em>Kaiser</em> tedesco, ricordiamo i nostri <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/09/03/gaetano-scirea-libero-campione-e-gentiluomo.html">Gaetano Scirea</a></strong> e <strong>Franco Baresi</strong>, l&#8217;olandese <strong>Ruud Krol</strong>, i sudamericani <strong>Elías Figueroa</strong> e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2025/10/01/nato-per-imporsi-trionfi-ombre-e-caudillismo-di-daniel-passarella.html">Daniel Passarella</a></strong>.</p>



<p><strong>Moore </strong>era dunque un precursore, un archetipo. E oltre a qualità fuori dall&#8217;ordinario e a una completezza tecnica da fare invidia ai grandi numeri 10, era anche un giocatore estremamente corretto. In campo e fuori. Per questo l&#8217;Inghilterra intera, di cui era uno degli idoli assoluti, rimase di sasso quando nel Mondiale di Messico &#8217;70 venne accusato di aver rubato un braccialetto in una gioielleria. Anni dopo, in ogni caso, <strong>Moore </strong>riuscirà a dimostrare la propria innocenza, la propria estraneità ai fatti.</p>



<p>Proprio in quel Mondiale, <strong>Moore </strong>ridisegnò i confini della perfezione difensiva: la sua Inghilterra campione del mondo uscì ai quarti di finale, battuta in rimonta dalla Germania Ovest nella rivincita della finale di quattro anni prima (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2013/10/22/1970-quarti-germania-ovest-inghilterra-3-2.html">qui</a>). Ma <strong>Moore </strong>giocò sempre in modo straordinario: contro i tedeschi, ma ancora di più contro il super Brasile nel girone. </p>



<p>Fu, quello contro i verdeoro futuri campioni del mondo, un match tatticamente eccezionale (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2013/09/19/1970-girone-c-brasile-inghilterra-1-0.html">qui</a>), tra i più belli mai veduti, un duello rusticano tra due scuole agli antipodi: la ferrea applicazione difensiva inglese contro l&#8217;allegria del gioco offensivo brasiliano. «La finale anticipata del Mondiale» la definì il ct dei sudamericani <strong>Mário Jorge Lobo Zagallo</strong>. Che poi aggiunse: «Dopo aver sconfitto l&#8217;Inghilterra, che ritenevamo l&#8217;ostacolo più duro, capimmo che nessuno poteva fermarci».</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Bobby Moore x Brazil (1970 FIFA World Cup - Group Stage)" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/IIImllsEPPw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;immensa prestazione di Bobby Moore contro il Brasile a Messico &#8217;70</figcaption></figure>



<p></p>



<p>La partita contro il Brasile confermò, nonostante l&#8217;immeritata sconfitta di misura per 1-0, la forza della miglior generazione inglese di sempre. Che dopo il titolo iridato vinto con pieno merito nel 1966 (al di là delle polemiche arbitrali) aveva mancato l&#8217;alloro europeo nel 1968 a causa di una partita sbagliata, la semifinale contro una Yugoslavia meno forte (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2024/05/25/1968-semifinali-jugoslavia-inghilterra-1-0.html">qui</a>) però brava a sfruttare le amnesie della squadra guidata da <em>Sir </em><strong>Alf Ramsey</strong>. L&#8217;Inghilterra non riuscì così a giocarsi il titolo continentale nell&#8217;attesa finale di Roma contro l&#8217;Italia. E lo stesso <strong>Moore</strong> non fu esente da pecche nel match contro gli slavi. Si riscattò nella finale &#8211; inutile &#8211; per il terzo e quarto posto contro l&#8217;Unione Sovietica, disputando una partita stratosferica (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2024/05/30/1968-finale-3-4-posto-inghilterra-urss-2-0.html">qui</a>).</p>



<p>Una prestazione che fece il paio con quella che offrì due anni dopo, nel Mondiale messicano, contro il Brasile: in un incontro rimasto famoso per la clamorosa parata di <strong>Gordon Banks </strong>su <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/12/29/lultimo-gol-di-pele-il-calcio-perde-il-suo-re.html">Pelé</a></strong>, <strong>Moore </strong>sfiorò la perfezione. Fermò più volte <em>O Rei</em> e qualsiasi attaccante verdeoro che si presentava nei suoi paraggi con una classe e una pulizia di intervento da restare a bocca aperta. E arrestò <strong>Jairzinho </strong>con un intervento in scivolata dall&#8217;elevatissimo coefficiente di difficoltà, rimasto celeberrimo. Come aveva fatto con <strong>Emmerich </strong>nella finale del Mondiale &#8217;66.</p>



<p>Proprio gli interventi in scivolata, il tempismo, la solidità in marcatura e nell&#8217;uno contro uno sono stati, in assoluto, le pietre miliari di <strong>Moore</strong>, le caratteristiche dove è probabilmente, ancora oggi, insuperato. Le prestazioni favolose offerte al Mondiale &#8217;70 lo portarono a fine anno al secondo posto nella classifica del Pallone d&#8217;Oro, alle spalle del tedesco <strong><a href="https://gameofgoals.it/2020/10/16/gerd-muller-non-solo-un-bomber-darea.html">Gerd Müller</a></strong>. Nessun difensore centrale si era mai spinto così in alto sino ad allora.</p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Bobby Moore è stato, semplicemente, il difensore centrale più forte di tutti i tempi</p>



<p><strong>Alex Ferguson</strong> e <strong>Franz Beckenbauer</strong></p>
</blockquote>



<p></p>



<p>I tedeschi occidentali furono nuovamente i rivali dell&#8217;Inghilterra nei quarti di finale dell&#8217;Europeo 1972: a 31 anni, però, <strong>Moore </strong>parve in quell&#8217;occasione aver intrapreso la parabola discendente, trafitto da una Germania Ovest (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2024/06/17/1972-quarti-andata-inghilterra-germania-ovest-1-3.html">qui </a>la partita) che era ormai di un&#8217;altra cilindrata rispetto alla decadente Inghilterra e destinata a vincere tutto tra il 1972 e il 1974.</p>



<p>Di quel match rimase indelebile l&#8217;immagine della stretta di mano, prima del via, tra <strong>Moore </strong>e <strong>Beckenbauer</strong>. Nel loro sorriso di stima e rispetto, nelle loro mani ferme che si intrecciano, nei loro sguardi fieri, c&#8217;era tutto il bello del calcio. E non solo. C&#8217;era anche la consapevolezza di una ritrovata amicizia tra due nazioni che si erano alacremente e pervicacemente combattute sino a poco meno di un trentennio prima. Ma che, anche grazie all&#8217;esempio offerto da quei due meravigliosi capitani, seppero percorrere finalmente una via condivisa, nel solco di una nuova generazione europea chiamata a mettere alle spalle gli orrori del passato e scoprirsi unita per volere, per obbligo e per necessità.</p>



<p>Lasciata la Nazionale inglese nel 1973 (giocò l&#8217;ultimo match contro l&#8217;Italia in amichevole a Wembley, leggi <a href="https://gameofgoals.it/2014/09/01/1973-inghilterra-italia-0-1.html">qui</a>), e l&#8217;amato West Ham nel 1974, <strong>Moore </strong>si trasferì poi al Fulham e da lì negli Stati Uniti a spendere gli ultimi spiccioli della carriera. Nel 1981 recitò nel famoso film &#8220;Fuga per la vittoria&#8221; con <strong>Pelé </strong>e altri assi del calcio. Poi tentò con poca fortuna la carriera di allenatore.</p>



<p>Divenne quindi un apprezzato commentatore televisivo. Ma nel 1991 il cancro si ripresentò. Non più ai testicoli, al colon retto. Due anni di cure stavolta non bastarono. E il 24 febbraio 1993 <strong>Bobby Moore</strong>, a soli 51 anni, se ne andò per sempre.</p>



<p>È stato il più forte difensore al mondo degli anni Sessanta, il primo centrale difensivo moderno e il capitano dell&#8217;unica Nazionale inglese capace ad oggi di vincere il campionato mondiale. E ancora oggi, nella maggioranza delle top 11 <em>all time</em> proposte dalle più autorevoli organizzazioni internazionali, il nome di <strong>Moore </strong>compare al centro della difesa ideale. Al fianco dell&#8217;amico-rivale di una vita, l&#8217;inossidabile <em>Kaiser </em><strong>Beckenbauer</strong>. La dimostrazione di come la classe e la reputazione, fortunatamente, non vengano scalfite dal tempo.</p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Contro chiunque giocassi avevo sempre i migliori difensori a marcarmi. Ma i più forti sono stati Bobby Moore e Franz Beckenbauer. Beckenbauer è stato fantastico, molto intelligente, molto difficile da battere. E Moore è stato il miglior difensore centrale che abbia mai visto.</p>



<p><strong>Pelé</strong></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="666" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/bobby-moore.jpg" alt="" class="wp-image-26064" style="width:750px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/bobby-moore.jpg 1000w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/bobby-moore-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/bobby-moore-768x511.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">Bobby Moore con la Regina Elisabetta</figcaption></figure>
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		<title>Divino e fragile: Roberto Baggio e l&#8217;elogio della bellezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Forse nessun calciatore italiano nel dopo Superga è diventato così tanto popolare, è entrato così tanto nell&#8217;immaginario collettivo. Roberto Baggio è andato oltre le bandiere [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2026/02/18/divino-e-fragile-roberto-baggio-e-lelogio-della-bellezza.html">Divino e fragile: Roberto Baggio e l&#8217;elogio della bellezza</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Forse nessun calciatore italiano nel dopo Superga è diventato così tanto popolare, è entrato così tanto nell&#8217;immaginario collettivo. <strong>Roberto Baggio</strong> è andato oltre le bandiere e le barriere, è diventato un&#8217;icona venerata, conosciuta e ammirata ovunque e da tutti, anche da chi abitualmente non segue il calcio. </p>



<p><strong>Baggio </strong>ci è riuscito nonostante i ripetuti e continui infortuni (il primo dei quali non ancora minorenne) e i frequenti screzi e malumori con gli allenatori, che lo hanno accompagnato per quasi un ventennio. Ci è riuscito grazie ad un talento calcistico immane, a doti tecniche prodigiose e una sensibilità di tocco pazzesca, che aveva pochissimi epigoni al mondo.</p>



<p>Nel calcio di fine anni Ottanta e primi anni Novanta, quando ha vissuto il suo periodo migliore, conquistando con merito il Pallone d&#8217;oro del 1993, <strong>Baggio </strong>è stato una sorta di risposta italiana a <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/11/25/diego-armando-maradona-genio-eterno.html">Diego Armando Maradona</a></strong>, mentre i tifosi della Juventus hanno cercato in lui &#8211; ma trovato solo in parte &#8211; l&#8217;erede di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/04/30/omaggio-a-sua-maesta-michel-platini.html">Michel Platini</a></strong>.</p>



<p>In un calcio che stava cambiando forma, abbracciando un atletismo più marcato e un tatticismo da subito parso eccessivo, che stava abbandonando l&#8217;idea romantica del fantasista classico, <strong>Baggio </strong>ha saputo regalare magie e spiragli di luce indelebili. Né attaccante né trequartista, ma un po&#8217; di entrambi, è stato una luce perennemente accesa nei giorni e nelle notti mondiali dei tifosi italiani, che si si sono aggrappati a lui per sognare un titolo iridato sfuggito due volte per dettagli.</p>



<p>Ambidestro, capace di segnare molto e far segnare abbastanza, <strong>Baggio</strong> proprio nella Nazionale ha trovato una sorta di <em>Refugium peccatorum</em>, di giardino fiorito: quando vestiva l&#8217;azzurro si trasformava, offrendo il meglio di sé, anche in periodi in cui nei club non riusciva ad offrire grande continuità di prestazioni. Ad eccezione di <strong>Fabio Cannavaro</strong>, ma in un ruolo diverso e meno impattante, nessun altro calciatore italiano nel dopo Superga ha saputo offrire un rendimento con la maglia della Nazionale per tre Mondiali consecutivi come quello di <strong>Baggio</strong>.</p>



<p>Ha cominciato a Italia &#8217;90, prendendosi la maglia da titolare con una serie di prodezze (indimenticabile il suo gol in slalom alla Cecoslovacchia, leggi <a href="https://gameofgoals.it/2015/07/03/1990-girone-a-italia-cecoslovacchia-2-0.html">qui</a>) e componendo con <em>Totò </em><strong>Schillaci </strong>una coppia-gol affiatata e intrigante. </p>



<p>Ha proseguito a Usa &#8217;94, quando dopo un girone pessimo ha alzato il livello nel momento in cui più contava: cinque gol &#8211; tutti decisivi &#8211; in tre partite, Italia trascinata in finale, e poi l&#8217;amaro calice del rigore fallito contro il Brasile (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2016/01/17/1994-finale-brasile-italia-3-2-dr-0-0.html">qui</a>): pochi però ricordano che, se anche <strong>Baggio </strong>avesse segnato, poi il Brasile con <strong>Bebeto </strong>avrebbe avuto ugualmente il <em>match point</em>.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="735" height="414" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/915803806-edited.webp" alt="" class="wp-image-25956" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/915803806-edited.webp 735w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/915803806-edited-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 735px) 100vw, 735px" /><figcaption class="wp-element-caption">Baggio a testa bassa dopo il rigore fallito nella finale mondiale</figcaption></figure>



<p></p>



<p>E infine, Francia &#8217;98: da riserva di lusso, <strong>Baggio </strong>salvò l&#8217;Italia da un&#8217;atroce sconfitta al debutto contro il Cile, sconfisse di furbizia l&#8217;Austria e mandò gli azzurri ad un passo dalle semifinali, facendo tremare la Francia padrona di casa: quel suo tiro al volo che uscì di un nulla, con <strong>Barthez </strong>pietrificato (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2016/02/05/1998-quarti-francia-italia-4-3-dr-0-0.html">qui</a>), rimane un capolavoro <em>raffaelliano</em>, un&#8217;opera incompiuta, che è un po&#8217; il paradigma della sua intera carriera. Un eterno inseguimento al risultato che non arriva mai del tutto &#8211; il palmares di <strong>Baggio </strong>rimane scarne per un giocatore di <em>quel </em>talento, con due scudetti di cui uno da comprimario, una Coppa Uefa e un Pallone d&#8217;oro. Ma anche la dimostrazione che il calcio è prima di tutto fantasia, estetica e bellezza, parafrasando <strong>De Gregori</strong>.</p>



<p>Perché <strong>Baggio </strong>è stato soprattutto questo: un artista, un poeta sublime, che ha regalato pennellate ed emozioni, che ha fatto innamorare e rimanere incollati alla tv o alla radio milioni di italiani per oltre un decennio. La sua anarchia tattica e le sue pause, che gli vengono rimproverate da alcuni allenatori e addetti ai lavori, non possono essere comprese e spiegate se non si analizza a fondo una carriera vissuta perennemente tra le montagne russe, a causa dei suoi costanti guai fisici. A partire da quel 5 maggio 1985 in cui si frantumò il ginocchio nella partita di Serie C1 tra il suo Vicenza e il Rimini allenato dall&#8217;emergente <strong>Arrigo Sacchi</strong>.</p>



<p>Rottura del legamento crociato anteriore, della capsula, del menisco, del collaterale della gamba destra: fu questa la diagnosi, durissima, che pareva compromettere in modo definitivo il futuro del 19enne talento vicentino che pochi giorni prima aveva firmato il contratto con la Fiorentina in Serie A. Il chirurgo  francese <strong>Gilles Bousquet </strong>fece il miracolo e rimise <strong>Baggio </strong>in piedi. Stette un anno fermo. Tornò in campo. Ma ebbe un nuovo infortunio al menisco. Quanti avrebbero saputo rientrare dopo due stop così devastanti a nemmeno 20 anni? </p>



<p>Eppure, <strong>Baggio </strong>non solo ci riuscì. Ma divenne un giocatore di livello mondiale. Guidò la Fiorentina alla finale di Coppa Uefa nel 1990, persa contro la Juventus, sua futura squadra. Si guadagnò i galloni di leader della Nazionale. E nella Juve visse i suoi anni migliori: non solo un talento abbacinante, ma un genio che era capace di qualsiasi prodezza, con una Coppa Uefa vinta da protagonista indiscusso, un Pallone d&#8217;oro e il primo scudetto dell&#8217;era <strong>Lippi</strong>. Anticamera del capolavoro sfiorato di Usa &#8217;94. </p>



<p>In quel periodo, tra il 1993 e il 1994, <strong>Baggio </strong>non aveva rivali al mondo, se non <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/04/24/romario-il-cobra-dellarea-di-rigore.html">Romário </a></strong>nel 1994, ma in un ruolo diverso e più settoriale. Nessun altro calciatore italiano nel dopo Superga è mai stato considerato &#8211; pressoché all&#8217;unanimità &#8211; il miglior calciatore del pianeta per due anni consecutivi come fu <strong>Baggio </strong>in quel biennio magico.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Nessun giocatore ha eguagliato la classe di Roberto Baggio" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/bt33J415Zbc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Poi il suo fisico, sempre claudicante e spesso debilitato, iniziò a presentare il conto. E <strong>Baggio</strong>, dai 28 anni in avanti, visse una seconda fase della carriera meno luminosa eppure ugualmente degnissima, tra stagioni mozzafiato in club medio-piccoli (Bologna e Brescia) e altre poco brillanti (Milan e Inter). Ma sempre con quel legame unico e inscindibile con la maglia azzurra ad accompagnarlo: vedi il <em>climax </em>di Francia &#8217;98 e la mancata &#8211; e, per me, profondamente ingiusta &#8211; convocazione al Mondiale 2002. Quando era tornato da un infortunio gravissimo in soli 76 giorni e tutta l&#8217;Italia spingeva <strong>Trapattoni </strong>per portarlo in Giappone e Corea del Sud.</p>



<p>Ma il <em>Trap </em>non seguì la strada che era stata tracciata vent&#8217;anni prima da <strong>Bearzot </strong>con <em><a href="https://gameofgoals.it/2020/12/17/la-magia-di-pablito.html">Pablito </a></em><strong><a href="https://gameofgoals.it/2020/12/17/la-magia-di-pablito.html">Rossi</a></strong>: lasciò a casa <strong>Baggio </strong>e un&#8217;Italia sulla carta formidabile venne clamorosamente eliminata dalla Corea del Sud negli ottavi di finale, sconfitta da errori di scelte e di gioco prima ancora che dal discutibile operato dell&#8217;arbitro <strong>Byron Moreno</strong>. Ancora recentemente, nel 2023, <strong>Baggio </strong>ha parlato, in alcune interviste, di quella mancata convocazione, indicandola come uno dei momenti più amari della sua carriera.</p>



<p>Amatissimo da tifosi e appassionati, <strong>Baggio </strong>non è stato capito fino in fondo dal sistema, come conferma il lavoro rimasto inutilizzato che la Figc gli aveva commissionato dopo il flop del Mondiale di Sudafrica 2010 per comprendere i motivi della crisi del calcio italiano. <strong>Baggio </strong>lavorò alacremente, giorno e notte, produsse un documento da 900 pagine in cui sviscerava ogni aspetto, dalle difficoltà dei settori giovanili alla fine degli oratori, dalle fatiscenza delle strutture all&#8217;arretratezza di certi insegnamenti, e al contempo propose numerose soluzioni per ripartire. Rimase inascoltato. </p>



<p>Per la cronaca, da allora il calcio italiano continua ad annaspare in acque torbide. Mentre il ricordo di <strong>Baggio </strong>&#8211; così <em>Divino </em>e così fragile al tempo stesso &#8211; continua ad alimentare i sogni di milioni di appassionati del gioco, che non riescono a smettere di pensare alle sue magiche prodezze.</p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>A veder giocare Baggio ci si sente bambini&#8230; Baggio è l&#8217;impossibile che diventa possibile, una nevicata che scende giù da una porta aperta nel cielo.</em></p>



<p><strong>Lucio Dalla</strong></p>
</blockquote>
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		<title>Nato per imporsi: trionfi, ombre e &#8220;caudillismo&#8221; di Daniel Passarella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marcello Brescia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Oct 2025 17:02:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
		<category><![CDATA[1978]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[campione del mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggigiorno il termine &#8220;caudillo&#8220;, assecondando il consueto (e insopportabile) eurocentrismo che ci contraddistingue, viene quasi automaticamente associato a un personaggio oscuro e controverso come Francisco [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Oggigiorno il termine &#8220;<em>caudillo</em>&#8220;, assecondando il consueto (e insopportabile) eurocentrismo che ci contraddistingue, viene quasi automaticamente associato a un personaggio oscuro e controverso come <strong>Francisco Franco</strong>, che per quasi 40 anni rese la Spagna un governo autoritario e centralizzato. Il fenomeno del &#8220;<em>caudillismo</em>&#8221; tuttavia non si sviluppò nella Penisola Iberica, bensì nell&#8217;America Ispanica, oltre un secolo prima dell&#8217;avvento del &#8220;<em>franchismo</em>&#8220;. All&#8217;inizio dell&#8217;800 infatti, la corona di Spagna dovette fare i conti con un problema non da poco alla periferia dell&#8217;impero: le colonie del Nuovo Mondo, da Città del Messico a Montevideo, reclamavano la propria autonomia, e per ottenerla erano disposte a mettersi il coltello tra i denti.</p>



<p>Il conflitto era ormai inevitabile, e dopo oltre 20 anni di sangue versato in nome dell&#8217;indipendenza, gli insurrezionisti latini riuscirono a sottrarsi definitivamente al giogo della monarchia spagnola. Le conseguenze della guerra tuttavia sono facilmente intuibili, a partire dalla debolezza istituzionale; ad approfittare di questo vuoto di potere furono figure legate al mondo bellico, i &#8220;<em>caudillos</em>&#8220;, carismatici capi militari capaci di convertirsi in leader politici dopo essersi impadroniti del potere con la forza. Alcuni di questi individui, come il messicano <em><strong>Pancho Villa</strong></em>, divennero vere e proprie figure di culto nell&#8217;immaginario collettivo <em>ispanoamericano</em>, a tal punto che il retaggio culturale del <em>caudillismo </em>è penetrato rapidamente nell&#8217;epica del calcio <em>rioplatense </em>del XX° secolo.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="250" height="337" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella_1981.jpg" alt="" class="wp-image-25098" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella_1981.jpg 250w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella_1981-223x300.jpg 223w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /><figcaption class="wp-element-caption">Daniel Passarella in maglia River Plate</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Sul rettangolo verde infatti, per &#8220;<em>caudillo</em>&#8221; si intende un difensore centrale (spesso e volentieri con la fascia di capitano al braccio) in grado di guidare l&#8217;intera squadra con leadership e ferocia agonistica. Ecco, secondo <strong>Federico Buffa</strong>, la storia della <em>pelota</em>, limitatamente all&#8217;America di lingua spagnola, incorona 4 grandi <em>caudillos</em>, qui elencati in ordine cronologico: l&#8217;uruguaiano <strong>José Nasazzi</strong>, il peruviano <strong>Héctor Chumpitaz</strong>, il cileno <strong>Elías</strong> <strong>Figueroa</strong>, e l&#8217;argentino <strong>Daniel Passarella</strong>. Quest&#8217;ultimo, rispetto ai suoi predecessori, ha incarnato un modello calcistico leggermente differente, e non privo di contraddizioni.</p>



<p>Se ad esempio uno come <em>Don Elías</em> (<a href="https://gameofgoals.it/2021/10/11/i-caudillos-del-sudamerica-elias-figueroa-vs-daniel-passarella.html">che già in passato era stato messo in confronto a Passarella qui su GoG</a>) rappresentava l&#8217;archetipo del cavaliere senza macchia e senza paura, Daniel qualche macchia invece ce l&#8217;aveva eccome. Abituato a nutrirsi del timore degli avversari, e del rispetto dei propri compagni, Passarella per certi versi è stato la trasposizione calcistica di <strong>Sentenza</strong> (&#8220;Angel Eyes&#8221; in lingua originale), l&#8217;antagonista de &#8220;Il buono, il brutto, il cattivo&#8221;, film western per eccellenza nell&#8217;immaginario collettivo. Forse il paragone con un pistolero freddo e spietato potrà non sembrare lusinghiero, però fateci caso: in quanto a magnetismo, il personaggio interpretato da Lee Van Cleef vi sembra poi così diverso dall&#8217;ex capitano dell&#8217;Argentina?</p>



<p>Nell&#8217;ascesa di Passarella possiamo individuare una prima pietra miliare: è il 1973, e il Sarmiento, la prima squadra di club di colui che diventerà &#8220;<em>El Gran Capitán</em>&#8220;, disputa un&#8217;amichevole contro la <em>Selección</em>, ai tempi guidata da <strong>Omar Sívori</strong>. Il giorno prima della partita, il <em>Cabezón</em> e Passarella si incontrano: a fare da &#8220;intermediario&#8221; tra i due è <strong>Raúl Hernández</strong>, amico dell&#8217;ex fantasista della Juventus, e tecnico del Sarmiento, il primo ad aver mai creduto nelle grandi doti di Daniel.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Daniel Passarella, El Caudillo [Skills &amp; Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/MjY2fINvMDo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Quest&#8217;ultimo, senza alcun preavviso, deve rispondere a una domanda totalmente inaspettata, ma quantomai lusinghiera postagli da Hernández: «Nell&#8217;amichevole di domani vuoi giocare nel Sarmiento o nella Nazionale?». Ripresosi dal comprensibile shock iniziale, Passarella si ricompone, e risponde lasciando entrambi di sasso: «Preferisco giocare nel Sarmiento. Se domani dovessi fare una bella partita nella Nazionale, probabilmente tutti quanti direbbero che me la sarò cavata grazie ai compagni di reparto più esperti ed affermati della <em>Selección</em>. Se invece giocherò bene con la maglia del Sarmiento, allora il merito della prestazione sarà doppiamente mio!».</p>



<p>Non stupisce dunque che un ragazzo con questa personalità, nel giro di un paio d&#8217;anni, riesca a impadronirsi della fascia da capitano del River Plate e dell&#8217;<em>Albiceleste</em>. Passarella diventa infatti il volto principale di una nuova scintillante generazione calcistica pronta a risollevare le sorti dei <em>Millonarios</em> (da quasi 20 anni assenti sul trono d&#8217;Argentina), e della Nazionale, reduce dal fragoroso fiasco ai Mondiali del 1974. Il primo step riesce alla perfezione, come testimoniato dai 7 campionati vinti dal <em>Caudillo </em>con la maglia del River (di cui 4 edizioni del Metropolitano, nel 1975, &#8217;77, &#8217;79 e &#8217;80, e 3 edizioni del Nacional nel &#8217;75, &#8217;79 e &#8217;81). </p>



<p>Sul Mondiale del 1978 invece, per motivi sociopolitici e non solo, andrebbe scritto un racconto a sé stante. In ogni caso, <strong>Videla</strong> o non <strong>Videla</strong>, l&#8217;Argentina si presenta ai nastri di partenza con una squadra fortissima, la migliore mai assemblata fino a quel momento per una rassegna iridata nel dopoguerra. Il ct <strong>César Luis Menotti</strong> affida le chiavi del proprio gruppo al blocco-River Plate: nell&#8217;11 titolare schierato nella finalissima contro l&#8217;Olanda, ben 4 giocatori (<strong>Fillol, </strong>Passarella, <strong>Luque </strong>ed <strong>Ortiz</strong>) militano nei <em>Millonarios</em>. L&#8217;uomo-copertina è ovviamente il capocannoniere <strong>Mario Kempes</strong>, ma il centro di gravità permanente di quel gruppo non può che essere Passarella, che a 25 anni e 31 giorni diventa il calciatore più giovane ad aver mai alzato la Coppa del Mondo da capitano (record che resiste ancora oggi &#8211; per leggere il resoconto della finale contro l&#8217;Olanda, clicca <a href="https://gameofgoals.it/2014/02/20/1978-finale-argentina-olanda-3-1.html">qui</a>).</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella_Videla-Argentina1978.jpg" alt="" class="wp-image-25100" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella_Videla-Argentina1978.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella_Videla-Argentina1978-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella_Videla-Argentina1978-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Passarella sfila davanti ai generali dopo la vittoria del Mondiale &#8217;78</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Passarella disputa un torneo sontuoso, affiancandosi a <strong>Bobby Moore</strong> e <strong>Beckenbauer</strong> nella Hall of Fame dei grandi leader difensivi della storia dei Mondiali. Rispetto ai propri colleghi europei, decisamente più &#8220;gentiluomini&#8221; di lui, il capitano dell&#8217;Argentina può però far valere un argomento di superiorità: il suo micidiale piede mancino, e doti d&#8217;elevazione insospettabili per un calciatore di 1,77 m, lo rendono un asso nella manica anche a ridosso dell&#8217;area di rigore avversaria. La testimonianza di uno dei nostri più grandi stopper quale <strong>Fulvio Collovati</strong>, che lo incrociò ai Mondiali del 1982, basta e avanza per rendere onore al fuoriclasse sudamericano: «Sui corner dovevo anche occuparmi di Passarella. Un brutto cliente. È stato uno dei giocatori, attaccanti compresi, che mi ha maggiormente impegnato nel gioco aereo, aveva un mestiere pazzesco. Ti appoggiava il gomito sulla spalla, rimanevi inchiodato a terra e non lo prendevi più».</p>



<p>Neanche il <em>Caudillo </em>tuttavia può sottrarsi allo sbarco in Serie A, che negli anni &#8217;80 diventa una tappa obbligatoria per tutti i migliori calciatori al mondo. Passarella vi approda a 29 anni, proprio nell&#8217;estate della bruciante sconfitta contro l&#8217;Italia al <em>Mundial </em>spagnolo, e dimostra di avere ancora tante cartucce da sparare. Avevamo già accennato alle sue notevoli capacità balistiche, giusto? Ecco, i tifosi della Fiorentina di una certa età ricorderanno benissimo le sue fucilate da fuori area, o i suoi calci di punizione al veleno, in particolare nella stagione 1985/86; Daniel infatti, che era anche un ottimo rigorista, in quell&#8217;annata segna ben 11 gol, stabilendo un nuovo record di prolificità per un difensore in un singolo campionato di Serie A.</p>



<p>Nonostante le grosse soddisfazioni individuali tuttavia, in quelle 4 stagioni la Fiorentina ottiene risultati molto altalenanti, non riuscendo mai a competere concretamente per lo scudetto. Se nel suo nuovo club Passarella rimane indubbiamente il <em>Líder Máximo</em> della squadra, in Nazionale la situazione è invece ben diversa: il ciclo di Menotti è ormai giunto al termine, e il nuovo tecnico <strong>Carlos Bilardo</strong>, nel percorso di avvicinamento ai Mondiali del 1986, inizia a far respirare aria di cambiamenti. Per il <em>Narigón</em> infatti, il nuovo Re Sole della sua Argentina non è più l&#8217;ex capitano del River Plate, bensì un altro ragazzo mancino dalla personalità straripante, persino superiore a quella di Daniel.</p>



<p>I forti dissapori personali tra <strong>Maradona </strong>e <strong>Passarella</strong>, ed il simbolico passaggio di consegne tra i due (a partire dalla fascia di capitano, che <strong>Bilardo </strong>affida al <em>Pibe de Oro</em>), segnano di fatto la fine della parabola del <em>Caudillo </em>in Nazionale. L&#8217;ultima presenza del fu <em>Gran Capitán</em> con la maglia <em>albiceleste </em>risale infatti al 4 maggio 1986, in uno dei test pre-Mondiali contro Israele. Pur venendo convocato, in Messico Passarella non scenderà in campo neanche per un minuto, alle prese con problemi intestinali prima, e con un infortunio al polpaccio poi. Come sia andato quel torneo per l&#8217;Argentina, trascinata da un <em>barillete </em>mai così<em> cósmico</em>, lo sanno praticamente tutti. Al <em>Caudillo </em>bicampione del mondo (tuttora l&#8217;unico calciatore non brasiliano o italiano a potersi fregiare di questo titolo) non resta che trascorrere 2 stagioni di lento declino nell&#8217;Inter, prima di chiudere definitivamente baracca e burattini da trentaseienne nel 1989, con la maglia del suo amato River Plate.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="681" data-id="25103" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/passarella-fiorentina.jpg" alt="" class="wp-image-25103" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/passarella-fiorentina.jpg 1000w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/passarella-fiorentina-300x204.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/passarella-fiorentina-768x523.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">Passarella in maglia Fiorentina</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="687" data-id="25104" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella-Inter-1-1024x687.jpg" alt="" class="wp-image-25104" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella-Inter-1-1024x687.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella-Inter-1-300x201.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella-Inter-1-768x515.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/10/Passarella-Inter-1.jpg 1192w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Passarella all&#8217;Inter con Trapattoni</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>A quasi 40 anni di distanza dalla sua ultima partita da calciatore (ironia della sorte, un <em>Superclásico</em> contro il Boca Juniors, in cui si fece espellere), possiamo affermare che Passarella abbia tentato in tutti i modi di macchiare la sua stessa immagine, sia come allenatore che come dirigente, riuscendoci alla perfezione. Molti dei suoi compatrioti infatti, criticano tuttora la sua gestione della Nazionale argentina nel suo quadriennio da ct dal 1994 al 1998; il <em>Caudillo </em>tentò infatti di imporre una disciplina da caserma, scontrandosi con alcuni dei leader della <em>Selección</em> (<strong>Batistuta</strong>, <strong>Redondo</strong>, <strong>Caniggia </strong>e via dicendo), rei di non volersi tagliare i capelli (!) come imposto dall&#8217;allenatore. Ancor più imbarazzante fu una sua dichiarazione in un&#8217;intervista nel 1995, in cui affermò che da tecnico dell&#8217;<em>Albiceleste</em> non avrebbe mai convocato nessun calciatore omosessuale&#8230;</p>



<p>Disastri ben peggiori avrebbe combinato in seguito, una volta diventato presidente del River Plate nel dicembre 2008: fu proprio durante la sua amministrazione che i <em>Millonarios</em>, nel 2011, dovettero bere l&#8217;amaro calice della prima retrocessione della propria gloriosa storia. L&#8217;onta fu talmente grossa da condannare Passarella a un&#8217;inevitabile <em>damnatio memoriae</em> da parte di una fetta consistente della tifoseria biancorossa; basti pensare che nel 2021, in occasione del 120° compleanno del club, i profili ufficiali del River non lo inclusero in nessun video celebrativo, destando un certo scalpore in Argentina.</p>



<p>Tuttavia, nonostante il suo stesso popolo gli abbia (comprensibilmente) voltato le spalle, la pochezza extra-campo di Passarella non potrà mai offuscarne il ruolo di primo piano nella storia del calcio giocato; a ribadirlo non è chi scrive, bensì due figure di discreta rilevanza in quest&#8217;ambito, di cui riportiamo le rispettive citazioni.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Il miglior difensore che abbia mai visto. Colpiva di testa in tutte e due le aree meglio di chiunque altro, qualcosa che manca al calcio argentino di oggi. Il nostro rapporto fuori dal campo non ha niente a che vedere di quello che penso di lui come calciatore</em>.</p>
<cite><strong>Diego Armando Maradona</strong>, &#8220;<em>Yo soy el Diego</em>&#8220;, 2000</cite></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>In questa squadra secondo me manca un altro difensore centrale. Il problema è che non so chi toglierei per fargli spazio. Personalmente avrei aggiunto Daniel Passarella</em>. <em>Era un giocatore fantastico, mobile e aggressivo, e penso che si sarebbe completato alla perfezione in coppia con Beckenbauer</em></p>



<p><strong>Sir Alex Ferguson</strong> riferendosi al <em>Dream Team </em>selezionato da <em>France Football </em>nel 2020</p>
</blockquote>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/10/01/nato-per-imporsi-trionfi-ombre-e-caudillismo-di-daniel-passarella.html">Nato per imporsi: trionfi, ombre e &#8220;caudillismo&#8221; di Daniel Passarella</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Gordon Banks, il Guardiano tra i guardiani d&#8217;Albione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Resta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Sep 2025 21:16:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
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		<category><![CDATA[1970]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Bank saves your Money! Banks saves England!». Così c&#8217;era scritto su un muro poco distante dal vecchio Victoria Ground, ovvero lo stadio dello Stoke City, [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">«Bank saves your Money! Banks saves England!». Così c&#8217;era scritto su un muro poco distante dal vecchio Victoria Ground, ovvero lo stadio dello Stoke City, prima di trasferirsi al più moderno Britannia, al di là della Queensway. Adesso però immaginate un uomo le cui mani sembrano fatte di velluto ma che, al tempo stesso, possiedono la fermezza di un metallo temprato dal destino. <strong>Gordon Banks</strong> &#8211; non un semplice portiere, bensì il guardiano di un regno di sogni e aspettative che sfidano il tempo – si staglia nella storia del calcio britannico come un faro di eccellenza, un santuario di riflessi e di istinti che sembrano quasi trascendere le leggi della fisica.</p>



<p>Statisticamente, il suo curriculum è scritto con caratteri di rilievo: 679 partite con i club, rispettivamente Leicester City e Stoke City (intervallate da vari club della lega statunitense), 73 presenze con la maglia inglese, un impressionante 78% di <em>clean sheets</em> in competizioni internazionali e un ruolo cruciale nella vittoria dell’Inghilterra ai <a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/mondiali/mondiale-1966">Mondiali del 1966</a>. In quell’anno magico, <strong>Banks </strong>si ergeva come un baluardo, un pilastro inscalfibile che ha contribuito a scrivere il capitolo più glorioso della storia calcistica nazionale inglese. <strong>Bobby Moore</strong>, figura mitica di quella nazionale racconterà spesso «Non è che Gordon fosse il portiere più classico fra i vari presenti in quel periodo, però, sapeva dare i comandi alla linea difensiva come nessun altro e possedeva un istinto che non ho mai più rivisto in giro». La sua presenza tra i pali era come l’ombra rassicurante di un gigante silenzioso, sempre pronto a respingere con grazia e precisione le sfide che gli si ponevano innanzi.</p>



<p>Il momento culminante di quella cavalcata trionfale avvenne il 30 luglio 1966, <a href="https://gameofgoals.it/2013/09/03/1966-finale-inghilterra-germania-ovest-4-2.html">nella finale del Wembley contro la Germania Ovest</a> di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/02/20/kaiser-franz-beckenbauer-imperatore-di-germania.html">Beckenbauer </a></strong>e <strong>Haller</strong>, un incontro che sembra ancora riecheggiare nelle cronache come un poema epico del calcio (in primis grazie alla storica rivalità fra le due Nazionali e poi per il famoso “Goal Fantasma” di <strong>Hurst</strong>). La sua performance si caricò di una pietra miliare: parate così epiche e pulite da essere scolpite nel marmo dei ricordi di ogni inglese , una prestazione di pura maestria che ha superato la gravità del semplice gesto tecnico. E, tuttavia, la vera gloria non risiede solo nella sua abilità, ma anche in quell’istante di pura poesia sportiva che ha reso immortale il “paradiso” di <strong>Banks</strong>. Ma per questo dobbiamo aspettare la bellezza di quattro anni e spostarsi in Messico…</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized has-custom-border" style="margin-top:0;margin-bottom:0"><img loading="lazy" decoding="async" width="917" height="612" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Screenshot-2025-09-14-231359.png" alt="" class="wp-image-25036" style="border-style:none;border-width:0px;border-radius:0px;width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Screenshot-2025-09-14-231359.png 917w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Screenshot-2025-09-14-231359-300x200.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Screenshot-2025-09-14-231359-768x513.png 768w" sizes="(max-width: 917px) 100vw, 917px" /><figcaption class="wp-element-caption">Banks sorride e solleva la Coppa del mondo</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Tra le molte meraviglie che il suo nome evoca, la più celebre rimane senza dubbio quella che i critici hanno ribattezzato come “La parata del secolo&#8221;, nel match <a href="https://gameofgoals.it/2013/09/19/1970-girone-c-brasile-inghilterra-1-0.html">Brasile-Inghilterra 1-0</a>. Nel bel mezzo dell&#8217;estate messicana nel 1970, quello che ancora oggi per molti è definito come il “più grande di sempre” e cioè Edson Arantes Do Nascimento in arte <strong>Pelé </strong>danza nel cuore della difesa dei Tre Leoni, tentando di sfondare quella muraglia umana che il mitico <strong>Sir Alf Ramsey</strong> ha sapientemente orchestrato. <strong>Pelé</strong>, con il suo genio naturale e con una fisicità che non è quantificabile con nessun apparato linguistico conosciuto, si eleva su un cross dal fondo saltando e rimanendo in aria con una potenza devastante, colpisce la palla di testa angolandola perfettamente tanto che il goal pareva già segnato. </p>



<p>È qui che <strong>Banks</strong>, <em>The Chinese One</em>, come lo ribattezzano i tabloid, per via del suo taglio degli occhi un po&#8217; orientale decide di compiere l&#8217;impossibile . Da coprire il primo palo sul cross si butta istintivamente sul secondo andando a prendere con una mano il colpo di testa di <em>O Rei</em>. Un gesto non solo di reattività, ma di intuizione, di sensibilità tattile che sembra sondare l’Infinito per trovare un’estensione alla propria volontà. La parata non è semplicemente un atto di abilità, ma un’opera di poesia in movimento, un preciso e ispirato atto di resistenza contro l’entropia.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/gordon-bansks-pele-mondiali-1970-parata-1549969512694-1200x675-1-1024x576.avif" alt="" class="wp-image-25031" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/gordon-bansks-pele-mondiali-1970-parata-1549969512694-1200x675-1-1024x576.avif 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/gordon-bansks-pele-mondiali-1970-parata-1549969512694-1200x675-1-300x169.avif 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/gordon-bansks-pele-mondiali-1970-parata-1549969512694-1200x675-1-768x432.avif 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/gordon-bansks-pele-mondiali-1970-parata-1549969512694-1200x675-1.avif 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La famosa parata di Gordon Banks su Pelé in Brasile-Inghilterra del Mondiale &#8217;70</figcaption></figure>



<p></p>



<p>In quell’istante, <strong>Banks </strong>diventa più di un portiere: incarna l’essenza stessa del sacro, quella capacità sovrumana di fare l’impossibile apparire come un normale atto di destrezza. La sua figura si staglia come una statua di bronzo contro il panorama effimero degli eventi, un simbolo eterna di eccellenza.</p>



<p>Se si pensa alla sua eredità, è come sfogliare un libro aperto di narrativa sportiva: un’eredità fatta di numeri, ma anche di quella capacità di elevare il calcio a un’arte. Un uomo il cui sguardo e le cui mani hanno scolpito nel granito della storia sportiva un’immortalità che non conosce polvere né oblio.</p>



<p><strong>Banks </strong>non fu solo un portiere: fu una leggenda in carne e ossa, un atleta silenzioso di quelli che “oggi con quel fisico non farebbe nemmeno il magazziniere”, dotato però sia di stile che di precisione. Un portiere che rientra sempre nella Top 10 delle varie classifiche “All Time”, un uomo che ha scritto il proprio poema nella “memoria collettiva britannica e non” regalando al mondo un esempio di come il talento, la dedizione e un pizzico di magia possano elevare un semplice gioco o un piccolo grande gesto, a un vero e proprio miracolo sportivo.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Gordon Banks [Best Saves]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/XxNaNeuhQOg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Bernd Bert Trautmann: il soldato della Wehrmacht che divenne l&#8217;idolo d&#8217;Inghilterra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2025 15:40:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un tedesco idolo degli inglesi è merce rara, alla luce della profonda rivalità – calcistica e non solo – tra i due Paesi. Ma chi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/09/09/bernd-bert-trautmann-il-soldato-della-wehrmacht-che-divenne-lidolo-dinghilterra.html">Bernd Bert Trautmann: il soldato della Wehrmacht che divenne l&#8217;idolo d&#8217;Inghilterra</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Un tedesco idolo degli inglesi è merce rara, alla luce della profonda rivalità – calcistica e non solo – tra i due Paesi. Ma chi si è stupito quando il 16 ottobre 2024 la federcalcio inglese ha scelto come commissario tecnico della nazionale inglese il tedesco <strong>Thomas Tuchel</strong> non conosce probabilmente la storia di <strong>Bert Trautmann</strong>.</p>



<p><strong>Bernhard Carl Trautmann</strong>, detto Bernd, era nato a Brema, in Germania, il 22 ottobre 1923. Quando il nazionalsocialismo prese il potere in Germania, lui era un bambino di 10 anni. Sportivo poliedrico, da piccolo si era cimentato con un certo successo nel nuoto e nella pallamano, ricevendo dal presidente tedesco <strong>Paul Von Hindeburg </strong>un “certificato di eccellenza sportiva”.</p>



<p>Con il tempo crebbe in lui la passione per il calcio. Ma crebbe soprattutto un’altra &#8220;passione&#8221;, molto più pericolosa: come molti suoi coetanei e connazionali, Bernd rimase affascinato dai folli e megalomani progetti di <strong>Adolf Hitler</strong>. E quando scoppiò la guerra, si arruolò come volontario nell’esercito. Venne assegnato in un primo tempo alle radiocomunicazioni, ma lui non voleva essere un comprimario. Voleva recitare un ruolo attivo, stare in prima linea.</p>



<p>Così passò ai paracadutisti della Luftwaffe e fu spedito in Polonia. Bernd era un tedesco atipico: amava ridere, fare scherzi: in Russia, nel 1941, manomise un veicolo militare, insieme ad altri compagni, infilando della sabbia nel motore. Quando i suoi superiori si accorsero della bravata, fu accusato di sabotaggio e spedito nove mesi in una prigione a Zytomir, in Ucraina.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="184" height="275" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/images.jpg" alt="" class="wp-image-24999" style="width:350px"/><figcaption class="wp-element-caption">Trautmann giovane soldato della Wehmacht</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Scontata la pena, venne arruolato nuovamente nell&#8217;esercito e spedito a combattere al fronte. Il rigido inverno russo e la controffensiva dell&#8217;Armata Rossa provocarono un massacro nell&#8217;esercito tedesco: la divisione di <strong>Trautmann </strong>contava in tutto mille uomini. Ne tornarono a casa meno di un terzo. Tra questi c&#8217;era Bernd, che ricevette cinque medaglie e la Croce di Ferro al valore militare. Avrebbe voluto tornare a Brema, la città dove era nato nel 1923. Iniziava ad averne basta di quel conflitto interminabile. Aveva visto cadere sul campo molti amici e, forse, cominciava a capire che non erano poi tutte d&#8217;oro le promesse che il nazismo aveva fatto.</p>



<p>Ma i vertici della Wehrmacht non potevano permettere che un soldato così bravo si facesse da parte, oltretutto nel momento in cui la guerra stava entrando nella fase decisiva. Dalla Russia, il giovane <strong>Trautmann </strong>si ritrovò così in Francia. Ancora una volta in prima linea. Ancora una volta a rischiare la morte, dopo che la sua unità fu bombardata e lui rimase tre giorni sepolto sotto le macerie di un palazzo. Ma l&#8217;inossidabile Bernd ne uscì vivo. Seppur, con il morale sotto i tacchi, l&#8217;orgoglio ferito e l&#8217;entusiasmo a pezzi. E con il desiderio, più forte che mai, di tornare a casa, dalla sua famiglia.</p>



<p>Il suo destino però era un altro. E lo avrebbe portato lontano dalla Germania. Catturato dagli americani sulla via di Brema, mentre la Germania di <strong>Hitler </strong>era oramai allo stremo delle forze, riuscì a fuggire. Ma finì poi nelle mani degli inglesi. Secondo una leggenda pare che i soldati britannici lo salutarono chiedendogli se gradisse una tazza da tè. Invenzione o meno, Bernd iniziò forse a capire quel giorno che l&#8217;Inghilterra, la nazione che forse più di tutte il nazismo indicava come nemica, non era poi così perfida.</p>



<p><strong>Trautmann </strong>venne internato in un campo di lavoro ad Ashton in Mackerfield, non lontano da Manchester. Il governo inglese voleva utilizzare i prigionieri di guerra tedeschi per ricostruire il Paese, ma ben presto gli ufficiali del campo si accorsero che quel ragazzone biondo, che aveva rischiato di morire più volte sotto i bombardamenti e che il Reich aveva decorato con la Croce di Ferro, avrebbe potuto essere utile in un modo diverso che non facendo l&#8217;operaio o il manovale. </p>



<p>Nei periodi di pausa, Bernd era stato chiamato a far parte di una delle squadre di calcio nel torneo del campo. Inizialmente provò da centrocampista. Poi, dopo l&#8217;infortunio del portiere, venne spostato in porta. Il successo fu immediato. Molti compresero che di fronte ai loro occhi non si stava trovando un fenomeno passeggero, ma un portiere vero, che avrebbe anche potuto fare carriera e guadagnare dei soldi giocando a pallone.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Bert-Trautmann-portiere-del-Manchester-City-negli-anni-50-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-24998" style="width:800px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Bert-Trautmann-portiere-del-Manchester-City-negli-anni-50-1024x768.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Bert-Trautmann-portiere-del-Manchester-City-negli-anni-50-300x225.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Bert-Trautmann-portiere-del-Manchester-City-negli-anni-50-768x576.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Bert-Trautmann-portiere-del-Manchester-City-negli-anni-50.jpg 1380w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Un volo plastico di Trautmann</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Quando la guerra terminò e i prigionieri tedeschi poterono tornare dalle loro famiglie, Bernd decise di restare. L&#8217;Inghilterra iniziava a piacergli, anche se il difficile doveva ancora cominciare. Essere in un campo di guerra, con molti suoi connazionali, era un conto. Vivere al di fuori, a stretto contatto con quelli che fino al giorno prima erano stati dei nemici, era tutto un altro.</p>



<p>La sua fortuna si chiamò<strong> Jack Friar</strong>: era il segretario del Saint Helen&#8217;s Town, una squadra di calcio locale. <strong>Friar </strong>comprese le difficoltà di quel ragazzo tedesco e lo prese sotto la sua ala protettrice. La figlia, Margareth, si innamorò di lui e i due, qualche anno dopo, si sposeranno. Bernd sembrava felice nella campagna inglese e non sembrava nutrire ambizioni particolari che non fossero quelle di godere di un po&#8217; di serenità dopo gli anni tetri della guerra.</p>



<p><strong>Friar </strong>difese sempre Bernd. Anche se nessuno all&#8217;inizio lo voleva: la guerra era terminata da una manciata di anni e vedere un tedesco in Inghilterra pareva un insulto, non solo un paradosso. Ma Bernd, il cui nome venne presto inglesizzato in Bert, conquistò la fiducia della gente un passettino per volta, come si fa con tutte le conquiste più preziose.</p>



<p>E quando gli venne prospettata l&#8217;idea di tornare a Brema, a casa sua, disse no. Anche perché le sue sempre più convincenti prestazioni nel piccolo Saint Helen&#8217;s Town stavano richiamando un gran numero di addetti ai lavori e osservatori, stregati da quel portiere saltimbanco che mostrava coraggio leonino e doti tecniche invidiabili.</p>



<p>Si fece avanti addirittura il Manchester City, in cerca di un nuovo numero uno dopo il ritiro del leggendario <strong>Frank Swift</strong>. I <em>Citizens </em>ai tempi non erano di sicuro la corazzata di oggi, ma una buona squadra di Prima Divisione. Quando fu annunciato pubblicamente il trasferimento, 20mila tifosi si ritrovarono in piazza per protestare: nessuno voleva un tedesco in squadra. In testa anche i rappresentanti della comunità ebraica di Manchester.</p>



<p>Ma la dirigenza tenne duro e Bernd, oramai per tutti Bert, rispose sul campo confermando la sua piena affidabilità. In qualunque città si recasse, in qualunque stadio giocasse, veniva visto con diffidenza, se non con scherno o, peggio ancora, rabbia. «Non penso fosse rivolta a me, ma alla Germania» dirà un giorno. «Vedere un tedesco in Inghilterra a pochi anni dalla fine del conflitto riaprì molte ferite. Con l’aiuto dei compagni ho superato tutte le difficoltà. E così l’Inghilterra è diventata casa mia, come lo era stata la Germania».</p>



<p><strong>Bert Trautmann</strong> difese la porta del Manchester City per 15 stagioni e un totale di 545 incontri, entrando nel cuore di tutti nella finale di FA Cup del 1956, quando &#8211; nonostante lo spostamento di cinque vertebre del collo in seguito ad uno scontro di gioco &#8211; contribuì con alcune parate straordinarie al successo per 3-1 sul Birmingham City. Al termine dell&#8217;incontro <strong>Trautmann </strong>ricevette addirittura i complimenti del <strong>Principe Filippo di Edimburgo</strong>, il marito della <strong>Regina Elisabetta II</strong>. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="820" height="615" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Bert-Trautmann-insieme-ai-suoi-compagni-di-squadra.jpg" alt="" class="wp-image-24997" style="width:800px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Bert-Trautmann-insieme-ai-suoi-compagni-di-squadra.jpg 820w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Bert-Trautmann-insieme-ai-suoi-compagni-di-squadra-300x225.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Bert-Trautmann-insieme-ai-suoi-compagni-di-squadra-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 820px) 100vw, 820px" /><figcaption class="wp-element-caption">Trautmann sorretto dai compagni di squadra nella finale di FA Cup del 1956</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Quando la notizia della sua resistenza eroica malgrado mezzo collo rotto, divenne di pubblico dominio il giorno seguente sui giornali, la sua figura entrò ufficialmente nel mito: non solo di Manchester, ma di tutta l&#8217;Inghilterra. Compresa la comunità ebraica, con il rabbino capo di Manchester che lo incontrò personalmente e gli strinse la mano.</p>



<p>Se il 1956 segnò per la sua parabola sportiva il punto più alto della carriera, sul piano umano fu un anno tragico: il figlio che aveva avuto da Margareth, infatti, morì a soli cinque anni in un incidente stradale.</p>



<p>Ritiratosi nel 1960 in una festa che coinvolse 60mila spettatori entusiasti, <strong>Trautmann</strong> divenne un allenatore giramondo: allenò in Germania, Birmania, Tanzania, Liberia, Pakistan e Yemen. Il legame con la moglie divenne gradatamente sempre più cupo: la perdita del figlio piccolo probabilmente influì alla lunga sul rapporto. Così Bert e Margareth divorziarono. Si risposò altre due volte ed ebbe ancora tre figli.</p>



<p>Ufficiale dell&#8217;Ordine al merito di Germania nel 1997, <strong>Trautmann </strong>divenne anche Membro dell&#8217;ordine dell&#8217;Impero Britannico nel 2004 con la seguente motivazione: &#8220;Come portiere simbolo della pace post-bellica, Trautmann è stato insignito dell&#8217; OBE dall&#8217;Ordine dell&#8217;Impero Britannico per aver favorito le relazioni tra Inghilterra e Germania.&#8221; Nel 2005 è entrato a far parte della Hall of Fame del calcio inglese e nel 2011 di quella della federcalcio tedesca. E il Manchester City gli ha dedicato una statua, che si trova nel museo del club.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="1467" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/MV5BOTM3NjBhNTEtMDBlOC00MDYwLWEyYjQtYzg3NzM2NDNlYTQ1XkEyXkFqcGc@._V1_FMjpg_UX1000_.jpg" alt="" class="wp-image-25002" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/MV5BOTM3NjBhNTEtMDBlOC00MDYwLWEyYjQtYzg3NzM2NDNlYTQ1XkEyXkFqcGc@._V1_FMjpg_UX1000_.jpg 1000w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/MV5BOTM3NjBhNTEtMDBlOC00MDYwLWEyYjQtYzg3NzM2NDNlYTQ1XkEyXkFqcGc@._V1_FMjpg_UX1000_-204x300.jpg 204w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/MV5BOTM3NjBhNTEtMDBlOC00MDYwLWEyYjQtYzg3NzM2NDNlYTQ1XkEyXkFqcGc@._V1_FMjpg_UX1000_-698x1024.jpg 698w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/MV5BOTM3NjBhNTEtMDBlOC00MDYwLWEyYjQtYzg3NzM2NDNlYTQ1XkEyXkFqcGc@._V1_FMjpg_UX1000_-768x1127.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">La copertina del film &#8220;The Keeper&#8221; uscito nel 2019 che ripercorre fedelmente la vita di Trautmann</figcaption></figure>



<p></p>



<p>La storia di <strong>Bernd Bert Trautmann</strong> si porta dietro soprattutto due insegnamenti, entrambi profondamente attuali.</p>



<p>Il primo è quello che non bisogna mai mollare. Che occorre avere coraggio. Che &#8211; se si crede realmente in un progetto, un&#8217;idea, un ideale &#8211; è fondamentale investire tutte le proprie forze ed energie perché solamente così si potrà raggiungere il risultato che ci si è prefissati.</p>



<p>Il secondo è che, se l&#8217;umanità vuole realmente compiere un salto in avanti, bisogna smetterla di ragionare e giudicare per basi etniche o per nazionalità. A contare sono le persone e le loro idee, non la provenienza territoriale e geografica o, peggio ancora, l&#8217;appartenenza religiosa.</p>



<p>Con la forza di volontà e uno spirito indomito, il pluridecorato soldato tedesco della Wehrmacht <strong>Bernd Trautmann </strong>ha saputo diventare il calciatore inglese idolo di Manchester e di gran parte dell&#8217;Inghilterra <strong>Bert Trautmann </strong>in poco tempo. </p>



<p>Quanto sarebbe bello che vicende come la sua venissero raccontate nelle scuole, per insegnare ai ragazzi che ci sono persone che cercano davvero di lottare per rendere il mondo un posto migliore, non solo a parole ma sul campo, nella vita di tutti i giorni.</p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Ci sono stati due soli portieri di valore mondiale. Uno era Lev Jascin, l&#8217;altro era il ragazzo tedesco che giocava a Manchester, Bert Trautmann».</p>



<p><strong>Lev Jascin</strong></p>
</blockquote>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Bert Trautmann: da soldato tedesco a leggenda del Manchester City| Grandi del Calcio" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/J5is-izSqWo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/09/09/bernd-bert-trautmann-il-soldato-della-wehrmacht-che-divenne-lidolo-dinghilterra.html">Bernd Bert Trautmann: il soldato della Wehrmacht che divenne l&#8217;idolo d&#8217;Inghilterra</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Duncan Edwards, il più bello e il più grande tra i &#8220;Fiori di Manchester&#8221;</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2025/07/07/duncan-edwards-il-piu-bello-e-il-piu-grande-tra-i-fiori-di-manchester.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Resta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
		<category><![CDATA[1958]]></category>
		<category><![CDATA[duncan edwards]]></category>
		<category><![CDATA[flowers of manchester]]></category>
		<category><![CDATA[inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[manchester united]]></category>
		<category><![CDATA[matt busby]]></category>
		<category><![CDATA[monaco di baviera]]></category>
		<category><![CDATA[scelti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era una fredda mattina di metà febbraio quando Francis Lowry e Luke Appleton, rispettivamente apprendista tipografo e calzolaio il secondo, decisero di recarsi all&#8217;Old Trafford [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/07/07/duncan-edwards-il-piu-bello-e-il-piu-grande-tra-i-fiori-di-manchester.html">Duncan Edwards, il più bello e il più grande tra i &#8220;Fiori di Manchester&#8221;</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Era una fredda mattina di metà febbraio quando <strong>Francis Lowry</strong> e <strong>Luke Appleton</strong>, rispettivamente apprendista tipografo e calzolaio il secondo, decisero di recarsi all&#8217;Old Trafford per cercare conforto tra la folla. La notizia del tragico incidente aereo che aveva colpito il Manchester United il 6 febbraio del 1958 si era diffusa rapidamente e in città non si parlava d&#8217;altro da giorni. Inutile dire che “non era come oggi” , non esisteva internet e le notizie andavano davvero cercate con fatica e sudore. Di sicuro però c&#8217;era che l&#8217;incidente aveva scosso l&#8217;intera comunità. </p>



<p>Sebbene gli idoli di quella squadra giovanissima fossero molteplici il pensiero della Stretford End pendeva inevitabilmente  verso un giocatore particolare: <strong>Duncan Edwards</strong>. L’eroe di tanti giovani amanti del gioco era tra i feriti più gravi e l’incertezza avvolgeva il destino di molti altri giocatori.</p>



<p>I due ragazzi scesero dalle loro rispettive casette a schiera in Nansen Street e si diressero a Nord verso il Teatro dei Sogni.</p>



<p>Già, così lo chiamavano una volta…</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="700" height="875" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/manchester-atalanta-la-storia-di-old-trafford-stadio_679155c8-2f67-11ec-afe7-cfb9e47031d4_700_875_v3_large_libera.jpg" alt="" class="wp-image-24615" style="width:450px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/manchester-atalanta-la-storia-di-old-trafford-stadio_679155c8-2f67-11ec-afe7-cfb9e47031d4_700_875_v3_large_libera.jpg 700w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/manchester-atalanta-la-storia-di-old-trafford-stadio_679155c8-2f67-11ec-afe7-cfb9e47031d4_700_875_v3_large_libera-240x300.jpg 240w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption class="wp-element-caption">Le lancette dell&#8217;orologio all&#8217;Old Trafford ferme al momento della tragedia</figcaption></figure>



<p></p>



<div class="wp-block-group is-layout-constrained wp-block-group-is-layout-constrained">
<div class="wp-block-group is-vertical is-layout-flex wp-container-core-group-is-layout-fe9cc265 wp-block-group-is-layout-flex">
<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Francis: </strong>«Luke, hai sentito? Dicono che oggi parleranno Matt Busby e forse anche Edwards! L&#8217;ho sentito dire al pub ieri sera sul Moss Side».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Luke:</strong> «Sì, ho sentito. Ma sarà vero? E poi tu cosa ci facevi ieri sera così lontano fino al Moss Side? È per quella Lucy Spangler scommetto!? Vero? E comunque Edwards non dovrebbe essere ancora in terapia intensiva? Alcuni dicevano che Harry Gregg è riuscito a salvare alcuni compagni ma ha anche confidato ad una giornalista tedesca che Duncan era quello messo peggio di tutti!».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Francis: </strong>«Non lo so, ma sentire Busby di certo potrebbe aiutarci a capire. C&#8217;è tanto caos&#8230;».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5">Mentre si avvicinavano all&#8217;ingresso dello stadio, un gruppo di persone si radunava, tutte con espressioni di ansia e tristezza.</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Luke: </strong>«Guarda quanta gente è venuta. È incredibile… nemmeno contro i Wolves ad ottobre eravamo così tanti».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Francis: </strong>«Già, è come se ci conoscessimo tutti personalmente. Non so ho una strana sensazione a dire il vero…».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><br>Il brusio della folla si affievolì quando gli altoparlanti iniziarono a trasmettere la voce dolorante di Matt Busby che , con tono calmo e rassicurante, cercò di confortare i presenti.</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><br><strong>M. Busby (voce dagli altoparlanti):</strong> «Voglio ringraziarvi tutti per essere qui oggi. Il supporto che ci date è inestimabile per la squadra e per tutti noi».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5">Luke: «È incredibile che riesca a parlare con così tanta forza. Dev&#8217;essere davvero duro per lui. Il dolore fisico e la responsabilità per tutta la squadra. Io non so se ne sarei capace».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Francis: </strong>«Lo è per tutti Luke! È difficile e doloroso per tutti adesso! Ma è come un faro in questo momento buio. Solo lui può aiutarci a capire come stanno veramente le cose».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>M. Busby:</strong> «Molti di noi stanno lottando ancora fra la vita e la morte . Io so già cosa vorreste sentire e soprattutto Chi vorreste ascoltare… ma per adesso possiamo solo pregare e riporre in Dio le nostre speranze. Sono sicuro però che vi farà piacere sentire un altro ragazzo proprio qui accanto a me!».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><br>Dopo il Boss, prese il microfono un giovane Bobby Charlton, altro giocatore del quale si dicevano cose straordinarie e a ragion veduta aggiungerei pure…<br></p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5">La voce tremava leggermente, segno del dolore condiviso e pure di una certa timidezza che lo contraddistinguerà per tutta la sua meravigliosa carriera.<br></p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Bobby Charlton:</strong> «Siamo tutti qui a lottare, è la nostra partita più difficile! E anche Duncan sta lottando esattamente come usa fare un campo!».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Luke: </strong>«Charlton sembra così giovane, ma è già un leader. Lo senti, Francis? Non posso pensare che queste siano le parole di un ragazzino…».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Francis: </strong>«Sì, e penso che parli per tutti noi. Anche se non siamo in campo, sentiamo il peso del dolore e della tristezza esattamente come loro in quei letti d&#8217;ospedale».<br></p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5">La folla ascoltò in silenzio fino alla fine, mentre una sensazione di unità e speranza cominciava a circolare.<br></p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Luke: </strong>«Francis, penso che oggi abbiamo capito quanto sia importante rimanere uniti. Non importa cosa accadrà. Se esiste un giorno che ci aiuta a comprendere il perché ci chiamiamo United è sicuramente questo!».</p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5"><strong>Francis: </strong>«Hai ragione Luke. E chissà, forse un giorno toccherà a noi raccontare questa storia alle generazioni future. Sperando di non aver bisogno degli altoparlanti però…».<br></p>



<p class="has-text-align-left" style="border-style:none;border-width:0px;margin-top:0;margin-right:var(--wp--preset--spacing--60);margin-bottom:0;margin-left:var(--wp--preset--spacing--60);font-style:normal;font-weight:300;line-height:1.5">Con un ultimo sguardo allo stadio, i due amici si allontanarono, consapevoli che, nonostante la tragedia, lo spirito dello United sarebbe risorto ancora più forte che mai. Il senso di appartenenza non era mai stato così vivido e grande.</p>
</div>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="620" height="349" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/nintchdbpict0003828146182-edited.webp" alt="" class="wp-image-24614" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/nintchdbpict0003828146182-edited.webp 620w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/nintchdbpict0003828146182-edited-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;aereo del Manchester United schiantato al suolo a Monaco di Baviera il 6 febbraio 1958</figcaption></figure>



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<p>Adesso però torniamo al “main concept&#8221; di questa storia è cioè quella che dominava i pensieri di tutti i tifosi come sottolineavo poc&#8217;anzi: perché tutti volevano sapere “soprattutto” di <strong>Duncan Edwards</strong>?La leggenda racconta di <strong>Duncan Edwards</strong> come se fosse un&#8217;ombra e una luce, un&#8217;eco dal passato che si fa strada tra le pieghe del presente. La sua figura, scolpita nel marmo del tempo, si staglia e svanisce come un sogno appeso tra le nuvole di Manchester, quella stessa Manchester in cui il 1936 vide nascere un ragazzo capace di mettere in scacco i sensi e le regole di un calcio ancora immaturo.</p>



<p>Giocatore e uomo dal carattere gargantuesco, Duncan incarna l’incanto e l’angoscia, un fulmine e una carezza, un mistero che si attraversa senza comprensione, senza possederlo fino in fondo. La sua corsa era un flusso di linfa vitale, una streamline che attraversava il campo con un’armonia inquieta, un ritmo che sembrava provenire da un altro mondo. Con un fisico possente, quasi un gigante rannicchiato tra le meraviglie di Manchester, Duncan possedeva quella capacità rara di leggere il gioco come una poesia di Kafka: con un’allarmante sincerità, senza lasciarsi ingannare dal fatuo e dall’apparenza, come se ogni partita fosse un’odissea, una prova di esistenziale resistenza.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="980" height="551" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/Busby_Edwards-Andy-Phptp-Doc-WR.jpg" alt="" class="wp-image-24616" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/Busby_Edwards-Andy-Phptp-Doc-WR.jpg 980w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/Busby_Edwards-Andy-Phptp-Doc-WR-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/Busby_Edwards-Andy-Phptp-Doc-WR-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption class="wp-element-caption">Matt Busby e Duncan Edwards</figcaption></figure>



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<p>Ma <em>Big Dunc</em> non era solo il calciatore che buttava giù le reti o scardinava una difesa di cinque elementi solo con la corsa possente e l&#8217;intelligenza tattica nel sapersi inserire bensì anche un uomo segnato da un’umanità intensa, occhi allegri e allo stesso tempo come se sapessero predire il dolore, uno sguardo che emergeva nella sua serietà, nel suo “Ball at foot and head up “ che scrutava oltre gli angoli di un campo. </p>



<p>Era un uomo che sapeva della fragile bellezza della vita, dell’incertezza che si cela dietro un sorriso e del peso di ogni possibile perdita, come una novella di Dostoevskij che ci mette di fronte alle motivazioni più profonde e oscure del cuore umano. La sua morte, avvolta nel velo della tragedia, rimane una ferita aperta nella memoria collettiva anglosassone, un’assenza che richiama il dolore e il rispetto di chi ha visto un’anima pure spegnersi troppo presto.</p>



<p>Nato il primo di ottobre a Dudley, di <strong>Duncan Edwards</strong> si raccontano storie che potrebbero essere materiale per almeno dodici film di Hollywood. Ad esempio, non tutti sanno che la grande passione di Edwards era il ballo. Anche più del gioco…</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="396" height="562" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/duncan-edwards-the-last-to-succumb-to-injuries-from-the-v0-0ka80qs1wiga1.jpg" alt="" class="wp-image-24617" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/duncan-edwards-the-last-to-succumb-to-injuries-from-the-v0-0ka80qs1wiga1.jpg 396w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/duncan-edwards-the-last-to-succumb-to-injuries-from-the-v0-0ka80qs1wiga1-211x300.jpg 211w" sizes="(max-width: 396px) 100vw, 396px" /><figcaption class="wp-element-caption">Edwards con la maglia dell&#8217;Inghilterra</figcaption></figure>



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<p>Arrivò persino alle finali nazionali ma fu <strong>Jack O’Brien</strong>, storico talent scout del Manchester United, a convincerlo a scegliere la strada verso Old Trafford. In un breve estratto della relazione mandata in sede si legge testualmente: «Oggi, ho visto il più grande giocatore inglese dei prossimi 20 anni! Si chiama Duncan Edwards. From Dudley…».</p>



<p>Seguì poi una lunga descrizione tecnica e fisica del ragazzo: «Il giocatore può usare indistintamente il destro e il sinistro, ha fatto più di 200 palleggi di fronte al sottoscritto. Ha un tiro che è una cannonata! Un contrasto e un tackle che nemmeno 3 avversari assieme possono fermare. È veloce, potente, dinamico e ha pure una elevazione esemplare! Non prenderlo sarebbe un suicidio!».</p>



<p>Fu così che partì la carriera di <em>Boom Duncan</em>, soprannome dato dalla stampa tedesca dopo una partita contro la nazionale teutonica dove quest&#8217;ultimo segnerà con un tiro dalla lunghissima distanza.</p>



<p>Giocherà centrale di difesa, mediano di spinta, regista, ala e persino centravanti.<br>Era così completo che <strong>Matt Busby</strong> proprio agli albori della carriera del <em>Teddy Bear</em> dirà «È un dilemma enorme trovare il ruolo adatto per Duncan e questo non perché è più bravo in un reparto anziché in un altro bensì perché è perfetto per tutti quanti!».</p>



<p>In quella breve esistenza, <strong>Duncan Edwards</strong> diventa simbolo di speranza e di perdita, un eterno “potenziale” che ancora brilla nel ricordo di chi ha avuto il privilegio di vederlo giocare. Un personaggio che ci sfida a riflettere sulla nostra paura dell’ephemeral, dell’effimero, e ci invita a considerare il fragile valore della vita, come un filo sottile che ci collega ai sogni e alle tragedie di un’umanità sempre in bilico tra il desiderio di eternità e la consapevolezza della mortalità.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="795" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/92e13gsxvkja1-795x1024.jpg" alt="" class="wp-image-24620" style="width:600px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/92e13gsxvkja1-795x1024.jpg 795w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/92e13gsxvkja1-233x300.jpg 233w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/92e13gsxvkja1-768x989.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/92e13gsxvkja1-1193x1536.jpg 1193w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/92e13gsxvkja1.jpg 1491w" sizes="(max-width: 795px) 100vw, 795px" /><figcaption class="wp-element-caption">Un primo piano del campione inglese</figcaption></figure>



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<p>E così, con lo stesso sentimento di commozione e rispetto, con una dolce disperazione che invade le corde dell’anima, ancora oggi (e per sempre aggiungerei) cantiamo dei <em>Busby Babes</em> e come sarebbero diventati: <em>The Flowers  of Manchester</em>.</p>



<p>Tutti coloro che lo videro giocare, addetti ai lavori o semplici tifosi, affermarono all&#8217;unisono il medesimo concetto: <strong>Edwards </strong>fu molto più di un calciatore; era un’idea di perfezione in movimento, un Tiziano in azione, in cui la forza fisica si armonizzava con un’intelligenza tattica rara. La sua capacità di leggere il gioco, di anticipare gli avvenimenti e di inserirsi nel cuore dello scontro indicava una percezione quasi sovrannaturale del campo. I suoi dribbling, potenti e raffinati, sembravano una danza sistematica di impulsi e geometrie invisibili; i suoi passaggi, spesso fatalmente precisi, disegnavano traiettorie che solo lui poteva immaginare.</p>



<p>Le statistiche non possono rendere giustizia al suo sentimento di grandezza: 178 presenze con il Manchester United, 20 reti, ma soprattutto un ruolo unificante e trascinante in squadra. In carrozza con il tempo, anche la mente, e con essa una visione implacabile del Calcio come espressione di vita e di arte. Chi lo ha visto, sostiene con convinzione che <strong>Duncan Edwards</strong>, tralasciando la banalità linguistica del “probabile”, sarebbe stato il più grande giocatore inglese di tutti i tempi (per molti lo è a prescindere) se il suo cammino non fosse stato spezzato in modo così crudele, incapace di essere compreso e di essere concluso.</p>



<p>C&#8217;è pure chi sostiene, ed io sono uno di questi, che la tragedia di Monaco abbia frenato inequivocabilmente l&#8217;evoluzione del calcio inglese sul piano del confronto internazionale. Il famoso <em>Kick and Rush</em> sarà il mantra per decenni nelle scuole calcio d&#8217;Albione ma i <em>Busby Babes </em>già nel 1956 giocavano un calcio nettamente più armonioso e fluido basato sulla verticalità e il <em>passing game</em> tanto da fare esclamare la stampa delle squadre avversarie con titoli quali <em>«Who knows when we&#8217;ll see the ball today?»</em> (cit. Il Mail prima di un match contro il Chelsea nel 1956).</p>



<p>Oggi, a distanza di 66 anni, riecheggiano in me le parole del medico che tentò di salvargli la vita per ben 15 giorni di fila: «Non ho mai più visto un essere umano lottare contro il dolore come quel giovane ragazzo inglese. Mai più!».</p>



<p><strong>Duncan Edwards</strong> lasciò questa Terra il 28 febbraio del 1958 dopo aver lottato come un leone nel suo stile più canonico. Purtroppo le ferite ebbero la meglio sul corpo del giovane ballerino di Dudley ma l&#8217;anima di <em>Big Dunc </em>non sarebbe mai perita.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="658" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/DuncanEdwards1-658x1024.jpg" alt="" class="wp-image-24619" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/DuncanEdwards1-658x1024.jpg 658w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/DuncanEdwards1-193x300.jpg 193w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/DuncanEdwards1-768x1195.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/DuncanEdwards1-987x1536.jpg 987w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/DuncanEdwards1.jpg 1028w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /><figcaption class="wp-element-caption">La statua in onore di Duncan Edwards</figcaption></figure>



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<p>Per quanto certi cliché possano indirizzarci a pensare al popolo britannico come a persone dedite all&#8217;alcool dalle prime ore del mattino <strong>Matt Busby</strong> non era solito prendere sbornie come molti suoi connazionali. Ne prenderà solo una. Una sola ma “bella” e precisamente durante una sera di maggio ben 10 anni dopo, a Wembley, per la conquista della prima storica Coppa dei Campioni da parte di un Club inglese. Già, proprio quel Manchester United accusato pure da certa stampa di aver dato importanza ad una competizione “senza futuro” come la Coppa dei Campioni.</p>



<p>A differenza di moltissimi suoi colleghi <strong>Busby </strong>era un accanitissimo sostenitore del confronto fra club di tutta Europa e spesso veniva isolato dagli altri manager che invece non avevano una mentalità così avveniristica (in Italia succederà la stessa cosa a <strong>Gipo Viani</strong> che in barba alle credenze ottuse della federazione vedeva la Coppa Latina prima e la Coppa Campioni dopo come il futuro del gioco). Avrà ragione lui come molte altre volte in futuro ma nonostante i trionfi e gli allori con i <em>Red Devils </em>quel velo di tristezza e malinconia per ciò che accadde a Monaco non se ne andrà mai.</p>



<p>E allora dove sono Luke e Francis oggi? Saranno mai esistiti veramente? Avranno raccontato ai loro nipoti dei Busby Babes?<br>Forse sì, forse no. Ha davvero così importanza?</p>



<p>Quello che conta è che ancora oggi passando per la M60 guardando verso il <em>Mersey Paradise</em> (cit. The Stone Roses) se si aprono bene le narici  e facciamo un bel respiro è possibile sentire l&#8217;odore di un fiore rinvigorito dal tempo. L&#8217;odore di un Fiore di Manchester che inebria ininterrottamente il cuore e l&#8217;anima di chi quella “Gloria” la canta ancora oggi mentre dei ragazzi con la maglia rossa salgono su quel medesimo prato verde. Lo stesso luogo dove i Fiori di Manchester godono e godranno per sempre dell&#8217;eternità.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-medium-font-size">The Flowers of Manchester</h2>



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<p class="has-text-align-center"><em>I was standin&#8217; on the terraces that Saturday When I saw a team of giants out to play The pride of all the country, the flowers of Manchester Wearin&#8217; the colours of the red that they adore<br>Matt Busby was the pilot of this great united team And the Lisbon bells were ringin&#8217; for a dream But the dream was torn asunder on a Munich morning With never a song to sing for those who flew no more<br>Pass me the razor, Bill, let me shave myself I&#8217;m goin&#8217; to place a flower on the Busby Babes grave And I&#8217;ll never forget those lads, I&#8217;ll remember them to my dyin&#8217; day Those flowers of Manchester who&#8217;ll never die</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/07/07/duncan-edwards-il-piu-bello-e-il-piu-grande-tra-i-fiori-di-manchester.html">Duncan Edwards, il più bello e il più grande tra i &#8220;Fiori di Manchester&#8221;</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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