Eusébio, la Pantera Nera idolo immortale del Portogallo

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Nacque destinato a lustrare scarpe, vendere noccioline o borseggiare la gente distratta. Da bambino lo chiamavano Ninguém (niente, nessuno). Figlio di madre vedova, giocava a pallone coi suoi molti fratelli negli spiazzi della periferia, dalla mattina alla sera. Fece il suo ingresso sui campi correndo come può correre solo chi fugge dalla polizia o dalla miseria che gli morde i talloni. E così, tirando e zigzagando, divenne Campione d’Europa a vent’anni. Allora lo chiamarono la Pantera. Nel Mondiale del 1966, le sue zampate lasciarono un mucchio di avversari a terra e i suoi gol da angolazioni impossibili suscitarono ovazioni che sembravano non finire mai. Fu un africano del Mozambico il miglior giocatore di tutta la storia del Portogallo: Eusébio, gambe lunghe, braccia cadenti, sguardo triste.

Eduardo Galeano

Figlio dell’Africa Nera e dell’Europa coloniale, nato povero, cresciuto nel fango. Eusébio da Silva Ferreira, il più grande calciatore portoghese prima dell’avvento di Cristiano Ronaldo, uno dei simboli assoluti degli anni ’60, decennio del riscatto sociale per molti neri. Nello sport, ma non solo. Nel calcio c’erano Pelé, la Perla Nera. C’era lui, la Pantera Nera. C’era (per chi conosce a fondo la storia del gioco) Alberto Spencer, Cabeza Magica, stella del Peñarol e della Libertadores. Tre colored che dominarono un’epoca, come mai prima era riuscito agli atleti di colore.

Mafalala è il nome del quartiere di Maputo, ai tempi Lourenço Marques, capitale del Mozambico, colonia portoghese, dove Eusébio è venuto al mondo il 25 gennaio 1942. File di baracche con tetti in lamiera. Zero elettricità. Pochissima acqua potabile. Strade senza asfalto. Degrado e malattie comuni che possono diventare letali. Analfabetismo e denutrizione. Un classico delle bidonville africane. Uno dei posti più poveri del mondo.

Ma è tra gli stenti e la fame che spesso sono emersi i più grandi calciatori di sempre. Rimasto orfano di padre, morto di tetano, quando ancora era un bambino, Eusébio fu allevato dalla madre, Elisa Anissabeni e fin da piccolo sviluppò un rapporto unico con il pallone. Palle fatte di calzini e stracci, improvvisando partite con gli amici fino al calar del sole. Os Brasileiros fu il nome della sua prima squadra, in onore dei campioni della Seleçao del 1950.

Dribbling, gol e grandi giocate di Eusébio

Respinto dal Grupo Desportivo de Lourenço de Marques, società affiliata al Benfica, Eusébio fu arruolato dallo Sporting Lourenço Marques che era nell’orbita dello Sporting Lisbona. La squadra era allenata da Ugo Amoretti, italiano, ex portiere di Juventus e Fiorentina negli anni ’30, che rimase subito impressionato dalle movenze felpate e leggiadre di quel ragazzo, pantera che si muoveva furtiva nell’aria, pronta ad azzannare la preda al momento opportuno. Eusébio fu segnalato alla Juventus, al Torino, al Genoa, alla Sampdoria. Nessuno affondò il colpo, nessuno ebbe il coraggio di prendersi un simile rischio, investire su un ragazzo dell’Africa Nera ancora minorenne.

Eusébio fece spallucce, timbrò 77 reti in 42 incontri con il suo club e a quel punto si fece avanti lo Sporting Lisbona, che aveva un canale preferenziale visto il legame con lo Sporting Lourenço Marques. L’idea era di inserirlo nelle giovanili e farlo crescere per poi lanciarlo in prima squadra in un secondo momento.

Ma la storia aveva in serbo altro per il giovane Eusébio. José Carlos Bauer, O Monstro do Maracanã, favoloso centromediano del Brasile nel Mondiale ’50 diventato osservatore del Benfica, visionò il ragazzo in una tournée e lo consigliò immediatamente all’allenatore della prima squadra, il genio ebreo-ungherese Béla Guttmann, sopravvissuto al lager, che in Ungheria aveva già forgiato il giovane Puskás e in Brasile favorito l’esplosione tattica del prodigio Pelé.

Non c’è due senza tre, dice la regola. Così Guttmann, che se intendeva di talenti come pochissimi altri, quando vide Eusébio non perse tempo. Alla madre e alla famiglia offrì molti più soldi quelli promessi dallo Sporting, al Lourenço Marques girò sull’unghia 350mila escudi e chiuse la trattativa in un lampo. Inutili le proteste dello Sporting, qualche mese più tardi Eusébio, a 19 anni, debuttò con la maglia del Benfica nel campionato portoghese.

Il suo impatto fu devastante. Il Benfica l’anno prima aveva già vinto la Coppa dei Campioni, 3-2 in rimonta contro il favorito Barcellona. Con Eusébio la squadra salì un ulteriore gradino. Nel 1961-62 i rossi di Lisbona concessero il bis, 5-3 al Real Madrid in una finale pazzesca, forse la più spettacolare di sempre nella storia della massima competizione per club: Di Stéfano e Puskás, entrambi over 30, diedero spettacolo a lungo. Ma la scena se la prese Eusébio, con 2 reti determinanti e una quantità industriale di giocate decisive.

Era nata una stella e gli anni seguenti confermarono tutte le qualità dell’attaccante mozambicano. Non un 9 e non un 10. Entrambi. Istinto del gol, verticalità, tecnica, atletismo ma anche invidiabili doti di regia e di ultimo passaggio. Un attaccante moderno, un po’ centravanti e un po’ seconda punta, uno di quei rari casi di giocatori che si possono prendere d’amblé e calare in ogni epoca e in ogni contesto (anche nel calcio ipervitaminico e iperatletico di oggi) e farebbero ugualmente la differenza.

Solo la presenza dell’inarrivabile Pelé, il dio per eccellenza dei prati verdi, riuscì a scolorire in parte le qualità di Eusébio, che venne sempre percepito come il numero 2, il primo degli umani, il Pelé europeo a cui mancava qualcosa per essere come il Pelé vero. Lo confermò la finale Intercontinentale del 1962: Eusébio andò in gol, ma dovette arrendersi alla superiorità schiacciante dell’altro.

Ci fu un’occasione, tuttavia, in cui Eusébio seppe prendersi una rivincita con i fiocchi, e non fu un’occasione di poco conto, ma la vetrina più importante: i campionati del mondo in Inghilterra nel 1966.

Dopo aver dominato la Bulgaria nel primo match, Pelé si fece male: un infortunio contro i bulgari, poi due interventi durissimi nei primi minuti nel match contro il Portogallo del rivale e senza il Re di mezzo, Eusébio vestì i panni del monarca assoluto. Guidò il Portogallo al più grande Mondiale della sua storia, lo spinse al terzo posto dopo un ruolino complessivo di 9 reti, ma non fu solo per i gol che quella competizione è ricordata ancora oggi come il Mondiale più dominante mai giocato da un singolo nella storia, insieme al Maradona di Messico ’86.

Pelé ed Eusébio: i due dominatori degli anni ’60

Fu per la qualità e la quantità delle giocate, per la continuità prestazionale in ogni partita, per il peso in campo. Il capolavoro supremo fu la partita contro la Corea del Nord, nei quarti di finale: sotto 3-0 dopo nemmeno mezz’ora, il Portogallo era come un pugile all’angolo. Ci pensò Eusébio con la più straordinaria prestazione di un singolo nella storia dei Mondiali a rovesciare l’inerzia: 4 gol segnati, due con cannonate in corsa e due con rigori che lui stesso si era procurato (uno al termine di uno spunto in velocità straordinario partendo da prima di metà campo); il corner da cui scaturì la quinta rete; una quantità sovrumana di palloni giocati nell’interesse dei compagni; assist e accelerazioni a getto continuo; conclusioni velenose da ogni posizione.

Eusébio dischiuse al Portogallo le porte della semifinale, ma l’avversario, l’Inghilterra padrona di casa, forte di campioni come Charlton, Moore, Banks, Hurst, si rivelò un ostacolo troppo duro anche per lui. Che giocò un ottimo match ancora una volta, andò in gol, ma dovette arrendersi alla doppietta di Charlton.

Grazie a quel Mondiale Eusébio si consacrò definitivamente. Era il nuovo numero uno e in tanti si fecero avanti. A partire dall’Inter di Italo Allodi che aveva già un pre-contratto scritto con lui, l’astro nascente del calcio tedesco Beckenbauer e il colosso inglese Moore, miglior difensore al mondo del decennio. Tre stranieri doc che avrebbero trasformato i nerazzurri nella corazzata del calcio europeo e mondiale degli anni successivi.

Ma il flop dell’Italia al Mondiale inglese fece saltare tutto. La chiusura delle frontiere era già stata decisa prima in realtà, il 15 febbraio 1965, ma vista la figuraccia degli azzurri contro la Corea del Nord venne prorogata. Niente più stranieri in serie A, bisognava tornare a investire sul vivaio, sui giocatori fatti in casa. Niente Eusébio, dunque.

Che rimase al Benfica, club in cui chiuse la sua esperienza nel 1975 dopo 15 stagioni condite da numeri fantastici: 474 gol in 440 partite, 11 campionati portoghesi, 7 titoli di capo-cannoniere, 5 Coppe del Portogallo, 2 Coppe Campioni (la prima da riserva, la seconda da protagonista assoluto) e altre 3 perse in finale, 47 reti in 63 presenze nella massima competizione europea per club e 3 volte re dei bomber, due Scarpe d’Oro e un Pallone d’Oro.

Un campione dentro il campo, ma anche fuori. Persona umile e generosa, consapevole che il calcio e lo sport sono gioie effimere e che i veri valori della vita in fondo sono altri. Valori che emergono in modo chiaro dalle sue parole: «Quel Benfica era una macchina da gol. Riuscivamo a segnare una media di due, tre reti a partita. “Attaccare, attaccare”: questo ci ripeteva continuamente il nostro allenatore Béla Guttmann. Lo schema tattico? Il modello era il Brasile che aveva vinto i mondiali del ’58 con il 4-2-4. Ma lo schema non era un “ordine”, era solo un’idea. Nel nostro calcio la differenza la facevano gli uomini, non gli schemi. In quel Benfica c’era amicizia, c’era voglia di divertirsi, c’era amore per la camiseta. Non eravamo ricchi come i campioni di oggi. Noi eravamo poco più che dilettanti. Ma dentro quella squadra c’era uno spirito che oggi non esiste più».

Era un genio del calcio e un modello di umiltà: una eccellenza nel mondo dello sport e un uomo generoso e solidale. È stato per tutti gli appassionati un esempio di professionalità, di determinazione e di dedizione

Paulo Coelho

È per questo che il suo nome è sempre stato sinonimo di fair play e lealtà, non solo di qualità tecniche immense. E quando se n’è andato, il 5 gennaio 2014 all’età di 71 anni, gli attestati di stima e i riconoscimenti si sono sprecati in tutto il mondo.

In questo, diversissimo dal suo successore, Cristiano Ronaldo, campione bionico, molto attento alla propria immagine, perfetto rappresentante del calcio robotico e tutto selfie e phisique du rôle dei giorni nostri. Impossibile un reale confronto tra i due. Se CR7 ha oramai superato Eusébio in termini di carriera, status, iconicità e impatto storico ed è da ritenersi probabilmente il più grande campione mai prodotto dal Portogallo, bisogna riconoscere dall’altro lato che come giocatore in sé, per “doti di campo” e per talento, Eusébio ha avuto qualcosa in più. E che rispetto a CR7 ha offerto un rendimento decisamente superiore nella competizione più prestigiosa, i Mondiali.

I confronti e le classifiche lasciamoli comunque da parte. Anche perché questo non toglie nulla al valore di Eusébio. E per far capire cosa rappresenti ancora oggi per la sua gente, ricordiamo le parole di José Mourinho: «Eusébio è una figura immortale. È come Amalia Rodrigues, è come il fado. Eusébio, in una parola, è il Portogallo».

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