Bernd Bert Trautmann: il soldato della Wehrmacht che divenne l’idolo d’Inghilterra

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Un tedesco idolo degli inglesi è merce rara, alla luce della profonda rivalità – calcistica e non solo – tra i due Paesi. Ma chi si è stupito quando il 16 ottobre 2024 la federcalcio inglese ha scelto come commissario tecnico della nazionale inglese il tedesco Thomas Tuchel non conosce probabilmente la storia di Bert Trautmann.

Bernhard Carl Trautmann, detto Bernd, era nato a Brema, in Germania, il 22 ottobre 1923. Quando il nazionalsocialismo prese il potere in Germania, lui era un bambino di 10 anni. Sportivo poliedrico, da piccolo si era cimentato con un certo successo nel nuoto e nella pallamano, ricevendo dal presidente tedesco Paul Von Hindeburg un “certificato di eccellenza sportiva”.

Con il tempo crebbe in lui la passione per il calcio. Ma crebbe soprattutto un’altra “passione”, molto più pericolosa: come molti suoi coetanei e connazionali, Bernd rimase affascinato dai folli e megalomani progetti di Adolf Hitler. E quando scoppiò la guerra, si arruolò come volontario nell’esercito. Venne assegnato in un primo tempo alle radiocomunicazioni, ma lui non voleva essere un comprimario. Voleva recitare un ruolo attivo, stare in prima linea.

Così passò ai paracadutisti della Luftwaffe e fu spedito in Polonia. Bernd era un tedesco atipico: amava ridere, fare scherzi: in Russia, nel 1941, manomise un veicolo militare, insieme ad altri compagni, infilando della sabbia nel motore. Quando i suoi superiori si accorsero della bravata, fu accusato di sabotaggio e spedito nove mesi in una prigione a Zytomir, in Ucraina.

Trautmann giovane soldato della Wehmacht

Scontata la pena, venne arruolato nuovamente nell’esercito e spedito a combattere al fronte. Il rigido inverno russo e la controffensiva dell’Armata Rossa provocarono un massacro nell’esercito tedesco: la divisione di Trautmann contava in tutto mille uomini. Ne tornarono a casa meno di un terzo. Tra questi c’era Bernd, che ricevette cinque medaglie e la Croce di Ferro al valore militare. Avrebbe voluto tornare a Brema, la città dove era nato nel 1923. Iniziava ad averne basta di quel conflitto interminabile. Aveva visto cadere sul campo molti amici e, forse, cominciava a capire che non erano poi tutte d’oro le promesse che il nazismo aveva fatto.

Ma i vertici della Wehrmacht non potevano permettere che un soldato così bravo si facesse da parte, oltretutto nel momento in cui la guerra stava entrando nella fase decisiva. Dalla Russia, il giovane Trautmann si ritrovò così in Francia. Ancora una volta in prima linea. Ancora una volta a rischiare la morte, dopo che la sua unità fu bombardata e lui rimase tre giorni sepolto sotto le macerie di un palazzo. Ma l’inossidabile Bernd ne uscì vivo. Seppur, con il morale sotto i tacchi, l’orgoglio ferito e l’entusiasmo a pezzi. E con il desiderio, più forte che mai, di tornare a casa, dalla sua famiglia.

Il suo destino però era un altro. E lo avrebbe portato lontano dalla Germania. Catturato dagli americani sulla via di Brema, mentre la Germania di Hitler era oramai allo stremo delle forze, riuscì a fuggire. Ma finì poi nelle mani degli inglesi. Secondo una leggenda pare che i soldati britannici lo salutarono chiedendogli se gradisse una tazza da tè. Invenzione o meno, Bernd iniziò forse a capire quel giorno che l’Inghilterra, la nazione che forse più di tutte il nazismo indicava come nemica, non era poi così perfida.

Trautmann venne internato in un campo di lavoro ad Ashton in Mackerfield, non lontano da Manchester. Il governo inglese voleva utilizzare i prigionieri di guerra tedeschi per ricostruire il Paese, ma ben presto gli ufficiali del campo si accorsero che quel ragazzone biondo, che aveva rischiato di morire più volte sotto i bombardamenti e che il Reich aveva decorato con la Croce di Ferro, avrebbe potuto essere utile in un modo diverso che non facendo l’operaio o il manovale.

Nei periodi di pausa, Bernd era stato chiamato a far parte di una delle squadre di calcio nel torneo del campo. Inizialmente provò da centrocampista. Poi, dopo l’infortunio del portiere, venne spostato in porta. Il successo fu immediato. Molti compresero che di fronte ai loro occhi non si stava trovando un fenomeno passeggero, ma un portiere vero, che avrebbe anche potuto fare carriera e guadagnare dei soldi giocando a pallone.

Un volo plastico di Trautmann

Quando la guerra terminò e i prigionieri tedeschi poterono tornare dalle loro famiglie, Bernd decise di restare. L’Inghilterra iniziava a piacergli, anche se il difficile doveva ancora cominciare. Essere in un campo di guerra, con molti suoi connazionali, era un conto. Vivere al di fuori, a stretto contatto con quelli che fino al giorno prima erano stati dei nemici, era tutto un altro.

La sua fortuna si chiamò Jack Friar: era il segretario del Saint Helen’s Town, una squadra di calcio locale. Friar comprese le difficoltà di quel ragazzo tedesco e lo prese sotto la sua ala protettrice. La figlia, Margareth, si innamorò di lui e i due, qualche anno dopo, si sposeranno. Bernd sembrava felice nella campagna inglese e non sembrava nutrire ambizioni particolari che non fossero quelle di godere di un po’ di serenità dopo gli anni tetri della guerra.

Friar difese sempre Bernd. Anche se nessuno all’inizio lo voleva: la guerra era terminata da una manciata di anni e vedere un tedesco in Inghilterra pareva un insulto, non solo un paradosso. Ma Bernd, il cui nome venne presto inglesizzato in Bert, conquistò la fiducia della gente un passettino per volta, come si fa con tutte le conquiste più preziose.

E quando gli venne prospettata l’idea di tornare a Brema, a casa sua, disse no. Anche perché le sue sempre più convincenti prestazioni nel piccolo Saint Helen’s Town stavano richiamando un gran numero di addetti ai lavori e osservatori, stregati da quel portiere saltimbanco che mostrava coraggio leonino e doti tecniche invidiabili.

Si fece avanti addirittura il Manchester City, in cerca di un nuovo numero uno dopo il ritiro del leggendario Frank Swift. I Citizens ai tempi non erano di sicuro la corazzata di oggi, ma una buona squadra di Prima Divisione. Quando fu annunciato pubblicamente il trasferimento, 20mila tifosi si ritrovarono in piazza per protestare: nessuno voleva un tedesco in squadra. In testa anche i rappresentanti della comunità ebraica di Manchester.

Ma la dirigenza tenne duro e Bernd, oramai per tutti Bert, rispose sul campo confermando la sua piena affidabilità. In qualunque città si recasse, in qualunque stadio giocasse, veniva visto con diffidenza, se non con scherno o, peggio ancora, rabbia. «Non penso fosse rivolta a me, ma alla Germania» dirà un giorno. «Vedere un tedesco in Inghilterra a pochi anni dalla fine del conflitto riaprì molte ferite. Con l’aiuto dei compagni ho superato tutte le difficoltà. E così l’Inghilterra è diventata casa mia, come lo era stata la Germania».

Bert Trautmann difese la porta del Manchester City per 15 stagioni e un totale di 545 incontri, entrando nel cuore di tutti nella finale di FA Cup del 1956, quando – nonostante lo spostamento di cinque vertebre del collo in seguito ad uno scontro di gioco – contribuì con alcune parate straordinarie al successo per 3-1 sul Birmingham City. Al termine dell’incontro Trautmann ricevette addirittura i complimenti del Principe Filippo di Edimburgo, il marito della Regina Elisabetta II.

Trautmann sorretto dai compagni di squadra nella finale di FA Cup del 1956

Quando la notizia della sua resistenza eroica malgrado mezzo collo rotto, divenne di pubblico dominio il giorno seguente sui giornali, la sua figura entrò ufficialmente nel mito: non solo di Manchester, ma di tutta l’Inghilterra. Compresa la comunità ebraica, con il rabbino capo di Manchester che lo incontrò personalmente e gli strinse la mano.

Se il 1956 segnò per la sua parabola sportiva il punto più alto della carriera, sul piano umano fu un anno tragico: il figlio che aveva avuto da Margareth, infatti, morì a soli cinque anni in un incidente stradale.

Ritiratosi nel 1960 in una festa che coinvolse 60mila spettatori entusiasti, Trautmann divenne un allenatore giramondo: allenò in Germania, Birmania, Tanzania, Liberia, Pakistan e Yemen. Il legame con la moglie divenne gradatamente sempre più cupo: la perdita del figlio piccolo probabilmente influì alla lunga sul rapporto. Così Bert e Margareth divorziarono. Si risposò altre due volte ed ebbe ancora tre figli.

Ufficiale dell’Ordine al merito di Germania nel 1997, Trautmann divenne anche Membro dell’ordine dell’Impero Britannico nel 2004 con la seguente motivazione: “Come portiere simbolo della pace post-bellica, Trautmann è stato insignito dell’ OBE dall’Ordine dell’Impero Britannico per aver favorito le relazioni tra Inghilterra e Germania.” Nel 2005 è entrato a far parte della Hall of Fame del calcio inglese e nel 2011 di quella della federcalcio tedesca. E il Manchester City gli ha dedicato una statua, che si trova nel museo del club.

La copertina del film “The Keeper” uscito nel 2019 che ripercorre fedelmente la vita di Trautmann

La storia di Bernd Bert Trautmann si porta dietro soprattutto due insegnamenti, entrambi profondamente attuali.

Il primo è quello che non bisogna mai mollare. Che occorre avere coraggio. Che – se si crede realmente in un progetto, un’idea, un ideale – è fondamentale investire tutte le proprie forze ed energie perché solamente così si potrà raggiungere il risultato che ci si è prefissati.

Il secondo è che, se l’umanità vuole realmente compiere un salto in avanti, bisogna smetterla di ragionare e giudicare per basi etniche o per nazionalità. A contare sono le persone e le loro idee, non la provenienza territoriale e geografica o, peggio ancora, l’appartenenza religiosa.

Con la forza di volontà e uno spirito indomito, il pluridecorato soldato tedesco della Wehrmacht Bernd Trautmann ha saputo diventare il calciatore inglese idolo di Manchester e di gran parte dell’Inghilterra Bert Trautmann in poco tempo.

Quanto sarebbe bello che vicende come la sua venissero raccontate nelle scuole, per insegnare ai ragazzi che ci sono persone che cercano davvero di lottare per rendere il mondo un posto migliore, non solo a parole ma sul campo, nella vita di tutti i giorni.

«Ci sono stati due soli portieri di valore mondiale. Uno era Lev Jascin, l’altro era il ragazzo tedesco che giocava a Manchester, Bert Trautmann».

Lev Jascin

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