Era una fredda mattina di metà febbraio quando Francis Lowry e Luke Appleton, rispettivamente apprendista tipografo e calzolaio il secondo, decisero di recarsi all’Old Trafford per cercare conforto tra la folla. La notizia del tragico incidente aereo che aveva colpito il Manchester United il 6 febbraio del 1958 si era diffusa rapidamente e in città non si parlava d’altro da giorni. Inutile dire che “non era come oggi” , non esisteva internet e le notizie andavano davvero cercate con fatica e sudore. Di sicuro però c’era che l’incidente aveva scosso l’intera comunità.
Sebbene gli idoli di quella squadra giovanissima fossero molteplici il pensiero della Stretford End pendeva inevitabilmente verso un giocatore particolare: Duncan Edwards. L’eroe di tanti giovani amanti del gioco era tra i feriti più gravi e l’incertezza avvolgeva il destino di molti altri giocatori.
I due ragazzi scesero dalle loro rispettive casette a schiera in Nansen Street e si diressero a Nord verso il Teatro dei Sogni.
Già, così lo chiamavano una volta…

Francis: «Luke, hai sentito? Dicono che oggi parleranno Matt Busby e forse anche Edwards! L’ho sentito dire al pub ieri sera sul Moss Side».
Luke: «Sì, ho sentito. Ma sarà vero? E poi tu cosa ci facevi ieri sera così lontano fino al Moss Side? È per quella Lucy Spangler scommetto!? Vero? E comunque Edwards non dovrebbe essere ancora in terapia intensiva? Alcuni dicevano che Harry Gregg è riuscito a salvare alcuni compagni ma ha anche confidato ad una giornalista tedesca che Duncan era quello messo peggio di tutti!».
Francis: «Non lo so, ma sentire Busby di certo potrebbe aiutarci a capire. C’è tanto caos…».
Mentre si avvicinavano all’ingresso dello stadio, un gruppo di persone si radunava, tutte con espressioni di ansia e tristezza.
Luke: «Guarda quanta gente è venuta. È incredibile… nemmeno contro i Wolves ad ottobre eravamo così tanti».
Francis: «Già, è come se ci conoscessimo tutti personalmente. Non so ho una strana sensazione a dire il vero…».
Il brusio della folla si affievolì quando gli altoparlanti iniziarono a trasmettere la voce dolorante di Matt Busby che , con tono calmo e rassicurante, cercò di confortare i presenti.
M. Busby (voce dagli altoparlanti): «Voglio ringraziarvi tutti per essere qui oggi. Il supporto che ci date è inestimabile per la squadra e per tutti noi».
Luke: «È incredibile che riesca a parlare con così tanta forza. Dev’essere davvero duro per lui. Il dolore fisico e la responsabilità per tutta la squadra. Io non so se ne sarei capace».
Francis: «Lo è per tutti Luke! È difficile e doloroso per tutti adesso! Ma è come un faro in questo momento buio. Solo lui può aiutarci a capire come stanno veramente le cose».
M. Busby: «Molti di noi stanno lottando ancora fra la vita e la morte . Io so già cosa vorreste sentire e soprattutto Chi vorreste ascoltare… ma per adesso possiamo solo pregare e riporre in Dio le nostre speranze. Sono sicuro però che vi farà piacere sentire un altro ragazzo proprio qui accanto a me!».
Dopo il Boss, prese il microfono un giovane Bobby Charlton, altro giocatore del quale si dicevano cose straordinarie e a ragion veduta aggiungerei pure…
La voce tremava leggermente, segno del dolore condiviso e pure di una certa timidezza che lo contraddistinguerà per tutta la sua meravigliosa carriera.
Bobby Charlton: «Siamo tutti qui a lottare, è la nostra partita più difficile! E anche Duncan sta lottando esattamente come usa fare un campo!».
Luke: «Charlton sembra così giovane, ma è già un leader. Lo senti, Francis? Non posso pensare che queste siano le parole di un ragazzino…».
Francis: «Sì, e penso che parli per tutti noi. Anche se non siamo in campo, sentiamo il peso del dolore e della tristezza esattamente come loro in quei letti d’ospedale».
La folla ascoltò in silenzio fino alla fine, mentre una sensazione di unità e speranza cominciava a circolare.
Luke: «Francis, penso che oggi abbiamo capito quanto sia importante rimanere uniti. Non importa cosa accadrà. Se esiste un giorno che ci aiuta a comprendere il perché ci chiamiamo United è sicuramente questo!».
Francis: «Hai ragione Luke. E chissà, forse un giorno toccherà a noi raccontare questa storia alle generazioni future. Sperando di non aver bisogno degli altoparlanti però…».
Con un ultimo sguardo allo stadio, i due amici si allontanarono, consapevoli che, nonostante la tragedia, lo spirito dello United sarebbe risorto ancora più forte che mai. Il senso di appartenenza non era mai stato così vivido e grande.

Adesso però torniamo al “main concept” di questa storia è cioè quella che dominava i pensieri di tutti i tifosi come sottolineavo poc’anzi: perché tutti volevano sapere “soprattutto” di Duncan Edwards?La leggenda racconta di Duncan Edwards come se fosse un’ombra e una luce, un’eco dal passato che si fa strada tra le pieghe del presente. La sua figura, scolpita nel marmo del tempo, si staglia e svanisce come un sogno appeso tra le nuvole di Manchester, quella stessa Manchester in cui il 1936 vide nascere un ragazzo capace di mettere in scacco i sensi e le regole di un calcio ancora immaturo.
Giocatore e uomo dal carattere gargantuesco, Duncan incarna l’incanto e l’angoscia, un fulmine e una carezza, un mistero che si attraversa senza comprensione, senza possederlo fino in fondo. La sua corsa era un flusso di linfa vitale, una streamline che attraversava il campo con un’armonia inquieta, un ritmo che sembrava provenire da un altro mondo. Con un fisico possente, quasi un gigante rannicchiato tra le meraviglie di Manchester, Duncan possedeva quella capacità rara di leggere il gioco come una poesia di Kafka: con un’allarmante sincerità, senza lasciarsi ingannare dal fatuo e dall’apparenza, come se ogni partita fosse un’odissea, una prova di esistenziale resistenza.

Ma Big Dunc non era solo il calciatore che buttava giù le reti o scardinava una difesa di cinque elementi solo con la corsa possente e l’intelligenza tattica nel sapersi inserire bensì anche un uomo segnato da un’umanità intensa, occhi allegri e allo stesso tempo come se sapessero predire il dolore, uno sguardo che emergeva nella sua serietà, nel suo “Ball at foot and head up “ che scrutava oltre gli angoli di un campo.
Era un uomo che sapeva della fragile bellezza della vita, dell’incertezza che si cela dietro un sorriso e del peso di ogni possibile perdita, come una novella di Dostoevskij che ci mette di fronte alle motivazioni più profonde e oscure del cuore umano. La sua morte, avvolta nel velo della tragedia, rimane una ferita aperta nella memoria collettiva anglosassone, un’assenza che richiama il dolore e il rispetto di chi ha visto un’anima pure spegnersi troppo presto.
Nato il primo di ottobre a Dudley, di Duncan Edwards si raccontano storie che potrebbero essere materiale per almeno dodici film di Hollywood. Ad esempio, non tutti sanno che la grande passione di Edwards era il ballo. Anche più del gioco…

Arrivò persino alle finali nazionali ma fu Jack O’Brien, storico talent scout del Manchester United, a convincerlo a scegliere la strada verso Old Trafford. In un breve estratto della relazione mandata in sede si legge testualmente: «Oggi, ho visto il più grande giocatore inglese dei prossimi 20 anni! Si chiama Duncan Edwards. From Dudley…».
Seguì poi una lunga descrizione tecnica e fisica del ragazzo: «Il giocatore può usare indistintamente il destro e il sinistro, ha fatto più di 200 palleggi di fronte al sottoscritto. Ha un tiro che è una cannonata! Un contrasto e un tackle che nemmeno 3 avversari assieme possono fermare. È veloce, potente, dinamico e ha pure una elevazione esemplare! Non prenderlo sarebbe un suicidio!».
Fu così che partì la carriera di Boom Duncan, soprannome dato dalla stampa tedesca dopo una partita contro la nazionale teutonica dove quest’ultimo segnerà con un tiro dalla lunghissima distanza.
Giocherà centrale di difesa, mediano di spinta, regista, ala e persino centravanti.
Era così completo che Matt Busby proprio agli albori della carriera del Teddy Bear dirà «È un dilemma enorme trovare il ruolo adatto per Duncan e questo non perché è più bravo in un reparto anziché in un altro bensì perché è perfetto per tutti quanti!».
In quella breve esistenza, Duncan Edwards diventa simbolo di speranza e di perdita, un eterno “potenziale” che ancora brilla nel ricordo di chi ha avuto il privilegio di vederlo giocare. Un personaggio che ci sfida a riflettere sulla nostra paura dell’ephemeral, dell’effimero, e ci invita a considerare il fragile valore della vita, come un filo sottile che ci collega ai sogni e alle tragedie di un’umanità sempre in bilico tra il desiderio di eternità e la consapevolezza della mortalità.

E così, con lo stesso sentimento di commozione e rispetto, con una dolce disperazione che invade le corde dell’anima, ancora oggi (e per sempre aggiungerei) cantiamo dei Busby Babes e come sarebbero diventati: The Flowers of Manchester.
Tutti coloro che lo videro giocare, addetti ai lavori o semplici tifosi, affermarono all’unisono il medesimo concetto: Edwards fu molto più di un calciatore; era un’idea di perfezione in movimento, un Tiziano in azione, in cui la forza fisica si armonizzava con un’intelligenza tattica rara. La sua capacità di leggere il gioco, di anticipare gli avvenimenti e di inserirsi nel cuore dello scontro indicava una percezione quasi sovrannaturale del campo. I suoi dribbling, potenti e raffinati, sembravano una danza sistematica di impulsi e geometrie invisibili; i suoi passaggi, spesso fatalmente precisi, disegnavano traiettorie che solo lui poteva immaginare.
Le statistiche non possono rendere giustizia al suo sentimento di grandezza: 178 presenze con il Manchester United, 20 reti, ma soprattutto un ruolo unificante e trascinante in squadra. In carrozza con il tempo, anche la mente, e con essa una visione implacabile del Calcio come espressione di vita e di arte. Chi lo ha visto, sostiene con convinzione che Duncan Edwards, tralasciando la banalità linguistica del “probabile”, sarebbe stato il più grande giocatore inglese di tutti i tempi (per molti lo è a prescindere) se il suo cammino non fosse stato spezzato in modo così crudele, incapace di essere compreso e di essere concluso.
C’è pure chi sostiene, ed io sono uno di questi, che la tragedia di Monaco abbia frenato inequivocabilmente l’evoluzione del calcio inglese sul piano del confronto internazionale. Il famoso Kick and Rush sarà il mantra per decenni nelle scuole calcio d’Albione ma i Busby Babes già nel 1956 giocavano un calcio nettamente più armonioso e fluido basato sulla verticalità e il passing game tanto da fare esclamare la stampa delle squadre avversarie con titoli quali «Who knows when we’ll see the ball today?» (cit. Il Mail prima di un match contro il Chelsea nel 1956).
Oggi, a distanza di 66 anni, riecheggiano in me le parole del medico che tentò di salvargli la vita per ben 15 giorni di fila: «Non ho mai più visto un essere umano lottare contro il dolore come quel giovane ragazzo inglese. Mai più!».
Duncan Edwards lasciò questa Terra il 28 febbraio del 1958 dopo aver lottato come un leone nel suo stile più canonico. Purtroppo le ferite ebbero la meglio sul corpo del giovane ballerino di Dudley ma l’anima di Big Dunc non sarebbe mai perita.

Per quanto certi cliché possano indirizzarci a pensare al popolo britannico come a persone dedite all’alcool dalle prime ore del mattino Matt Busby non era solito prendere sbornie come molti suoi connazionali. Ne prenderà solo una. Una sola ma “bella” e precisamente durante una sera di maggio ben 10 anni dopo, a Wembley, per la conquista della prima storica Coppa dei Campioni da parte di un Club inglese. Già, proprio quel Manchester United accusato pure da certa stampa di aver dato importanza ad una competizione “senza futuro” come la Coppa dei Campioni.
A differenza di moltissimi suoi colleghi Busby era un accanitissimo sostenitore del confronto fra club di tutta Europa e spesso veniva isolato dagli altri manager che invece non avevano una mentalità così avveniristica (in Italia succederà la stessa cosa a Gipo Viani che in barba alle credenze ottuse della federazione vedeva la Coppa Latina prima e la Coppa Campioni dopo come il futuro del gioco). Avrà ragione lui come molte altre volte in futuro ma nonostante i trionfi e gli allori con i Red Devils quel velo di tristezza e malinconia per ciò che accadde a Monaco non se ne andrà mai.
E allora dove sono Luke e Francis oggi? Saranno mai esistiti veramente? Avranno raccontato ai loro nipoti dei Busby Babes?
Forse sì, forse no. Ha davvero così importanza?
Quello che conta è che ancora oggi passando per la M60 guardando verso il Mersey Paradise (cit. The Stone Roses) se si aprono bene le narici e facciamo un bel respiro è possibile sentire l’odore di un fiore rinvigorito dal tempo. L’odore di un Fiore di Manchester che inebria ininterrottamente il cuore e l’anima di chi quella “Gloria” la canta ancora oggi mentre dei ragazzi con la maglia rossa salgono su quel medesimo prato verde. Lo stesso luogo dove i Fiori di Manchester godono e godranno per sempre dell’eternità.
The Flowers of Manchester
I was standin’ on the terraces that Saturday When I saw a team of giants out to play The pride of all the country, the flowers of Manchester Wearin’ the colours of the red that they adore
Matt Busby was the pilot of this great united team And the Lisbon bells were ringin’ for a dream But the dream was torn asunder on a Munich morning With never a song to sing for those who flew no more
Pass me the razor, Bill, let me shave myself I’m goin’ to place a flower on the Busby Babes grave And I’ll never forget those lads, I’ll remember them to my dyin’ day Those flowers of Manchester who’ll never die


