La moglie Tina diceva che il marito non dormisse più, che urlasse dal dolore. Era novembre 1964: Bobby Moore, il marito di Tina, aveva 23 anni. Era l’astro nascente del calcio inglese, era stato votato pochi mesi prima “miglior giovane calciatore dell’anno”. Aveva un futuro roseo davanti. Ma qualcosa non andava. Si sottopose a una visita per capire l’origine del male. La diagnosi fu impietosa: cancro maligno ai testicoli. Moore fu operato d’urgenza. I medici gli rimossero il testicolo, lo sottoposero a duri cicli di terapie. Non si sapeva se ce l’avrebbe fatta. Ma Moore non solo sopravvisse. Divenne una leggenda del calcio inglese.
Oggi dal cancro maligno del testicolo, se preso per tempo, si guarisce – secondo le evidenze scientifiche – in oltre il 90 per cento dei casi. Ma a quell’epoca, negli anni Sessanta, non era così. E parlare di tumore era quasi un tabù. Così Moore non disse mai pubblicamente, per anni, cosa gli fosse capitato. Ai compagni spiegò che avevano dovuto rimuovergli il testicolo perché aveva avuto un incidente. E nello spogliatoio nessuno fece troppe domande su quei cerotti blu che erano stati applicati per sigillare la ferita.
Il 2 maggio 1964, sei mesi prima dell’operazione, Moore aveva guidato il West Ham alla vittoria in FA Cup contro il Preston North End a Wembley. Tre mesi dopo l’intervento, a febbraio 1965, era già in campo. In tempo per guidare gli Hammers (i Martelli) al successo in Coppa delle Coppe, ancora una volta a Wembley, contro i tedeschi del Monaco 1860. Era il 19 maggio 1965, gli inglesi si imposero 2-0 con una doppietta di Alan Sealey. Ma fu Moore a impressionare: giocò un match straordinario, tanto che il suo allenatore Ron Grenwood disse: «È la più bella partita da lui disputata in carriera».
Il fatto di giocare bene le finali, di brillare soprattutto quando la posta in palio si alzava e la contesta diventava durissima, era un tratto distintivo di Moore. Più gli avversari erano forti, più la partita era sentita, più lui si esaltava. Lo dimostrò anche in occasione del Mondiale 1966. Lui e Bobby Charlton divennero i due alfieri, i due leader dell’Inghilterra che per la prima volta ospitava la Coppa del mondo. Giocarono entrambi un Mondiale superbo.
E in finale contro la Germania Ovest, ancora una volta, Moore alzò l’asticella: non solo fermò gli attaccanti tedeschi con ogni mezzo (stratosferico soprattutto un intervento in scivolata su Lothar Emmerich in campo aperto), ma servì anche due assist (leggi qui la cronaca del match). Il secondo, in particolare, fu un gioiello: un lancio teleguidato dalle retrovie per premiare lo scatto vincente di Geoff Hurst per il 4-2 definitivo nei tempi supplementari.
Così, per il terzo anno consecutivo, Moore si trovò a sollevare al cielo di Wembley, sempre nelle vesti di capitano, un nuovo trofeo. Prima la FA Cup. Poi la Coppa delle Coppe. E ora il più importante di tutti, la Coppa del mondo.



Aveva il mondo ai suoi piedi, nel 1966, Bobby Moore. Ricevette un’offerta del Leeds United che da lì a pochi anni sarebbe diventata una delle big del calcio inglese ed europeo. Poi c’era l’interesse, sincero e mai rinnegato, di Sir Matt Busby, manager del Manchester United, dove furoreggiava l’amico Charlton. E c’erano tantissimi estimatori all’estero. Tra di loro, la trattativa più intrigante era quella con l’Inter, con il dirigente nerazzurro Italo Allodi che stava mettendo a punto una campagna di mercato fantasmagorica per l’estate: via gli stranieri, oramai un po’ a fine corsa, Luis Suárez, Jair e Joaquín Peiró; dentro tre nuovi assi come Moore, il portoghese Eusébio e il tedesco Franz Beckenbauer.
Se Allodi fosse riuscito nel suo intento, è probabile che l’Inter avrebbe dominato la scena continentale degli anni a venire, almeno sino all’avvento dell’Ajax di Johan Cruijff nei primi anni Settanta. Invece, galeotta fu la Corea del Nord, che sconfisse l’Italia nel Mondiale del 1966 (leggi qui) e portò la federcalcio a prorogare il blocco dei trasferimenti dei calciatori stranieri, deciso oltre un anno prima – il 15 febbraio 1965 – dal presidente Giuseppe Pasquale, nel tentativo di rilanciare il vivaio italiano.
Così Moore rimase al West Ham; Eusébio al Benfica, con cui avrebbe perso la finale di Coppa dei Campioni nel 1968 contro il Manchester United (leggi qui); e Beckenbauer al Bayern Monaco, con cui avrebbe vinto tre Coppe dei Campioni di fila tra il 1974 e il 1976 (leggi qui, qui e qui). Mentre l’Inter, nella stagione 1966-67 avrebbe perso ogni competizione sul filo di lana (leggi qui la finale di Coppa dei Campioni perduta contro gli scozzesi del Celtic Glasgow), scrivendo la parola fine di fatto alla propria miglior epopea.
Al West Ham, Moore, ci era arrivato da ragazzino. Era nato nell’aprile 1941, in un quartiere della periferia Est di Londra, in piena Seconda guerra mondiale. La “battaglia d’Inghilterra” era terminata da pochi mesi, nell’ottobre 1940: l’aviazione tedesca, la Luftwaffe, aveva tentato di distruggere la RAF, la Royal Air Force inglese. Ma era stata respinta con perdite. Fu la prima grande sconfitta subita dai tedeschi, la prima crepa in un sistema militare sin lì perfetto.

Divennero i simboli di una rivalità solo sportiva e finalmente sana tra tedeschi e inglesi
L’eroica resistenza inglese, alimentata dalla tempra e dalla forza d’animo del primo ministro Sir Winston Churchill, consentì all’Europa di non cadere nell’oblio, di non finire stritolata nella tirannia nazista. E quella vittoria inglese fu la scintilla che capovolse in breve tempo le sorti del conflitto.
Londra, la capitale, fu naturalmente il simbolo della resistenza. E fu in questo clima di lotta, resilienza e perseveranza che venne alla luce Bobby Moore. Un uomo e un campione che fece proprio della lotta, della resilienza e delle perseveranza le matrici della propria personalità.
Famiglia operaia, si appassionò al calcio giocando per strada, sull’asfalto, immerso tra quelle caratteristiche case popolari inglesi tutte uguali. Piccole e con i tetti spioventi. Su due piani e con un giardino minuscolo. Una attaccata all’altra, in una sequenza infinita. Uno dei tanti tratti che rendevano e rendono l’Inghilterra, ancora oggi, la nazione per numerosi aspetti più affascinante del vecchio continente.
A scuola, Moore aveva un rendimento ottimo. Ma la passione per il calcio prese presto il sopravvento. Giocava nella rappresentativa giovanile dell’high school, venne notato da un osservatore del West Ham e portato agli Hammers. Fu preso in custodia dal difensore della prima squadra Malcolm Allison, detto Big Mal per la stazza imponente, che intravide in lui un potenziale campione.
E quando proprio Allisson dovette farsi da parte a causa della tubercolosi, il suo posto venne preso dal non ancora maggiorenne Moore. Fin dai primi anni quel difensore biondino dai modi gentili e dal portamento elegante impressionò. Giocava a testa alta, con una calma serafica e un carisma innato. Dirigeva i compagni e organizzava il gioco da dietro, e divenne presto capitano. Marcava e interveniva duramente, ma sapeva poi ribaltare il fronte del gioco con lanci a lunga gittata che azionavano il contrattacco. Era fantastico nel gioco senza palla e non di rado provava persino a spingersi in avanti.
Si pensa che la figura del “difensore moderno”, che abbina solidità difensiva, piedi da mezzala e incursioni a tutto campo tipiche del centrocampista box to box, sia nata con Franz Beckenbauer. In realtà, il primo ad agire così fu Bobby Moore. Non casualmente, dopo di lui, negli anni e nei decenni seguenti, sono emersi i grandi liberi del calcio: oltre al Kaiser tedesco, ricordiamo i nostri Gaetano Scirea e Franco Baresi, l’olandese Ruud Krol, i sudamericani Elías Figueroa e Daniel Passarella.
Moore era dunque un precursore, un archetipo. E oltre a qualità fuori dall’ordinario e a una completezza tecnica da fare invidia ai grandi numeri 10, era anche un giocatore estremamente corretto. In campo e fuori. Per questo l’Inghilterra intera, di cui era uno degli idoli assoluti, rimase di sasso quando nel Mondiale di Messico ’70 venne accusato di aver rubato un braccialetto in una gioielleria. Anni dopo, in ogni caso, Moore riuscirà a dimostrare la propria innocenza, la propria estraneità ai fatti.
Proprio in quel Mondiale, Moore ridisegnò i confini della perfezione difensiva: la sua Inghilterra campione del mondo uscì ai quarti di finale, battuta in rimonta dalla Germania Ovest nella rivincita della finale di quattro anni prima (leggi qui). Ma Moore giocò sempre in modo straordinario: contro i tedeschi, ma ancora di più contro il super Brasile nel girone.
Fu, quello contro i verdeoro futuri campioni del mondo, un match tatticamente eccezionale (leggi qui), tra i più belli mai veduti, un duello rusticano tra due scuole agli antipodi: la ferrea applicazione difensiva inglese contro l’allegria del gioco offensivo brasiliano. «La finale anticipata del Mondiale» la definì il ct dei sudamericani Mário Jorge Lobo Zagallo. Che poi aggiunse: «Dopo aver sconfitto l’Inghilterra, che ritenevamo l’ostacolo più duro, capimmo che nessuno poteva fermarci».
La partita contro il Brasile confermò, nonostante l’immeritata sconfitta di misura per 1-0, la forza della miglior generazione inglese di sempre. Che dopo il titolo iridato vinto con pieno merito nel 1966 (al di là delle polemiche arbitrali) aveva mancato l’alloro europeo nel 1968 a causa di una partita sbagliata, la semifinale contro una Yugoslavia meno forte (leggi qui) però brava a sfruttare le amnesie della squadra guidata da Sir Alf Ramsey. L’Inghilterra non riuscì così a giocarsi il titolo continentale nell’attesa finale di Roma contro l’Italia. E lo stesso Moore non fu esente da pecche nel match contro gli slavi. Si riscattò nella finale – inutile – per il terzo e quarto posto contro l’Unione Sovietica, disputando una partita stratosferica (leggi qui).
Una prestazione che fece il paio con quella che offrì due anni dopo, nel Mondiale messicano, contro il Brasile: in un incontro rimasto famoso per la clamorosa parata di Gordon Banks su Pelé, Moore sfiorò la perfezione. Fermò più volte O Rei e qualsiasi attaccante verdeoro che si presentava nei suoi paraggi con una classe e una pulizia di intervento da restare a bocca aperta. E arrestò Jairzinho con un intervento in scivolata dall’elevatissimo coefficiente di difficoltà, rimasto celeberrimo. Come aveva fatto con Emmerich nella finale del Mondiale ’66.
Proprio gli interventi in scivolata, il tempismo, la solidità in marcatura e nell’uno contro uno sono stati, in assoluto, le pietre miliari di Moore, le caratteristiche dove è probabilmente, ancora oggi, insuperato. Le prestazioni favolose offerte al Mondiale ’70 lo portarono a fine anno al secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro, alle spalle del tedesco Gerd Müller. Nessun difensore centrale si era mai spinto così in alto sino ad allora.
Bobby Moore è stato, semplicemente, il difensore centrale più forte di tutti i tempi
Alex Ferguson e Franz Beckenbauer
I tedeschi occidentali furono nuovamente i rivali dell’Inghilterra nei quarti di finale dell’Europeo 1972: a 31 anni, però, Moore parve in quell’occasione aver intrapreso la parabola discendente, trafitto da una Germania Ovest (leggi qui la partita) che era ormai di un’altra cilindrata rispetto alla decadente Inghilterra e destinata a vincere tutto tra il 1972 e il 1974.
Di quel match rimase indelebile l’immagine della stretta di mano, prima del via, tra Moore e Beckenbauer. Nel loro sorriso di stima e rispetto, nelle loro mani ferme che si intrecciano, nei loro sguardi fieri, c’era tutto il bello del calcio. E non solo. C’era anche la consapevolezza di una ritrovata amicizia tra due nazioni che si erano alacremente e pervicacemente combattute sino a poco meno di un trentennio prima. Ma che, anche grazie all’esempio offerto da quei due meravigliosi capitani, seppero percorrere finalmente una via condivisa, nel solco di una nuova generazione europea chiamata a mettere alle spalle gli orrori del passato e scoprirsi unita per volere, per obbligo e per necessità.
Lasciata la Nazionale inglese nel 1973 (giocò l’ultimo match contro l’Italia in amichevole a Wembley, leggi qui), e l’amato West Ham nel 1974, Moore si trasferì poi al Fulham e da lì negli Stati Uniti a spendere gli ultimi spiccioli della carriera. Nel 1981 recitò nel famoso film “Fuga per la vittoria” con Pelé e altri assi del calcio. Poi tentò con poca fortuna la carriera di allenatore.
Divenne quindi un apprezzato commentatore televisivo. Ma nel 1991 il cancro si ripresentò. Non più ai testicoli, al colon retto. Due anni di cure stavolta non bastarono. E il 24 febbraio 1993 Bobby Moore, a soli 51 anni, se ne andò per sempre.
È stato il più forte difensore al mondo degli anni Sessanta, il primo centrale difensivo moderno e il capitano dell’unica Nazionale inglese capace ad oggi di vincere il campionato mondiale. E ancora oggi, nella maggioranza delle top 11 all time proposte dalle più autorevoli organizzazioni internazionali, il nome di Moore compare al centro della difesa ideale. Al fianco dell’amico-rivale di una vita, l’inossidabile Kaiser Beckenbauer. La dimostrazione di come la classe e la reputazione, fortunatamente, non vengano scalfite dal tempo.
Contro chiunque giocassi avevo sempre i migliori difensori a marcarmi. Ma i più forti sono stati Bobby Moore e Franz Beckenbauer. Beckenbauer è stato fantastico, molto intelligente, molto difficile da battere. E Moore è stato il miglior difensore centrale che abbia mai visto.
Pelé



