Il calcio che cambia: fuoriclasse difensivi e numeri 10 addio, è l’ora delle “ali totali”

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Partiamo da una premessa doverosa: il calcio non diventa più facile o più difficile. Semplicemente cambia a seconda delle epoche e dei contesti. Cambiano la tattica, l’interpretazione dei sistemi e delle filosofie di gioco, le caratteristiche degli interpreti. Negli ultimi anni abbiamo assistito a tante piccole e grandi rivoluzioni e innovazioni del modo di giocare: dalla costruzione dal basso all’avvento di nuovi modelli e stili, sino all’evoluzione di certi ruoli.

Proprio su questo voglio concentrarmi. Ci sono ruoli nel calcio odierno e contemporaneo il cui peso all’interno delle squadre si è ridimensionato e altri che sono diventati sempre più rilevanti.

La crisi dei centrali difensivi

Tra i ruoli che hanno perso via via importanza c’è quello del difensore centrale.
In generale oggi i difensori centrali catalogabili come fuoriclasse o campioni sono pochissimi. Anzi: forse di fuoriclasse non ve ne sono. Ci sono grandi specialisti di un singolo aspetto (da quelli solidi nella marcatura diretta tipo il tedesco Antonio Rüdiger a quelli abili nelle letture in campo aperto, ma poi più carenti nella fase difensiva pura tipo il francese Dayot Upamecano), ma pochissimi difensori centrali completi.

Tra questi ultimi possiamo annoverare, per esempio, il brasiliano e capitano del Psg Marquinhos e l’olandese del Liverpool Virgil van Dijk. Entrambi, forse non casualmente, sono stati forgiati secondo i dettami della generazione precedente, che era più avvezza a curare la globalità dei fondamentali difensivi.

In prospettiva, il miglior difensore per il futuro rimane probabilmente il croato Joško Gvardiol, elemento per altro polivalente e capace di giocare anche da esterno basso e provato con successo da Guardiola pure da esterno alto: il suo limite forse è una certa predisposizione agli infortuni. Vedremo cosa sarà in grado di fare Pau Cubarsí, giovanissimo prospetto del Barcellona che però oggi appare ancora molto acerbo in non pochi aspetti.

Sono ad ogni modo sparite – e non da oggi, da almeno trent’anni – le figure di quei centrali difensivi che non erano solo tali, ma si stagliavano come icone e giocatori in grado di muoversi a tutto campo, diventando spesso o le stelle di prima grandezza o i secondi violini delle rispettive squadre. Parliamo in special modo dei sette grandi liberi del calcio televisivo: in ordine cronologico, l’inglese Bobby Moore, il tedesco Franz Beckenbauer, il cileno Elias Figueroa, l’olandese Ruud Krol, l’argentino Daniel Passarella e gli italiani Gaetano Scirea e Franco Baresi.

Non è probabilmente un caso che questi giocatori siano tutti compresi, a grandi linee, in un trentennio: tra gli anni Sessanta di Moore e gli anni Novanta di Baresi. Dopo abbiamo avuto ancora grandi difensori, spesso rocciosi e a volte eleganti (pensiamo in Italia a Fabio Cannavaro e Alessandro Nesta, tra i tanti possibili esempi), però non più capaci come quei sette summenzionati di muoversi a tutto campo, con progressioni e folate coast to coast degne di un centrocampista box to box moderno, né di essere dei veri e propri registi arretrati.

Come mai? Molto probabilmente perché il calcio è cambiato.
Nel periodo che va appunto dagli anni Sessanta ai primi anni Novanta, il grande centrale difensivo, il cosiddetto libero dell’epoca, non era solo un difensore. Gli si chiedeva di essere anche e soprattutto una fonte di gioco, un leader che prendesse in mano la squadra e la accompagnasse nella metà campo avversaria, ricoprendo un ruolo e un’importanza pari o quasi a quella della grande stella offensiva, ovvero del grande numero 10. Il centrale difensivo diventava così, nei casi migliori, la seconda stella della squadra. A volte persino la prima.

Oggi, il difensore centrale è diventato invece un respingitore, un marcatore oppure uno chiamato a leggere con tempismo lo sviluppo dell’azione nelle situazioni di campo aperto, sempre più diffuse oggi a causa del gioco super offensivo e del baricentro alto tenuto da molte formazioni.

Nel calcio odierno e contemporaneo non serve più sia anche qualcos’altro. È probabile che la progressiva erosione della marcatura a uomo in favore della zona abbia favorito questo radicale cambiamento del ruolo. Anche se in realtà, più che di cambiamento, parlerei a conti fatti di impoverimento, perché di fuoriclasse nel cuore della difesa del valore di Moore, Beckenbauer, Figueroa, Krol, Passarella, Scirea e Baresi non se ne sono più visti dopo e a maggior ragione non se ne vedono ai giorni nostri.

Ma cosa sono diventati dunque i Moore, Beckenbauer, Figueroa, Krol, Passarella, Scirea e Baresi? O meglio: cosa sarebbero se rinascessero e giocassero oggi?
Domanda stimolante, risposta affascinante. Alla luce dell’evoluzione del calcio, azzardo l’ipotesi che non sarebbero più stati dei difensori centrali. Sfruttando la loro completezza organica e di repertorio, la loro periferica e totale visione del campo e, sovente, il loro raffinato controllo tecnico, sarebbero diventati dei centrocampisti, dei registi davanti alla difesa, o al più delle mezzali. Avrebbero messo da parte e/o limitato le loro peculiarità difensive, per esaltare quelle – già innate e già insite in loro – di cervelli della manovra.

I Moore, i Beckenbauer, i Figueroa, i Krol, i Passarella, gli Scirea e i Baresi di ieri sono dunque, in realtà, i Vitinha, i Pedri, i Joshua Kimmich, i Toni Kroos, i Luka Modrić di oggi. Oppure gli Andrea Pirlo, gli Xavi e gli Andrés Iniesta di pochi anni fa. D’altronde i piedi e la visione del campo dei primi non sono inferiori affatto ai secondi. E non lo sono nemmeno le capacità di inserimento né le percentuali realizzative.

Dove sono i numeri 9 e i numeri 10?

Altre due figure che nel calcio di oggi stanno perdendo di importanza sono il classico numero 9 e numero 10.
Ci sono ancora i grandi centravanti, ad esempio, ma sono numericamente di meno di qualche anno fa. Tante squadre sembrano avere la tendenza a seguire la filosofia del Barcellona di Guardiola post 2010/2011: partendo cioè dal principio caro a Pep del centravanti spazio (che in realtà è figura vecchia come il mondo, già il Brasile ’70 giocava così, ma si possono cercare esperienze a ritroso sino almeno all’Austria Wunderteam di Hugo Meisl negli anni Trenta), non di rado scelgono giocatori leggeri e dinamici in avanti per buttarsi nello spazio, abiurando la figura del caro e vecchio centravanti fisico.

Tolti i due colossi assoluti, l’inglese Harry Kane (attaccante che in realtà sa fare tutto, forse come caratteristiche il più simile a Marco van Basten nell’epoca post-van Basten) e il norvegese Erling Håland, è raro trovare dei centravanti alti e fisicati di valore mondiale. Lo stesso Julian Álvarez, probabilmente al momento il terzo nella graduatoria di merito, è un attaccante atipico, che può fare il 9, ma anche la seconda punta e forse potrà evolvere persino verso la trequarti. Altrimenti bisogna orientarsi sui vari Victor Osimhen, Viktor Gyökeres, Hugo Ekitiké. Oppure su due atipici come Ousmane Dembélé e Lautaro Martínez. Ma nessuno di questi ultimi è un fuoriclasse.

E il numero 10?
Anche in questo caso si sta assistendo a un impoverimento del ruolo.
L’ultimo grande Diez di livello assoluto è Lionel Messi, trasformatosi nel corso della sua lunga carriera da classico trequartista/attaccante da ultimi 30-35 metri a mezzala totale, una riedizione in salsa moderna dei vari Alfredo Di Stéfano, Bobby Charlton, Johan Cruijff, Michel Platini, pur mantenendo ognuno le proprie caratteristiche.

Tra le ultime scuole che stanno ancora producendo dei 10 ci sono quella argentina, forse anche per via degli insegnamenti e delle lezioni di Leo (basta pensare al comasco Nico Paz) e quella tedesca, che ne annovera probabilmente addirittura tre: Jamal Musiala, Florian Wirtz (anche se nessuno dei due per ora è riuscito ancora a compiere il vero salto di qualità) e Lennart Karl, uno dei più elettrizzanti volto del calcio mondiale, forse un futuro crack. In parte, anche la scuola turca sembra seguire questo filone. Ma ancora non mi è chiara totalmente la posizione in cui incidono di più Arda Güler (è un 10 o un regista basso?) e Kenan Yildiz (è un 10 o un’ala?).

Al momento, dunque, il numero 10 – quello che ha fatto sognare intere generazioni di calciofili, il ruolo che prima di Messi era stato appannaggio dei Pelé e dei Cruijff, dei Platini e dei Diego Armando Maradona, degli Zinédine Zidane e degli Zico, ma anche di 10 più atipici e sgobboni come Charlton e Lothar Matthäus – non c’è quasi più o si è molto ridotto. Nel calcio odierno e contemporaneo i due 10 con lo status migliore sono probabilmente l’inglese Jude Bellingham, un trequartista box to box, e l’elegante artista francese Rayan Cherki, che ogni tanto parte largo, ma che in realtà ha l’impronta, il passo, l’intelaiatura e le movenze del 10.

Voliamo sulle ali

Mancando il 10, da dove arrivano oggi, dunque, la fantasia, il genio, l’imprevedibilità, il cambio di passo e di ritmo nel calcio odierno e contemporaneo? Dagli esterni offensivi. Dalle care e vecchie ali. Settore dove per altro, e forse non casualmente, l’Italia è più in difficoltà. Non solo rispetto alle big classiche, ma anche a scuole di secondo o terzo piano nel panorama internazionale. Il nostro rappresentante migliore, stando a quanto visto di recente nello spareggio mondiale contro la Bosnia, è Matteo Politano: un buon/ottimo elemento, non oltre.

In quel ruolo, in quel settore di campo, oggi le più importanti squadre del mondo – a livello di Nazionale e di club – fanno maggiormente la differenza.
Dall’immarcescibile spagnolo Lamine Yamal, che quando si accende è forse il giocatore più immarcabile del pianeta, al nuovo asso francese Michael Olise. Dall’altro francesino Desiré Doué all’imprevedibile georgiano Khvicha Kvaratskhelia. Dal colombiano Luis Díaz al brasiliano Estêvão. E ancora: gli inglesi Phil Foden e Bukayo Saka, lo spagnolo Nico Williams, il belga Jérémy Doku, il francese Bradley Barcola… Una lista infinita di giocatori che possono andare sul fondo e crossare, come di saltare l’uomo, di venire dentro il campo, di accentrarsi, di calciare da ogni posizione. Nascono ali, in realtà sanno fare tutto e sul fronte offensivo possono muoversi ove più li porta l’estro. Yamal e Olise, d’altronde, non così di rado li si trova a dettare legge sulla trequarti.

Il loro modo di giocare è un’evoluzione dell’ala.
Intendiamoci: non è che le ali di una volta non sapessero fare tutto. Lo dimostrò Mané Garrincha a più riprese: in una stagione in Brasile arrivò a segnare 20 reti e nel Mondiale ’62 (leggi qui) prese in mano il Brasile orfano di Pelé diventando il primus inter pares della squadra e laureandosi capocannoniere della competizione con quattro reti. Per non parlare di George Best, che nel suo anno magico 1968 arrivò a realizzare 28 gol in campionato e si consacrò miglior marcatore del campionato.

Ma se si vanno a rivedere le vecchie partite e i vecchi highlights delle migliori ali italiane come Franco Causio e Bruno Conti, si scopriranno due giocatori che non erano solo bravi nei fondamentali di corsa, dribbling e cross, ma sapevano accentrarsi, calciare da fuori con il piede debole, lanciare con l’esterno. Uno stile che ha continuato poi a irrorare le ali successive: pensiamo ai vari Luis Figo, Ryan Giggs e Arjen Robben, i migliori rappresentanti del ruolo negli ultimi trent’anni sino all’avvento di questa nuova e fantastica nidiata contemporanea. Persino Cristiano Ronaldo, tra l’altro, è nato come ala, salvo poi evolversi e diventare di fatto un attaccante totale.

Video celebrativo di George Best: antesignano di quell’ala totale che è la figura dominante nel calcio di oggi

La differenza tra ieri e oggi è che le ali fino a poco tempo erano comunque i secondi o terzi violini delle squadre, e il centro nevralgico del gioco era rappresentato dal grande numero 10.

Oggi invece le ali sono spesso i principali punti di riferimento, sono i giocatori a cui i compagni si affidano nel momento del bisogno. Sono playmaker laterali per la posizione da cui partono, ma sono playmaker centrali nello sviluppo del gioco. Gli Yamal, gli Olise, i Kvaratshkelia e i loro fratellini, nel calcio odierno e contemporaneo, sono i giocatori più attesi e sognati dai bambini, quelli che fanno saltare il banco, quelli intorno a cui gli allenatori avversari devono studiare mosse e contromosse per tentare – sovente inutilmente – di arginarli.

Dal discorso ho volutamente esclusi due esterni offensivi atipici come i brasiliani Vinicius Junior del Real Madrid e Raphinha del Barcellona. Anche loro partono dall’esterno, ma la mia sensazione, guardandoli giocare, è che siano più degli attaccanti di appoggio e manovra. Non hanno tanto lo sprint, l’imprevedibilità e la fantasia tipiche delle ali. Preferiscono, al contrario, puntare direttamente la porta e non a caso si esaltano anche e di più da seconde punte.

Simile è il caso di quello che forse oggi, per status, è il miglior calciatore del mondo: il francese Kylian Mbappé. Non è un centravanti, anche se nel Real Madrid gioca il più delle volte in quella posizione. Non è ovviamente un numero 10. E non è un esterno, perché si butta nello spazio e vuole calciare dritto per dritto da quasi tutte le posizioni. È anche lui di fatto una seconda punta. Ruolo che ha consacrato definitivamente il suo idolo Cristiano Ronaldo, e prima ancora, tra i tanti, Andrij Shevchenko, Thierry Henry, Gigi Riva, Karl-Heinz Rummenigge… E persino il portoghese Eusébio, il quale, più che da numero 10, dava a mio avviso il meglio di sé da attaccante di appoggio girando attorno a una boa centrale.

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