Omaggio a Sua Maestà: Le Roi Michel Platini

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In che modo spiegherei a un ragazzino di oggi chi era Michel Platini? Non basterebbe dire che è tra i primi giocatori della storia. Non sarebbe sufficiente dire che, dopo Johan Cruijff, è con tutta probabilità il miglior giocatore europeo di sempre. Gli farei vedere le prodezze di Michel su YouTube, quel meraviglioso contenitore onnicomprensivo dove i nostalgici non-più-giovani si abbeverano alla fonte dei ricordi della loro giovinezza e i giovanissimi della “Generazione Z” si ubriacano di “skills” di Messi, Neymar, Mbappé, di “youtubers” di grido e di “influencers” dalle migliaia di followers e di likes.

Il ragazzino vedrebbe un altro mondo, diversissimo da quello in cui è nato e cresciuto. Vedrebbe gli stadi pieni, vedrebbe le divise meno sgargianti e più lineari nei colori e nelle forme, vedrebbe gli scarpini neri e il pallone di cuoio, quello con le toppe bianche e nere. Vedrebbe le immagini televisive in quello stile meravigliosamente retrò, lontane dall’alta definizione, accompagnate dalla sintassi morigerata, dall’appassionato distacco senza isterismi dei telecronisti di allora.

Vedrebbe un fenomeno dalla corporatura esile, capelli neri, carnagione pallida e aria malinconica con il numero 10 sulla schiena alternare le aperture, la visione di gioco a trecentosessanta gradi di Pirlo ad un senso di gol ed alla precisione chirurgica nell’esecuzione di Messi e di Cristiano Ronaldo; vedrebbe che nell’ultimo passaggio ha nei piedi la stessa magia che ha Iniesta nel vedere il corridoio che conduce l’attaccante all’appuntamento a tu per tu con il portiere avversario.

I tifosi bianconeri – ma credo tutti gli amanti del calcio, in realtà – hanno amato e idolatrato Michel per aver illuminato il calcio degli anni Ottanta, in Italia e in Europa. Platini, a un certo punto, era diventata la risposta della Vecchia Signora a Maradona, che in quegli anni si stava prendendo prima l’Italia e poi il mondo.

Gran livello, un fenomeno. In Italia ha vinto tutto, ma mi ha sempre dato l’impressione di non divertirsi giocando a calcio. Era freddo, troppo.

Diego Armando Maradona

Rispetto al calore argentino del Diez di Villa Fiorito, Michel aveva l’aria snob di un aristocratico francese in piena monarchia assoluta. Non dava mai l’idea di sbattersi più del necessario, a quello ci pensavano i gregari («Avvocato, io posso fumare, l’importante è che non lo faccia Bonini, che deve correre!»), però quando la palla arrivava a lui dispensava gemme di caratura inarrivabile. Come eleganza del dribbling e morbidezza del destro è molto simile all’altro grande rivale contemporaneo, il brasiliano Zico, con il quale si contese a suon di gol la scalata al titolo di capocannoniere nella Serie A 1983/84 (20-19 a favore di Le Roi).

I triangoli con le punte e l’andare a rete in chiusura di un’azione che lui stesso aveva avviato sulla trequarti rappresentava la giocata-simbolo di questo straordinario fuoriclasse, uno straordinario maestro del centrocampo con il vizio irresistibile del gol.

Prima grande in patria e poi nel mondo

Noi italiani conosciamo benissimo il Platini bianconero: quello dei tre palloni d’oro, quello dei tre troni di capocannoniere della Serie A e dei due scudetti, quello della Coppa dei Campioni (che però tutti noi preferiremmo dimenticarne l’epilogo…).

È meno noto il Platini giovane campione in patria, dove debuttò da professionista il 2 maggio 1973 contro il Nimes. Il primo anno e mezzo fu di rodaggio e si concluse persino con la retrocessione nella serie cadetta.

Nella serie B francese, terminata con la “finale di categoria” contro il Valenciennes, Platini iniziò a prendersi la scena con 17 gol in 33 partite, condite da altri 13 gol in 8 turni della Coppa di Francia, che trascinarono il Nancy ai quarti di finale.

Se la caratteristica delle leggende è quella di piazzare il proprio club sulla mappa geografica del calcio, di segnare uno spartiacque tra “prima” e “dopo” – il Santos prima di Pelé era una realtà relativamente marginale del calcio brasiliano, con un paio di titoli nel campionato statale, con O’ Rei trionfano prima in tutto il Brasile, poi in tutto il Sudamerica e infine in tutti i continenti; Maradona farà vivere un’epopea ai napoletani mai più ripetuta in seguito; Messi arriverà al Barcellona con i blaugrana che hanno una sola Champions in bacheca, con lui ne arrivano quattro, di cui tre da protagonista assoluto, eccetera – anche Platini, già in giovane età, scrisse già la storia, seppur in un contesto minore, almeno per il momento: a 21 anni, era il 1977, trascinò il Nancy al miglior piazzamento in campionato della sua storia, il quarto posto, a suon di reti (25, vice capocannoniere del torneo). In Francia era una star indiscussa ed era già il giocatore francese più importante della nazionale transalpina.

Anche in Europa si accorsero del prodigio di questo giovane ragazzo, non ancora professionista (lo sarebbe diventato proprio quell’anno) che aveva trascinato un modesto club della serie cadetta al quarto posto del campionato nazionale, tant’è che quell’anno si guadagnò il terzo posto della classifica del Pallone d’Oro.

La storia, a torto o ragione, la scrivono i trofei: Platini regalò al Nancy una Coppa di Francia nel 1978, contro il Nizza in finale a Parigi, al Parco dei Principi: Platini giocò una partita ruvida, maschia, prese calci e ne diede, eppure i 45.000 allo stadio quella sera videro un giocatore superiore, con un tocco infinitamente più bello degli altri e la qualità di vedere la giocata prima dei comuni mortali. E i giocatori superiori decidono le finali: lo fece anche Michel, che ricevette un pallone in area da sinistra, girò su se stesso e piazzò un destro all’angolo opposto, palo-gol. Trionfo, coppa al cielo e investitura da parte dei tifosi a condottiero della nazionale ai mondiali d’Argentina.

Platini già con la maglia del Nancy divenne una star, non solo in Francia, ma anche in tutta Europa. Nel 1977 finì nella graduatoria del pallone d’oro.

L’ambiente di Nancy era troppo piccolo per il piccolo re, che nel 1979 decise di spostare il proprio regno al Saint Etienne, che in quel periodo era la squadra più forte della Francia. 

In maglia bianco-verde Michel Platini assaggiò realmente il significato di giocare presso la squadra più forte, ossia che ogni partita doveva essere vinta. Non erano ammesse pause, non era più il magico mondo di Nancy, dove quello che succedeva in più oltre l’obiettivo stagionale era tutto di guadagnato. Era giunto il momento di tenere sempre e costantemente il piede sull’acceleratore.

Platini al Saint Etienne conobbe al profumo della vittoria del campionato, alla quale contribuì con 20 reti in 35 partite. L’anno successivo ne siglò addirittura due in più, ma questa volta il titolo, dopo una logorante annata, andò al Monaco, che si era conteso la vetta con il Bordeaux e con il Saint Etienne.

Anche nella Coppa di Francia il pendolo oscillò tra dolori e gioie: ad una finale persa, nel 1981, contro il Bastia, segue un’altra sconfitta all’atto finale, nonostante una delle partite più importanti della carriera di Michel: la partita decisiva contro il Paris Saint Germain al Parco dei Principi. Al vantaggio parigino firmato dal sinistro potente di Toko, rispose Platini con un destro al volo. Ai supplementari il fuoriclasse francese siglò il gol del sorpasso, ma ad un passo dalla gloria, Rocheteau gela i bianco-verdi. Ai rigori segnarono tutti, tranne Christian Lopez. La Coppa andò a Parigi, ma nella storia rimase la prestazione mostruosa della futura stella della Juventus.

Il “Foie gras” dell’Avvocato

«L’abbiamo comprato per un tozzo di pane, lui ci ha messo sopra il foie gras» disse di lui l’Avvocato Agnelli. Michel Platini sbarcò a Torino nell’estate del 1982 e ci rimase per cinque stagioni, dipingendo calcio e affermandosi definitivamente come uno dei giocatori più forti del mondo, in un’epoca dove a contendersi il trono c’erano stelle come Maradona, Zico, Falcão e in un calcio dove si segnava molto meno rispetto ad oggi e dove i difensori potevano permettersi qualche “colpetto” di troppo.

Reputo Michel Platini il giocatore con il rendimento migliore in assoluto in maglia bianconera, come rapporto tra anni, trionfi e costanza nelle prestazioni. 

Michel Platini e la Vecchia Signora: una storia di trofei, trionfi e 104 gol in 224 presenze

In quei cinque anni ci fu tutto ciò che servì ad una leggenda per diventare tale, anche se i primi mesi non furono facili, come poi capiterà dieci anni dopo a Zinedine Zidane. Il calcio italiano, terribilmente risultatista per indole e tradizione, «guarda troppo agli episodi e alle circostanze» si lamentò Michel, ma quando il francese ingranò fu tutta un’altra musica.

Ci furono innanzitutto i trionfi di squadra, nazionali (due scudetti: 1984 e 1986) e internazionali (la Coppa delle Coppe vinta contro il Porto nel 1984, la Coppa dei Campioni del 1985, la Supercoppa Europea del 1984, la Coppa Intercontinentale del 1985).

Ci furono straordinari traguardi individuali, come i 3 titoli di fila di capocannoniere della Serie A tra il 1983 e il 1985, come il trono di capocannoniere della Coppa dei Campioni 1985, con 7 reti (alla pari dello svedese Nilsson).

Ci furono i riconoscimenti internazionali, con i tre palloni d’oro di fila.

Come in tutte le grandi storie, ci fu anche negli anni a Torino una delusione atroce, ossia la finale della Coppa dei Campioni 1983 contro l’Amburgo di Ernst Happel, che ordinò a Wolfgang Rollf di “francobollarlo” e di non lasciarlo più. Platini, vice capocannoniere del torneo con 5 reti, fu lentamente soffocato e mai entrò davvero in partita e intanto Felix Magath inflisse il colpo mortale.

I gol più belli di Platini in bianconero

Se però devo scegliere una partita, solo una, che fu il “manifesto”, il capolavoro, l’apogeo di Michel Platini con la Vecchia Signora, allora la mia scelta non può che andare alla Coppa Intercontinentale 1985, contro l’Argentinos Juniors, svoltasi a Tokyo l’8 dicembre, mentre in Italia erano le 4 del mattino.

Gli argentini campioni del Sudamerica, in cui militava uno splendido Borghi – definito proprio da Platini “il Picasso del Calcio” al termine di quella partita, in cui i due fantasisti furono i migliori in campo – andarono in vantaggio con un pallonetto di Ereros che scavalcò Tacconi.

I sudamericani, abituati al caldo di Buenos Aires e inizialmente spaesati nel freddo di Tokyo, ingaggiarono una partita maschia, fatta di contrasti energici, duelli fisici al limite del consentito, riservarono a Michel un trattamento, per così dire, privilegiato: Miguel Lemme, veterano della squadra, giurò ai compagni negli spogliatoi che avrebbe fatto di tutto per fermare il 10 bianconero, perché «Platini per noi è come Pelé».

Le botte, la tensione e la paura delle due squadre di scoprirsi troppo non fermò il talento di Platini, che pareggiò dal dischetto spiazzando il portiere.

Platini sdraiato come Paolina Borghese: una protesta di classe contro l’arbitro tedesco che gli annullò lo stupendo gol volante per gioco pericoloso nella finale Intercontinentale del 1985

Poi ci fu l’Epifania. In greco “epifàneia” significa “manifestazione, apparizione”, riferendosi a una divinità.
A Tokyo, in quel campo, quel giorno ci fu l’apparizione del Genio, del talento cristallino allo stato puro, razionale e istintivo allo stesso tempo, che solo uno baciato dalla Dea del pallone può avere.

Platini era appena dentro l’area e, con tre giocatori avversari davanti a lui, ricevette un pallone non facile a mezza altezza. Lo addomesticò prima con il petto, poi lo toccò con il destro spostandoselo alla sua sinistra e mandando contemporaneamente a vuoto tutti e tre gli avversari. Prima che il pallone toccasse terra, incrociò con il sinistro, spedendo la sfera sotto l’incrocio dei pali più lontano. 

Se non fosse per l’arbitro – crudelmente tedesco, come tutte le nemesi di Platini – che annullò quella giocata meravigliosa fischiando un fuorigioco passivo, sarebbe stato uno dei gol più belli di tutti i tempi. Come van Basten contro la Russia. Come lo slalom di Diego contro gli inglesi.

Chiunque, subendo un affronto simile, avrebbe reagito veementemente, come se Leonardo avesse visto un vandalo sfregiare La Gioconda. Platini, invece, si distese sul fianco, come un adone greco, e guardò con aria sarcastica il direttore di gara.

Le circostanze avverse non scoraggiarono Michel, il cui genio si manifestò nuovamente con uno zuccherino dolce con cui pescò Laudrup in area. il danese scartò il portiere e da posizione molto angolata segnò il gol del secondo pareggio, dopo che Castro aveva nuovamente portato in vantaggio i sudamericani. I 90 minuti finirono, i supplementari furono irrilevanti e i rigori premiarono gli europei: il rigore decisivo non poteva che essere del Re, Michel Platini, che quella notte fu il re del mondo.

Con la maglia Bleu

Platini è come il concorde: basta lasciarlo volare

Michel Hidalgo

Michel Platini debuttò in nazionale il 27 marzo 1976 contro la Cecoslovacchia, in un’amichevole che finì 2-2 (ironia della sorte, anche il debutto del suo erede Zinedine Zidane avvenne contro la medesima avversaria e il risultato della partita fu identico).

Il CT francese Michel Hidalgo lo vede come perno di una nuova nazionale transalpina, costruita attorno a giovani frizzanti – non a caso il suo gioco verrà nominato calcio champagne – che avrebbero dovuto aprire un nuovo ciclo, dopo gli anni bui del Settanta, dove i transalpini contavano zero partecipazioni ad europei e mondiali.

Platini regalò la sua prima perla in nazionale proprio in questa occasione, con il gol del pareggio (1-1): punizione a due in area, Platini scavalcò con un destro morbido la barriera e mandò dolcemente la palla sotto l’incrocio dei pali. Fu un gol molto simile a quello celeberrimo su punizione di Diego Armando Maradona contro la Juventus.

Noi italiani ci mettemmo poco tempo a fare conoscenza del futuro Le Roi, soprattutto della sua specialità della casa, ossia il calcio di punizione. Nell’anno dei mondiali argentini del 1978, ospitammo la Francia a Napoli durante il mese di febbraio, in un’amichevole di lusso. Platini beffò Zoff una prima volta con un calcio di punizione dal limite, un arcobaleno che si spense sotto il sette alla destra del portiere friulano. L’arbitro inspiegabilmente annullò il gol per una presunta irregolarità francese.

Ci fu, però, una seconda opportunità su calcio piazzato dal limite dell’area italiana: Platini, stavolta, calciò basso alla sinistra di Zoff e lo perforò una seconda volta, con la sicurezza di chi sta calciando un rigore a porta vuota.

Il primo grande palcoscenico di Platini con la nazionale transalpina fu il mondiale in Argentina del 1978: Michel era anagraficamente giovane, 22 anni, ma era già una star in patria, fresco di trionfo con la maglia del Nancy. L’inesperienza dell’inizio di un nuovo ciclo – che nel tempo avrebbe dato poi i suoi frutti, anche se non avrebbe mai portato in bacheca una Coppa del Mondo – costò cara ai francesi, che uscirono al primo turno in un girone con Italia, Argentina, Ungheria.

Con gli azzurri arrivò una meritata sconfitta per 2-1, Michel non brillò, ben controllato da Tardelli. Il turno successivo, però, con l’Argentina – la gara più difficile – fece vedere le scintille del vero Platini. Il suo gol del pari mostrò l’opportunismo e il tempismo del goleador, ma ci fu un secondo momento in cui il genio del francese si rivelò: in mezzo a tre avversari fece una giocata sontuosa che servì l’ala Didier Six, che davanti al portiere mise fuori di un palmo.

Sarebbe stato il gol del vantaggio, che avrebbe cambiato il mondiale della Francia, che invece pochi minuti dopo subì il gol di Luque che la condannò di fatto all’eliminazione. La vittoria del 3-1 sull’Ungheria fu solo un brodino di consolazione.

Un video celebrativo di Le Roi

La grande occasione arrivò quattro anni dopo in Spagna. I ragazzi di quattro anni prima – Rocheteau, Six, Bossis, Lacombe, Trésor, a cui si aggiunsero campioni come Tigana e Giresse – erano più maturi e pronti a gestire le forze e leggere al meglio i momenti della partita: alla sconfitta con l’Inghilterra, seguì una vittoria per 4-1 contro il Kuwait (Platini segnò una rete) e un pareggio con la Cecoslovacchia che bastò per accedere al secondo turno, dove la Francia sconfisse in carrozza Irlanda del Nord (4-1 roboante) e Austria (1-0, Platini non giocò).

Nella famosa “Notte di Siviglia” della semifinale contro la Germania Ovest, terminata 3-3 dopo i tempi supplementari e 8-7 dopo i rigori in favore dei teutonici, Michel, seppure al piccolo trotto e senza strafare fisicamente, regalò perle e momenti di grande calcio, oltre alla rete dell’1-1 dal dischetto (e il tiro realizzato durante la serie di rigori finale). Dispensò dribbling e assist al bacio in più di un’occasione: quello più celebre rimane lo zuccherino dato a Battiston, che venne travolto dal portiere Schumacher in uscita.

Fu una grande delusione per Platini e per la Francia intera, che sfiorarono soltanto l’approdo in finale, a dimostrazione come nel calcio i titoli sono anche una questione di dettagli e di episodi e che le prestazioni dovrebbero contare di più del palmares, anche se le prime non vengono “registrate dalla storia”.

La Germania si confermò un’autentica bestia nera per Michel, anche quattro anni dopo in Messico. In quella che era un’autentica rivincita della “notte di Siviglia”, a differenza di quattro anni prima in Spagna dove i galletti giocarono la loro partita, la Germania di Brehme e Matthäus diede una lezione di calcio alla rivale.

Sulle spalle di Platini si materializzò la stessa ombra che lo oscurò nella finale di Coppa dei Campioni 1983 contro l’Amburgo – Wolfgang Rolff – e dopo un breve inizio positivo uscì progressivamente dalla partita.

Eppure il suo mondiale fu indubbiamente positivo a livello di prestazioni: crebbe come un diesel durante il girone di qualificazione contro Canada, URSS (dove prese l’incrocio dei pali con una stupenda punizione di collo pieno) e Ungheria (un assist a referto per Rocheteau) e grandi prestazioni contro Italia (pallonetto vincente dell’1-0 su Galli in uscita) e Brasile, dove segnò il gol del pari e regalò prodezze da capogiro non concretizzate dai compagni: ai rigori finali mandò incredibilmente alto – come il suo gemello-rivale Zico durante la partita – ma la buona sorte gli sorrise.

Michel non vinse mai un mondiale, ma la sua più grande impronta della sua storia in nazionale la lasciò agli Europei del 1984 giocati in casa: con 9 gol in 5 partite alzò al cielo di Parigi la coppa da capitano, disputando quello che io ritengo senza dubbi il miglior europeo dal punto di vista della prestazione di un singolo giocatore.

Segnò in tutti i modi: destro e sinistro da fuori area, incornate di testa, gol di sottomisura da attaccante di razza, calci di punizione al veleno, in particolare l’ultimo, che beffò in finale il povero Arconada. Come Maradona ai mondiali di Messico ’86, come Pelé nel ’58 e nel ’70, Le Roi giocò un europeo ineguagliabile.

Ce ne saranno altri di valore pregiatissimo – penso a quello del 1988 con un van Basten eccelso nelle ultime partite, o alle sinfonie suonate da Xavi e Iniesta nel 2008 o nel 2012 – ma nessun altro, fino ad oggi, è stato dominante come questo.

SQUADRE DI CLUB
• Nancy (1972-1979)
• Saint-Étienne (1979-1982)
• Juventus (1982-1987)
VITTORIE CON I CLUB
• 1 campionato francese (1981)
• 2 campionati italiani (1984, 1986)
• 1 campionato francese di Seconda divisione (1975)
• 1 Coppa di Francia (1978)
• 1 Coppa Italia (1983)
• 1 Coppa dei Campioni (1985)
• 1 Coppa Intercontinentale (1985)
• 1 Coppa delle Coppe (1984)
• 1 Supercoppa Europea (1984)
VITTORIE CON LA NAZIONALE
• 1 campionato Europeo (1984)
SUCCESSI INDIVIDUALI
• 3 Palloni d’oro (1983, 1984, 1985)
• 3 titoli di capocannoniere della serie A (1983, 1984, 1985)
• 1 titolo di capocannoniere della Coppa dei Campioni (1985)
• 1 titolo di capocannoniere del campionato Europeo (1984)
• 1 titolo di miglior giocatore del campionato Europeo (1984)
NUMERI INDIVIDUALI
• 313 gol in 584 partite con i club
• 41 gol in 72 partite in nazionale

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