Alfredo Di Stéfano, il genio ovunque

Probabilmente la più credibile alternativa a Pelé per il trono di sempre. Per molte autorevoli correnti di pensiero addirittura il numero uno. È Alfredo Di Stéfano, la Saeta Rubia, il padre del calcio europeo

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Un primo piano del campione argentino [https://biografieonline.it]

Il campo iniziava dalla punta delle sue scarpe e arrivava al mondo. Perché nessuno come Alfredo Di Stéfano ha incarnato l’idea e l’essenza del calciatore capace di fare tutto e meglio di tutti. Non era stato il primo in realtà (in Italia celebre il caso di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino) e non sarebbe stato l’ultimo. Ma quando gli addetti ai lavori pensano al giocatore più completo mai veduto – non come atleta in sé, ma come posizioni occupate in campo, come dominio su tutti i 110 metri di gioco – il primo nome che viene in mente è il suo.

È stato probabilmente la più credibile alternativa, nel 20° secolo, al trono di Pelé. E autorevoli correnti di pensiero – in Italia ad esempio Gianni Brera e Adalberto Bortolotti – lo antepongono addirittura al Rei brasiliano. Le immagini scarne e le prove video non così esaurienti non consentono tuttavia di giungere a conclusioni certe.

Prima o poi vedremo un altro Pelé. Un altro Maradona lo stiamo più o meno vedendo e solo il tempo dirà se Leo sarà riuscito a scalzare Diego dal podio di sempre. Ma un altro Di Stéfano non lo vedremo più

Gigi Garanzini

La candidatura di Di Stéfano ad ogni modo poggia su basi solidissime: una carriera infinita, lunga circa un ventennio e sempre ad alti livelli; numeri individuali e di squadra da record ovunque abbia giocato; la capacità di evolvere ed evolversi, a seconda del contesto, del Paese e del campionato in cui ha militato, nonché dei compagni che aveva intorno. Centravanti stile Ronaldo il Fenomeno nel periodo giovanile in Argentina, sommo uomo-ovunque nell’epoca madridista. Un Re Mida che ha trasformato in oro tutto ciò che ha toccato, con l’unico neo di non aver mai partecipato a una fase finale del Mondiale.

Un sogno infranto, che Di Stéfano non è mai riuscito a realizzare per svariati motivi: il rifiuto dell’Argentina di partecipare alla Coppa del mondo nel 1950; un intoppo burocratico che non gli fece prendere in tempo la cittadinanza spagnola nel 1954 (anche se le Furie Rosse fallirono l’approdo in Svizzera dopo aver perso lo spareggio con la Turchia); la mancata qualificazione nel 1958, con la sua Spagna clamorosamente eliminata dalla Scozia nel girone (unica occasione in cui a Di Stéfano si può probabilmente imputare un fallimento nella sua prospera carriera); e l’infortunio del 1962, che gli impedì di scendere in campo nella nazionale che Helenio Herrera aveva costruito su misura per lui.

Di Stéfano e Pelé a Madrid nel 1959, l’unica volta in cui si sono affrontati in amichevole quelli che probabilmente sono stati i due massimi calciatori del ‘900. Peccato che di questa partita non si trovino testimonianze video… [www.pinterest.it]

Era nato nel quartiere Barracas di Buenos Aires il 4 luglio 1926. La famiglia era originaria di Capri, marinai che si erano riciclati come vaqueros, allevatori di bovini, e di patate. Il padre era stato giocatore del River Plate e del Boca Juniors, la squadra dei migranti italiani. Unidos y venceremos fu il nome della prima formazione del giovane Alfredo. Colpiva per la facilità di tocco, il fisico alto e mingherlino, il gol sempre in canna. A 15 anni l’approdo al River Plate, dopo un provino.

Un giovanissimo Di Stéfano ai tempi del River Plate

La leggenda narra che il presidente del club Antonio Liberti, colui che costruì lo stadio Monumental, rimase incuriosito dal colore dei suoi capelli e gli chiese come mai un ragazzo di origine italiana fosse così biondo. «Papà ripeteva sempre che in Italia c’era sole, tanto sole. Sarà stato per quello». La risposta pronta strappò una risata a Liberti, che raccomandò agli allenatori di seguirlo con attenzione.

Non ci fu bisogno perché le qualità di Di Stéfano emersero in modo naturale e la sua scalata nelle giovanili fu fragorosa. A 19 anni fu spedito nell’Huracán a farsi le ossa, l’anno seguente il ritorno al River e l’inizio della gloria. Era agile, scattava come una molla, giocava in verticale e puntava sempre la porta. Un’anomalia nel calcio argentino, abituato a tocchi suadenti e ghirigori spesso barocchi, modulati per vie orizzontali. La gente sugli spalti iniziò a ribattezzarlo Saeta Rubia, freccia bionda. I tifosi del River gli intonarono persino un coro: Socorro, socorro, se viene la Saeta con su propulsión a chorro!, aiuto che arriva la saetta con una spinta a razzo. Pochi concetti per evidenziare i due tratti distintivi del ragazzo: il capello fulvo e la velocità innata.

Prese il posto al centro dell’attacco del divino Pedernera, anche lui giocatore sui generis per i canoni argentini, un genio euclideo dalla visione d’insieme che muoveva i fili del gioco partendo dal ruolo di centrattacco ma arretrando poi sulla trequarti. Di Stéfano però pareva avere caratteristiche diverse. Era più un 9 tutto nervi e scatti, voleva emulare il suo grande idolo, il paraguaiano Arsenio Erico, sopraffino stoccatore dell’Independiente dalle medie-gol irreali. Pedernera e Di Stéfano si ritroveranno fianco a fianco in Colombia, nei Millonarios di Bogotá, qualche anno dopo.

Nel frattempo Di Stéfano diventò l’idolo del Monumental. Il suo gioco senza fronzoli si mescolava splendidamente ai tocchi di classe sublimi e circensi di José Manuel Moreno, genio e sregolatezza, un Maradona ante litteram, e alla potenza di tiro di Ángel Labruna, terminale più avanzato. Un tridente che regalò al River lo scudetto del 1947 e spalancò a Di Stéfano le porte della nazionale. Coppa América del 1947 in Ecuador, Moreno votato miglior giocatore, Di Stéfano capocannoniere della squadra con 6 reti, l’Argentina campione, 6 vittorie e un pareggio in 7 partite, 28 gol fatti e appena 4 subiti.

José Manuel Moreno e Alfredo Di Stéfano nel River Plate: talento calcistico illegale…

C’erano le basi per costruire una nazionale quasi imbattibile in vista del Mondiale del 1950, il primo dopo l’interruzione bellica. Ma il sogno non si realizzò mai. Erano quelli anni difficili in Argentina: le proteste sindacali dei calciatori, che chiedevano maggiori diritti e un salario minimo garantito, spinsero il giovane Di Stéfano, che non era tipo da sacrifici e che oltre al calcio amava il lusso e i soldi (la guita, come li chiamava lui), nelle braccia dei Millonarios di Bogotá. Il campionato colombiano si era posto fuori dai parametri FIFA e aveva iniziato a reclutare a suon di dollari i migliori calciatori del continente. Molti arrivarono anche dall’Europa. A muovere i fili, il presidente della federazione Humberto Salcedo e quello dei Millonarios Alfonso Sénior.

In Colombia Di Stéfano ritrovò Pedernera: i due insieme diedero spettacolo per quattro anni, dal 1949 al 1953, vincendo tre scudetti ma ricreando soprattutto lo spirito del River. I Millonarios divennero noti con il soprannome di Ballet Azul, balletto azzurro, dal colore delle maglie. Anni di libagioni e vacche grasse fuori dal campo, ma che sul rettangolo di gioco consentirono a Di Stéfano di completare la sua maturazione tattica sotto l’ala di Pedernera: non più solo centravanti, ma uomo-ovunque capace di retrocedere e impostare il gioco. Velocità sposata all’intelligenza, gioco senza palla e spirito di sacrificio. Era nato un calciatore nuovo, un’arma totale.

Néstor “Pipo” Rossi, Di Stéfano e Pedernera ai Millonarios

Nel 1952 i Millonarios vennero in tournée in Spagna, per onorare i 50 anni di fondazione del Real Madrid. Di Stéfano non era nuovo alle tournée celebrative: tre anni prima con il River era stato in Italia a disputare un’amichevole per commemorare i caduti di Superga. Ferruccio Novo, presidente del Torino, si invaghì di lui e tentò a tutti i costi di tesserarlo: voleva farne il perno della nuova squadra dopo la tragedia. Ma non se ne fece nulla e Di Stéfano riparò poi in Colombia.

Stavolta di mezzo c’era Santiago Bernabeu, padre-padrone del Real Madrid e l’accordo tra il plenipotenziario del Real e i colombiani andò in porto. Senonché si mise in mezzo il Barcellona, che firmò un’intesa con il River Plate, proprietario legittimo del cartellino. Nessuno dei due voleva mollare. A dirimere la controversia intervenne Francisco Franco, da sempre vicino agli ambienti madridisti: Di Stéfano avrebbe giocato alternativamente un anno in un club e un anno nell’altro. A partire dal Real. La soluzione indignò il Barcellona, che si ritirò con parole di fuoco, dando campo libero ai blancos.

Fu in quel momento che nacque la leggenda del Grande Real. Di Stéfano esordì con la nuova camiseta il 27 settembre 1953 contro il Santander, andando subito in gol. Alla prima occasione utile, demolì il Barcellona reduce dal successo in campionato: doppietta nel 5-0 finale. Il Real in quella stagione vinse la Liga, 21 anni dopo l’ultima. E Di Stéfano si laureò capocannoniere con 27 gol in 28 incontri. Nonostante non fosse più oramai un semplice centravanti. Ma un autentico jolly che sapeva giocare ovunque.

In Spagna non ero più l’attaccante classico dell’epoca del River perché divenni colui che ama costruire il gioco, partire da dietro, fra il centrocampo e l’attacco, da coordinatore più arretrato; spesso tornavo anche a dare una mano in difesa. Fu una rivoluzione, una grande novità e la chiave dei successi del Real: ero un centravanti arretrato, che invece di stare davanti a tutti, giocava dietro le ali.

Alfredo Di Stéfano

Di Stéfano con le cinque Coppe dei Campioni vinte consecutivamente [https://storiedicalcio.altervista.org]

L’arrivo di Di Stéfano a Madrid rivoluzionò non solo le coordinate del calcio spagnolo, ma europeo. Nelle sue 11 stagioni in merengue, il Real vinse 8 volte la Liga, 2 Coppe Latine, 1 Coppa di Spagna, le prime 5 edizioni della Coppa dei Campioni (più due sconfitte in finale) e la prima edizione della Coppa Intercontinentale. Cambiavano compagni, allenatori e progetti. Il solo perno fisso era Di Stéfano: difensore, mediano, regista e centravanti, 5 volte pichichi della Liga, 2 volte capocannoniere della Coppa Campioni e almeno un gol in ogni finale vinta. Fece eccezione quella del 1960, 7-3 all’Eintracht Francoforte, dove realizzò addirittura una tripletta. Il suo record di 49 reti in 58 incontri in Coppa dei Campioni è rimasto imbattuto fino all’avvento della Champions moderna, competizione che però prevede molte più partite e dunque molte più possibilità di segnare.

Una sintesi di Real Madrid-Eintracht Francoforte 7-3, finale della Coppa dei Campioni 1959/1960

Nella finale del 1962 persa contro il Benfica – una partita meravigliosa per contenuti tecnici e qualità degli interpreti – marcò Eusébio quasi ad personam e nel frattempo impostava il gioco, si inseriva senza palla in attacco, serviva al tiro l’amico Puskás con palloni al bacio. Giocò una prima ora di gioco a livelli siderali, calò nella mezz’ora finale e forse non a caso il Real subì la rimonta decisiva, con Eusébio protagonista. A 36 anni e dopo quasi 20 dal suo debutto internazionale don Alfredo era ancora forte, lucido, in splendida forma, capace di muoversi ovunque e comandare chiunque.

Lui attribuiva i segreti del suo successo, di una condizione atletica invidiabile e di una straordinaria longevità, alle ore e ore spese ad allenarsi, alla vita da professionista che conduceva, nonostante qualche vizio. Sangue sudamericano ed europeo, astuto e scaltro, Di Stéfano sapeva come divertirsi senza eccedere, consapevole che la cosa più importante rimaneva sempre e comunque il pallone. E al pallone mai avrebbe mancato di rispetto, tanto che fece costruire, nel giardino della sua casa di Madrid, una statua in marmo di Carrara che raffigurava una palla. E sotto la scritta: Gracias vieja, grazie vecchia.

Grandi calciatori non si nasce, si diventa. Come fa un pianista a diventare bravo? Si esercita tanto. Come fa un ingegnere a diventare tale? Studiando tante ore al giorno. Così ho fatto io sin da bambino. Ricordo che nel 1960, e avevo già 34 anni, mi impegnai per imparare a eseguire un tiro particolare, un calcio con l’interno del tallone, un colpo di tacco che nessuno aveva mai effettuato. Ebbene, non ci dormivo la notte per pensare a questo, lo ripetevo in allenamento e anche a casa o per strada lo provavo di continuo. Finché un giorno con quel tocco feci un gol da 20 metri. Lo stadio impazzì dall’entusiasmo, le urla, le gioia indescrivibili… Scrissero che ero nato con il pallone al posto della testa, che ero un genio del calcio. Ma la verità erano stati i mesi a perfezionarmi in quel colpo…

Alfredo Di Stéfano

Pochissimi giocatori – forse nessuno, da un certo punto di vista – hanno lasciato nella storia una simile eredità. Di Stéfano non è stato solo l’archetipo del calciatore universale in un periodo di grandi specialisti, anticipando dunque la lezione del calcio contemporaneo (secondo lo scrittore spagnolo Carlos Zeda in lui c’era il compendio delle qualità dell’atleta sognato da Platone), ma anche il fuoriclasse che ha contribuito a cambiare più di ogni altro la geografia e la storia dell’Europa.

Alla guida di quel Real dei record fece uscire la Spagna dall’isolazionismo in cui la politica di Francisco Franco l’aveva costretta – né con gli Stati Uniti né con l’Unione Sovietica era il dogma franchista – e consentì di propagare in giro per il continente l’immagine di una nazione forte, vincente, felice, persino multiculturale – in quel Real giocavano giocatori provenienti da diverse nazioni. «Il migliore dei miei ambasciatori all’estero è il Real Madrid» disse, non a caso, il ministro Fernando María Castiella.

Francisco Franco e Santiago Bernabeu [https://www.numerosette.eu]

Il Real grazie all’era Di Stéfano è diventata la squadra di riferimento calcistico a livello europeo e mondiale, un club che confonde gli arbitri e genera negli avversari quel senso di paura e inferiorità che Jorge Valdano – parafrasando Gabriel Garcia Marquez – ha definito miedo escenico, timor panico.

Puskás tira più forte, Kopa dribbla meglio, Kocsis salta più alto. Ma nessuno può eguagliare Di Stéfano, il solo campione senza punti deboli

Giornali spagnoli anni ’60

E se la Coppa dei Campioni si è trasformata nella massima competizione di club, quella che – Mondiale a parte – ogni giocatore e allenatore sogna di vincere, quella che produce incassi miliardari e sponsorizzazioni a profusione, quella che potrebbe rivoluzionare il futuro del calcio europeo, occorre dire grazie a Di Stéfano e al Real.

«La Casa Blanca ha unito l’Europa in largo anticipo sulla politica» ha scritto il giornalista italiano Roberto Beccantini. Perché Di Stéfano e il Real, incantando e vincendo in ogni angolo del continente e sfruttando la spinta della tivù che iniziava a fare capolino nelle case della gente, resero tutti un po’ più uniti e un po’ più fratelli. Per la prima volta, seppur in una materia frivola come il calcio, il progetto di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi – che con il loro manifesto di Ventotene del 1944 sognavano un continente libero e unito dopo gli orrori della guerra – sembrò davvero prendere corpo.

Oggi sappiamo che siamo ancora distanti dal tagliare un simile traguardo. Ma il giorno che ci riusciremo spero che tra i padri fondatori dell’Europa un posticino verrà riservato anche a Di Stéfano. Un ramingo argentino tornato nel continente dei suoi avi e che sotto l’egida di uno stile calcistico impareggiabile seppe unire e far innamorare milioni di cittadini di svariati Paesi europei.

Video celebrativo di don Alfredo
SQUADRE DI CLUB

• River Plate (1944-1945; 1947-1949 – 55 gol in 75 partite)
• Huracán (1946-1947 – 10 gol in 27 partite)
• Millonarios Bogotá (1949-1953 – 100 gol in 112 partite)
• Real Madrid (1953-1964 – 308 gol in 396 partite)
• Espanyol (1964-1966 – 14 gol in 60 partite)
Totale carriera: 487 gol in 670 partite
NAZIONALE

• Argentina (1947 – 6 gol in 6 partite)
• Spagna (1957-1962 – 23 gol in 31 partite)
SUCCESSI DI SQUADRA

• 13 campionati nazionali (River Plate 1945, 1947; Millonarios 1949, 1951, 1952; Real Madrid 1954, 1955, 1957, 1958, 1961, 1962, 1963, 1964)
• 2 coppe nazionali (Millonarios 1953, Real Madrid 1962)
• 5 Coppe dei Campioni (Real Madrid 1956, 1957, 1958, 1959, 1960)
• 1 Coppa Intercontinentale (Real Madrid 1960)
• 2 Coppe Latina (1955, 1957)
• 1 Coppa América (Argentina 1947)
SUCCESSI INDIVIDUALI

• 7 titoli di capocannoniere dei campionati nazionali (Argentina 1947; Colombia 1951, 1952; Spagna 1954, 1956, 1957, 1958, 1959)
• 2 titoli di capocannoniere della Coppa dei Campioni (1958, 1962), con almeno un gol in ogni finale vinta, tranne nel 1960 quando mise a segno una tripletta
• autore di 49 reti (in 58 partite) in Coppa dei Campioni, record che ha resistito fino al 2005, quando fu superato proprio da un giocatore del Real Madrid, lo spagnolo Raùl
• 2 Palloni d’oro (1957, 1959) e insignito poi del Superpallone d’oro (1989)

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