Nato per imporsi: trionfi, ombre e “caudillismo” di Daniel Passarella

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Oggigiorno il termine “caudillo“, assecondando il consueto (e insopportabile) eurocentrismo che ci contraddistingue, viene quasi automaticamente associato a un personaggio oscuro e controverso come Francisco Franco, che per quasi 40 anni rese la Spagna un governo autoritario e centralizzato. Il fenomeno del “caudillismo” tuttavia non si sviluppò nella Penisola Iberica, bensì nell’America Ispanica, oltre un secolo prima dell’avvento del “franchismo“. All’inizio dell’800 infatti, la corona di Spagna dovette fare i conti con un problema non da poco alla periferia dell’impero: le colonie del Nuovo Mondo, da Città del Messico a Montevideo, reclamavano la propria autonomia, e per ottenerla erano disposte a mettersi il coltello tra i denti.

Il conflitto era ormai inevitabile, e dopo oltre 20 anni di sangue versato in nome dell’indipendenza, gli insurrezionisti latini riuscirono a sottrarsi definitivamente al giogo della monarchia spagnola. Le conseguenze della guerra tuttavia sono facilmente intuibili, a partire dalla debolezza istituzionale; ad approfittare di questo vuoto di potere furono figure legate al mondo bellico, i “caudillos“, carismatici capi militari capaci di convertirsi in leader politici dopo essersi impadroniti del potere con la forza. Alcuni di questi individui, come il messicano Pancho Villa, divennero vere e proprie figure di culto nell’immaginario collettivo ispanoamericano, a tal punto che il retaggio culturale del caudillismo è penetrato rapidamente nell’epica del calcio rioplatense del XX° secolo.

Daniel Passarella in maglia River Plate

Sul rettangolo verde infatti, per “caudillo” si intende un difensore centrale (spesso e volentieri con la fascia di capitano al braccio) in grado di guidare l’intera squadra con leadership e ferocia agonistica. Ecco, secondo Federico Buffa, la storia della pelota, limitatamente all’America di lingua spagnola, incorona 4 grandi caudillos, qui elencati in ordine cronologico: l’uruguaiano José Nasazzi, il peruviano Héctor Chumpitaz, il cileno Elías Figueroa, e l’argentino Daniel Passarella. Quest’ultimo, rispetto ai suoi predecessori, ha incarnato un modello calcistico leggermente differente, e non privo di contraddizioni.

Se ad esempio uno come Don Elías (che già in passato era stato messo in confronto a Passarella qui su GoG) rappresentava l’archetipo del cavaliere senza macchia e senza paura, Daniel qualche macchia invece ce l’aveva eccome. Abituato a nutrirsi del timore degli avversari, e del rispetto dei propri compagni, Passarella per certi versi è stato la trasposizione calcistica di Sentenza (“Angel Eyes” in lingua originale), l’antagonista de “Il buono, il brutto, il cattivo”, film western per eccellenza nell’immaginario collettivo. Forse il paragone con un pistolero freddo e spietato potrà non sembrare lusinghiero, però fateci caso: in quanto a magnetismo, il personaggio interpretato da Lee Van Cleef vi sembra poi così diverso dall’ex capitano dell’Argentina?

Nell’ascesa di Passarella possiamo individuare una prima pietra miliare: è il 1973, e il Sarmiento, la prima squadra di club di colui che diventerà “El Gran Capitán“, disputa un’amichevole contro la Selección, ai tempi guidata da Omar Sívori. Il giorno prima della partita, il Cabezón e Passarella si incontrano: a fare da “intermediario” tra i due è Raúl Hernández, amico dell’ex fantasista della Juventus, e tecnico del Sarmiento, il primo ad aver mai creduto nelle grandi doti di Daniel.

Quest’ultimo, senza alcun preavviso, deve rispondere a una domanda totalmente inaspettata, ma quantomai lusinghiera postagli da Hernández: «Nell’amichevole di domani vuoi giocare nel Sarmiento o nella Nazionale?». Ripresosi dal comprensibile shock iniziale, Passarella si ricompone, e risponde lasciando entrambi di sasso: «Preferisco giocare nel Sarmiento. Se domani dovessi fare una bella partita nella Nazionale, probabilmente tutti quanti direbbero che me la sarò cavata grazie ai compagni di reparto più esperti ed affermati della Selección. Se invece giocherò bene con la maglia del Sarmiento, allora il merito della prestazione sarà doppiamente mio!».

Non stupisce dunque che un ragazzo con questa personalità, nel giro di un paio d’anni, riesca a impadronirsi della fascia da capitano del River Plate e dell’Albiceleste. Passarella diventa infatti il volto principale di una nuova scintillante generazione calcistica pronta a risollevare le sorti dei Millonarios (da quasi 20 anni assenti sul trono d’Argentina), e della Nazionale, reduce dal fragoroso fiasco ai Mondiali del 1974. Il primo step riesce alla perfezione, come testimoniato dai 7 campionati vinti dal Caudillo con la maglia del River (di cui 4 edizioni del Metropolitano, nel 1975, ’77, ’79 e ’80, e 3 edizioni del Nacional nel ’75, ’79 e ’81).

Sul Mondiale del 1978 invece, per motivi sociopolitici e non solo, andrebbe scritto un racconto a sé stante. In ogni caso, Videla o non Videla, l’Argentina si presenta ai nastri di partenza con una squadra fortissima, la migliore mai assemblata fino a quel momento per una rassegna iridata nel dopoguerra. Il ct César Luis Menotti affida le chiavi del proprio gruppo al blocco-River Plate: nell’11 titolare schierato nella finalissima contro l’Olanda, ben 4 giocatori (Fillol, Passarella, Luque ed Ortiz) militano nei Millonarios. L’uomo-copertina è ovviamente il capocannoniere Mario Kempes, ma il centro di gravità permanente di quel gruppo non può che essere Passarella, che a 25 anni e 31 giorni diventa il calciatore più giovane ad aver mai alzato la Coppa del Mondo da capitano (record che resiste ancora oggi – per leggere il resoconto della finale contro l’Olanda, clicca qui).

Passarella sfila davanti ai generali dopo la vittoria del Mondiale ’78

Passarella disputa un torneo sontuoso, affiancandosi a Bobby Moore e Beckenbauer nella Hall of Fame dei grandi leader difensivi della storia dei Mondiali. Rispetto ai propri colleghi europei, decisamente più “gentiluomini” di lui, il capitano dell’Argentina può però far valere un argomento di superiorità: il suo micidiale piede mancino, e doti d’elevazione insospettabili per un calciatore di 1,77 m, lo rendono un asso nella manica anche a ridosso dell’area di rigore avversaria. La testimonianza di uno dei nostri più grandi stopper quale Fulvio Collovati, che lo incrociò ai Mondiali del 1982, basta e avanza per rendere onore al fuoriclasse sudamericano: «Sui corner dovevo anche occuparmi di Passarella. Un brutto cliente. È stato uno dei giocatori, attaccanti compresi, che mi ha maggiormente impegnato nel gioco aereo, aveva un mestiere pazzesco. Ti appoggiava il gomito sulla spalla, rimanevi inchiodato a terra e non lo prendevi più».

Neanche il Caudillo tuttavia può sottrarsi allo sbarco in Serie A, che negli anni ’80 diventa una tappa obbligatoria per tutti i migliori calciatori al mondo. Passarella vi approda a 29 anni, proprio nell’estate della bruciante sconfitta contro l’Italia al Mundial spagnolo, e dimostra di avere ancora tante cartucce da sparare. Avevamo già accennato alle sue notevoli capacità balistiche, giusto? Ecco, i tifosi della Fiorentina di una certa età ricorderanno benissimo le sue fucilate da fuori area, o i suoi calci di punizione al veleno, in particolare nella stagione 1985/86; Daniel infatti, che era anche un ottimo rigorista, in quell’annata segna ben 11 gol, stabilendo un nuovo record di prolificità per un difensore in un singolo campionato di Serie A.

Nonostante le grosse soddisfazioni individuali tuttavia, in quelle 4 stagioni la Fiorentina ottiene risultati molto altalenanti, non riuscendo mai a competere concretamente per lo scudetto. Se nel suo nuovo club Passarella rimane indubbiamente il Líder Máximo della squadra, in Nazionale la situazione è invece ben diversa: il ciclo di Menotti è ormai giunto al termine, e il nuovo tecnico Carlos Bilardo, nel percorso di avvicinamento ai Mondiali del 1986, inizia a far respirare aria di cambiamenti. Per il Narigón infatti, il nuovo Re Sole della sua Argentina non è più l’ex capitano del River Plate, bensì un altro ragazzo mancino dalla personalità straripante, persino superiore a quella di Daniel.

I forti dissapori personali tra Maradona e Passarella, ed il simbolico passaggio di consegne tra i due (a partire dalla fascia di capitano, che Bilardo affida al Pibe de Oro), segnano di fatto la fine della parabola del Caudillo in Nazionale. L’ultima presenza del fu Gran Capitán con la maglia albiceleste risale infatti al 4 maggio 1986, in uno dei test pre-Mondiali contro Israele. Pur venendo convocato, in Messico Passarella non scenderà in campo neanche per un minuto, alle prese con problemi intestinali prima, e con un infortunio al polpaccio poi. Come sia andato quel torneo per l’Argentina, trascinata da un barillete mai così cósmico, lo sanno praticamente tutti. Al Caudillo bicampione del mondo (tuttora l’unico calciatore non brasiliano o italiano a potersi fregiare di questo titolo) non resta che trascorrere 2 stagioni di lento declino nell’Inter, prima di chiudere definitivamente baracca e burattini da trentaseienne nel 1989, con la maglia del suo amato River Plate.

A quasi 40 anni di distanza dalla sua ultima partita da calciatore (ironia della sorte, un Superclásico contro il Boca Juniors, in cui si fece espellere), possiamo affermare che Passarella abbia tentato in tutti i modi di macchiare la sua stessa immagine, sia come allenatore che come dirigente, riuscendoci alla perfezione. Molti dei suoi compatrioti infatti, criticano tuttora la sua gestione della Nazionale argentina nel suo quadriennio da ct dal 1994 al 1998; il Caudillo tentò infatti di imporre una disciplina da caserma, scontrandosi con alcuni dei leader della Selección (Batistuta, Redondo, Caniggia e via dicendo), rei di non volersi tagliare i capelli (!) come imposto dall’allenatore. Ancor più imbarazzante fu una sua dichiarazione in un’intervista nel 1995, in cui affermò che da tecnico dell’Albiceleste non avrebbe mai convocato nessun calciatore omosessuale…

Disastri ben peggiori avrebbe combinato in seguito, una volta diventato presidente del River Plate nel dicembre 2008: fu proprio durante la sua amministrazione che i Millonarios, nel 2011, dovettero bere l’amaro calice della prima retrocessione della propria gloriosa storia. L’onta fu talmente grossa da condannare Passarella a un’inevitabile damnatio memoriae da parte di una fetta consistente della tifoseria biancorossa; basti pensare che nel 2021, in occasione del 120° compleanno del club, i profili ufficiali del River non lo inclusero in nessun video celebrativo, destando un certo scalpore in Argentina.

Tuttavia, nonostante il suo stesso popolo gli abbia (comprensibilmente) voltato le spalle, la pochezza extra-campo di Passarella non potrà mai offuscarne il ruolo di primo piano nella storia del calcio giocato; a ribadirlo non è chi scrive, bensì due figure di discreta rilevanza in quest’ambito, di cui riportiamo le rispettive citazioni.

Il miglior difensore che abbia mai visto. Colpiva di testa in tutte e due le aree meglio di chiunque altro, qualcosa che manca al calcio argentino di oggi. Il nostro rapporto fuori dal campo non ha niente a che vedere di quello che penso di lui come calciatore.

Diego Armando Maradona, “Yo soy el Diego“, 2000

In questa squadra secondo me manca un altro difensore centrale. Il problema è che non so chi toglierei per fargli spazio. Personalmente avrei aggiunto Daniel Passarella. Era un giocatore fantastico, mobile e aggressivo, e penso che si sarebbe completato alla perfezione in coppia con Beckenbauer

Sir Alex Ferguson riferendosi al Dream Team selezionato da France Football nel 2020

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