La rivalità tra Argentina e Inghilterra. Tra calcio, storia, tango e punk

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Immagine di copertina: Maradona e Shilton si stringono la mano prima del quarto di finale del Mondiale 1986

C’è una certa qualità della luce, nelle tarde sere di giugno, che sembra tingere l’erba di uno stadio di un verde irreale, quasi tossico. È sotto quella luce, nel 1986 e nel 1998, e ancora nel 2022, che due nazioni separate da un oceano e da un abisso di reciproca incomprensione, hanno combattuto guerre sostitutive i cui campi di battaglia avevano le dimensioni precise di un rettangolo di gioco. Parlare della rivalità calcistica tra Inghilterra e Argentina significa infatti imbarcarsi in un’archeologia del risentimento, dove ogni strato – sportivo, storico, culturale, musicale – è così fittamente compresso da diventare indistinguibile, come gli anelli di un albero cresciuto in un clima di perpetuo conflitto.

L’insospettabile affinità tra inglesi e argentini è una sorta di “gioco delle ombre” oltre le linee dei pitches o delle canchas di periferia.

Nell’intricata tessitura delle relazioni internazionali, pochi binomi appaiono tanto paradossali quanto quello tra l’Inghilterra e l’Argentina. Osservando oltre il prisma distorto delle narrazioni mediatiche che, per decenni, hanno esaltato i contrasti tra queste due nazioni, emerge un sottotesto di profonda somiglianza che trasforma la rivalità in una danza quasi simbiotica. Che sia lo Swing Mod della Northern Soul a Manchester o il Tango di San Telmo decidetelo voi…

Ma sul palcoscenico sportivo, teatro dove identità nazionali si scontrano e si intrecciano, due episodi emblematici gettano luce sulla connessione quasi speculare tra Inglesi e Argentini. La Mano de Dios di Diego Maradona del 1986 (leggi qui la cronaca) non rappresenta, come superficialmente si pensa, un vulnus distaccato e selvaggio, bensì un atto che risuona con una peculiare eco morale nel “Goal Fantasma” di Geoff Hurst del 1966 (leggi qui la cronaca). Entrambi gli eventi, sebbene immersi in contesti differenti, incarnano l’annosa questione dell’interpretazione soggettiva della giustizia sportiva.

Eppure, la storia va oltre le singole azioni di gioco. L’influenza britannica in Argentina è ancorata ben salda nei binari delle infrastrutture ferroviarie, un simbolo di progresso anglosassone che attraversa le vaste pampas sudamericane. Gli scambi culturali, testimoniati da poetiche affinità, si possono osservare nel tango che naviga tra le pieghe dell’old London, mentre lo spirito del football inglese danzava nei campetti polverosi di Buenos Aires.

In definitiva, l’apparente difformità tra inglesi e argentini sfuma, rivelando un legame profondamente umano che sfida la narrazione dell’antitesi. Entrambe le nazioni condividono un’indole di resilienza e passione, dipingendo un quadro dove l’identità si svela non tanto nella vittoria, quanto nella capacità di coltivare la narrazione di chi siamo attraverso il linguaggio universale dello sport.

Hurst dopo il gol all’Argentina nei quarti di finale del Mondiale 1966 che dà la vittoria all’Inghilterra

Il pallone come proiettile, il campo come atlante geopolitico

Il calcio, qui, smette di essere solo sport. Diventa la grammatica attraverso cui si declina una storia più grande e dolorosa. Per l’Inghilterra, patria auto-dichiarata del gioco, l’Argentina rappresenta l’inquietante alter ego, il pupillo ribelle che ha imparato i precetti per poi stravolgerli in un linguaggio di furia e fantasia sudamericana. Il “nostro” gioco, dicono le voci nei pub da Birmingham a Bristol, corrotto dal genio indisciplinato di un Maradona, dalla furbizia tattica di un Simeone. È la paura del colonizzato che supera il colonizzatore non con la forza bruta, ma con una superiore, beffarda intelligenza di gioco. La metafora imperiale è ineludibile: il pallone è la corona, contesa tra chi l’ha forgiata e chi ne ha subito il peso, e ora ne rivendica la proprietà con la leggerezza di un dribbling e la pesantezza di un risentimento storico.

Dall’altra parte dell’oceano, nella pianura che ha partorito il tango, quel medesimo pallone è un atto di rivendicazione nazionale. L’Argentina, paese di immigrati italiani, spagnoli, tedeschi, ebrei, ha trovato nel calcio il crogiolo perfetto per forgiare un’identità. Se l’Inghilterra ha il suo God Save the King, l’Argentina ha Muchachos, un inno di popolo che trasforma un’intera squadra in una milizia popolare. La passione non è semplice tifo; è un fiume carsico di emozioni represse- dalle dittature alle crisi economiche – che trova sfogo solo nelle curve degli stadi o nelle piazze davanti a maxischermi. Il calciatore argentino non è un atleta: è un pibe, il ragazzo di strada, l’eterno orfano che cerca riscatto. Maradona ne è l’archetipo sacro e maledetto: il genio, il truffatore, il rivoluzionario, il Dio che segna con la mano del Diavolo. La sua doppietta del ’86 – la Mano de Dios e il Gol del Siglo – non è solo una partita vinta, è una teologia calcistica: la sommatoria perfetta della furbizia del debole e della bellezza assoluta, un pugno nello stomaco dell’etica vittoriana seguito da un calcio nell’empireo dell’estetica.

Musica e memoria: il soundtrack di un rancore

Persino le soundscape delle due nazioni parlano lingue opposte. Dall’Inghilterra proviene il coro da stadio, un canto da marinai ubriachi, ritmato, spesso autoironico, a volte brutale: Football’s Coming Home è un mantra carico di una malinconica supponenza, la nostalgia per un titolo che si crede un diritto di nascita. È la musica di un impero in declino che cerca nel pallone le glorie perdute.

L’Argentina risponde con l’onda emotiva del tango e della cumbia villera. Il tango, nato nei bordelli di Buenos Aires, è un duello di corpi, una metafora perfetta della rivalità: abbraccio stretto e passi improvvisi, seduzione e tradimento. La passione argentina per il calcio ha la stessa struttura drammatica: un’estasi collettiva che sfiora costantemente la tragedia. Le voci di Gardel o di una milonga suonata in una cancha prima della partita, parlano di destini segnati, di amori perduti, di una malinconia (morriña la chiamerebbero i galiziani) che gli inglesi faticano a decifrare, troppo abituati all’understatement e al mustn’t grumble.

La guerra delle Falkland-Malvinas: L’ombra sul rettangolo verde

Soldati nella guerra della Falkland-Malvinas

È impossibile, ovviamente, ignorare l’elefante nella stanza – o meglio, la portaerei nell’Atlantico del Sud. Il conflitto del 1982 per le isole Falkland-Malvinas non è uno sfondo; è la tela strappata su cui è dipinto ogni successivo incontro. Quando Maradona parlò di segnare per «un po’ rubare un po’ ai ladri di gioielli», inchiodò per sempre il calcio al carro della storia. Quel gol di mano non fu un fallo; fu, nella sua narrativa, un atto di giustizia poetica e storica, il debole che usa l’astuzia contro il potente. Per gli inglesi, fu un affronto all’onore, l’ennesima dimostrazione di una “mancanza di sportività” che confermava ogni pregiudizio.

Da allora, ogni sfida è un microcosmo di quel trauma. I giocatori non sono solo atleti; per novanta minuti sono soldati di fortuna, portatori di un fardello di memoria che non hanno scelto. La rivalità si nutre di questa simbiosi tossica: l’Argentina trova nel calcio una rivincita per una guerra persa; l’Inghilterra una conferma della propria superiorità morale (e calcistica) da riaffermare.

L’ecologia della rivalità: un ecosistema di reciproca dipendenza

E qui sta il paradosso più amaro e affascinante, quello che un osservatore distratto potrebbe perdere. Questa rivalità, per quanto viscerale, è un ecosistema di reciproca dipendenza. L’Inghilterra, senza l’Argentina, perderebbe il suo perfect enemy, quello che la costringe a mettersi in discussione, a uscire dalla sua spesso compiaciuta insularità. L’Argentina, senza l’Inghilterra, perderebbe lo “Specchio del Grande Altro”, il metro contro cui misurare il proprio valore e la propria diversità. Ci odiamo perché, in un modo distorto e profondo, ci siamo scelti. Come quando ci si ama in realtà…

Ogni Mondiale, ogni sortita internazionale, è un nuovo capitolo di questa epopea moderna. I protagonisti cambiano – da Batistuta a Beckham, da Messi a Kane – ma la trama resta. È una danza infinita, un tango forzato su un Cliff biancastra, dove ogni passo, ogni dribbling, ogni gol, è carico del peso di secoli, di migliaia di chilometri di oceano, di morti in una guerra lontana, e delle voci di milioni di persone che, per novanta minuti, credono che la storia possa essere riscritta con un pallone.

La luce artificiale dello stadio si spegne. Il campo è vuoto, segnato da tacchetti e speranze. Lanus , Bradford, Rosario, Sunderland, chi lo sa dove siamo…

Ma il filo spezzato tra Londra e Buenos Aires, quel filo fatto di storia, di musica malinconica, di orgoglio ferito e di una bellezza di gioco che sfiora l’assoluto, quel filo è ancora lì, pronto ad essere riannodato, con rabbia e desiderio, alla prossima occasione. Perché in fondo, questa non è una storia di calcio. È una storia di come due popoli, per capirsi, abbiano prima dovuto imparare ad odiarsi, trovando nel gioco più semplice e bello del mondo la complessità più dolorosa e necessaria.

La prima vittoria dell’Argentina sull’Inghilterra è del 1953: un giorno storico per il calcio albiceleste

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