Rivedendo i Clasicos con i miei compagni di viaggio Francesco Buffoli e Francesco Domenighini per curare la rubrica che da un anno e mezzo stiamo portando avanti su questo sito (vedi qui), la mia attenzione – divenuta successivamente adorazione – si è subito posata su un attaccante non particolarmente alto né particolarmente grosso (gli almanacchi gli attribuiscono 170 centimetri per 70 chili) che con la camiseta blanca vedevo giocare in ogni zona del reparto offensivo, tra dribbling e sterzate secche, conclusioni rapide e invenzioni nello stretto.
Se tra i rivali culè il mio prediletto era senza dubbio Michael Laudrup, chi mi ha deliziato gli occhi nelle file del Real Madrid è stato proprio Emilio Butragueño, detto il Buitre, l’avvoltoio, per la rapidità dei suoi movimenti agili ed efficaci, pronti a sfruttare ogni spazio ed ogni frazione di secondo concessa dagli avversari.
Non era sicuramente un “bomber seriale, il Buitre: in dodici anni di Real Madrid ha infranto il muro dei 20 gol stagionali in tutte le competizioni solo due volte (1988/89 e 1990/91). Inoltre, ha condiviso una larga parte della sua avventura madridista con un certo Hugo Sanchez (a cui abbiamo dedicato un articolo qui), ben più famelico e letale dello spagnolo e con una certa predilezione per i gol di prima intenzione dettati da una rapidità di esecuzione con pochi uguali.
Ciò che colpiva di lui era piuttosto la sua tecnica, di alta caratura: bravissimo nel controllo della palla e nello stop, pericoloso nell’uno contro uno. Non è peregrino vedere in lui qualcosa di Roberto Baggio e Alessandro Del Piero, almeno in queste caratteristiche. Il suo tiro, invece, e i modi con cui calciava – molte volte in maniera secca e mezza altezza – può ricordare quello di un suo epigono altrettanto sottovalutato: David Villa.
Il numero 7 madridista era un attaccante atipico, di difficile collocazione: spesso partiva dalla fascia sinistra per poi convergere verso il centro con dribbling e sterzate, ma non era raro vederlo giostrare in posizione centrale, anche arretrando la sua posizione. La pulizia dei suoi movimenti eleganti e gentili, quasi aristocratici, hanno portato i tifosi a soprannominarlo Il Cavaliere Bianco.

Il suo nome è inevitabilmente associato al Real Madrid degli anni Ottanta, squadra che – anche se non ha portato in bacheca nessuna delle innumerevoli Coppe dei Campioni che scintillano nella sala dei trofei del Santiago Bernabeu – ha decisamente segnato l’immaginario del calcio spagnolo di quegli anni, rappresentando una sorta di “esame universitario” per il glorioso Milan di Sacchi, che cominciava a dettare la propria legge in termini di risultati e di gioco in tutta Europa (ricordiamo l’1-1 a Madrid, alla faccia del miedo escenico, e soprattutto il roboante 5-0 di San Siro).
Butragueño si porta a casa ben due Coppe UEFA consecutive (1985 e 1986), nonché sei campionati spagnoli a cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Inoltre è stato in grado di affermarsi a livello individuale, venendo votato per ben due anni come miglior giocatore sotto i 21 anni, oltre ad un titolo di Pichichi non scontato. Insieme a Marco Van Basten, che forse aveva una tacca in più in tutto, a Gary Lineker e al compagno Hugol, il Buitre rappresenta uno dei volti più belli del calcio di quegli anni.
In Spagna c’è un gol, che nei decenni si è affermato come un vero e proprio culto, come può essere per noi italiani quello di Baggio alla Juventus nel 2001. È siglato proprio da Butragueño, in una partita qualunque di Coppa del Re del 1987, contro il Cadice: è un gol di una bellezza eterea, una sintesi di arte, pulizia e inganni, conclusa con il lusso di una croqueta sul portiere, quasi dalla linea di fondo. Il maestro sale in cattedra, fa vedere agli alunni sui banchi cose impossibili con una facilità disarmante e se ne va, portato in trionfo ed innalzato al cielo.
Due sono le partite-simbolo della carriera di Emilio Butragueño: Spagna-Danimarca del Mondiale 1986 – il nostro Gabriele Gilli ha premiato la prestazione del Buitre con un immaginifico 10 e candidandola alla palma di migliore prestazione di un calciatore spagnolo ai Mondiali, cronaca qui – e Real Madrid-Anderlecht ottavi di finale Coppa Uefa 1984/05, dove un avvoltoio incontenibile mette a referto tre gol e due assist sancendo la rimonta dei Blancos per 6-1 che ribalta il 3-0 passivo dell’andata.
Due perle di una generazione spagnola talentuosa e inquieta, alla ricerca di se stessa e in un profondo periodo di cambiamenti sportivi, sociali, culturali: la fine del franchismo nel decennio precedente e la difficile transizione verso la democrazia, l’impatto della rivoluzione olandese in terra catalana e le reazioni della capitale. Quella nazionale si piegò al genio di Michel Platini ad Euro ’84, si sciolse due anni dopo in Messico, deluse in Italia nel 1990, confermando un andazzo deludente fino alla maturazione della splendida generazione dei centrocampisti del tiki-taka.


