Forse nessun calciatore italiano nel dopo Superga è diventato così tanto popolare, è entrato così tanto nell’immaginario collettivo. Roberto Baggio è andato oltre le bandiere e le barriere, è diventato un’icona venerata, conosciuta e ammirata ovunque e da tutti, anche da chi abitualmente non segue il calcio.
Baggio ci è riuscito nonostante i ripetuti e continui infortuni (il primo dei quali non ancora minorenne) e i frequenti screzi e malumori con gli allenatori, che lo hanno accompagnato per quasi un ventennio. Ci è riuscito grazie ad un talento calcistico immane, a doti tecniche prodigiose e una sensibilità di tocco pazzesca, che aveva pochissimi epigoni al mondo.
Nel calcio di fine anni Ottanta e primi anni Novanta, quando ha vissuto il suo periodo migliore, conquistando con merito il Pallone d’oro del 1993, Baggio è stato una sorta di risposta italiana a Diego Armando Maradona, mentre i tifosi della Juventus hanno cercato in lui – ma trovato solo in parte – l’erede di Michel Platini.
In un calcio che stava cambiando forma, abbracciando un atletismo più marcato e un tatticismo da subito parso eccessivo, che stava abbandonando l’idea romantica del fantasista classico, Baggio ha saputo regalare magie e spiragli di luce indelebili. Né attaccante né trequartista, ma un po’ di entrambi, è stato una luce perennemente accesa nei giorni e nelle notti mondiali dei tifosi italiani, che si si sono aggrappati a lui per sognare un titolo iridato sfuggito due volte per dettagli.
Ambidestro, capace di segnare molto e far segnare abbastanza, Baggio proprio nella Nazionale ha trovato una sorta di Refugium peccatorum, di giardino fiorito: quando vestiva l’azzurro si trasformava, offrendo il meglio di sé, anche in periodi in cui nei club non riusciva ad offrire grande continuità di prestazioni. Ad eccezione di Fabio Cannavaro, ma in un ruolo diverso e meno impattante, nessun altro calciatore italiano nel dopo Superga ha saputo offrire un rendimento con la maglia della Nazionale per tre Mondiali consecutivi come quello di Baggio.
Ha cominciato a Italia ’90, prendendosi la maglia da titolare con una serie di prodezze (indimenticabile il suo gol in slalom alla Cecoslovacchia, leggi qui) e componendo con Totò Schillaci una coppia-gol affiatata e intrigante.
Ha proseguito a Usa ’94, quando dopo un girone pessimo ha alzato il livello nel momento in cui più contava: cinque gol – tutti decisivi – in tre partite, Italia trascinata in finale, e poi l’amaro calice del rigore fallito contro il Brasile (leggi qui): pochi però ricordano che, se anche Baggio avesse segnato, poi il Brasile con Bebeto avrebbe avuto ugualmente il match point.

E infine, Francia ’98: da riserva di lusso, Baggio salvò l’Italia da un’atroce sconfitta al debutto contro il Cile, sconfisse di furbizia l’Austria e mandò gli azzurri ad un passo dalle semifinali, facendo tremare la Francia padrona di casa: quel suo tiro al volo che uscì di un nulla, con Barthez pietrificato (leggi qui), rimane un capolavoro raffaelliano, un’opera incompiuta, che è un po’ il paradigma della sua intera carriera. Un eterno inseguimento al risultato che non arriva mai del tutto – il palmares di Baggio rimane scarne per un giocatore di quel talento, con due scudetti di cui uno da comprimario, una Coppa Uefa e un Pallone d’oro. Ma anche la dimostrazione che il calcio è prima di tutto fantasia, estetica e bellezza, parafrasando De Gregori.
Perché Baggio è stato soprattutto questo: un artista, un poeta sublime, che ha regalato pennellate ed emozioni, che ha fatto innamorare e rimanere incollati alla tv o alla radio milioni di italiani per oltre un decennio. La sua anarchia tattica e le sue pause, che gli vengono rimproverate da alcuni allenatori e addetti ai lavori, non possono essere comprese e spiegate se non si analizza a fondo una carriera vissuta perennemente tra le montagne russe, a causa dei suoi costanti guai fisici. A partire da quel 5 maggio 1985 in cui si frantumò il ginocchio nella partita di Serie C1 tra il suo Vicenza e il Rimini allenato dall’emergente Arrigo Sacchi.
Rottura del legamento crociato anteriore, della capsula, del menisco, del collaterale della gamba destra: fu questa la diagnosi, durissima, che pareva compromettere in modo definitivo il futuro del 19enne talento vicentino che pochi giorni prima aveva firmato il contratto con la Fiorentina in Serie A. Il chirurgo francese Gilles Bousquet fece il miracolo e rimise Baggio in piedi. Stette un anno fermo. Tornò in campo. Ma ebbe un nuovo infortunio al menisco. Quanti avrebbero saputo rientrare dopo due stop così devastanti a nemmeno 20 anni?
Eppure, Baggio non solo ci riuscì. Ma divenne un giocatore di livello mondiale. Guidò la Fiorentina alla finale di Coppa Uefa nel 1990, persa contro la Juventus, sua futura squadra. Si guadagnò i galloni di leader della Nazionale. E nella Juve visse i suoi anni migliori: non solo un talento abbacinante, ma un genio che era capace di qualsiasi prodezza, con una Coppa Uefa vinta da protagonista indiscusso, un Pallone d’oro e il primo scudetto dell’era Lippi. Anticamera del capolavoro sfiorato di Usa ’94.
In quel periodo, tra il 1993 e il 1994, Baggio non aveva rivali al mondo, se non Romário nel 1994, ma in un ruolo diverso e più settoriale. Nessun altro calciatore italiano nel dopo Superga è mai stato considerato – pressoché all’unanimità – il miglior calciatore del pianeta per due anni consecutivi come fu Baggio in quel biennio magico.
Poi il suo fisico, sempre claudicante e spesso debilitato, iniziò a presentare il conto. E Baggio, dai 28 anni in avanti, visse una seconda fase della carriera meno luminosa eppure ugualmente degnissima, tra stagioni mozzafiato in club medio-piccoli (Bologna e Brescia) e altre poco brillanti (Milan e Inter). Ma sempre con quel legame unico e inscindibile con la maglia azzurra ad accompagnarlo: vedi il climax di Francia ’98 e la mancata – e, per me, profondamente ingiusta – convocazione al Mondiale 2002. Quando era tornato da un infortunio gravissimo in soli 76 giorni e tutta l’Italia spingeva Trapattoni per portarlo in Giappone e Corea del Sud.
Ma il Trap non seguì la strada che era stata tracciata vent’anni prima da Bearzot con Pablito Rossi: lasciò a casa Baggio e un’Italia sulla carta formidabile venne clamorosamente eliminata dalla Corea del Sud negli ottavi di finale, sconfitta da errori di scelte e di gioco prima ancora che dal discutibile operato dell’arbitro Byron Moreno. Ancora recentemente, nel 2023, Baggio ha parlato, in alcune interviste, di quella mancata convocazione, indicandola come uno dei momenti più amari della sua carriera.
Amatissimo da tifosi e appassionati, Baggio non è stato capito fino in fondo dal sistema, come conferma il lavoro rimasto inutilizzato che la Figc gli aveva commissionato dopo il flop del Mondiale di Sudafrica 2010 per comprendere i motivi della crisi del calcio italiano. Baggio lavorò alacremente, giorno e notte, produsse un documento da 900 pagine in cui sviscerava ogni aspetto, dalle difficoltà dei settori giovanili alla fine degli oratori, dalle fatiscenza delle strutture all’arretratezza di certi insegnamenti, e al contempo propose numerose soluzioni per ripartire. Rimase inascoltato.
Per la cronaca, da allora il calcio italiano continua ad annaspare in acque torbide. Mentre il ricordo di Baggio – così Divino e così fragile al tempo stesso – continua ad alimentare i sogni di milioni di appassionati del gioco, che non riescono a smettere di pensare alle sue magiche prodezze.
A veder giocare Baggio ci si sente bambini… Baggio è l’impossibile che diventa possibile, una nevicata che scende giù da una porta aperta nel cielo.
Lucio Dalla


