La tragedia aerea del Manchester United e la rinascita del calcio inglese

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Immagine di copertina L’orologio fuori da Old Trafford, stadio del Manchester United, con l’ora ferma sulla data e sull’ora della tragedia di Monaco di Baviera

Erano passati nove anni da Superga, la tragedia che spezzò la grandezza del Torino e rese eterno un manipolo di uomini che avevano avuto il merito di illuminare di nuovo il cammino dell’Italia dopo gli anni bui della guerra.

Il 6 febbraio 1958 la storia si ripeté. Non più a Superga, ma all’aeroporto di Monaco di Baviera. Il volo British European Airways 609 stava riportando a casa, dalla trasferta a Belgrado contro la Stella Rossa in Coppa dei Campioni, il Manchester United.

Una squadra sulla carta formidabile, capace di conquistare due titoli inglesi consecutivi e che annoverava una serie di giovanissimi talenti, cresciuti sotto la sapiente mano dell’allenatore, Matt Busby. I Busby Babes, non a caso, venivano chiamati. Una generazione che sembrava proiettata alla massima gloria, destinata per molti a raccogliere negli anni a venire il testimone dal Real Madrid come squadra di riferimento del panorama europeo.

Matt Busby

I Busby Babes avevano pareggiato 3-3 la partita di ritorno in Jugoslavia, staccando il pass per le semifinali dove avrebbero affrontato il Milan. Il sogno di disputare la finale contro il Real Madrid del totem Alfredo Di Stéfano, autore di una Coppa Campioni irreale, era un obiettivo concreto. L’anno prima le due squadre si erano già sfidate in semifinale: avevano vinto gli spagnoli, 3-1 all’andata a Madrid e 2-2 al ritorno. Sarebbe stata una potenziale rivincita dal tasso tecnico straordinario. Ma quella partita non si disputò mai.

L’aereo proveniente da Belgrado e diretto a Manchester fece scalo tecnico a Monaco di Baviera per fare rifornimento, in condizioni meteorologiche avverse. In fase di ripartenza, un’ora dopo, la situazione non era per nulla migliorata. La neve e il fango ricoprivano la pista, rendendo la visibilità impossibile. Il comandante e il pilota fecero due tentativi, senza successo. Al terzo cercarono di far surriscaldare il velivolo, ritardarne l’accelerazione e sfruttare più pista.

Ma in fase di decollo, il velivolo perse quota e si schiantò contro la recinzione dell’aeroporto. Morirono 23 dei 44 passeggeri. Tra di loro, sul colpo, se ne andarono sette giocatori del Manchester United: i difensori Geoff Bent, 25 anni; Roger Byrne, 28 anni; e Mark Jones, 24 anni; i centrocampisti David Pegg, 22 anni, ed Eddie Colman, 21 anni, elemento di sublime senso tattico e straordinarie prospettive; l’attaccante irlandese Liam Whelan, 22 anni; e il fantastico centravanti Tommy Taylor, 26 anni, che in nazionale aveva già messo insieme 19 partite e 16 reti.

Due settimane dopo, in ospedale, spirò per le ferite riportate quello che era considerato il più bravo di tutti, il fenomenale Duncan Edwards, 22 anni. Nominalmente un centrocampista, in realtà un universale del gioco come lo era l’argentino Di Stéfano e come lo sarebbe diventato il suo compagno Bobby Charlton. Proprio Charlton disse che «un solo giocatore nella mia carriera mi fece sentire inferiore: Duncan Edwards». Secondo il futuro ct della nazionale Terry Venables, se fosse sopravvissuto al disastro aereo di Monaco, Edwards sarebbe stato il capitano dell’Inghilterra campione del mondo nel 1966.

Ipotesi che ovviamente non può trovare riscontro, ma ciò che sappiamo è che l’Inghilterra e il mondo hanno perduto uno dei potenziali fuoriclasse più straordinari di ogni tempo. Lo attestano le cifre già raggiunte sino ad allora (20 gol in 151 incontri con il Manchester United, 5 in 18 con la nazionale inglese). Ma lo attestano soprattutto le parole di chi lo ha visto all’opera.

Fisicamente Duncan Edwards era imponente. Era potente e aveva una fantastica intelligenza calcistica. Era un calciatore completo, sapeva usare entrambi i piedi ed effettuare lanci lunghi, passaggi corti. Faceva tutto istintivamente.

Bobby Charlton

Duncan Edwards

Oltre ai giocatori, scomparvero il comandante Kenneth Ken Rayment, che morì tre settimane dopo per le ferite riportate nello schianto; lo steward Tom Cable; il tifoso e amico personale di Matt Busby, Willie Satinoff; l’agente di viaggi Bela Miklos; l’ex portiere della Nazionale e ora giornalista Frank Swift; altri sette giornalisti, Alf Clarke, Don Davies, George Follows, Tom Jackson, Archie Ledbrooke, Henry Rose, Eric Thompson; e tre membri dello staff del Manchester United, il segretario Walter Crickmer, il tecnico Bert Whalley e il preparatore Tom Curry.

Se altre cinque persone ebbero salva la vita fu grazie al portiere nordirlandese del Manchester United Harry Gregg. Sbalzato fuori dal velivolo, si risvegliò ferito ma cosciente. Si precipitò nella carcassa in fiamme e tirò fuori i compagni di squadra Bobby Charlton, Dennis Viollet, Jackie Blanchflower (che non tornò mai più a giocare), la diplomatica jugoslava incinta Vera Lukic e sua figlia piccola Vesna. Dalla morte si salvò, dopo aver lottato duramente per la vita per alcune settimane, anche il mentore della squadra, il capo allenatore Matt Busby.

Il gesto eroico valse ad Harry Gregg una fama meritata sin da subito, alimentata anche dalle sue straordinarie prestazioni di qualche mese più tardi ai Mondiali in Svezia, quando guidò l’Irlanda del Nord fino ai quarti di finale e venne votato miglior portiere del torneo davanti a un certo Lev Jascin.

Harry Gregg, l’eroe di Monaco

«Fu normale comportarsi così in quel momento», disse Gregg, anni dopo, in un’intervista, rifiutando però quell’etichetta di eroe che tutto il mondo gli aveva attribuito. Il portiere nordirlandese tre anni più tardi affrontò un’altra tragedia personale, la morte della moglie Marvis per un cancro. Proseguì la carriera nel Manchester United fino al 1966. Poi divenne allenatore di alcuni club minori inglesi. Nel 2002 uscì la sua biografia From Munich to Maxwell, con un inevitabile riferimento ai fatti di Monaco. È morto nel febbraio 2020, a 87 anni, celebrato con tutti gli onori.

Anche grazie a lui, infatti, il Manchester United riedificò una squadra di valore, poggiata sull’immarcescibile sopravvissuto Charlton, che divenne il collante di una nuova favolosa nidiata. Accompagnato dai fantastici George Best e Denis Law, trascinò i Red Devils sul tetto d’Europa dieci anni dopo la tragedia di Monaco: correva l’anno 1968 e lo United demolì 4-1 il Benfica di Eusébio dopo i supplementari, al termine di una finale bellissima che potete rileggere qui. Il Manchester United fu la prima squadra inglese a vincere la Coppa dei Campioni.

Sempre Charlton, due anni prima, nell’estate 1966, era riuscito a coronare il sogno di una carriera, guidando da leader tecnico e mentale l’Inghilterra a vincere il suo primo e finora unico titolo mondiale: anche in questo caso, dopo una finale palpitante, discussa ed emozionante contro la Germania Ovest, che potete rileggere qui.

A sollevare al cielo di Wembley la Coppa del mondo, da capitano, non fu naturalmente Duncan Edwards, come preconizzato da Venables. Ma il superbo difensore e libero del West Ham Bobby Moore, che nei due anni precedenti, sempre a Wembley, aveva conquistato la FA Cup e la Coppa delle Coppe. Anche Moore ebbe una storia alle spalle di sacrifici, lotta e resurrezione: era sopravvissuto non a un disastro aereo, ma a un tumore ai testicoli, in un’epoca in cui la prognosi per questo tipo di cancro era ancora piuttosto infausta. Ma Moore riuscì a debellare il tumore e scrivere la pagina più gloriosa della Nazionale inglese. Anche se questa è un’altra storia.

Il capitano Bobby Moore solleva al cielo di Wembley la Coppa del mondo per l’Inghilterra

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