Quando da ragazzino iniziai a tifare Inter, ero a dir poco stregato dalla vastità della sua storia. Iniziai a divorare documentari su documentari, a spulciare i grandi campioni che si erano susseguiti in anni e anni della sua prestigiosa storia e fu inevitabile per me innamorarmi di giocatori come Lothar Matthäus e Ronaldo. Oltre a ciò, pendevo anche dalle labbra di mio padre (interista anche lui, ma in tono molto minore rispetto al sottoscritto), che mi raccontava con grande nostalgia di questi grandissimi campioni, che inevitabilmente mi affascinavano per tutto il prestigio che avevano dimostrato con la casacca nerazzurra. Incastrato tra Lothar e Ronnie spuntava però un calciatore che non riterrò mai sufficientemente celebrato, un uruguagio che impiegò appena tre anni per entrare nel cuore dei tifosi dell’Inter dalla porta principale.
No, non parlo di Álvaro Recoba, l’uruguagio fragile che faticava ad incidere con continuità e che appariva soltanto nelle formazioni titolari dei Derby, salvo poi sparire dal campo. Parlo di un fantasista molto più forte, continuo ed incisivo, che risponde al nome di Rubén Sosa. Rubén era un classe ’66 dotato di un sinistro a dir poco dinamitardo, che gli consentiva di essere una minaccia perpetua da ogni distanza, oltre che di essere formidabile in fase di conduzione della palla, di rifinitura per i compagni e di progressione a tutta velocità.
Appena scoprì della sua esistenza, ne rimasi a dir poco folgorato. Segnava con una facilità a dir poco imbarazzante su punizione, era praticamente inarrestabile quando partiva palla al piede verso la porta avversaria, aveva colpi acrobatici incredibili, possedeva una potenza fisica e tecnica debordante e dava proprio la sensazione di essere un leader vero, di quelli capaci di trascinare l’intero ambiente con pochi gesti tecnici.

Ruben Sosa con la maglia del Real Saragozza, una tappa cruciale per la sua ascesa
Sin dagli albori della sua carriera si era capito che quel ragazzino possedesse delle qualità importanti. Dopo la gavetta rappresentata dalla sua formazione in patria con la maglia del Danubio, Rubén esplose infatti con la maglia del Real Saragozza, una piazza che grazie a lui poté sognare ben prima del trionfo nella Coppa delle Coppe 1994-1995. Fu lui infatti a mettere la firma sulla Coppa del Re 1985-1986, stendendo dapprima il Real Madrid con una doppietta stellare all’andata, per poi beffare il Barcellona su punizione in finale. A 20 anni, il Principito si ritrovò quindi a battere consecutivamente i vincitori della Coppa UEFA (i Blancos) e i finalisti di Coppa dei Campioni (i blaugrana) di quella stagione: un biglietto da visita a dir poco pazzesco per il mondo del calcio, che ci restituisce già l’idea di chi fosse già all’epoca.
Subito dopo, vinse da titolare la Copa América dell’anno successivo con il suo Uruguay (leggi qui), iniziando a calcare anche i grandi palcoscenici internazionali con una consapevolezza crescente nei propri mezzi. In quei tre anni dal 1985 al 1988 a Saragozza, Rubén produsse 39 gol in 120 partite, numeri più che sufficienti per convincere la neopromossa Lazio a investire su di lui. Non fu di certo l’acquisto che fece parlare di più di sé, complice anche il fatto che l’apertura ai tre stranieri aveva portato un gigante come Frank Rijkaard al Milan e due colossi come Lothar Matthäus e Andreas Brehme all’Inter. In questo senso, l’acquisto di Rubén Sosa passava di sicuro in secondo piano, se non addirittura in terzo (vi ricordo anche Alemão al Napoli, Oleksandr Zavarov alla Juventus e tanti altri).

Ruben Sosa con la maglia della Lazio
Nel contesto di una Serie A ormai giunta al suo apogeo con tutti quei campioni, Rubén Sosa riuscì a consacrarsi da subito come una delle sue stelle più luminose ed accecanti. Sebbene fosse circondato da una squadra ben lontana dai trionfi che avrebbe raggiunto con Sven-Göran Eriksson, il Principito segnava con un’ottima continuità e con la stessa regolarità era garante di solidità prestazionale. Era uno di quei giocatori che illuminavano con più continuità uno dei campionati più competitivi e difficili della storia del calcio, dando sempre la sensazione di essere una minaccia costante per le difese avversarie, che non ci si poteva mai permettere di sottovalutare.
In mezzo a quei quattro anni a tinte biancocelesti scanditi da 47 gol in 140 partite, si va ad inserire quello che è il suo picco indiscusso con la Celeste, ovvero la Copa América 1989 (leggi qui). Nel corso di quella competizione, Rubén dominò la scena, ergendosi sopra al suo illustre compagno di squadra Enzo Francescoli. Nonostante la sconfitta contro il Brasile di Romário e Bebeto, fu la sua Copa América, con quattro gol e due assist in sette partite e tante prestazioni da ricordare. Una competizione da leone, che lo vide ruggire come non mai contro l’Argentina di Maradona, mettendo la firma su una prestazione a dir poco monumentale.
Quella sera, Rubén era semplicemente immarcabile per la difesa argentina, com’è testimoniato dal secondo meraviglioso gol in coast to coast che ancora oggi rappresenta uno dei massimi capolavori della sua carriera. Un gol alla Maradona, segnato contro l’impotente Pibe de Oro. Di fronte a un gol del genere, risulta chiaro perché fu eletto come mvp del torneo che pure l’aveva visto perdente contro i verde-oro.
Dopo i tanti capolavori di potenza e di fino regalati ai tifosi della Lazio in anni di ricostruzione, fu l’Inter ad assicurarsi le sue prestazioni, dopo l’epitaffio della trinità tedesca Matthäus-Brehme-Klinsmann. A seguito del disastro della gestione Orrico, la società nerazzurra era costretta a ricostruirsi dalle ceneri di un ciclo di giocatori ormai a fine corsa. Il mercato estivo non aiutò granché, in quanto Matthias Sammer fu venduto dopo pochi mesi a seguito di alcune incomprensioni con Osvaldo Bagnoli, mentre Darko Pancev divenne materiale per la Gialappa’s Band a suon di sprechi realizzativi a dir poco cartooneschi.
In questo contesto di incertezza generale e con intorno a sé una squadra buona ma non eccezionale, fu proprio Rubén Sosa, ancora una volta l’acquisto meno chiacchierato dell’estate, ad imporsi come leader tecnico ed emotivo della squadra. La stagione 1992-1993 del Principito, come raccontato dal nostro Francesco Buffoli (leggi qui), fu semplicemente dominante, da miglior giocatore di quella Serie A. Fu il principale epicentro dell’attacco, producendo 20 gol e 11 assist in 28 partite. Fu così trascinante da farsi carico di una rimonta stellare dei nerazzurri, sorpassando le più quotate (e forti) Parma e Juventus e lanciandosi verso il tentativo di lotta scudetto contro un Milan in calo nel girone di ritorno.
Ancora oggi ritengo che quella sia stata una delle migliori stagioni mai fatte da un singolo giocatore nella storia “moderna” dell’Inter, per il peso specifico di quelle prestazioni che fecero sentire grande una squadra modesta, ben lontana dai grandi fasti dell’era Trapattoni. Fu meno epocale la stagione successiva, complice anche il rischio concreto di retrocessione dei nerazzurri nel corso di una stagione da thriller francamente non necessario. Rubén non fece però mancare il suo apporto, contribuendo alla salvezza del club con 16 gol in 28 partite e momenti di grandezza assoluta come la tripletta al Parma e la doppietta alla Juventus, marchiandole a fuoco con i suoi tipici capolavori su punizione.
Anche in Coppa UEFA fu determinante, segnando un solo gol a Cagliari in semifinale, ma esaltandosi come rifinitore dall’alto dai suoi cinque assist distribuiti per tutta la competizione. Furono infatti suoi i suoi tocchi sapienti per i gol di Nicola Berti e Wim Jonk tra andata e ritorno della finale contro il Casino Salisburgo. Per lui, quella Coppa UEFA vinta in una stagione così travagliata fu l’unico trofeo vinto in nerazzurro, bastevole per consacrarlo nel cuore dei tifosi nerazzurri. La sua esperienza col Club meneghino si concluse nell’estate 1995, non prima di aver regalato le sue ultime perle come lo slalom nello stretto contro il Genoa. Si congedò da quel triennio memorabile con uno score totale da 50 gol e 24 assist in 104 partite tra tutte le competizioni.
Numeri che lo consacrano di diritto tra i migliori stranieri ad aver indossato la maglia nerazzurra, a prescindere dai pochi successi ottenuti ottenuti a causa di una squadra dimenticabile, che si accingeva ad aprire le porte alla lunga presidenza Moratti.
Dopo aver vinto anche la Copa América di quello stesso stesso anno con il suo Uruguay (leggi qui), le avventure al Borussia Dortmund e al Logrones furono poco fortunate dal punto di vista individuale per Rubén Sosa e ne segnarono il ritorno in patria. Al Nacional, il Principito concluse la sua carriera al meglio, diventandone capitano e vivendo una seconda giovinezza che gli permise di elevarsi a leggenda assoluta del Club. Vinse tre campionati nazionali in quattro anni da grandissimo protagonista, confermandosi ancora una volta come una delle stelle più temute e allo stesso tempo rispettate del panorama calcistico sudamericano.
Ebbe anche una veloce parentesi allo Shanghai Shenhua in Cina, per poi ritirarsi definitivamente all’età di 41 anni nel 2007, dopo essersi lasciato alle spalle una carriera non proprio ricca come successi in Europa, ma ricolma di grandezza per quanto fatto sul rettangolo verde. Una parabola calcistica che lo definisce senza ombra di dubbio come uno dei giocatori più amati della storia del Real Saragozza, della Lazio e dell’Inter, nonché come autentica istituzione della storia dell’Uruguay.

Ruben Sosa con la maglia del Nacional
Perché Rubén Sosa è stato uno dei migliori calciatori della storia moderna del calcio dell’Uruguay, un mito amato tanto amato dai tifosi quanto rispettato dagli avversari per il suo indiscusso valore e per la sua pericolosità. Un Principito che è riuscito a non finire nel dimenticatoio in un’epoca misera di gloria per l’Inter, riuscendo a brillare tra due teste di serie come Lothar Matthäus e Ronaldo, e che come Speedy Gonzales viaggiava a velocità supersonica verso l’infinito, quasi sfuggendo dal ricordo di molti che l’hanno vissuto.


