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	<title>Il gioco delle somiglianze Archivi - Game of Goals</title>
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	<title>Il gioco delle somiglianze Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Grandi stagioni quasi dimenticate: da Davids 1998-van Bommel 2011 a Recoba 1999-Rossi 2007</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Gilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il gioco delle somiglianze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Giuseppe Rossi con la maglia del Parma. In questa puntata dedicata alle grandi stagioni quasi dimenticate, ci si concentrerà sui grandi acquisti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/12/18/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-davids-1998-van-bommel-2011-a-recoba-1999-rossi-2007.html">Grandi stagioni quasi dimenticate: da Davids 1998-van Bommel 2011 a Recoba 1999-Rossi 2007</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em><strong>Immagine di copertina:</strong> Giuseppe Rossi con la maglia del Parma.</em></p>



<p class="has-drop-cap">In questa puntata dedicata alle grandi stagioni quasi dimenticate, ci si concentrerà sui grandi acquisti della sessione invernale, operazioni di mercato che nell&#8217;immediato hanno saputo sortire gli effetti sperati (e anche di più). Saranno quindi messi a confronto due mediani eccezionali che sono stati capaci di stravolgere positivamente gli equilibri di due top italiane, e successivamente due fantasisti mancini che hanno trascinato le proprie squadre ad una salvezza apparentemente impossibile.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Edgar Davids 1997/98 e Mark van Bommel 2010/11</h2>



<p></p>



<p>Solitamente quando si pensa agli acquisti più impattanti di sempre tra quelli arrivati in piena sessione invernale, il primo nome a venirvi in mente è certamente quello di <strong>Edgar Davids</strong>. Non soltanto perché stravolse completamente gli equilibri del centrocampo della Juventus, ma perché per l&#8217;epoca rappresentò un vero e proprio shock vederlo impattare così bene dopo l&#8217;infelice prima metà di stagione 1997-98 con il Milan.<br><br>In rossonero, infatti, il &#8220;buon&#8221; <em>Pitbull</em> era apparso come l&#8217;ombra di se stesso, non riuscendo ad ambientarsi in una realtà decadente come quella del <strong>Capello</strong>-bis. Sembrava la coppia sbiadita del giocatore frizzante ed elettrico che si era visto nell&#8217;Ajax di <strong>Louis van Gaal</strong>. Come un&#8217;Araba Fenice, Edgar riuscì a risollevarsi in bianconero, riuscendo ad elevarsi come quel giocatore cardine del centrocampo di <strong>Marcello Lippi</strong>. In mezzo al campo, infatti, <strong>Davids</strong> trasmise quel senso di onnipotenza atletica, tecnica e tattica di cui la <em>Vecchia Signora</em> aveva bisogno. <br><br>Grazie ad un nuovo senso di leadership che nemmeno all&#8217;Ajax era riuscito a conseguire, <strong>Edgar Davids</strong> si impose di prepotenza come il miglior centrocampista della Serie A come rendimento e come impatto. Era pressoché impossibile assistere ad una brutta prestazione da parte sua in quel periodo, a riprova della sua continuità sconcertante. I suoi picchi performativi erano arrivati ad un punto tale da permettergli di prendersi occasionalmente la scena anche in partite in cui condivideva il campo con gente del calibro di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/07/29/i-dieci-grandi-momenti-di-zinedine-zidane-con-la-francia.html">Zinédine Zidane</a></strong> e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/10/05/i-dieci-lampi-di-ronaldo-il-fenomeno.html">Ronaldo</a></strong>. <br><br>Senza contare poi alcuni deliri di onnipotenza come quello contro la Roma allo stadio Delle Alpi, quando cancellò dal campo il malcapitato <strong>Cafu </strong>(sì, quel <strong>Cafu</strong>), per poi segnare su punizione al termine dell&#8217;ennesima prestazione eccezionale. Non sorprende poi che abbia proiettato questo rendimento straordinario anche in Champions League, risultando l&#8217;ultimo baluardo della Juventus nella sconfitta di Amsterdam contro il Real Madrid. Avrebbe poi concluso la stagione con il fantastico Mondiale in Francia, consacrandosi sempre di più come uno dei migliori centrocampisti del mondo dell&#8217;epoca.<br><br>Per quel che mi riguarda, <strong>Edgar Davids </strong>merita di essere preso in considerazione tra le primissime scelte del centrocampo ideale della storia della Juventus. In pochissimi hanno infatti avuto un impatto così immediato appena arrivati a Torino. Senza poi considerare la sua iconicità e il suo valore intrinseco, che lo elevano tra i centrocampisti olandesi più forti mai esistiti.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Edgar Davids vs AS Roma I Stadio delle Alpi I Serie A 97/98 I All Touches and Actions" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/j_uqSDghTI4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p></p>



<p>Il caso di Mark <strong>van Bommel</strong> è invece un po&#8217; diverso rispetto a quello di <strong>Davids</strong>. Nonostante entrambi siano due mediani fatti e finiti, infatti, Mark non ha mai posseduto le proprietà atletiche ed agonistiche di <strong>Edgar Davids</strong>. E di sicuro non aveva le sue stesse capacità nello stretto. Sin dai tempi dei suoi anni al PSV Eindhoven, <strong>van Bommel</strong> si era distinto per la sua compostezza tattica, per l&#8217;ordine che metteva in mezzo al campo. Laddove invece Davids avrebbe avuto un approccio un po&#8217; più &#8220;entropico&#8221;, per certi versi caotico (in senso positivo, ovviamente). Prediligeva i lanci lunghi ed era dotato anche di una gran conclusione dalla distanza, una dote che gli ha permesso di essere un grande realizzatore soprattutto con la maglia del PSV Eindhoven.<br><br>Non tutti se lo ricordano, ma già nel 2004/05 aveva dimostrato di che pasta fosse fatto anche in campo internazionale, segnando la bellezza di 19 gol in 48 partite, un&#8217;enormità per un giocatore che partiva da una posizione così arretrata. Anche con le maglie di Barcellona e Bayern Monaco confermò il suo innegabile carisma, dimostrandosi ancora una volta come un calciatore capace di reggere il peso dei grandi palcoscenici. Non sorprende dunque che il Milan decise di puntare su di lui per aumentare il livello del suo centrocampo nel 2010/11.<br><br>La squadra di <strong>Massimiliano Allegri</strong>, infatti, aveva certamente conquistato la vetta della classifica, ma si ritrovava anche in un equilibrio piuttosto precario in mezzo al campo. I continui guai fisici di <strong>Andrea Pirlo</strong>, il calo di intensità di <strong>Gennaro</strong> <strong>Gattuso</strong> e <strong>Massimo Ambrosini </strong>e la generale idea di dover ricostruire il centrocampo rendevano necessaria la presenza di un nuovo leader nella mediana. A rappresentare un <em>boost </em>straordinario per i rossoneri fu dunque <strong>Mark van Bommel</strong>, il cui rendimento fu da subito scintillante in mezzo al campo.<br><br>Grazie a Mark, <em>il Diavolo</em> poté fare quello step definitivo in termini di solidità difensiva, riuscendo a consolidarsi in maniera definitiva ai vertici della Serie A. Da subito van Bommel divenne leader di quella squadra, come già lo era stato nel corso della sua carriera, riuscendo a farsi largo in mezzo ai senatori del Milan. Al termine di quella stagione, i rossoneri poterono festeggiare il 18° scudetto della loro storia, un trionfo passato anche attraverso le prestazioni straordinarie di <strong>Mark van Bommel</strong>. <br><br>Le sue prove di forza furono tali da non fare rimpiangere nemmeno <strong>Andrea Pirlo</strong>, ormai prossimo all&#8217;approdo alla Juventus dopo il mancato rinnovo. Ancora oggi i tifosi del Milan hanno un ricordo splendido di <strong>van Bommel</strong>, a riprova di quanto sia riuscito ad entrare nel cuore di tutti grazie al suo carisma, al suo valore in mezzo al campo e al suo attaccamento alla causa nonostante un solo anno e mezzo di permanenza.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="640" height="375" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/mark_van_bommel_12_1312357a.webp" alt="" class="wp-image-25502" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/mark_van_bommel_12_1312357a.webp 640w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/mark_van_bommel_12_1312357a-300x176.webp 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Mark van Bommel festeggia lo scudetto 2010/11 del Milan dopo lo 0-0 contro la Roma [https://bollettinomilan.wordpress.com/]</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Álvaro Recoba 1998/99 e Giuseppe Rossi 2006/07</h2>



<p></p>



<p>Nonostante la doppietta shock contro il Brescia in occasione del suo debutto in Serie A nel 1997-98, <strong>Álvaro Recoba </strong>non riuscì ad incidere con continuità nel corso del suo primo anno e mezzo all&#8217;Inter. La concorrenza era troppa per potersi ritagliare uno spazio e già si intravvedevano i primi segnali di quella discontinuità tipica del <em>Chino </em>nel resto della sua carriera. Nell&#8217;inverno del 1998-99, i nerazzurri decisero quindi di mandarlo in prestito al Venezia, una squadra che aveva disperato bisogno di un leader tecnico per uscire da una situazione di classifica a dir poco disastrata. <br><br>In 15 partite, infatti, i <em>Lagunari </em>avevano collezionato a malapena 11 punti, ritrovandosi ben lontani dalla zona di classifica necessaria per la salvezza. Anche il suo teorico bomber, <strong>Filippo Maniero</strong>, faticava a trovare la via del gol, essendo fermo a 2 soli centri nella prima metà della stagione. Con l&#8217;arrivo di <strong>Álvaro Recoba</strong>, il Venezia cambiò completamente marcia. Non era più quella squadra sfiduciata, che non faticava enormemente a trovare la via del gol (solo 7 segnati nella prima parte della stagione). Era una squadra rinata, trascinata dal genio, dall&#8217;estro e dal talento di un campione mancato, col senno di poi. <br><br>Perché nel corso di quei sei mesi a Venezia non furono soltanto i numeri ad essere formidabili per l&#8217;uruguagio (10 gol e 9 assist in 1535 minuti giocati), ma anche quel senso di responsabilità che non avrebbe più fatto suo di ritorno all&#8217;Inter negli anni successivi. Álvaro era il leader tecnico ed emotivo di quella squadra disperata, apparentemente condannata alla retrocessione, che riuscì a salvarsi grazie alle sue straordinarie gesta calcistiche. Le punizioni disseminate nel corso di quel periodo, gli assist illuminanti e le parabole dipinte dal suo magico sinistro fecero risalire quel Venezia, capace di collezionare quei 31 punti decisivi per la salvezza nelle restanti 19 partite. Un ritmo da Europa, più che sufficiente per ottenere la permanenza in quella Serie A ultra-competitiva.<br><br>A beneficiare della partnership con <strong>Recoba </strong>fu lo stesso <em>Pippo </em><strong>Maniero</strong>, capace di segnare 10 gol nel girone di ritorno e di acquisire una fiducia tale da consentirgli di segnare un gol di tacco volante contro l&#8217;Empoli. Purtroppo la carriera del <em>Chino </em>non riuscì più a replicare certi apici individuali con quella continuità, ritrovandosi inghiottita nell&#8217;incostanza e nei rimpianti di un qualcosa che non si è mai concretizzato. Storiche in questo senso si rivelarono le sue partite nei derby contro Juventus e Milan, spesso poco convincenti e perfettamente in linea con le aspettative puntualmente disattese.<br><br>Ciò che è certo è che in quei sei mesi a Venezia il buon <strong>Alvaro Recoba </strong>giocò da autentico campione, entrando per sempre nella storia del Venezia. Sei mesi a dir poco poetici, ben rappresentati da quella tripletta eccezionale contro la Fiorentina di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/01/07/3282.html">Giovanni Trapattoni</a></strong>.</p>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Come <strong>Álvaro Recoba</strong>, <strong>Giuseppe</strong> <strong>Rossi </strong>è un altro calciatore che alimenta non pochi rimpianti tra gli appassionati. Mancino come il <em>Chino</em>, <em>Pepito </em>si ritrovò catapultato in giovane età in una realtà apparentemente condannata alla retrocessione. Esattamente come il Venezia 1998-99, infatti, il Parma 2006-07 era sostanzialmente spacciato, complice quel tremendo handicap dei soli 12 punti collezionati in 19 partite nel girone d&#8217;andata. Serviva una scossa importante, ed in questo senso i gialloblù tentarono il tutto per tutto con un classe &#8217;87 di belle speranze, che già aveva fatto parlare timidamente di sé in quelle poche apparizioni al Manchester United.<br><br>Alla sua prima grande occasione in un campionato nazionale di spicco, <strong>Giuseppe Rossi </strong>segnò un gol a dir poco straordinario già nel suo match di debutto, stendendo il Torino con un gol d&#8217;autore di una bellezza sconfinata. Un&#8217;ulteriore scossa per il Parma arrivò con l&#8217;approdo di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/09/08/sir-claudio-ranieri-da-capitano-del-catanzaro-a-baronetto-di-leicester.html">Claudio Ranieri</a></strong>, arrivato al posto di <strong>Stefano Pioli </strong>per tentare l&#8217;ennesimo miracolo da <em>Manny Tuttofare </em>tipico del suo repertorio. Non serve nemmeno che vi spieghi che ci riuscì, cavalcando al meglio la coppia <strong>Budan-Rossi</strong> verso una salvezza apparentemente impossibile come quella del Venezia raccontata poc&#8217;anzi.<br><br>I numeri di<strong> Giuseppe Rossi</strong> furono un po&#8217; inferiori a quelli del <em>Chino </em><strong>Recoba</strong>, ma sarebbe scorretto non tenere in considerazione un bottino da 9 gol e 5 assist in 1526 minuti giocati. Numeri notevoli per un attaccante che a soli 20 anni era chiamato a dare il massimo per arrivare ad una salvezza quasi proibitiva. E <em>Pepito </em><strong>Rossi </strong>lo fece, con giocate degne dei migliori fuoriclasse con il suo magico sinistro. La sua partnership con <strong>Igor Budan</strong> stregò l&#8217;Italia intera, con Rossi ad illuminare i suoi tagli e ad approfittare degli spazi creati dal croato.<br><br>Come nel caso del <em>Chino</em>, occorre ricordare i punti collezionati dal Parma<em> </em>nel corso del girone di ritorno, ben 30. Un bottino più che sufficiente per conseguire la salvezza, in sella ad un <em>Pepito </em><strong>Rossi </strong>sempre più lanciato verso la sua futura ascesa con la maglia del Villarreal. Occorre però precisare anche un altro dato, che da solo rende perfettamente l&#8217;idea del peso specifico delle giocate di Giuseppe: quando <strong>Rossi </strong>segnava e/o faceva assist, il Parma non perdeva mai. Una statistica straordinaria, perfetta rappresentazione di quei sei mesi magistrali del classe &#8217;87 di Teaneck.<br><br>A differenza di <strong>Recoba </strong>all&#8217;Inter, <strong>Giuseppe Rossi </strong>riuscì a prendersi la scena con la maglia del Villarreal, imponendosi da subito come una delle stelle più luminose di un campionato straordinario come la Liga dell&#8217;epoca. Purtroppo però, come nel caso dell&#8217;uruguaiano, noi italiani ci ritroviamo a rimpiangere <em>Pepito </em>per tutto ciò che non è riuscito ad essere. E se non furono i suoi problemi caratteriali a fermarlo, lo fu il suo fisico, flagellato in continuazione da quegli infortuni che ci hanno privato di un autentico fuoriclasse. Un rimpianto incolmabile, doloroso ed impossibile da accettare.</p>



<p></p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/12/18/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-davids-1998-van-bommel-2011-a-recoba-1999-rossi-2007.html">Grandi stagioni quasi dimenticate: da Davids 1998-van Bommel 2011 a Recoba 1999-Rossi 2007</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Grandi stagioni quasi dimenticate: da Ballack 2002-Lampard 2010 a Falcao 2017-Suarez 2021</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marcello Brescia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il gioco delle somiglianze]]></category>
		<category><![CDATA[ballack]]></category>
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		<category><![CDATA[lampard]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Lampard e Ballack, compagni al Chelsea La saga delle grandi stagioni quasi dimenticate si arricchisce con 4 campionissimi del Nuovo Millennio, protagonisti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/01/04/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-ballack-2002-lampard-2010-a-falcao-2017-suarez-2021.html">Grandi stagioni quasi dimenticate: da Ballack 2002-Lampard 2010 a Falcao 2017-Suarez 2021</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Lampard e Ballack, compagni al Chelsea</em></p>



<p class="has-drop-cap">La saga delle grandi stagioni quasi dimenticate si arricchisce con 4 campionissimi del Nuovo Millennio, protagonisti di annate pazzesche e mai celebrate a sufficienza dai media. In questo caso, prenderemo in esame una coppia giocatori capaci di nobilitare il ruolo del centrocampista box to box, e due dei centravanti più feroci che il calcio sudamericano abbia mai prodotto, seppur entrambi ben lontani dai propri anni migliori.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Michael Ballack 2001/02 e Frank Lampard 2009/10</h2>



<p></p>



<p>Nonostante la sua sfavillante carriera lo abbia reso un vero e proprio volto del calcio tedesco, <strong>Michael Ballack </strong>non è proprio quello che si potrebbe definire un <em>enfant prodige</em>. Quando debutta nella Nazionale tedesca ha infatti già quasi 23 anni, e ci impiegherà ancora un paio d&#8217;anni prima di consacrarsi anche a livello continentale. A farlo sbocciare definitivamente in tutto il proprio splendore è infatti <strong>Klaus Toppmöller</strong>, divenuto il tecnico del <strong>Bayer Leverkusen</strong> nell&#8217;estate del 2001. Il nuovo allenatore riesce a ricostruire in primis psicologicamente il povero Ballack, che con un autogol all&#8217;ultima giornata aveva impedito alle <em>Aspirine </em>di mettere le mani sul primo <em>Meisterschale </em>della propria storia nella stagione precedente.</p>



<p>Sotto la sapiente guida di Toppmöller, <em>Der Kleine Kaiser </em>(&#8220;Il piccolo imperatore&#8221;) diventa il perno insostituibile di una squadra muscolare ma estremamente votata all&#8217;attacco, che ne esalta le doti di incursore. Per la prima volta in carriera, il venticinquenne Ballack inizia a trovare la porta con continuità, e neanche il suo preannunciato trasferimento al <strong>Bayern Monaco</strong> disturba l&#8217;ascesa di un Leverkusen giunto a un passo da uno storico <em>Triplete</em>, poi sfumato crudelmente tappa dopo tappa. Il triste epilogo del celeberrimo Bayer <em>Neverkusen</em> (uno dei soprannomi giornalistici più sadici mai coniati) non toglie però nulla alla grandezza di Ballack, che da centrocampista puro chiude la stagione da capocannoniere dei suoi con ben 23 reti complessive. </p>



<p>Anche nella <em>Mannschaft </em>si erge a grande protagonista, trascinando la <strong>Germania </strong>ai Mondiali 2002 fin dal playoff autunnale contro l&#8217;<strong>Ucraina</strong>, per poi proseguire l&#8217;opera una volta giunto in Giappone e Corea del Sud. Con <strong>Kahn </strong>tra i pali, e Ballack a fare praticamente tutto il resto (tra cui i gol decisivi ai quarti e in semifinale), i tedeschi si arrendono soltanto nell&#8217;ultimo atto nella notte della rinascita di <strong>Ronaldo</strong>. Una notte a cui Ballack, squalificato per somma di ammonizione, non poté prendere parte.</p>



<p>Le monumentali prestazioni del centrocampista teutonico gli valsero il 5° posto nella classifica del Pallone d&#8217;Oro del 2002; 8 anni più tardi, tuttavia, un suo illustre collega, e futuro compagno di squadra al <strong>Chelsea</strong>, non avrebbe ottenuto lo stesso riconoscimento mediatico, al termine di una stagione altrettanto positiva. La deludente e controversa spedizione dell&#8217;<strong>Inghilterra</strong> ai Mondiali sudafricani è l&#8217;unica ragione possibile per l&#8217;assenza di <strong>Frank Lampard </strong>dal novero dei migliori giocatori al mondo nel 2010, l&#8217;annata più prolifica di una carriera all&#8217;insegna della doppia cifra (traguardo raggiunto per ben 12 stagioni).</p>



<p>A differenza del Ballack 2001/02, alla prima vera stagione ad altissimi livelli, Lampard nel 2009 ha già 31 anni, e viaggia su altezze siderali da almeno mezzo decennio, in cui non sono mancate tuttavia enormi delusioni europee. Il Chelsea è infatti reduce dalla finale di Champions League persa ai rigori contro l&#8217;odiato <strong>Manchester United </strong>nel 2008, seguita da un&#8217;eliminazione ancor più bruciante contro il neonato <strong>Barcellona </strong>di <strong>Guardiola </strong>nella semifinale dell&#8217;anno dopo. La spina dorsale della squadra, che oltre a Lampard è composta da <strong>Terry </strong>e <strong>Drogba</strong>, non è più esattamente di primo pelo, e dalle parti di <em>Stamford Bridge </em>in molti temono che i loro anni migliori siano ormai alle spalle.</p>



<p>A ricaricare le batterie dei senatori ci pensa <strong>Carlo Ancelotti</strong>, arrivato a Londra dopo quasi 8 anni al <strong>Milan</strong>, e capace di vincere immediatamente il primo <em>Double </em>della storia del Chelsea. Nei trionfi in campionato ed FA Cup dei <em>Blues</em>, Lampard ha un ruolo da primattore: egli non si limita a orchestrare le letali manovre verticali di una squadra da 103 gol in Premier League (record infranto solo dal <strong>Manchester City </strong>nel 2018), ma si occupa in più occasioni di completare l&#8217;opera in prima persona. <em>Super Frankie</em> chiude infatti con 27 gol complessivi l&#8217;ultima stagione che lo vede avere medie realizzative da attaccante, prima di arretrare fisiologicamente il proprio raggio d&#8217;azione.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Radamel Falcao 2016/17 e Luis Suárez&nbsp;2020/21</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Radamel Falcao 2016/17 - Back to His Best" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/OA1DdCdFHp8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Un&#8217;ideale serie televisiva sulla carriera calcistica di <strong>Radamel Falcao </strong>non potrebbe che aprirsi con un&#8217;inquadratura sullo <em>Stade de Gerland </em>di Lione, il pomeriggio del 22 gennaio 2014. Nella gelida cornice di un sedicesimo di finale della Coppa di Francia con appena 8000 spettatori paganti, il destino di uno dei più maestosi centravanti della propria generazione subisce un brusco cambio di direzione. Falcao, punta di diamante del <strong>Monaco</strong>, viene infatti azzoppato dall&#8217;anonimo difensore di un&#8217;altrettanto anonima squadra dilettantistica (il <strong>Monts d&#8217;Or Azergues</strong>), che con un intervento senza senso ne provoca la rottura del legamento crociato.</p>



<p>Il calvario dell&#8217;attaccante colombiano, costretto tra l&#8217;altro a saltare il Mondiale in Brasile (dove era atteso come stella di prima grandezza), si protrae per altri due anni, trascorsi in prestito al <strong>Manchester United </strong>prima e al <strong>Chelsea </strong>poi. La condizione fisica però stenta a decollare, i gol non arrivano, e la concorrenza difficile da scalzare fa il resto. Nel 2016 dunque, <em>El Tigre </em>ormai trentenne sembra un innocuo micetto, e fa ritorno al Monaco, intravedendo il tramonto della propria carriera ad alti livelli. </p>



<p>Tuttavia, con l&#8217;aiuto di un allenatore preparatissimo come il portoghese <strong>Leonardo Jardim</strong>, e coadiuvato da una truppa dall&#8217;età media di appena 25 anni, Falcao torna inaspettatamente a ruggire, sia in Ligue 1 che in Europa. Il Monaco 2016/17 diventa un gioiellino ammirato in tutto il continente per il proprio gioco ultra-diretto ed estremamente produttivo, con futuri campioni come <strong>Fabinho</strong>, <strong>Bernardo Silva</strong> e soprattutto un <strong>Kylian Mbappé </strong>ancora adolescente ad interpretare lo spartito alla perfezione. </p>



<p>In questo contesto, anche un Falcao ridimensionato riesce ugualmente a fare la differenza; il fenomeno di <em>Santa Marta </em>non è più l&#8217;immarcabile belva dei tempi di <strong>Porto </strong>e <strong>Atletico Madrid</strong>, ma pur avendo perso mobilità, l&#8217;istinto predatorio negli ultimi 16 metri è rimasto abbondantemente intatto. A testimoniarlo, ecco 30 gol stagionali, efficacemente divisi tra campionato (21, fondamentali per guidare il Monaco a un titolo mai così meritato), e Champions League (7, con cui affonda squadre come <strong>Manchester City </strong>e <strong>Borussia Dortmund</strong>, lungo la strada di un&#8217;impronosticabile semifinale europea).</p>



<p>Il miglior Falcao rimane tuttavia quello ammirato a Madrid tra il 2011 e il 2013, in cui divenne uno dei tanti sudamericani ad aver nobilitato l&#8217;attacco dei <em>Colchoneros</em> negli ultimi 20 anni: <strong>Forlán</strong>, <strong>Agüero</strong>, per l&#8217;appunto Falcao, <strong>Diego Costa </strong>(naturalizzato spagnolo, ma brasiliano di costituzione), fino ad arrivare a <strong>Luis Suárez. </strong>Se quella di Radamel è una storia di resurrezione, quella consumata dal <em>Pistolero </em>nel 2020/21 è invece una vera e propria vendetta.</p>



<p>Neanche un curriculum da quasi 500 reti in carriera riesce infatti a convincere il neoallenatore del <strong>Barcellona</strong>, <strong>Ronald Koeman</strong>, a puntare su Suárez, scaricato alquanto sbrigativamente dai <em>blaugrana</em> nell&#8217;estate del 2020. Ben altri progetti ha il <strong><em>Cholo </em>Simeone</strong>, che arruola il trentatreenne uruguaiano a prezzo di saldo, e lo tira a lucido in vista di un campionato che, con un <em>Barça</em> versione-polveriera, e un <strong>Real Madrid </strong>meno scintillante del solito, sembra più che mai a portata di mano.</p>



<p>Il <em>Pistolero</em>, dal canto suo, ci mette ben poco a mostrare a tutti di avere ancora diverse cartucce da sparare, seppur ridotte in pillole di spietata essenzialità; Suárez infatti, non regala più così tanti colpi a effetto come negli anni di semi-onnipotenza trascorsi tra <strong>Liverpool </strong>e Barcellona, centellinandoli e ricorrendovi soltanto nei momenti di maggior bisogno. La mentalità vincente di <em>Lucho </em>è inoltre fondamentale in uno spogliatoio ormai orfano dei propri leader storici (<strong>Gabi, Godín, Juanfran</strong>), protagonisti nell&#8217;Atletico Madrid di metà anni &#8217;10.</p>



<p>Con un Suárez dichiaratamente in missione per tagliare l&#8217;ultimo traguardo della propria eccezionale carriera dunque, l&#8217;<em>Atleti </em>si aggiudica la Liga all&#8217;ultima giornata. A spostare gli equilibri hanno indubbiamente contribuito i 21 gol del bomber uruguagio, pesanti come macigni per le sorti della banda di Simeone, che nel bel mezzo dei festeggiamenti avrà probabilmente sghignazzato ripensando al regalo fattogli da Koeman e dal Barcellona qualche mese prima.</p>



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		<title>Tra calcio e Formula Uno: grandi campioni a confronto</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/12/10/tra-calcio-e-formula-uno-grandi-campioni-a-confronto.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Dec 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Esattamente come per i parallelismi tra calcio e basket, sviluppati arditamente e sapientemente da Francesco Buffoli (cercateli cliccando qui nella sezione &#8220;Il gioco delle somiglianze&#8221;), [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/12/10/tra-calcio-e-formula-uno-grandi-campioni-a-confronto.html">Tra calcio e Formula Uno: grandi campioni a confronto</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Esattamente come per i parallelismi tra calcio e basket, sviluppati arditamente e sapientemente da Francesco Buffoli (cercateli cliccando <a href="https://gameofgoals.it/category/all-time-e-rubriche/all-time/il-gioco-delle-somiglianze/page/2">qui </a>nella sezione &#8220;Il gioco delle somiglianze&#8221;), così va letto questo affascinante parallelo tra calcio e Formula Uno, basato un po&#8217; sulle qualità e il rendimento assoluto e un po&#8217; sulle caratteristiche degli atleti. D&#8217;altra parte, si tratta di due discipline tra le più seguite in Italia e nel mondo, capaci di catturare l&#8217;interesse di milioni di appassionati, spesso in simultanea. Abbiamo provato così a mettere in piedi questo curioso giochino, che accomuna grandi nomi della Formula Uno e grandi nomi del calcio. Il dibattito è aperto.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Juan Manuel Fangio &#8211; <a href="https://gameofgoals.it/2021/01/19/alfredo-di-stefano-il-genio-ovunque.html">Alfredo Di Stéfano</a></h2>



<p></p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1012" data-id="22299" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Grand_Prix_i_Kristianstad_cropped_-_L0058_902aFo30141701100026-1024x1012.jpg" alt="" class="wp-image-22299" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Grand_Prix_i_Kristianstad_cropped_-_L0058_902aFo30141701100026-1024x1012.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Grand_Prix_i_Kristianstad_cropped_-_L0058_902aFo30141701100026-300x297.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Grand_Prix_i_Kristianstad_cropped_-_L0058_902aFo30141701100026-768x759.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Grand_Prix_i_Kristianstad_cropped_-_L0058_902aFo30141701100026-1536x1518.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Grand_Prix_i_Kristianstad_cropped_-_L0058_902aFo30141701100026.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fangio</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1002" height="560" data-id="22300" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/alfredo-di-stefano-legende-von-real-madrid-1543500967-19025.jpg" alt="" class="wp-image-22300" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/alfredo-di-stefano-legende-von-real-madrid-1543500967-19025.jpg 1002w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/alfredo-di-stefano-legende-von-real-madrid-1543500967-19025-300x168.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/alfredo-di-stefano-legende-von-real-madrid-1543500967-19025-768x429.jpg 768w" sizes="(max-width: 1002px) 100vw, 1002px" /><figcaption class="wp-element-caption">Di Stéfano</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Entrambi argentini, entrambi di origine italiana, entrambi i dominatori degli anni &#8217;50, entrambi ammantati da una leggenda che affonda nel bianco&amp;nero della TV e nei racconti di quei pochi fortunati che possono ancora raccontare di averli visti all&#8217;opera. Due Miti con la M maiuscola. <strong>Fangio</strong>, pilota completissimo e impeccabile in ogni fondamentale, è stato capace di vincere cinque Mondiali, di cui quattro consecutivi, con quattro scuderie diverse e detiene ancora oggi la più alta percentuale di pole position della storia. Un fenomeno arrivato tardi in Formula Uno (a 39 anni) &#8211; ma all&#8217;epoca non era così una rarità &#8211; e dopo aver corso e vinto in tante categorie diverse. <strong>Di Stéfano</strong>, invece, un Mondiale non lo ha mai vinto, anzi: non lo ha nemmeno disputato, anche se non per colpa sua. Eppure è circondato da un alone di straordinarietà molto simile, ha avuto una carriera incredibilmente longeva e incredibilmente vincente, ha costruito l&#8217;epopea del Real Madrid. Ed esattamente come Fangio ha il merito di aver creato il mito del Campionato del mondo di Formula Uno, così<em> don Alfredo</em> ha gettato le basi della Coppa Campioni, che se oggi è diventata la competizione più ricca e ambiziosa lo deve in gran parte (anche) a lui.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Jim Clark &#8211; Garrincha</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="953" data-id="22301" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Clark_652_1200x-1024x953.jpg" alt="" class="wp-image-22301" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Clark_652_1200x-1024x953.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Clark_652_1200x-300x279.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Clark_652_1200x-768x715.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Clark_652_1200x.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Jim Clark</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="650" data-id="22302" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/garrincha.jpg.webp" alt="" class="wp-image-22302" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/garrincha.jpg.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/garrincha.jpg-300x190.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/garrincha.jpg-768x488.webp 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mané Garrincha</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Due geni maledetti, capaci al loro prime di regalare magie e di essere difficilmente fermabili. Entrambi due volte campioni mondiali (<strong>Clark </strong>vinse il Campionato nel 1962 e nel 1965 ed è stato l&#8217;unico per altro a conquistare il Mondiale e la 500 Miglia di Indianapolis nello stesso anno, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/10/28/garrincha-langelo-dalle-gambe-storte.html">Garrincha </a></strong>fu <em>bicampeón </em>con la <em>Seleçao </em>brasiliana nel 1958 e nel 1962), hanno sposato in un modo unico poesia, arte, sregolatezza e una vita oltre il limite. Tanto che nessuno dei due ha avuto una carriera così longeva ed entrambi sono andati incontro, anche se in maniera differente, a una brusca e inaspettata fine: Clark morì in un incidente in pista, in una competizione minore (erano tempi quelli in cui i piloti non correvano solo in Formula Uno) nel 1968, Mané finì i suoi giorni extracalcistici in miseria e tragedia, divorato dall&#8217;alcol e dai vizi, morendo a 50 anni, solo e dimenticato.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Jackie Stewart &#8211; <a href="https://gameofgoals.it/2024/01/24/sir-bobby-charlton-leroe-silenzioso.html">Bobby Charlton</a></h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-3 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="692" height="959" data-id="22303" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/heading-nowhere-jackie-stewart-left-169459.webp" alt="" class="wp-image-22303" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/heading-nowhere-jackie-stewart-left-169459.webp 692w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/heading-nowhere-jackie-stewart-left-169459-216x300.webp 216w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sir Jackie Stewart</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" data-id="22304" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_Sir-Bobby-Charlton1523461176559-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-22304" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_Sir-Bobby-Charlton1523461176559-1024x1024.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_Sir-Bobby-Charlton1523461176559-300x300.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_Sir-Bobby-Charlton1523461176559-150x150.jpg 150w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_Sir-Bobby-Charlton1523461176559-768x768.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_Sir-Bobby-Charlton1523461176559.jpg 1130w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sir Bobby Charlton</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Sir e Sir. E non importa che uno sia scozzese e l&#8217;altro inglese. Perché entrambi, contemporanei anche in questo caso come Fangio-Di Stéfano e Clark-Garrincha, hanno unito i risultati e la completezza di repertorio a un aplomb british che li ha resi figure rilevanti e intelligenti dentro e fuori il paddock e il campo da gioco. <strong>Stewart </strong>vinse tre Mondiali tra il 1969 e il 1973, anni in cui anche <strong>Charlton</strong> &#8211; che campione del mondo con la sua Inghilterra lo fu nel 1966 &#8211; era ancora al top internazionale dopo aver rischiato la vita nella tragedia aerea di Monaco &#8217;58. Stewart in pista non ha mai avuto incidenti gravi, ma ha rischiato di morire spesso anche lui, in una Formula Uno distante anni luce, in termini di sicurezza, da quella attuale. Il baronetto scozzese è stato uno dei primi a battersi con la federazione per garantire ai piloti maggiore tutela e protezione, probabilmente scottato dalla perdita dell&#8217;amico e compagno di squadra François Cévert, morto durante le qualifiche del Gran Premio degli Stati Uniti nel 1973. E come Stewart, al termine della sua carriera sportiva, è stato manager e uomo d&#8217;affari, così Charlton, una volta appese le scarpette al chiodo, ha avviato una proficua carriera dirigenziale. Della serie: eleganza e signorilità non solo nello sport.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Niki Lauda &#8211; Johan Cruijff</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" data-id="22305" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/lauda1-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-22305" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/lauda1-1024x682.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/lauda1-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/lauda1-768x511.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/lauda1.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Niki Lauda</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="334" data-id="22306" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/cruijff.jpg" alt="" class="wp-image-22306" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/cruijff.jpg 500w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/cruijff-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption class="wp-element-caption">Johan Cruijff</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Carisma tracimante, talento debordante e la capacità unica di cambiare per sempre il proprio sport. Questo, oltre all&#8217;epoca (anche qui due contemporanei, nel cuore degli anni &#8217;70) accomuna l&#8217;austriaco <strong>Niki Lauda</strong> e il <em>Papero </em>olandese <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/01/13/johan-cruijff-luomo-orchestra.html">Johan Cruijff</a></strong>. Si dice che Lauda, testa da computer, anticipatore di Prost e in parte oggi di Verstappen, stratega incredibile, tre volte campione mondiale, abbia dato un impulso decisivo per proiettare le monoposto nell&#8217;era moderna, tra maggiore sicurezza e i primi vagiti dell&#8217;elettronica e di un approccio quanto meno molto più organizzato, se non già tecnologico. Freddo e spietato, capace di rientrare a tempo di record (42 giorni) dopo il famigerato incidente al Nürburgring&nbsp;del 1° agosto 1976 che poteva costargli la vita, Lauda è ancora oggi un&#8217;icona indimenticabile. E Cruijff &#8211; per lui nessun Mondiale, ma tre Coppe Campioni di fila e un mare di altri trofei individuali e di squadra &#8211; nel calcio non è stato da meno: per molti lui, il suo Ajax e la sua Olanda sono stati lo spartiacque tra un gioco più antico e uno più moderno, per quanto nello sport sia praticamente impossibile individuare cesure nette. Ma di sicuro da Cruijff in poi il calcio non è più stato lo stesso. E di sicuro gli effetti della rivoluzione da lui propugnata sono molto radicati e visibili ancora oggi in tutto il mondo.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">James Hunt &#8211; George Best</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-5 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="667" data-id="22307" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1331847093439_1.webp" alt="" class="wp-image-22307" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1331847093439_1.webp 1000w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1331847093439_1-300x200.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1331847093439_1-768x512.webp 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">James Hunt</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" data-id="22308" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_George-Best1523521862880-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-22308" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_George-Best1523521862880-1024x1024.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_George-Best1523521862880-300x300.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_George-Best1523521862880-150x150.jpg 150w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_George-Best1523521862880-768x768.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Legends-Profile_George-Best1523521862880.jpg 1130w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">George Best</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>La leggenda vuole che <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/12/03/george-best-il-poeta-del-calcio-e-linquietudine-dellessere.html">George Best</a></strong>, il genio di Belfast dalla carriera breve ma accecante come un fulmine, trovandosi di fronte il grande Cruijff in una partita degli anni &#8217;70 tra l&#8217;Olanda e la sua Irlanda del Nord, gli abbia fatto un tunnel e poi gli abbia detto: «Tu sei il migliore, ma solo perché io non ho tempo». Non vi sono prove che questo sia davvero successo. Anzi: è più probabile che l&#8217;episodio sia stato inventato per alimentare il mito del <em>Quinto Beatle</em>. Eppure, in questo caso, è più che mai significativo, perché il corrispettivo di Best nella Formula Uno, ovvero l&#8217;inglese <strong>James Hunt</strong> (come lui dotato di un talento cristallino; come lui capace di ballare poche estati, seppur a un livello straordinario; come lui icona pop; come lui testa matta e con una condotta extra sportiva tutt&#8217;altro che irreprensibile) il tunnel a Lauda-Cruijff&#8230; lo ha fatto davvero. Correva la stagione 1976, quella dell&#8217;incidente al Nürburgring, una delle annate più note nella storia della Formula Uno: Hunt e Lauda diedero il là a un duello infuocato, che è anche diventato la trama di un film di grande successo, Rush). Il vantaggio di Lauda a inizio stagione sembrava decisivo, ma Hunt, anche sfruttando l&#8217;incidente del rivale, a un certo punto cambiò marcia e quando Lauda rientrò alle gare tutto era in gioco. L&#8217;ultimo gran premio fu determinante: si correva in Giappone, cadde una forte pioggia, Lauda si ritirò poiché riteneva troppo pericoloso gareggiare e Hunt con il terzo posto finale si prese il titolo.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Nelson Piquet &#8211; Zinédine Zidane</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-6 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="562" data-id="22310" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/nelson-piquet-compie-69-anni-tre-volte-campione-del-mondo-di-formula-1-wide-site-buaa2.jpg" alt="" class="wp-image-22310" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/nelson-piquet-compie-69-anni-tre-volte-campione-del-mondo-di-formula-1-wide-site-buaa2.jpg 1000w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/nelson-piquet-compie-69-anni-tre-volte-campione-del-mondo-di-formula-1-wide-site-buaa2-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/nelson-piquet-compie-69-anni-tre-volte-campione-del-mondo-di-formula-1-wide-site-buaa2-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">Nelson Piquet</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="225" height="225" data-id="22311" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/images.jpg" alt="" class="wp-image-22311" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/images.jpg 225w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/images-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><figcaption class="wp-element-caption">Zinédine Zidane</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Il brasiliano <strong>Piquet</strong>, tre volte campione mondiale negli anni &#8217;80 nonostante la feroce rivalità Senna-Prost, si ritagliò uno spazio importante come <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/07/29/i-dieci-grandi-momenti-di-zinedine-zidane-con-la-francia.html">Zidane</a></strong>, che si fece largo nell&#8217;epoca di Ronaldo il Fenomeno a suon di prestazioni straordinarie nei grandi momenti che lo hanno portato nel gotha del calcio. Piquet aveva uno stile equilibrato: freddo e ragionatore, ma non spietato calcolatore alla Lauda o alla Prost, aggressivo il giusto senza gli eccessi di un Mansell. Così <em>Zizou </em>dominava la scena in mezzo al campo con il suo gioco suadente e danzato, dando grande equilibrio alle sue squadre: sapeva contrastare il giusto pur non essendo un mediano, era un abile regista ma senza essere la sua specialità, segnava poco ma le sue erano sempre reti pesanti, decisive. E come Piquet seppe conquistare il suo terzo Mondiale forse un po&#8217; a sorpresa a 35 anni, così Zidane nel 2006 a 34 anni fu ancora il miglior giocatore della Coppa del mondo tedesca, salvo poi perdersi in finale contro l&#8217;Italia per una testata di troppo. Fuori dal campo appaiono entrambi abbastanza riservati, schietti, con un carattere a volte un po&#8217; spigoloso: della serie, <em>vivi e lascia vivere</em>.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Alain Prost &#8211; Michel Platini</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-7 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="667" data-id="22312" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Alain-Prost.jpg" alt="" class="wp-image-22312" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Alain-Prost.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Alain-Prost-300x195.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Alain-Prost-768x500.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Alain Prost</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="843" height="540" data-id="22313" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/IMG_20210609_102825.webp" alt="" class="wp-image-22313" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/IMG_20210609_102825.webp 843w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/IMG_20210609_102825-300x192.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/IMG_20210609_102825-768x492.webp 768w" sizes="(max-width: 843px) 100vw, 843px" /><figcaption class="wp-element-caption">Michel Platini</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>L&#8217;epoca in cui dominano è la stessa, gli anni &#8217;80. La nazionalità, pure. E di simile hanno anche quel modo di fare un po&#8217; naif, forse tipico francese, che li fece risultare molto nelle grazie del sistema calcistico e non sempre simpatici ai più. E ancora: come <strong>Prost </strong>è uno che rischiava poco, cercando di massimizzare tutti i punti &#8211; non a caso si guadagnò il soprannome di <em>Professore </em>&#8211; così <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/04/30/omaggio-a-sua-maesta-michel-platini.html">Platini </a></strong>non spese una goccia di sudore in più di quanto fosse strettamente necessario. Un caso che entrambi si siano ritirati ancora all&#8217;apice, non appena percepiti i primi sentori del declino (Alain dopo aver vinto il quarto Mondiale nel 1993; Michel a 32 anni, una sola stagione dopo aver vinto il secondo tricolore della sua esperienza juventina)? Le analogie sono tante. Poi, certo, nei rispettivi sport la forma con cui sono arrivati a conquistare straordinari risultati &#8211; entrambi autori di carriere molto vincenti e redditizie &#8211; fu diversa: Prost allo spettacolo concedeva poco, Platini invece era un inno al bel gioco, alla poesia e all&#8217;arte.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ayrton Senna &#8211; <a href="https://gameofgoals.it/2022/10/30/la-magia-del-pibe-de-oro-le-10-partite-che-piu-mi-hanno-stregato-di-diego-armando-maradona.html">Diego Armando Maradona</a></h2>



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<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-8 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" data-id="22314" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Ayrton-senna-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-22314" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Ayrton-senna-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Ayrton-senna-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Ayrton-senna-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/Ayrton-senna.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ayrton Senna</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" data-id="22315" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/2924750-60088968-2560-1440-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-22315" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/2924750-60088968-2560-1440-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/2924750-60088968-2560-1440-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/2924750-60088968-2560-1440-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/2924750-60088968-2560-1440.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Diego Armando Maradona</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Il talento sovrumano. L&#8217;iconicità di cui ancora oggi godono, in ogni parte del globo, e non solamente tra gli appassionati di Formula Uno e di calcio. Il carisma unico, senza epigoni. E poi ancora, volendo, la rivalità con un francese dall&#8217;atteggiamento a volte un tantino supponente (Prost in un caso, Platini nell&#8217;altro). <strong>Senna </strong>e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/11/25/diego-armando-maradona-genio-eterno.html">Maradona </a></strong>hanno molto in comune. Forse anche quell&#8217;aria da &#8220;soli contro tutti&#8221;, &#8220;soli contro il mondo&#8221;, quel modo che avevano di ribellarsi al sistema, di portare avanti battaglie che andavano oltre lo sport. Senna e Maradona sono stati capaci di regalare magie indimenticabili, che ogni appassionato continua a rivedere e vivere in loop anche a distanza di anni. Hanno vinto tanto e avuto carriere abbastanza longeve e continue, ma probabilmente un po&#8217; meno di quanto il loro sconfinato talento avrebbe potuto suggerire. In realtà, Senna e Maradona sono stati la dimostrazione che la vittoria e la continuità non sono mai tutto: conta il genio, conta quello che sai fare dentro un abitacolo o con un pallone ai piedi, contano le emozioni che sai regalare alla gente che là fuori guarda e di te è perdutamente innamorata, e lo sarà per sempre. Sono stati in qualche modo simili anche nella brusca fine: due morti scioccanti, anche se chiaramente quella di Senna ancora di più. Due morti che hanno alimentato ulteriormente il loro mito. Fino a quando un&#8217;auto romberà a tutta velocità all&#8217;interno di un autodromo o fino a quando un pallone rotolerà su un terreno di gioco, i nomi di Ayrton e di Diego non saranno mai dimenticati.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Michael Schumacher &#8211; <a href="https://gameofgoals.it/2022/12/29/lultimo-gol-di-pele-il-calcio-perde-il-suo-re.html">Pelé</a></h2>



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<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-9 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="608" height="597" data-id="22316" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/schumi.jpg" alt="" class="wp-image-22316" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/schumi.jpg 608w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/schumi-300x295.jpg 300w" sizes="(max-width: 608px) 100vw, 608px" /><figcaption class="wp-element-caption">Michael Schumacher</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="976" height="768" data-id="22317" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/pele-Brasile.jpg" alt="" class="wp-image-22317" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/pele-Brasile.jpg 976w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/pele-Brasile-300x236.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/pele-Brasile-768x604.jpg 768w" sizes="(max-width: 976px) 100vw, 976px" /><figcaption class="wp-element-caption">Pelé</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Se Senna e Maradona sono stati il massimo dei geni maledetti, <strong>Schumacher </strong>e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/12/31/pele-il-simbolo-del-calcio.html">Pelé </a></strong>sono stati, molto semplicemente, la Formula Uno in un caso e il Calcio nell&#8217;altro. I due emblemi sommi delle rispettive discipline, uno status raggiunto grazie a basi solidissime: la completezza, la capacità di adattamento a contesti diversi, la perfezione stilistica, le cifre da record, la dominanza al loro prime, il peso delle loro vittorie in cui spesso davano l&#8217;idea di non lasciare manco le briciole agli avversari. I sette Mondiali e gli svariati record del pilota tedesco hanno segnato uno spartiacque nella storia della Formula Uno, come nel calcio Pelé, l&#8217;unico calciatore che ha vinto tre Coppe del mondo (anche se di fatto furono due e un pezzo), è stato un simbolo universale capace di spingersi oltre i confini del gioco e di segnare, seppur in modo diverso da Cruijff, un pre-Pelé e un post-Pelé. Due nomi eterni, quelli di Schumacher e Pelé, anche nel loro caso conosciuti ovunque e da chiunque, e non solo dagli appassionati.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Fernando Alonso &#8211; <a href="https://gameofgoals.it/2024/02/20/kaiser-franz-beckenbauer-imperatore-di-germania.html">Franz Beckenbauer</a></h2>



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<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-10 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" data-id="22318" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1355797-29109837-2560-1440-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-22318" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1355797-29109837-2560-1440-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1355797-29109837-2560-1440-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1355797-29109837-2560-1440-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1355797-29109837-2560-1440.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fernando Alonso</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" data-id="22319" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1200x800-12-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-22319" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1200x800-12-1024x683.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1200x800-12-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1200x800-12-768x512.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/1200x800-12.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Franz Beckenbauer</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Due personalità imponenti, a volte persino troppo. Due caratteri non sempre facili da gestire, perché o si faceva come volevano loro, oppure&#8230; quella era la porta. Due sportivi completi. Spettacolari sì, ma anche estremamente concreti. Anzi: soprattutto concreti. <strong>Alonso </strong>interruppe il dominio di Schumacher e della rossa Ferrari, <em>Kaiser Franz</em> ha fermato la rivoluzione arancione di Cruijff. Alonso ha spesso saputo spingere le sue auto oltre i limiti, vincendo d&#8217;astuzia, di strategia, d&#8217;intelligenza, andando vicino due volte (nel 2010 e nel 2012) a ribaltare favori e pronostici che pendevano su altre sponde. E portando dunque anche in Formula Uno la massima coniata proprio da Beckenbauer: «Non vince chi è più forte, ma chi vince è il più forte». Così Beckenbauer ha vinto spesso agendo di rimessa &#8211; d&#8217;altronde era un difensore &#8211; capovolgendo il fronte del gioco con lanci che erano capaci di azionare il fronte d&#8217;attacco e cogliendo di sorpresa la linee nemiche.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Lewis Hamilton &#8211; Lionel Messi</h2>



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<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-11 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="960" height="640" data-id="22321" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/https___static.nieuwsblad.be_Assets_Images_Upload_2019_07_18_D_chLGeXsAQOH_j-3.jpg" alt="" class="wp-image-22321" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/https___static.nieuwsblad.be_Assets_Images_Upload_2019_07_18_D_chLGeXsAQOH_j-3.jpg 960w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/https___static.nieuwsblad.be_Assets_Images_Upload_2019_07_18_D_chLGeXsAQOH_j-3-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/https___static.nieuwsblad.be_Assets_Images_Upload_2019_07_18_D_chLGeXsAQOH_j-3-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lewis Hamilton</figcaption></figure>



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</figure>



<p></p>



<p>Fuori dal campo sono diversi: <strong>Hamilton </strong>si è spesso speso in battaglie sociali e conduce una vita mondana. <a href="https://gameofgoals.it/2024/03/31/tutte-le-partite-di-lionel-messi-ai-mondiali.html"><strong>Messi</strong> </a>si è sposato con la ragazza della porta accanto, ha un&#8217;esistenza morigerata e si dedica quasi esclusivamente al calcio. Tutto vero però&#8230; fino a un certo punto: perché entrambi, approfittando del loro status e delle loro ricchezze, non hanno mai lesinato proficue campagne di beneficenza. E perché entrambi, da buoni atleti del XXI secolo che per rimanere al top devono essere veri professionisti, seguono regimi molto ferrei: Lewis è vegetariano per ragioni etiche, Leo lo è stato in tante fasi della sua carriera per questioni di salute. Anche qui sta il segreto della loro straordinaria longevità: entrambi a quasi 40 anni non sono più probabilmente i migliori al mondo, ma sono ancora estremamente competitivi. Cosa li accomuna invece in pista e sul campo? Beh, oltre alla continuità di cui abbiamo detto, il fatto di essere i due atleti più vincenti nella storia dei due sport; di possedere doti uniche, da predestinati, con un talento puro che si intravedeva già da subito; di essere i veri eredi, in termini di creatività e di arte, di Senna e Maradona. Non a caso, Senna è l&#8217;idolo di Lewis e Maradona il modello di Leo (qui gioca anche il discorso della nazionalità). Sia Hamilton sia Messi hanno attraversato momenti non semplici, soverchiati spesso dal peso delle aspettative, da critiche feroci e ingiuste. Sia Hamilton sia Messi hanno però saputo risollevarsi, grazie a quel fantastico mix di professionalità e qualità cui facevo riferimento prima, tagliando traguardi come mai nessuno era riuscito a fare nella storia delle due discipline.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Sebastian Vettel &#8211; Zico</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-12 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="666" data-id="22327" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/zico-brasile-foto.jpg" alt="" class="wp-image-22327" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/zico-brasile-foto.jpg 1000w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/zico-brasile-foto-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/zico-brasile-foto-768x511.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">Zico</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Ancora sull&#8217;asse Germania-Brasile, per un altro parallelismo affascinante. <strong>Sebastian Vettel</strong>, quattro volte campione del mondo, carattere latino più che tedesco, stile sobrio ed elegante, un signore anche fuori dal paddock. Quando le condizioni erano favorevoli &#8211; o comunque non sfavorevoli &#8211; sapeva imporre un ritmo e vincere come pochissimi altri. I problemi nascevano quando qualcosa, nell&#8217;ingranaggio, andava storto. <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/10/12/zico-il-malandro-sobrio.html">Zico</a></strong>, il mago brasiliano che avrebbe dovuto rinverdire il mito di Pelé, era simile: ha vinto titoli in patria e soprattutto Libertadores e Intercontinentale con il Flamengo in capo a una prestazione tracimante nella finale contro il Liverpool, ma quando qualcosa si metteva di traverso non riusciva a invertire il corso della storia. Entrambi sono stati due talenti cristallini, capaci di conquistare la platea subito e già in tenera età, aggraziati e belli da ammirare, eppure forse un po&#8217; privi di quel <em>killer instinct </em>che avrebbe consentito loro di salire nell&#8217;attico.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Max Verstappen &#8211; <em>mix tra</em> Ronaldo e CR7</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-13 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" data-id="22328" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/a5947ccf4c28926e55296c1b583fcd850b7e0bdc-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-22328" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/a5947ccf4c28926e55296c1b583fcd850b7e0bdc-1024x683.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/a5947ccf4c28926e55296c1b583fcd850b7e0bdc-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/a5947ccf4c28926e55296c1b583fcd850b7e0bdc-768x512.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/a5947ccf4c28926e55296c1b583fcd850b7e0bdc.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Max Verstaèppen</figcaption></figure>



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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="168" data-id="22331" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/download-1.jpg" alt="" class="wp-image-22331"/><figcaption class="wp-element-caption">Cristiano Ronaldo</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Chi è <strong>Max Verstappen</strong> nel calcio? Ricorda in alcune cose <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/03/07/mister-champions-le-10-partite-europee-piu-grandi-di-cristiano-ronaldo.html">Cristiano Ronaldo</a>, </strong>in termini di costanza di rendimento, di fame, di organizzazione spesso quasi scientifica e maniacale. Ma ricorda un po&#8217; anche <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/10/05/i-dieci-lampi-di-ronaldo-il-fenomeno.html">Ronaldo</a></strong><em><a href="https://gameofgoals.it/2021/10/05/i-dieci-lampi-di-ronaldo-il-fenomeno.html"> il Fenomeno</a></em>, sul piano delle doti da predestinato e di quella velocità &#8211; che sia palla al piede o su una monoposto &#8211; che sembra arrivare dal futuro. <strong>Un mix tra i due Ronaldi</strong> è quanto di maggiormente simile ci sia oggi, probabilmente, a Max Verstappen, un pilota potenzialmente davvero clamoroso: sembra un po&#8217; uno Schumacher nel passo gara ma senza gli eccessi caratteriali del tedesco; un Prost nella guida quotidiana e nella gestione dei punti e dei momenti, però con punte di velocità alla Senna. Non resta che aspettare di vedere come evolverà la sua carriera nei prossimi anni per trarre un giudizio definitivo, in attesa che anche nel calcio possa emergere un adeguato corrispettivo di Verstappen, dato che oggi &#8211; molto semplicemente &#8211; nella generazione post-Messi e post-Cristiano Ronaldo, non c&#8217;è.</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Nota a margine</strong></h3>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Tazio Nuvolari &#8211; <a href="https://gameofgoals.it/2021/12/14/giuseppe-meazza-il-mito-dellitalia-pallonara.html">Giuseppe Meazza</a></h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-14 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" data-id="22334" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/tazio-nuvolari-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-22334" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/tazio-nuvolari-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/tazio-nuvolari-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/tazio-nuvolari-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/tazio-nuvolari-1536x864.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/tazio-nuvolari.jpg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tazio Nuvolari</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="168" data-id="22335" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/12/download-2.jpg" alt="" class="wp-image-22335"/><figcaption class="wp-element-caption">Giuseppe Meazza</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Emerge dalle immagini in bianco&amp;nero degli anni &#8217;30 un nuovo intrigante parallelismo d&#8217;azzurro vestito&#8230; Quello tra il <em>Mantovano Volante </em>&#8211; capace di dominare la scena automobilistica e motoristica dell&#8217;epoca, raccogliendo consensi e applausi in tutta Europa, grazie a vittorie roboanti e uno stile di guida coraggioso e impeccabile &#8211; e il <em>Balilla</em>, due volte campione mondiale con l&#8217;Italia, emblema di un Paese che si spinse e rimase sulla cima della montagna pallonara per un decennio. Ancora oggi, le due massime leggende mai prodotte dal nostro automobilismo e dal nostro calcio.</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-right"><strong><em>Con i consigli e la supervisione di</em> FRANCESCO BUFFOLI, <em>esperto di Formula Uno</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/12/10/tra-calcio-e-formula-uno-grandi-campioni-a-confronto.html">Tra calcio e Formula Uno: grandi campioni a confronto</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<item>
		<title>Cantona 1997, Henry 2006 e Griezmann 2016: campioni che sfiorarono la Champions League</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/11/27/cantona-1997-henry-2006-e-griezmann-2016-campioni-che-sfiorarono-la-champions-league.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Nov 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il gioco delle somiglianze]]></category>
		<category><![CDATA[champions league]]></category>
		<category><![CDATA[eric cantona]]></category>
		<category><![CDATA[griezmann]]></category>
		<category><![CDATA[thierry henry]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riprendiamo una delle nostre saghe più interessanti, ovvero quella dedicata alle stagioni &#8220;dimenticate&#8221;, introducendo alcune piccole variabili: in questo caso, ci concentriamo sull&#8217;Europa, un&#8217;Europa foriera [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/11/27/cantona-1997-henry-2006-e-griezmann-2016-campioni-che-sfiorarono-la-champions-league.html">Cantona 1997, Henry 2006 e Griezmann 2016: campioni che sfiorarono la Champions League</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Riprendiamo una delle nostre saghe più interessanti, ovvero quella dedicata alle stagioni &#8220;dimenticate&#8221;, introducendo alcune piccole variabili: in questo caso, ci concentriamo sull&#8217;Europa, un&#8217;Europa foriera di gloria e di soddisfazioni e che però strozza in gola l&#8217;urlo di gioia dei campioni citati nel titolo, le cui stagioni citate presentano tra loro diverse analogie.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Eric Cantona 1996-1997</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Manchester United vs FC Porto 4-0 || UCL 1996-1997 • Cantona, Beckham, Cole, Giggs" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/6s7WOMFvAwA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Come abbiamo scritto nel pezzo a lui dedicato, uno degli innumerevoli articoli della rete dedicati a una figura ingombrante come quella di<em> King Eric</em> (&#8220;<em>ci sono più articoli su Cantona che su Kant</em>&#8220;, scrisse uno studente di filosofia innamorato di entrambi), il mito del gigante francese di origini sardo-catalane si scontra contro il muro di un&#8217;Europa per lui avara di soddisfazioni, a volte per i suoi consueti scivoloni e la testa calda (la celebre rissa di Istanbul), altre volte per coincidenze sfortunate. Se l&#8217;adagio dominante possiede un fondo di verità, esiste una significativa eccezione, che si materializza proprio quando Eric sta maturando l&#8217;idea di appendere prematuramente gli scarpini al chiodo: dopo la sua stagione più bella e trionfale, il 1995/1996, Eric si prende qualche pausa in campionato, nel corso della Premier 96/97, anche perché i suoi giovani scudieri stanno crescendo e iniziano a prendersi le responsabilità in prima persona, e forse anche per questo concentra maggiori energie sull&#8217;Europa.</p>



<p>Dopo un grigio debutto in quel di Torino, là dove Ferrara e Montero gli fanno assaggiare i tacchetti e le più ruvide strategie difensive italiche, <strong>Cantona</strong> risorge: a Manchester, contro la Juve, gioca una grande partita e solo la sfortuna lo priva del gol, ma più di ogni altra cosa il capitano dello United è determinante nelle partite calde del girone, contro i campioni di Turchia e a Vienna, quando ha gli occhi del mondo addosso e conferma di vedere il gioco come solo i grandi sanno fare, oltre che di poter decidere le partite in prima persona, mettendo a referto due gol pesantissimi. </p>



<p>Ai quarti di finale, contro un Porto spettacolare che ha avuto la meglio del Milan ed è un candidato alla vittoria, lo United gioca al meglio delle sue possibilità e <strong>Cantona</strong> disputa forse la partita più bella di una carriera europea più ombre che luci, inventando un assist splendido, chiudendo la partita e dirigendo l&#8217;orchestra rossa da regista vero e proprio. Le semifinali chiudono con il broncio la sua spettacolare corsa verso il trionfo: Kohler gli mette la museruola e non bastano alcune isolate invenzioni da King per sbloccare la partita o per rendere le sue gare pienamente soddisfacenti; si conclude così nell&#8217;amarezza la sua avventura da calciatore.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Henry 2005-2006</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="HENRY ON FIRE! | Real Madrid 0-1 Arsenal | Champions League highlights | Feb 21, 2006" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/NzV4Ad5pwU4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Poco tempo fa, in un sondaggio, ha scalzato proprio Eric nel cuore dei tifosi inglesi quale miglior calciatore d&#8217;Oltralpe ad aver militato in Premier League: stiamo parlando di <strong>Thierry Henry</strong>, la cui carriera sui campi di Sua Maestà è probabilmente ancora più spettacolare di quella dell&#8217;illustre predecessore, e che in Europa, complice una formula molto più ariosa e una Champions assurta a Sole del sistema planetario del calcio, può dimostrare con maggiore frequenza le sue qualità superiori, e mette a referto reti importanti con continuità. </p>



<p>Nonostante alcune serate da cineteca, che sono salde nella memoria anche dei tifosi juventini, romanisti e interisti, Henry nel 2006 non ha ancora messo a tacere del tutto i suoi detrattori: l&#8217;Arsenal-spettacolo pensato da Wenger si è sempre arenato sul più bello, a volte nei gironi, altre, come nell&#8217;anno degli Invincibili, al cospetto di un Chelsea in prepotente ascesa. Dopo un 2005 balbettante, nessuno pensa che i Gunners possano far sentire la loro voce in Europa, tanto più che la vecchia guardia sta abbandonando la nave, e invece i londinesi come sappiamo raggiungono proprio nel 2006, per la prima volta, la finale di Champions, e se riescono a farlo devono a Titì una fetta importante del merito. </p>



<p>Henry infatti non solo scorrazza per il campo come era aduso fare anche nelle stagioni precedenti, e non solo incanta Highbury in un girone obiettivamente abbordabile, ma ammutolisce Madrid e i suoi Galacticos con una giocata degna di un Ronaldo il Fenomeno d&#8217;antan, e quindi alimenta per l&#8217;ennesima volta i rimpianti dei tifosi bianconeri, surclassati sul piano tecnico a Londra. Le semifinali e le finali sono meno brillanti, ma Titì è decisivo nella complicata sfida contro un Villareal appiccicoso, e in finale, nonostante alcuni errori, pennella sulla testa di Campbell il cross da cui scaturisce l&#8217;1-0, prima di soffrire di solitudine, abbandonato per tutta la ripresa nella metacampo avversaria. Nel 2006 Titì non riesce quindi a coronare il sogno di portare la Champions a Londra nord, ma ha in ogni caso il merito di costringere al silenzio i suoi detrattori.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Griezmann 2015-2016</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Atletico Madrid ● Road to the Final - 2016" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/CVmFHkkslBA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Il <strong>Griezmann</strong> ammirato in Europa nel 2016, a dispetto del sanguinoso errore della finale di Milano, supera con ogni probabilità il Titì di dieci anni prima: il <em>Piccolo Diavolo</em>, reduce da una Liga da campione, nella stagione che culmina nel secondo derby in tre anni (e nella seconda finale sfortunata, roba da psicodramma di Woody Allen) spicca il volo, consacrandosi come uno dei giocatori più importanti del mondo.</p>



<p>E lo fa soprattutto in Europa: chirurgico e decisivo già nel girone (debutta con una doppietta a Istanbul, decide la complicata sfida con il Benfica), dai quarti in avanti Antoine fa il vuoto, segnando i gol decisivi per l&#8217;eliminazione di due big come il Barcellona della MSN e il Bayern Monaco della Robbery, e dimostrandosi uno degli attaccanti più letali in circolazione, capace di muoversi senza la palla con un&#8217;intelligenza degna di quella del Raúl madridista. Anche nel suo caso, l&#8217;atto conclusivo è una maledizione che rischia di offuscare la grandezza delle sue prestazioni agli occhi del grande pubblico, ma una disamina accurata della sua Champions non può che costringerci ad applaudirlo.</p>
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		<title>Grandi stagioni quasi dimenticate: da Ramón Díaz 1989-Tévez 2008 a Mkhitaryan 2016-De Bruyne 2020</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/10/05/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-ramon-diaz-1989-tevez-2008-a-mkhitaryan-2016-de-bruyne-2020.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Marcello Brescia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Oct 2024 05:58:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il gioco delle somiglianze]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[carlos tevez]]></category>
		<category><![CDATA[grandi stagioni]]></category>
		<category><![CDATA[henrikh mkhitaryan]]></category>
		<category><![CDATA[kevin de bruyne]]></category>
		<category><![CDATA[ramon diaz]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Ramon Diaz all&#8217;Inter nel 1988-89 L&#8217;articolo di oggi è incentrato sul parallelismo tra le grandi annate di due grandi attaccanti argentini, entrambi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/10/05/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-ramon-diaz-1989-tevez-2008-a-mkhitaryan-2016-de-bruyne-2020.html">Grandi stagioni quasi dimenticate: da Ramón Díaz 1989-Tévez 2008 a Mkhitaryan 2016-De Bruyne 2020</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Ramon Diaz all&#8217;Inter nel 1988-89</em></p>



<p class="has-drop-cap">L&#8217;articolo di oggi è incentrato sul parallelismo tra le grandi annate di due grandi attaccanti argentini, entrambi con trascorsi importanti in Serie A, e di due grandi assistman del calcio contemporaneo, capaci di fare le fortune dei rispettivi centravanti di riferimento. Non perdiamo altro tempo, ed iniziamo dunque ad analizzare le sottovalutate stagioni di <strong><strong>Ramón Díaz</strong>,</strong> <strong>Carlos Tévez</strong>, <strong>Henrikh Mkhitaryan</strong> e <strong>Kevin De Bruyne</strong>.  </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Ramón Díaz 1988/89 e Carlos Tévez 2007/08</h2>



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<p>La stagione 1988/89 è una pietra miliare di fondamentale importanza per l&#8217;evoluzione del calcio europeo e mondiale: dopo aver sottratto lo scettro di campione d&#8217;Italia al <strong>Napoli</strong>, il<strong> </strong>nuovo <strong>Milan </strong>di <strong>Arrigo Sacchi </strong>impone il proprio soffocante e rivoluzionario dominio anche in Coppa dei Campioni, trionfando dopo un percorso in continuo crescendo. Al cospetto dei <em>rossoneri</em> e del loro pressing ultra-organizzato, qualunque altra formazione del continente sembra provenire da un&#8217;epoca precedente e ormai sorpassata, nonostante la classifica del campionato italiano, in quell&#8217;annata, abbia dato un responso alquanto differente.</p>



<p>Quella stagione, quantomeno sul suolo nostrano, viene letteralmente cannibalizzata dall&#8217;<strong>Inter</strong>, che con <strong>Trapattoni </strong>in panchina, ed i frutti di un mercato azzeccatissimo in campo, non molla la prima posizione neanche per una giornata, accumulando 58 punti sui 68 disponibili. Oltre alla consueta applicazione e muscolarità delle squadre del <em>Trap</em>, i campioni d&#8217;Italia hanno anche tecnica da vendere, ed è qui che entra in gioco il preziosissimo contributo di <strong><strong>Ramón Díaz</strong></strong>.</p>



<p>Per <em>El Pelado</em>, la cui parabola italiana è ormai prossima al tramonto, è la giusta ricompensa per una carriera che non ha oggettivamente rispettato le enormi aspettative riposte su di lui in gioventù. Pur essendo inizialmente ritenuto il giocatore argentino più promettente della propria generazione, fatta eccezione per <strong>un</strong> <strong>riccioluto marziano di Villa Fiorito</strong>, il carattere spigoloso e l&#8217;incostanza delle prestazioni hanno notevolmente limitato il percorso di Díaz, che a 29 anni approda all&#8217;Inter dopo una lunga serie di alti (<strong>Avellino</strong>) e bassi (Napoli e <strong>Fiorentina</strong>).</p>



<p> A Milano però, Ramón trova il contesto ideale per esibire il proprio calcio migliore, quello più maturo e raffinato; la complementarità con l&#8217;ariete <strong>Aldo Serena</strong>, capocannoniere del campionato anche e soprattutto grazie ai varchi apertigli dall&#8217;ex <strong>River Plate</strong>, è una delle principali chiavi del successo di una squadra straordinaria, ma al tempo stesso destinata a non ripetersi. Nonostante i 12 gol di Díaz, ottimi per una seconda punta nella Serie A dell&#8217;epoca, l&#8217;Inter decide infatti di puntare su <strong>Klinsmann</strong>, più prolifico ma anche molto meno associativo e funzionale alla manovra, cedendo l&#8217;argentino al <strong>Monaco</strong>.</p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Ramon Diaz al INTER (1988-1989)" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/XvXytlPqYgY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Ad accomunare Díaz a <strong>Carlos Tévez</strong>, oltre alla duttilità e alla scaltrezza tipicamente <em>rioplatense</em>, c&#8217;è anche un rapporto non esattamente idilliaco con la <em><em>Selección</em></em> argentina (seppur per motivi diversi). A differenza del proprio predecessore, tuttavia, <em>l&#8217;Apache </em>ha avuto ampiamente modo di rifarsi nei club, vestendo i panni del trascinatore in praticamente tutte le squadre che hanno avuto la fortuna di schierarlo.</p>



<p>Non fa dunque eccezione il <strong>Manchester United</strong>, che lo acquista dal <strong>West Ham </strong>nel 2007 per farne il nuovo partner offensivo di<strong> Rooney</strong>. I due, inizialmente, non sembrano in grado di ottenere i favori della critica, che li ritiene fin troppo simili tecnicamente, e non abbastanza complementari. Lo sfiancante lavoro in fase di non possesso di <em>Carlitos </em>e <em>Wazza </em>tuttavia, è fondamentale per consentire a <strong>Cristiano Ronaldo </strong>di esprimersi per la prima volta a livelli da Pallone d&#8217;oro, oltre a dare equilibrio a una formazione che sprizza talento da tutti i pori.</p>



<p>I <em>Red Devils </em>centrano dunque una storica accoppiata Premier League-Champions League, e le 19 reti complessive di Tévez lo innalzano indubbiamente tra i protagonisti assoluti di una stagione storica per lo United. I rapporti con <strong>Ferguson</strong> saranno tuttavia destinati a incrinarsi nell&#8217;annata successiva, in cui l&#8217;arrivo dell&#8217;aristocratico ma compassato <strong>Berbatov</strong> riduce sensibilmente il minutaggio del campione sudamericano, che nell&#8217;estate 2009 si impunterà per essere ceduto. Destinazione? Sempre Manchester, sulla sponda meno vincente (per il momento), ma decisamente più ricca.</p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Carlos Tevez |  2007 - 2008" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/xc8ValLrkZg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Henrikh Mkhitaryan 2015/16 e Kevin De Bruyne 2019/20</h2>



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<p>Una volta rimasto orfano di <strong>Jürgen</strong> <strong>Klopp</strong>, che dopo aver cambiato il calcio in Germania vola oltremanica per risollevare un <strong>Liverpool </strong>ai minimi storici, il <strong>Borussia Dortmund </strong>riparte dal più credibile erede del proprio capopopolo: <strong>Thomas Tuchel</strong>, capofila della nuova generazione di &#8220;<em>laptop trainers</em>&#8221; formatisi tatticamente al PC, e abbeveratosi alla fonte di <strong>Ralf Rangnick </strong>prima, e dello stesso Klopp poi.</p>



<p>Rispetto al 2013, anno in cui i <em>gialloneri </em>misero a ferro e fuoco l&#8217;Europa arrivando in finale di Champions League, sono cambiati molti interpreti nella formazione da titolare; la casella del trequartista ad esempio, non è più occupata da <strong>Mario Götze</strong>, bensì da <strong>Henrikh Mkhitaryan</strong>, arrivato dallo <strong>Shaktar Donetsk </strong>proprio 3 anni prima. Pur non avendo la classe cristallina del match-winner del Mondiale 2014, l&#8217;armeno non lo fa certo rimpiangere in termini di dinamismo ed intelligenza calcistica, e la stagione 2015/16 è un compendio di tutte le sue principali qualità.</p>



<p>Per un calciatore che opera nell&#8217;ultimo terzo di campo, nessuna dote è di vitale importanza quanto quella del <em>decision making</em>, ossia la capacità di effettuare la giocata giusta al momento giusto, specie quando si guida una transizione. Ebbene, le scelte di Mkhitaryan in questa stagione portano a 18 gol e soprattutto 22 assist tra tutte le competizioni. Chi ne beneficia maggiormente non può che essere un <strong>Aubameyang </strong>in stato di grazia, con cui le strade si incroceranno nuovamente all&#8217;<strong>Arsenal </strong>nel 2018/19.</p>



<p>La verticalità del Borussia Dortmund, che pur non vincendo nulla chiuderà l&#8217;anno come miglior attacco della Bundesliga, consente dunque all&#8217;infaticabile armeno (premiato come MVP del campionato tedesco dalla storica rivista &#8220;<em>Kicker&#8221;</em>) di toccare vette numeriche mai più avvicinate nel resto della propria carriera, oltre a fargli ottenere la chiamata del già crepuscolare <strong>Manchester United </strong>di <strong>Mourinho</strong>.</p>



<p>Se Mkhitaryan rientra a pieno titolo nel novero dei grandi sottovalutati della propria generazione, lo stesso non si può certo dire di <strong>Kevin De Bruyne</strong>, forse tra i pochi top player nati nei primi anni &#8217;90 a sfornare prestazioni di alto livello per praticamente un decennio (a differenza di <strong>Hazard</strong>, <strong>Pogba</strong>, <strong>Isco</strong>, oltre al sopracitato Götze), senza abbassare praticamente mai l&#8217;asticella del proprio rendimento.</p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Henrikh Mkhitaryan - All Goals &amp; Assists 2015/16" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/yMZMZzeuVSA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Una delle definizioni più efficaci per descrivere il talento di <em>KDB </em>è stata coniata da Daniele Manusia, che afferma che il belga &#8220;<em>è un giocatore che sarebbe capace di far entrare la palla nello sportello di una lavatrice legata sul tettuccio di un&#8217;automobile lanciata a 130 all&#8217;ora</em>&#8220;. Ecco, c&#8217;è stato un momento ben specifico nella carriera di De Bruyne in cui i suoi piedi da poeta, abbinati ad un&#8217;efficienza quasi algoritmica, gli avrebbero consentito di imbucare senza alcun problema in ogni singolo pertugio esistente. </p>



<p>Nella stagione 2019/20 infatti, dopo essere rimasto a lungo ai box l&#8217;anno precedente per dei problemi fisici, De Bruyne riscrive ogni manuale esistente sull&#8217;arte dell&#8217;ultimo passaggio: se ci limitiamo alle statistiche nella sola Premier League, il fuoriclasse del <strong>Manchester City </strong>realizza ben 20 assist, eguagliando il record stabilito da <strong>Thierry Henry </strong>nel 2003. Sommati ai 13 gol messi a segno, otteniamo numeri di fantascienza, specie se inseriti nel &#8220;peggior&#8221; City dell&#8217;era <strong>Guardiola </strong>(fatta eccezione per la travagliata prima stagione inglese di Pep), che chiude il campionato al secondo posto a distanza siderale da un <strong>Liverpool </strong>semi-imbattibile.</p>



<p>Fa ancora più impressione inoltre la statistica delle 33 grandi occasioni da rete create in campionato, specie se messa a confronto con quella di Mkhitaryan nel 2016, che ne creò 27. L&#8217;armeno infatti, poteva beneficiare di spazi ben maggiori rispetto a quelli concessi al Manchester City, affrontato da molte squadre con dei blocchi estremamente bassi, in cui far filtrare il pallone è roba da autentici maestri. </p>



<p>Mai come in questa stagione dunque, nonostante le scarse soddisfazioni con il proprio club, De Bruyne sembra poter concretamente ambire alla palma di miglior giocatore al mondo, insidiando la leadership di <strong>Lewandowski</strong>; quest&#8217;ultimo del resto, alzerà al cielo la Champions League anche grazie all&#8217;assurda eliminazione dei <em>Citizens </em>(probabilmente i rivali più credibili del <strong>Bayern Monaco </strong>per la vittoria finale) ai quarti contro l&#8217;<strong>Olympique Lione</strong>.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Kevin De Bruyne ► Amazing Skills Goals &amp; Assists 2019 20 HD" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/H3dn_S4NBic?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Grandi stagioni quasi dimenticate di quattro big: Del Piero, Ronaldo, Ronaldinho e Messi</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/08/23/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-di-quattro-big-del-piero-ronaldo-ronaldinho-e-messi.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Ciuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Aug 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il gioco delle somiglianze]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[del piero]]></category>
		<category><![CDATA[messi]]></category>
		<category><![CDATA[ronaldinho]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’immaginario collettivo del tifoso italiano ci sono giocatori per cui sembra valere più “ciò che è stato fatto”, mentre per altri sembra che abbia un [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Nell’immaginario collettivo del tifoso italiano ci sono giocatori per cui sembra valere più “ciò che è stato fatto”, mentre per altri sembra che abbia un peso preponderante “ciò che non è stato fatto”. Un esempio della prima categoria lo riscontro ogni qualvolta si parla di <a href="https://gameofgoals.it/2021/10/05/i-dieci-lampi-di-ronaldo-il-fenomeno.html#:~:text=Il%20sigillo%20su%20una%20stagione,e%20anche%20per%20oggi!)."><strong>Ronaldo </strong>il <em>Fenomeno</em></a>, che nella stagione di Barcellona e durante il primo anno di Inter è stato un giocatore assolutamente futuristico: senso del gol, velocità supersonica, un freak atletico con doti tecniche estremamente alte, talmente incontenibile da apparire quasi immateriale (ricordate il gol a Mosca?). </p>



<p>Insomma, quella versione di <strong>Ronaldo </strong>sembrava sedersi con arroganza al tavolo degli Eletti, se non fosse che è durata solo un paio d’anni. Gli infortuni, causati dal logorio di una corporatura quasi bionica unito ad uno stile di vita non esattamente impeccabile per quanto riguarda un atleta, ci hanno restituito un <strong>Ronaldo </strong>diverso, seppur capace di vivere altre stagioni da fuoriclasse (e su queste ci arriveremo più tardi). Eppure, nella memoria dell’appassionato medio, è rimasto giustamente nella memoria “quel” <strong>Ronaldo</strong>, il primo.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Del Piero 2002-2003</h2>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Del Piero DESTROYS Real Madrid&#039;s Galácticos | ديل بييرو يدمر جلاكتيكوس مدريد" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/1plvfNy3FUw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Chi vive un trattamento radicalmente opposto è <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/11/09/io-di-te-non-mi-stanco-ode-ad-alessandro-del-piero.html">Alessandro Del Piero</a></strong>, che secondo la stessa vulgata “non è mai stato più lo stesso dopo il 1998”: Alex ha vissuto un apogeo simile a quello del collega brasiliano, consacrandosi tra i grandi da giovanissimo ed arrivando in pochi anni a guidare la Juventus alle conquiste dei titoli nazionali e internazionali – nel raggiungimento delle tre finali di Champions League di fila dal 1996 al 1998, la firma di <em>Pinturicchio </em>è tra le più pesanti, se non la più pesante in assoluto. </p>



<p>Eppure, dopo il <a href="https://gameofgoals.it/2016/02/05/1998-quarti-francia-italia-4-3-dr-0-0.html">Mondiale fallito</a> e il gravissimo infortunio occorsogli a Udine a novembre, <strong>Del Piero </strong>ha dovuto attraversare un lungo purgatorio alla ricerca di se stesso – gli errori davanti a <strong>Barthez </strong>nella finale di Euro 2000 sono forse la sua croce più pesante &#8211; e sono stati in molti a dubitare della sua caratura, come se quello che è stato fatto in quegli anni d’oro fosse un’eccezione e non la regola. A mio parere ci sono almeno un paio di annate che, se non raggiungono “quel” <strong>Del Piero</strong>, almeno sono a ridosso e si avvicinano: l’anno solare 2008 &#8211; in cui <strong>Del Piero</strong> aveva davvero riacquisito lo smalto, l’agilità e la leggerezza dei giorni migliori, concluso con una standing ovation al Santiago Bernabeu dopo una doppietta che aveva tramortito i padroni di casa ed il titolo di capocannoniere del campionato 2007/08 – e la stagione 2002/03.</p>



<p>Nel 2007-2008 l’annata partì subito con una doppietta decisiva a Tripoli contro il Parma per la vittoria della Supercoppa Italiana. In Serie A ebbe un inizio con i fuochi d’artificio, con sei reti e un assist in cinque partite e l’andazzo proseguì a livelli altissimi fino a febbraio, quando <strong>Del Piero</strong> ebbe un brutto stiramento muscolare: fino a quel momento in campionato aveva totalizzato 12 reti e sei assist in 18 partite e anche in Champions League non mancò il suo contributo, mi riferisco soprattutto alla doppietta casalinga contro il Newcastle (calcio di punizione all’incrocio e destro secco sul primo palo). </p>



<p><strong>Del Piero</strong> fu decisivo anche in azzurro: le sue pennellate contro Azerbaijan (2-0), Galles (2-1 per i gallesi) e Yugoslavia (1-1) tennero la nazionale del <em>Trap </em>in corsa per un posto agli europei di Lisbona. Prescindendo dai numeri, Pinturicchio sembrava davvero essere tornato ai livelli di un tempo, o quanto meno si era avvicinato molto: gli 8 in pagella sui quotidiani sportivi fioccavano, stampa e addetti ai lavori erano tutti concordi che la stagione di Alex fosse quella di un giocatore ritrovato. La straordinaria seconda parte dell’anno solare 2002 gli valse il decimo posto nella classifica del pallone d’oro, mentre l’anno seguente si classificò 13° insieme a <strong>Deco </strong>e <strong>Alessandro Nesta</strong>, non due qualunque.</p>



<p>Il rientro dall’infortunio nella seconda metà di marzo lo vide protagonista di due doppiette contro Roma e Brescia, ma soprattutto della celeberrima prestazione nella semifinale di ritorno di Champions contro il Real Madrid: un assist di testa a <strong>Trezeguet</strong>, un destro a fil di palo dopo aver ubriacato <strong>Hierro </strong>e <strong>Salgado </strong>con finte e contro-finte e giocate d’alta scuola davanti a <strong>Zidane</strong>, <strong>Figo</strong>, <strong>Ronaldo </strong>suggellano una delle migliori prestazioni della sua carriera, nonché uno dei momenti europei più importanti della storia della Juventus. </p>



<p>La finale contro i rossoneri sarà una delusione, Alex proverà a scuotere i suoi con qualche iniziativa, ma la noia la farà da padrone, fino ai rigori. Ci sono state anche altre stagioni positive e/o in cui <em>Pinturicchio </em>è stato determinante: nel biennio di <strong>Capello</strong>, tormentato dal ballottaggio con <strong>Ibrahimovic </strong>e dalle continue sostituzioni, in fin dei conti ha griffato i due match-scudetto con una rovesciata decisiva ed un calcio di punizione al bacio, senza dimenticare l’apporto al primo scudetto targato <strong>Antonio Conte </strong>da trentasettenne.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ronaldo 2002-2003</h2>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Ronaldo 2002-2003" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/5G_TJ1xHoAU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Abbiamo citato prima <strong><a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;rct=j&amp;opi=89978449&amp;url=https://open.spotify.com/episode/1krKbPOp6VswDaI86Oyqme&amp;ved=2ahUKEwjw08LYw4qIAxUc9AIHHcAnM7wQFnoECA8QAQ&amp;usg=AOvVaw0CKI8akiMrh5A3HG3bXm9b">Ronaldo</a> </strong>il <em>Fenomeno </em>e i suoi anni migliori incastonati nella leggenda. Il <strong>Ronaldo </strong>post infortuni tuttavia vivrà almeno un paio di stagioni in cui non è peregrino usare la parola “fuoriclasse”: oltre al memorabile Mondiale in Corea e Giappone nel 2002, dove riuscì a mettere a segno otto gol tra cui una <a href="https://gameofgoals.it/2016/03/01/2002-finale-brasile-germania-2-0.html">doppietta in finale contro la Germania</a> pur giocando da convalescente, il miglior momento del “secondo” Ronaldo è senza dubbio l’annata 2002/03, la sua prima alla corte dei <em>Galacticos</em>.</p>



<p>Le lacrime del 5 maggio 2002 a Roma, le polemiche con <strong>Cuper </strong>e con la tifoseria interista che lo accusava di “tradimento” (“ti abbiamo curato, aspettato e ora che hai vinto un mondiale te ne vai?”) erano svaporate di fronte a un ritorno in grande stile: <strong>Ronaldo </strong>cominciò tardi la stagione, per via di un infortunio, ma quando ingranò arrivò a totalizzare 30 reti in 44 presenze. </p>



<p>Segnò ben 23 reti in Liga, dove si classificò secondo a pari merito con <strong>Kahveci </strong>dietro un irresistibile <strong>Roy</strong> <strong>Makaay</strong>. In campo internazionale brillò soprattutto a Yokohama, nella “sua” città dei sogni a sei mesi dal trionfo mondiale, nella finale di Coppa Intercontinentale contro l’Olimpia, che sbloccò dopo un quarto d’ora. L’apice della sua stagione fu però la partita di ritorno al teatro dei sogni contro il Manchester United. Griffò anche la semifinale di andata contro la Juventus con un gol pesante, prima di subire il tornado bianconero a Torino.</p>



<p><strong>Ronaldo </strong>non era più l’uomo bionico del 1996-98, quel giocatore totale in grado di scomodare i paragoni con <strong>Pelé </strong>senza gridare alla blasfemia, ma è un solido centravanti, con uno spunto letale nel breve, un tiro secco che inceneriva i portieri e con movimenti continui che facevano perdere l’orientamento al diretto marcatore. Non è un caso che, nella stagione successiva, vinse il titolo di Pichichi del campionato, anche se in Europa naufragò miseramente contro il Monaco futuro finalista. Dal 2004/05 iniziò, invece, un lento declino.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ronaldinho 2009-2010</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="RONALDINHO 2009/10 👑 Best Season in Milan: Dribbling Skills, Goals &amp; Passes ᴴᴰ" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/xx_ltcONIog?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Abbiamo tutti negli occhi il miglior <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/04/14/la-magia-di-ronaldinho-le-10-partite-piu-iconiche-del-re-del-calcio-samba.html">Ronaldinho</a></strong>, con quel calcio <em>bailado </em>espressione della miglior allegria del popolo brasiliano: le finte, i numeri da giocoliere, i giochi delle ombre. Se citiamo il biennio 2004/06 ovviamente facciamo centro e non sbagliamo, l’impatto che <em>Dinho </em>ebbe con Barcellona – dopo anni di apprendistato al PSG, in cui sprigionava già lampi di classe infinita, ma forse non ancora in grado di consacrarsi come miglior giocatore al mondo – è arcinoto. Ricordo chiaramente, nelle mie memorie di ragazzino, che si evocavano paragoni pesanti, uno tra tutti con <strong>Diego Armando Maradona</strong>, per la sua capacità di estrarre dal cilindro soluzioni improvvise ed impensate, oltre ad una elasticità nel dribbling ed uno strapotere fisico – <em>Dinho </em>non era certo un fuscello, aveva una notevole resistenza atletica ed era difficile abbatterlo con le sole sportellate, ricordiamolo – che lo facevano sembrare in grado di fare qualunque cosa.</p>



<p>Tuttavia, è esistito un <strong>Ronaldinho </strong>più “di nicchia”, lontano dalle battaglie per contendersi il titolo di miglior giocatore del mondo – d’altronde era da poco iniziata la diarchia tra un fenomeno argentino e portoghese, con una coppia di centrocampisti spagnoli, un armadio svedese ed un folletto brasiliano a fare da contorno – che però ha deliziato la platea con la sua arte. La velocità non era quella dei giorni migliori, oserei tirare in ballo la fastidiosa e iper abusata locuzione “mobilità ridotta”, ma la classe nei piedi era intatta e brillava in tutto il suo splendore.</p>



<p>Mi riferisco al secondo anno di <strong>Ronaldinho </strong>nella Milano rossonera, il 2009/10. L’anno si concluderà con il Triplete dell’Inter e i due derby all’ombra della Madonnina saranno un trionfo a senso unico a tinte nerazzurre: troppo forte quell’Inter per essere competitivi, per una squadra che iniziava a mascherare diversi problemi, a cominciare da un difficile ricambio generazionale post <strong>Ancelotti</strong>: escluso l’eterno <strong>Nesta</strong>, la difesa non viveva i suoi giorni migliori; le stelle di <strong>Pirlo </strong>e <strong>Seedorf </strong>apparivano fin troppo spesso appannate, <strong>Pato </strong>era quella stella che oscillava tra esplosione ed implosione tra giorni travolgenti ed altri decisamente opachi, oltre ad un allenatore – il buon <strong>Leonardo </strong>– che a molti appariva più come un semplice parafulmine che come un indizio di un progetto serio. <strong>Ronaldinho</strong>, però, si ergeva maestoso sopra questa nebbia e fu senza dubbio lui l’uomo più importante per il piazzamento del Milan in un onorevole terzo posto: il fenomeno brasiliano siglò dodici reti e ben diciotto assist in trentasei presenze stagionali. </p>



<p>Assist “pirliani” da quaranta metri, corridoi invisibili ai comuni mortali, palloni al bacio sulle teste e sui piedi dei compagni di squadra ci hanno regalato un <strong>Ronaldinho </strong>quasi più “intimo”, per pochi eletti, lontano dalle corse per la coppa dalle grandi orecchie e per la vittoria del pallone d’oro, eppure così vicino al cuore di chi ama un certo tipo di calcio, fatto di intuizioni irrazionali, di samba e di allegria. Se potete, recuperatevi in rete le giocate di Dinho in quell’annata, vi sentirete in pace.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Messi 2017-2018</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Lionel Messi ● Dribbling Skills &amp; Goals 2017/2018 ► Best Start Ever" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/jI9M7wZ8-PM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Chiudiamo il cassetto dei ricordi, passando da <strong>Ronaldinho </strong>a colui che ne ha raccolto il testimone a Barcellona e che si è addirittura spinto ancora più in là: Lionel <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/03/31/tutte-le-partite-di-lionel-messi-ai-mondiali.html">Messi</a></strong>.</p>



<p>Sono certo che se proverete a mettere in fila le prime cinque stagioni migliori della <em>Pulce</em>, la stagione 2017/18 non c’è. Eppure per il 99% dei calciatori sarebbe la stagione della vita, o quasi. Partiamo dai freddi numeri: 45 reti stagionali, in 54 presenze con il Barcellona in tutte le competizioni, capocannoniere della Liga con 34 reti in 36 presenze. Come se non bastasse, 6 reti in 10 presenze in Champions (ricordate la doppietta agli ottavi contro il Chelsea? Se la risposta è no, non preoccupatevi, è normale) ed altre 4 reti (di cui una in finale) in 6 presenze in coppa del Re.</p>



<p>Oltre alle cifre, va sottolineato che la stampa spagnola ha incensato l’importanza di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/01/04/il-metodo-messi-e-leccesso-di-severita-con-cui-si-giudicano-i-calciatori-di-oggi.html">Messi </a></strong>per il raggiungimento della vittoria in Liga come un fattore decisivo ed irrinunciabile: gli strapagati <strong>Coutinho </strong>e <strong>Dembelé </strong>– arrivati per non far rimpiangere <strong>Neymar</strong>, volato verso i lidi parigini &#8211; delusero su tutta la linea, Iniesta era ormai al crepuscolo pur essendo ancora in grado di sciorinare la sua classe, <strong>Messi </strong>si caricò sulle spalle una squadra ben diversa da quella ammirata tre anni prima sul tetto d’Europa e la condusse al trionfo casalingo, mentre in Europa il naufragio di Roma (sconfitta per 3-0, dopo una vittoria episodica al Camp Nou per 4-1) espose tutti i limiti di una squadra che non aveva saputo rinnovarsi, a fronte del dominio europeo dei nemici di Madrid. Tuttavia, <strong>Messi</strong>, finché brillava, bastava per tutti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/08/23/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-di-quattro-big-del-piero-ronaldo-ronaldinho-e-messi.html">Grandi stagioni quasi dimenticate di quattro big: Del Piero, Ronaldo, Ronaldinho e Messi</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Grandi stagioni quasi dimenticate: da Totti 2007-Mertens 2017 a Cole/Yorke 1999-Dzeko/Grafite 2009</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/08/06/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-totti-2007-mertens-2017-a-cole-yorke-1999-dzeko-grafite-2009.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Marcello Brescia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Aug 2024 18:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il gioco delle somiglianze]]></category>
		<category><![CDATA[dries mertens]]></category>
		<category><![CDATA[edin dzeko]]></category>
		<category><![CDATA[francesco totti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Yorke e Cole ai tempi del Manchester United Dopo un periodo di pausa, Game of Goals riprende la propria rubrica sulle analogie [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/08/06/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-totti-2007-mertens-2017-a-cole-yorke-1999-dzeko-grafite-2009.html">Grandi stagioni quasi dimenticate: da Totti 2007-Mertens 2017 a Cole/Yorke 1999-Dzeko/Grafite 2009</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Yorke e Cole ai tempi del Manchester United</em></p>



<p class="has-drop-cap">Dopo un periodo di pausa, Game of Goals riprende la propria rubrica sulle analogie tra alcune delle annate individuali più sottovalutate da parte del grande pubblico calcistico, con un piccolo strappo alla regola; in quest&#8217;occasione, effettueremo un parallelismo non soltanto tra due singoli calciatori, ma tra due vere e proprie coppie d&#8217;attacco, che vissero il proprio apice a 10 anni esatti di distanza.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Francesco Totti 2006-2007 vs Dries Mertens 2016-2017</h2>



<p></p>



<p>I 12 mesi del 2006 segnano un enorme spartiacque nella lunga parabola di <strong>Francesco Totti</strong>, giunto ormai al proprio 30° anno di vita, ed obbligato dalle circostanze a riporre definitivamente i panni di &#8220;Pupone&#8221; per diventare definitivamente uomo. A febbraio infatti, il capitano giallorosso subisce il primo infortunio veramente grave della propria carriera, fratturandosi il perone in un&#8217;anonima partita contro l&#8217;Empoli. Il k.o. di <strong>Totti</strong>, oltre a tarpare le ali alla prima lanciatissima Roma di <strong>Spalletti</strong>, che dopo 11 vittorie consecutive chiuderà il campionato in calo, rischia di scombussolare anche i piani di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/04/05/marcello-lippi-il-predestinato-vincente.html">Marcello Lippi</a></strong>, c.t. dell&#8217;Italia<strong> </strong>per gli imminenti Mondiali tedeschi. Come sia andata in Germania, con il contributo centellinato di un <strong>Totti </strong>recuperato a tempo di record, e ben lontano dalla forma migliore, lo sappiamo tutti, senza scendere nei dettagli. È il tramonto definitivo sulla versione apicale di Francesco, in cui il connubio tra il genio dell&#8217;eletto e la forza d&#8217;urto del purosangue lo aveva proiettato a ridosso dei primissimi giocatori al mondo all&#8217;inizio degli anni 2000. Ne nasce un <strong>Totti </strong>nuovo, meno impattante a tutto campo, ma ancor più capace di fare la differenza negli ultimi 20 metri, con il pregevole lavoro del già citato <strong>Spalletti </strong>a fare la differenza; il tecnico di Certaldo lo rende il principale terminale offensivo di una squadra fluida e dal gioco arioso, che esalta al meglio le caratteristiche del proprio capitano. Nel 2006/07 Totti vive dunque la stagione più prolifica della propria carriera, accumulando 32 gol complessivi: ad impreziosire il tutto ci pensano la Coppa Italia, stravinta ai danni di un&#8217;Inter irraggiungibile in campionato, e un&#8217;impronosticabile Scarpa d&#8217;oro, frutto dei 26 centri in Serie A.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="TOTTI SCARPA D&#039;ORO! | I 26 gol segnati nella Serie A 2006-07" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/TS02NwQQB40?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Destino analogo, un decennio più tardi, per un giocatore che con Totti, sulla carta, sembrava avere ben poco da spartire, quantomeno nella prima parte della propria carriera. A differenza del Re di Porta Metronia del resto, <strong>Dries Mertens</strong> non aveva esattamente le stimmate del predestinato, pur avendo fatto vedere ottime cose in Eredivisie con le maglie di Utrecht e PSV Eindhoven, che gli erano valse l&#8217;approdo in un <a href="https://gameofgoals.it/2023/03/16/o-surdato-nnammurato-la-top-11-all-time-del-napoli.html">Napoli </a>tornato ad avere ambizioni europee con <strong>Rafa Benitez</strong>, nell&#8217;estate 2013. Le prime tre stagioni in Italia tuttavia, erano ancora ben lontane dal rivelarci il reale potenziale dell&#8217;attaccante belga, costretto ad alternarsi perennemente nel ruolo di ala sinistra col più giovane <strong>Lorenzo</strong> <strong>Insigne</strong>; quest&#8217;ultimo, in virtù delle proprie doti di regista offensivo dislocato sulla fascia, era apparso fin da subito più congeniale alle idee di <strong>Maurizio Sarri</strong>, che nel 2015/16 concede a Mertens appena 6 presenze da titolare in campionato. Altro non è che il preludio al più clamoroso degli exploit, dovuto a una reazione a catena orchestrata dalla sorte: la cessione di <strong>Higuain</strong>, l&#8217;infortunio di <strong>Milik </strong>e i balbettii di <strong>Gabbiadini </strong>aprono una voragine al centro dell&#8217;attacco del Napoli. A colmarla, grazie all&#8217;intuizione più memorabile della carriera di <strong>Sarri</strong>, sarà proprio Mertens, che a quasi 30 anni diventa definitivamente un funambolico killer, segnando a ripetizione gol d&#8217;alta fattura, e aprendo varchi per i continui tagli di <strong>Insigne</strong>, <strong>Callejón</strong> e <strong>Hamsik</strong>. Tutti e 4 vanno in doppia cifra, e <strong>Mertens</strong>, che nel 2016/17 inizia a tutti gli effetti la scalata al trono di capocannoniere all-time dei partenopei, mette a segno 34 reti stagionali. Il Napoli rimane però a bocca asciutta, a causa di una Juventus giunta all&#8217;apice della propria tirannia sul calcio italiano, e il folletto fiammingo non riesce nemmeno a consolarsi col titolo di capocannoniere della Serie A, chiudendo con una rete in meno di <strong>Edin Dzeko</strong>. Ad allenare il bosniaco in quella stagione, del resto, c&#8217;era proprio lo stesso tecnico capace di guidare <strong>Totti </strong>verso la Scarpa d&#8217;oro 10 anni prima.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Dries Mertens | 2016-17 | All 28 goals in Serie A [HD]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/mVfa3p3G3xk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Dwight Yorke e Andy Cole 1998-1999 vs Edin Dzeko e Grafite 2008-2009</h2>



<p></p>



<p>Sul finire degli anni &#8217;90, pur facendola da padrone sul suolo patrio da ormai diverso tempo, il <a href="https://gameofgoals.it/2021/08/30/la-top-11-del-manchester-united-da-peter-schmeichel-a-ryan-giggs.html">Manchester United</a> non sembra ancora in grado di imporsi a pieno anche sul suolo europeo. Eppure, per provare a fare il colpaccio, mancherebbero davvero pochi tasselli a una squadra già di per sè attrezzatissima, fresca di 4 Premier League messe in bacheca nei 6 anni precedenti. Ecco dunque che, all&#8217;alba della stagione 1998/99, il non ancora Sir (lo diventerà di lì a poco) <strong>Alex</strong> <strong>Ferguson </strong>si presenta ai nastri di partenza con una coppia d&#8217;attacco inedita, e che promette spettacolo: <strong>Andy Cole</strong> e <strong>Dwight Yorke</strong>. Entrambi classe &#8217;71, a 27 anni sono all&#8217;apice delle proprie possibilità fisiche e tecniche, di cui faranno ripetutamente sfoggio nella miglior annata della storia dei Red Devils. Pur essendo molto simili, <strong>Cole </strong>e <strong>Yorke </strong>risultano perfettamente complementari, grazie al maggior peso specifico del primo e all&#8217;estro più accentuato dell&#8217;altro, e ci mettono pochissimo a sviluppare un&#8217;intesa con pochi eguali nella storia del calcio europeo. Per una squadra intensa e ultraverticale come il Manchester United di fine millennio, i cosiddetti <em>Calipso Boys</em> (soprannome legato alle origini caraibiche della coppia) costituiscono due bocche da fuoco ideali, e i 53 gol complessivi della premiata ditta C&amp;Y pagano inevitabilmente i propri dividendi in tutte e 3 le competizioni disputate, concluse con altrettanti trionfi. È probabilmente <strong>Yorke</strong>, capocannoniere sia in campionato che in Champions League, ad alzare più di tutti l&#8217;asticella, portandola a livelli mai più replicati nella propria pur ottima carriera.</p>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p>Una versione in tono minore dei <em>Calypso Boys</em>, ma per certi versi ancora più &#8220;cult&#8221;, avrebbe messo a ferro e fuoco la Bundesliga nel giro di 10 anni, nella magica stagione 2008/09. A fare le fortune del Wolfsburg di <strong>Felix Magath</strong>, trascinandolo al primo (e fin qui unico) storico successo nel campionato tedesco, sono due profili provenienti da mondi completamente opposti: uno spilungone bosniaco di belle speranze dalla tecnica neoclassica, e un trentenne brasiliano arrivato decisamente tardi ai piani alti del calcio, ma ancora capace di grandi colpi. In parole povere, <strong>Edin Dzeko</strong> e <strong>Grafite</strong>, i quali, innescati ripetutamente dai 20 e passa assist di <strong>Zvjezdan Misimovic</strong> (anch&#8217;egli, come <strong>Grafite</strong>, avvolto da un&#8217;aura semi-mistica in quell&#8217;irripetibile stagione) spostano con prepotenza gli equilibri di una Bundesliga livellatissima, in cui il Wolfsburg parte a fari spenti per poi tirar fuori definitivamente il vestito buono nella seconda parte del campionato. La prematura eliminazione dalle coppe consente dunque ai biancoverdi di risparmiare energie in vista della volata finale, in cui l&#8217;ormai collaudatissimo tandem d&#8217;attacco non sbaglia più un colpo. È emblematico dunque che ben 38 dei 54 gol complessivi in quella Bundesliga del letale duo (26 di <strong>Dzeko </strong>e 28 del capocannoniere <strong>Grafite</strong>) siano stati messi a segno nel girone di ritorno, quando la posta in palio si alza visibilmente, e la lotta punto a punto con il Bayern Monaco tiene l&#8217;intera Germania con il fiato sospeso. Proprio lo scontro diretto coi bavaresi ad inizio aprile, vinto con il più roboante dei 5-1, rappresenta un compendio della dominanza raggiunta in quel momento da <strong>Dzeko </strong>e <strong>Grafite</strong>, autori di una doppietta a testa, e protagonisti assoluti di uno dei pomeriggi più memorabili della storia del calcio tedesco.</p>



<p></p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/08/06/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-totti-2007-mertens-2017-a-cole-yorke-1999-dzeko-grafite-2009.html">Grandi stagioni quasi dimenticate: da Totti 2007-Mertens 2017 a Cole/Yorke 1999-Dzeko/Grafite 2009</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Il Brasile &#8217;58 come il Redeem Team americano di basket: un riscatto che va oltre lo sport</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jun 2023 23:21:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il gioco delle somiglianze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È uno dei documentari sportivi che più ho apprezzato: The Redeem Team, la storia della nazionale di basket americana che aveva un compito fondamentale nella [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/06/06/il-brasile-58-come-il-redeem-team-americano-di-basket-un-riscatto-che-va-oltre-lo-sport.html">Il Brasile &#8217;58 come il Redeem Team americano di basket: un riscatto che va oltre lo sport</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">È uno dei documentari sportivi che più ho apprezzato: <em>The Redeem Team</em>, la storia della nazionale di basket americana che aveva un compito fondamentale nella storia della pallacanestro a stelle e strisce: riscattare l&#8217;onta della sconfitta subita alle Olimpiadi di Atene 2004 (cui fece seguito il ko nelle semifinali del Mondiale 2006) e conquistare a tutti i costi l&#8217;oro alle successive Olimpiadi di Pechino 2008. Sulle teste dei giocatori americani gravava una pressione enorme, che nessuna nazionale di basket americana aveva mai dovuto affrontare: da Berlino &#8217;36 &#8211; edizione in cui il basket fu introdotto ai Giochi Olimpici &#8211; a Los Angeles &#8217;84 gli americani avevano sempre vinto, tranne a Monaco &#8217;72 quando furono sconfitti in semifinale dall&#8217;Unione Sovietica non senza polemiche (per approfondire leggi <a href="https://sport.sky.it/basket/2012/09/07/usa_urss_1972_amarcord">qui</a>). Gli americani fino ad allora erano sempre riusciti a vincere le Olimpiadi quasi in carrozza spedendo le squadre dei college e non scomodando mai i campioni dell&#8217;NBA, tanta e tale era la loro superiorità sul resto del globo. Ma a Seul &#8217;88 la nazionale americana subì un nuovo ko, stavolta più netto, sempre contro i sovietici per 82-76. Fu allora che la federazione capì che non poteva più rischiare simili debacle (gli americani hanno sempre ritenuto il basket <em>cosa loro</em>, non meno di quanto all&#8217;inizio fecero gli inglesi con il calcio) e ruppe gli indugi, stabilendo che alle successive Olimpiadi di Barcellona, nel 1992, a rappresentare l&#8217;America non sarebbero più state seconde linee e ragazzi in rampa di lancio dai college, ma l&#8217;élite delle élite: i massimi fuoriclasse dell&#8217;NBA.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="480" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/magic-jordan-bird.jpg" alt="" class="wp-image-14266" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/magic-jordan-bird.jpg 640w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/magic-jordan-bird-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption class="wp-element-caption">Da sinistra: Bird, Jordan e Johnson, il trio delle meraviglie del Team USA delle Olimpiadi 1992</figcaption></figure>



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<p>Fu così che nacque il leggendario <em>Dream Team</em>, la squadra capace di allineare assi come <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/06/25/tra-calcio-e-basket-da-pele-jordan-a-maradona-johnson.html">Michael Jordan, Magic Johnson</a>, <a href="https://gameofgoals.it/2022/07/03/tra-calcio-e-basket-da-nash-xavi-a-bird-cruijff.html">Larry Bird</a>, Charles Barkley, Scottie Pippen, Karl Malone, John Stockton, Pat Ewing, David Robinson, Clyde Drexler, Christian Laettner e Chris Mullin</strong>. Una corazzata che sbriciolò qualsiasi primato, vincendo la finale contro la Croazia di <strong>D</strong>r<strong>azen Petrovic</strong>, <strong>Toni Kukoc</strong> e <strong>Vlade Divac</strong> di 32 punti (117-85). Ma quella squadra, come viene sottolineato nel documentario, non giocava tanto per la patria, per gli Stati Uniti, quanto per l&#8217;NBA e per lo spettacolo. Pur non raggiungendo più gli apici di classe sovrumana della nazionale del 1992, la federazione americana proseguì con il cambio di rotta e diede per assodato che alle Olimpiadi, ogni 4 anni, i campionissimi della NBA dovessero presentarsi con la casacca a stelle e strisce: così arrivarono in fila altri due ori olimpici in relativa scioltezza, quello di Atlanta &#8217;96 (finale 95-69 alla Jugoslavia) e quello di Sidney 2000 (finale 85-75 alla Francia). La vittoria del 1992, però, paradossalmente aveva proiettato il basket in una nuova era, molto più globale. Ammirando i campioni NBA riuniti tutti insieme, il mondo è come se si accorse in massa del basket. E così quel successo fu la molla che spinse sempre più ragazzi in ogni parte del pianeta ad avvicinarsi alla pallacanestro, contribuendo alla sua diffusione su larga scala in misura molto più consistente, e portando diversi Paesi ad alzare sempre più il proprio livello di competitività. In Europa, ma non solo. Per esempio, anche in Argentina o in Australia. </p>



<p>Così, in occasione delle Olimpiadi di Atene 2004, 12 anni dopo il punto più alto nella storia del basket nazionale americano, arrivò la più clamorosa delle disfatte, una sorta di <em>Maracanaço del basket</em>, e già da questa definizione si può comprendere il forte parallelismo con quella che oggi noi identifichiamo ancora come la patria del calcio, ossia gli Stati Uniti della pallacanestro: il Brasile. La squadra, affidata alle cure di coach <strong>Larry Brown</strong>, si ritrovò orfana di alcuni dei big della NBA, preoccupati dai possibili attentati agli americani, a tre anni dai fatti dell&#8217;11 settembre e in piena guerra in Iraq. Vennero così selezionati, accanto a un comunque discreto numero di stelle già affermate come <strong>Tim Duncan</strong>, <strong>Stephon Marbury</strong> e <strong>Allan Iverson</strong>, alcuni giovani talenti del circus destinati a una carriera stratosferica, come <strong>LeBron James</strong>, <strong>Dwyane Wade</strong> e <strong>Carmelo Anthony</strong>.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/ba58f875731e621211210ffd393603a6.jpg" alt="" class="wp-image-14268" width="637" height="426" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/ba58f875731e621211210ffd393603a6.jpg 452w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/ba58f875731e621211210ffd393603a6-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 637px) 100vw, 637px" /><figcaption class="wp-element-caption">Da sinistra: Carmelo Anthony, Dwyane Wade e LeBron James</figcaption></figure>



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<p>Il gruppo fu messo insieme in grande fretta, si allenò poco tempo insieme e fu gravato della più alta delle responsabilità: tenere fede ai pronostici, tornare a casa dalla Grecia con la medaglia d&#8217;oro. Per altro la spedizione fu affrontata in condizioni particolari, perché per paura di attentati, il Team USA non viveva all&#8217;interno del Villaggio Olimpico, ma su una nave in mare aperto, sorvegliata 24 ore su 24 dai servizi segreti americani e dalla polizia greca. Come raccontano nel documentario i protagonisti di quella squadra, non fu mai trovata la chimica giusta tra i diversi componenti del gruppo e il risultato fu un totale fallimento. Il campanello d&#8217;allarme suonò già al debutto, una sconfitta pesantissima per 92-73 contro Porto Rico, proseguì con un altro ko sul filo di lana contro la Lituania (90-94) ed esplose definitivamente in semifinale, quando una spumeggiante Argentina, composta da campioni quali <strong>Manu</strong> <strong>Ginobili</strong>, <strong>Luis</strong> <strong>Scola</strong> e <strong>Andrés</strong> <strong>Nocioni</strong>, superò gli americani con una prestazione straordinaria &#8211; fatta di triple e difesa &#8211; ben oltre di quanto dicesse l&#8217;89-81 finale. Per la cronaca, l&#8217;Argentina avrebbe poi vinto l&#8217;oro in finale contro l&#8217;Italia, mentre gli Stati Uniti dovettero mestamente accontentarsi del bronzo dopo aver superato nella finale di consolazione la Lituania. Sul podio di Atene, mentre l&#8217;Argentina festeggiava uno storico oro e l&#8217;Italia godeva per un altrettanto meraviglioso argento, i volti cupi dei giocatori a stelle e strisce tradivano l&#8217;assoluta delusione e un senso di profonda inadeguatezza per il bronzo.</p>



<p>Al ritorno in patria, la squadra venne bersagliata da critiche e divenne oggetto di pesante ironia su giornali, televisione, réclame pubblicitarie. Era stato toccato il punto più basso e bisognava trovare la forza di rialzarsi. La federazione intervenne ancora a muso duro, scegliendo nelle vesti di Ct <strong>Mike Krzyzewski</strong>, uno degli allenatori più vincenti nella storia del basket collegiale statunitense, ma da molti ritenuto inadeguato per gestire campioni conclamati come quelli dell&#8217;NBA. Ma <strong>Krzyzewski</strong> si rivelò la scelta giusta. Perché con i suoi metodi duri e che non guardavano in faccia a nessuno, creò una squadra prima che un insieme di individualità, rimettendo in discussione tutte le certezze del basket che l&#8217;America aveva avuto fino a quel momento, obbligando i suoi ad allenarsi in un certo modo e ad avere rispetto e timore degli avversari, studiandoli a fondo. </p>



<p>Nell&#8217;estate 2006 si disputarono i Mondiali in Giappone. Il team americano, che aveva nei giovani oramai diventate stelle assolute <strong>Jason</strong> <strong>Kidd</strong>, <strong>Dwight Howard</strong>, <strong>Dwayne</strong> <strong>Wade</strong>,<strong> Chris Bosh</strong>, <strong>Carmelo</strong> <strong>Anthony</strong> e soprattutto <strong>Le Bron James</strong> i suoi principali alfieri, giocò molto più unito di due anni prima, ma non mancarono le difficoltà. Anche perché il basket europeo, e in generale quello fuori dagli Stati Uniti, aveva compiuto nell&#8217;ultimo decennio passi da gigante (a proposito della crescita globale post Barcellona &#8217;92 di cui avevamo parlato all&#8217;inizio), spedendo una quantità industriale di giocatori a militare da protagonisti assoluti proprio in NBA. E così la squadra americana, fino a quel momento imbattuta, perse ancora in semifinale, 95-101 contro la Grecia (sconfitta poi da una super Spagna nell&#8217;atto conclusivo), e dovette nuovamente accontentarsi del bronzo dopo essersi presa una parziale rivincita sull&#8217;Argentina.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/Schermata-2023-06-06-alle-00.25.35-1-904x1024.png" alt="" class="wp-image-14272" width="-90" height="-101" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/Schermata-2023-06-06-alle-00.25.35-1-904x1024.png 904w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/Schermata-2023-06-06-alle-00.25.35-1-265x300.png 265w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/Schermata-2023-06-06-alle-00.25.35-1-768x870.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/Schermata-2023-06-06-alle-00.25.35-1-1356x1536.png 1356w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/Schermata-2023-06-06-alle-00.25.35-1.png 1476w" sizes="(max-width: 904px) 100vw, 904px" /><figcaption class="wp-element-caption">Kobe Bryant, chiamato per ridare slancio alla nazionale americana in vista delle Olimpiadi del 2008</figcaption></figure>



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<p>Il gruppo però stava crescendo. E avrebbe avuto modo di cementarsi ulteriormente: il terzo posto al Mondiale non garantiva l&#8217;accesso diretto alle Olimpiadi e gli Stati Uniti si vedevano così costretti ad affrontare un ostico percorso di qualificazione, partecipando ai Campionati Americani del 2007: solo le prime due avrebbero staccato il pass per i Giochi di Pechino. Un traguardo da tagliare a ogni costo, perché dopo il fallimento di Atene, un&#8217;altra sconfitta nella competizione più prestigiosa avrebbe significato la pietra tombale sulla superiorità vacillante dei cestisti americani sul resto del mondo. Nulla andava a lasciato al caso. Per questo a quella squadra già di stelle di prima grandezza fu aggiunto l&#8217;elemento in più, colui che in quel momento era forse il miglior giocatore del pianeta: <strong>Kobe Bryant</strong>. Un professionista maniacale, descritto come non sempre aperto o simpatico, ma determinatissimo a vincere. E soprattutto un leader che tutto il gruppo iniziò a seguire, perché trasmetteva l&#8217;esempio e la mentalità vincente. Con l&#8217;aggiunta di Kobe nel motore, la nazionale americana &#8211; che fu ribattezzata <em>Redeem Team</em>, la squadra del riscatto &#8211; ingranò definitivamente la quinta. Ai Campionati Americani vinse tutte le partite in scioltezza, demolendo in finale per 118-81 la solita Argentina.</p>



<p>A Pechino 2008 si presentò come la grande favorita, ma stavolta non era più solamente una somma di singoli, era un gruppo coeso, compatto, deciso ad arrivare alla meta a ogni costo. E soprattutto era guidato in panchina da un sergente di ferro che curava ogni dettaglio e che, consapevole della crescita costante del basket europeo, non sottovalutava nessun avversario. La squadra americana partì concentrata e mise subito in chiaro le cose nel girone iniziale, tritando la Grecia (che l&#8217;aveva beffata in semifinale al Mondiale di due anni prima) per 92-69 e ancora di più la Spagna, campione del mondo in carica e più seria alternativa agli yankee nella corsa all&#8217;oro olimpico, per 119-82. Quelle Olimpiadi sembravano fatte su misura per <strong>Kobe</strong>, <strong>LeBron</strong> e compagni perché una dopo l&#8217;altra superarono tutti i propri fantasmi. In semifinale trovarono di nuovo l&#8217;Argentina, stesso copione di 4 anni prima ad Atene (e stessa finale dei Campionati Americani 2007, ma con una posta in palio decisamente più prestigiosa). Il risultato, rispetto al 2004, stavolta fu profondamente diverso: 101-81 per la nazionale statunitense, nonostante la solita gagliarda prova degli avversari, che provarono a restare aggrappati all&#8217;incontro.</p>



<p>In finale il <em>Redeem Team</em> trovò ovviamente la Spagna, che a parte la sconfitta subita dagli americani nel girone, aveva messo in riga con facilità tutti gli avversari. La squadra spagnola era un&#8217;autentica corazzata, poteva schierare quasi due quintetti che non avrebbero sfigurato in NBA (e molti infatti ci giocavano ad alto livelli). Il più forte di tutti era il centro <strong>Pau Gasol</strong>, compagno di <strong>Kobe Bryant</strong> ai Lakers, ma intorno a lui gravitava una generazione d&#8217;oro: da <strong>Marc Gasol</strong>, fratello di Pau, a <strong>Carlos Jimenez</strong>, da <strong>Juan Carlos Navarro</strong> a <strong>Rudy Fernandez</strong>, da <strong>Raul Lopez</strong> a <strong>José Maria Calderon</strong>, da <strong>Felipe Reyes</strong> a <strong>Jorge Garbajosa</strong>, fino all&#8217;astro nascente, il giovanissimo ma già fenomenale <strong>Riky Rubio</strong>, destinato dal Barcellona a spiccare il volo&#8230; verso la NBA. Un <em>Dream Team</em> in salsa iberica, che non era molto inferiore all&#8217;élite americana.</p>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Kobe Bryant&#039;s clutchest game 2008 Olympics USA" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/fhpVE5Yfvhc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">La finale di Bryant contro la Spagna</figcaption></figure>



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<p>E infatti la finale fu tiratissima. A differenza della partita del girone, la Spagna rimase incollata al match fino alla fine. Una partita mitologica, tra le più belle nella storia della pallacanestro, un gioco offensivo e spettacolare, infarcito di triple, azioni fantastiche, numeri di altissima caratura tecnica da una parte e dall&#8217;altra, che gli Stati Uniti vinsero per 118-107, allungando un poco solo nelle battute conclusive. <strong>Wade</strong> consentì agli americani di scavare un mini solco nel primo tempo, poi nella ripresa salì in cattedra <strong>Kobe</strong>: furono suoi i punti decisivi, tra cui un tiro da tre a una manciata di minuti dal termine, seguito da un gesto simbolico e rimasto celebre: il fuoriclasse dei Lakers si portò il dito alla bocca per zittire tutti, un modo evidente di rispondere alla pressione, scacciare le critiche, scaricare una tensione pazzesca, accumulata nei 4 anni precedenti. I 4 anni del riscatto obbligato. I 4 anni più importanti del basket americano, quelli che permisero agli U.S.A. di rialzare la testa e ripartire (e da allora non è un caso che la nazionale statunitense non abbia più fallito l&#8217;appuntamento con l&#8217;oro olimpico).</p>



<p>Difficile tracciare paragoni tecnici tra il <em>Dream Team</em> di Barcellona &#8217;92 e il <em>Redeem Team</em> di Pechino 2008. La prima versione era più spettacolare, più capace di dominare gli avversari (come dimostrano i punteggi maggiormente ampi), dotata forse persino di più talento, costruita intorno all&#8217;infallibile degli infallibili, <strong>Michael Jordan</strong>, colui che non a caso il nostro <strong>Francesco Buffoli</strong> ha definito il <a href="https://gameofgoals.it/2022/06/25/tra-calcio-e-basket-da-pele-jordan-a-maradona-johnson.html"><strong>Pelé</strong> del basket</a>. Ma c&#8217;è da dire che a Barcellona la nazionale americana non aveva addosso la stessa pressione degli eredi del 2008. E la squadra che vinse l&#8217;oro a Pechino affrontò poi avversari più forti, dalla Grecia di <strong>Zisis</strong>, <strong>Spanoulis</strong>, <strong>Diamantidis</strong>, <strong>Schortsanidis</strong>, <strong>Tsartsaris</strong>, <strong>Papaloukas</strong>, <strong>Printezis</strong>&#8230; all&#8217;Argentina che di fatto aveva ancora l&#8217;ossatura della squadra campione olimpica nel 2004. Fino, come già detto, alla super Spagna, forse davvero la più forte nazionale europea della storia, capace in 5 anni di vincere 2 Europei, 1 Mondiale e 2 argenti olimpici, entrambe le volte sconfitta sul filo di lana dalla corazzata americana.</p>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Dal complesso dei <em>vira latas</em> al trionfo svedese</h3>



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<p>La storia del <em>Redeem Team</em> mi ha fatto venire in mente una vicenda simile nel calcio: la vittoria del Brasile in occasione dei Campionati del mondo del 1958 in Svezia. Anche in questo caso si parla di riscatto, un riscatto dalle forti tinte sociali oltre che sportive, e di una squadra che doveva sostenere il peso di una pressione enorme, frutto dei tanti anni di delusioni e frustrazioni, culminate con la sconfitta somma: il <em>Maracanaço</em>, la vittoria dell&#8217;Uruguay nel Mondiale del 1950 contro il Brasile padrone di casa e troppo certo di poter vincere (anche se la storia dei suicidi, che ha trovato tanta cassa di risonanza in giro per il mondo, non trova riscontri storici, come testimonia anche questo articolo scritto dal giornalista <strong>Valerio Moggia</strong> <a href="https://pallonateinfaccia.com/2022/07/10/maracanazo-leggenda-suicidi/">qui</a>).</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="650" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/maracanazo.jpg" alt="" class="wp-image-14273" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/maracanazo.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/maracanazo-300x190.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/maracanazo-768x488.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il gol di Schiaffino che portò l&#8217;Uruguay sull&#8217;1-1 contro il Brasile. Sarà Ghiggia a segnare poi la rete della vittoria</figcaption></figure>



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<p>Fu dopo quella bruciante battuta d&#8217;arresto che la Federcalcio brasiliana decise di cambiare la divisa sociale, cestinando il bianco (poiché considerato sinonimo di sventura) e bandendo una gara per trovare i nuovi colori sociali. Come per uno scherzo del destino vinse l&#8217;idea di <strong>Aldyr Schlee</strong>, giovane grafico che viveva non lontano dal confine uruguaiano e che era un accanito tifoso della <em>Celeste</em>: il disegno di <strong>Schlee</strong> rievocava i colori della nazione, maglia gialla con finiture verdi, pantaloncini blu striati di bianco, calzettoni bianchi con finiture gialle e verdi. Un effetto cromatico capace di catturare immediatamente l&#8217;occhio e che divenne il vessillo della <em>Seleçao</em>, un marchio oggi conosciuto e riconoscibile in tutto il mondo.</p>



<p>Ma il <em>Maracanaço</em> non ebbe solo l&#8217;effetto di far cambiare maglia alla nazionale: riportò in qualche modo il Paese indietro di 30 anni, perché fece riaffiorare in modo più deciso e conclamato le divisioni e le tensioni etniche e razziali da cui il Brasile aveva cercato con fatica di smarcarsi: la numerosissima comunità nera e mulatta, fin dal 1800, viveva in condizioni di assoluta povertà, dapprima alla mercé dei ricchi latifondisti e proprietari terrieri bianchi nelle fazendas di caffè, poi nelle favelas, zone periferiche delle nascenti metropoli sulle colline. Fu l&#8217;ultima nazione del continente americano ad abolire la schiavitù, con la <em>Lei Áurea</em> del 1888, fortemente voluta dalla principessa <strong>Isabella</strong>. Ma la donna pagò a caro prezzo la scelta: le élite bianche si coalizzarono e la costrinsero alla fuga in Europa con il padre, l&#8217;imperatore <strong>Pietro II </strong>detto <em>il Magnanimo</em>, ponendo così fine all&#8217;età imperiale.</p>



<p>I neri e i mulatti divennero liberi sulla carta, ma restarono nei fatti alla base della piramide sociale. A differenza di altri Paesi sudamericani, su tutti l&#8217;Uruguay, che aprì da subito le porte dello sport e del calcio alle minoranze etniche (celebri i casi, per esempio, di <strong>Isabelino Gradín </strong>e <strong>José Leandro Andrade</strong>, stelle della <em>Celeste</em> tra gli anni &#8217;10 e &#8217;20 del &#8216;900), il Brasile impiegò anni a superare certi pregiudizi, anche perché a livello sociale fecero molto presa le teorie eugenetiche e razzistiche del filosofo francese <strong>Joseph Arthur de Gobineau</strong>. </p>



<p>Il calcio rimase a lungo appannaggio dei ceti benestanti e dei bianchi, con i neri costretti ad arrampicarsi sui palazzi che circondavano gli stadi per assistere alle partite. La situazione cambiò un poco alla volta, quando il calcio abbandonò le alte sfere e si insinuò nei vicoli periferici, popolati da bambini e ragazzi neri e mulatti: lì emerse uno stile nuovo, che combinava i passi della capoeira, l&#8217;arte marziale brasiliana, e del samba, la danza tipica degli schiavi, costretti a muovere velocemente gambe e bacino per sfuggire alle angherie dei padroni bianchi. Le finte e controfinte che sono appannaggio di campioni del calcio brasiliani celebrati in tutto il mondo come <strong>Pelé</strong>, <strong>Garrincha</strong>, <strong>Ronaldinho</strong>, <strong>Romário</strong>, <strong>Julinho</strong>, <strong>Neymar</strong> nascono così: nelle strade polverose, nei campi di mattoni arsi dal sole, nei tuguri delle <em>slums</em>.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/FAUSTO.jpg" alt="" class="wp-image-14275" width="360" height="480" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/FAUSTO.jpg 600w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/FAUSTO-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fausto dos Santos, unico giocatore di colore nel Brasile del Mondiale 1930</figcaption></figure>



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<p>Il Bonsucesso, società di Rio, fu la prima a schierare 11 atleti di colore, il Vasco da Gama la prima che scritturò giocatori non guardando all&#8217;estrazione sociale o al colore della pelle, ma scegliendo i più bravi. Arrivò così a vincere il titolo statale del 1923 con tre neri, un mulatto e sette bianchi della classe operaia. Crebbero i giocatori di colore, tra cui <strong>Fausto dos Santos</strong>, centromediano del Bangu e poi proprio del Vasco, unico giocatore di colore presente nella rosa del Brasile al Mondiale del 1930 (come racconta <a href="https://pallonateinfaccia.com/2017/04/11/fausto-un-brasiliano-a-barcellona/">qui</a> il sempre puntuale <strong>Valerio Moggia</strong>), che si batté sempre per i diritti suoi e dei giocatori neri e mulatti. Nel corso degli anni &#8217;30 e &#8217;40 la presenza di giocatori di colore aumentò considerevolmente e lo stile brasiliano iniziò a farsi largo grazie a campioni come <strong>Domingos da</strong> <strong>Guia</strong>, <strong>Leônidas da Silva</strong>, <strong>Zizinho</strong>. Perle <em>colored</em> incastonate in una struttura e in squadre, però, che per la maggioranza rimanevano imperniate su giocatori bianchi.</p>



<p>Quando i tempi sembravano sempre più maturi per un riscatto sociale delle minoranze etniche, che avevano per altro contribuito in prima persona alla costruzione di quella gigantesca ellissi di cemento che era il Maracanâ, giunse la sconfitta contro l&#8217;Uruguay nell&#8217;atteso Mondiale 1950. «Chi aveva vissuto quel pomeriggio crudele» sottolineò il giornalista sportivo <strong>Carlos Heitor Cony</strong> a proposito del Maracanaço «pensava di aver perso per sempre la felicità. Ciò che accadde il 16 luglio 1950 meriterebbe un monumento collettivo tipo il Sepolcro al Milite Ignoto. È questo che costruisce una nazione, un popolo avvolto nel suo dolore». Gli fece eco sul Journal dos Sports <strong>José Lins do Rigo</strong>: «Vidi gente abbandonare il Maracanã a testa bassa, lacrime negli occhi, muti, quasi stessero tornando dal funerale di un genitore amato. Vidi una nazione intera sconfitta, forse di più, senza speranza. Mi fece male al cuore. Tutta l&#8217;eccitazione dei primi minuti ridotta in cenere. E all&#8217;improvviso mi colse un profondo sconforto, mi entrò in test che eravamo davvero un popolo sfortunato, una nazione priva delle grandi gioie della vittoria, insanguinata dalla cattiva sorte e dalle miserie del destino».</p>



<p>Sul banco degli imputati finirono soprattutto giocatori di colore, come il portiere <strong>Moacir Barbosa</strong> e i difensori <strong>Juvenal</strong> e <strong>Bigode</strong>. Si riaccese così nel Paese la convinzione che il meticciato, la contaminazione e la mescolanza razziale fossero dei mali da evitare e che bisognasse rispolverare le antiche divisioni etniche e di classe. Se a questo aggiungiamo il senso di frustrazione sportiva, la sensazione di eterna perdente, di bella incompiuta, di squadra incapace di riuscire ad assaporare la gioia del successo, il quadro di come il Brasile approcciò il Mondiale del 1958 in Svezia è completo. </p>



<p>Alla vigilia del Mondiale la nazionale sudamericana era considerata nel novero delle possibili protagoniste, anche mancava una favorita. Scriveva alla vigilia della competizione <strong>Aldo</strong> <strong>Bardelli</strong> sul Corriere dello Sport: «Nel 1950 i pronostici indicarono senza eccezioni il Brasile, poi inaspettatamente sconfitto in finale dall&#8217;Uruguay; nel 1954 la situazione ebbe finalmente a ripetersi con il clamoroso successo della Germania sulla favoritissima Ungheria. Questa volta favoriti veri e propri non ce ne sono ed anzi, riesce difficile stabilire persino una graduatoria per i gruppi eliminatori&#8230;». Ribadì qualche riga più sotto l&#8217;autorevole firma del <em>CorSport</em>: «C&#8217;impegnammo a fondo per il Brasile nel 1950 ed ancora di più per l&#8217;Ungheria nel 1954. Lo rifaremmo, del resto, tanto limpida era nei due casi la superiorità tecnica delle squadre imprevedibilmente battute poi nella partita decisiva. Oggi non vediamo l&#8217;autentico protagonista nella folla dei personaggi sulla scena svedese. Dovrebbe vincere l&#8217;URSS. Potrebbero vincere una Jugoslavia, una Svezia, un Brasile. Ma potrebbe anche succedere che l&#8217;URSS o il Brasile rimangano fuori al primo turno. È un po&#8217; dappertutto il momento delle tattiche, oneste come in molti Paesi e sconsolanti come l&#8217;Italia. Per di più l&#8217;alto livello dei valori medi determina un maggior equilibrio generale e nello stesso tempo rende più improbabili le facili e spettacolari affermazioni delle squadre più quotate».</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="781" height="600" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/aldo_bardelli_pistoia_1.jpg" alt="" class="wp-image-14276" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/aldo_bardelli_pistoia_1.jpg 781w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/aldo_bardelli_pistoia_1-300x230.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/06/aldo_bardelli_pistoia_1-768x590.jpg 768w" sizes="(max-width: 781px) 100vw, 781px" /><figcaption class="wp-element-caption">Aldo Bardelli, prestigiosa firma del Corriere dello Sport</figcaption></figure>



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<p>I verdeoro erano inseriti in un girone giudicato alla vigilia di ferro (la già citata URSS e l&#8217;Inghilterra erno avversarie temibilissime, la sola Austria appariva come vittima sacrificale). L&#8217;esordio, proprio contro gli austriaci, fu trionfale: 3-0 firmato da una doppietta di <strong>Altafini</strong>, detto <em>Mazola</em> per la somiglianza fisica con il grande <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/05/04/valentino-mazzola-leroe-romantico-del-grande-torino.html">Valentino</a></strong>, capitano del Grande Torino, e dalla rete di <strong>Nilton Santos</strong>. Seguì però uno scialbo 0-0 con l&#8217;Inghilterra che rimise tutto in discussione. Nell&#8217;ultimo match contro l&#8217;URSS il Brasile era costretto a vincere per rimanere padrone del proprio destino. Riaffiorarono paure e insicurezze, si sentì in lontananza l’eco del <em>Maracanaço</em>, l’incubo che non sembrava mai passare. Fu allora che il Ct di origine salernitana <strong>Vicente Feola</strong>, un paffuto uomo che aveva studiato il 4-2-4 al San Paolo alla scuola del santone ebreo-magiaro <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/01/27/9664.html">Béla Guttmann</a></strong>, ebbe l’intuizione giusta e cambiò la storia, non solo di quel Mondiale ma di tutto il calcio brasiliano. Ascoltò i consigli dei senatori, le tre parche dello spogliatoio, capitan <strong>Bellini</strong>, <strong>Didi</strong> e <strong>Nilton Santos</strong>: fuori <strong>Altafini</strong>, malgrado la doppietta al debutto, fuori <strong>Sani</strong>, maestro del palleggio ma un po’ statico, fuori <strong>Joel</strong>. Al loro posto, il mediano <strong>Zito</strong>, l’ala dalle gambe storte <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/10/28/garrincha-langelo-dalle-gambe-storte.html">Garrincha</a></strong>, il funambolo minorenne <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/12/29/lultimo-gol-di-pele-il-calcio-perde-il-suo-re.html">Pelé</a></strong>. L’incontro contro i sovietici vide due modi opposti di intendere il calcio: da un lato l’organizzazione scientifica e la ricerca spasmodica di un gioco collettivo di coloro che l’anno prima avevano mandato in orbita intorno alla Terra il primo Sputnik; dall’altro l’improvvisazione e l’istinto, l’individualismo e l’anarchia tattica, sintetizzati in modo mirabile da <strong>Garrincha</strong>.</p>



<p>Fu lui, <em>l&#8217;Angelo dalle Gambe Storte</em>, nato e cresciuto nella foresta amazzonica, a suonare la carica: le sue piroette mandarono ripetutamente in crisi la compassata retroguardia sovietica. Soprattutto il terzino <strong>Kuznetsov</strong>, intontito di finte già al 1’ quando <strong>Garrincha</strong> dopo uno slalom colpì il palo da posizione impossibile. Un minuto più tardi e ancora <strong>Garrincha</strong> partecipò a un’azione da capogiro che coinvolse <strong>Didi</strong> e <strong>Vavá</strong> e giunse al prodigio <strong>Pelé</strong>: traversa. Al 3’ ecco il vantaggio: surplace di <strong>Didi</strong> sulla trequarti, carezza d’esterno per <strong>Vavá</strong>, che scattò oltre il difensore e sempre d’esterno infilò l’angolo. <strong>Gabriel Hanot</strong>, padre del Pallone d’Oro e della Coppa dei Campioni, definì quei tre minuti «i più devastanti nella storia del gioco». Secondo le cronache, <strong>Lev Jašin</strong>, meraviglioso portiere sovietico, sventò 12 palle-gol, prima di capitolare per la seconda volta a un quarto d’ora scarso dal termine, quando <strong>Pelé</strong> inscenò un fantastico triangolo nello stretto con <strong>Vavá</strong>, che ringraziò e spedì in rete.</p>



<p>Il Brasile inserì il pilota automatico, superò 1-0 il Galles nei quarti in un match duro e bloccato grazie a una magia del 17enne <strong>Pelé</strong>, poi <a href="https://gameofgoals.it/2013/02/09/1958-semifinale-brasile-francia-5-2.html">demolì la temibilissima Francia</a> &#8211; che poteva schierare una prima linea superba, da destra a sinistra <strong>Wisniewski</strong>, <strong>Piantoni</strong>, il bomber <strong>Fontaine</strong>, il genio <strong>Kopa</strong> e <strong>Vincent</strong> &#8211; con un 5-2 senza repliche e un <strong>Pelé</strong> maestoso e autore di tre reti. <a href="https://gameofgoals.it/2013/02/16/1958-finale-svezia-brasile-2-5.html">In finale contro la Svezia </a>dopo 3 minuti la nazionale di <strong>Feola</strong> andò in svantaggio, e per un attimo gli antichi fantasmi tornarono a fare capolino. Non tutti erano convinti che fosse arrivato il momento giusto, alla vigilia dell’incontro il noto commentatore <strong>Nelson Rodrigues</strong> aveva paragonato la squadra a un «bastardino fragile di nervi, senza tempra morale, dedito all’anarchia e ai piaceri effimeri». </p>



<p>Ma il Brasile non era quello del 1950. Aveva una forza individuale mai vista, un gioco magnifico ma non dispersivo, cicala e formica al tempo stesso. Soprattutto aveva la fame dei neri, dei mulatti, degli ultimi. Erano sei su undici in quella partita: i terzini <strong>Djalma Santos </strong>e <strong>Nilton Santos</strong>, il cerebrale <strong>Didi</strong>, il potente <strong>Vavá</strong>, i due fenomeni <strong>Garrincha</strong> e <strong>Pelé</strong>. La maggioranza. Non dovevano più incipriarsi come <strong>Friedenreich</strong> o essere un’esigua minoranza come <strong>Leônidas</strong> e <strong>Domingos da Guia</strong>. La loro voglia di riscatto sociale, di portare sul campo lo stile e lo spirito della loro gente &#8211; istinto, spregiudicatezza, magia, astuzia, elastici, finte di corpo, acrobazie, doppi passi &#8211; fu la molla che fece scattare la rimonta. Due azioni in fotocopia, spunto irresistibile di <strong>Garrincha</strong> all’ala, palla teleguidata al centro dell’area e <strong>Vavá</strong> &#8211; nel primo caso dopo un tocco impercettibile ma decisivo di <strong>Pelé</strong> &#8211; dovette solo accompagnare in porta. </p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Brasil 5 x 2 Sweden ● 1958 World Cup Final Extended Goals &amp; Highlights HD" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/3A3YbP9_Ty8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">La finale del 1958</figcaption></figure>



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<p>Nella ripresa la festa assunse contorni ancora più nitidi, con il meraviglioso gol di <strong>Pelé</strong>, pallonetto morbido a un avversario attonito, controllo al volo, folgore che si infilò all’angolo: una perla. Lo stadio iniziò a urlare «Samba! Samba!», persino i commentatori della tv svedese rimasero ammaliati e applaudirono. Non era più Svezia contro Brasile, era il Brasile e basta. Con <strong>Didi</strong>, maestro di cerimonie, la formichina <strong>Zagallo</strong>, il funambolico <strong>Garrincha</strong>. E soprattutto con <strong>Pelé</strong>. Quella fu la sua finale, la consacrazione di un talento purissimo. Partendo in mezzo, qualche metro dietro alla boa <strong>Vavá</strong>, si muoveva ovunque, luminoso come una stella cometa, ogni suo gesto di una naturalezza mai vista, ogni suo tocco una pennellata, ogni suo movimento capace di creare spazio per i compagni. Armonico, perfettamente bilanciato, con un bagaglio tecnico infinito ma anche un’estrema concretezza, la sua mente individuava la linea più veloce per arrivare alla porta e il suo fisico la percorreva, senza eccessivi ghirigori, senza distrazioni. Poesia e arte erano importanti purché servissero allo scopo, cioè al gol. </p>



<p>Il modo di ragionare e di giocare di <strong>Pelé</strong> marcarono la differenza con quella che fino a quel momento era stata la dispersiva mentalità brasiliana, tanta bellezza, poca praticità. Con <strong>Pelé</strong> il Brasile entrò in una nuova era, l&#8217;essenziale si sposò al bello, connubio che portò ai trionfi, alla gloria eterna. L’ultimo gol della finale, quello del 5-2 al 90’, fu il manifesto perfetto del nuovo stile brasiliano: <strong>Pelé</strong> di tacco smistò a sinistra per <strong>Zagallo</strong>, poi non perse tempo, si fiondò nello spazio, <strong>Zagallo</strong> lo vide e lo servì in area, <strong>Pelé</strong> anticipò i difensori con un guizzo e di testa spedì la palla all’angolino. In quell&#8217;azione ci fu tutto: spettacolo, verticalità, pragmatismo, concretezza. E quando a fine partita Re Gustavo di Svezia consegnò la Coppa a capitan <strong>Bellini</strong>, il complesso dei <em>vira latas</em>, dei cani randagi, quel senso di perenne insoddisfazione e inferiorità vennero spazzati via. A Rio, a San Paolo, a Salvador, a Recife, nelle grandi metropoli urbane e negli Stati più periferici e abbandonati la gente si riversò nelle strade per cantare, per ballare, per fare festa fino all&#8217;alba. Era la vittoria dei neri e dei mulatti, era il riscatto sociale tanto atteso, era l&#8217;inizio dell&#8217;età dell&#8217;oro. Da quel giorno il <em>futebol bailado </em>è diventato il tratto distintivo, riconoscibile e riconosciuto, di un Paese intero. Da quel giorno l’espressione “giochi a calcio come un brasiliano” è diventata un detto popolare per indicare bravura, destrezza e l’innata capacità di creare forme artistiche su un rettangolo verde. Da quel giorno il Brasile è diventato la patria del calcio.</p>



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		<title>Grandi stagioni quasi dimenticate: da Vialli 1995-Diego Costa 2014 a Romano 1987-Sousa 1995</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Jan 2023 18:17:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il gioco delle somiglianze]]></category>
		<category><![CDATA[atletico madrid]]></category>
		<category><![CDATA[diego costa]]></category>
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		<category><![CDATA[gianluca vialli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche in omaggio a Gianluca Vialli, proseguiamo la saga delle grandi stagioni che avrebbero meritato più visibilità e maggiori riconoscimenti. Gianluca Vialli 1994-1995 e Diego [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Anche in omaggio a Gianluca Vialli, proseguiamo la saga delle grandi stagioni che avrebbero meritato più visibilità e maggiori riconoscimenti.</p>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Gianluca Vialli 1994-1995 e Diego Costa 2013-2014</h3>



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<p>Nel settembre del 1994 <strong>Gianluca Vialli</strong> è reduce da due stagioni fatte più di ombre che di luci; nella Juventus di Trapattoni non è riuscito a replicare le gesta che l&#8217;hanno reso un grande campione a Genova e <strong>Vialli</strong> ha vissuto non solo all&#8217;ombra del <em>Divin Codino</em>, ma anche dei di lui scudieri, da <strong>Mozart Moller </strong>a un gregario di lusso come <strong>Dinone Baggio</strong>. L&#8217;approdo di<strong> Lippi</strong> a Torino, come noto, inaugura una nuova fase della storia bianconera, e la prima stagione di questo rinascimento vede in Gianluca il leader e il portabandiera, nonché il giocatore cardine accanto al regista lusitano<strong> Paulo Sousa</strong> (di cui palerò infra).</p>



<p><strong>Vialli</strong> in serie A ritrova la continuità smarrita dopo il 1992, mette a segno 17 reti e mette una firma a caratteri cubitali sulla partita che rivela al mondo lo spessore tecnico, agonistico e soprattutto caratteriale della <strong>Juventus </strong>di<strong> Lippi</strong>, la celebre rimonta del 4 dicembre 1994 contro la Fiorentina. <strong>Vialli </strong>è l&#8217;anima della squadra che nell&#8217;ultimo quarto d&#8217;ora sconfigge il destino e segna due reti pesantissime non solo per l&#8217;esito di quella gara, ma per tutta la stagione bianconera. In Europa, Gianluca si traveste da Superman e in un paio di occasioni sfodera prestazioni degne del suo repertorio maggiore, ivi compreso un capolavoro acrobatico che colma di meraviglia il cuore di tutti gli spettatori accorsi a San Siro per la finale di Coppa UEFA. Ci penserà Dino Baggio, come sappiamo, a rovinargli la festa. A fine 1995, nonostante la caratura della prestazioni e l&#8217;impatto decisivo per la squadra, <strong>Vialli </strong>viene pressoché ignorato da quasi tutti premi internazionali, con la felice eccezione di World Soccer.</p>



<p>Mi sono grattato la testa alla ricerca di un&#8217;annata che presentasse analogie rilevanti con quella di Gianluca, e dopo qualche minuto mi è venuto in mente il <strong>Diego Costa</strong> del 2013/2014. L&#8217;attaccante ispano-brasiliano, nel 2013, è ritenuto un&#8217;ottima prima punta, dotata della cattiveria e della qualità necessarie per farsi valere nel campionato più esigente del pianeta. Difficile però pronosticare, a settembre 2013, che sarà lui l&#8217;uomo cardine del team: <strong>Diego Costa</strong> invece nell&#8217;annata che si conclude con il titolo segna a raffica, è il terminale offensivo ideale per un <strong>Atletico Madrid</strong> camaleontico e <em>cholista</em> nel migliore dei sensi possibili, l&#8217;uomo decisivo per un successo straordinario, conquistato a discapito di Real e Barcellona, ovvero due delle prime tre o quattro squadre d&#8217;Europa. In Champions<strong> Diego Costa</strong> non è meno efficace: la sua caparbietà e la sua cattiveria agonistica lo rendono il bomber implacabile che trascina i <em>Colchoneros</em> fino alla sfortunata finale di Lisbona, persa all&#8217;ultimo secondo contro un Real tecnicamente superiore e dotato di risorse numeriche e tecniche impareggiabili per la banda di Simeone. Nonostante una stagione superlativa, Diego Costa viene un po&#8217; trascurato dai giurati della FIFA, finendo alle spalle di giocatori che, a mio modesto avviso, non hanno disputato una stagione pari alla sua (<strong>Robben</strong>, <strong>Kroos</strong> e <strong>Neymar</strong>, solo per fare alcuni esempi).</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Paulo Sousa 1994-1995 e Francesco Romano 1986-1987</h3>



<p></p>



<p>Il regista portoghese è uno dei maggiori rimpianti degli appassionati di football degli anni &#8217;90. Nel corso della sua carriera si è tolto soddisfazioni importanti (non è da tutti portare a casa due Champions con <strong>Juventus</strong> e<strong> Borussia Dortmund</strong>), ma i ricorrenti problemi fisici gli hanno impedito di imporsi con la continuità necessaria a venire riconosciuto come un fuoriclasse assoluto nel ruolo. Il rapido declino del portoghese, in ogni caso, non toglie nulla alla sua eccezionale stagione di debutto nel nostro calcio: <strong>Sousa</strong> è il cervello, il giocatore di trama e ordito della Juventus tutta forcing e verticalità del primo <strong>Lippi</strong>, e domina le graduatorie stagionali di rendimento, incalzato da pochissimi altri giocatori. A fine 1995, tuttavia, in pochi si ricordano della grande stagione del portoghese, che viene relegato nelle posizioni di rincalzo nella graduatoria del pallone d&#8217;oro.</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/01/Sousa-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-13263" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/01/Sousa-1024x683.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/01/Sousa-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/01/Sousa-768x512.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/01/Sousa.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p></p>



<p>Non era altrettanto dotato sul piano tecnico, ma credo che abbia avuto un impatto simile sulla manovra e sui meccanismi della sua squadra (il Napoli del primo, leggendario scudetto) anche<strong> Francesco Romano</strong>. Il Napoli della stagione 1986/1987 si aggrappa al genio di <strong>Maradona</strong> e ai suoi numeri da illusionista, ma questo toglie poco al ruolo cardinale del regista campano, che viene strappato alla Triestina a metà ottobre e scende in campo circondato da ali di scetticismo, vista la poca abitudine a giocare in una squadra di vertice. Mai previsione si è rivelata meno azzeccata: <strong>Romano</strong> si dimostra subito il giocatore più funzionale della squadra di Bianchi, il suo gioco razionale, lucido e intelligentissimo consente al Napoli di trovare l&#8217;equilibrio, e a fine anno Romano è tra i dominatori delle classifiche di rendimento del campionato. <strong>Diego</strong>, in segno di stima e riconoscenza, lo soprannonima<em> Tota</em>, come sua mamma, e direi che questo basta e avanza per comprendere il peso di Romano ai fini del titolo.</p>



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