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¡Que viva el fútbol! – Le migliori 10 squadre di club sudamericane dell’epoca moderna

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Immagine di copertina: Pelé contro Spencer, Santos contro Peñarol. Somma rivalità nella Sudamerica degli anni ’60

C’è stato un tempo in cui la Coppa Libertadores aveva poco o nulla da invidiare alla Coppa dei Campioni. E la dimostrazione arrivava puntuale dalle finali Intercontinentali, che vedevano sovente prevalere le regine del continente sudamericano. Vogliamo qui proporvi una top ten delle migliori squadre di club sudamericane (anche se sarebbe più corretto in questo caso parlare di cicli) dell’epoca moderno-televisiva, dall’istituzione della Coppa Libertadores (anno 1960, successo del Peñarol sui paraguiani dell’Olimpia Asunción), in avanti.

10) Boca Juniors 1975-1978

Classico collettivo argentino degli anni ’70, figlio della dura lezione dell’Estudiantes che ha portato in auge il Resultadismo, trasformandolo in un’arte vincente, il Boca Juniors di fine decennio, pur se meno ricco di fuoriclasse di altre formazioni inserite in questa lista, merita una menzione, almeno al decimo posto. Imperniato sul Loco Gatti in porta, su difensori spigolosi e solidi come Mouzo e , su un centrocampista di classe come Rubén Suñé, su punte di notevole valore come Mastrangelo e Salinas, il Boca allenato da Juan Carlos Lorenzo è stato una squadra ruvida, “cattiva” e vincente. Dopo un anno trionfale in patria, che si conclude con i titoli Nacional e Metropolitano, il Boca si prende tutto il Sudamerica per due stagioni di fila, superando ai rigori, dopo tre partite difficili, i brasiliani del Cruzeiro, e l’anno successivo demolendo i malcapitati colombiani del Deportivo Calì con un 4-0 che non ammette repliche. Il Boca, nel 1978, espugna anche con un 3-0 forse un po’ bugiardo ma comunque meritato un campo difficile come quello del Borussia Mönchengladbach vicecampione d’Europa, e nel 1979 sfiora il tris, raggiungendo la finale di Coppa Libertadores poi persa contro l’Olimpia Asunción.
Sebbene la carriera in nazionale di molti tra i suoi uomini simbolo sia stata deludente o quasi inesistente, il collettivo Boca rimane uno dei più complessi da decifrare e da superare della storia del calcio sudamericano, e il suo trionfo contro una grande del calcio europeo ci induce a preferirlo a una squadra forse tecnicamente più dotata come l’Independiente della prima metà degli anni ’60. La squadra di Avellaneda ha il merito di vincere due Libertadores in un periodo in cui il calcio sudamericano è all’apice, e con il suo calcio ostico ma cadenzato e tecnicamente eccellente mette in difficoltà anche la Grande Inter, pur perdendo due finali su due di Coppa Intercontinentale.

9) River Plate 1985-1987

Se chiedete a un tifoso del River Plate di indicare la miglior formazione dell’epoca recente della loro storia (a esclusione ovviamente della leggendaria Máquina, di cui oggi è impossibile recuperare partite intere), molto probabilmente vi risponderà con la squadra di metà anni ’80, quella che per prima portò la blanca roja sul tetto del Sudamerica e del mondo. Le basi di un ciclo breve, ma intensissimo, furono gettate nel 1985 con il River eliminato nella semifinale del campionato nazionale dal Vélez Sarsfield poi sconfitto in finale dall’Argentinos Juniors. Nel corso dell’anno e mezzo seguente la squadra vinse tutto: campionato, Coppa Libertadores, Intercontinentale e Coppa Interamericana. Tra i grandi protagonisti il trequartista uruguagio e goleador Enzo Francescoli, la leggendaria bandiera Noberto Beto Alonso, il portiere Nery Pumpido, la solidissima coppia di difensori centrali Oscar RuggeriNelson Gutiérrez, i centrocampisti Américo Gallego e il Negro Hector Enrique, gli attaccanti Antonio Alzamendi e Juan Gilberto Bufalo Funes.

8) Estudiantes 1967-1971

È stata forse la formazione simbolo dell’epoca del Resultadismo argentino, più ancora dell’Independiente di metà anni ’60: difesa, sostanza, organizzazione, senso del collettivo, pragmatismo. E una dose non secondaria di cattiveria agonistica, spesso oltre il lecito (ne sa qualcosa il Milan nella finale Intercontinentale del 1969). Nulla nell’Estudiantes era però lasciato al caso. Merito del tecnico, Osvaldo Zubeldía, uno studioso del gioco e un preparatore meticoloso. Per formare la squadra pescò moltissimo dal settore giovanile, creando una identità chiara. Tra i rari acquisti, il centromediano Carlos Bilardo, futuro Ct dell’Argentina campione del mondo nel 1986, e l’attaccante tuttofare Marcos Conegliaro. Anche se il giocatore più dotato, probabilmente l’unico elemento realmente sopra la media dal punto di vista tecnico, era l’ala mancina Juan Ramón Verón, detto La Brujia, la Strega: dribbling e cambi di ritmo, velocità e gol pesanti. Anche il figlio Juan Sebastian, che giocherà in Italia per Sampdoria, Parma, Lazio e Inter, vestirà la maglia dell’Estudiantes con cui vincerà la Libertadores nel 2009. Solidità, garra e compattezza erano le armi di una formazione che seppe conquistare il titolo nazionale del 1967 e poi aggiudicarsi per tre volte consecutive la Coppa Libertadores, dal 1968 al 1970. In mezzo anche la gemma della vittoria nell’Intercontinentale 1968 sul Manchester United di Charlton, Best e Law, a fronte di due ko contro Milan (1969) e Feyenoord (1970). La sconfitta nella finale di LIbertadores 1971 contro il Nacional Montevideo segnò la fine del ciclo.

7) Boca Juniors 2000-2003

Il Boca dei cervelli sopraffini – in panchina, quello di Carlos Bianchi, e in campo quello del Mudo Riquelme – è forse l’ultima squadra di club sudamericana davvero in grado di giocarsela alla pari con le migliori formazioni del Vecchio Continente. Dopo aver dominato Apertura e Clausura nel 1998/1999, il Boca si concentra sulle Coppe e nei quattro anni successivi ne porta a casa tre: la prima, nel 2000, dopo una battaglia soffertisima contro il Palmeiras di Alex, JuniorCésar Sampaio, Galeano; la seconda, l’anno successivo, dopo un’altra sfida all’ultimo sangue contro i messicani del Cruz Azul. A due trionfi continentali fanno seguito il capolavoro di Tokyo contro il Real Madrid – Riquelme prende in mano il pennello e disegna calcio, mentre Palermo sorprende la difesa madrilena – e la finale persa per dettagli e tra le recriminazioni contro il Bayern Monaco nel 2001. Nel 2003 i gialloblu, privi del loro leader Riquelme, tornano a vincere e lo fanno trascinati da un altro campione in rampa di lancio, l’esplosivo Apache Carlos Tévez, e quindi, a sorpresa, superano il Milan a Yokohama, pur privi proprio di Carlitos. Come la squadra degli anni ’70, anche se con alcuni acuti individuali superiori, il Boca di Bianchi è un collettivo eccezionale, tecnicamente in grado di prendere in mano la partita come si conviene alle squadre argentine, ma anche dotato della tempra necessaria per soffrire, lottare su ogni pallone e buttare il cuore oltre l’ostacolo, e vede la propria forza di squadra coronata da due Intercontinentali strappate e due formazioni sulla carta superiori e più ricche di stelle.

6) Botafogo 1961-1966

Una squadra sulla carta pazzesca, con una serie di campionissimi che irroravano la nazionale brasiliana bi-campione mondiale, ma che non riuscì a espandere il dominio fuori dal proprio Stato, sempre superata dal Santos di Pelé nei momenti topici: fu sconfitto dai santisti sia nella finale di Taça Brasil 1962 sia nella semifinale di Coppa Libertadores 1963, portandosi a casa “solo” due campionati statali nel 1961 e 1962 e tre tornei Rio-San Paolo nel 1962, 1964 e 1966. La posizione assegnata è dunque un compromesso tra il valore degli interpreti (almeno da podio) e i risultati ottenuti (è l’unica della lista a non aver conseguito trofei internazionali). Per far capire che considerazione ci fosse a livello mondiale, basta ricordare che all’inizio del 1964 la rivista World Soccer inserì il Botafogo tra le migliori squadre del mondo al fianco di Santos, Peñarol, Milan, Inter, Benfica, Real Madrid e River Plate. La squadra annoverava elementi del calibro di Garrincha, Nilton Santos, Zagallo, Didi, Amarildo, più gente come Manga, Rildo, Zé Maria, Quarentinha, tutti nazionali. La dimostrazione di come a quei tempi il Brasile fosse la culla del calcio, con una quantità industriale di giocatori di alto profilo. Come era stata l’Argentina degli anni ’40, in parte l’Ungheria degli anni ’50 e come è in epoca attuale la Francia.

5) Flamengo 1980-1983

La finale di Coppa Intercontinentale del 1981 fu il confronto definitivo tra due diverse visioni del mondo, due concezioni antipodiche, e fu anche il trionfo per quella più rilassata, giocata al ritmo glissato della samba, del Flamengo di Zico, una delle squadre più spettacolari di ogni epoca. Guidata dal genio fragile e civettuolo del Galinho, la formazione di Carpegiani (regista della squadra fino al 1980) vantava una coppia di laterali da capogiro (Leando a destra e Júnior a sinistra) e in generale un tasso tecnico altissimo, e fece ammattire un Liverpool più solido che non era però abituato a fronteggiare un calcio funambolico, morbido e imprevedibile come quello dei Carioca. Nell’arco di sette stagioni, l’ultima giocata in parte senza Zico, il Flamengo vinse quattro titoli statali, tre titoli nazionali (impresa tanto più ragguardevole alla luce delle formule complesse e astruse di un calcio che vive sempre di un insuperabile equilibrio), una Libertadores spettacolare e appunto una Coppa Intercontinentale, superando in modo nitido un grande Liverpool.

4) Independiente 1970-1975

In termini di puro risultato, l’Independiente di metà anni ’70 è la squadra sudamericana più gloriosa e importante di ogni epoca. Dopo due titoli nazionali, i Diavoli Rossi hanno puntato i riflettori sul continente e hanno incamerato quattro titoli di Libertadores consecutivi, aggrappandosi al genio del piccolo Bochini e a un collettivo quadrato, solidissimo, imperniato su una grande difesa (Pavoni, Commisso, ), sulla corsa inesauribile di Bertoni, sui gol di Maglioni e su meccanismi oliatissimi. Benché meno dotato sul piano tecnico e individuale di altre formazioni in lista, l’Independiente dei primi anni ’70 si è divorato ogni avversario sudamericano e ha saputo anche vincere una splendida Coppa Intercontinentale, superando la Juventus di Zoff e Causio nel 1973 a Roma grazie a un’azione meravigliosa proprio sull’asse BertoniBochini, e che riscattò la sconfitta netta subita l’anno prima dal super Ajax di Cruijff.

3) San Paolo 1991-1994

Dopo aver conquistato il campionato nazionale al termine di una lotta punto a punto con il Bragantino, poi sconfitto anche in finale con un risicato 1-0, il San Paolo guidato dal profeta del calcio bailado Telê Santana ha imposto una breve ma intensa egemonia sul calcio sudamericano e anche mondiale, guadagnandosi così uno dei primissimi posti di questa graduatoria. Il San Paolo è stato una sorta di miracolo contemporaneo: praticava un calcio all’apparenza antico, cadenzato, figlio di un’epoca lontana dai ritmi furiosi del calcio moderno, e ciononostante ha saputo non solo regalare uno spettacolo irripetibile (il calcio-arte profetizzato dal suo allenatore) e conquistare due Coppe Libertadores (la seconda, dopo una cavalcata trionfale, culminata nel roboante 5-1 della finale di andata contro l’Universidad Catolica), ma ha pure superato con merito due formazioni leggendarie come il Dream Team di Cruijff, nel 1992, e il Milan Invincibile di Capello, nel 1993. Chi ha visto quelle partite sa che i successi paulisti furono tutt’altro che episodici: il San Paolo era una formazione all’altezza delle migliori squadre europee, metteva in campo giocatori di statura mondiale come un Cafu seriamente candidato alla palma di miglior laterale destro del mondo, un Cerezo vicino alla quarantina e ancora bravissimo, Müller, Leonardo, Juninho, e nel 1992 anche il numero dieci lungo e di sapiente magistero Raí, e si impose con il suo gioco fatto di un fraseggio lento e arioso, che si accendeva in improvvise fiammate. «Se devi essere messo sotto meglio che lo faccia una Ferrari» disse Cruijff dopo la finale persa per 2-1 a Tokyo, e le sue parole descrivono in maniera abbastanza precisa l’impressione suscitata dal San Paolo durante la finale..

2) Santos 1962-1965

È stata l’unica formazione brasiliana capace di conquistare per cinque volte di fila il campionato nazionale, che all’epoca si chiamava Taça Brasil (il Brasileirão fu introdotto solo nel 1971) e consisteva in una fase finale a eliminazione diretta tra le vincitrici dei campionati statali. Dal 1961 al 1965 il Santos dominò la scena in patria senza discussioni. E a questo aggiunse uno straordinario dominio all’estero, con 2 Coppe Libertadores e 2 Intercontinentali consecutive, più un’altra semifinale persa nel 1965 per mano del Peñarol. Gli anni d’oro del Santos coincisero con gli anni d’oro di Pelé, la stella più lucente: O Rei, all’apice della carriera, decise ogni singolo momento decisivo, dall’alto di una classe superiore, prestazioni incredibili, numeri individuali da fantascienza e una continuità disarmante. «Il Pelé che va dai 19 ai 25 anni è stato il massimo sul piano tecnico, tattico e mentale» ha scritto in “Locos por el fútbol” l’esperto di calcio sudamericano Carlo Pizzigoni. Oltre a Pelé, l’altro grande fuoriclasse della squadra era il portiere Gilmar, che condivise con O Rei anche le gioie dei due titoli mondiali consecutivi con la nazionale, al pari del mediano tuttofaro Zito. Tra i giocatori più rappresentativi di quella generazione il centravanti Coutinho (celebri i suoi duetti palla a terra con Pelé, che rimandavano alla memoria gli scambi in velocità tra Scarone, Cea e Petrone nell’Uruguay degli anni ’20), l’esterno mancino tutto potenza Pepe e il centrale difensivo Mauro Ramos.

1) Peñarol 1960-1966

È stata forse la squadra più forte al mondo, e non solo del Sudamerica, negli anni ’60. Per la qualità del gioco, la continuità di risultati, la presenza di straordinari campioni. Epoca in cui il Sudamerica non aveva nulla in meno dell’Europa, e in cui i fuoriclasse restavano confinati per la maggioranza nel proprio continente. Il Peñarol aveva una dirigenza con possibilità economiche importanti, e non era la sola società in Sudamerica a poter investire ingenti somme di denaro. Riuscì così ad accaparrarsi grandi giocatori: i funambolici esterni uruguaiani José Sacía, Luis Cubilla e Julio Abbadie e il peruviano Juan Joya, il sublime finalizzatore ecuadoregno Alberto Spencer (miglior bomber di sempre della Libertadores), la mente del gioco e leader assoluto Pedro Rocha, il grandissimo portiere Ladislao Mazurkiewicz, i difensori Roberto Matosas, Omar Caetano e Juan Lezcano e addirittura, nel finale di decennio don Elías Figueroa, sommo difensore cileno. Dal 1960 al 1966 il ciclo del Peñarol in particolare toccò l’apogeo con 5 titoli nazionali, 3 Coppe Libertadores (più una sconfitta in finale nel 1965 contro l’Independiente) e 2 Intercontinentali.

Pezzo a firma di NICCOLÒ MELLO e FRANCESCO BUFFOLI

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