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	<title>La storia siamo noi Archivi - Game of Goals</title>
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	<title>La storia siamo noi Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Stili a confronto: artisti della perfezione e artisti dell&#8217;inganno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 17:50:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I musicisti di formazione classica non sempre apprezzano il jazz &#8211; parlo per esperienza personale: si tratta chiaramente di una generalizzazione, di due linguaggi complessi, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2026/03/28/stili-a-confronto-artisti-della-perfezione-e-artisti-dellinganno.html">Stili a confronto: artisti della perfezione e artisti dell&#8217;inganno</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">I musicisti di formazione classica non sempre apprezzano il jazz &#8211; parlo per esperienza personale: si tratta chiaramente di una generalizzazione, di due linguaggi complessi, di un repertorio sterminato, di etichette (musica classica e musica jazz) che in molti casi forzano la realtà, che provano a piegarla ai propri concetti e peccano così di concettualismo.</p>



<p>Ma un fondo di verità c&#8217;è: chi ama il nitore e il rigore della musica classica, la sua ricerca della perfezione formale, spesso risulta frastornato dalla dinamica caotica del jazz, dalle sue dissonanze, dalle sue slogature ritmiche; il jazz, alle orecchie di un musicista classico, suona spesso disordinato e caotico, un convulso tempestio di note e di armonie irregolari che al profano suonano &#8220;superflue&#8221;; chiaramente, capita spesso anche che i jazzisti o coloro che sono innamorati dell&#8217;arte afroamericana fatichino a comprendere la logica più rigorosa e &#8220;pulita&#8221; della musica classica, il suo ritmo più ordinato e quadrato, la sua essenzialità, la sua capacità di non sprecare una nota.</p>



<p>I grandi artisti del mondo del pallone, esattamente come i grandi musicisti e anche gli appassionati di musica, possono in alcuni casi evocare le gesta più solenni, pulite e armoniose della musica classica, e in altri invece possedere la qualità selvaggia, tattile, tipicamente afroamericana, del jazz.</p>



<p>Da una parte, abbiamo agli <em>artisti della perfezione</em>, coloro che hanno fatto della precisione e della pulizia un&#8217;arte superiore. L&#8217;intelletto e la tecnica trovano un&#8217;armonia particolare e si alimentano a vicenda. Di regola, questi artisti, capaci di dare forma al concetto di eleganza, hanno un&#8217;anima europea &#8211; l&#8217;anima non necessariamente coincide con il passaporto, anche se di regola questo accade naturalmente.</p>



<p>Dall&#8217;altra abbiamo gli <em>artisti dell&#8217;inganno</em>, coloro che hanno saputo trasformare il calcio in un gioco delle ombre, in una sequenza stordente di tranelli e illusioni. Di regola, questi artisti hanno un&#8217;anima latina e soprattutto sudamericana.</p>



<p>La categoria degli artisti irregolari, dei jazzisti del football, trionfa in Brasile, anche perché l&#8217;arte sofisticata in cui si esprime è figlia della tradizione latina e del calcio africano, e possiede poi un&#8217;esuberanza selvaggia che è proprio del gigantesco paese sudamericano. <a href="https://gameofgoals.it/2021/10/28/garrincha-langelo-dalle-gambe-storte.html"><strong>Garrincha</strong> </a>è uno dei maggiori esponenti della categoria, uno dei suoi padri nobili (non è un caso se in Sudamerica viene sempre citato tra i primissimi giocatori della storia, mentre l&#8217;Europa, pur riconoscendone il valore, lo tratta spesso come un oggetto estraneo e misterioso): con il suo corpo esile, scavato dalla fame e dalla malattia, ha saputo inventarsi un mondo dominato dall&#8217;apparenza, un mondo in cui tutto diventa uno scherzo, un gioco di finte, controfinte, gesti barocchi e all&#8217;apparenza decorativi. Un mondo dove la razionalità lascia spesso lo spazio al gusto per la giocata in quanto tale, come se il calcio fosse uno sport in cui solo accidentalmente si deve cercare di trovare la strada più veloce e immediata per superare gli avversari.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Garrincha – Alegria do Povo 🇧🇷 | Best Dribbles &amp; Goals" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/sKqKZLTSvSw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>C&#8217;è più di una vaga analogia con gli assoli di alcuni grandi jazzisti, la cui logica, al profano, pare fragile, quasi inconsistente: perché arrovellarsi e accumulare note a una velocità supersonica? Perché dilungarsi in una serie di doppi passi e finte, movimenti il cui scopo è disorientare l&#8217;avversario? Chiaramente, sia gli assoli del jazz che i giochi di prestigio dei &#8220;sudamericani&#8221; sono sorretti da una logica e risultano infatti, in ultima istanza, efficaci; solo che spesso quella logica a noi sfugge, o pare indecifrabile, troppo liquida, qualcosa che ci scivola tra le mani.</p>



<p>I giocatori che fanno dell&#8217;illusionismo la loro cifra estetica essenziale sono in larga misura sudamericani e brasiliani, ma si trovano tracce di questo linguaggio anche in Europa, in giocatori ibridi o in ragazzi che hanno sbagliato continente: <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/12/03/george-best-il-poeta-del-calcio-e-linquietudine-dellessere.html">George Best</a> </strong>è forse la più grande anomalia della storia del calcio inglese, perché, pur conservando un briciolo di essenzialità rispetto ai maestri dell&#8217;artificio verdeoro, basava la sua forza sulla capacità di sterzare in spazi impossibili, di nascondere il pallone, di inventare gesti all&#8217;apparenza irrazionali, di essere al tempo stesso meno concreto e più concreto degli altri.</p>



<p><strong><a href="https://gameofgoals.it/2025/05/16/lamine-yamal-il-bambino-prodigio.html">Lamine Yamal</a> </strong>è chiaramente figlio della stessa scuola, e si parla in ogni caso di un ragazzo cresciuto nelle periferie di Barcellona e nato da genitori di origini africane: Africa e mondo latino, posta così la faccenda torna in tutta la sua coerenza. <strong>Yamal </strong>è un maestro nell&#8217;uso del corpo, nella finta che lascia di stucco l&#8217;avversario, nella <em>ruleta</em>, nel tocco morbido di suola in mezzo a nugoli di gambe, nel colpo di tacco fuori luogo e fuori contesto epperò, il più delle volte, efficace. Yamal gioca con i tempi, entra ed esce nella dimensione della velocità a piacimento, più con il pensiero che con il corpo, il tutto senza saper strappare in velocità come alcuni superatleti europei, senza possederne la forza né l&#8217;esplosività. La sua è tutta un&#8217;arte selvaggia profondamente &#8220;garrinchana&#8221;, un&#8217;arte fluida che pare anacronistica e che invece domina il calcio contemporaneo, la sua intensità agonistica, la sua foga, piegandole alle esigenze del suo genio.</p>



<p>A fare da contraltare alla vocazione <em>aspra </em>e funambolica del dribbling di anima sudamericana &#8211; evocata nelle slogature del jazz &#8211; c&#8217;è, come detto, l&#8217;anima europea: <em>dolce</em>, pulita e senza sbavature, evocata nelle sinfonie della musica classica. I barcellonisti<strong> </strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/01/15/don-andres-e-leuropa-le-dieci-meraviglie-dellillusionista.html"><strong>Andres Iniesta</strong> </a>e <strong>Michael Laudrup</strong> sono due splendidi esempi di come le finezze tecniche di cui erano capaci erano perfettamente armoniche, tanto belle esteticamente quanto funzionali al gioco, come se fosse l&#8217;unica soluzione ammissibile in quel momento specifico. La loro<em> croqueta</em>, che pure produceva l&#8217;illusione e l&#8217;inganno nei confronti dei malcapitati avversari &#8211; il soprannome di Don Andrés era pur sempre l&#8217;<em>Illusionista</em> -, non era una bizzarria o uno svolazzo superfluo ma era perfettamente funzionale al contesto in cui quella giocata veniva effettuata, ossia la creazione della superiorità numerica in uno spazio angusto, ristretto e senz&#8217;aria.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Marco van Basten, The Swan of Utrecht [Best Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/r_yl068WHZk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p><strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/01/04/il-metodo-messi-e-leccesso-di-severita-con-cui-si-giudicano-i-calciatori-di-oggi.html">Lionel Messi</a></strong>, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2026/02/18/divino-e-fragile-roberto-baggio-e-lelogio-della-bellezza.html">Roberto Baggio</a></strong> e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/10/12/zico-il-malandro-sobrio.html">Zico</a></strong>, inarrivabili per tecnica &#8211; dribbling, controllo del pallone, morbidezza del tiro &#8211; e chirurgici sotto rete sono esteticamente accomunabili molto più alla pittura classica (il Raffaello evocato da <strong>Gianni Agnelli</strong> nei confronti del <em>Divin Codino</em> non può essere un caso), alle sinfonie di Beethoven e Mozart che al jazz selvaggio e disarticolato di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/04/19/neymar-lultimo-genio-malandro.html">Neymar </a></strong>e <strong>Garrincha</strong>. <strong>Zico</strong>, definito in un articolo pubblicato su questo sito &#8220;malandro sobrio&#8221;, aggiunge alla qualità sopraffina nel dribbling &#8211; che pure è il centro del suo gioco &#8211; una sobrietà inusuale per un brasiliano che paradossalmente lo allontana dalla categoria dei <em>malandri </em>in senso stretto per accostarlo alla pulizia estetica di <strong>Messi </strong>e appunto <strong>Baggio</strong>, due inarrivabili dribblatori che facevano della pulizia, della precisione e dell&#8217;essenzialità la loro bandiera, unita ad una spietatezza sottoporta, per lo meno negli anni migliori. </p>



<p>Con loro non c&#8217;era mai la sensazione che quel dribbling fosse &#8220;di troppo&#8221;, forzato come un arabesco superfluo, e come se fosse il fumo che precede la magia del prestigiatore. Nonostante <strong>Brera </strong>rimproverasse al Baggio giovanissimo di gigioneggiare e di specchiarsi troppo come un narciso, il <em>Divin Codino </em>ha saputo coniugare la bellezza all&#8217;efficienza, ha saputo fare innamorare per le sue gesta appolinee, perfette e pulite, mai forzate, esattamente come <strong>Marco van Basten</strong>, che definimmo anni fa come l&#8217;incontro tra l&#8217;Utile e il Bello.</p>



<p><strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/01/25/la-classe-vintage-di-juan-roman-riquelme.html">Juan Román Riquelme</a> </strong>è un curioso ibrido: se <em>El Mudo </em>è stato un inno al Sudamerica, se la sua genialità, il suo intuito e la sua visione di gioco si incanalano perfettamente nella lunga scia dei <em>Dièz</em>, come una favola tratta dalle Finzioni di <strong>Borges </strong>in cui la magia e la realtà non sono in contraddizione, la differenza tra <strong>Riquelme </strong>e <strong>Neymar</strong>/<strong>Garrincha </strong>è proprio questa: i secondi ingannano, creano il fumo per stordire la malcapitata vittima, ubriacano a suon di finte e dribbling indecifrabili, il primo alza il coefficienti tecnico della giocata solo quando le circostanze lo richiedono: un esempio tra tutti, il famoso <em>Cano</em> a <strong>Yepes</strong>, quel gioco di prestigio che ha creato lo spazio laddove l&#8217;aria e i centimetri mancavano e dove il vicolo stava diventando cieco. Non una soluzione data dalla civetteria, ma l&#8217;unica soluzione possibile. Impossibile forse anche superfluo scervellarsi o <em>litigare </em>per stabilire quale sia lo stile <em>migliore</em> o più efficace.</p>



<p>Gli autori di questo pezzo adorano sia giocatori che rientrano nella prima categoria che i giocatori dall&#8217;anima più <em>europea</em>, e credono che questa dicotomia vada intesa come una delle tante forme in cui il calcio può rendere manifeste la sua bellezza e la sua magia.</p>



<p class="has-text-align-right"><strong>Con il contributo di TOMMASO CIUTI</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2026/03/28/stili-a-confronto-artisti-della-perfezione-e-artisti-dellinganno.html">Stili a confronto: artisti della perfezione e artisti dell&#8217;inganno</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>La tragedia aerea del Manchester United e la rinascita del calcio inglese</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2026/02/15/la-tragedia-aerea-del-manchester-united-e-la-rinascita-del-calcio-inglese.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Feb 2026 20:10:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[6 febbraio 1958]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina L&#8217;orologio fuori da Old Trafford, stadio del Manchester United, con l&#8217;ora ferma sulla data e sull&#8217;ora della tragedia di Monaco di Baviera [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2026/02/15/la-tragedia-aerea-del-manchester-united-e-la-rinascita-del-calcio-inglese.html">La tragedia aerea del Manchester United e la rinascita del calcio inglese</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-text-align-right"><em><strong>Immagine di copertina</strong> L&#8217;orologio fuori da Old Trafford, stadio del Manchester United, con l&#8217;ora ferma sulla data e sull&#8217;ora della tragedia di Monaco di Baviera</em></p>



<p class="has-drop-cap">Erano passati nove anni da Superga, la tragedia che spezzò la grandezza del <a href="https://gameofgoals.it/2021/05/04/il-grande-torino-un-mito-che-non-tramonta.html">Torino </a>e rese eterno un manipolo di uomini che avevano avuto il merito di illuminare di nuovo il cammino dell&#8217;Italia dopo gli anni bui della guerra.</p>



<p>Il 6 febbraio 1958 la storia si ripeté. Non più a Superga, ma all&#8217;aeroporto di Monaco di Baviera. Il volo British European Airways 609 stava riportando a casa, dalla trasferta a Belgrado contro la Stella Rossa in Coppa dei Campioni, il Manchester United.</p>



<p>Una squadra sulla carta formidabile, capace di conquistare due titoli inglesi consecutivi e che annoverava una serie di giovanissimi talenti, cresciuti sotto la sapiente mano dell&#8217;allenatore, <strong>Matt Busby</strong>. I <em>Busby Babes</em>, non a caso, venivano chiamati. Una generazione che sembrava proiettata alla massima gloria, destinata per molti a raccogliere negli anni a venire il testimone dal Real Madrid come squadra di riferimento del panorama europeo.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="584" height="328" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/busby-wp-edited.jpg" alt="" class="wp-image-25997" style="width:450px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/busby-wp-edited.jpg 584w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/busby-wp-edited-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /><figcaption class="wp-element-caption">Matt Busby</figcaption></figure>



<p></p>



<p>I <em>Busby Babes</em> avevano pareggiato 3-3 la partita di ritorno in Jugoslavia, staccando il pass per le semifinali dove avrebbero affrontato il Milan. Il sogno di disputare la finale contro il Real Madrid del totem <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/01/19/alfredo-di-stefano-il-genio-ovunque.html">Alfredo Di Stéfano</a></strong>, autore di una Coppa Campioni irreale, era un obiettivo concreto. L&#8217;anno prima le due squadre si erano già sfidate in semifinale: avevano vinto gli spagnoli, 3-1 all&#8217;andata a Madrid e 2-2 al ritorno. Sarebbe stata una potenziale rivincita dal tasso tecnico straordinario. Ma quella partita non si disputò mai.</p>



<p>L&#8217;aereo proveniente da Belgrado e diretto a Manchester fece scalo tecnico a Monaco di Baviera per fare rifornimento, in condizioni meteorologiche avverse. In fase di ripartenza, un&#8217;ora dopo, la situazione non era per nulla migliorata. La neve e il fango ricoprivano la pista, rendendo la visibilità impossibile. Il comandante e il pilota fecero due tentativi, senza successo. Al terzo cercarono di far surriscaldare il velivolo, ritardarne l’accelerazione e sfruttare più pista.</p>



<p></p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="615" height="409" data-id="25993" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/manchester-disaster-f5d8-1.webp" alt="" class="wp-image-25993" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/manchester-disaster-f5d8-1.webp 615w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/manchester-disaster-f5d8-1-300x200.webp 300w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;aereo distrutto</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" data-id="25994" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/71fa0bce-f17c-445a-b5a4-ff1ac3eec364-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-25994" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/71fa0bce-f17c-445a-b5a4-ff1ac3eec364-1024x768.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/71fa0bce-f17c-445a-b5a4-ff1ac3eec364-300x225.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/71fa0bce-f17c-445a-b5a4-ff1ac3eec364-768x576.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/71fa0bce-f17c-445a-b5a4-ff1ac3eec364-1536x1152.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/71fa0bce-f17c-445a-b5a4-ff1ac3eec364.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Memoriale all&#8217;interno di Old Trafford</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" data-id="25995" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/482d9547-df5e-464c-80d8-5ee24d098bd8-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-25995" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/482d9547-df5e-464c-80d8-5ee24d098bd8-1024x768.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/482d9547-df5e-464c-80d8-5ee24d098bd8-300x225.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/482d9547-df5e-464c-80d8-5ee24d098bd8-768x576.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/482d9547-df5e-464c-80d8-5ee24d098bd8-1536x1152.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/482d9547-df5e-464c-80d8-5ee24d098bd8.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il ricordo dei giocatori morti a Old Trafford</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p>Ma in fase di decollo, il velivolo perse quota e si schiantò contro la recinzione dell’aeroporto. Morirono 23 dei 44 passeggeri. Tra di loro, sul colpo, se ne andarono sette giocatori del Manchester United: i difensori <strong>Geoff Bent</strong>, 25 anni; <strong>Roger Byrne</strong>, 28 anni; e <strong>Mark Jones</strong>, 24 anni; i centrocampisti <strong>David Pegg</strong>, 22 anni, ed <strong>Eddie Colman</strong>, 21 anni, elemento di sublime senso tattico e straordinarie prospettive; l&#8217;attaccante irlandese <strong>Liam Whelan</strong>, 22 anni; e il fantastico centravanti <strong>Tommy Taylor</strong>, 26 anni, che in nazionale aveva già messo insieme 19 partite e 16 reti.</p>



<p>Due settimane dopo, in ospedale, spirò per le ferite riportate quello che era considerato il più bravo di tutti, il fenomenale <strong><a href="https://gameofgoals.it/2025/07/07/duncan-edwards-il-piu-bello-e-il-piu-grande-tra-i-fiori-di-manchester.html">Duncan Edwards</a></strong>, 22 anni. Nominalmente un centrocampista, in realtà un universale del gioco come lo era l&#8217;argentino <strong>Di Stéfano</strong> e come lo sarebbe diventato il suo compagno <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/01/24/sir-bobby-charlton-leroe-silenzioso.html">Bobby Charlton</a></strong>. Proprio <strong>Charlton </strong>disse che «un solo giocatore nella mia carriera mi fece sentire inferiore: Duncan Edwards». Secondo il futuro ct della nazionale <strong>Terry Venables</strong>, se fosse sopravvissuto al disastro aereo di Monaco, <strong>Edwards </strong>sarebbe stato il capitano dell&#8217;Inghilterra campione del mondo nel 1966.</p>



<p>Ipotesi che ovviamente non può trovare riscontro, ma ciò che sappiamo è che l&#8217;Inghilterra e il mondo hanno perduto uno dei potenziali fuoriclasse più straordinari di ogni tempo. Lo attestano le cifre già raggiunte sino ad allora (20 gol in 151 incontri con il Manchester United, 5 in 18 con la nazionale inglese). Ma lo attestano soprattutto le parole di chi lo ha visto all&#8217;opera.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Fisicamente Duncan Edwards era imponente. Era potente e aveva una fantastica intelligenza calcistica. Era un calciatore completo, sapeva usare entrambi i piedi ed effettuare lanci lunghi, passaggi corti. Faceva tutto istintivamente.</p>



<p><strong>Bobby Charlton</strong></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="480" height="294" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/storia-duncan-edwards-manchester-united.jpg" alt="" class="wp-image-1372" style="width:450px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/storia-duncan-edwards-manchester-united.jpg 480w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/storia-duncan-edwards-manchester-united-300x184.jpg 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /><figcaption class="wp-element-caption">Duncan Edwards</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Oltre ai giocatori, scomparvero il comandante <strong>Kenneth </strong><em>Ken </em><strong>Rayment</strong>, che morì tre settimane dopo per le ferite riportate nello schianto; lo steward <strong>Tom Cable</strong>; il tifoso e amico personale di <strong>Matt Busby</strong>, <strong>Willie Satinoff</strong>; l&#8217;agente di viaggi <strong>Bela Miklos</strong>; l&#8217;ex portiere della Nazionale e ora giornalista <strong>Frank Swift</strong>; altri sette giornalisti, <strong>Alf Clarke</strong>, <strong>Don Davies</strong>, <strong>George Follows</strong>, <strong>Tom Jackson</strong>, <strong>Archie Ledbrooke</strong>, <strong>Henry Rose</strong>, <strong>Eric Thompson</strong>; e tre membri dello staff del Manchester United, il segretario <strong>Walter Crickmer</strong>, il tecnico <strong>Bert Whalley</strong> e il preparatore <strong>Tom Curry</strong>.</p>



<p>Se altre cinque persone ebbero salva la vita fu grazie al portiere nordirlandese del Manchester United <strong>Harry Gregg</strong>. Sbalzato fuori dal velivolo, si risvegliò ferito ma cosciente. Si precipitò nella carcassa in fiamme e tirò fuori i compagni di squadra <strong>Bobby Charlton</strong>, <strong>Dennis Viollet</strong>, <strong>Jackie Blanchflower</strong> (che non tornò mai più a giocare), la diplomatica jugoslava incinta <strong>Vera Lukic</strong> e sua figlia piccola <strong>Vesna</strong>. Dalla morte si salvò, dopo aver lottato duramente per la vita per alcune settimane, anche il mentore della squadra, il capo allenatore <strong>Matt Busby</strong>.</p>



<p>Il gesto eroico valse ad <strong>Harry Gregg</strong> una fama meritata sin da subito, alimentata anche dalle sue straordinarie prestazioni di qualche mese più tardi ai Mondiali in Svezia, quando guidò l&#8217;Irlanda del Nord fino ai quarti di finale e venne votato miglior portiere del torneo davanti a un certo <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/11/19/lev-yashin-il-ragno-nero-tra-leggenda-e-realta.html">Lev Jascin</a></strong>.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="479" height="359" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/14a1fa907e404183bf7305ab4603b4eb-kUrD-U3170190276973klD-656x492@Corriere-Web-Sezioni-edited.jpg" alt="" class="wp-image-25998" style="width:450px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/14a1fa907e404183bf7305ab4603b4eb-kUrD-U3170190276973klD-656x492@Corriere-Web-Sezioni-edited.jpg 479w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/02/14a1fa907e404183bf7305ab4603b4eb-kUrD-U3170190276973klD-656x492@Corriere-Web-Sezioni-edited-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 479px) 100vw, 479px" /><figcaption class="wp-element-caption">Harry Gregg, l&#8217;eroe di Monaco</figcaption></figure>



<p></p>



<p>«Fu normale comportarsi così in quel momento», disse <strong>Gregg</strong>, anni dopo, in un’intervista, rifiutando però quell&#8217;etichetta di eroe che tutto il mondo gli aveva attribuito. Il portiere nordirlandese tre anni più tardi affrontò un’altra tragedia personale, la morte della moglie <strong>Marvis </strong>per un cancro. Proseguì la carriera nel Manchester United fino al 1966. Poi divenne allenatore di alcuni club minori inglesi. Nel 2002 uscì la sua biografia <em>From Munich to Maxwell</em>, con un inevitabile riferimento ai fatti di Monaco. È morto nel febbraio 2020, a 87 anni, celebrato con tutti gli onori.</p>



<p>Anche grazie a lui, infatti, il Manchester United riedificò una squadra di valore, poggiata sull&#8217;immarcescibile sopravvissuto <strong>Charlton</strong>, che divenne il collante di una nuova favolosa nidiata. Accompagnato dai fantastici <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/12/03/george-best-il-poeta-del-calcio-e-linquietudine-dellessere.html">George Best</a></strong> e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2025/01/18/lunga-vita-al-re-un-omaggio-a-denis-law.html">Denis Law</a></strong>, trascinò i <em>Red Devils</em> sul tetto d&#8217;Europa dieci anni dopo la tragedia di Monaco: correva l&#8217;anno 1968 e lo United demolì 4-1 il Benfica di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/11/03/eusebio-la-pantera-nera-idolo-immortale-del-portogallo.html">Eusébio </a></strong>dopo i supplementari, al termine di una finale bellissima che potete rileggere <a href="https://gameofgoals.it/2016/11/25/1968-finale-manchester-united-benfica-4-1-dts.html">qui</a>. Il Manchester United fu la prima squadra inglese a vincere la Coppa dei Campioni.</p>



<p>Sempre <strong>Charlton</strong>, due anni prima, nell&#8217;estate 1966, era riuscito a coronare il sogno di una carriera, guidando da leader tecnico e mentale l&#8217;Inghilterra a vincere il suo primo e finora unico titolo mondiale: anche in questo caso, dopo una finale palpitante, discussa ed emozionante contro la Germania Ovest, che potete rileggere <a href="https://gameofgoals.it/2013/09/03/1966-finale-inghilterra-germania-ovest-4-2.html">qui</a>.</p>



<p>A sollevare al cielo di Wembley la Coppa del mondo, da capitano, non fu naturalmente <strong>Duncan Edwards</strong>, come preconizzato da <strong>Venables</strong>. Ma il superbo difensore e libero del West Ham <strong>Bobby Moore</strong>, che nei due anni precedenti, sempre a Wembley, aveva conquistato la FA Cup e la Coppa delle Coppe. Anche <strong>Moore </strong>ebbe una storia alle spalle di sacrifici, lotta e resurrezione: era sopravvissuto non a un disastro aereo, ma a un tumore ai testicoli, in un&#8217;epoca in cui la prognosi per questo tipo di cancro era ancora piuttosto infausta. Ma <strong>Moore </strong>riuscì a debellare il tumore e scrivere la pagina più gloriosa della Nazionale inglese. Anche se questa è un&#8217;altra storia.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image alignfull size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/03/moore-1-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-10250" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/03/moore-1-1024x768.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/03/moore-1-300x225.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/03/moore-1-768x576.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/03/moore-1-1536x1152.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/03/moore-1.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il capitano Bobby Moore solleva al cielo di Wembley la Coppa del mondo per l&#8217;Inghilterra</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2026/02/15/la-tragedia-aerea-del-manchester-united-e-la-rinascita-del-calcio-inglese.html">La tragedia aerea del Manchester United e la rinascita del calcio inglese</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>La rivalità tra Argentina e Inghilterra. Tra calcio, storia, tango e punk</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2026/01/28/la-rivalita-tra-argentina-e-inghilterra-tra-calcio-storia-tango-e-punk.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Resta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 21:32:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Maradona e Shilton si stringono la mano prima del quarto di finale del Mondiale 1986 C’è una certa qualità della luce, nelle [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><strong>Immagine di copertina: </strong><em>Maradona e Shilton si stringono la mano prima del quarto di finale del Mondiale 1986</em></p>



<p class="has-drop-cap">C’è una certa qualità della luce, nelle tarde sere di giugno, che sembra tingere l’erba di uno stadio di un verde irreale, quasi tossico. È sotto quella luce, nel 1986 e nel 1998, e ancora nel 2022, che due nazioni separate da un oceano e da un abisso di reciproca incomprensione, hanno combattuto guerre sostitutive i cui campi di battaglia avevano le dimensioni precise di un rettangolo di gioco. Parlare della rivalità calcistica tra Inghilterra e Argentina significa infatti imbarcarsi in un’archeologia del risentimento, dove ogni strato &#8211; sportivo, storico, culturale, musicale &#8211; è così fittamente compresso da diventare indistinguibile, come gli anelli di un albero cresciuto in un clima di perpetuo conflitto.</p>



<p>L&#8217;insospettabile affinità tra inglesi e argentini è una sorta di “gioco delle ombre” oltre le linee dei <em>pitches</em> o delle <em>canchas</em> di periferia.</p>



<p>Nell’intricata tessitura delle relazioni internazionali, pochi binomi appaiono tanto paradossali quanto quello tra l’Inghilterra e l’Argentina. Osservando oltre il prisma distorto delle narrazioni mediatiche che, per decenni, hanno esaltato i contrasti tra queste due nazioni, emerge un sottotesto di profonda somiglianza che trasforma la rivalità in una danza quasi simbiotica. Che sia lo Swing Mod della Northern Soul a Manchester o il Tango di San Telmo decidetelo voi…</p>



<p>Ma sul palcoscenico sportivo, teatro dove identità nazionali si scontrano e si intrecciano, due episodi emblematici gettano luce sulla connessione quasi speculare tra Inglesi e Argentini. La <em>Mano de Dios</em> di<strong> Diego Maradona</strong> del 1986 (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2015/02/02/1986-quarti-argentina-inghilterra-2-1.html">qui </a>la cronaca) non rappresenta, come superficialmente si pensa, un vulnus distaccato e selvaggio, bensì un atto che risuona con una peculiare eco morale nel “Goal Fantasma” di <strong>Geoff Hurst</strong> del 1966 (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2013/08/20/1966-quarti-inghilterra-argentina-1-0.html">qui </a>la cronaca). Entrambi gli eventi, sebbene immersi in contesti differenti, incarnano l’annosa questione dell’interpretazione soggettiva della giustizia sportiva.</p>



<p>Eppure, la storia va oltre le singole azioni di gioco. L’influenza britannica in Argentina è ancorata ben salda nei binari delle infrastrutture ferroviarie, un simbolo di progresso anglosassone che attraversa le vaste pampas sudamericane. Gli scambi culturali, testimoniati da poetiche affinità, si possono osservare nel tango che naviga tra le pieghe dell’old London, mentre lo spirito del football inglese danzava nei campetti polverosi di Buenos Aires.</p>



<p>In definitiva, l’apparente difformità tra inglesi e argentini sfuma, rivelando un legame profondamente umano che sfida la narrazione dell’antitesi. Entrambe le nazioni condividono un’indole di resilienza e passione, dipingendo un quadro dove l’identità si svela non tanto nella vittoria, quanto nella capacità di coltivare la narrazione di chi siamo attraverso il linguaggio universale dello sport.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="962" height="640" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/01/7dddd12e14109cb3ac25917bb354634b.jpg" alt="" class="wp-image-25886" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/01/7dddd12e14109cb3ac25917bb354634b.jpg 962w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/01/7dddd12e14109cb3ac25917bb354634b-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/01/7dddd12e14109cb3ac25917bb354634b-768x511.jpg 768w" sizes="(max-width: 962px) 100vw, 962px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hurst dopo il gol all&#8217;Argentina nei quarti di finale del Mondiale 1966 che dà la vittoria all&#8217;Inghilterra</figcaption></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il pallone come proiettile, il campo come atlante geopolitico</h2>



<p></p>



<p>Il calcio, qui, smette di essere solo sport. Diventa la grammatica attraverso cui si declina una storia più grande e dolorosa. Per l’Inghilterra, patria auto-dichiarata del gioco, l’Argentina rappresenta l’inquietante alter ego, il pupillo ribelle che ha imparato i precetti per poi stravolgerli in un linguaggio di furia e fantasia sudamericana. Il “nostro” gioco, dicono le voci nei pub da Birmingham a Bristol, corrotto dal genio indisciplinato di un <strong>Maradona</strong>, dalla furbizia tattica di un <strong>Simeone</strong>. È la paura del colonizzato che supera il colonizzatore non con la forza bruta, ma con una superiore, beffarda intelligenza di gioco. La metafora imperiale è ineludibile: il pallone è la corona, contesa tra chi l’ha forgiata e chi ne ha subito il peso, e ora ne rivendica la proprietà con la leggerezza di un dribbling e la pesantezza di un risentimento storico.</p>



<p>Dall’altra parte dell’oceano, nella pianura che ha partorito il tango, quel medesimo pallone è un atto di rivendicazione nazionale. L’Argentina, paese di immigrati italiani, spagnoli, tedeschi, ebrei, ha trovato nel calcio il crogiolo perfetto per forgiare un’identità. Se l’Inghilterra ha il suo <em>God Save the King</em>, l’Argentina ha <em>Muchachos</em>, un inno di popolo che trasforma un’intera squadra in una milizia popolare. La passione non è semplice tifo; è un fiume carsico di emozioni represse- dalle dittature alle crisi economiche &#8211; che trova sfogo solo nelle curve degli stadi o nelle piazze davanti a maxischermi. Il calciatore argentino non è un atleta: è un <em>pibe</em>, il ragazzo di strada, l’eterno orfano che cerca riscatto. <strong>Maradona </strong>ne è l’archetipo sacro e maledetto: il genio, il truffatore, il rivoluzionario, il Dio che segna con la mano del Diavolo. La sua doppietta del ’86 &#8211; la <em>Mano de Dios </em>e il <em>Gol del Siglo</em> &#8211; non è solo una partita vinta, è una teologia calcistica: la sommatoria perfetta della furbizia del debole e della bellezza assoluta, un pugno nello stomaco dell’etica vittoriana seguito da un calcio nell’empireo dell’estetica.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Musica e memoria: il soundtrack di un rancore</h2>



<p></p>



<p>Persino le <em>soundscape </em>delle due nazioni parlano lingue opposte. Dall’Inghilterra proviene il coro da stadio, un canto da marinai ubriachi, ritmato, spesso autoironico, a volte brutale: <em>Football’s Coming Home</em> è un mantra carico di una malinconica supponenza, la nostalgia per un titolo che si crede un diritto di nascita. È la musica di un impero in declino che cerca nel pallone le glorie perdute.</p>



<p>L’Argentina risponde con l’onda emotiva del tango e della cumbia villera. Il tango, nato nei bordelli di Buenos Aires, è un duello di corpi, una metafora perfetta della rivalità: abbraccio stretto e passi improvvisi, seduzione e tradimento. La passione argentina per il calcio ha la stessa struttura drammatica: un’estasi collettiva che sfiora costantemente la tragedia. Le voci di <strong>Gardel </strong>o di una milonga suonata in una <em>cancha </em>prima della partita, parlano di destini segnati, di amori perduti, di una malinconia (morriña la chiamerebbero i galiziani) che gli inglesi faticano a decifrare, troppo abituati all’understatement e al <em>mustn’t grumble</em>.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La guerra delle Falkland-Malvinas: L’ombra sul rettangolo verde</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="610" height="280" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/01/3247621_10.jpg" alt="" class="wp-image-25887" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/01/3247621_10.jpg 610w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/01/3247621_10-300x138.jpg 300w" sizes="(max-width: 610px) 100vw, 610px" /><figcaption class="wp-element-caption">Soldati nella guerra della Falkland-Malvinas</figcaption></figure>



<p></p>



<p>È impossibile, ovviamente, ignorare l’elefante nella stanza &#8211; o meglio, la portaerei nell’Atlantico del Sud. Il conflitto del 1982 per le isole Falkland-Malvinas non è uno sfondo; è la tela strappata su cui è dipinto ogni successivo incontro. Quando <strong>Maradona </strong>parlò di segnare per «un po’ rubare un po’ ai ladri di gioielli», inchiodò per sempre il calcio al carro della storia. Quel gol di mano non fu un fallo; fu, nella sua narrativa, un atto di giustizia poetica e storica, il debole che usa l’astuzia contro il potente. Per gli inglesi, fu un affronto all’onore, l’ennesima dimostrazione di una “mancanza di sportività” che confermava ogni pregiudizio.</p>



<p>Da allora, ogni sfida è un microcosmo di quel trauma. I giocatori non sono solo atleti; per novanta minuti sono soldati di fortuna, portatori di un fardello di memoria che non hanno scelto. La rivalità si nutre di questa simbiosi tossica: l’Argentina trova nel calcio una rivincita per una guerra persa; l’Inghilterra una conferma della propria superiorità morale (e calcistica) da riaffermare.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">L’ecologia della rivalità: un ecosistema di reciproca dipendenza</h2>



<p></p>



<p>E qui sta il paradosso più amaro e affascinante, quello che un osservatore distratto potrebbe perdere. Questa rivalità, per quanto viscerale, è un ecosistema di reciproca dipendenza. L’Inghilterra, senza l’Argentina, perderebbe il suo <em>perfect enemy</em>, quello che la costringe a mettersi in discussione, a uscire dalla sua spesso compiaciuta insularità. L’Argentina, senza l’Inghilterra, perderebbe lo “Specchio del Grande Altro”, il metro contro cui misurare il proprio valore e la propria diversità. Ci odiamo perché, in un modo distorto e profondo, ci siamo scelti. Come quando ci si ama in realtà…</p>



<p>Ogni Mondiale, ogni sortita internazionale, è un nuovo capitolo di questa epopea moderna. I protagonisti cambiano &#8211; da <strong>Batistuta </strong>a <strong>Beckham</strong>, da <strong>Messi </strong>a <strong>Kane </strong>&#8211; ma la trama resta. È una danza infinita, un tango forzato su un Cliff biancastra, dove ogni passo, ogni dribbling, ogni gol, è carico del peso di secoli, di migliaia di chilometri di oceano, di morti in una guerra lontana, e delle voci di milioni di persone che, per novanta minuti, credono che la storia possa essere riscritta con un pallone.</p>



<p>La luce artificiale dello stadio si spegne. Il campo è vuoto, segnato da tacchetti e speranze<a href="http://speranze.la">.</a> Lanus , Bradford, Rosario, Sunderland, chi lo sa dove siamo…</p>



<p>Ma il filo spezzato tra Londra e Buenos Aires, quel filo fatto di storia, di musica malinconica, di orgoglio ferito e di una bellezza di gioco che sfiora l’assoluto, quel filo è ancora lì, pronto ad essere riannodato, con rabbia e desiderio, alla prossima occasione. Perché in fondo, questa non è una storia di calcio. È una storia di come due popoli, per capirsi, abbiano prima dovuto imparare ad odiarsi, trovando nel gioco più semplice e bello del mondo la complessità più dolorosa e necessaria.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Argentina 3-1 Inglaterra | Amistoso 1953 - EL GOL DE GRILLO y la DELANTERA INTERNACIONAL (Colorized)" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/fzhrNUSDuyo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">La prima vittoria dell&#8217;Argentina sull&#8217;Inghilterra è del 1953: un giorno storico per il calcio albiceleste</figcaption></figure>



<p></p>
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		<title>Il Maracanaço, l&#8217;alba di una nuova era mancata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 00:23:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: il gol di Ghiggia È lei quel Ghiggia?». «Sì, signorina, ma sono passati tanti anni». «In Brasile lo proviamo ogni giorno». È [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/12/16/il-maracanaco-lalba-di-una-nuova-era-mancata.html">Il Maracanaço, l&#8217;alba di una nuova era mancata</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em><strong>Immagine di copertina</strong>: il gol di Ghiggia</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>È lei quel Ghiggia?». <br>«Sì, signorina, ma sono passati tanti anni». <br>«In Brasile lo proviamo ogni giorno».</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">È il luglio del 2000 quando all&#8217;aeroporto di Rio de Janeiro una giovane impiegata sta controllando i passaporti dei passeggeri in arrivo da Montevideo. Davanti a lei c&#8217;è un signore di 73 anni, non molto alto, magro, con due baffi che ricordano l&#8217;attore statunitense <strong>Clark Gable</strong>. Lei gira e rigira quel documento, con fare nervoso, e poi gli chiede se sia davvero lui.<em> Quel Ghiggia</em>.</p>



<p>L&#8217;uomo risponde in modo pacato. Prova a sdrammatizzare la situazione. La mette sul ridere. Sono trascorsi 50 anni dalla <em>finale fatidica</em>, il giorno in cui la formichina Uruguay beffò il gigante Brasile, gettando una nazione intera nello sconforto. E poi quella ragazza all&#8217;epoca non era nemmeno nata, magari segue il calcio distrattamente, d&#8217;altronde è uno sport che le donne praticano poco e guardano ancora meno.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="473" height="264" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/ghiggia-473x264-1.jpg" alt="" class="wp-image-25534" style="width:750px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/ghiggia-473x264-1.jpg 473w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/ghiggia-473x264-1-300x167.jpg 300w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ghiggia con la maglietta celebrativa dei 50 anni del Maracanaço</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Ma la risposta della giovane è spiazzante. E dalle sue parole traspare tutto il dramma di un popolo che ancora non ha dimenticato. Per gli uruguaiani, che hanno vinto, è diverso. Loro sono andati avanti. E il paradosso è che da quel 16 luglio 1950 l&#8217;Uruguay non sfiorerà mai più una simile grandezza, non giocherà una finale mondiale, al massimo arriverà tre volte quarto, nel 1954, nel 1970 e nel 2010.</p>



<p>Il Brasile, invece, dopo quell&#8217;atroce sconfitta getterà le basi del suo verbo calcistico, diventerà la nazione numero uno del calcio, quella che tutti temono, che tutti guardano ammirati. Conquisterà cinque titoli mondiali, come nessun altro. Darà i natali a quello che forse è stato il più grande campione della storia, produrrà fior di altri fuoriclasse.</p>



<p>Eppure il 16 luglio 1950, il giorno passato alla storia come <em>Maracanaço</em>, è sempre lì. A ricordare dove tutto è iniziato. A ricordare che il Brasile non è riuscito a fare ciò che hanno saputo fare l&#8217;Uruguay, l&#8217;Italia, l&#8217;Inghilterra, la Germania Ovest, l&#8217;Argentina: vincere la prima Coppa del mondo organizzata in casa.</p>



<p>Ma come è possibile che il <em>Maracanaço </em>&#8211; che rimane di fondo un semplice evento sportivo, una semplice partita di pallone &#8211; abbia influenzato a tal punto le coscienze, fino a diventare, parafrasando lo scrittore <strong>Nelson Rodrigues</strong>, «la nostra catastrofe nazionale, la nostra Hiroshima»? Una spiegazione arriva dall’antropologo <strong>Roberto da Matta</strong>: «L’incontro del 1950 è vissuto come la più grande tragedia della storia contemporanea del Paese, sia perché ebbe una dimensione collettiva e produsse un sentire comune, sia perché accadde all’inizio di un decennio nel quale il Brasile cercava di affermarsi come nazione con un grande futuro. Ne risultò una instancabile ricerca delle spiegazioni e dei colpevoli per la vergognosa sconfitta».</p>



<p>A gettare benzina sul fuoco patriottico aveva contribuito anche la figura di <strong>Getúlio Vargas</strong>. Avvocato e ricco possidente terriero del Rio Grande do Sul, aveva perso le elezioni presidenziali del 1930 contro<strong> Júlio Prestes</strong>. Ma coglie la palla al balzo dopo l&#8217;assassinio del suo candidato vicepresidente <strong>João Pessoa</strong> e rovescia il governo con un colpo di Stato, sfruttando il decisivo appoggio dei militari. L&#8217;immagine di lui che in alta uniforme, in sella al suo cavallo, entra a Rio de Janeiro per rivendicare il potere fa il giro del mondo.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="771" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Getulio_Vargas_-_retrato_oficial_de_1930-771x1024.jpg" alt="" class="wp-image-25535" style="width:500px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Getulio_Vargas_-_retrato_oficial_de_1930-771x1024.jpg 771w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Getulio_Vargas_-_retrato_oficial_de_1930-226x300.jpg 226w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Getulio_Vargas_-_retrato_oficial_de_1930-768x1019.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Getulio_Vargas_-_retrato_oficial_de_1930.jpg 1008w" sizes="(max-width: 771px) 100vw, 771px" /><figcaption class="wp-element-caption">Getúlio Vargas</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>Vargas </strong>impiega pochi giorni a imprimere una svolta dittatoriale: sospende la Costituzione, scioglie i partiti politici, cancella la libertà di stampa e soffoca nel sangue ogni tentativo di rivolta. E trae ispirazione dai dittatori europei utilizzando lo sport &#8211; e in particolare il calcio, che in Brasile è una religione &#8211; per veicolare il consenso delle masse e propagare agli occhi del mondo un&#8217;immagine positiva della nazione.</p>



<p>Un lavoro che sembra dare i suoi frutti, dato che nel 1942 la Fifa assegna al Brasile l&#8217;organizzazione della Coppa del mondo. Ma la guerra in Europa rimanda l&#8217;appuntamento di otto anni. Dovevano essere sette, perché il Mondiale era programmato per il 1949, però i brasiliani chiedono un anno di proroga perché stanno realizzando un sogno: la costruzione del più grande stadio del mondo, il Maracanã di Rio de Janeiro, un&#8217;opera imponente destinata a lasciare a bocca aperta il resto del pianeta e mostrare l&#8217;immagine di un Brasile potente, moderno, proiettato verso il futuro.</p>



<p>E quando i brasiliani si mettono in testa un progetto in grande stile, tendono ad esprimersi, come sottolineato dal giornalista e scrittore inglese <strong>Alex Bellos</strong> «con il superlativo assoluto». Un atteggiamento che ha anche un nome: <em>ufanismo</em>, una sorta di sciovinismo al quadrato tutto di marca brasiliana, permeato di sviluppo senza limiti e grandezza senza confini.</p>



<p>È anche se <strong>Vargas</strong> dal 1946 non c&#8217;è più e il Paese ha riabbracciato la democrazia, il dado è stato ugualmente tratto. E l&#8217;entusiasmo generato dalle idee patriottiche di <strong>Vargas </strong>trova la sua degna consacrazione nella costruzione del Maracanã. Diecimila operai, in maggioranza neri e mulatti, lavorano alacremente, giorno e notte, a ritmi incessanti. Anche loro sono pervasi dal positivismo, convinti che quell’enorme ellissi di cemento rappresenti davvero l&#8217;alba di una nuova era.</p>



<p>«Lo stadio regala al Paese una nuova anima e risveglia dall’interno il gigante addormentato» scrive sul Jornal dos Sports il giornalista e scrittore <strong>Mário Filho</strong>. Persino la collocazione geografica gioca un ruolo fondamentale: il Maracanã si trova in una zona strategica, un passaggio obbligato tra il nord e il sud della città, in modo che tutti siano costretti a transitare da lì e ammirarne maestosità e splendore.</p>



<p>Nel 1950 finalmente il Colosseo dei tempi moderni prende forma: 183mila posti ufficiali, in realtà oltre 200mila, sbriciolati i 143mila dell’Hampden Park di Glasgow. Il Maracanã non ha eguali, il Brasile non ha eguali. È questo lo spirito che accompagna la nazionale di <strong>Flávio Costa</strong> alla Coppa del mondo. Una sicumera giustificata anche dal punto di vista tecnico, perché il Brasile allinea una rosa formidabile &#8211; soprattutto dal centrocampo in su &#8211; e nell&#8217;estate 1949 ha dominato la Coppa América, sbriciolando qualunque resistenza.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="776" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/20210914-142449-1--776x1024.jpg" alt="" class="wp-image-25536" style="width:500px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/20210914-142449-1--776x1024.jpg 776w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/20210914-142449-1--227x300.jpg 227w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/20210914-142449-1--768x1013.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/20210914-142449-1-.jpg 909w" sizes="(max-width: 776px) 100vw, 776px" /><figcaption class="wp-element-caption">Flávio Costa</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il Mondiale parte in modo fragoroso, con un 4-0 al Messico. Nella seconda partita, però il <em>Verrou </em>della Svizzera &#8211; un Catenaccio ante litteram che già aveva mandato allo sbando la Germania di Hitler nel Mondiale &#8217;38 &#8211; impantana l&#8217;arioso gioco brasiliano. Ne esce un faticoso 2-2 e il Brasile è costretto a vincere la terza partita contro la Jugoslavia.</p>



<p>La nazionale di  <strong>Flávio Costa</strong> non si fa pregare. Approfitta delle difficoltà di formazione degli avversari, con l’attaccante <strong>Rajko Mitic</strong> che si infortuna dopo aver battuto la testa contro una sbarra di metallo negli spogliatoi, e si porta sull&#8217;1-0. La squadra europea, storicamente agguerrita, prova a reagire, ma il Brasile chiude i giochi con una giocata sensazionale della sua stella più luminosa, il fantasista <strong>Tomás Soares da Silva</strong>, meglio noto con il soprannome di <strong>Zizinho</strong>. </p>



<p>Che prende palla sul lato destro di centrocampo, accelera, supera un difensore con un impareggiabile gioco di gambe al momento di entrare in area e infila l’angolino opposto. È un capolavoro. Ma l&#8217;arbitro annulla tra le proteste, e nessuno capisce esattamente il perché. <strong>Zizinho </strong>tuttavia non si scompone. Passano alcuni minuti e ripete la stessa, identica, azione: accelerazione, dribbling al difensore, palla nell’angolo. E stavolta l&#8217;arbitro non osa fiatare. L’inviato della Gazzetta dello Sport paragona <strong>Zizinho </strong>a Leonardo da Vinci che «dipinge opere d’arte con i piedi sull’immensa tela verde del Maracanã».</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="635" height="730" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/8fev171.webp" alt="" class="wp-image-25537" style="width:500px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/8fev171.webp 635w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/8fev171-261x300.webp 261w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /><figcaption class="wp-element-caption">Zizinho</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il Brasile si qualifica alla fase finale, che prevede un girone a quattro fra le vincitrici dei raggruppamenti iniziali. Per la prima e unica volta nella storia della Coppa del mondo non sarà una partita secca ad assegnare il titolo, ma la somma dei punti ottenuti nel girone. Il Brasile è inarrestabile: demolisce 7-1 la Svezia e 6-1 la Spagna. Si presenta all&#8217;ultimo incontro con l&#8217;Uruguay forte di due successi schiaccianti e con la possibilità di vincere il suo primo Mondiale anche pareggiando, dato che l&#8217;Uruguay ha sconfitto 3-2 la Svezia, ma è stato fermato sul 2-2 dalla Spagna.</p>



<p>Ma un pareggio non è contemplato nella mentalità brasiliana. Soprattutto non dopo un simile cammino infarcito di gol e spettacolo. Soprattutto non dopo la costruzione del Maracanã, i proclami della vigilia, e quel senso di <em>ufanismo </em>diffuso ovunque. </p>



<p>E che porta a scene e comportamenti surreali. La Gazeta Esportiva di San Paolo titola alla vigilia: «Domani batteremo l’Uruguay!». O Mundo di Rio pubblica le fotografie dei giocatori brasiliani e rilancia: «Eccoli, i volti dei nuovi campioni del mondo». Sulle vetrine dei negozi compaiono cartelloni celebrativi. L’ufficio postale emette francobolli che recano l’immagine dei futuri vincitori. E prima di scendere in campo, il sindaco di Rio,<strong> Ângelo Mendes de Moraes</strong>, profetizza: «Gloria a voi, che non avete rivali nell’intero emisfero e tra poche ore sarete proclamati nuovi campioni da milioni di compatrioti».</p>



<p>Oltre 173mila spettatori – ma la cifra è in difetto, sono circa 200mila – assistono però al trionfo annunciato che si trasforma nella tragedia massima. Alla pagina più nera nella storia del Brasile. Troppa pressione, troppa responsabilità sulla testa di undici uomini. Che negli spogliatoi appaiono tesi e nervosi, giustamente e inevitabilmente. In casa Uruguay, invece, il clima è molto più disteso e, secondo la leggenda, il laterale destro <strong>Schubert</strong> <em>El Mono</em> <strong>Gambetta </strong>riesce persino a dormire.</p>



<p>Non bisogna sottovalutare nemmeno la solita bravura tattica degli uruguiani, guidati da un fine stratega come il 42enne <strong>Juan López</strong>, che nel Mondiale corregge il Metodo classico (il modulo più in voga in Sudamerica), apportando un&#8217;ulteriore rivisitazione in chiave difensiva: a controllare il centravanti avversario non è il centromediano, ma uno dei due terzini, <strong>Eusebio Tejera</strong>, mentre l’altro, <strong>Matías González</strong>, funge da giocatore libero da compiti di marcatura diretta alle sue spalle.</p>



<p>In mezzo al campo, poi, <strong>López </strong>chiede ai due interni di partire quasi in linea con il centromediano, per creare un imbuto in cui avversari anche maggiormente dotati sul piano tecnico &#8211; come è il Brasile &#8211; possano infilarsi e faticare ad uscirne. Così, il centromediano <strong>Obdulio Varela</strong> accorcia molto le distanze con le mezzali <strong>Julio Pérez</strong> e <strong>Juan Alberto Schiaffino</strong>.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="486" height="465" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Obdulio_varela_uruguay.jpg" alt="" class="wp-image-25538" style="width:500px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Obdulio_varela_uruguay.jpg 486w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Obdulio_varela_uruguay-300x287.jpg 300w" sizes="(max-width: 486px) 100vw, 486px" /><figcaption class="wp-element-caption"> Obdulio Varela</figcaption></figure>



<p></p>



<p>La sfida si gioca soprattutto a centrocampo, questo <strong>López </strong>lo sa. Il Brasile ha due interni sontuosi come <strong>Zizinho </strong>e <strong>Jair Rosa Pinto</strong>, che sarà l&#8217;idolo del giovanissimo <strong>Pelé</strong>, e alle loro spalle si muovono <strong>Carlos Bauer</strong>, <em>O Monstro do Maracanã</em>, centromediano di sommo magistero, e il jolly <strong>Danilo</strong>. È importante che l&#8217;Uruguay in mezzo al campo regga l&#8217;urto. Ma non nutre di certo complessi di inferiorità, potendo allineare un genio come <em>Pepe </em><strong>Schiaffino</strong>, il leader tecnico, e un guerriero come <em>el Negro Jefe</em> <strong>Varela</strong>, il leader carismatico.</p>



<p>È intorno alla sua figura, in particolare, che gravita la manovra della <em>Celeste</em>. <strong>Varela </strong>si esalta nelle condizioni difficili, in cui parte sfavorito. Ha già vinto una Coppa América così, nel 1942, quando aveva guidato la squadra al successo decisivo su un&#8217;Argentina individualmente superiore, che poteva schierare in un colpo solo giocatori come il colosso <strong>Ángel Perucca</strong>, <em>el Portón de América</em>, in mezzo al campo; l&#8217;inafferrabile <strong>Enrique García</strong>, <em>el Poeta de la zurda</em>, all&#8217;ala; i fenomeni <strong>José Manuel Moreno</strong> e<strong> Adolfo Pedernera</strong> tra le linee; il sopraffino stoccatore <strong>Erminio Masantonio</strong> da centrattacco.</p>



<p>Sulla carta era una partita impari. Ma vinse l&#8217;Uruguay, trascinato dalla personalità immane di <strong>Varela</strong>. Che nel Mondiale 1954, 37enne, sarà ancora sulla breccia. E quando lui non ci sarà &#8211; squalificato nella semifinale contro la Grande Ungheria, a sua volta orfana della stella <strong>Ferenc Puskás</strong> &#8211; l&#8217;Uruguay verrà sconfitto.</p>



<p>Ai dirigenti uruguagi che sarebbero contenti in caso di una sconfitta con meno di tre reti di scarto, <strong>Varela </strong>risponde: «Noi questa partita la vinceremo». Ai suoi compagni, atterriti dalle urla di 200mila brasiliani, chiarisce:<em> ¡Los de afuera, son de palo! Y en el campo, seremos once para once</em>. Quelli là fuori, non esistono. E in campo, saremo undici contro undici. </p>



<p>L’Uruguay vince la partita grazie a quelle parole. Vince grazie a tanti piccoli dettagli. Vince nel primo tempo, quando la tattica difensiva di <strong>López</strong>, magistralmente orchestrata da <strong>Varela</strong>, inaridisce le sfuriate offensive del Brasile. Vince quando a inizio secondo tempo va in svantaggio. Perché lo stadio diventa una pentola a pressione, è pronto a esplodere, chiede altri gol, invoca lo spettacolo, vuole l’umiliazione degli avversari, leoni feriti alla mercé dei gladiatori nel ventre del Colosseo. </p>



<p>Ma Obdulio prende la palla sottobraccio, va dal guardalinee e chiede il fuorigioco. Poi va dall’arbitro e fa finta di lamentarsi. Poi si dirige lentamente al centro del campo per rimettere la palla al suo posto e ricominciare. Obdulio sa che il gol è regolare. Ma non è quello il suo scopo. Vuole guadagnare tempo, spezzare il ritmo brasiliano, evitare che quelli possano accendersi e caricarsi. Vuole gettare acqua sul fuoco, far sbollire l&#8217;entusiasmo.</p>



<p>L&#8217;Uruguay con calma tesse la propria tela. Parafrasando il giornalista <strong>Gianni Brera</strong> «continua a difendere la sconfitta». E appena si presenta l&#8217;occasione, al 21&#8242;, ribalta l&#8217;inerzia: <strong>Varela </strong>pesca lo scatto in fascia del funambolo <strong>Ghiggia</strong>, cross basso ed <em>el dios del fútbol</em> &#8211; così chiamano a Montevideo<strong> Juan Alberto Schiaffino</strong> &#8211; incrocia con il collo del piede destro, non dando scampo al portiere <strong>Moacir Barbosa</strong>.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1086" height="652" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/thumbnail_01.jpg" alt="" class="wp-image-25532" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/thumbnail_01.jpg 1086w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/thumbnail_01-300x180.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/thumbnail_01-1024x615.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/thumbnail_01-768x461.jpg 768w" sizes="(max-width: 1086px) 100vw, 1086px" /><figcaption class="wp-element-caption">La rete del pareggio di Schiaffino</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Fuoriclasse di squisita eleganza e rara intelligenza tattica, <strong>Schiaffino </strong>è l&#8217;<em>enganche</em>, l&#8217;interno di regia del grande Peñarol con cui vince cinque scudetti. Dopo aver disputato un superbo Mondiale &#8217;54 verrà in Italia, al Milan, e lascerà orme indelebili, conquistando tre volte il tricolore e sfiorando la vittoria in Coppa dei Campioni, fermato solo dall&#8217;intrattabile Real Madrid.</p>



<p>Il gol di <strong>Schiaffino </strong>pietrifica i brasiliani. L&#8217;1-1 è ancora sufficiente per laureare i padroni di casa campioni. Ma serpeggia oramai nello stadio la paura di non farcela, si fa strada l&#8217;idea che l&#8217;imponderabile possa realmente succedere. E infatti succede. A 12 minuti dal termine <strong>Ghiggia </strong>parte in contropiede. Salta <strong>Bigode</strong>, converge verso l’area, con la coda dell’occhio vede in mezzo <strong>Míguez</strong>, ma non lo serve. Calcia sul primo palo. <strong>Barbosa</strong>, però, aspettandosi il passaggio, ha fatto un passo in più verso il centro della porta e quando si butta è in ritardo. </p>



<p>«Goal do Uruguay» commenta, in modo asettico, il radiocronista brasiliano <strong>Luis Mendez</strong>. Poi l’intonazione cambia. «Goal do Uruguay?»: diventa una domanda, perché no, non può essere vero, è un incubo e bisogna svegliarsi, il Brasile non può perdere. Infine, la presa di coscienza: «Goal do Uruguay!». Nessun brutto sogno. È tutto maledettamente reale. L’Uruguay sta vincendo al Maracanã, sta profanando il tempio.</p>



<p>Con smisurato orgoglio, <strong>Ghiggia </strong>dirà, un giorno: «Solo tre persone sono riuscite con un gesto a zittire il Maracanã: Papa Giovanni Paolo II, Frank Sinatra e io». Già perché dopo il gol dell&#8217;Uruguay, lo stadio smette di tifare. Un irreale silenzio avvolge come una cappa nera tutti i presenti. «Il Maracanã rimase ammutolito proprio quando i suoi calciatori avrebbero avuto più bisogno di sentire il tifo. Mai fidarsi di uno stadio: ecco la vera lezione del 1950» è l&#8217;amara constatazione del cantante <strong>Chico Buarque</strong>.</p>



<p>Il Brasile non ha più il tempo di riorganizzarsi, si getta nella metà campo avversaria, ma le idee sono poche e confuse, e la difesa della <em>Celeste </em>non trema. Al fischio finale dell&#8217;arbitro inglese <strong>George Reader</strong> i brasiliani si rendono conto che l&#8217;incubo è diventato reale. E <strong>Jules Rimet</strong> consegna la coppa a <strong>Obdulio Varela</strong> quasi di nascosto, quasi vergognandosene.</p>



<p>Alcune persone muoiono, vittime di attacchi cardiaci. Pare che addirittura qualcuno si uccida, ma è una tesi che non trova ovunque dei fondamenti. Di sicuro, l&#8217;amarezza e la tristezza sono enormi, e pervadono il cuore di un intero popolo. Perlomeno di coloro che hanno visto un autentico dramma sportivo consumarsi davanti ai propri occhi. Come <strong>Carlos Heitor Cony</strong>. Che diventerà un grande giornalista, ma al tempo ha 24 anni ed è solo uno dei tanti tifosi feriti. </p>



<p>Ricorderà <strong>Cony</strong> di quel giorno: «Me ne stavo lì immobile, su un gradino di cemento, a contemplare i riflessi del sole sull’erba, ad ascoltare una folla in silenzio, un silenzio, quello della folla abbandonata dal destino, che non era nemmeno interrotto da qualche triste singhiozzo di pianto. Chi aveva vissuto quel pomeriggio crudele pensava di aver perso per sempre la felicità. Ciò che accadde il 16 luglio 1950 meriterebbe un monumento collettivo tipo il Sepolcro al Milite Ignoto. È questo che costruisce una nazione, un popolo avvolto nel suo dolore». </p>



<p>Il giornalista <strong>José Lins do Rego</strong> scrive, invece, sul Journal dos Sports: «Vidi gente abbandonare il Maracanã a testa bassa, lacrime negli occhi, muti, quasi stessero tornando dal funerale di un genitore amato. Vidi una nazione intera sconfitta, forse di più, senza speranza. Mi fece male al cuore. Tutta l’eccitazione dei primi minuti ridotta in cenere. E all’improvviso mi colse un profondo sconforto, mi entrò in testa che eravamo davvero un popolo sfortunato, una nazione priva delle grandi gioie della vittoria, insanguinata dalla cattiva sorte e dalle miserie del destino».</p>



<p>Si fa strada nel Paese il pensiero che il Brasile non potrà mai essere veramente felice. Che sarà destinato alla sconfitta eterna. È ciò che <strong>Nelson Rodrigues</strong> definisce «il complesso dei <em>vira latras</em>», dei cani randagi, perché i brasiliani come dei cani randagi si mettono volutamente in una posizione di inferiorità, malessere e insoddisfazione di fronte al mondo. </p>



<p>I capri espiatori diventano due. Il primo è il portiere <strong>Barbosa</strong>, colpevole secondo tifosi e addetti ai lavori di aver subito il gol decisivo da <strong>Ghiggia </strong>sul suo palo. Per diverse settimane non esce di casa perché rischia il linciaggio. Nel 1970 in un supermercato una donna lo indicherà con disprezzo: «Guardatelo, l’uomo che ha fatto piangere tutto il Brasile». Nel 1993 gli vieteranno di entrare al campo di allenamento della nazionale perché diranno che porta sfortuna. Poco prima di morire nell’aprile del 2000, abbandonato e in miseria, si lascerà andare ad uno sfogo amarissimo: «In Brasile la punizione massima per un criminale è 30 anni. Io ho pagato tutta la vita per un peccato che non ho mai commesso». </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="981" height="624" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/barbosamondiali1950-giocopulito.webp" alt="" class="wp-image-25540" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/barbosamondiali1950-giocopulito.webp 981w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/barbosamondiali1950-giocopulito-300x191.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/barbosamondiali1950-giocopulito-768x489.webp 768w" sizes="(max-width: 981px) 100vw, 981px" /><figcaption class="wp-element-caption">Moacir Barbosa</figcaption></figure>



<p></p>



<p>E siccome <strong>Barbosa </strong>è nero e neri sono anche i difensori <strong>Bigode </strong>e <strong>Juvenal </strong>– pure loro autori di una prova deludente – si riaccende nel Paese la tesi che la mescolanza razziale sia una colpa e sia indispensabile recuperare le antiche separazioni etniche e di classe. Ecco perché il <em>Maracanaço </em>non è, per la cultura brasiliana, una semplice partita di pallone. È un dramma umano che riporta il Paese indietro di trent’anni, ai tempi del razzismo, delle discriminazioni, di quando il grande <strong>Artur Friedenreich </strong>per giocare doveva sembrare bianco. </p>



<p>E a proposito di bianco, eccoci al secondo capro espiatorio. La maglia &#8211; bianca, con il colletto blu &#8211; della nazionale. Al pari di <strong>Barbosa</strong>, viene indicata come sinonimo di sventura. Il quotidiano di Rio Correio da Manhã la definisce «un vuoto simbolico, psicologico e morale» e indice un concorso pubblico per cambiare i colori. Vince la proposta di un 19enne, <strong>Aldyr Garcia Schlee</strong>, che per un beffardo scherzo del destino&#8230; è un tifoso dell&#8217;Uruguay. <strong>Schlee </strong>da grande sarà famoso, diventerà un grafico, un giornalista, un professore universitario, un romanziere di successo.</p>



<p>Il suo disegno è una maglia gialla con maniche e colletto verdi, pantaloncini blu con una striscia di bianco, calzettoni bianchi con finiture verdi e gialle: la casacca che renderà il Brasile famoso e leggendario. Piace a tutti perché abbina i colori della bandiera e trasmette quella gioia di vivere che il Paese deve ritrovare. </p>



<p>La nuova uniforme è il primo passo per aprire la via del riscatto. Il secondo passo viene compiuto a Bauru, città dell’entroterra dello Stato di San Paolo: un padre, calciatore di livello modesto, è in lacrime dopo aver ascoltato alla radio la sconfitta del Brasile. Gli si avvicina il figlio di 9 anni, già dotato di un talento incommensurabile. «Papà, non piangere: un giorno vincerò la Coppa del mondo per te» gli dice. Otto anni dopo quel ragazzino manterrà la promessa. </p>



<p>Ma in Svezia <strong>Pelé </strong>non riscatterà solo l’onta del <em>Maracanaço</em>: porterà gli ultimi, i figli degli schiavi neri e mulatti, i dimenticati delle favelas a sentirsi tutti fratelli. Tutti parte di un’unica, grande, nazione. Per il Brasile quel giorno inizierà davvero l’alba di una nuova era.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Brasile Uruguay 1950 la tragedia di un popolo" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/OtA9Dk080SQ?start=6&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>L&#8217;Ajax di Louis van Gaal: il ritorno del Totaalvoetbal</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Resta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Nov 2025 00:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[1994-1995]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono passati 30 anni da quando quella sera, quasi per puro caso, mi imbattei nella trasmissione &#8220;Un anno di sport&#8221; dove la vecchia Italia Uno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/11/01/lajax-di-louis-van-gaal-il-ritorno-del-totaalvoetbal.html">L&#8217;Ajax di Louis van Gaal: il ritorno del Totaalvoetbal</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Sono passati 30 anni da quando quella sera, quasi per puro caso, mi imbattei nella trasmissione &#8220;Un anno di sport&#8221; dove la vecchia Italia Uno a Capodanno mostrava le migliori imprese sportive degli ultimi 365 giorni. Ricordo come fosse ieri l’istantanea di un calcio diverso, lontano anni luce dal nostro attuale pallone tronfio di diritti tv e spesso monotono. Fu proprio tra quelle immagini che sbocciò l’Ajax di <strong>van Gaal</strong>, un modello di calcio che pareva un poema di disciplina e poesia, un balletto di statistiche e di tattica, un esempio di come si possa battere il tempo con l’organizzazione e l’arte.</p>



<p>L’Ajax 1994-95, sotto la guida di <strong>Louis van Gaal</strong>, era un’ideale di equilibrio, un meccanismo perfetto che ruotava attorno a una disposizione inedita: il 3-1-3-3. Non un semplice schema, ma un arabesco tattico, un fiore schiuso di passaggi, sovrapposizioni e pressing che sembrava danzare su di un rettangolo verde dove le idee degli avversari apparivano spesso come sterili convenzioni. Una squadra che si appoggiava su numeri e movimenti come un artista su pennellate minime, eppure capaci di creare un’armonia devastante.</p>



<p>Il cuore di questa tattica non era solo la disposizione dei giocatori, ma la responsabilità di ciascuno, la loro capacità di occupare spazi e di scambiare ruoli come attori in un dramma collettivo. La difesa a tre, solida e compatta, si sosteneva con un mediano che fungeva da fulcro (una sorta di volante centrale difensivo) e da raccordo tra i reparti, permettendo agli esterni di sovrapporsi e mordere sulla fascia. La linea di tre dietro non era statica: un’intelligenza tattica alla <strong>van Gaal</strong>, che prevedeva la rotazione, il raddoppio e la pressione altissima, un sistema di prevenzione come quelli di un’architettura innovativa.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/patrick_kluivert_celebrates_scoring_the_winner_in_the_1995_final-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-25195" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/patrick_kluivert_celebrates_scoring_the_winner_in_the_1995_final-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/patrick_kluivert_celebrates_scoring_the_winner_in_the_1995_final-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/patrick_kluivert_celebrates_scoring_the_winner_in_the_1995_final-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/patrick_kluivert_celebrates_scoring_the_winner_in_the_1995_final.jpg 1462w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;esultanza di Patrick Kluivert dopo il gol decisivo al Milan nella finale di Champions League 1994-95</figcaption></figure>



<p></p>



<p>E i numeri, signori, i numeri parlano chiaro. In quella stagione, l’Ajax vinse l’Eredivisie con 61 punti, nessuna sconfitta, 34 partite e 27 vittorie, con una media di 2.17 punti a partita, e dominò in Champions League, eliminando squadre come il Bayern Monaco e il Milan di <strong>Capello </strong>in finale al Praten di Vienna (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2020/03/19/1995-finale-ajax-milan-1-0.html">qui </a>il resoconto), con un calcio che si basava su un possesso palla che superava spesso il 60%. Collezionava 17 vittorie esterne, un risultato che denotava non solo una compattezza tattica ma una capacità di adattamento in trasferta che pochi europei potevano eguagliare.</p>



<p>Ma il vero talento, quello che rendeva questa squadra un autoritratto di perfezione, era nella sua filosofia: l’equilibrio tra disciplina e creatività. <strong>Van Gaal</strong> sapeva che il calcio non è solo numeri, ma anche emozioni. Per questo motore pulsante si muoveva con un ritmo studiato, lasciando che i giocatori, come pulcini d’acciaio, si muovessero come una massa ordinata eppure viva, in ogni istante.</p>



<p>Le partite erano come partiture di Bach, e nella sua orchestra, il pallone non era un semplice oggetto, ma il coreografo stesso. Una squadra che, più di ogni altra, incarnava la filosofia del “fare squadra”, del collettivo sopra l’individualismo, una lezione che oggi sembra dimenticata in troppe realtà del nostro calcio domestico.</p>



<p>Il 3-1-3-3 di <strong>van Gaal</strong> è una variante del 4-3-3 tradizionale, con un difensore centrale in più e un mediano davanti alla difesa. Questo schema permette all&#8217;Ajax di avere una solida base difensiva senza rinunciare alla fluidità offensiva.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Formazione tipo</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="940" height="788" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/DE-LA-FUENTE-Spagna-19.jpg" alt="" class="wp-image-25192" style="width:500px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/DE-LA-FUENTE-Spagna-19.jpg 940w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/DE-LA-FUENTE-Spagna-19-300x251.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/DE-LA-FUENTE-Spagna-19-768x644.jpg 768w" sizes="(max-width: 940px) 100vw, 940px" /></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Analisi dei ruoli e movimenti</h2>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">Edwin van der Sar</h3>



<p><strong>Van der Sar</strong>, il portiere, non è solo un ultimo baluardo ma un vero e proprio regista difensivo. La sua capacità di leggere il gioco e anticipare le mosse avversarie gli permette di gestire la linea difensiva con autorità. La sua presenza tra i pali infonde sicurezza a tutta la squadra, permettendo ai difensori di osare di più in fase di possesso palla.</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">La difesa</h3>



<p>Il trio difensivo è composto da <strong>Frank de Boer</strong>, <strong>Danny Blind</strong> e <strong>Michael Reiziger</strong>. <strong>Frank de Boer</strong>, centrale di destra, è il leader della difesa, con una capacità di impostazione rara per un difensore. La sua precisione nei passaggi lunghi e la capacità di leggere le situazioni di gioco lo rendono un perno fondamentale. <strong>Blind</strong>, centrale sinistro, è il complemento perfetto, con una propensione al tackle e una lettura del gioco altrettanto raffinata. <strong>Reiziger</strong>, sulla destra, aggiunge dinamismo e copertura, spesso avanzando per supportare le azioni offensive.</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">Edgar Davids o Rijkaard</h3>



<p><strong>Davids</strong>, il mediano, è il fulcro del sistema. La sua energia inesauribile e la sua capacità di recuperare palloni lo rendono insostituibile. Ma non è solo un recupera-palloni: la sua abilità nel distribuire il gioco e la sua intelligenza tattica gli permettono di essere il primo regista della squadra. Il suo ruolo è cruciale nel mantenere l&#8217;equilibrio tra difesa e attacco. Lo stesso paragrafo può essere riletto sostituendo <strong>Rijkaard </strong>al posto di <strong>Davids </strong>soprattutto per la stagione 1994-95.</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">Il centrocampo</h3>



<p><strong>Ronald de Boer </strong>e <strong>Clarence Seedorf</strong> sono i due centrocampisti centrali che agiscono come mezz&#8217;ali. <strong>Seedorf</strong>, con la sua visione di gioco e la sua tecnica sopraffina, è spesso il regista avanzato, capace di verticalizzare il gioco con passaggi precisi. <strong>Ronnie de Boer</strong> d&#8217;altro canto, con la sua resistenza fisica, la sua lettura tattica del gioco e la sua capacità di copertura, offre equilibrio e dinamismo.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="590" height="510" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/515830220_1423698382475608_1331173647209976026_n.jpg" alt="" class="wp-image-25199" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/515830220_1423698382475608_1331173647209976026_n.jpg 590w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/515830220_1423698382475608_1331173647209976026_n-300x259.jpg 300w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /><figcaption class="wp-element-caption">Edgar Davids e Clarence Seedorf: una coppia di centrocampisti destinata ad un grande futuro</figcaption></figure>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">Le ali</h3>



<p><strong>Marc Overmars </strong>e <strong>George Finidi s</strong>ono le ali che danno ampiezza al gioco dell&#8217;Ajax. <strong>Overmars</strong>, sulla sinistra, è una forza della natura: velocità, dribbling e un instancabile capacità di ripiegare in difesa. <strong>Finidi</strong>, sulla destra, è altrettanto esplosivo, con una capacità di puntare l&#8217;uomo e crossare che mette costantemente in difficoltà le difese avversarie.</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;attacco</h3>



<p><strong>Patrick Kluivert </strong>e<strong> Jari Litmanen</strong> formano una coppia d&#8217;attacco letale. <strong>Kluivert</strong>, al tempo appena 18enne, con la sua fisicità e il suo fiuto del gol, è il classico centravanti moderno. La sua capacità di muoversi tra le linee e creare spazi per i compagni è fondamentale. <strong>Litmanen</strong>, il trequartista, è il fulcro creativo dell&#8217;attacco. La sua intelligenza tattica e la sua tecnica lo rendono capace di trasformare qualsiasi situazione in una potenziale occasione da gol.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Movimento e schemi</h2>



<p></p>



<p>Il 3-1-3-3 di <strong>van Gaal</strong> è caratterizzato da una fluidità tattica impressionante. I movimenti dei giocatori sono ben coordinati e basati su principi di interscambio e rotazione.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Possesso palla</h3>



<p>Quando l&#8217;Ajax ha il possesso, i tre difensori si allargano per offrire linee di passaggio, mentre <strong>Davids</strong> si posiziona come primo filtro. <strong>Ronald de Boer</strong> e <strong>Seedorf </strong>si muovono in maniera sincronizzata, creando triangoli di passaggio con le ali e gli attaccanti. <strong>Overmars </strong>e <strong>Finidi </strong>tendono a stringere verso il centro per creare superiorità numerica, mentre <strong>Kluivert </strong>e <strong>Litmanen </strong>si muovono costantemente per sfruttare gli spazi.</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading">Non possesso</h3>



<p>In fase di non possesso, l&#8217;Ajax si compatta, con i tre difensori che si avvicinano e <strong>Davids </strong>che agisce da schermo davanti alla difesa. Le ali ripiegano per aiutare in fase difensiva, mentre i centrocampisti centrali si posizionano per intercettare i passaggi avversari. <strong>Kluivert </strong>e <strong>Litmanen</strong>, anche se meno coinvolti in fase difensiva, offrono comunque un pressing alto per disturbare la costruzione avversaria.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/litmanen-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-25201" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/litmanen-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/litmanen-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/litmanen-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/litmanen-1536x864.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/11/litmanen.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Jari Litmanen, stella offensiva della squadra</figcaption></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Conclusione</h2>



<p></p>



<p>L&#8217;Ajax di <strong>van Gaal</strong>, con il suo 3-1-3-3, ha ridefinito il concetto di calcio totale. Ogni giocatore è parte di un meccanismo perfettamente oliato, capace di adattarsi e reagire a qualsiasi situazione di gioco. <strong>Van der Sar</strong>, <strong>Davids</strong>, i fratelli <strong>de Boer</strong>, <strong>Overmars</strong>, <strong>Finidi</strong>, <strong>Kluivert </strong>e <strong>Litmanen </strong>sono stati i protagonisti di questa rivoluzione tattica, ognuno con le proprie caratteristiche e il proprio contributo unico. Il loro gioco, una combinazione di tecnica, intelligenza e spirito di squadra, rimane un esempio di come il calcio possa essere elevato a forma d&#8217;arte.</p>



<p>Ecco, quell’Ajax di<strong> van Gaal </strong>non era solo uno schema, un numero, una vittoria. Era un’idea: la dimostrazione che il calcio può essere anche un’arte, uno spettacolo di logica e poesia, un esempio di come l’innovazione e la cultura sportiva possano coabitare in un campionato di sogni e di statistiche.</p>



<p>Perciò si, ricordo ancora quella sera di trenta anni fa e quello che mi lasciò in eredità non furono solo le immagini di un’Europa che non era quella di oggi, ma la consapevolezza che il calcio, quello vero, si può palesare al grande pubblico come un’opera d’arte. Una musica che apparentemente sembra poter essere suonata soltanto da qualche grande compositore dal paradiso divino. Basta solo saper leggere le sue note o se non altro lasciarsi abbandonare alla sua bellezza.Quella sera però, durante quella trasmissione televisiva, non era Bach la musica in sottofondo nel clip su Italia Uno, ma “Un mondo d&#8217;amore” cantata da Morandi…</p>



<p>E così fu proprio quel verso iniziale con “C&#8217;è un grande prato verde dove nascono speranze” che catapultò la mia fantasia nel cuore della “Toekemost” (Il Futuro) una scuola calcio dove negli spogliatoi sta scritto “Eerst de man, dan de voetballer&#8221;.<br>Mai verità fu più consolidata.<br>Quello, per il sottoscritto, è ancora oggi il grande prato dell&#8217;amore.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="EL AJAX de VAN GAAL que dominó Europa (1991-1997) ❌❌❌ 🇳🇱" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/cRQcYbls4EE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Dalle fabbriche a Wembley: la rivoluzione  del calcio femminile</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2025/08/24/dalle-fabbriche-a-wembley-la-rivoluzione-del-calcio-femminile.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Fragapane]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Aug 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[alice kells]]></category>
		<category><![CDATA[calcio femminile]]></category>
		<category><![CDATA[florrie redford]]></category>
		<category><![CDATA[inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[jennie harris]]></category>
		<category><![CDATA[lily parr]]></category>
		<category><![CDATA[nettie honeyball]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Liverpool, 26 dicembre 1920. In Gran Bretagna si celebra il Boxing Day, il giorno dopo Natale in cui le famiglie agiate regalano cibo e piccoli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Liverpool, 26 dicembre 1920. In Gran Bretagna si celebra il Boxing Day, il giorno dopo Natale in cui le famiglie agiate regalano cibo e piccoli doni al personale di servizio e in generale ai più sfortunati. Allo stadio Goodison Park accorrono 53.000 persone che, noncuranti del freddo pungente e della tradizione, affollano gli spalti. In realtà sarebbero molti di più, contando chi è rimasto fuori perché l’impianto aveva raggiunto la sua capienza massima (se ne stimano 14.000). La tensione è alle stelle e l’entusiasmo non è da meno tanto che deve intervenire la polizia a contenere i tifosi mentre due squadre si fanno largo tra la folla per entrare nello stadio.&nbsp;</p>



<p>Quel giorno, che resterà nella storia, si fronteggiano due squadre composte interamente da donne: le Dick, Kerr&#8217;s Ladies F.C contro le rivali del St Helen&#8217;s Ladies. La gara si gioca su ritmi sostenuti&nbsp; e ad alti livelli: le Dick, Kerr’s Ladies vincono 4-0 grazie a una tripletta di<strong> Alice Kells</strong>. Mai una squadra femminile aveva radunato così tanti spettatori (ricordiamo che nello stesso stadio giocava l’Everton e mai aveva raggiunto un tale numero di spettatori) e mai si era registrato un incasso così alto, 3115 sterline da devolvere in beneficenza i veterani di guerra. È l’apice della storia del calcio femminile, ancora agli albori, ma è anche il momento che ne segna il declino.</p>



<p>La storia del calcio femminile è un&#8217;epopea fatta di passione, ostacoli e trionfi, spesso oscurata dalla narrazione dominante del calcio maschile. È una storia che inizia tra la fine del XIX e l&#8217;inizio del XX secolo, in Inghilterra, la culla del football moderno, e che attraversa un percorso tortuoso, segnato da periodi di grande popolarità e da lunghi anni di ostracismo.</p>



<p>Il primo match di cui si ha notizia risale al 23 marzo 1895: a Londra, va in scena un evento che segna una svolta epocale: la prima partita ufficiale di calcio femminile della storia. Al Crouch End Athletic Ground, due squadre – il Nord e il Sud – si affrontano davanti a un pubblico curioso e scettico. Non è solo una sfida sportiva, ma un atto rivoluzionario che inaugura l’ingresso delle donne in un mondo fino ad allora ritenuto esclusivamente maschile.</p>



<p>L’iniziativa porta la firma di <strong>Nettie Honeyball</strong>, attivista e fondatrice del British Ladies Football Club, che con coraggio sfida i pregiudizi dell’Inghilterra vittoriana. In un’epoca in cui lo sport era considerato inadatto al corpo e al ruolo sociale delle donne, Honeyball organizza un incontro che farà da spartiacque. La partita, vinta dal Nord per 7-1, passa alla storia non tanto per il risultato quanto per l’audacia delle protagoniste, capaci di imporsi su un terreno che la società voleva loro precluso. Quell’incontro è il primo vero atto di riconoscimento del calcio femminile come disciplina autonoma.  </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="628" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Nettie-Honeyball-628x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-24957" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Nettie-Honeyball-628x1024.jpeg 628w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Nettie-Honeyball-184x300.jpeg 184w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Nettie-Honeyball-768x1252.jpeg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Nettie-Honeyball.jpeg 829w" sizes="(max-width: 628px) 100vw, 628px" /><figcaption class="wp-element-caption">Nettie Honeyball</figcaption></figure>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Le eroine di Preston</h2>



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<p>Il vero boom avviene però durante gli anni della Grande Guerra: con gli uomini impegnati al fronte, le donne entrano&nbsp; nelle fabbriche per sostenere lo sforzo bellico e, durante le pause o dopo il lavoro, iniziano a giocare a pallone. Nasce&nbsp; così il fenomeno delle <em>Munitionettes</em>, le squadre formate dalle operaie delle fabbriche di munizioni: il calcio non diventa solo una distrazione dalla durezza della vita, ma è un ottimo modo per raccogliere fondi. Tra tutte le squadre, ce n’è una che spicca per talento e popolarità: le Dick, Kerr&#8217;s Ladies F.C., compagine fondata a Preston (a Nord di Liverpool) e formata prevalentemente dalle operaie di una fabbrica riconvertita alla produzione di munizioni. Le donne, lavorano in condizioni difficili e spesso pericolose, maneggiando esplosivi che le tingono di giallo e le rendono vulnerabili a malattie.</p>



<p>Tutto inizia quasi per caso, con una sfida amichevole lanciata dai lavoratori uomini, scettici del fatto che le loro colleghe potessero e sapessero giocare a calcio e che devono ben presto ricredersi. Il 25 dicembre 1917, a Deepdale, la casa del Preston North End, le neonate Dick, Kerr Ladies affrontano la squadra di un&#8217;altra fabbrica in una partita di beneficenza: 10.000 spettatori accorrono a vedere la gara e vengono e raccolte 600 sterline, (una somma considerevole per l&#8217;epoca) per i soldati feriti.</p>



<p>È l’inizio di un&#8217;epopea di successi senza precedenti. Le Dick, Kerr Ladies non sono solo una squadra di calcio, ma un vero e poprio fenomeno culturale. In maglia bianco-nera e calzoncini blu, con il caratteristico berretto di lana calcato sulle chiome fluenti, le ragazze riescono a sbaragliare ogni avversario.Anche la stampa britannica riconosce il loro talento: &#8220;Il loro gioco d&#8217;attacco era spesso sorprendentemente buono, una o due delle signore mostravano un controllo di palla davvero ammirevole&#8221;. È davvero l&#8217;inizio di un&#8217;era.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="932" height="726" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/dick.jpeg" alt="" class="wp-image-24958" style="width:700px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/dick.jpeg 932w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/dick-300x234.jpeg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/dick-768x598.jpeg 768w" sizes="(max-width: 932px) 100vw, 932px" /><figcaption class="wp-element-caption">Le Dick, Kerr&#8217;s Ladies</figcaption></figure>



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<p>Il sogno prende forma grazie a un gruppo di atlete straordinarie, vere e proprie leggende del loro tempo: tra queste vanno ricordate <strong>Florrie Redford</strong>, il cuore e la mente della squadra; <strong>Lily Parr</strong>, ala sinistra con un tiro potente, si dice addirittura capace di rompere il braccio di un portiere professionista. Con oltre 900 gol in carriera, Parr è una delle più grandi marcatrici di sempre. Da citare anche <strong>Jennie Harris</strong>, la <em>maga del dribbling</em>, un&#8217;artista del pallone alta solo un metro e 47; <strong>Alice Kell</strong>, la capitana, un difensore eclettico che sapeva trasformarsi in un implacabile attaccante e <strong>Jessie Walmsley</strong>, la mediana con il sorriso contagioso, paragonata a una sorta di Jackie Charlton al femminile. Il gruppo è seguito da <strong>Frankland</strong>, il loro manager e vero e proprio talent scout: è in grado infatti di attirare le giovani promesse a Preston con offerte di lavoro e permessi retribuiti. Il risultato è una squadra imbattibile, rinforzata da quello che possiamo a tutti gli effetti considerare un archetipo di calciomercato.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="560" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Lily-Parr-560x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-24959" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Lily-Parr-560x1024.jpeg 560w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Lily-Parr-164x300.jpeg 164w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Lily-Parr.jpeg 653w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lily Parr</figcaption></figure>



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<p>Le Dick, Kerr Ladies non sono solo imbattibili, ma diventano ben presto anche famosissime, tanto da intraprendere presto una tournée in Francia, dove la loro forza fisica contrasta con la grazia delle avversarie francesi. E non solo: anche il mondo dello spettacolo, soprattutto il cinema, si interessa a loro tanto da volerle scritturare. Passano gli anni, la Grande Guerra finisce e i sopravvissuti tornano a casa. Si torna quindi, più o meno, alla normalità e non è più necessario raccogliere fondi da mandare ai soldati al fronte. Nonostante ciò le calciatrici continuano ad avere seguito, fino al 5 dicembre 2021, quando la Football Association (FA) bandisce dai suoi campi il calcio femminile. </p>



<p>«A causa dei reclami fatti a proposito del calcio femminile» si legge nella nota diffusa dall’associazione «il Consiglio si sente costretto ad esprimere il suo parere, ritenendo il calcio non adatto alle donne e per questo motivo non deve esserne incoraggiata la pratica. Il Consiglio richiede, quindi, alle squadre appartenenti all’associazione di non fare disputare tali incontri sui loro campi da gioco».&nbsp; Il calcio femminile viene ufficialmente bandito ufficialmente perché non reputato uno sport da donne, ufficiosamente perché, in realtà, le calciatrici toglievano spettatori preziosissimi ai colleghi uomini. Il colpo è durissimo perchè oltre a essere la fine di una favola, relega il calcio femminle ai margini per mezzo secolo.un boicottaggio che durerà fino agli Anni &#8217;70, ma che non impedisce alle Kerr&#8217;s Ladies di continuare a giocare – dal 1926 con il nome di Preston Ladies F.C. – fino al 1965. Vincendo 758 partite su 828.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Resilienza e ribellione</h2>



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<p>Nonostante l&#8217;opposizione quindi, le donne inglesi non si arrendono. Con una tenacia straordinaria che oggi definisce lo spirito del movimento, circa 30 squadre si riuniscono a Liverpool il 10 dicembre 1921. L&#8217;incontro non è solo una ribellione, ma la fondazione ufficiale dell&#8217;English Ladies Football Association (ELFA), un&#8217;organizzazione che ha come missione la diffusione del gioco e l&#8217;uso del calcio come strumento di beneficenza. La loro determinazione porta subito a un risultato concreto: l&#8217;anno successivo, le Stoke Ladies alzano la prima e unica ELFA Challenge Cup, sconfiggendo per 3-1 le Doncaster e Bentley Ladies. È un primo, fondamentale, segnale della ferrea volontà e della solida base del calcio femminile oltremanica</p>



<p>Ma la strada è ancora in salita. La mancanza di strutture adeguate è un ostacolo quotidiano. Le squadre sono spesso costrette a giocare su campi da rugby o in spazi ridotti che limitano la partecipazione e la visibilità. Il calcio femminile vive costantemente all&#8217;ombra di quello maschile e i pregiudizi non accennano a diminuire. Un caso emblematico di questa mentalità è la sospensione di un arbitro da parte della Kent County Football Association nel 1947, motivata dal fatto che la gestione di una squadra femminile da parte di un uomo &#8220;getta discredito&#8221; sull&#8217;intero sport.</p>



<p>Tuttavia, la passione è più forte di ogni divieto. Nuovi club continuano a nascere, spinti da un desiderio puro di giocare. Tra questi spicca il Manchester Corinthians, fondato nel 1949 da <strong>Percy Ashley</strong>, un osservatore del Bolton Wanderers, per permettere a sua figlia, <strong>Doris</strong>, di esprimere il suo talento. Le giocatrici si allenano al Fog Lane Park, dove l&#8217;assenza di spogliatoi con acqua corrente le costringe a lavarsi in uno stagno dopo le partite. Nonostante queste difficoltà, la squadra diventa leggendaria, vincendo numerosi trofei nazionali nei primi due anni. </p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="750" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Manchester-Corinthias-1024x750.jpeg" alt="" class="wp-image-24960" style="width:700px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Manchester-Corinthias-1024x750.jpeg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Manchester-Corinthias-300x220.jpeg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Manchester-Corinthias-768x562.jpeg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Manchester-Corinthias.jpeg 1038w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Corinthias Ladies Football Club</figcaption></figure>



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<p>La fama del Corinthians cresce a tal punto che, per mancanza di avversarie, Ashley crea una seconda squadra, The Nomads, nel 1957, per poter organizzare partite di beneficenza. Le loro tournée internazionali in Portogallo, Olanda, Sud America e Marocco, spesso con l&#8217;aiuto del portiere del Manchester City, <strong>Bert Trautmann</strong>, per la traduzione, le trasformano in vere e proprie ambasciatrici del calcio femminile. La squadra colleziona oltre 50 trofei e raccoglie 275.000 sterline in beneficenza, dimostrando che il calcio femminile non è solo sport, ma anche un potente veicolo di cambiamento sociale.</p>



<p>Con i profondi cambiamenti sociali degli anni &#8217;60, le donne iniziano a reclamare i propri diritti. Il calcio non fa eccezione. Il 1° novembre 1969, rappresentanti di 44 club si incontrano a Londra per il primo incontro della Women&#8217;s Football Association (WFA). Sotto la guida del falegname Arthur Hobbs e della presidente Pat Dunn, la WFA getta le basi per la rinascita del calcio femminile, organizzando un torneo a Deal, nel Kent, che anticipa la futura Women&#8217;s FA Cup.</p>



<p>La pressione sulla Football Association (FA) diventa a un certo punto insostenibile. La FA è costretta a riconsiderare la sua posizione e, nel gennaio 1970, vota per abrogare la controversa risoluzione del 1921. Il 24 giugno 1971 è una data storica: in un&#8217;assemblea generale, viene finalmente concesso il permesso di giocare su campi affiliati alla FA e di utilizzare arbitri registrati. La strada per il calcio femminile professionistico è finalmente aperta. L&#8217;Inghilterra è tra le prime nazioni a rispondere positivamente all&#8217;invito della UEFA, che raccomanda alle federazioni nazionali di governare il calcio femminile. Il 29 febbraio 1972, la FA riconosce ufficialmente la WFA.</p>



<p>La prima squadra ufficiale inglese della WFA gioca la sua prima partita internazionale in Scozia, vincendo 3-2. Questa vittoria riscatta la storica sconfitta di 91 anni prima e, non a caso, avviene a 100 anni esatti dalla prima partita internazionale maschile. Le giocatrici, come<strong> Sylvia Gore, Lynda Hale e Jeannie Allott</strong>, diventano eroine di una nuova era. La WFA continua a guidare la crescita del calcio femminile per tutti gli anni &#8217;70 e &#8217;80. Sebbene lo sport sia ancora gestito in gran parte da volontari, l&#8217;organizzazione apre un proprio ufficio amministrativo nel 1981 e si afferma come la principale forza trainante del movimento.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Verso la gloria</h2>



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<p>Gli anni &#8217;90 portano cambiamenti epocali e una vera e propria professionalizzazione del gioco. Nel 1991, la WFA lancia un campionato nazionale, che l&#8217;anno successivo si espande su tre divisioni. Ma il passo più significativo arriva nel 1993, quando la WFA, senza le risorse finanziarie per sviluppare il calcio su vasta scala, trasferisce le sue attività alla FA. Nasce un Comitato per il Calcio Femminile e, con esso, la figura a tempo pieno del Coordinatore. Il controllo della FA porta alla gestione centralizzata del campionato e della coppa di lega, dando vita alla Women&#8217;s Premier League (FAWPL). Nel frattempo, la FIFA introduce la Coppa del Mondo femminile nel 1991, un evento che culmina con la finale del 1999 negli Stati Uniti, giocata davanti a 90.000 spettatori. Il calcio femminile sta guadagnando l&#8217;attenzione globale.</p>



<p>Le Olimpiadi di Londra del 2012 danno un&#8217;ulteriore spinta: la vittoria per 1-0 della Gran Bretagna contro il Brasile si gioca davanti a 70.584 tifosi a Wembley, un contrasto straordinario con la prima partita femminile giocata nello stadio, che era stata relegata a mero &#8220;riscaldamento&#8221; per un match maschile. L&#8217;entusiasmo crescente spinge il calcio di club a riformarsi: nel 2011 nasce la FA Women&#8217;s Super League (WSL). Inizialmente una competizione estiva, la WSL si evolve in un campionato professionistico a due divisioni nel 2017, allineandosi alla stagione maschile. L&#8217;interesse dei media e gli sponsor creano una solida piattaforma commerciale che attira talenti da tutto il mondo. Nel 2024, la WSL e il Barclays Women&#8217;s Championship diventano indipendenti dalla FA, dando vita alla Women&#8217;s Professional Leagues Limited, con l&#8217;obiettivo di massimizzare il potenziale dello sport.</p>



<p>Gli ultimi 15 anni segnano l&#8217;apice di questa crescita. Nel 2014, le Lionesses, come viene chiamata la nazionale inglese, giocano la loro prima partita nel nuovo stadio di Wembley, attirando un pubblico record. La squadra diventa una contendente seria a livello globale, vincendo il bronzo ai Mondiali del 2015 e raggiungendo le semifinali degli Europei 2017 e dei Mondiali 2019. La sconfitta in semifinale contro gli Stati Uniti attira un pubblico televisivo di 11,7 milioni di spettatori su BBC One, un numero impensabile solo pochi anni prima.</p>



<p>Il trionfo finale arriva agli UEFA Women&#8217;s EURO 2022. L&#8217;Inghilterra vince contro la Germania davanti a un pubblico record di 87.192 persone a Wembley. La vittoria non solo consolida il calcio femminile nell&#8217;immaginario nazionale, ma genera oltre 400.000 nuove opportunità per ragazze e donne di avvicinarsi allo sport. Le Lionesses continuano a fare la storia, raggiungendo la finale della Coppa del Mondo in Australia nel 2023. E un anno dopo, il cerchio si chiude magnificamente: l&#8217;Inghilterra vince gli UEFA Women&#8217;s EURO 2024 ai rigori, diventando la prima squadra inglese a vincere un trofeo importante lontano da casa. È la vittoria di una storia di coraggio, tenacia e infinita passione.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="669" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Le-Lionesses-1024x669.jpeg" alt="" class="wp-image-24961" style="width:700px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Le-Lionesses-1024x669.jpeg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Le-Lionesses-300x196.jpeg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Le-Lionesses-768x501.jpeg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Le-Lionesses.jpeg 1167w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Le &#8220;Lionesses&#8221; campionesse di Euro 2025</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/08/24/dalle-fabbriche-a-wembley-la-rivoluzione-del-calcio-femminile.html">Dalle fabbriche a Wembley: la rivoluzione  del calcio femminile</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>I primi marcatori di ogni edizione dei Mondiali: dal 1998 al 2006</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elisa Lacombe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Aug 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[1998]]></category>
		<category><![CDATA[2002]]></category>
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		<category><![CDATA[mondiali]]></category>
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		<category><![CDATA[philipp lahm]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: lo splendido gol di Lahm all&#8217;esordio del Mondiale tedesco contro la Costarica Ultimo Mondiale del XX secolo. Nel 1998 la Francia organizza [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: lo splendido gol di Lahm all&#8217;esordio del Mondiale tedesco contro la Costarica</em></p>



<p class="has-drop-cap">Ultimo Mondiale del XX secolo. Nel 1998 la Francia organizza la fase finale di Coppa del Mondo a 60 anni di distanza dalla prima volta e, insieme al Brasile, sembra proprio la squadra da battere. O meglio, la prima alternativa al Brasile dove spicca la stella di Ronaldo <em>il Fenomeno </em>considerato giustamente in quell&#8217;estate francese il miglior calciatore del pianeta. Brasile che gioca il match inaugurale contro la Scozia, ma non è Ronaldo a inaugurare il Mondiale in termini di gol, bensì uno dei suoi compagni di nazionale tra i meno celebrati.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1998</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Cesar Sampaio, la classe operaia a ritmo di samba</h3>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="500" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/765312_ori__20210324221434_cesar_sampaio.jpg" alt="" class="wp-image-24790" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/765312_ori__20210324221434_cesar_sampaio.jpg 400w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/765312_ori__20210324221434_cesar_sampaio-240x300.jpg 240w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>



<p></p>



<p>Tutti si aspettano il gol di Ronaldo a Saint-Denis in quel 10 giugno del 1998, ma a sbloccare il match inaugurale tra il Brasile campione del mondo in carica e la Scozia è il centrocampista <strong>Cesar Sampaio</strong> dopo appena 5&#8242;. Marcatura che sembra aprire la strada a una larga vittoria dei verdeoro che invece dovranno sudarsela fino alla fine. Gli scozzesi infatti pervengono al pareggio con Collins su calcio di rigore e la vittoria del Brasile arriverà soltanto a poco più di un quarto d&#8217;ora dal termine grazie a un autogol di Boyd. Ritengo che la Scozia avrebbe meritato il pareggio, Brasile poco brillante in quell&#8217;esordio mondiale.<br>Per Carlos Cesar Sampaio Campos sarà un grandissimo Mondiale: metterà a segno altri due gol, entrambi nel match degli ottavi di finale contro il Cile vinto 4-1. Il centrocampista che all&#8217;epoca militava nel campionato giapponese con i Yokohama Flugels giocherà quasi tutte le partite da titolare in Francia compresa la finale persa 0-3 al cospetto della nazionale di casa.<br>Aveva fatto il suo esordio in nazionale otto anni prima, giocatore di buone doti tecniche, tipico mediano di scuola brasiliana, anche molto deciso negli interventi e lo testimonia il gran numero di cartellini collezionati in carriera (tre solo in quel mondiale, tutti gialli). Con la maglia della <em>Seleçao </em>ha disputato 47 partite e realizzato 6 gol e ha vinto una Copa America e una Confederation Cup. Nella sua carriera, prima di trasferirsi in Giappone, aveva vestito le maglie di Santos e Palmeiras. Tornerà al Palmeiras dopo i Mondiali del 1988 e, in seguito, vivrà anche una breve parentesi europea in Spagna con il Deportivo La Coruna nella stagione 2000-2001. Si ritira nel 2004, dopo l&#8217;ultima stagione in Brasile con la maglia del San Paolo, all&#8217;età di 36 anni.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2002</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Papa Bouba Diop, la fulgida meteora</h3>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="490" height="279" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/papa-bouba-diop-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24792" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/papa-bouba-diop-edited.jpg 490w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/papa-bouba-diop-edited-300x171.jpg 300w" sizes="(max-width: 490px) 100vw, 490px" /></figure>



<p></p>



<p>Una meteora si abbatte sulla Francia campione del mondo in carica in quel 31 maggio del 2002, lo stadio è quello di Seul in Corea del Sud.<br>Con la nostra rubrica del primi marcatori di ogni edizione di Coppa del Mondo entriamo ufficialmente nel XXI secolo, all&#8217;edizione nippo-coreana che per la prima volta vede due paesi organizzare insieme la fase finale dei Mondiali.<br>Nel match inaugurale la favorita Francia affronta la nazionale del Senegal, allenata dal francese Bruno Metsu con tanti calciatori che giocano nel campionato francese.<br><em>Les lions de la Terranga </em>otterranno una storica quanto meritata vittoria per 1-0 e il match-point porta la firma di <strong>Papa Bouba Diop</strong> che segna alla mezz&#8217;ora del primo tempo. Il 24enne centrocampista che all&#8217;epoca milita in Svizzera con il Grasshopper segnerà altri due gol in un Mondiale epocale per la rappresentativa senegalese nel match pareggiato 3-3 con l&#8217;Uruguay. Senegal che passa il turno a differenza della Francia che sarà la grande delusione del torneo e si spingerà fino ai quarti di finale dove verrà eliminato dalla Turchia.<br>Parlavo non a caso di meteora perché le fortune calcistiche di Bouba Diop iniziano quel giorno e si esauriscono con quel Mondiale. Non una grande carriera la sua, muove i suoi primi passi dietro a un pallone in patria, poi si trasferisce giovanissimo in Svizzera e le prodezze nippo-coreane gli valgono la chiamata del Lens, nel campionato francese, dove disputa due buone stagioni. Poi va oltremanica, Fulham e Portsmouth le maglie indossate e, successivamente West Ham United e Birmingham City (con una parentesi in Grecia nell&#8217;AEK Atene) dove chiude la carriera nel 2013.<br>In nazionale per lui 63 partite e 11 gol,<br>Successivamente gli viene diagnosticata la SLA, muore nel 2020 a soli 42 anni.<br>Una meteora poco fortunata, un gol che lo fa entrare comunque nella storia del calcio.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2006</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Philipp Lahm, l&#8217;oro di Monaco</h3>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="400" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/lahm.jpg" alt="" class="wp-image-24793" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/lahm.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/lahm-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>



<p></p>



<p>Un salto avanti di quattro anni, un&#8217;edizione di Coppa del Mondo che torna in Germania ed è un torneo al quale gli italiani sono legatissimi considerato che è il quarto e ultimo vinto dagli azzurri.<br>Per il match inaugurale che si disputa nel nuovo stadio di Monaco di Baviera il 9 giugno del 2006 si torna all&#8217;antico, ad aprire la competizione è infatti la formazione di casa (l&#8217;ultima volta era stato in Messico nel 1970) che affronta la Costa Rica e dopo appena 6&#8242; <strong>Philipp Lahm</strong> porta in vantaggio i tedeschi. Prima rete di quella che sarà una girandola di marcature e vedrà la Germania vincere 4-2.<br>Tedeschi non nuovi a questo &#8216;onore&#8217; considerato che era accaduto nel 1938, 1974 e 1994 rispettivamente con Gauchel, Breitner e Klinsmann.<br>Cosa dire di Philipp Lahm, non è certamente un marcatore qualunque. Parliamo di uno dei più forti terzini di tutti i tempi che in carriera ha vinto tutto: otto campionati e sette Coppe di Germania, una Champions League, una Supercoppa Europea e un Mondiale per il club con il Bayern. Con la nazionale tedesca quel mondiale del 2006 non andò come sperato, la Germania venne sconfitta in semifinale dall&#8217;Italia. Lahm fu però il miglior terzino destro del Mondiale e lo sarebbe stato anche nel 2010 e 2014, edizione quest&#8217;ultima in cui finalmente riesce a fregiarsi del titolo mondiale con la nazionale. Il giocatore che ogni allenatore vorrebbe avere in squadra, Guardiola sfruttando la sua incredibile versatilità tattica lo avrebbe impiegato anche come mediano ed esterno offensivo. Lahm è oro colato per le sue squadre, l&#8217;oro di Monaco, la città dove è nato nel 1983.<br>In nazionale giocherà 113 partite in dieci anni, dal 2004 e 2014, segnando 5 gol. La finale vinta da tedeschi sull&#8217;Argentina nel 2014, allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, è la sua ultima gara in nazionale in cui avrà la grande soddisfazione di sollevare da capitano la Coppa del Mondo.</p>
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		<title>I primi marcatori di ogni edizione dei Mondiali: dal 1986 al 1994</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elisa Lacombe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Aug 2025 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[1986]]></category>
		<category><![CDATA[1990]]></category>
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		<category><![CDATA[alessandro altobelli]]></category>
		<category><![CDATA[jurgen klinsmann]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: la straordinaria elevazione di Omam-Biyik, che dà al Camerun la vittoria contro l&#8217;Argentina La Coppa del Mondo torna in Messico, 12 anni [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: la straordinaria elevazione di Omam-Biyik, che dà al Camerun la vittoria contro l&#8217;Argentina</em></p>



<p class="has-drop-cap">La Coppa del Mondo torna in Messico, 12 anni dopo la terza vittoria del Brasile. Siamo arrivati al Mondiale che consacra all&#8217;immortalità calcistica <strong>Diego Maradona</strong>, ma con la nostra rubrica dedicata ai primi marcatori di ogni edizione della kermesse iridata riavvolgiamo il nastro temporale a quasi un mese prima della vittoria dell&#8217;Argentina nella finale contro la Germania Ovest. Stesso stadio, siamo all&#8217;Azteca di Città del Messico dove l&#8217;Italia campione del mondo in carica affronta la Bulgaria nella partita inaugurale. E per la prima volta il giocatore che realizza il primo gol in una fase finale di Coppa del Mondo è un italiano, Alessandro Altobelli.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1986</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Alessandro &#8220;Spillo&#8221; Altobelli a segno, ma l&#8217;Italia non punge</h3>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="456" height="256" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/d093cb6a-0898-4edb-9a50-00e775612114-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24772" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/d093cb6a-0898-4edb-9a50-00e775612114-edited.jpg 456w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/d093cb6a-0898-4edb-9a50-00e775612114-edited-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 456px) 100vw, 456px" /></figure>



<p></p>



<p>La prima gara dell&#8217;Italia illude i tifosi azzurri che possa essere un Mondiale diverso da quello che, in effetti, è stato. La squadra di Enzo Bearzot gioca un&#8217;ottima partita contro la Bulgaria e alla fine del primo tempo passa meritatamente in vantaggio con <strong>Alessandro Altobelli </strong>detto <em>Spillo</em>. L&#8217;attaccante dell&#8217;Inter realizza la prima marcatura il 31 maggio del 1986 e, praticamente, va in rete per la seconda gara di fila anche se a quattro anni di distanza visto che aveva segnato il terzo gol italiano a Madrid nel 1982 contro la Germania Ovest. Tuttavia se <em>Spillo </em>va a segno è il resto della squadra italiana che non punge: non riuscirà a chiudere la partita e, alla fine, subirà il beffardo pareggio dei bulgari che impatteranno 1-1. Altobelli è tra le poche note liete dell&#8217;Italia in Messico, segna anche contro l&#8217;Argentina su rigore nella seconda partita e realizza una doppietta contro la Corea del Sud nella terza gara del girone. Il torneo degli azzurri finisce poi negli ottavi di finale al cospetto della Francia.<br>Ritengo Altobelli uno degli attaccanti più continui e forti della sua epoca, uno che ha lasciato il segno nella storia dell&#8217;Inter. Di fatto è il secondo miglior cannoniere all times dopo Meazza e giocava in un&#8217;epoca in cui si segnava molto meno rispetto ai tempi di Meazza ma anche rispetto a oggi.<br>Sono 466 le sue partite ufficiali con l&#8217;Inter e 209 le reti, 61 le gare in nazionale e 25 i gol.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1990</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Francois Omam-Biyik, l&#8217;uomo che sapeva volare</h3>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="188" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/omam-biyik__5_-edited.avif" alt="" class="wp-image-24770" style="width:350px"/></figure>



<p></p>



<p>Quattro anni dopo ritroviamo l&#8217;Italia nel ruolo di padrona di casa ai Mondiali del 1990. Siamo alle &#8216;Notti Magiche&#8217;, ma la prima magia è quella di un pomeriggio milanese. Allo stadio Meazza di Milano, nel match inaugurale della rassegna iridata, si affrontano Argentina e Camerun e vincono a sorpresa i <em>Leoni indomabili</em> grazie a un&#8217;autentica prodezza di <strong>Francois Omam-Biyik</strong> (leggi la cronaca <a href="https://gameofgoals.it/2015/06/23/1990-girone-a-camerun-argentina-1-0.html">qui</a>). Ciò che impressiona è l&#8217;elevazione dell&#8217;attaccante che all&#8217;epoca militava nel Laval in Francia, anche se c&#8217;è da dire che sul gol c&#8217;è la pesante complicità del portiere argentino Nery Pumpido che commette un grave errore e si lascia sfuggire il pallone che finisce alle sue spalle.<br>Le due nazionali avranno destini comunque positivi nel corso dei Mondiali del 1990: il Camerun sarà la grande rivelazione del torneo grazie anche ai gol del veterano Roger Milla mentre l&#8217;Argentina giungerà fino alla finale, contro qualsiasi pronostico sebbene fosse la squadra campione in carica, ma in quel torneo certamente non brilla.<br>Il gol è di quelli che ti identificano per tutta la carriera, non sarà una carriera eccezionale per l&#8217;attaccante camerunese che dopo aver militato in patria agli inizi della carriera con il Canon Yaoundé trascorrerà una lunga parentesi in Francia con Laval, Rennes, Cannes, Olympique Marsiglia e Lens senza mai strabiliare ma facendo comunque il suo dovere in termini di gol. Nel 1995 si trasferisce in Messico, indossa le maglie di America e Yucatan Merida prima di un&#8217;impalpabile esperienza italiana, alla Sampdoria nel 1998. Pochi mesi in quell&#8217;Italia che, in fin dei conti, gli aveva portato fortuna nel 1990 e poi il ritorno in Messico dove gioca per Atlante e Puebla. Nella stagione 1999-2000 torna in Francia dove colleziona una manciata di presenze in seconda divisione con lo Chateauroux. Si ritira per l&#8217;appunto nel 2000.<br>Ben diverso il suo apporto in nazionale dove gioca per 12 anni dal 1987 al 1999 con 77 partite e un bottino di 45 gol.<br>Ma per tutti rimane &#8216;l&#8217;uomo che sapeva volare&#8217; dopo quello stacco con l&#8217;Argentina che viola davvero le leggi della fisica.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1994</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Jurgen Klinsmann e il Mondiale sottovalutato</h3>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="439" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/FVeJTxWXoAAI7Qd-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24775" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/FVeJTxWXoAAI7Qd-edited.jpg 640w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/FVeJTxWXoAAI7Qd-edited-300x206.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p></p>



<p>Voglio rendere innanzitutto giustizia al Mondiale strepitoso disputato negli Stati Uniti da <strong>Jurgen Klinsmann</strong> di cui nessuno parla: nella Germania campione in carica, squadra decisamente logora e a fine ciclo, l&#8217;ex attaccante dell&#8217;Inter &#8211; che in quel periodo militava nel Monaco ma sarebbe passato nel corso dell&#8217;estate al Tottenham &#8211; è davvero in gran spolvero ed è lui che tiene in piedi la baracca con i suoi gol.<br>Ed è Klinsmann che segna il primo gol contro la Bolivia nel match inaugurale, un gol pesante che permette a una Germania poco brillante di vincere 1-0. La gara si disputa al Soldier Field di Chicago il 17 giugno del 1994. Lo stesso Klinsmann metterà la firma sul passaggio del turno dei tedeschi, andando a segno contro la Spagna (risultato finale 1-1) e realizzando una doppietta nel 3-2 con cui la Germania batte la Corea del Sud. Andrà anche a segno negli ottavi di finale contro il Belgio, un altra girandola di gol che permette ai tedeschi di andare avanti (3-2). Germania che, come tutti ricorderanno, terminerà il suo cammino nei quarti al cospetto della Bulgaria. Klinsmann segna 5 gol in quel Mondiale, come Romario, Roberto Baggio e Kennet Andersson, ma a differenza dei tre citati viene dimenticato. Non è un gran Mondiale per i tedeschi e questo sicuramente incide, ma è un grande torneo per Jurgen.<br>Klinsmann che con la Germania aveva vinto il titolo nel 1990, giocherà complessivamente 108 partite in nazionale mettendo a segno 47 gol. Tra l&#8217;altro ci sarà anche quattro anni dopo in Francia, torneo dove l&#8217;ormai 34enne attaccante mette a segno tre gol. I suoi gol ai Mondiali, sommando le tre edizioni, sono 11: direi niente male.<br>Giocatore spesso sottovalutato a partire dai suoi anni all&#8217;Inter, sinceramente lo trovo straordinariamente generoso, con grandi doti fisiche e anche buone qualità tecniche. Alcuni gol sono assolutamente da cineteca.<br>Nella sua carriera ha vinto un solo campionato nazionale, la Bundesliga 1996-97 con il Bayern, e poi a livello internazionale ha vinto due volte la Coppa Uefa, una con l&#8217;Inter e l&#8217;altra con il Bayern.<br>Con la nazionale, come detto, ha vinto il titolo mondiale nel 1990. Ha chiuso la carriera nel 2004 all&#8217;età di 40 anni, con la formazione statunitense dell&#8217;Orange County Blue Star. Un percorso lunghissimo che era iniziato nei primi anni &#8217;80 nella sua Stoccarda.</p>
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		<title>I primi marcatori di ogni edizione dei mondiali: dal 1974 al 1982</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elisa Lacombe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jul 2025 05:55:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[1974]]></category>
		<category><![CDATA[1982]]></category>
		<category><![CDATA[bernard lacombe]]></category>
		<category><![CDATA[coppa del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Erwin Vandenbergh]]></category>
		<category><![CDATA[paul breitner]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Erwin Vandenbergh dopo aver punito l&#8217;Argentina L&#8217;edizione del 1974 segna uno spartiacque nella storia del calcio per la messa in palio del [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Erwin Vandenbergh dopo aver punito l&#8217;Argentina</em></p>



<p class="has-drop-cap">L&#8217;edizione del 1974 segna uno spartiacque nella storia del calcio per la messa in palio del nuovo trofeo, la Coppa del Mondo Fifa che sostituisce la Coppa Jules Rimet che venne assegnata definitivamente al Brasile dopo la terza vittoria di quattro anni prima. Il Mondiale di calcio torna in Europa e ad organizzarlo è la Germania Ovest che figura ovviamente tra le nazionali favorite. E visto che questa rubrica è essenzialmente un concentrato di curiosità statistiche, per la prima volta nell&#8217;edizione tedesca del &#8217;74 il primo marcatore è un giocatore destinato a sollevare il trofeo suddetto, stiamo parlando di <strong>Paul Breitner</strong>.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1974</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Paul Breitner, primo marcatore e campione del mondo</h3>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="218" height="273" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/5332-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24732" style="width:350px"/></figure>



<p></p>



<p>L&#8217;involontaria tradizione che vede i match inaugurali terminare a reti bianche, inaugurata nel 1966, non si sblocca nemmeno in Germania. Il 13 giugno 1974 il Brasile campione in carica apre la rassegna iridata a Francoforte contro la Jugoslavia e impatta 0-0. Così per vedere il primo gol bisogna attendere il giorno successivo in cui sono in programma altre tre sfide e nella prima disputata a Berlino Ovest <a href="https://gameofgoals.it/2013/11/12/1974-prima-fase-germania-ovest-cile-1-0.html">la Germania padrona di casa supera 1-0 il Cile grazie al gol di <strong>Paul Breitner</strong></a> realizzato dopo 16&#8242;. All&#8217;epoca il giocatore in forza al Bayern Monaco gioca difensore, ma la sua versatilità (nasce attaccante, finirà per fare il centrocampista) lo rendono sovente pericoloso anche in zona gol. E di reti in quel Mondiale che lo vedrà vincitore alla fine ne realizza tre: andrà a segno anche contro la Jugoslavia nel secondo turno e contro l&#8217;Olanda su calcio di rigore nella finale di Monaco. Tra l&#8217;altro Breitner, come già accaduto per Pelé, sarà autore oltre che di un primo anche di un ultimo gol in un campionato del mondo, quello che accorcia le distanze a Madrid nel 1982 nella finale persa 1-3 dai tedeschi contro l&#8217;Italia. Questa per lui sarà la 48esima e ultima gara in nazionale in cui mette a segno il suo decimo gol. Giocatore che in carriera ha vinto tutto: cinque titoli tedeschi, due Coppe di Germania e una Coppa dei Campioni con il Bayern, due campionati spagnoli e una Coppa del Re con il Real Madrid, il titolo europeo nel 1972 oltre al mondiale citato con la nazionale.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1978</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Bernard Lacombe, gol-lampo a Mar del Plata</h3>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="682" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/BERNARD-LACOMBE-EQUIPE-DE-FRANCE-EURO-84-682x1024-1.jpg" alt="" class="wp-image-24729" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/BERNARD-LACOMBE-EQUIPE-DE-FRANCE-EURO-84-682x1024-1.jpg 682w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/BERNARD-LACOMBE-EQUIPE-DE-FRANCE-EURO-84-682x1024-1-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 682px) 100vw, 682px" /></figure>



<p></p>



<p>Il nostro secondo &#8216;primo marcatore&#8217; mi piaceva definirlo <em>Zio Bernard</em> anche se non siamo assolutamente parenti. <strong>Bernard Lacombe</strong>, scomparso di recente all&#8217;età di 72 anni, è comunque lionese esattamente come la famiglia di mia madre con cui condivide il cognome ma nessuna parentela prossima (i Lacombe in Francia sono parecchi). Al di là di questa simpatica parentesi personale, ci sarebbero tante cose da dire sulla sua carriera. Ad esempio che è stato tra gli attaccanti più prolifici del massimo campionato francese con 255 reti, secondo solo a Delio Onnis, ma viene ricordato soprattutto in Italia per l&#8217;iniziale dispiacere che diede ai tifosi azzurri a Mar del Plata, il 2 giugno 1978. Seconda giornata dei Mondiali in Argentina (nella prima la gara inaugurale tra Germania Ovest e Polonia si è ovviamente chiusa a reti bianche) dove <a href="https://gameofgoals.it/2014/01/02/1978-prima-fase-italia-francia-2-1.html">la Francia affronta l&#8217;Italia</a> e dopo appena 38&#8243; dal calcio d&#8217;inizio Lacombe batte Zoff portando in vantaggio la nazionale d&#8217;oltralpe. La squadra italiana ribalterà poi il passivo vincendo 2-1, ma quello di Lacombe resta naturalmente il primo gol dell&#8217;edizione iridata del &#8217;78. La Francia di quel Mondiale era un&#8217;ottima squadra, parecchio sfortunata nel sorteggio a beccare un girone infernale dove oltre all&#8217;Italia c&#8217;erano i padroni di casa argentini e l&#8217;Ungheria. Tornerà a casa dopo il primo turno perdendo anche la successiva sfida con l&#8217;<em>Albiceleste</em> e prendendosi la platonica soddisfazione di battere 3-1 gli ungheresi in un match passato alla storia per la questione delle maglie. Entrambe le squadre, infatti, si presentano con le seconde maglie di colore bianco e per far disputare regolarmente il match la Francia riceve in prestito le maglie a strisce verticali biancoverdi del Kimberley di Mar del Plata.<br>Tornando a Lacombe e alla sua carriera, ha vestito tre maglie tra le più prestigiose di Francia, quella del suo Olympique Lyonnais dal 1969 al 1978. Poi dopo un anno al Saint-Etienne, stagione 1978-79, si trasferisce al Bordeaux dove gioca fino al 1987.<br>Ha vinto tre volte il campionato francese con il Bordeaux e tre volte la Coppa di Francia, due con il Bordeaux e una con L&#8217;OL. In nazionale ha segnato 12 reti in 38 partite e ha vinto il campionato europeo nel 1984.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1982</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Erwin Vandenbergh ruba la scena a Maradona</h3>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="943" height="891" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/DyjunEBUYAAXI_L-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24730" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/DyjunEBUYAAXI_L-edited.jpg 943w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/DyjunEBUYAAXI_L-edited-300x283.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/07/DyjunEBUYAAXI_L-edited-768x726.jpg 768w" sizes="(max-width: 943px) 100vw, 943px" /></figure>



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<p>Nel 1982 siamo dinanzi a una grande novità in Coppa del Mondo, si segna nelle partite inaugurali.<br>Battute a parte, si veniva da quattro edizioni dei Mondiali in cui il match inaugurale della rassegna era terminato a reti bianche, ma questo non accadde il 13 giugno del 1982.<br>Siamo pertanto arrivati al Mondiale di Spagna tanto caro ai tifosi italiani dove, nella sfida inaugurale, si affrontano al Camp Nou di Barcellona i campioni in carica dell&#8217;Argentina e il Belgio vice campione d&#8217;Europa.<br>Gli occhi di tutto il mondo sono puntati sul ragazzo in maglia albiceleste che porta sulle spalle il numero 10, Diego Maradona, considerato a furor di popolo la nuova stella del calcio mondiale. Ma quella sera anche gli occhi dei difensori belgi sono molto attenti e con una fitta ragnatela tra centrocampo e retroguardia e l&#8217;applicazione diligente della tattica del fuorigioco lo renderanno quasi inoffensivo. L&#8217;Argentina con Maradona e uno spento Kempes batte sul muro rosso e così all&#8217;inizio del secondo tempo un altro giovanotto si prende la scena. Con una gran conclusione infatti<a href="https://gameofgoals.it/2014/03/14/1982-prima-fase-belgio-argentina-1-0.html"><strong> Erwin Vandenbergh</strong> porta in vantaggio il Belgio e l&#8217;Argentina campione del mondo si deve inchinare, finisce 1-0</a>. Belgio che vincerà il girone grazie al successo di misura su El Salvador e al pareggio con l&#8217;Ungheria. Poi il cammino dei diavoli rossi terminerà nella seconda fase.<br>Vandenbergh viene ricordato soprattutto per questo gol, ma in realtà con la maglia della nazionale ne mette a segno 20 in 48 partite. Segna agli Europei del 1984 contro la Jugoslavia e anche ai Mondiali del 1986 contro il Messico. Peccato che si farà male proprio in quella gara, la prima del Belgio, e salterà il resto della competizione in cui la sua nazionale centrerà uno storico quarto posto.<br>All&#8217;epoca dei Mondiali di Spagna, Vandenbergh è il prolificissimo bomber del Lierse (premiato con la Scarpa d&#8217;oro nel 1980), le sue grandi prestazioni proprio nel 1982 gli valgono la chiamata dell&#8217;Anderlecht con cui vincerà due campionati e una supercoppa del Belgio oltre alla Coppa Uefa nella stagione 1982-83.<br>Per lui anche quattro stagioni in Francia con il Lille, torna poi in patria nel 1990 e gioca con il Gent. Terminerà la carriera con il Molenbeek nel 1995 all&#8217;età di 36 anni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/07/26/i-primi-marcatori-di-ogni-edizione-dei-mondiali-dal-1974-al-1982.html">I primi marcatori di ogni edizione dei mondiali: dal 1974 al 1982</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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