Stili a confronto: artisti della perfezione e artisti dell’inganno

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I musicisti di formazione classica non sempre apprezzano il jazz – parlo per esperienza personale: si tratta chiaramente di una generalizzazione, di due linguaggi complessi, di un repertorio sterminato, di etichette (musica classica e musica jazz) che in molti casi forzano la realtร , che provano a piegarla ai propri concetti e peccano cosรฌ di concettualismo.

Ma un fondo di veritร  c’รจ: chi ama il nitore e il rigore della musica classica, la sua ricerca della perfezione formale, spesso risulta frastornato dalla dinamica caotica del jazz, dalle sue dissonanze, dalle sue slogature ritmiche; il jazz, alle orecchie di un musicista classico, suona spesso disordinato e caotico, un convulso tempestio di note e di armonie irregolari che al profano suonano “superflue”; chiaramente, capita spesso anche che i jazzisti o coloro che sono innamorati dell’arte afroamericana fatichino a comprendere la logica piรน rigorosa e “pulita” della musica classica, il suo ritmo piรน ordinato e quadrato, la sua essenzialitร , la sua capacitร  di non sprecare una nota.

I grandi artisti del mondo del pallone, esattamente come i grandi musicisti e anche gli appassionati di musica, possono in alcuni casi evocare le gesta piรน solenni, pulite e armoniose della musica classica, e in altri invece possedere la qualitร  selvaggia, tattile, tipicamente afroamericana, del jazz.

Da una parte, abbiamo agli artisti della perfezione, coloro che hanno fatto della precisione e della pulizia un’arte superiore. L’intelletto e la tecnica trovano un’armonia particolare e si alimentano a vicenda. Di regola, questi artisti, capaci di dare forma al concetto di eleganza, hanno un’anima europea – l’anima non necessariamente coincide con il passaporto, anche se di regola questo accade naturalmente.

Dall’altra abbiamo gli artisti dell’inganno, coloro che hanno saputo trasformare il calcio in un gioco delle ombre, in una sequenza stordente di tranelli e illusioni. Di regola, questi artisti hanno un’anima latina e soprattutto sudamericana.

La categoria degli artisti irregolari, dei jazzisti del football, trionfa in Brasile, anche perchรฉ l’arte sofisticata in cui si esprime รจ figlia della tradizione latina e del calcio africano, e possiede poi un’esuberanza selvaggia che รจ proprio del gigantesco paese sudamericano. Garrincha รจ uno dei maggiori esponenti della categoria, uno dei suoi padri nobili (non รจ un caso se in Sudamerica viene sempre citato tra i primissimi giocatori della storia, mentre l’Europa, pur riconoscendone il valore, lo tratta spesso come un oggetto estraneo e misterioso): con il suo corpo esile, scavato dalla fame e dalla malattia, ha saputo inventarsi un mondo dominato dall’apparenza, un mondo in cui tutto diventa uno scherzo, un gioco di finte, controfinte, gesti barocchi e all’apparenza decorativi. Un mondo dove la razionalitร  lascia spesso lo spazio al gusto per la giocata in quanto tale, come se il calcio fosse uno sport in cui solo accidentalmente si deve cercare di trovare la strada piรน veloce e immediata per superare gli avversari.

C’รจ piรน di una vaga analogia con gli assoli di alcuni grandi jazzisti, la cui logica, al profano, pare fragile, quasi inconsistente: perchรฉ arrovellarsi e accumulare note a una velocitร  supersonica? Perchรฉ dilungarsi in una serie di doppi passi e finte, movimenti il cui scopo รจ disorientare l’avversario? Chiaramente, sia gli assoli del jazz che i giochi di prestigio dei “sudamericani” sono sorretti da una logica e risultano infatti, in ultima istanza, efficaci; solo che spesso quella logica a noi sfugge, o pare indecifrabile, troppo liquida, qualcosa che ci scivola tra le mani.

I giocatori che fanno dell’illusionismo la loro cifra estetica essenziale sono in larga misura sudamericani e brasiliani, ma si trovano tracce di questo linguaggio anche in Europa, in giocatori ibridi o in ragazzi che hanno sbagliato continente: George Best รจ forse la piรน grande anomalia della storia del calcio inglese, perchรฉ, pur conservando un briciolo di essenzialitร  rispetto ai maestri dell’artificio verdeoro, basava la sua forza sulla capacitร  di sterzare in spazi impossibili, di nascondere il pallone, di inventare gesti all’apparenza irrazionali, di essere al tempo stesso meno concreto e piรน concreto degli altri.

Lamine Yamal รจ chiaramente figlio della stessa scuola, e si parla in ogni caso di un ragazzo cresciuto nelle periferie di Barcellona e nato da genitori di origini africane: Africa e mondo latino, posta cosรฌ la faccenda torna in tutta la sua coerenza. Yamal รจ un maestro nell’uso del corpo, nella finta che lascia di stucco l’avversario, nella ruleta, nel tocco morbido di suola in mezzo a nugoli di gambe, nel colpo di tacco fuori luogo e fuori contesto epperรฒ, il piรน delle volte, efficace. Yamal gioca con i tempi, entra ed esce nella dimensione della velocitร  a piacimento, piรน con il pensiero che con il corpo, il tutto senza saper strappare in velocitร  come alcuni superatleti europei, senza possederne la forza nรฉ l’esplosivitร . La sua รจ tutta un’arte selvaggia profondamente “garrinchana”, un’arte fluida che pare anacronistica e che invece domina il calcio contemporaneo, la sua intensitร  agonistica, la sua foga, piegandole alle esigenze del suo genio.

A fare da contraltare alla vocazione aspra e funambolica del dribbling di anima sudamericana – evocata nelle slogature del jazz – c’รจ, come detto, l’anima europea: dolce, pulita e senza sbavature, evocata nelle sinfonie della musica classica. I barcellonisti Andres Iniesta e Michael Laudrup sono due splendidi esempi di come le finezze tecniche di cui erano capaci erano perfettamente armoniche, tanto belle esteticamente quanto funzionali al gioco, come se fosse l’unica soluzione ammissibile in quel momento specifico. La loro croqueta, che pure produceva l’illusione e l’inganno nei confronti dei malcapitati avversari – il soprannome di Don Andrรฉs era pur sempre l’Illusionista -, non era una bizzarria o uno svolazzo superfluo ma era perfettamente funzionale al contesto in cui quella giocata veniva effettuata, ossia la creazione della superioritร  numerica in uno spazio angusto, ristretto e senz’aria.

Lionel Messi, Roberto Baggio e Zico, inarrivabili per tecnica – dribbling, controllo del pallone, morbidezza del tiro – e chirurgici sotto rete sono esteticamente accomunabili molto piรน alla pittura classica (il Raffaello evocato da Gianni Agnelli nei confronti del Divin Codino non puรฒ essere un caso), alle sinfonie di Beethoven e Mozart che al jazz selvaggio e disarticolato di Neymar e Garrincha. Zico, definito in un articolo pubblicato su questo sito “malandro sobrio”, aggiunge alla qualitร  sopraffina nel dribbling – che pure รจ il centro del suo gioco – una sobrietร  inusuale per un brasiliano che paradossalmente lo allontana dalla categoria dei malandri in senso stretto per accostarlo alla pulizia estetica di Messi e appunto Baggio, due inarrivabili dribblatori che facevano della pulizia, della precisione e dell’essenzialitร  la loro bandiera, unita ad una spietatezza sottoporta, per lo meno negli anni migliori.

Con loro non c’era mai la sensazione che quel dribbling fosse “di troppo”, forzato come un arabesco superfluo, e come se fosse il fumo che precede la magia del prestigiatore. Nonostante Brera rimproverasse al Baggio giovanissimo di gigioneggiare e di specchiarsi troppo come un narciso, il Divin Codino ha saputo coniugare la bellezza all’efficienza, ha saputo fare innamorare per le sue gesta appolinee, perfette e pulite, mai forzate, esattamente come Marco van Basten, che definimmo anni fa come l’incontro tra l’Utile e il Bello.

Juan Romรกn Riquelme รจ un curioso ibrido: se El Mudo รจ stato un inno al Sudamerica, se la sua genialitร , il suo intuito e la sua visione di gioco si incanalano perfettamente nella lunga scia dei Diรจz, come una favola tratta dalle Finzioni di Borges in cui la magia e la realtร  non sono in contraddizione, la differenza tra Riquelme e Neymar/Garrincha รจ proprio questa: i secondi ingannano, creano il fumo per stordire la malcapitata vittima, ubriacano a suon di finte e dribbling indecifrabili, il primo alza il coefficienti tecnico della giocata solo quando le circostanze lo richiedono: un esempio tra tutti, il famoso Cano a Yepes, quel gioco di prestigio che ha creato lo spazio laddove l’aria e i centimetri mancavano e dove il vicolo stava diventando cieco. Non una soluzione data dalla civetteria, ma l’unica soluzione possibile. Impossibile forse anche superfluo scervellarsi o litigare per stabilire quale sia lo stile migliore o piรน efficace.

Gli autori di questo pezzo adorano sia giocatori che rientrano nella prima categoria che i giocatori dall’anima piรน europea, e credono che questa dicotomia vada intesa come una delle tante forme in cui il calcio puรฒ rendere manifeste la sua bellezza e la sua magia.

Con il contributo di TOMMASO CIUTI

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