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	<title>All Time Archivi - Game of Goals</title>
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	<title>All Time Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Grandi stagioni quasi dimenticate: da Davids 1998-van Bommel 2011 a Recoba 1999-Rossi 2007</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Gilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il gioco delle somiglianze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Giuseppe Rossi con la maglia del Parma. In questa puntata dedicata alle grandi stagioni quasi dimenticate, ci si concentrerà sui grandi acquisti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/12/18/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-davids-1998-van-bommel-2011-a-recoba-1999-rossi-2007.html">Grandi stagioni quasi dimenticate: da Davids 1998-van Bommel 2011 a Recoba 1999-Rossi 2007</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em><strong>Immagine di copertina:</strong> Giuseppe Rossi con la maglia del Parma.</em></p>



<p class="has-drop-cap">In questa puntata dedicata alle grandi stagioni quasi dimenticate, ci si concentrerà sui grandi acquisti della sessione invernale, operazioni di mercato che nell&#8217;immediato hanno saputo sortire gli effetti sperati (e anche di più). Saranno quindi messi a confronto due mediani eccezionali che sono stati capaci di stravolgere positivamente gli equilibri di due top italiane, e successivamente due fantasisti mancini che hanno trascinato le proprie squadre ad una salvezza apparentemente impossibile.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Edgar Davids 1997/98 e Mark van Bommel 2010/11</h2>



<p></p>



<p>Solitamente quando si pensa agli acquisti più impattanti di sempre tra quelli arrivati in piena sessione invernale, il primo nome a venirvi in mente è certamente quello di <strong>Edgar Davids</strong>. Non soltanto perché stravolse completamente gli equilibri del centrocampo della Juventus, ma perché per l&#8217;epoca rappresentò un vero e proprio shock vederlo impattare così bene dopo l&#8217;infelice prima metà di stagione 1997-98 con il Milan.<br><br>In rossonero, infatti, il &#8220;buon&#8221; <em>Pitbull</em> era apparso come l&#8217;ombra di se stesso, non riuscendo ad ambientarsi in una realtà decadente come quella del <strong>Capello</strong>-bis. Sembrava la coppia sbiadita del giocatore frizzante ed elettrico che si era visto nell&#8217;Ajax di <strong>Louis van Gaal</strong>. Come un&#8217;Araba Fenice, Edgar riuscì a risollevarsi in bianconero, riuscendo ad elevarsi come quel giocatore cardine del centrocampo di <strong>Marcello Lippi</strong>. In mezzo al campo, infatti, <strong>Davids</strong> trasmise quel senso di onnipotenza atletica, tecnica e tattica di cui la <em>Vecchia Signora</em> aveva bisogno. <br><br>Grazie ad un nuovo senso di leadership che nemmeno all&#8217;Ajax era riuscito a conseguire, <strong>Edgar Davids</strong> si impose di prepotenza come il miglior centrocampista della Serie A come rendimento e come impatto. Era pressoché impossibile assistere ad una brutta prestazione da parte sua in quel periodo, a riprova della sua continuità sconcertante. I suoi picchi performativi erano arrivati ad un punto tale da permettergli di prendersi occasionalmente la scena anche in partite in cui condivideva il campo con gente del calibro di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/07/29/i-dieci-grandi-momenti-di-zinedine-zidane-con-la-francia.html">Zinédine Zidane</a></strong> e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/10/05/i-dieci-lampi-di-ronaldo-il-fenomeno.html">Ronaldo</a></strong>. <br><br>Senza contare poi alcuni deliri di onnipotenza come quello contro la Roma allo stadio Delle Alpi, quando cancellò dal campo il malcapitato <strong>Cafu </strong>(sì, quel <strong>Cafu</strong>), per poi segnare su punizione al termine dell&#8217;ennesima prestazione eccezionale. Non sorprende poi che abbia proiettato questo rendimento straordinario anche in Champions League, risultando l&#8217;ultimo baluardo della Juventus nella sconfitta di Amsterdam contro il Real Madrid. Avrebbe poi concluso la stagione con il fantastico Mondiale in Francia, consacrandosi sempre di più come uno dei migliori centrocampisti del mondo dell&#8217;epoca.<br><br>Per quel che mi riguarda, <strong>Edgar Davids </strong>merita di essere preso in considerazione tra le primissime scelte del centrocampo ideale della storia della Juventus. In pochissimi hanno infatti avuto un impatto così immediato appena arrivati a Torino. Senza poi considerare la sua iconicità e il suo valore intrinseco, che lo elevano tra i centrocampisti olandesi più forti mai esistiti.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Edgar Davids vs AS Roma I Stadio delle Alpi I Serie A 97/98 I All Touches and Actions" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/j_uqSDghTI4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Il caso di Mark <strong>van Bommel</strong> è invece un po&#8217; diverso rispetto a quello di <strong>Davids</strong>. Nonostante entrambi siano due mediani fatti e finiti, infatti, Mark non ha mai posseduto le proprietà atletiche ed agonistiche di <strong>Edgar Davids</strong>. E di sicuro non aveva le sue stesse capacità nello stretto. Sin dai tempi dei suoi anni al PSV Eindhoven, <strong>van Bommel</strong> si era distinto per la sua compostezza tattica, per l&#8217;ordine che metteva in mezzo al campo. Laddove invece Davids avrebbe avuto un approccio un po&#8217; più &#8220;entropico&#8221;, per certi versi caotico (in senso positivo, ovviamente). Prediligeva i lanci lunghi ed era dotato anche di una gran conclusione dalla distanza, una dote che gli ha permesso di essere un grande realizzatore soprattutto con la maglia del PSV Eindhoven.<br><br>Non tutti se lo ricordano, ma già nel 2004/05 aveva dimostrato di che pasta fosse fatto anche in campo internazionale, segnando la bellezza di 19 gol in 48 partite, un&#8217;enormità per un giocatore che partiva da una posizione così arretrata. Anche con le maglie di Barcellona e Bayern Monaco confermò il suo innegabile carisma, dimostrandosi ancora una volta come un calciatore capace di reggere il peso dei grandi palcoscenici. Non sorprende dunque che il Milan decise di puntare su di lui per aumentare il livello del suo centrocampo nel 2010/11.<br><br>La squadra di <strong>Massimiliano Allegri</strong>, infatti, aveva certamente conquistato la vetta della classifica, ma si ritrovava anche in un equilibrio piuttosto precario in mezzo al campo. I continui guai fisici di <strong>Andrea Pirlo</strong>, il calo di intensità di <strong>Gennaro</strong> <strong>Gattuso</strong> e <strong>Massimo Ambrosini </strong>e la generale idea di dover ricostruire il centrocampo rendevano necessaria la presenza di un nuovo leader nella mediana. A rappresentare un <em>boost </em>straordinario per i rossoneri fu dunque <strong>Mark van Bommel</strong>, il cui rendimento fu da subito scintillante in mezzo al campo.<br><br>Grazie a Mark, <em>il Diavolo</em> poté fare quello step definitivo in termini di solidità difensiva, riuscendo a consolidarsi in maniera definitiva ai vertici della Serie A. Da subito van Bommel divenne leader di quella squadra, come già lo era stato nel corso della sua carriera, riuscendo a farsi largo in mezzo ai senatori del Milan. Al termine di quella stagione, i rossoneri poterono festeggiare il 18° scudetto della loro storia, un trionfo passato anche attraverso le prestazioni straordinarie di <strong>Mark van Bommel</strong>. <br><br>Le sue prove di forza furono tali da non fare rimpiangere nemmeno <strong>Andrea Pirlo</strong>, ormai prossimo all&#8217;approdo alla Juventus dopo il mancato rinnovo. Ancora oggi i tifosi del Milan hanno un ricordo splendido di <strong>van Bommel</strong>, a riprova di quanto sia riuscito ad entrare nel cuore di tutti grazie al suo carisma, al suo valore in mezzo al campo e al suo attaccamento alla causa nonostante un solo anno e mezzo di permanenza.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="640" height="375" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/mark_van_bommel_12_1312357a.webp" alt="" class="wp-image-25502" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/mark_van_bommel_12_1312357a.webp 640w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/mark_van_bommel_12_1312357a-300x176.webp 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Mark van Bommel festeggia lo scudetto 2010/11 del Milan dopo lo 0-0 contro la Roma [https://bollettinomilan.wordpress.com/]</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Álvaro Recoba 1998/99 e Giuseppe Rossi 2006/07</h2>



<p></p>



<p>Nonostante la doppietta shock contro il Brescia in occasione del suo debutto in Serie A nel 1997-98, <strong>Álvaro Recoba </strong>non riuscì ad incidere con continuità nel corso del suo primo anno e mezzo all&#8217;Inter. La concorrenza era troppa per potersi ritagliare uno spazio e già si intravvedevano i primi segnali di quella discontinuità tipica del <em>Chino </em>nel resto della sua carriera. Nell&#8217;inverno del 1998-99, i nerazzurri decisero quindi di mandarlo in prestito al Venezia, una squadra che aveva disperato bisogno di un leader tecnico per uscire da una situazione di classifica a dir poco disastrata. <br><br>In 15 partite, infatti, i <em>Lagunari </em>avevano collezionato a malapena 11 punti, ritrovandosi ben lontani dalla zona di classifica necessaria per la salvezza. Anche il suo teorico bomber, <strong>Filippo Maniero</strong>, faticava a trovare la via del gol, essendo fermo a 2 soli centri nella prima metà della stagione. Con l&#8217;arrivo di <strong>Álvaro Recoba</strong>, il Venezia cambiò completamente marcia. Non era più quella squadra sfiduciata, che non faticava enormemente a trovare la via del gol (solo 7 segnati nella prima parte della stagione). Era una squadra rinata, trascinata dal genio, dall&#8217;estro e dal talento di un campione mancato, col senno di poi. <br><br>Perché nel corso di quei sei mesi a Venezia non furono soltanto i numeri ad essere formidabili per l&#8217;uruguagio (10 gol e 9 assist in 1535 minuti giocati), ma anche quel senso di responsabilità che non avrebbe più fatto suo di ritorno all&#8217;Inter negli anni successivi. Álvaro era il leader tecnico ed emotivo di quella squadra disperata, apparentemente condannata alla retrocessione, che riuscì a salvarsi grazie alle sue straordinarie gesta calcistiche. Le punizioni disseminate nel corso di quel periodo, gli assist illuminanti e le parabole dipinte dal suo magico sinistro fecero risalire quel Venezia, capace di collezionare quei 31 punti decisivi per la salvezza nelle restanti 19 partite. Un ritmo da Europa, più che sufficiente per ottenere la permanenza in quella Serie A ultra-competitiva.<br><br>A beneficiare della partnership con <strong>Recoba </strong>fu lo stesso <em>Pippo </em><strong>Maniero</strong>, capace di segnare 10 gol nel girone di ritorno e di acquisire una fiducia tale da consentirgli di segnare un gol di tacco volante contro l&#8217;Empoli. Purtroppo la carriera del <em>Chino </em>non riuscì più a replicare certi apici individuali con quella continuità, ritrovandosi inghiottita nell&#8217;incostanza e nei rimpianti di un qualcosa che non si è mai concretizzato. Storiche in questo senso si rivelarono le sue partite nei derby contro Juventus e Milan, spesso poco convincenti e perfettamente in linea con le aspettative puntualmente disattese.<br><br>Ciò che è certo è che in quei sei mesi a Venezia il buon <strong>Alvaro Recoba </strong>giocò da autentico campione, entrando per sempre nella storia del Venezia. Sei mesi a dir poco poetici, ben rappresentati da quella tripletta eccezionale contro la Fiorentina di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/01/07/3282.html">Giovanni Trapattoni</a></strong>.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Venezia-Fiorentina 4:1, 1998/99 - 90° minuto (tripletta di Alvaro Recoba)" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/XDsteJHrJ3Y?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Come <strong>Álvaro Recoba</strong>, <strong>Giuseppe</strong> <strong>Rossi </strong>è un altro calciatore che alimenta non pochi rimpianti tra gli appassionati. Mancino come il <em>Chino</em>, <em>Pepito </em>si ritrovò catapultato in giovane età in una realtà apparentemente condannata alla retrocessione. Esattamente come il Venezia 1998-99, infatti, il Parma 2006-07 era sostanzialmente spacciato, complice quel tremendo handicap dei soli 12 punti collezionati in 19 partite nel girone d&#8217;andata. Serviva una scossa importante, ed in questo senso i gialloblù tentarono il tutto per tutto con un classe &#8217;87 di belle speranze, che già aveva fatto parlare timidamente di sé in quelle poche apparizioni al Manchester United.<br><br>Alla sua prima grande occasione in un campionato nazionale di spicco, <strong>Giuseppe Rossi </strong>segnò un gol a dir poco straordinario già nel suo match di debutto, stendendo il Torino con un gol d&#8217;autore di una bellezza sconfinata. Un&#8217;ulteriore scossa per il Parma arrivò con l&#8217;approdo di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/09/08/sir-claudio-ranieri-da-capitano-del-catanzaro-a-baronetto-di-leicester.html">Claudio Ranieri</a></strong>, arrivato al posto di <strong>Stefano Pioli </strong>per tentare l&#8217;ennesimo miracolo da <em>Manny Tuttofare </em>tipico del suo repertorio. Non serve nemmeno che vi spieghi che ci riuscì, cavalcando al meglio la coppia <strong>Budan-Rossi</strong> verso una salvezza apparentemente impossibile come quella del Venezia raccontata poc&#8217;anzi.<br><br>I numeri di<strong> Giuseppe Rossi</strong> furono un po&#8217; inferiori a quelli del <em>Chino </em><strong>Recoba</strong>, ma sarebbe scorretto non tenere in considerazione un bottino da 9 gol e 5 assist in 1526 minuti giocati. Numeri notevoli per un attaccante che a soli 20 anni era chiamato a dare il massimo per arrivare ad una salvezza quasi proibitiva. E <em>Pepito </em><strong>Rossi </strong>lo fece, con giocate degne dei migliori fuoriclasse con il suo magico sinistro. La sua partnership con <strong>Igor Budan</strong> stregò l&#8217;Italia intera, con Rossi ad illuminare i suoi tagli e ad approfittare degli spazi creati dal croato.<br><br>Come nel caso del <em>Chino</em>, occorre ricordare i punti collezionati dal Parma<em> </em>nel corso del girone di ritorno, ben 30. Un bottino più che sufficiente per conseguire la salvezza, in sella ad un <em>Pepito </em><strong>Rossi </strong>sempre più lanciato verso la sua futura ascesa con la maglia del Villarreal. Occorre però precisare anche un altro dato, che da solo rende perfettamente l&#8217;idea del peso specifico delle giocate di Giuseppe: quando <strong>Rossi </strong>segnava e/o faceva assist, il Parma non perdeva mai. Una statistica straordinaria, perfetta rappresentazione di quei sei mesi magistrali del classe &#8217;87 di Teaneck.<br><br>A differenza di <strong>Recoba </strong>all&#8217;Inter, <strong>Giuseppe Rossi </strong>riuscì a prendersi la scena con la maglia del Villarreal, imponendosi da subito come una delle stelle più luminose di un campionato straordinario come la Liga dell&#8217;epoca. Purtroppo però, come nel caso dell&#8217;uruguaiano, noi italiani ci ritroviamo a rimpiangere <em>Pepito </em>per tutto ciò che non è riuscito ad essere. E se non furono i suoi problemi caratteriali a fermarlo, lo fu il suo fisico, flagellato in continuazione da quegli infortuni che ci hanno privato di un autentico fuoriclasse. Un rimpianto incolmabile, doloroso ed impossibile da accettare.</p>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/12/18/grandi-stagioni-quasi-dimenticate-da-davids-1998-van-bommel-2011-a-recoba-1999-rossi-2007.html">Grandi stagioni quasi dimenticate: da Davids 1998-van Bommel 2011 a Recoba 1999-Rossi 2007</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>La top 15 del calcio sudamericano dal 2000 ad oggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Ciuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Aug 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La prima edizione del nuovo formato del Mondiale per Club svoltasi quest&#8217;anno ha avuto di positivo il fatto che parte del pubblico nostrano abbia smesso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/08/18/la-top-15-del-calcio-sudamericano-dal-2000-ad-oggi.html">La top 15 del calcio sudamericano dal 2000 ad oggi</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La prima edizione del nuovo formato del <a href="https://gameofgoals.it/2025/07/16/mondiale-per-club-bilancio-finale-chelsea-e-palmer-straordinari-delusione-manchester-city.html">Mondiale per Club</a> svoltasi quest&#8217;anno ha avuto di positivo il fatto che parte del pubblico nostrano abbia smesso di sottovalutare e di snobbare le squadre del Nuovo Mondo, magari non facendo più spallucce e risolini di scherno. Il mondo del calcio sudamericano rappresenta una dimensione sommersa, sconosciuta ai più, considerata degna di essere guardata solamente quando ci sono i mondiali (e fino ad un certo punto), ma non è affatto così. </p>



<p>Con quest&#8217;articolo si intende scegliere i giocatori più rappresentativi del calcio sudamericano, dal 2000 ad oggi: insomma, quelli che si sono distinti per prestazioni, impatto, iconicità con i club sudamericani. Naturalmente ci sono esclusioni dolorose e importanti : da <strong>Romario </strong>che proprio nei primissimi anni del nuovo millennio vive un ultimo canto del cigno con il Vasco de Gama, a <strong>Martin Palermo</strong> che a cavallo dei &#8217;90 e dei &#8217;00 ha segnato tanto con la maglia del Boca, passando per il bomber <strong>Fred</strong>, per l&#8217;eterno <strong>Cano </strong>e per il mediano <strong>Fernandinho </strong>protagonista di due cicli con l&#8217;Atletico Paranaense (2005 e 2022). Il fatto che non sia scontato fare bene in Sudamerica è dimostrato da vecchie glorie del nostro calcio &#8211; dai crepuscolari <strong>Adriano </strong>a <strong>Ronaldo</strong>, fino ai <strong>Seedorf </strong>e ai <strong>Cavani </strong>&#8211; che in Sudamerica hanno incontrato più difficoltà del dovuto o comunque non sono riusciti a brillare come ai vecchi tempi. Dunque, bando alle ciance e procediamo con la lista, assolutamente opinabile e dipendente esclusivamente dal punto di vista dello scrivente.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">15) Teofilo Gutierrez</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="117" height="128" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/images-5-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24895" style="width:350px"/></figure>



<p></p>



<p>È di questi il &#8220;colombiano più famoso d&#8217;Argentina&#8221;. Centravanti atipico per altezza e peso, con le bollicine e i guizzi di un <em>diez</em>, rapido nel saltare l&#8217;uomo e nell&#8217;attaccare la porta, <strong>Gutierrez </strong>ha fatto innamorare per un biennio i tifosi del River Plate, venendo anche eletto Calciatore Sudamericano dell&#8217;anno nel 2014. La sua carriera da giramondo lo ha portato in Messico, in Argentina, nella stessa Colombia, e anche in Europa (Sporting Lisbona e addirittura Trabzonspor, in Turchia). Le sue prestazioni sono state convincenti da fargli giocare un mondiale da titolare (Sudafrica 2014), accanto alla stella James Rodriguez.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">14) Rodrigo Palacio</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="363" height="554" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/6f5d306ee85eb1552e62fe783e3442123a1cb23f-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24898" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/6f5d306ee85eb1552e62fe783e3442123a1cb23f-edited.jpg 363w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/6f5d306ee85eb1552e62fe783e3442123a1cb23f-edited-197x300.jpg 197w" sizes="(max-width: 363px) 100vw, 363px" /></figure>



<p></p>



<p>Conosciamo bene <em>El Trenza</em> soprattutto per i suoi trascorsi in casa nostra con le maglie di Genoa e Inter, ma se c&#8217;è un club al quale <strong>Palacio </strong>è più legato, quello è il Boca Juniors, dove approda nel 2005 dopo un anno di apprendistato al Banfield. Alla Bombonera è uno splendido secondo violino, dietro Sua Maestà Riquelme, piazzandosi sempre in alto nelle classifiche di rendimento e si toglie la soddisfazione di segnare in finale di Coppa Libertadores contro il Gremio del 2007 e anche nella finale di Yokohama contro il <em>Diavolo</em>.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">13) Julian Alvarez</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="784" height="441" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/skysports-julian-alvarez-manchester-city_5657368-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24901" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/skysports-julian-alvarez-manchester-city_5657368-edited.jpg 784w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/skysports-julian-alvarez-manchester-city_5657368-edited-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/skysports-julian-alvarez-manchester-city_5657368-edited-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 784px) 100vw, 784px" /></figure>



<p></p>



<p>Per usare un gergo <em>americanofilo</em>, <strong>Julian Alvarez </strong>è stato il più grande rookie del Sudamerica dai tempi di Neymar. Centravanti tecnico, completo, in grado di fraseggiare con i compagni &#8211; non a caso Pep Guardiola lo volle alla sua corte &#8211; Julian Alvarez si è distinto al River Plate come straordinario uomo-gol, vincendo numerosi titoli in patria e nel continente. Dei quattro anni in biancorosso, il migliore è stato senza dubbio il terzo (2021), in cui ha vinto il campionato argentino da capocannoniere e si è aggiudicato il premio di &#8220;miglior giocatore sudamericano dell&#8217;anno&#8221;. Curiosità: è il giocatore ad aver segnato più reti (6) in un match singolo di Coppa Libertadores.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">12) Rogerio Ceni</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="785" height="442" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/shape_cover_sport_Sao-Paulo-v-Santos-Brasileirao-Series-A-2015-8dd7d8385a9307420925f5272c6e2060-edited.webp" alt="" class="wp-image-24905" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/shape_cover_sport_Sao-Paulo-v-Santos-Brasileirao-Series-A-2015-8dd7d8385a9307420925f5272c6e2060-edited.webp 785w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/shape_cover_sport_Sao-Paulo-v-Santos-Brasileirao-Series-A-2015-8dd7d8385a9307420925f5272c6e2060-edited-300x169.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/shape_cover_sport_Sao-Paulo-v-Santos-Brasileirao-Series-A-2015-8dd7d8385a9307420925f5272c6e2060-edited-768x432.webp 768w" sizes="(max-width: 785px) 100vw, 785px" /></figure>



<p></p>



<p>Se c&#8217;è un portiere simbolo del calcio del Nuovo Mondo dal 2000 in poi, non c&#8217;è dubbio che si tratti del brasiliano <strong>Rogerio Ceni</strong>, il portiere-goleador, da 129 reti in carriera, nel solco della scuola di Chilavert. Rogerio Ceni ha vinto tutto ciò che poteva vincere con la maglia del San Paolo, anche se il capolavoro della carriera è stato senza dubbio l&#8217;Intercontinentale 2005, dove batte il Liverpool di Gerrard alzando la coppa da MVP della finale e miglior giocatore del torneo.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">11) Thiago Silva</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="342" height="228" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/dur-4496-edited.avif" alt="" class="wp-image-24907" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/dur-4496-edited.avif 342w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/dur-4496-edited-300x200.avif 300w" sizes="(max-width: 342px) 100vw, 342px" /></figure>



<p></p>



<p>Sul difensore ex Milan, PSG e Chelsea sappiamo vita, morte, miracoli. Il suo stile preciso e roccioso, la sua classe, la sua lettura del gioco ed il suo perfetto senso tattico lo hanno reso uno dei migliori difensori sudamericani della storia, al livello di Elias Figueroa (e sul confronto tra i due si può discutere). Non possiamo però ignorare che prima del decollo definitivo con la maglia rossonera,<strong> Thiago Silva</strong> è stato diversi anni una sicurezza del Fluminense (squadra dove è cresciuto nelle giovanili), tanto da vincere la Bola de Prata nel 2007. Le sue prestazioni al mondiale per club di quest&#8217;anno con la maglia Tricolor, nonostante un&#8217;età anagrafica non più verde, mi hanno portato a riflettere sull&#8217;inclusione del giocatore in questa lista. Insomma, è vero che ha offerto il meglio da noi, ma è altrettanto vero che anche in patria si è saputo imporre. Le disavventure con il Porto e la Dinamo Mosca &#8211; con amari retrogusti di gravi infortuni e tubercolosi &#8211; all&#8217;alba della sua carriera, prima dell&#8217;inizio dell&#8217;avventura con il Flu tra i professionisti, sono solo un lontano ricordo.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">10) Giorgian de Arrascaeta</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="283" height="349" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/510972439_18467405164077170_7484818669231017644_n-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24910" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/510972439_18467405164077170_7484818669231017644_n-edited.jpg 283w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/510972439_18467405164077170_7484818669231017644_n-edited-243x300.jpg 243w" sizes="(max-width: 283px) 100vw, 283px" /></figure>



<p></p>



<p>Uruguaiano di origine, brasiliano per passione, è considerato attualmente il miglior “numero dieci” del calcio sudamericano. Regista di pura qualità, in grado di vedere il gioco prima degli altri, il suo passaggio dal Cruzeiro al Flamengo è decisivo per la conquista della Coppa Libertadores 2019, dove <strong>Giorgian de Arrascaeta</strong> è il trascinatore (successo bissato solo tre anni più tardi). La sua ricerca del colpo ad effetto, del virtuosismo estetico e della pennellata d’autore lo hanno candidato più volte al premio Puskas (miglior gol dell’anno) in compagnia di mostri sacri del nostro calcio. Gli occhi dei migliori club europei sono su di lui da tempo, ma finora all’Europa e alla musichetta della Champions League il nostro ha preferito la pesca.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">9) Thiago Neves</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="179" height="118" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/1053115_med_.jpg-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24914" style="width:350px"/></figure>



<p></p>



<p>Giocatore sconosciuto al pubblico europeo, per i brasiliani ha invece rappresentato il più classico dei giocatori “potrei ma non voglio”. Mancino elegante e potente, in grado di servire assist ai compagni e impostare il gioco, nonché dal tiro secco e preciso, <strong>Neves </strong>può vantare una Bola de Ouro nel 2007 con la maglia del Fluminense, quando si consacra come miglior giocatore del campionato brasiliano, nonché una pregevole tripletta della finale di ritorno della Coppa Libertadores dell’anno seguente, persa però ai rigori contro gli ecuadoriani del LDU Quito. Le sue deludenti avventure in Germania (Amburgo) e negli Emirati Arabi (Al-Hilal e Al Jazira) tratteggiano un giocatore inquieto e pigro, capace di dare il meglio nel suo continente, dove chiude malinconicamente la carriera.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">8) Ganso</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="265" height="169" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Ganso-Santos-edited.avif" alt="" class="wp-image-24912" style="width:350px"/></figure>



<p></p>



<p>Qualcuno potrà valutare come forzata l’inserimento di <strong>Ganso </strong>in questa lista, perché in termini di continuità ad alti livelli ha avuto molto meno di altri, pur essendo un giocatore longevo, tuttora in attività con la maglia Tricolor del Fluminense. Eppure, quando si parla di “giocatori da calcio sudamericano”, sono ben pochi a rappresentare questo concetto più di quanto lo faccia Paulo Henrique Chagas de Lima (il suo nome vero). Giocatore espressione di un calcio complementare a quello barocco e infarcito di ghirigori del tipico brasiliano, Ganso era un minimalista: sfiorava il pallone, lo toccava con il fioretto, quel tanto che bastava per mandare fuori giri l’avversario o servire cioccolatini ai compagni. Se i malandri facevano l’amore con il pallone, toccandolo a più non posso, Ganso lo seduceva in maniera sfuggente e misteriosa. Trequartista di talento cristallino, ha avuto un momento all’inizio dello scorso decennio in cui gli addetti ai lavori giuravano che potesse essere meglio di Neymar, suo compagno di squadra del Santos. I gravi infortuni ci hanno restituito un giocatore ridimensionato, nonostante il talento non fosse in discussione.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">7) Gabriel Barbosa &#8220;Gabigol&#8221;</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="847" height="1129" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/2020-01-28T162859Z_1_LYNXMPEG0R1JD_RTROPTP_4_FUT-FLAMENGO-GABIGOL-edited.webp" alt="" class="wp-image-24921" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/2020-01-28T162859Z_1_LYNXMPEG0R1JD_RTROPTP_4_FUT-FLAMENGO-GABIGOL-edited.webp 847w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/2020-01-28T162859Z_1_LYNXMPEG0R1JD_RTROPTP_4_FUT-FLAMENGO-GABIGOL-edited-225x300.webp 225w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/2020-01-28T162859Z_1_LYNXMPEG0R1JD_RTROPTP_4_FUT-FLAMENGO-GABIGOL-edited-768x1024.webp 768w" sizes="(max-width: 847px) 100vw, 847px" /></figure>



<p></p>



<p>Viviamo oggigiorno nell&#8217;epoca del meme, dell&#8217;ilarità del mondo social che suscita una scena strana e paradossale. Possiamo dire che la versione di <strong>Gabigol</strong> vista in Italia sia un <em>meme</em>: arrivato con grandi aspettative all&#8217;Inter non ne ha azzeccata una, provocando più lazzi e sberleffi che altro. Dall&#8217;altra parte del mondo invece Gabriel Barbosa è stato il contrario: uomo-gol nei momenti pesanti, ha segnato in tre finali diverse di Libertadores (doppietta decisiva in rimonta contro il River Plate nel 2019, gol rivelatosi poi inutile nel 2021 contro il Palmeiras, gol decisivo nel 2022 contro l&#8217;Atletico Paranaense), è stato il miglior giocatore sudamericano del 2019, nonché bomber principe di Santos, Flamengo e oggi Cruzeiro. Lontano dalla magrezza e dalla leggerezza dei grandi esteti brasiliani, ha la potenza atletica da giocatore europeo, un sinistro assassino e discrete qualità anche da rifinitore. Azzardando un paragone, è un incrocio tra Rivaldo e Adriano.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">6) Robinho</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="218" height="228" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Screenshot-2025-08-14-151808-1-edited.png" alt="" class="wp-image-24938" style="width:350px"/></figure>



<p></p>



<p>Leggenda narra che Pelé lo vide giocare quando aveva dodici anni e se innamorò subito. «È come me». Il controllo della palla, il dribbling sgusciante, la velocità di Robinho è davvero essenza brasiliana. Al Santos, da giovane, gioca relativamente poco, ma lascia un segno indelebile: vince da autentico crack i campionati brasiliani, specialmente nel 2004, duellando con un certo Carlos Tevez su chi fosse il miglior giocatore del Sudamerica. Arriva la chiamata dalla Casa Blanca e Robinho tornerà al Santos per ben tre volte, in avventure più o meno fugaci (2010, 2014, 2020), oltre ad una brillante avventura con la maglia dell&#8217;Atletico Miniero nel 2016.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">5) Ronaldinho</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="426" height="208" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/cb4a1364-96dd-4ffa-a399-bde4840fa337-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24925" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/cb4a1364-96dd-4ffa-a399-bde4840fa337-edited.jpg 426w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/cb4a1364-96dd-4ffa-a399-bde4840fa337-edited-300x146.jpg 300w" sizes="(max-width: 426px) 100vw, 426px" /></figure>



<p></p>



<p>Se per l’appassionato eurocentrico, <strong>Ronaldinho </strong>finisce di regalare magie a fine 2010 con l’addio al Milan, il cultore del calcio sudamericano sa benissimo che la carriera del Gaucho ha una gustosa appendice in Sudamerica. Se il ritorno in patria con la maglia <em>rubronegra </em>del Flamengo è sicuramente soddisfacente – in un anno e mezzo segna 28 gol e contribuisce in maniera determinante alla vittoria del campionato carioca – è con l’Atletico Mineiro che Ronaldinho si gioca la carta più bella: il suo impatto nel gioco degli <em>Alvinegri </em>è un inno di bellezza e di qualità: ben 13 assist nel Brasileirao (miglior assist-man) gli garantiscono la chiave per la partecipazione alla Coppa Libertadores della stagione seguente, che vince da protagonista, consacrandosi anche qui come miglior rifinitore della competizione (8 assist). A fine 2013 viene meritatamente premiato come miglior giocatore sudamericano dell’anno, prima di volare in Messico.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">4) Juan Sebastian Veron</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="872" height="767" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/veron-estudiantes-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24934" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/veron-estudiantes-edited.jpg 872w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/veron-estudiantes-edited-300x264.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/veron-estudiantes-edited-768x676.jpg 768w" sizes="(max-width: 872px) 100vw, 872px" /></figure>



<p></p>



<p>Dopo gli anni in Europa, la <em>Brujita </em><strong>Juan Sebastian Veron </strong>torna in Argentina, in un club che è stato letteralmente la sua famiglia, l’Estudiantes, dove ha debuttato nel 1995 da calciatore professionista e soprattutto dove il padre Juan Ramon si era distinto come centrocampista negli anni ‘60, con sprazzi anche nei ‘70 e negli ‘80. Il compagno “laziale” Diego Simeone gli consegna le chiavi del centrocampo nel 2006 ed è la svolta: arriveranno i successi in patria, ma soprattutto arriverà il trionfo in Coppa Libertadores nel 2009 sotto la guida di Sabella, con la finale vinta per 2-1 contro il Cruzeiro (0-0 all’andata) in cui Veron disputa una prestazione strepitosa. L’eccellente visione di gioco, le qualità balistiche e la personalità da leader lo consacrano per ben due anni di fila (2008 e 2009) come giocatore sudamericano dell’anno.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">3) Carlos Tevez</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1182" height="665" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/945059ee2ea45028fba2147dafb34ed8cf419c22.jpg-edited.webp" alt="" class="wp-image-24941" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/945059ee2ea45028fba2147dafb34ed8cf419c22.jpg-edited.webp 1182w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/945059ee2ea45028fba2147dafb34ed8cf419c22.jpg-edited-300x169.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/945059ee2ea45028fba2147dafb34ed8cf419c22.jpg-edited-1024x576.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/945059ee2ea45028fba2147dafb34ed8cf419c22.jpg-edited-768x432.webp 768w" sizes="(max-width: 1182px) 100vw, 1182px" /></figure>



<p></p>



<p>Essere un argentino ed al contempo essere un idolo delle folle in Brasile non è propriamente qualcosa di ordinario.<strong> Carlos Tevez</strong>, detto l’<em>Apache</em>, però ce l’ha fatta. Forza fisica, dinamismo, velocità e tiro secco, la sua qualità, unita ad una “garra” tipicamente argentina, lo ha reso un idolo totale per i tifosi del Corithians, dove arriva a peso d’oro nel 2005, dopo aver fatto le fortune del Boca Juniors ed essere stato il degno erede di Riquelme nei gialloblu della Bombonera: i suoi trionfi da protagonista – Coppa Libertadores, Coppa Intercontinentale, campionato argentino di Apertura e campionato Brasileiro (l’odierno Brasileirao, per intenderci) lo collocano nell’olimpo dei giocatori del Nuovo Mondo: per tre anni consecutivi è stato premiato come calciatore sudamericano dell’anno (dal 2003 al 2005), nonché Bola de Ouro nel suo anno con la maglia della squadra bianconera di San Paolo.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2) Neymar</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="589" height="332" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/GOAL_-_Blank_WEB_-_Facebook_-_2024-04-01T082745.105.png-edited.webp" alt="" class="wp-image-24931" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/GOAL_-_Blank_WEB_-_Facebook_-_2024-04-01T082745.105.png-edited.webp 589w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/GOAL_-_Blank_WEB_-_Facebook_-_2024-04-01T082745.105.png-edited-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 589px) 100vw, 589px" /></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Se da una parte la sua seconda avventura in Sudamerica è tutt&#8217;ora in corso, dopo anni di stop tra infortuni, Arabia Saudita ed una costante sensazione di malinconia crepuscolare di fine carriera, dall&#8217;altra parte è noto che <em>O&#8217;Ney</em> &#8211; chiamato così in omaggio al più grande di tutti &#8211; in Sudamerica abbia letteralmente fatto il vuoto, prima di andare a misurarsi con il calcio europeo. Giocatore tecnicamente fuori concorso per tutti, tanto da essere escluso nella corsa per la Bola de Prata per manifesta superiorità (onore toccato solo ad un certo Edson Arantes do Nascimiento), <strong>Neymar </strong>vince tra le altre cose tre campionati paulisti ed una Copa Libertadores nel 2011, raggiungendo uno status toccato a pochissimi nel Nuovo Mondo. La sua prestazione in Santos-Flamengo 4-5 del 28 luglio 2011, dove si è misurato con Ronaldinho, è un dono agli esteti e agli amanti del futbol bailado di tutto il mondo. Possiamo discutere i suoi comportamenti plateali e la vita non certo irreprensibile fuori dal campo, possiamo discutere sulle dimensioni della sua incompiutezza e sui suoi innumerevoli infortuni, ma non possiamo certo discuterne la qualità.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1) Juan Romàn Riquelme</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1082" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Dq1cjivU4AEXbeV-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24940" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Dq1cjivU4AEXbeV-edited.jpg 800w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Dq1cjivU4AEXbeV-edited-222x300.jpg 222w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Dq1cjivU4AEXbeV-edited-757x1024.jpg 757w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Dq1cjivU4AEXbeV-edited-768x1039.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p></p>



<p><em>El Mudo</em> <strong>Juan Roman Riquelme</strong> ha rappresentato l’essenza dell’artista sudamericano, alla Bombonera il suo nome è sacro ed il suo <em>Diez</em> è la cosa più sacra e preziosa che si possa concepire. Fuoriclasse dal passo lento ma dalla visione di gioco totale e dall’assist prelibato, giocatore quasi anacronistico per questa epoca, Riquelme è stato senza dubbio l’uomo simbolo dell’ultimo squadrone sudamericano in grado di segnare la storia del calcio mondiale, mi riferisco al Boca Juniors di inizio millennio. Indimenticabile la sua prestazione contro il Real Madrid nella coppa Intercontinentale del 2000, così come i suoi trionfi in Libertadores nel 2000 e nel 2001, dove è man of the match nella finale contro i messicani del Cruz Azul. Dopo la sua avventura in Europa, trionfa nuovamente in Libertadores, sempre con il suo Diez giallo-blu sulla schiena, nel 2007: nelle due finali contro il Gremio segna tre gol e si consacra per l’ennesima volta come giocatore-simbolo non solo del torneo, ma di quel calcio sudamericano, intriso di fascino, magie impossibili e meraviglie estetiche ai limiti del surrealismo, degne dei racconti di Jorge Luis Borges.</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/08/18/la-top-15-del-calcio-sudamericano-dal-2000-ad-oggi.html">La top 15 del calcio sudamericano dal 2000 ad oggi</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Storia di un grande amore: la top 11 della Juventus nel dopoguerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Completiamo il ciclo dedicato alle grandi strisciate del calcio italiano facendo spazio alla Vecchia Signora, il club italiano più amato (e, di riflesso, detestato) e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/07/11/storia-di-un-grande-amore-la-top-11-della-juventus-nel-dopoguerra.html">Storia di un grande amore: la top 11 della Juventus nel dopoguerra</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Completiamo il ciclo dedicato alle grandi strisciate del calcio italiano facendo spazio alla<em> Vecchia Signora</em>, il club italiano più amato (e, di riflesso, detestato) e vincente (all&#8217;interno dei confini nazionali).</p>



<p>Nessuno rappresenta l&#8217;Italia, nel calcio, come la<strong> Juventus</strong>, per molte ragioni non solo sportive (il profondo e complesso legame della famiglia Agnelli e della FIAT con la storia e con la classe politica del nostro paese). Quasi tutti i cicli vincenti della nazionale azzurra (che si parli dei successi del Ventennio o degli eroi di Spagna 1982) sono stati costruiti su solide fondamenta bianconere, e anche sul piano &#8220;filosofico&#8221;, quando si ragione in termini di visione del football, la Juventus è quasi la sineddoche dell&#8217;Italia: il risultato è l&#8217;unica cosa che conta, forse, e le formazioni bianconere sono sempre state più votate alla solidità, alla sostanza e al carattere che all&#8217;accademia/alla ricerca estetica in sé, ma è anche vero che la Juventus è stata la casa accogliente che ha ospitato molti dei massimi numeri dieci transitati sul territorio italiano.</p>



<p>La sua continuità nel nostro campionato non ha rivali, tanto che è difficile ricordare un decennio buio nella storia bianconera. Non sono mancate naturalmente le stagioni negative, gli scivoloni, i periodi complicati, ma nel complesso la Juventus si è dimostrata quasi sempre in grado di rimanere aggrappata alla nomea di squadra di vertice, obbligata per statuto a vincere &#8211; e, per lungo tempo, a dare la priorità al campionato italiano.</p>



<p>Anche per questo è stato difficile allestire la formazione bianconera ideale del dopoguerra, e questo nonostante le dolorose esclusioni rese necessarie dai nostri criteri di scelta: i gloriosi anni &#8217;30 sono periodo tra i più fulgidi della storia bianconera, con i cinque scudetti di <strong>Mr. Carcano</strong>, l&#8217;ossatura della nazionale azzurra e una pletora di fuoriclasse che non possiamo evitare di citare &#8211; il piccolo artista <strong><em>Mumo </em>Orsi,</strong> il cervello sopraffino e il motore inesauribile noto come <strong>Giovanni Ferrari</strong>, l&#8217;uomo che portò l&#8217;Italia nel professionismo (<strong>Virginio Rosetta</strong>), un fuoriclasse del gol immarcabile e sfortunato (&#8220;Farfallino&#8221; <strong>Borel</strong>), leader spavaldi e dalla scorza durissima come il fuoriclasse <strong>Luis Monti </strong>o gli innumerevoli gregari che da sempre fanno le fortune della squadra di Torino.</p>



<p>Pagata la rata al mutuo della storia, ci addentriamo nell&#8217;epoca moderna.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Portiere: <a href="https://gameofgoals.it/2023/12/04/superman-i-10-momenti-piu-iconici-nella-carriera-di-gigi-buffon.html">Gianluigi Buffon</a></h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Gianluigi Buffon Legendary Moments 😵" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/YC21fYfVvPA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p><br>Personalmente non abbiamo molti dubbi nell&#8217;indicare<strong> Gianluigi Buffon</strong> (a cui abbiamo dedicato un articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/12/04/superman-i-10-momenti-piu-iconici-nella-carriera-di-gigi-buffon.html">qui</a>) come miglior portiere della storia della Juventus. Riflessi felini, senso della posizione, eccezionale nelle uscite basse e alte e – contrariamente alla vulgata che si è consolidata – bravissimo anche nel neutralizzare i rigori, Super Gigi ha difeso la porta della Juventus per quasi vent’anni, consacrandosi come uno dei migliori portieri in circolazione, nonché come uno dei massimi interpreti del ruolo. Ha vissuto gli anni della Triade, Calciopoli, la Serie B, la rinascita ed il ciclo degli anni Dieci da assoluto protagonista, giganteggiando anche in Europa (2003, 2015, 2017), pur non riuscendo mai ad alzare al cielo la Coppa dalle Grandi Orecchie, nonostante le prestazioni gigantesche in due delle tre finali giocate.</p>



<p>Lo segue a ruota il friulano <strong>Dino Zoff</strong>, portiere “pragmatico” dall’incredibile senso della posizione e dall’eccelsa lettura del gioco e “poco avvezzo alla parata spettacolare per i fotografi”: arrivato alla Juventus per la consacrazione definitiva, dopo diversi anni ad altissimi livelli a Napoli, Dinone ha difeso con successo la porta bianconera per undici anni, contribuendo alla vittoria di sei scudetti e soprattutto della prima Coppa UEFA. La sua stagione d’oro 1972-1973, con tanto di record d’imbattibilità in campionato, gli valse il secondo posto al pallone d’oro, dietro solamente a un incontenibile Johann Cruijff.</p>



<p>Non vanno dimenticati altri candidati illustri: dall’istintivo umbro <strong>Stefano Tacconi</strong> – protagonista del maxi ciclo trapattoniano degli anni ‘80 che collocò la Juventus in cima al mondo – ad <em>Angelo Peruzzi</em>, protagonista di tante notti internazionali del primo ciclo trionfale di Marcello Lippi. Un onorevole menzione spetta anche al polacco <strong>Wojciech Szczesny,</strong> raro punto di forza di una Juventus che viveva anni declinanti alla ricerca di se stessa.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Terzino destro: Claudio Gentile</h2>



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<p><strong>Claudio Gentile </strong>si merita i galloni del titolare come terzino destro della Vecchia Signora: difensore eclettico, eccellente nella marcatura dell’avversario ed al contempo abile anche nelle doti offensive e di partecipazione al gioco, il giocatore nato a Tripoli è stato un assoluto punto di forza della Juventus di fine anni ‘70 ed inizio anni ‘80. Nell’immaginario collettivo è stato il perfetto contraltare al “terzino fluidificante” rappresentato da Cabrini sulla fascia opposta. Poteva giocare anche terzino sinistro, nonché mediano. La sua duttilità e continuità lo hanno consacrato come uno dei migliori difensori italiani universalmente riconosciuti.</p>



<p>Abbiamo deciso di spostare a destra il francese <strong>Lilian Thuram</strong>, che alla Juventus si è distinto soprattutto come difensore centrale, ma non cambia la sostanza: il campione del mondo 1998 ha inanellato a Torino stagioni strepitose, prima con Marcello Lippi e poi con Capello. Celebre è la sua doppietta al Milan nel 2003, lui che non era esattamente un uomo-gol. </p>



<p>Una menzione spetta anche a <strong>Moreno Torricelli</strong>, uno dei simboli della Juventus del primo ciclo Lippi, che valorizzava i gregari e le seconde linee, in un gioco tipicamente italiano fatto di sacrificio, intensità e coralità di squadra. Chi scrive ha raccolto la mandibola da terra più volte, osservando le prestazioni di Torricelli nelle campagne europee soprattutto del 1996 e 1997.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: <a href="https://gameofgoals.it/2021/09/03/gaetano-scirea-libero-campione-e-gentiluomo.html">Gaetano Scirea</a></h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Gaetano Scirea, Gai [Skills &amp; Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/lFmIUgKVxkQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Ci correggiamo subito: definire<strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/09/03/gaetano-scirea-libero-campione-e-gentiluomo.html"> Gaetano Scirea</a></strong> un difensore è come noto riduttivo, perché Gaetano, ancora più del Coyote olandese Marco Tardelli, è stato un giocatore universale. Difensore vero e purissimo nella propria area, centrocampista vero quando si trattava di impostare il gioco (tanto da ricordare addirittura, ci si conceda un pizzico di esagerazione, le movenze del sommo Don Andrés Iniesta), attaccante vero quando si portava nei pressi della difesa avversaria.</p>



<p>Forse il giocatore più amato della storia del calcio italiano, anche per la sua tragica e prematura scomparsa, Gaetano, nella sua normalità, è stata un&#8217;anomalia vivente: forte di una serenità invincibile, leader silenzioso e &#8220;buono&#8221;, ha vestito la maglia bianconera per una vita, portando a casa una marea di trofei da protagonista, e coronando a Madrid, in una calda estate del 1982, il suo sogno di bambino, quello di alzare al cielo la coppa del mondo (per poi ritirarsi nella propria stanza a leggere un libro, in compagnia dell&#8217;amico fraterno Dino, che ancora racconta con emozione quei momenti, la gioia incontenibile eppure condivisa in maniera silenziosa). Legatissimo per l&#8217;appunto all&#8217;amico Dino Zoff, che pure all&#8217;inizio diffidava di lui (&#8220;Pensavo fingesse, perché una persona non può essere così buona e pulita e al tempo stesso essere un leader&#8221;), è uno dei massimi fuoriclasse della sua epoca e un titolare inamovibile della squadra bianconera all time.</p>



<p>Altro leader silenzioso e altro giocatore di statura internazionale, <strong>Ciro Ferrara</strong>, più uno stopper classico, rispetto a Gaetano, è a sua volta un pezzo di storia del club torinese. Approdato ai bianconeri dopo gli anni di gloria vissuti a fianco di Maradona a Napoli, in Piemonte Ciro si è consacrato un campionissimo e un vincente, un marcatore ruvido ma corretto e straordinario sul piano della continuità. Per lui, si contano a Torino 358 presenze, 20 reti, 5 scudetti e una Champions.</p>



<p>Altro marcatore classico e altra colonna della difesa della Juventus, <strong>Andrea Barzagli</strong> non può seriamente essere escluso dalla formazione de qua: la sua maturazione tardiva ha rischiato di relegarlo nel limbo degli incompiuti, e invece, una volta sbarcato a Torino, il poderoso Andrea ha messo le ali e ha disputato, dopo i trent&#8217;anni, le stagioni migliori della sua carriera. Chi scrive ricorda, in particolare, le sue prestazioni quasi inverosimili nel corso della stagione 11/12, quando di fatto non sbagliò un intervento, lasciando di stucco tutta Italia. </p>



<p>Da ultimo, non può essere escluso dalla rosa <strong>Sandro Salvadore</strong>, uno dei grandi &#8220;liberi&#8221; della storia bianconera, libero e all&#8217;occorrenza stopper e laterale. Giocatore di grande temperamento ma dotato anche della qualità necessaria per essere pericoloso palla al piede, vanta 460 presenze in bianconero, ed è stato colonna della squadra soprattutto negli anni &#8217;60.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: <a href="https://gameofgoals.it/2023/12/13/oltre-i-limiti-e-i-pregiudizi-chi-e-stato-giorgio-chiellini.html">Giorgio Chiellini</a></h2>



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<p>Per anni sottoposto in maniera ingiusta e pregiudizievole a critiche ingenerose di ogni tipo (me ne sono occupato <a href="https://gameofgoals.it/2023/12/13/oltre-i-limiti-e-i-pregiudizi-chi-e-stato-giorgio-chiellini.html">qui</a>), non ho remore nell’affidare la titolarità di questo ruolo a <strong>Giorgio Chiellini</strong>: nato terzino sinistro ma consacratosi stopper, è stato assoluto protagonista del reparto difensivo bianconero per oltre un decennio, contribuendo ai successi nazionali ed al raggiungimento delle due finali di Champions (senza dimenticare i numerosi brillanti Europei con la nazionale azzurra). Perfetto nella difesa a tre, ma anche a quattro come difensore centrale, Chiellini era eccellente nella marcatura e nel corpo a corpo: rude ma non violento, energico ma non cattivo, un certo José Mourinho disse di lui che “doveva tenere ad Harvard un corso in materia di difesa”.</p>



<p>Un altro “duro” è stato sicuramente <strong>Sergio Brio,</strong> che come pochi ha incarnato quella juventinità battagliera e da trincea: protagonista del ciclo vincente degli anni ‘80, <strong>Brio</strong> è stato membro di una delle migliori retroguardie di sempre del calcio italiano ed europeo, vincendo praticamente tutto. Epici sono stati i suoi duelli atletici e muscolari con gli attaccanti avversari, per ulteriori informazioni citofonate a Roberto Pruzzo.</p>



<p>Idolo della tifoseria bianconera è anche <strong>Paolo Montero</strong>, uruguaiano noto per la sua grinta ed irruenza difensiva, protagonista della Juventus di metà anni Novanta ed inizio anni Duemila. Nonostante oggi la sua immagine sia nota al pubblico generalista come quella di un giocatore falloso (“o la palla o la gamba, tutte e due non passano”), il difensore sudamericano ha mantenuto alti standard di rendimento, convincendo gli allenatori (Lippi, Ancelotti) a puntare su di lui per molti anni.</p>



<p>Ancora, menzione doverosa per <strong>Francesco Morini</strong>, lo stopper della Juventus degli anni &#8217;70, ruvido, molto forte fisicamente, insuperabile nel gioco aereo e dedito esclusivamente alla marcatura. Francesco a Torino gioca 377 partite, nel corso di dieci stagioni da titolare, e incamera una vasta pletora di trofei.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Terzino sinistro: Antonio Cabrini</h2>



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<p>Il Bell&#8217;Antonio si infilava nei sogni delle ragazzine di tutta Italia, nei primi anni &#8217;80, e popolava però anche gli incubi degli attaccanti avversari, perché il suo viso da bravo ragazzo cremonese mascherava la grinta del grande difensore (per quanto ostile alle durezze gratuite) e la classe dell&#8217;ala. Scoperto dal pubblico italiano nel corso della stagione 77/78 e dal mondo intero durante i mondiali argentini, <strong>Antonio Cabrini</strong> solca la fascia sinistra del Comunale per quasi quindici anni, vincendo tutto da protagonista e deliziando i tifosi con le magie del suo piede sinistro, educato come quello di un artista del dribbling. Memorabile il suo contributo al titolo mondiale vinto in Spagna nel 1982 &#8211; chi non ricorda il cross pennellato sulla testa di Pablito all&#8217;inizio di Italia-Brasile, la giocata che sposta gli equilibri della gara?</p>



<p>In seconda posizione <strong>Gianluca Zambrotta</strong>, 217 partite in maglia Juve tra il 1999 e il 2006 con due scudetti e una finale di Champions League persa. Nato ala, ha poi giocato terzino su ambo le fasce con risultati brillanti, bravo a difendere ma ancora di più ad attaccare, ed è diventato anche una colonna della nazionale con cui ha vinto il Mondiale del 2006.</p>



<p><strong>Antonello Cuccureddu</strong> è stato uno dei primi olandesi d&#8217;Italia, un giocatore polivalente e dotato di un&#8217;intelligenza tattica non comune, ma riteniamo che sia giusto affidagli quello che è stato per lungo tempo il suo &#8220;ruolo naturale&#8221;, ovvero quello di terzino sinistro. Colonna della Juventus degli anni &#8217;70, a Torino ha collezionato 438 presenze e 39 reti, portando a casa da titolare una marea di trofei nazionali e la Coppa UEFA del 1977. Campione con la C maiuscola.</p>



<p><strong>Gianluca Pessotto </strong>è stato invece l&#8217;ipostasi dell&#8217;idea di gregario di lusso e anche del concetto di affidabilità: persona seria, di cultura (laureato in giurisprudenza e appassionato di letteratura) e posata, atleta di spessore nazionale, Gianluca ha incarnato lo spirito operaio della Juventus di Lippi (la cui maglia ha indossato 366 volte), vestendo a lungo anche l&#8217;azzurro Se era raro, forse impossibile, vederlo decidere una partita, era ancora più raro vederlo sbagliare una partita.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Regista: <a href="https://gameofgoals.it/2021/06/25/boniperti-una-vita-in-bianconero-creo-lo-stile-juventus.html">Giampiero Boniperti</a></h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Giampiero Boniperti - Unreal Skills &amp; Goals | Juventus" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/JkPWRQCyeI4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Una delle migliori incarnazioni della “juventinità”, <strong>Giampiero Boniperti </strong>è stato LA Juventus e per quindici anni. Ha giocato come ala e soprattutto come attaccante (strepitosa la sua stagione 47/48, che gli vale l&#8217;ammirazione incondizionata di Valentino Mazzola), ma abbiamo deciso di schierarlo regista, perché nella seconda parte di carriera ha arretrato il suo raggio d’azione, per la gioia di Gianni Brera che lo voleva vedere impostare il gioco e dispensare assist &#8211; e lo farà divinamente soprattutto alle spalle del piccolo demonio Omar Sivori e del gigante buono John Charles. Boniperti è ancora oggi il secondo miglior marcatore della storia della Juventus, con 185 reti, superato solo da Del Piero nel 2006.</p>



<p>Venendo a tempi più recenti, il dominatore in bianconero in questo ruolo è stato senza ombra di dubbio il bresciano <strong>Andrea Pirlo</strong>, autentico faro attorno a cui Antonio Conte ha costruito la Juventus nelle stagioni della rinascita dopo la Serie B e gli anni di transizione: nessuna scelta fu più azzeccata, perché la Juventus instaurò una dittatura casalinga destinata a durare per molti anni. Geniale nel lancio lungo, eccellente anche nel passaggio corto e nel dribbling per uscire dal pressing avversario, Andrea da Flero ha giocato in bianconero per quattro stagioni, di cui almeno due eccellenti. Non erano pochi gli addetti ai lavori che chiedevano una sua candidatura per il podio del Pallone d’Oro 2012. </p>



<p>Diverso da Pirlo per caratteristiche, ma ugualmente nel cuore dei tifosi è <strong>Didier Deschamps</strong>, che ha guidato il centrocampo bianconero negli anni di dominio in Italia e in Europa della Juventus di metà anni ‘90: più mobile e “tuttocampista” rispetto a Pirlo, senza avere i suoi piedi di velluto, il francese ha dimostrato comunque di avere piedi buoni ed essere in grado di dettare i tempi ai compagni, e soprattutto è stato un trascinatore e un leader dotato del carisma dei grandissimi.</p>



<p>Una menzione è d’obbligo anche per Il <em>Pianista</em> <strong>Miralem Pjanić</strong>, metronomo bianconero con i piedi di cotone ed eccellente tiratore della Juventus di Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, oltre che a <strong>Paulo Sousa</strong>, uomo chiave del gioco della prima Juventus di Lippi e tuttavia durato però troppo poco in bianconero per poter ambire a riconoscimenti più alti.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Mediano: Marco Tardelli</h2>



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<p>Universale come i coevi olandesi, cattivo come si pensa debba essere un mediano ma anche dotato di sette polmoni e della classe della mezzala, <strong>Marco Tardelli </strong>è stato un grandissimo centrocampista e uno dei simboli della storia juventina, uno degli uomini cardine della Juventus di Trapattoni e una giocatore essenziale anche in azzurro, che vive l&#8217;apogeo, probabilmente, tra 1977 e 1980 (la stampa lo incorona uomo del titolo del 1978), ma che l&#8217;Italia non juventina ricorda soprattutto per il celeberrimo urlo che scrive la parola fine, di fatto, sulla finale mondiale di Madrid, nel 1982.</p>



<p><strong>Arturo Vidal</strong> è stato, per molti versi, un Tardelli moderno: cileno di Germania, ha saputo combinare come pochi l&#8217;estro sudamericano e il rigore teutonico, affermandosi come una delle mezzeali più dotate e complete degli anni &#8217;10. Le quattro stagioni di Torino lo vedono dominare la scena come infaticabile recupera palloni che sa segnare come un trequartista di professione, e i tifosi della Vecchia Signora ancora si emozionano se pensano alla sua straordinaria prestazione di Madrid nella primavera del 2015, quando Arturo mette la museruola ai fuoriclasse vestiti di bianco, corre per tre, mette la faccia dove altri non oserebbero mettere la gamba.</p>



<p>Ancora grinta, sudore e classe, e ancora una pagina densa di significato della storia della Juventus: questo rappresenta il <em>Pitbull</em> <strong>Edgar Davids</strong>, un mediano fisicamente incontenibile, nonostante le misure ridotte, e dotato della classe purissima della mezzala olandese. Il suo approdo a Torino, nel corso della stagione 1997/1998, &#8220;aggiusta&#8221; il centrocampo bianconero e consente alla Juve di spiccare il volo. Per il campione orange, si contano a Torino 235 presenze e 10 reti.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ala: Franco Causio</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Franco Causio, il Barone [Goals &amp; Skills]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/W-jOINgeQrc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Giocatore che la modernità ha quasi dimenticato, il Barone <strong>Franco Causio </strong>è stato un campione di caratura mondiale e il calciatore più dotato, dal punto di vista strettamente tecnico, della Juventus degli anni &#8217;70. Artista del dribbling e del cross, superbo uomo assist, Causio dalla sua Puglia sale a Torino a inizio anni &#8217;70 e e scrive la storia bianconera a caratteri cubitali, mettendo a referto 452 presenze e ben 72 reti, il tutto mentre colleziona trofei. Titolare inamovibile anche in nazionale, è uno dei più felici protagonisti dello spettacolare mondiale argentino.</p>



<p>A Madrid, quattro anni dopo, quando è già un giocatore in declino, Bearzot lo fa entrare in campo a pochi istanti dal fischio finale, e quando la stampa gli chiede perché l&#8217;abbia fatto, il Vecio risponde: perché uno come Causio, in quel momento, non poteva non essere lì.</p>



<p>La furia cieca<strong> Pavel Nedvěd</strong>, meno dotata del Barone in termini di classe pura, è stata però un giocatore altrettanto cruciale per il progetto Juve: dopo gli strepitosi anni di Roma, il ceco ha traslocato a Torino e dopo un primo anno buono ha fatto il vuoto, consacrandosi come fuoriclasse planetario e vincendo un meritato pallone d&#8217;oro. Sul piano temperamentale, Pavel è stato la cosa più simile a Lothar Matthäus vista in campo in Italia nel Nuovo Millennio, e ha fornito un contributo cruciale alla Juve per diversi anni, almeno fino ai mondiali di Germania.</p>



<p>Più simile al Barone, benché meno grande in termini assoluti, è stato l&#8217;oriundo <strong>Mauro German Camoranesi</strong>: ala dal dribbling mortifero e superbo crossatore, ha vestito il bianconero per quasi un decennio ed è stato spesso il regista occulto della squadra. Un campione, così come lo è stato, almeno nei momenti migliori, anche uno dei giocatori meno juventini, sulla carta, di questa rosa, e che però è riuscito a consacrarsi definitivamente proprio a Torino: sto parlando di <strong>Juan Cuadrado</strong>, laterale colombiano stravagante e innamorato del pallone, che a Torino ha imparato l&#8217;arte della disciplina tattica e ha vissuto diverse stagioni da grande protagonista e da artista del dribbling.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Trequartista: <a href="https://gameofgoals.it/2021/04/30/omaggio-a-sua-maesta-michel-platini.html">Michel Platini</a></h2>



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<p>Non ci sono dubbi di sorta.<em> Le Roi</em> <strong>Michel Platini</strong> è l’interprete massimo di questo ruolo, non solo in bianconero. Visione di gioco a trecentosessanta gradi, eccellente nell’ultimo passaggio, morbido nel guizzo e nel dribbling, capace di giocare in ogni zona del campo, Michel era un centrocampista con medie gol da attaccante vero. I suoi tre palloni d’oro di fila (1983, 1984, 1985) rendono l’idea di come Platini fosse semplicemente il miglior giocatore europeo nei suoi anni sulla Mole. Il suo calo brusco dopo il 1986 non scalfisce il suo rendimento eccezionale in maglia bianconera e la firma da protagonista in tante gioie nazionali ed internazionali, con qualche dolore (sul piano sportivo la finale del 1983 contro l’Amburgo, sul piano umano e sociale – ben più importante &#8211; la tragedia dell’Heysel del 1985). </p>



<p>Piange il cuore a doverlo escludere dalla formazione titolare, ma dovendo scegliere preferiamo, seppur di pochissimo, Michel al genio funambolico del Cabezon <strong>Omar Sívori</strong>, italo-argentino dal baricentro basso e dal dribbling mancino sgusciante e irridente, il <em>Vizio </em>dell&#8217;avvocato Agnelli, uno dei simboli della Juventus degli anni ‘60 e idolo assoluto della sua generazione. Insieme a Charles e Boniperti ha costituito il più famoso tridente della storia bianconera, aggiudicandosi il pallone d’oro nel 1961, al termine di due stagioni che l&#8217;hanno visto dominare la scena come nessun altro, in Europa, inventandosi giocate che sfidavano la logica e vincendo anche un titolo di capocannoniere. </p>



<p>Erede di Michel in tutto e per tutto è stato <strong>Zinédine Zidane</strong>, che dopo anni al Bordeaux approda in bianconero nel 1996: meno efficace sotto porta di Platini ma più dominante fisicamente, dopo mesi di fatica e ambientamento, Lippi lo schiera dietro le punte e fa scoccare la magia: notevoli le sue prestazioni europee tra il 1997 ed il 1998, seppur parzialmente macchiate da finali non all’altezza, gioca grandi stagioni a livello individuale anche nel 2000 e nel 2001, dove forse si vede la sua miglior versione.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Seconda punta: <a href="https://gameofgoals.it/2021/11/09/io-di-te-non-mi-stanco-ode-ad-alessandro-del-piero.html">Alessandro Del Piero</a></h2>



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<p>Anche qui, siamo costretti a decisioni dolorose, perché, come <strong>Omar Sivori</strong>, anche Roberto Baggio dovrebbe essere titolare un po&#8217; in ogni squadra del mondo.</p>



<p>Il problema è che una Juventus senza <strong>Alessandro Del Piero</strong> non può avere corso legale: Alex è stato Pinturicchio, il giovane ed esplosivo artista che fa innamorare l&#8217;avvocato Agnelli, e poi il capitano di lungo corso, il simbolo di mille battaglie, nonché una persona pulita e positiva alla stregua di Gaetano Scirea o quasi. Per lui si contano 290 reti in 705 partite con la Juve, una marea di trofei nazionali e internazionali, e l&#8217;amore imperituro di tutta l&#8217;Italia juventina.</p>



<p><strong>Roberto Baggio</strong> a Torino è stato grande quanto Del Piero, negli anni migliori: salutata in maniera brusca Firenze, Roberto a Torino si consacra fuoriclasse di fama planetaria, e disputa le stagioni della vita, specie tra 1993 e 1994, quando è uno dei primissimi giocatori del pianeta e vince una Coppa UEFA da tramandare ai posteri, oltre a un meritatissimo pallone d&#8217;oro. Il posto in panchina gli spetta di diritto.</p>



<p>Il nome di <strong>Paulo Dybala </strong>potrebbe sembrare fuori luogo, accostato a quello dei due suddetti mammasantissima, ma a nostro parere sarebbe ingeneroso escluderlo dalla formazione: l&#8217;argentino è stato l&#8217;erede di Sivori, in piccolo, ovvero un geniale anacronismo nel calcio moderno, e ha scritto pagine memorabili nella storia bianconera recente, anche in Europa, mettendo a referto oltre cento reti e disputando almeno tre stagioni da grandissimo giocatore.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Prima punta: John Charles</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="John Charles, The Gentle Giant [Best Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/RoyoBLtT17M?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Con il suo fisico imponente e le fattezze da Marlon Brando, <strong>John Charles</strong> era l&#8217;idolo delle folle, anche perché il suo stile di gioco si combinava alla perfezione con i ghirigori perfidi del geniale Sivori. A nostro parere, il miglior attaccante puro della storia bianconera è pertanto lui, il gigante gallese buono.</p>



<p>Al suo fianco, si accomoda <strong>David Trezeguet</strong>, nove classico, finalizzatore puro dotato da madre natura di qualità soprannaturali nel gioco aereo e di una capacità di coordinarsi quasi impareggiabile. David è stato l&#8217;uomo gol della grande Juventus degli anni 2000 e rimane il miglior marcatore straniero della storia del club.</p>



<p><strong>Roberto Bettega</strong> è un altro nome imprescindibile della rosa: dotato del fisico e della cattiveria agonistica del centravanti ma anche della classe e della mobilità della seconda punta, Bettega ha illuminato il cielo torinese per oltre un decennio, dimostrandosi, negli anni migliori (tra 1977 e 1980), giocatore degno di concorrere per il pallone d&#8217;oro. </p>



<p>Da ultimo, menzione d&#8217;onore per un atleta che si è abbattuto sul calcio italiano con la forza di un uragano, nonostante sia venuto in Italia quando la sua carriera sembrava al crepuscolo: sto parlando naturalmente di<strong> Cristiano Ronaldo</strong>, che in tre sole stagioni mette a referto oltre cento gol e scrive alcune tra le pagine più memorabili della storia juventina in Europa.</p>



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<p class="has-text-align-right"><strong>Con il contributo di TOMMASO CIUTi</strong></p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/07/11/storia-di-un-grande-amore-la-top-11-della-juventus-nel-dopoguerra.html">Storia di un grande amore: la top 11 della Juventus nel dopoguerra</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Academia do Futebol: la top 11 all time del Palmeiras</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top 11]]></category>
		<category><![CDATA[ademir da guia]]></category>
		<category><![CDATA[brasile]]></category>
		<category><![CDATA[brasileirao]]></category>
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		<category><![CDATA[dudu]]></category>
		<category><![CDATA[emerson leao]]></category>
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		<category><![CDATA[julinho rivaldo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La torrida estate del 2025 sarà ricordata anche come la stagione della rinascita, nell&#8217;immaginario degli europei, del calcio sudamericano. Chi segue quel calcio da tempo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La torrida estate del 2025 sarà ricordata anche come la stagione della rinascita, nell&#8217;immaginario degli europei, del calcio sudamericano. Chi segue quel calcio da tempo è perfettamente consapevole delle sue qualità, della cifra tecnica notevolissima, del considerevole numero di nazionali che militano in un <strong>Brasileirão</strong> in costante crescita, ma il pubblico europeo meno avveduto, quella vasta fronda di appassionati da tempo rintanati nella trincea di un complesso di superiorità quasi &#8220;post-coloniale&#8221;, hanno dovuto raccogliere la mandibola da terra davanti a certe espressioni tecniche delle squadre del gigante sudamericano.</p>



<p>Intendiamoci: nessuno sostiene che il loro futebol, così idiosincratico, in alcune cose vezzoso in maniera anacronistica, abbia esattamente gli stessi contenuti tecnici e agonistici del calcio europeo, o che sia complessivamente un movimento del tutto accostabile a quello del Vecchio Continente. Alcune differenze significative ci sono e restano evidenti, ma il chiacchiericcio che si ascolta da anni &#8211; quello teso a derubricare il calcio del Sudamerica a football quasi amatoriale, a una sorta di passione perversa riservata a una minoranza di pazzi &#8211; dovrebbe essere finalmente messo a tacere dalle qualità e competitività dimostrate da diversi club provenienti dall&#8217;altra metà del cielo.</p>



<p>Tra questi club, spicca per ora, sul piano dei traguardi conseguiti, il <strong>Palmeiras</strong> di San Paolo, una delle grandi storiche del calcio brasiliano e mondiale. Il Palmeiras negli anni &#8217;20 ha saputo conquistare diversi trofei di prestigio sia nazionale che internazionale, e nel 2021 se l&#8217;è giocata alla pari con il Chelsea campione d&#8217;Europa, soccombendo solo ai supplementari.</p>



<p>Come noto, nelle vene del <strong>Palmeiras </strong>scorre sangue italiano (non si gioca per decenni al Palestra Italia senza una ragione), e la sua storia è una delle più gloriose della storia del calcio verdeoro: nel suo palmares si contano decine di titoli statali e nazionali, tre Coppe Libertadores, e la maglia biancoverde è stata indossata da alcuni tra i massimi giocatori brasiliani di ogni epoca.</p>



<p>Li abbiamo selezionati per voi, limitandoci, <em>more solito</em>, al dopoguerra.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Portiere: Émerson Leão</h2>



<p></p>



<p>Vera e propria leggenda sia del club di San Paolo che della nazionale, <strong>Émerson Leão</strong> è stato uno dei massimi portieri verdeoro, un giocatore dalla carriera infinita (durata circa vent&#8217;anni) e che lo vede conquistare innumerevoli titoli nazionali, oltre che vincere la Coppa del Mondo dei cinque fenomeni, anche se da riserva. Credo che il posto da titolare, visti i quattordici anni complessivi in maglia biancoverede, spetti a lui, per quanto l&#8217;ottimo e altrettanto longevo São <strong>Marcos</strong> (San Marco, per i suoi affezionatissimi tifosi) sia un suo degno avversario. Lungagnone che spende vent&#8217;anni di carriera a San Paolo (per 532 presenze complessive), Marcos è stato il valido e affidabile estremo difensore del Palmeiras e per diversi anni anche della nazionale verdeoro, con cui ha vinto da titolare una Coppa America e il mondiale del 2002.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Laterale destro: Djalma Santos</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Djalma Santos, A Muralha [Skills &amp; Goal]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/_GMNRTsaB6o?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Dopo una decade alla Portuguesa, a fine anni &#8217;50 il leggendario <strong>Djalma Santos</strong> si è trasferito al Palmeiras per diventarne leader e bandiera per nove lunghi anni, collezionando quasi 500 presenze e una lunga serie di trofei. Meno spettacolare e votato alla giocata plateale di molti connazionali, Djalma è stato un robusto terzino destro &#8220;ibrido&#8221;, capace di mutuare dall&#8217;Europa la vocazione alla solidità e all&#8217;attenzione per l&#8217;equilibrio, ma in grado anche di farsi valere sul piano strettamente tecnico. Titolare della nazionale in quattro mondiali, ha dato il meglio di sé nei due tornei vinti dalla squadra di Pelé e Garrincha a cavallo tra anni &#8217;50 e &#8217;60, e occupa un posto speciale nella storia del Verdão, così come del football mondiale.</p>



<p>Non era un giocatore della stessa levatura di Djalma, ma in panchina può e deve accomodarsi il valoroso<strong> Franciso Arce</strong>, solido e concreto terzino paraguaiano specializzato nei calci da fermo, eccellente sotto porta e titolare inamovibile della nazionale del suo paese, in due mondiali. Con il Verdão disputa quattro stagioni, durante le quali supera le 250 presenze e mette a referto il numero inverosimile, per un terzino, di 57 reti. Inserito per ben sette volte nella formazione ideale del continente sudamericano, Arce è un pezzo di storia anche del Palmeiras.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: Marcos Aurélio Galeano</h2>



<p></p>



<p>Ancora oggi detentore del record di presenze in maglia biancoverde, tra i difensori, il centrale <strong>Galeano</strong> è forse, più di ogni altro giocatore, il simbolo del Palmeiras: con la squadra di San Paolo il difensore ha vinto letteralmente tutto, e più volte, e si è guadagnato il soprannome di Guerriero del Palmeiras, per la sua indole combattiva, la sua forza fisica e la leadership. Anche a causa di una concorrenza di spessore, ha la pecca di non aver mai vestito la maglia della nazionale.</p>



<p>Anteponiamo Galeano a <strong>Djalma Dias</strong> solo perché è difficile recuperare informazioni davvero specifiche sul centrale nato a Rio nel 1939: protagonista del Palmeiras degli anni &#8217;60 e capace di vestire in diverse occasioni (per la precisione, 21) la maglia verdeoro, Djalma ha vestito la maglia del Palmeiras durante le cinque stagioni migliori della sua carriera, collezionando 240 presenze e vincendo da titolare cinque trofei nazionali.</p>



<p>La pletora di ottimi centrali della storia del Palmeiras merita almeno un&#8217;ultima citazione, quella di una nostra conoscenza, <strong>Roque Junior</strong>: prima di traslocare nella Milano rossonera, Roque è stato per diverso tempo una delle colonne della difesa biancoverde e ha vinto da titolare e protagonista la storica Libertadores del 1999.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: Luis Pereira</h2>



<p></p>



<p>Ritenuto in patria e per diversi decenni, probabilmente fino all&#8217;avvento di Thiago Silva e Marquinhos, il miglior difensore centrale brasiliano di ogni epoca, <strong>Luis Pereira</strong> ha scritto la storia del calcio con la maglia dei Colchoneros, ma prima dell&#8217;avventura europea ha deliziato l&#8217;esigente pubblico del Palestra Italia con la sua classe purissima, che abbinata a una forza fisica dirompente lo rendeva uno dei migliori centrali del mondo, negli anni &#8217;70, come documenta anche la lunga militanza con la nazionale. Con il Palmeiras, il roccioso centrale ha conquistato due titoli nazionali da capitano e leader.</p>



<p>Portabandiera e capitano del grande Palmeiras degli anni &#8217;20, credo che sia legittimato a reclamare un posto in squadra già oggi <strong>Gustavo Gómez,</strong> notevole centrale di nazionalità paraguaiana e colonna sulla quale si è costruito il ciclo vincente della squadra biancoverde degli ultimi cinque/sei anni. Lo stiamo vedendo in campo anche nel corso del mondiale per club.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Laterale sinistro: Geraldo Scotto</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Grandes jogadas do Júnior, lateral esquerdo ex-Palmeiras, São Paulo, Parma e Seleção Brasileira" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/rAn4N1zGhZM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Il suo nome dirà forse poco agli appassionati italiani, ma dice tutto ai tifosi del Palmeiras: il laterale di chiare origini italiane <strong>Geraldo Scotto</strong> è stato infatti per dieci anni lo stantuffo sinistro della squadra di San Paolo e uno dei migliori marcatori della storia del calcio brasiliano, rinomato in patria come l&#8217;unico in grado di mettere le ganasce a tale Mané Garrincha.</p>



<p>Le sue due riserve sono invece due vecchie conoscenze del calcio europeo: la prima è Jenílson Ângelo de Souza, per tutti <strong>Júnior</strong>, piccolo artista della fascia sinistra che, prima della felice esperienza in gialloblù, scrive la storia nel suo paese d&#8217;origine, vestendo per cinque stagioni la maglia biancoverde e portando a casa diversi titoli prestigiosi, su tutti la Coppa Libertadores del 1999.</p>



<p>Il terzo giocatore è diventato una leggenda con le maglie di Real e Seleçao, ma ha fatto in tempo anche a guadagnarsi l&#8217;amore dei tifosi del Verdão, nel corso di tre intense stagioni in cui l&#8217;ordigno nascosto nel suo piede sinistro ha iniziato a esplodere in tutta la sua energia quasi soprannaturale, accecando gli attoniti tifosi: sto parlando di <strong>Roberto Carlos</strong>, che a San Paolo fa in tempo a mettere in saccoccia 162 presenze e 16 reti, segnate quasi sempre con le sue celebri e imparabili fucilate dalla distanza.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista: César Sampaio</h2>



<p></p>



<p>La classe operaia va in paradiso: centrocampista poco incline agli svolazzi tecnici e alle acrobazie,<strong> César Sampaio</strong> era un robustissimo centromediano in grado di equilibrare il reparto centrale e di conseguenza tutta la sua squadra, il classico giocatore adorato dagli allenatori che cercano un uomo affidabile, di testa e di gambe. Con il Palmeiras, César scrive alcune delle pagine più belle della sua carriera, una carriera che conta quasi duecento presenze e diversi gol pesanti. Impagabile il suo apporto, anche temperamentale, nel successo continentale del 1999. Come ricordiamo tutti, Sampaio è stato per anni anche il mediano della nazionale brasiliana, con cui ha disputato tre Coppe America e un mondiale da titolare. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista: Dudu</h2>



<p></p>



<p>Il <em>divino</em> <strong>Olegário Tolóí de Oliveira</strong>, detto <strong>Dudu</strong>, è uno dei nomi cardine della storia del club de quo, un giocatore di sublime intelligenza ed efficacia, capace di deliziare i palati fini del Palestra Italia per oltre un decennio e per oltre seicento partite. Con il Palmeiras, Dudu vince tre titoli paulisti e viene celebrato come il cervello della squadra, conquistandosi anche il secondo posto nella graduatoria della <em>Bola de Ouro</em> del 1974. Più altalenante, anche in ragione dell&#8217;enorme qualità della concorrenza, la sua breve esperienza in nazionale, che termina con un magro bottino &#8211; tredici presenze.</p>



<p>Lo schieriamo riserva solo perché è praticamente impossibile vederlo all&#8217;opera, ma quel che è certo che è <strong>Valdemar Fiume</strong> è uno dei nomi imprescindibili della storia biancoverde, con le sue 620 presenze e la pletora di trofei conquistati tra gli anni &#8217;40 e la fine degli anni &#8217;50.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ala destra: Julinho</h2>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Julinho Botelho ●Rare footage skills and Goals" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/O8P1Cv2cUb0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Ecco un&#8217;altra conoscenza del calcio italiano e un fuoriclasse autentico: il nome di <strong>Júlio Botelho</strong>&nbsp;strappa ancora oggi una lacrimuccia ai tifosi viola più attempati, perché il suo contributo maradoniano allo scudetto del 1956 e al cammino trionfale &#8211; che si chiude con un urlo di gioia strozzato in gola &#8211; della Coppa dei Campioni del 1957 sono stati impagabili. Bernardini diceva che un&#8217;ala poteva arrivare a Julinho, non oltre, e non aveva tutti i torti: il lungo brasiliano era un esterno atipico, sornione, dotato da madre natura della tecnica sublime dei connazionali e di un fiuto straordinario per l&#8217;assist e la giocata chiave. Dopo l&#8217;esaltante esperienza Viola, Julinho, che soffre di saudade, torna a casa e veste per nove anni la maglia del Palmeiras, diventando istantaneamente l&#8217;idolo del Palestra Italia e confermandosi il miglior esterno brasiliano, dopo l&#8217;inavvicinabile Garrincha. In Brasile, il fuoriclasse guida i suoi alla conquista di alcuni campionati paulisti e alla finale di Libertadores, persa contro lo straordinario Peñarol del 1961 per dettagli.</p>



<p><strong>Edu Bala</strong> è un altro tassello cruciale del puzzle della storia biancoverde: negli anni &#8217;70 la fascia destra del Palestra Italia era roba sua, e la sua esaltante carriera (costruita sulle finte, sui giochi di prestigio, sui cross velenosi) a San Paolo si chiude con 75 reti in 482 presenze, oltre che con una pletora di titoli nazionali e statali.</p>



<p>Mezzala/ala di classe internazionale, la seconda riserva è <strong>Leivinha</strong>, uno dei massimi talenti della storia del club e il secondo violino del grande Palmeiras piglia-tutto degli anni &#8217;70. Titolare anche in nazionale, ai mondiali tedeschi del 1974, il piccolo funambolo ha segnato oltre 100 gol in biancoverde ed è stato felice protagonista anche di quattro anni a Madrid, sponda Atletico, nella seconda metà dei &#8217;70.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Trequartista: Ademir Da Guia</h2>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Ademir da Guia ● The Divine" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/Qfrn5vKj0eo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Il giocatore più amato e importante della storia del Verdão, e probabilmente il suo massimo talento al pari di Julinho,<strong> Ademir da Guia</strong> è stato il trequartista sudamericano nella sua essenza più pura, un po&#8217; come lo saranno Valderrama o Riquelme nei decenni successivi: poco veloce, ma dotato di una tecnica nello stretto da capogiro e di una capacità preternaturale di anticipare i tempi di gioco: con quasi 400 presenze e 68 reti, ha dedicato al Palmeiras sedici lunghissimi anni di trionfi nazionali &#8211; con l&#8217;amaro in bocca per la finale di Libertadores perduta contro i cattivi dell&#8217;Estudiantes nel 1968. La concorrenza proibitiva gli ha chiuso spesso in faccia le porte della nazionale, ma non gli ha impedito di giocare un mondiale da titolare, nel 1974.</p>



<p>La sua riserva naturale è un talento cristallino come <strong>Alex De Souza</strong>, un piccolo prodigio della natura che con il pallone era letteralmente in grado di compiere qualsiasi prodezza, e che prima di avventurarsi nel mondo del calcio turco &#8211; dove lascerà tracce indelebili &#8211; scrive la storia del Verdão, con le sue acrobazie palla al piede che sono anche funzionali al gioco di squadra: Alex è il maggior talento della formazione che vince tutto a fine anni &#8217;90.</p>



<p>Come Roberto Carlos, diventerà grandissimo in Europa, ma lascia intravedere il suo talento superiore anche in Brasile e segnatamente con la magia biancoverde: sto parlando di <strong>Rivaldo</strong>, il fuoriclasse dall&#8217;andatura scalena (eredità di un&#8217;infanzia di privazioni) e dal sinistro mortifero, un dieci all&#8217;apparenza lento ma letale per il controllo di palla e la facilità di calcio. Con 120 presenze e 60 reti, ha scritto un pezzo significativo della storia del club e in rosa a mio parere merita un posticino.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ala sinistra: Zinho</h2>



<p></p>



<p>Ala e centrocampista che ricordiamo per il significativo contributo al successo di USA 1994, <strong>Zinho</strong> è stato uno zingaro del calcio brasiliano, un&#8217;ala/mezzala dotata da madre natura di due polmoni da mediano e di qualità superiori alla media nel dribbling, nel passaggio e nella capacità di leggere, anche tatticamente, le partite. Con il Palmeiras, Zinho mette a referto oltre 300 presenze impreziosite da 51 reti, da tre titoli nazionali e dalla Libertadores del 1999.</p>



<p>Benché sia più un centrocampista classico, merita un posto in formazione e glielo troviamo in posizione defilata anche <strong>Raphael Veiga</strong>, uno dei giocatori di maggior talento del grande Palmeiras degli ultimi anni, di cui è colonna portante sul piano tecnico e temperamentale, come documentano i numeri importanti anche sul piano realizzativo.</p>



<p><strong>Evair</strong> l&#8217;abbiamo ammirato a Bergamo per diverso tempo, ma è stato anche e soprattutto uno dei giocatori simbolo del Palmeiras degli anni &#8217;90, con cui colleziona titoli e reti importanti, guadagnandosi anche la maglia verdeoro.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Attaccante: César Maluco</h2>



<p></p>



<p><strong>César Augusto da Silva Lemos</strong>, chiamato il Pazzo, ha segnato profondamente la storia del calcio brasiliano degli anni &#8217;60 e &#8217;70: centravanti non particolarmente grosso ma fisicamente fortissimo, abile nel gioco aereo così come nella conclusione repentina di prima, e ha messo a segno 182 reti in 327 presenze con la maglia del club di San Paolo, della cui tifoseria è uno degli idoli indiscussi. Meno prolifica la sua breve carriera in nazionale. </p>



<p>Altro attaccante fisicamente debordante e letale in area di rigore, <strong>Servilio</strong> &#8211; con le sue 139 reti &#8211; rimane a tutt&#8217;oggi una delle punte di diamante dell&#8217;attacco del Palmeiras e uno dei bomber più decisivi della storia del club, con cui ha vinto diversi titoli nazionali, sfiorando la Libertadores nel 1968.</p>
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		<title>Il &#8220;Triplete&#8221; degli emiri: chi più forte tra Manchester City 2023 e PSG 2025?</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2025/06/11/il-triplete-degli-emiri-chi-piu-forte-tra-manchester-city-2023-e-psg-2025.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uno contro uno]]></category>
		<category><![CDATA[arabia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giuseppe Raspanti «Se si affrontassero&#8230; vincerebbe il City 1-0» Senza voler fare un’analisi approfondita e dettagliata, che lascio a colleghi più esperti e attenti, mi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/06/11/il-triplete-degli-emiri-chi-piu-forte-tra-manchester-city-2023-e-psg-2025.html">Il &#8220;Triplete&#8221; degli emiri: chi più forte tra Manchester City 2023 e PSG 2025?</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-x-large-font-size">Giuseppe Raspanti</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center" style="font-size:30px"><em><em>«Se si affrontassero&#8230; vincerebbe il City 1-0»</em></em></h3>



<p></p>



<p>Senza voler fare un’analisi approfondita e dettagliata, che lascio a colleghi più esperti e attenti, mi sembra di poter dire che tre sono gli elementi oggettivi che accostano, permettendo un diretto confronto, il <a href="https://gameofgoals.it/2023/06/11/champions-league-finale-manchester-city-inter-1-0.html">Manchester City del 2023</a> e il <a href="https://gameofgoals.it/2025/06/01/champions-league-finale-psg-inter-5-0.html">PSG del 2025</a>. Essi sono il <em>Triplete </em>vinto appunto da entrambe, il fatto di avere tutt’e due affrontato e battuto l’Inter in finale di Champions, mentre il terzo è la circostanza che sia gli inglesi, tuttora, che i francesi siano guidati da tecnici di chiara cultura spagnola e di impronta catalana.</p>



<p>Sul primo fattore, credo non ci sia possibilità di paragone per ciò che riguarda il peso dell’impresa. Vincere un campionato competitivo, sia pur da favorita, in Inghilterra è infatti molto difficile che in Francia, dove la squadra parigina, per risorse economiche e quindi agonistiche, domina da anni e con netto divario la scena nazionale. Il City di allora, pur avendo dopo anni modificato un assetto tattico collaudato, o forse proprio per questo, inserendo un vero centravanti di sfondamento come <strong>Haaland</strong>, dominò la stagione dalla A alla Z, arrivando tra l’altro all’atto conclusivo, la finale di Champions di Istanbul, ovviamente da netta favorita.</p>



<p>Il PSG, di converso, ha giocato quest’anno per la prima volta dopo anni privo della sua stella assoluta <strong>Kylian Mbappé</strong>. Una rivoluzione nella manovra, nella struttura del gioco che ha richiesto tempo e, se in campionato il divario di cui si parlava non ha concesso tremori, in Europa il cammino dei francesi all’inizio è stato davvero balbettante e, a causa anche della nuova formula della Champions, il proseguimento del cammino di <strong>Donnarumma </strong>e soci pareva a un certo punto veramente appeso a un filo. Molto curioso è il fatto che gli uomini di <strong>Luis Enrique</strong> si siano tirati fuori da una buca esiziale e profonda proprio riemergendo al cospetto del City, anch’esso irriconoscibile rispetto ai fasti passati, in una gara dove erano sotto 0-2.</p>



<p>Alla luce di questa analisi, dal momento che il discorso sulla Coppa nazionale poggerebbe sui medesimi fattori, il <em>‘punto del Triplete</em>’ lo assegno agli inglesi.<br>Diverso e più complesso il discorso sul paragone tra finali giocate contro lo stesso avversario, l’Inter. Se raffrontiamo i due punteggi, 1-0 e 5-0, sembrerebbe proprio che il piatto francese della bilancia sia nettamente il più pesante. Un piatto reso ancor più ponderoso dal fatto che il pronostico delle vigilie, mentre dava come possibile una goleada dei <em>Citizen </em>contro i poveri nerazzurri, riteneva logico un incontro molto equilibrato tra gli stessi milanesi e i parigini di <strong>Doué</strong>. </p>



<p>Punto quindi al PSG? 1-1 e palla al centro? Nemmeno per sogno! C’è un elemento che va considerato e che rischia di ribaltare l’esito di questo secondo raffronto. L’Inter infatti a Istambul due anni fa si batté, con la giusta umiltà ma anche con la necessaria determinazione, mentre a Monaco di Baviera non è proprio scesa in campo. Consentendo a <strong>Vitinha </strong>e compagni di giocare un’ottima gara, ma senza incontrare praticamente resistenza. L’Inter, chi scrive lo sa bene, difficilmente non riesce a escogitare contromisure e invece sabato 31 maggio si è arresa subito a un gioco sì efficace, ma non certo incontrastabile. </p>



<p>I motivi di questo atteggiamento remissivo? Ne ho in mente diversi, tutti plausibili e alcuni poco nobili, ma non sono qui per trattare dei nerazzurri ma di due squadre formidabili come Mancity e PSG. Il VAR, quindi, dopo lunga consultazione, annulla il gol del pareggio francese, ma non assegna il secondo punto. Si resta sull’1-0 per il City.</p>



<p>Non si assegna neppure il terzo punto, per rispetto delle peculiarità di <strong><em>Pep </em>Guardiola </strong>e di<strong> Luis Enrique</strong>, due figure meravigliose di forza umana trasferita nelle idee tecniche, nelle trovate tattiche. Borioso l’uno quanto umile l’altro, hanno storie e dettagli che mi impediscono di metterli in file. Li tengo di fianco.<br>Alla luce di tutte ‘ste chiacchiere, il Manchester City 2023 batte il PSG 2025 1-0. </p>



<p></p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="609" data-id="24323" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/Pep_Guardiola_2021-1024x609.jpg" alt="" class="wp-image-24323" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/Pep_Guardiola_2021-1024x609.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/Pep_Guardiola_2021-300x179.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/Pep_Guardiola_2021-768x457.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/Pep_Guardiola_2021.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Pep Guardiola [D. R.]</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="657" height="438" data-id="24329" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/66a47428-74bd-4ac7-afae-ecec333e7188-edited.avif" alt="" class="wp-image-24329" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/66a47428-74bd-4ac7-afae-ecec333e7188-edited.avif 657w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/66a47428-74bd-4ac7-afae-ecec333e7188-edited-300x200.avif 300w" sizes="(max-width: 657px) 100vw, 657px" /><figcaption class="wp-element-caption">Luis Enrique [Imago]</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-x-large-font-size">Francesco Buffoli</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center" style="font-size:30px"><em>«Il City aveva qualche individualità in più»</em></h3>



<p></p>



<p>Il Manchester City del 2022-2023 ha portato a compimento, come meglio non avrebbe potuto, l&#8217;idea di calcio trapiantata da <strong><em>Pep </em>Guardiola </strong>nell&#8217;Inghilterra del nord alcuni anni prima. Dopo numerosi successi in campionato e alcuni scivoloni in Champions, e dopo aver rinnovato la sintassi del <em>cruijffismo </em>come nessun altro nel corso del decennio precedente (con la splendida, diafana eccezione dell&#8217;Ajax 2018-19), nel 2022-23 il Manchester City risulta forse un filo meno appagante sul piano estetico, nel corso dell&#8217;anno, rispetto a quello arioso del 2021-22, ma diventa implacabile: le lezioni di calcio con cui regola l&#8217;Arsenal negli scontri diretti in Premier, e poi soprattutto il Bayern e il Real Madrid in Champions, sono probabilmente gli apici (anche estetici, in questo caso), in termini di onnipotenza, della Manchester blu. </p>



<p>Il PSG del 2024-25 non ha affrontato avversari della stessa caratura in patria e neanche lungo il cammino europeo, Liverpool escluso, ed è stato una squadra più umorale, in grado, tuttavia, nelle giornate di vena, di espressioni di calcio altissime e di un&#8217;efficacia difficilmente pronosticabile a inizio stagione, visto anche il trasloco di <strong>Mbappé </strong>a Madrid, che sembrava chiudere con il broncio e con un velo di amarezza l&#8217;epopea degli sceicchi nella capitale francese. </p>



<p>Non è andata così: i parigini hanno trovato, soprattutto, appunto, nelle giornate in cui l&#8217;ispirazione li guidava, un&#8217;alchimia invidiabile. La finale, in tal senso, rappresenta la gustosissima ciliegia sulla torta, e sotto questo profilo i parigini sono stati molto più esaltanti del Manchester City boccheggiante di Istanbul, perché a Monaco, poche sere fa, una squadra ha surclassato l&#8217;altra sotto ogni profilo: tecnico, mentale, in termini di intensità, di concentrazione, di efficacia nel fraseggio, nel recupero palla e anche in difesa.</p>



<p>Nel complesso, resto dell&#8217;idea che la squadra di <strong><em>Pep </em></strong>abbia avuto qualcosa di più in termini collettivi e anche in alcune individualità, ma che il PSG sia stato a sua volta in grado di rileggere in chiave moderna i concetti posti alla base del calcio dello stesso City (oltre che di altre realtà spettacolari e dominanti degli ultimi anni) e di farlo quando nessuno se lo aspettava più.</p>



<p>Non è un caso, sotto questo profilo, che <strong>Guardiola </strong>e<strong> Luis Enrique</strong> siano figli della medesima scuola, anche se in Italia ancora si alzano barricate quando si sentono recitare le idee che ispirano la loro visione del football.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1141" height="764" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/baba7c30-3de5-4956-b339-75554bcccb59-edited.avif" alt="" class="wp-image-24330" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/baba7c30-3de5-4956-b339-75554bcccb59-edited.avif 1141w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/baba7c30-3de5-4956-b339-75554bcccb59-edited-300x201.avif 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/baba7c30-3de5-4956-b339-75554bcccb59-edited-1024x686.avif 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/baba7c30-3de5-4956-b339-75554bcccb59-edited-768x514.avif 768w" sizes="(max-width: 1141px) 100vw, 1141px" /><figcaption class="wp-element-caption">Erling Haaland [Reuters]</figcaption></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-x-large-font-size">Marcello Brescia</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center" style="font-size:30px"><em>«Psg più fluido, spettacolare e giovane»</em></h3>



<p></p>



<p>Al di là delle simpatie personali verso dei progetti sportivi figli di una moralità decisamente dubbia, sarebbe ridicolo non celebrare due compagini capaci di scrivere un pezzo di storia, diventando rispettivamente la decima e l&#8217;undicesima formazione a completare il <em>Triplete</em>.</p>



<p>Certo, fare il Grande Slam in Inghilterra, specie nella tonnara che è la Premier League odierna, è indubbiamente un&#8217;impresa sportiva dal coefficiente di difficoltà più alto, poco ma sicuro. Eppure, nonostante il Manchester City 2022-23 sia probabilmente una squadra superiore al Paris Saint-Germain 2024-25, il mio gusto soggettivo mi fa propendere maggiormente per i parigini, per una serie di motivi.</p>



<p>Pur essendo entrambe le squadre figlie del &#8220;<em>juego de posiciòn</em>&#8221; spagnolo (e non potrebbe essere altrimenti, vedendo chi sono i due allenatori), a mio avviso la creatura di <strong>Luis Enrique</strong> si è rivelata ancor più fluida e spettacolare di quella di <strong>Guardiola</strong>, a partire dall&#8217;interpretazione difensiva.</p>



<p>Due anni fa infatti, <strong><em>Pep </em></strong>entra in una fase un po&#8217; più prudente della sua carriera, adottando una soluzione che farà rapidamente scuola (chi segue l&#8217;Arsenal di <strong>Arteta </strong>saprà già di cosa sto parlando): verso metà stagione, la retroguardia dei <em>Citizens </em>cambia definitivamente forma, rinunciando ai terzini per lasciar posto a 4 difensori centrali su 4, ossia <strong>Akanji</strong>, <strong>Ruben Dias</strong>, <strong>Akè </strong>e <strong>Stones</strong>. Proprio quest&#8217;ultimo diventa un meccanismo chiave del City primaverile, che lo vede alzarsi ripetutamente all&#8217;altezza di <strong>Rodri </strong>per fornire superiorità numerica in fase di costruzione, fornendo dunque un&#8217;ulteriore fonte di gioco ad una macchina ormai oliata nei minimi dettagli.</p>



<p>L&#8217;assenza dei terzini sarebbe invece inconcepibile nel più arioso PSG di <strong>Luis Enrique</strong>, che con <strong>Nuno Mendes</strong> a sinistra e <strong>Hakimi </strong>a destra ha messo a ferro e fuoco le corsie esterne di tutta Europa; l&#8217;ex laterale dell&#8217;Inter in particolare, è entrato in ben 21 reti stagionali tra gol e assist, dimostrando di sapersi muovere con disinvoltura anche lontano dalla propria amata linea laterale. Lo stesso discorso vale per <strong>Dembelé</strong>, la cui valorizzazione nel ruolo di falso 9 dà un&#8217;ulteriore misura del lavoro certosino e artigianale del tecnico asturiano, capace di trasformare un funambolo fumoso e incompiuto in un pretendente più che credibile al Pallone d&#8217;oro (con buona pace di <strong>Mbappé</strong>). La scelta di rinunciare a un centravanti di ruolo ha dunque reso praticamente illeggibili le scorribande orchestrate dal sopracitato <strong>Dembelé</strong>, e coadiuvate da <strong>Kvaratskhelia</strong>, <strong>Barcola </strong>e <strong>Doué</strong>, presosi con autorità il posto da titolare nel corso della stagione.</p>



<p>Dinamiche ben diverse da quelle di un Manchester City che invece, smentendo molti <em>cliché </em>guardioliani, si è dotato della miglior prima punta in circolazione per puntare al bersaglio grosso, dopo due anni trascorsi ad alternare le incursioni <strong>De Bruyne</strong> e <strong>Gundogan </strong>in area di rigore. Ecco, diciamo che le 52 reti stagionali di <strong>Erling Haaland</strong> in quel magico 2022-23 (molte delle quali partite dai piedi di uno dei KDB più ispirati di sempre) sono state un <em>boost </em>non da poco per una squadra partita con una missione ben precisa, e arrivata fino in fondo senza mai staccare il piede dall&#8217;acceleratore, coronando un ciclo aperto longevo e pieno di successi. </p>



<p>Proprio per questo motivo, sempre per gusto personale, ho apprezzato il percorso più &#8220;umano&#8221; di un PSG molto più giovane (25,3 anni di età media, 3 in meno dell&#8217;11 titolare del City a Istanbul) e scopertosi adulto a stagione in corso. Basti pensare che i francesi, in Champions, stavano rischiando di rimanere bloccati nelle secche autunnali della League Phase, trovando definitivamente la quadra soltanto tra dicembre e gennaio. </p>



<p>Decisiva per strappare la qualificazione fu proprio la vittoria ai danni del Manchester City al Parco dei Principi, con <strong>Kovacic</strong>, <strong>De Bruyne</strong> e <strong>Bernardo Silva </strong>costretti ad abdicare in favore di <strong>Vitinha</strong>, <strong>Joao Neves</strong> e <strong>Fabian Ruiz</strong>, vero punto di forza del PSG; parliamo probabilmente di uno dei centrocampi meglio assortiti dell&#8217;ultimo decennio per palleggio, intensità e conoscenza del gioco, come ha avuto modo di scoprire a sue spese anche l&#8217;Inter nella finalissima di Monaco, in uno degli ultimi atti più scioccanti che il calcio europeo ricordi.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="881" height="496" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/e1cf0681-a600-4267-aae3-5830f79bc426-edited.avif" alt="" class="wp-image-24332" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/e1cf0681-a600-4267-aae3-5830f79bc426-edited.avif 881w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/e1cf0681-a600-4267-aae3-5830f79bc426-edited-300x169.avif 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/06/e1cf0681-a600-4267-aae3-5830f79bc426-edited-768x432.avif 768w" sizes="(max-width: 881px) 100vw, 881px" /><figcaption class="wp-element-caption">Dembelé [Imago/Abacapress]</figcaption></figure>
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		<title>Le 5 migliori squadre europee dal 2021 al 2025</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2025/06/09/le-5-migliori-squadre-europee-dal-2021-al-2025.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Haaland del Manchester City a contrasto con Militão del Real Madrid La ciclonica finale di Monaco, che ha chiuso in maniera sorprendente [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Haaland del Manchester City a contrasto con Militão del Real Madrid</em></p>



<p class="has-drop-cap">La ciclonica finale di Monaco, che ha chiuso in maniera sorprendente il cerchio dell&#8217;ultima stagione, ci consente di chiudere un altro cerchio, in attesa del prossimo quinquennio: quello dedicato alle formazioni in grado di lasciare un segno nella storia del football europeo.</p>



<p>Il quinquennio che si apre con la bomba atomica sganciata dal Covid-19, a dispetto delle apparenze, propizia una crescita evidente del calcio italiano, che torna a recitare la parte del protagonista dopo anni in cui il compito di salvare baracca e burattini era stato di competenza esclusiva di una Juventus che, nel nostro Paese, era parsa quasi fuori posto e fuori categoria.</p>



<p>Crescita evidente, dicevo, e che però si è tradotta raramente in risultati concreti a fine stagione: il successo della Roma, che ha paralizzato la capitale per giorni, ha interrotto un digiuno imperdonabilmente lungo, e la trionfale cavalcata atalantina di due anni più tardi ha segnato un altro punto importante a favore del football italico, ma resta l&#8217;amaro in bocca per la competizione regina, che ha visto l&#8217;Inter-camaleonte allestita dal demiurgo Inzaghi perdersi sul più bello in diverse occasioni &#8211; e se Istanbul 2023 ha comunque potuto soffiare nelle trombe dell&#8217;orgoglio interista, la partita del 31 maggio rappresenta invece il capitolo più nero e inspiegabile della storia nerazzurra in Europa, un&#8217;umiliazione-boccone amaro che forse non verrà mai digerito del tutto.</p>



<p>Volgendo lo sguardo all&#8217;estero, le questioni di grande interesse sono innumerevoli: il duello verticistico e pirotecnico tra Manchester City e Liverpool in Premier League prelude a quello ancora più spettacolare tra lo stesso City e il Real Madrid in Europa. Il Bayern Monaco non ritrova l&#8217;alchimia magica del 2020 e vive di alti e bassi, mentre il Barcellona, perso <strong>Messi</strong>, si affossa in una mediocrità stucchevole, prima che Xavi provi a dare una sferzata e <strong>Hansi Flick </strong>rimetta le cose sui binari giusti. In Francia, il PSG prova a sparigliare le carte con la sua collezione di stelle, ma l&#8217;esperimento non funziona mai del tutto, e sarà invece il meraviglioso collettivo allestito da <strong>Luis Enrique</strong>, un uomo ferito dalla vita e per questo ancora più ammirevole, a riscrivere la storia.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2020-2021</h2>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



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<p>Il <strong>Manchester City</strong> scivola sulla buccia di banana-Chelsea in due occasioni cruciali, una delle quali ancora brucia nel cuore dei suoi tifosi &#8211; la finale di Champions che si disputa a Oporto il 29 maggio 2021. Ciononostante, l&#8217;imperioso successo in Premier League e alcune manifestazioni di forza, che sono solo il proemio a quello cui si assisterà nelle stagioni successive, mi suggeriscono di regalare al collettivo di Guardiola il primo posto: il suo centrocampo gira come un orologio svizzero e in attacco i numerosi ottimi giocatori a disposizione del tecnico spagnolo gli consentono di segnare una valanga di reti. </p>



<p>A dire il vero, ci sono due squadre che potrebbero sottrarre alla banda-Guardiola la corona: il <strong>Bayern Monaco</strong> di Flick è una macchina da calcio non troppo dissimile da quella che, nell&#8217;anno del Covid, è passata su quasi tutti gli avversari come un caterpillar. La Bundesliga è il consueto soliloquio, in cui la voce principale è ancora quella di un Lewandowski ispiratissimo, e in Champions il Bayern sembra una spanna sopra tutti finché non affronta un PSG che ha imparato a fare a sportellate con le grandi d&#8217;Europa e che, ispirato da Neymar e Mbappé, elimina per questione di dettagli ma con merito la corazzata bavarese.</p>



<p>Per larghi tratti parrebbe proprio il <strong>PSG</strong> la squadra migliore d&#8217;Europa, e invece in semifinale la banda di Tuchel si fa imbrigliare da un Manchester City più cinico e meno spettacolare del previsto, che tira i remi in barca e approfitta di alcune distrazioni difensive dei parigini. Se aggiungiamo che la Ligue 1 scivola dalle mani dello squadrone &#8211; merito di un Lilla sorprendente, ma demerito di un PSG svagato nel finale &#8211; diventa difficile per noi assegnare a detto squadrone qualcosa di più di un comunque onorevole terzo posto.</p>



<p>Il <strong>Chelsea</strong> sfiora la FA Cup e poi conquista l&#8217;Europa, a sorpresa, dopo aver eliminato con autorevolezza il Real e dopo aver messo le ganasce al City in finale. Trascinato da un Kanté che ha il dono dell&#8217;ubiquità e da alcune meteore destinate a scomparire dai radar a tempo di record (il pur talentuoso Mount), il team londinese si prende una fetta di cielo e porta nella capitale del Regno la seconda Champions della sua storia.</p>



<p>Mr. Campionato Antonio Conte, sbarcato nella Milano nerazzurra un anno prima, chiude il lungo e imperioso ciclo italico della Juventus: abilissimo come sempre nel trovare la quadratura del cerchio in tempi record, Conte consente alla sua <strong>Inter</strong> di spiccare il volo e di vincere un titolo meritato. L&#8217;avventura europea sorride decisamente meno ai milanesi, ma poco male: dopo un lungo digiuno e dopo tante stagioni avvolte dalla nebbia della mediocrità, l&#8217;Inter è tornata tra le grandi.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2021-2022</h2>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Real Madrid Goal against Liverpool | Vinicius Junior Goal, Assist by Fede Valverde| UCL 2021/2022" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/VFMNLeZJqIk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



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<p>Le semifinali disputate e perse nella primavera del 2022 hanno tormentato a lungo i sogni dei tifosi del <strong>Manchester City</strong> e del loro deus ex machina, ma restano una delle pagine più memorabili della storia recente del calcio, e d&#8217;altra parte il Manchester City del 2022 è una macchina da calcio quasi senza eguali: ispirata da un De Bruyne che cammina sulle nuvole, la banda di Pep gioca un calcio immaginifico, spettacolare, e prevale di un punto sul Liverpool di Klopp, al termine del duello di campionato più bello degli ultimi anni.</p>



<p>Al secondo posto un ex aequo: il <strong>Liverpool</strong> di Klopp, che si prende la FA Cup a tuttavia perde per dettagli sia la Premier che la finale di Champions, è un collettivo che fa del forcing e del gegenpressing le sue armi cruciali, e trova in un Salah ispiratissimo, così come in un grande Mané, gli uomini chiave. Alcune espressioni di gioco nel corso della stagione sono rock&#8217;n&#8217;roll anfetaminico purissimo.</p>



<p>Sempre al secondo posto, non può mancare il <strong>Real Madrid</strong>, che Carletto Ancelotti plasma con la sapienza e l&#8217;acume che da sempre sono le frecce migliori nella sua faretra. Trascinato da un centometrista immarcabile come Vinicius Jr., da un Luka Modrić redivivo e soprattutto da un Courtois versione Buffon e dal Benzema più ispirato e letale della carriera, il Real Madrid gioca a carte con la morte sportiva in tutti i turni a eliminazione diretta, e incredibilmente riesce sempre a prevalere. La Liga conquistata senza affanni davanti a un Barcellona orfano di Messi e mai davvero in corsa completa una stagione che per i blancos è da incorniciare.</p>



<p>Il <strong>PSG</strong> delle stelle si è divorato le mani per almeno tre anni per quanto accaduto agli ottavi del febbraio 2022: nonostante un Messi bolso e un Neymar more solito reduce da alcuni acciacchi, il PSG domina per 150 minuti su 180 il Real Madrid, ma viene travolto dall&#8217;onda bianca nel finale di gara, complice un errore di Donnarumma propiziato da un intervento probabilmente falloso di Benzema. La Ligue 1 vinta in scioltezza, con 15 punti di margine, salva la stagione, ma non toglie l&#8217;amaro in bocca: 2020 a parte, se mai c&#8217;è stato un anno in i parigini avevano le carte in regola per arrivare in fondo e vincere, fino al recente successo, quell&#8217;anno è stato il 2022.</p>



<p>La serie A assiste a un derby dall&#8217;esito inatteso, ma personalmente fatico ad annoverare le due milanesi tra le squadre migliori d&#8217;Europa: nonostante alcune follie strategiche di un Nagelsmann che fa sembrare Flick un allenatore conservativo, credo che la quinta squadra del 21/22 sia il <strong>Bayern Monaco</strong>,  un Bayern che spesso scende in campo con quattro mezzepunte e con un centravanti e che è una macchina da gol in ogni torneo, pur vincendo &#8220;solo&#8221; la Bundesliga.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2022-2023</h2>



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<p>Nell&#8217;anno dello storico treble la corona spetta in maniera indiscutibile al <strong>Manchester City</strong>, che forse perde qualche centimetro, in termini di pura estetica, rispetto al 21/22, ma che con il corazziere Haaland a seminare il panico nelle aree di rigore avversarie domina la scena segnando caterve di gol e portando a casa un risutato storico. Le due lezioni di calcio con cui il City regola Bayern e Real Madrid sono destinate a rimanere negli annali molto a lungo.</p>



<p>La Liga gli scivola dalle mani e finisce in quelle del Barcellona di Xavi, forse il più cinico di sempre, e in semifinale il City lo riduce a team di rango inferiore, ma risulta comunque difficile escludere dal novero delle grandissime dell&#8217;anno il solito <strong>Real Madrid</strong>, un Real orfano del Benzema incontenibile di un anno prima e che si affida sempre di più alle scorribande palla al piede di un fenomeno come Vinicius Jr, oltre che ai suoi grandi vecchi del centrocampo. Manca la zampata finale, ma il Real resta una squadra di primissimo rango.</p>



<p>L&#8217;<strong>Inter </strong>di Simone Inzaghi, forse l&#8217;unico vero erede di Carletto Ancelotti, inizia a bussare alla porta delle grandi: in campionato non può reggere il passo di un <strong>Napoli</strong> spettacolare e che merita a sua volta il posto in graduatoria, un Napoli costruito dalle mani sapienti del demiurgo Spalletti e che per almeno quattro mesi è la miglior squadra d&#8217;Europa (con Kvara e Oshimen che dipingono calcio), ma in Champions cambia marcia (l&#8217;Inter) e si accredita quale meritata finalista. Visto il totale controllo del gioco che il City ha messo in atto contro Bayern e Real, tutti a Instanbul si aspettano una disfatta nerazzurra, e invece la banda di Simone gioca bene le sue carte e sfiora anche il pareggio.</p>



<p>Dopo tanti anni, torna a far sentire la sua voce anche l&#8217;<strong>Arsenal</strong>: il giovane Arteta siede da qualche tempo sulla sua panchina, è cresciuto nel mito del suo mentore Guardiola e per larghi tratti consente ai redivivi Gunners di esprimere, con il Napoli, il calcio migliore del continente. Nel finale la maggiore forza ed esperienza del City fa la differnza, ma l&#8217;Arsenal chiude a pochi punti dai campioni dopo aver dato loro del filo da torcere, e questo senza disporre di una squadra di fenomeni.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2023-2024</h2>



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<p>Confesso di essermi grattato a lungo la testa per scegliere la squadra migliore, perché, nello scontro diretto, il Manchester City ha dimostrato di avere qualcosa di più del <strong>Real Madrid</strong>, ma il double conquistato dagli spagnoli mi suggerisce di assegnare a loro il primo posto: profondamente rinnovati in alcuni ruoli chiave, trascinati da un Kroos serafico, da un Rodrygo che si consacra tra i grandi, da un Vinicius Jr. incontenibile nelle giornate di vena e da un Bellingham universale, oltre che dal solito Courtois, i Blancos si riprendono d&#8217;autorità la Liga e vincono per l&#8217;ennesima volta la Champions, al termine di un percorso faticoso e anche fortunoso, ma in cui hanno dimostrato la tempra della grandissima squadra.</p>



<p>Il <strong>Manchester City </strong>meriterebbe il primo posto tanto quanto i madrileni, perché conquista la quarta Premier consecutiva, impresa titanica ovunque e mai riuscita a nessuno in Inghilterra, e in Champions viene eliminato ai rigori dopo una grandissima gara. De Bruyne, Haaland e Bernardo giocano un calcio superlativo e il collettivo gira, come di consueto, quasi sempre a meraviglia.</p>



<p>Il terzo gradino del podio spetta al<strong> Bayer Leverkusen </strong>&#8220;inventato&#8221; di sana pianta dal giovane mago della panchina Xabi Alonso (un altro centrocampista, un altro spagnolo). L&#8217;impresa da consegnare ai posteri i renani la portano a termine in Germania, perché scrivono la parola fine sull&#8217;interminabile egemonia bavarese e lo fanno con pieno merito, dando spettacolo, schiacciando letteralmente nella loro area quasi tutti gli avversari con un calcio che secondo il suo mentore è figlio di quello di Guardiola ma si ispira anche al pressing altissimo di Klopp e alle strutture proteiformi di quello di Diniz e di una certa tradizione carioca. La finale persa malamente contro la splendida <strong>Atalanta</strong> di Gasperini (che meriterebbe un posto in graduatoria, potrebbe soffiarlo al PSG) lascia un po&#8217; di amarezza ma toglie poco a una stagione per il resto trionfale.</p>



<p>L&#8217;<strong>Inter</strong> paga un po&#8217; la rata al mutuo della fortuna contro i Colchoneros in Champions, ma si consacra e conferma come una squadra straordinaria: in serie A fa letteralmente il vuoto, trascinata soprattutto da un Lautaro titanico, e il calcio post-italianista di Simone Inzaghi è uno spettecolo di qualità, solidità, duttilità e concretezza.</p>



<p>Il <strong>PSG</strong> controlla di autorità una Ligue 1 sempre più complicata ed equilibrata del solito (non è un caso se le francesi in Champions daranno del filo da torcere anche a formazioni più attrezzate), e in Champions sfiora la seconda finale della sua storia, ma viene superato da un Dortmund più solido e brillante. Mbappé si conferma un fenomeno planetario, ma le sapienti mani di Luis Enrique (un altro centrocampista, un altro spagnolo) forgiano la superiore intelligenza del calcio di Vitinha, che si consacra campione, e aiutano Dembelé a mettere finalmente a frutto il suo stralunato talento. Diciamo che il quinto posto è assegnato a pari merito con l&#8217;<strong>Atalanta</strong>, che vince un&#8217;Europa League al termine di un cammino irto di ostacoli e degno di quelli della vecchia UEFA, dominando a sorpresa in finale il Leverkusen con un Lookman stratosferico.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2024-2025</h2>



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<p>Il <strong>PSG</strong> si prende l&#8217;Europa quando nessuno se lo aspetta più, dopo la fine dell&#8217;era dei Big Three e dopo essere diventato un collettivo rodatissimo: Vitinha è il deus ex machina di una squadra che lavora sull&#8217;eredità del tiki taka e del calcio latino rendendoli più aggressivi e puntando sulla velocità incontenibile di un Dembelé stellare e vero uomo più, di uno Kvara che si conferma campione e del giovane, arrembante Doué. La finale di Monaco chiude come se fosse un sogno felliniano una stagione che negli ultimi mesi vede i francesi giocare un calcio siderale.</p>



<p>Per la verità, nel corso della stagione la palma di squadra spettacolo per eccellenza spetta al <strong>Barcellona</strong>, che Hansi Flick ribalta come un guanto dopo diversi anni difficili, pur rimanendo fedele al suo storico canovaccio cruijffiano, e che porta a incantare gli spettatori di tutto il mondo con un gioco che alterna fraseggio, aggressione alta e velocità negli spazi come raramente si era visto in precedenza (forse mai). il talento precocissimo di Yamal esplode in tutta la sua naturalezza, Lewandowski segna come se avesse cinque/sei anni in meno, Raphinha diventa un campione di statura mondiale e in mezzo al campo Pedri perfeziona la sua metamorfosi nell&#8217;erede di Iniesta. Le due semifinali leggendarie con i nerazzurri sono un ricordo &#8220;doloroso&#8221; per i tifosi blaugrana, ma tolgono poco a una stagione che si chiude comunque con tre trofei e una Liga vinta in maniera stordente.</p>



<p>Il <strong>Liverpool</strong> soffre il PSG ed esce ai rigori ma meritatamente dalla Champions; questo però riduce solo in parte il valore della sua stagione: reduce da due annate di vacche magre, il Liverpool vince d&#8217;autorità una Premier mai in discussione, e rinnova il canovaccio lasciato in eredità da Klopp grazie alle intuizioni di Slot. Ispirato dai ghirigori magici di Diaz e soprattutto da un Salah in versione titano, il Liverpool merita un posto nella cinquina, così come lo merita l&#8217;<strong>Inter</strong>, nonostante l&#8217;umiliante sconfitta di alcuni giorni fa.</p>



<p>La squadra di Simone Inzaghi mette in mostra un grande calcio e regala ai suoi tifosi quattro serate indimenticabili tra quarti e semifinale, ma per farlo si logora e, complici i limiti della rosa, finisce per perdere anche uno scudetto che era alla sua portata. Ciò non toglie che i nerazzurri meritino di figurare, a mio parere, in questa lista.</p>



<p>Il quinto posto a mio avviso compete al <strong>Bayern Monaco</strong>, ancora una volta tra le grandi della stagione, anche perché torna a prendersi la Bundesliga, ma ancora una volta meno incisivo di altre squadre nelle fasi calde in Europa.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/06/09/le-5-migliori-squadre-europee-dal-2021-al-2025.html">Le 5 migliori squadre europee dal 2021 al 2025</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Son Crociati e tutti campioni &#8211; la top 11 all time del Parma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Feb 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La grande anomalia della storia del calcio italiano si chiama Parma Calcio: se escludiamo, con tutti i dovuti distinguo, l&#8217;Atalanta dell&#8217;epoca Gasperini, nessun&#8217;altra provinciale ha [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/02/23/son-crociati-e-tutti-campioni-la-top-11-all-time-del-parma.html">Son Crociati e tutti campioni &#8211; la top 11 all time del Parma</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">La grande anomalia della storia del calcio italiano si chiama<strong> Parma</strong> <strong>Calcio</strong>: se escludiamo, con tutti i dovuti distinguo, l&#8217;Atalanta dell&#8217;epoca <strong>Gasperini</strong>, nessun&#8217;altra provinciale ha mai saputo consacrarsi tra le grandi d&#8217;Italia come invece è riuscito al Parma nel corso dei gloriosi anni &#8217;90. Ecco, la parola chiave è provinciale, e tra Atalanta e Parma ci sono analogie significative ma anche differenze importanti: il Parma aveva a disposizione risorse economiche superiori, aveva un patron che si muoveva nella penombra e ai confini tra lecito e illecito, come molti altri presidenti del tempo, ed è riuscito a prendersi il proscenio quando il nostro calcio era il più ricco del mondo. </p>



<p>Altra differenza significativa: ci sono diverse stagioni in cui il Parma ha iniziato il campionato con l&#8217;ambizione di vincerlo, e il fatto di non esserci mai riuscito, sfiorando lo scudetto solo nella stagione 1996/1997 (chi c&#8217;era ricorderà il finale controverso di quella stagione, che non ha segnato l&#8217;immaginario collettivo come quello della stagione successiva solo perché il Parma non era l&#8217;Inter e non aveva la stessa grancassa mediatica a sostenerne le ragioni), è rimasto il grande cruccio di chi (come lo scrivente) al tempo simpatizzava per la banda gialloblù, una banda capace di incrinare le certezze e le consolidate gerarchie del calcio italiano. Altro fatto non di poco conto: ancora oggi, il Parma è la quarta miglior squadra italiana per numero e prestigio dei successi europei, e ha pure perso una finale che poteva/doveva vincere &#8211; contro l&#8217;Arsenal, in Coppa delle Coppe, nel 1994.</p>



<p>Se escludiamo gli anni &#8217;90, la storia del Parma è fatta di retrocessioni e promozioni sofferte, di campi di provincia fangosi, di trasferte in luoghi remoti e in stadi minuscoli, di una gavetta eterna che assomiglia a quella del Brescia: naturale quindi che, nella formazione ideale all time dei gialloblù, i posti da titolare siano quasi tutti riservati ai grandi protagonisti del decennio di gloria.</p>



<p>Abbiamo provato per voi a costruire quindi la formazione ideale all time dei gialloblù.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Portiere: <a href="https://gameofgoals.it/2023/12/04/superman-i-10-momenti-piu-iconici-nella-carriera-di-gigi-buffon.html">Gianluigi Buffon</a></h2>



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<p>Oggi associamo il nome di <strong>Gigi Buffon,</strong> per quanto mi riguarda il più grande giocatore italiano del dopoguerra, a quello della Juventus e della nazionale. Ma chi c&#8217;era difficilmente ha dimenticato il Buffon bambino e ragazzo che si prende il mondo negli anni in provincia: sul suo debutto contro i rossoneri, e parliamo dell&#8217;autunno del 1995, sono stati scritti veri e propri trattati, e del resto Gigi è sceso in campo con la faccia e la sicurezza del predestinato. Nel 1998, non era una bestemmia annoverarlo tra i primi cinque portieri del mondo, e le stagioni successive sono state un crescendo rossiniano culminato nei capolavori e nei gesti tecnici/atletici preternaturali della stagione 98/99 e del 99/00 (Buffon sfidava le leggi della fisica, laddove Neuer sfidava quelle della logica). Buffon, per tutti, è il titolare designato dell&#8217;Italia a Euro 2000, e solo la sfortuna lo priva di un posto che è la naturale conseguenze del suo riconoscimento quale miglior portiere del Belpaese (con il solo gigante Toldo legittimato a sollevare obiezioni). Per lui, considerando anche la passerella d&#8217;addio da quarantacinquenne o quasi, l&#8217;avventura in gialloblù si chiude con 265 presenze e con una Coppa UEFA vinta da grande protagonista.</p>



<p>Al cospetto del fenomeno Gigi sembrano tutti degli sparring partner, ma sarebbe ingeneroso definire il piccolo (per il ruolo) <strong>Luca Bucci </strong>come tale: la sua lunghissima avventura parmigiana è costellata di successi, interventi importanti, leadership. Il portiere dei glory years è lui, e la Coppa UEFA del 1995 lo vede giocare un ruolo significativo ai fini del successo.</p>



<p>Abbiamo anche un terzo nome: quello di <strong>Cláudio Taffarel</strong>, portiere brasiliano affidabile, poco incline a vezzi e svolazzi e decisamente concreto: il Parma che vince la Coppa Italia superando la Juventus e che si prende poi l&#8217;Europa viene costruito anche sulle sue solide manone.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Laterale destro: Lilian Thuram</h2>



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<p>Poco da precisare, quando si parla di <strong>Lilian Thuram</strong>, uno dei difensori più grandi della storia del nostro calcio. Atleta dall&#8217;intelaiatura atletica poderosa, capace di combinare come pochi altri forza pura e velocità, e giocatore tecnicamente sopra la media, Thuram è precipitato sul nostro calcio come una bomba atomica, tanto da trasformare la cifra tecnica del Parma sin dalla stagione 1996/1997 e da essere votato, da debuttante, come miglior giocatore del campionato più difficile del mondo. Le sue stagioni successive saranno della medesima caratura tecnica: Thuram è un marcatore &#8220;italiano&#8221; per capacità di concentrazione e affidabilità, e sa anche solcare la fascia di competenza quasi alla stregua di un brasiliano. La sua lunga parabola gialloblù conta 228 partite e una spettacolare coppa UEFA vinta nel 1999.</p>



<p>Sono 277 le presenze del suo autorevole predecessore,<strong> Roberto Mussi:</strong> il laterale di Massa non valeva chiaramente Lilian, ma era un signor giocatore, capace non a caso di vestire la maglia azzurra in undici occasioni, nonostante la concorrenza nel ruolo di giocatori come Tassotti. Il Parma dei miracoli vede in Roberto un tassello chiave, e il suo posto in rosa a mio parere è indiscutibile. </p>



<p>Ben potrebbe e anzi dovrebbe figurare nella posizione anche <strong>Antonio Benarrivo</strong>, che ha giocato su entrambe le fasce, e che schieriamo laterale sinistro per ragioni di spazio e perché una maglia da titolare gli spetta di diritto.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: Néstor Sensini</h2>



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<p>Lo confesso: nella sostanza, tra il<em> Grande Aristotele </em><strong>Néstor Sensini</strong> e il capitano di lungo corso Lorenzo Minotti dovrebbe essere un pareggio, e chiedo ai nostri lettori di considerarlo come tale. L&#8217;argentino è stato uno dei giocatori più <em>olandesi</em> e polivalenti della storia del nostro campionato, nonché un calciatore dotato di un intuito non comune, e anche per questo motivo letteralmente adorato da tutti i suoi tecnici: libero, stopper, centromediano, all&#8217;occorrenza persino terzino sinistro, Sensini ha vestito la maglia del Parma in ben 271 occasioni, giocando da protagonista chiave diversi campionati e vincendo due Coppe UEFA, nonché formando, con Thuram e Cannavaro, uno dei terzetti difensivi meglio assortiti della storia del calcio italiano. Campione con la C maiuscola, come confermeranno le avventure di Udine, Lazio (con tanto di scudetto) e la lunga militanza da titolare con la nazionale argentina.</p>



<p><strong>Lorenzo Minotti</strong> è stato a sua volta un libero/centrale di grande intelligenza, la riserva naturale di Franco Baresi nella nazionale di Arrigo Sacchi per le non comuni doti di lettura delle situazioni difensive e di regia. Lorenzo non è mai sceso in campo a USA 1994 e questo rimane ancora oggi uno dei suoi grandi rimpianti, ma il suo posto nella storia del Parma è intoccabile: Minotti traghetta i gialloblù delle sabbie mobili della serie cadetta fino alle grandi finali europee, con 355 reti e il ragguardevole numero di 35 gol. Meno fortunata, come dicevo, l&#8217;avventura in azzurro, che termina con 8 presenze per via di una concorrenza proibitiva.</p>



<p>Giocatore dalla cifra tecnica inferiore a quella di Néstor e Lorenzo, <strong>Alessandro Lucarelli</strong> rimane un tassello fondamentale della storia del Parma nel nuovo millennio: capitano di lungo corso, centrale solido e carismatico, molto abile nel gioco aereo e sui calci piazzati, ha fatto la spola tra serie A e serie minori, ed è il recordman di presenze in maglia gialloblù (350).</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: <a href="https://gameofgoals.it/2021/08/05/i-dieci-comandamenti-azzurri-di-fabio-cannavaro.html">Fabio Cannavaro</a></h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Fabio Cannavaro, Il Muro [Skills &amp; Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/s1Qhu2AxDWk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Chi scrive ricorda cosa provava nel corso della stagione 1995/1996: una sensazione di incredulità, perché <strong>Fabio Cannavaro</strong> sembrava ed era un freak della natura. Relativamente piccolo per il ruolo di stopper, Cannavaro era tuttavia un prodigio dell&#8217;atletica, uno stopper capace di torreggiare su centravanti che lo superavano di 15 centimetri, di giocare sull&#8217;anticipo come pochissimi altri difensori nella storia e di cancellare letteralmente dal campo gli avversari più temibili (chiedere per informazioni a un certo Alan Shearer). Il Cannavaro di Parma era esplosivo come un piccolo ordigno e ha toccato forse l&#8217;apogeo della carriera in termini di resa atletica e di capacità di avventurarsi anche nella metacampo avversaria, guadagnandosi i galloni di titolare inamovibile in azzurro. La sua carriera in Emilia si dipana in 291 presenze, 5 reti, e una straordinaria Coppa UEFA.</p>



<p>Vera e propria bandiera della squadra emiliana, <strong>Luigi Apolloni</strong> si accomoda in panchina solo perché il titolare è un alieno. Alto, impeccabile nel gioco aereo, dotato di fondamentali difensivi di prim&#8217;ordine, Luigi è stato un signor centrale, ha vestito la maglia del Parma per oltre dieci anni consacrandosi come uno degli stopper &#8220;classici&#8221; migliori del nostro Paese, come certificano anche le presenze a USA 1994 e Inghilterra 1996 e una finale mondiale da titolare e da grande protagonista.</p>



<p>Il terzo nome che non mi sento di escludere dalla rosa è quello di <strong>Georges Grun</strong>, mediano o stopper dalle notevoli doti atletiche che vive in Emilia alcuni dei momenti più gloriosi della sua carriera, nella prima metà degli anni &#8217;90. Il belga è stato per una vita titolare anche della sua nazionale.</p>



<p>Giocatore decisamente più &#8220;normale&#8221; rispetto ai sopracitati, <strong>Daniele Bonera</strong> è comunque un tassello importante del Parma post anni di gloria. Il <em>gnaro de Ome</em>  è stato il valido baluardo difensivo della squadra per quattro stagioni, stagioni in cui il Parma, pur avendo abdicato al ruolo di grande, era ancora una realtà solida del nostro campionato, e ha messo nel carniere 139 presenze e un gol durante l&#8217;avventura emiliana.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Laterale sinistro: Antonio Benarrivo</h2>



<p></p>



<p>Se si parla di bandiere, il nome del brindisino è uno dei primi cui viene naturale pensare: laterale piccolo, veloce e tecnico, capace di giocare su entrambe le fasce e spesso impiegato infatti come terzino destro, <strong>Antonio Benarrivo</strong> è stato uno dei leader del Parma per oltre dieci anni e ha vissuto da coprotagonista gli anni della gloria Europa e il lento declino dei primi 2000. La sua abilità in entrambe le fasi di gioco l&#8217;ha reso un elemento importante anche per la nazionale, con cui ha disputato un signor mondiale in America, nel 1994.</p>



<p>La sua alternativa ha nei fatti giocato spesso con lui, quando Antonio traslocava a destra: si tratta di <strong>Alberto Di Chiara</strong>, eccellente terzino/ala che per cinque anni domina la fascia sinistra del Parma, vincendo da titolare due coppe europee e vestendo in alcune sporadiche occasioni la maglia azzurra.</p>



<p>Sul piano strettamente tecnico, il laterale sinistro più dotato della storia parmense è forse Jenílson Ângelo de Souza, per tutti <strong>Júnior</strong>, un piccolo Roberto Carlos (di cui era la riserva in verdeoro) o se vogliamo più simile al più grande quasi omonimo degli anni &#8217;80: veloce, dotato di un dribbling da ala, il brasiliano ha vissuto in Emilia quattro splendide stagioni, prendendosi anche il lusso di di decidere, nel maggio del 2002, la finale di Coppa Italia, una Coppa strappata a una Juventus superiore.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista destro: Marco Osio</h2>



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<p>239 presenze, 35 reti, un soprannome che è tutto un programma (<em>il Sindaco</em>): <strong>Marco Osio</strong> non è stato un giocatore di livello internazionale, ma resta uno dei nomi più amati in quel di Parma, per le doti di corsa e abnegazione, per le discrete qualità, perché ha consegnato al Parma la promozione in serie A e anche la prima, storica Coppa Italia della sua storia, una Coppa che è stata poi &#8220;solo&#8221; il grande proemio ai successi europei.</p>



<p>Sicuramente di caratura tecnica superiore, ma meno legato al Parma, è stato <strong>Alain Boghossian</strong>, imponente mediano e cursore e protagonista della quadra di Malesani a fine anni &#8217;90. Per lui, si contano 102 presenze, diverse reti anche pesanti e alcuni titoli vinti da titolare inamovibile.</p>



<p>Schierato sia come ala che come interno e regista, <strong>Marco Marchionni </strong>è uno degli ultimi giocatori di una certa levatura ad avere vestito la maglia del Parma negli anni 2000: veloce, tecnico, difficile da contenere nell&#8217;uno contro uno, Marco è stato un parmigiano in 199 occasioni e ha vinto la Coppa Italia del 2002.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista centrale: Dino Baggio</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Dino Baggio [Best Skills &amp; Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/lAfwFBiEht8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Il lungagnone dai gol pesanti è uno degli uomini chiave della storia gialloblù: alto, immarcabile nel gioco areo, grintoso ma pulito, versatile e capace di disimpegnarsi in ogni posizione nel reparto centrale, dotato di una castagna da fuori letale, <strong>Dino Baggio </strong>è stato uno dei centrocampisti italiani più completi degli anni &#8217;90, e ha segnato alcuni dei gol più pesanti della storia del Parma, su tutti quelli che hanno deciso la finale di Coppa UEFA del 1995. Per lui, si contano diverse stagioni da titolare, impreziosite da 27 reti.</p>



<p>La sua prima e naturale alternativa si chiama <strong>Daniele Zoratto</strong>: ottimo recupera palloni e titolare del Parma dei primi anni &#8217;90, Daniele ha vinto da titolare Coppa Italia e Coppa delle Coppe e rappresenta un pezzo importante del puzzle gialloblù.</p>



<p>Nella posizione di centrocampista centrale ben potrebbero figurare, e li citiamo proprio per questo, anche <strong>Sensini </strong>e <strong>Grun</strong>.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista sinistro: Gabriele Pin</h2>



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<p>Ricordo distintamente Nevio Scala (che criminalmente non ancora citato) celebrare <strong>Gabriele Pin </strong>come l&#8217;uomo più importante del suo Parma, sul piano tattico e per le doti di regia. Schierato spesso davanti alla difesa, ma capace di ben figurare in tutte le posizioni del centrocampo, Gabriele era un giocatore tecnicamente sopra la media e dotato di un&#8217;intelligenza non comune, che gli consentiva di farsi valere in entrambe le fasi di gioco. A Parma, per il giocatore veneto si contano 228 presenze e 10 gol.</p>



<p>La sua posizione potrebbe essere coperta dal già nominato <strong>Alain Boghossian</strong>, e da<strong> Stefano Cuoghi</strong>, tra i tanti giocatori tutti cuore del Parma di Scala, la cui casacca ha indossato per tre stagioni di fuoco, vincendo la Coppa delle Coppe da titolare.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Trequartista: Tomas Brolin</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Tomas Brolin [Best Skills &amp; Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/EermED8jjYo?start=157&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Uno dei talenti più cristallini del mondo nella prima metà degli anni &#8217;90, Cicciobello <strong>Tomas Brolin</strong> è una delle comete della storia del Parma: centrocampista avanzato e all&#8217;occorrenza seconda punta, lo svedese, leader della nazionale che raggiunge le semifinali di Euro 1992 e dei Mondiali del 1994, era un giocatore tecnicamente superbo, un uomo assist illuminato e un discreto uomo gol. Prima dell&#8217;avvento di Zola, l&#8217;uomo franchigia degli emiliani, sul piano tecnico, è proprio lui. che non a caso viene candidato per tre stagioni consecutive al pallone d&#8217;oro, guadagnandosi un prestigioso quarto posto nel 1994. Il gravissimo infortunio patito proprio a fine 1994 è il turning point che affossa la seconda parte della sua carriera.</p>



<p>Giocatore della medesima cifra tecnica, e anzi probabilmente ancora più grande, è stato la <em>Brujita</em> <strong>Juan Sebastián Verón</strong>: mezzala e trequartista dalla falcata superba, tra i migliori di sempre nel lancio lungo e per le pure doti di calcio, Seba ha vestito il gialloblù solo nel corso di una stagione fatta di luci e ombre in campionato, ma straordinaria sui palcoscenici europei, perché il grande campione argentino è stato il giocatore chiave del Parma che domina l&#8217;Europa nel 1999. </p>



<p>Benché sicuramente non paragonabile ai due campionissimi sopracitati, un posto in rosa se l&#8217;è guadagnato di purissima classe anche <strong>Domenico Morfeo</strong>, il maggior talento parmense nel nuovo millennio: trequartista tecnicamente eccelso, ha fatto strabuzzare gli occhi agli esigenti spettatori del Tardini per cinque lunghe stagioni, in cui la sua allergia alla porta è stata compensata da una capacità quasi<em> ruicostiana</em> di inventare assist.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Seconda punta: <a href="https://gameofgoals.it/2023/07/09/magic-box-gianfranco-zola-e-le-sue-dieci-prestazioni-da-ricordare.html">Gianfranco Zola</a></h2>



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<p>Il futuro Magic Box <strong>Gianfranco Zola</strong> disputa in quel di Parma la stagione più brillante della sua carriera, quella che lo vede figurare tra i candidati più autorevoli al pallone d&#8217;oro, e nel complesso la sua avventura in Emilia è un assolo <em>paganiniano</em>, in cui le sue eccellenti doti tecniche, la visione di gioco e un senso del gol da punta pura lo consacrano tra i migliori attaccanti in circolazione. La Coppa UEFA del 1995 porta la sua firma a caratteri cubitali.</p>



<p><strong>Enrico Chiesa</strong> è stato poco da meno, in quel di Parma: attaccante in grado di destreggiarsi anche come ala<em> sui generis</em>, Enrico possedeva doti balistiche fuori dal comune e la capacità modernissima di muoversi senza sosta su tutto il fronte offensivo. Se Zola è il<em> Deux Ex Machina</em> della Coppa UEFA del 1995, Chiesa riveste un ruolo cruciale nel trionfo di quattro anni dopo, come certificano le sue otto reti in otto partite.</p>



<p><strong>Faustino Asprilla</strong> è un altro campione che non posso dimenticare: <em>matto</em> per antonomasia, più che un grande uomo gol il colombiano è stato un giocatore dispari (per citare il nostro Giuseppe Raspanti), un attaccante senza un vero ruolo in grado di scompigliare le carte degli avversari grazie a una progressione non comune e alle magate di cui era capace con il pallone. Per lui, a Parma, si contano 150 presenze e 42 reti, una delle quali, bellissima, scrive la parola fine sul lungo periodo di imbattibilità del Milan nella stagione 1992/1993.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Prima punta: Hernán Crespo</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Hernan Crespo [Best Skills &amp; Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/zCdlWd64ruc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Il miglior centravanti della storia crociata è <em>Valdanito</em>: tecnicamente eccelso, letale in area di rigore, dotato anche nel gioco aereo, <strong>Hernan Crespo</strong> ha vissuto a Parma i suoi glory days, giorni durante i quali ha fatto innamorare di sé tutta la città, anche per la UEFA vinta da protagonista e per la miracolosa stagione 1999/2000, durante la quale il campione argentino è stato una sorta di one man team, alla stregua del connazionale che vestiva la maglia Viola. Vederlo chiudere la carriera a Parma, a 37 anni, è stato bello, nonostante chiaramente il Crespo di fine carriera fosse un giocatore minore.</p>



<p>La riserva naturale di Crespo è un grande giocatore come <strong>Alessandro Melli,</strong> uno dei più amati e importanti della storia dei gialloblù: notevole uomo gol capace di anche di lavorare per la squadra e di favorire gli inserimenti dei compagni, Alessandro ha segnato uno dei gol più importanti della storia del club (quello che, di fatto, decide la finale di Wembley con l&#8217;Anversa, nel 1993) e ha collezionato 72 reti in 304 presenze, nel corso della sua lunga avventura emiliana.</p>



<p><strong>Alberto Gilardino </strong>è un altro pezzo di storia del club emiliano: con 56 reti in 116 partite, doti tecniche sopra la media e un fiuto del gol <em>inzaghiano</em>, Alberto è stato l&#8217;uomo franchigia del Parma post-crisi Parmalat e ha scritto alcune delle pagine più belle della storia gialloblù nel nuovo Millennio.</p>



<p>Sul piano strettamente tecnico e soprattutto atletico, il giocatore che ha avvicinato e in alcune fasi forse anche sorpasso il Crespo toccato dalla mano di Dio del 99/00 è l&#8217;<em>Imperatore</em> <strong>Adriano</strong>, una forza della natura che in quel di Parma sboccia e sembra pronto a conquistarsi il mondo. Come sappiamo, la sua carriera è destinata a un prematuro e triste epilogo, ma questo toglie poco alla sua breve e intensa avventura emiliana.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/02/23/son-crociati-e-tutti-campioni-la-top-11-all-time-del-parma.html">Son Crociati e tutti campioni &#8211; la top 11 all time del Parma</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>La top 11 all time della Steaua Bucarest</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elisa Lacombe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jan 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top 11]]></category>
		<category><![CDATA[apolzan]]></category>
		<category><![CDATA[gheorghe hagi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: la Steaua Bucarest campione d&#8217;Europa nel 1986 L&#8217;unico club dell&#8217;Europa dell&#8217;Est ad aver vinto la Coppa dei Campioni (per il resoconto leggi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/01/11/la-top-11-all-time-della-steaua-bucarest.html">La top 11 all time della Steaua Bucarest</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: la Steaua Bucarest campione d&#8217;Europa nel 1986</em></p>



<p class="has-drop-cap">L&#8217;unico club dell&#8217;Europa dell&#8217;Est ad aver vinto la Coppa dei Campioni (per il resoconto leggi <a href="https://gameofgoals.it/2019/03/27/1986-finale-steaua-bucarest-barcellona-2-0-dcr-0-0.html">qui</a>). So che alcuni mi contesteranno l&#8217;affermazione che, ovviamente, è relativa allo <strong>Steaua Bucarest</strong>, ma di fatto la Jugoslavia rappresentata nell&#8217;albo d&#8217;oro del trofeo dalla Stella Rossa di Belgrado non era, geograficamente e politicamente, un Paese che stava oltre la &#8216;cortina di ferro&#8217;. Per cui alla squadra più titolata di Romania spetta questo onore come unica esponente.</p>



<p>Quando un tifoso italiano di buona memoria pensa allo Steaua viene in mente, appunto, la squadra che contro ogni pronostico vinse ai calci di rigore la finale di Siviglia del 1986 contro il Barcellona o quella che, tre anni dopo e sempre in Spagna, a Barcellona, venne battuta nettamente dal Milan. Ma la storia del club affonda le sue radici quasi quarant&#8217;anni prima. Fondata nel 1947 come ASA (Asociatia Sportiva a Armatei) e ribattezzata successivamente CCA (Casa Centrala a Armatei), assume il nome di Steaua soltanto nel 1961. &#8216;La Stella&#8217; (Stea-ua) di Bucarest il cui testimone oggi viene idealmente assegnato al FCSB (una sentenza del 2017 ha accolto il ricorso del Ministero della difesa rumeno che ha impedito alla società di utilizzare lo storico nome) con la benedizione della federcalcio rumena e dell&#8217;Uefa, è il club più titolato del paese con 27 titoli nazionali e 23 coppe di Romania.</p>



<p>Fare una top 11 all time dello Steaua Bucarest include necessariamente qualche giocatore che ha iniziato la carriera prima dell&#8217;era televisiva, ma considerato che stiamo parlando di un paese dell&#8217;est dove, alla fine, reperire una grande quantità di materiale video degli anni del regime non è così semplice, il termine &#8216;era televisiva&#8217; tipicamente occidentale è relativo. Ci proviamo comunque.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Portiere: Ion Voinescu</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="575" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/index-1024x575.png" alt="" class="wp-image-22737" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/index-1024x575.png 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/index-300x168.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/index-768x431.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/index.png 1400w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p></p>



<p>Scelta a dir poco obbligata e obbligatoria, tra i pali di un Best XI all time della Steaua Bucarest non può esserci che &#8216;Top&#8217; (non va inteso come il termine inglese ma come una parola onomatopeica tipicamente rumena che sta ad indicare un salto, un tuffo o uno scatto improvviso).&nbsp;Nella seconda metà degli anni &#8217;40 <strong>Ion Voinescu</strong> milita in diverse squadre, difende la porta del Metalul Bucarest quando lo nota lo Steaua che all&#8217;epoca si chiamava Casa Centrala a Armatei, si trasferisce pertanto nel 1950 nella squadra dell&#8217;esercito e vi rimane fino al 1963 vincendo 6 campionati e 5 coppe di Romania. Ha inoltre difeso per 22 volte la porta della nazionale, le presenze sono relativamente poche rispetto ad altri portieri ma era un&#8217;epoca in cui si giocavano molte meno partite, soprattutto per la rappresentativa di un paese dove gli alti costi delle gare internazionali potevano rappresentare un problema. Partecipa alle Olimpiadi del 1952 a Helsinki dove la Romania esce presto di scena al cospetto della Grande Ungheria, ma sono proprio i suoi straordinari interventi a limitare i danni e consentire un&#8217;onorevole sconfitta (1-2). Nel 1956 la CCA Bucarest viene invitata per una tournée in Inghilterra dove fa letteralmente un figurone e l&#8217;Arsenal gli fa recapitare un&#8217;offerta. Voinescu è costretto a rifiutare, il regime non consentiva ai calciatori di trasferirsi all&#8217;estero, specie in un paese &#8216;capitalista&#8217;. </p>



<p>Altri candidati al ruolo di portiere titolare sono ovviamente&nbsp;<strong>Helmuth Duckadam</strong>, l&#8217;eroe di Siviglia recentemente scomparso a cui si deve principalmente la conquista della Coppa dei Campioni nel 1986, e&nbsp;<strong>Silviu Lung&nbsp;</strong>che è stato per anni titolare della nazionale, anche se allo Steaua ha disputato soltanto due stagioni prima di trasferirsi in Spagna nel 1990. Ma Voinescu per &#8216;fanilor stelei&#8217; che hanno memoria storica è la stessa cosa di Lev Yashin per i tifosi della Dinamo Mosca: un monumento.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Laterale destro: Stefan Iovan</h2>



<p></p>



<p>Il capitano di Siviglia, l&#8217;uomo che ha sollevato la Coppa dei Campioni <strong>Stefan Iovan</strong>. La fascia destra in difesa gli appartiene più di ogni altro: è stata sua per oltre un decennio fino al 1990, oltre 300 partite e l&#8217;adorabile vizietto del gol, sono 18 relativamente alle gare di campionato. Interprete del ruolo già moderno all&#8217;epoca, assicurava anche una buona spinta sulla sua corsia di competenza. Con la maglia dello Steaua ha vinto 6 campionati e 4 coppe di Romania e a livello internazionale, oltre la Coppa dei Campioni, ha vinto da capitano anche la Supercoppa Europea. Per lui inoltre 35 &#8216;gettoni&#8217; con la nazionale (e 3 gol). </p>



<p>Giocatore talmente iconico da preferirlo a un altro grandissimo interprete del ruolo come&nbsp;<strong>Dan Petrescu</strong>&nbsp;che, volendo, potrebbe anche essere impiegato nel ruolo di centrocampista esterno anche se alla fine abbiamo fatto scelte diverse. Altri due storici terzini destri dello Steaua sono sicuramente&nbsp;<strong>Lajos Satmareanu</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Vasile Zavoda</strong>.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: Alexandru Apolzan</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="358" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/94f3dad1-c109-470d-80bd-f1786795b609.jpg" alt="" class="wp-image-22742" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/94f3dad1-c109-470d-80bd-f1786795b609.jpg 500w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/94f3dad1-c109-470d-80bd-f1786795b609-300x215.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p></p>



<p>&nbsp;Numerosi storici del calcio sono concordi nell&#8217;identificare <strong>Alexandru Apolzan</strong> come il primo, vero libero della storia. Per lui vale lo stesso discorso fatto con Voinescu: si tratta di un giocatore-simbolo degli anni d&#8217;oro della CCA Bucarest. Non abbiamo molti contributi filmati, ma ci fidiamo di un maestro come Gusztav Sebes, tecnico della Grande Ungheria. All&#8217;epoca infatti definì Voinescu, Apolzan e Titus Ozon, attaccante della Dinamo Bucarest, allo stesso livello dei suoi incredibili calciatori: «Sarei onorato di poterli allenare». Apolzan milita nel club dell&#8217;esercito dal 1949 al 1962, vince 6 campionati e 5 coppe di Romania.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: Miodrag Belodedici</h2>



<p class="has-text-align-left"></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Miodrag Belodedici, Căprioara [Skills &amp; Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/MTiXv3su04c?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>I trionfi continentali di Steaua e Stella Rossa hanno un uomo in comune: <strong>Miodrag Belodedici</strong>. Sfruttando le sue origini serbe riuscì infatti a lasciare la Romania nel 1988, ma vi farà comunque ritorno dieci anni dopo per chiudere la carriera nella squadra che lo aveva lanciato. Libero ordinato, dotato di grande intelligenza tattica, piedi buoni e visione di gioco oltre a una grande abilità nel gioco aereo. Allo Steaua è un perno indiscusso, non si può dire lo stesso della nazionale dove paga a lungo l&#8217;ostracismo della famiglia Ceausescu (in particolare di Nicu, figlio minore del dittatore) che non ha particolare &#8216;affetto&#8217; per le sue origini slave. Giocherà comunque con maggiore continuità dopo la caduta del regime e disputerà i Mondiali del 1994 e gli Europei del 1996 e del 2000. Allo Steaua dal 1982 al 1988 e, successivamente, dal 1998 al 2001, vince 6 campionati e 4 coppe di Romania, la Coppa dei Campioni e la Supercoppa Europea. </p>



<p>In ogni caso due &#8216;mostri sacri&#8217; come Apolzan e Belodedici ci costringono a rinunciare a malincuore ad altri due grandi difensori centrali dello Steaua come<strong>&nbsp;Daniel Prodan</strong>&nbsp;e, soprattutto,&nbsp;<strong>Stefan Sames</strong>. Non abbiamo preso in considerazione Gheorghe Popescu che giocò soltanto mezza stagione con i colori Ros-Albastrii in prestito dall&#8217;Universitatea Craiova nel 1988.a</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Laterale sinistro: Ilie Barbulescu</h2>



<p></p>



<p>Ci sia consentita una scelta di cuore, normale essere legati a questo calciatore che, pur avendo giocato soltanto tre stagioni con lo Steaua è stato comunque protagonista dell&#8217;epoca d&#8217;oro dei trionfi continentali oltre ad aver vinto 3 campionati e 2 coppe di Romania. Un rendimento straordinario che lo mette davanti a un grandissimo terzino come&nbsp;<strong>Nicolae Ungureanu</strong>&nbsp;che, probabilmente, nel suo ruolo è stato il migliore di sempre del calcio rumeno. Ungureanu milita con lo Steaua dal 1987 al 1992, ma il suo nome resta eternamente legato all&#8217;Universitatea Craiova di cui è stato un pilastro e, lo sappiamo bene, nel calcio le rivalità sono una cosa seria.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista destro: Tudorel Stoica</h2>



<p></p>



<p>Versatilità e adattabilità a più ruoli sono le caratteristiche principali dei centrocampisti che abbiamo scelto per questa Top 11 e <strong>Tudorel Stoica</strong> è stato sicuramente un calciatore eclettico. Centrale di ruolo, sovente schierato a destra una sorta di rombo che prevedeva l&#8217;utilizzo di un mediano e un trequartista. Intelligenza calcistica da vendere e spirito di sacrificio e, soprattutto, attaccamento alla maglia. Stoica è il primatista di presenze con i colori Ros-Albastrii con 369 partite al suo attivo, dal 1975 al 1989 e dal 1990 al 1991. In mezzo una fugace apparizione nel campionato francese con la maglia del Lens. Ricchissimo il suo palmares: 7 campionati e 5 coppe di Romania, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa, era il capitano nella finale di Barcellona del 1989 persa con il Milan.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Mediano: Ion Dumitru</h2>



<p class="has-text-align-left"></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="202" height="249" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/Dumutru.jpg" alt="" class="wp-image-22731" style="width:418px;height:auto" /></figure>



<p></p>



<p>Su <strong>Ion Dumitru </strong>sono state dette tante cose, ma in tanti sono concordi nel considerarlo in assoluto il centrocampista più completo nella storia del calcio rumeno. Classico calciatore box-to-box dotato di corsa, ma anche visione di gioco e ottime qualità tecniche. Abile in marcatura ma capace di dettare l&#8217;ultimo passaggio, giocatore universale. Arriva allo Steaua nel 1972, vi rimane otto stagioni in cui vince due campionati e due coppe di Romania e viene inoltre premiato per due volte come giocatore rumeno dell&#8217;anno. Dumitru faceva parte della Romania che disputò i Mondiali in Messico nel 1970 e al di là di una nazionale inserita in girone proibitivo risulta certamente tra i più positivi.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista sinistro: Laszlo Boloni</h2>



<p class="has-text-align-center"></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Gooooooool, Ladislau Bölöni! (România - Italia, 1983)" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/8sSVbTzsVhk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Un altro giocatore che farebbe la gioia di qualunque allenatore: centrocampista centrale capace di improvvisarsi anche mediano davanti alla difesa o ala sinistra, dotato di un tiro potente e preciso (ne sa qualcosa Dino Zoff nella celebre gara di Bucarest tra Romania e Italia decisiva per le qualificazioni agli Europei del 1984). <strong>Laszlo Boloni</strong> arriva allo Steaua nel 1984 e vi resta tre stagioni in cui vince 3 campionati, due coppe di Romania, la Coppa dei Campioni e la Supercoppa.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Trequartista: Gheorghe Hagi</h2>



<p class="has-text-align-center"></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Gheorghe Hagi, Regele din Carpați [Goals &amp; Skills]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/yvozyxQNQYQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>La maglia numero 10 non può essere che sua, <strong>Gheorghe Hagi</strong> è il giocatore rumeno più famoso e certamente tra i migliori di sempre espressi dalle scuole calcistiche dell&#8217;Europa dell&#8217;est. Quando era in giornata, come nella celebre partita contro l&#8217;Argentina ai Mondiali del 1994, era praticamente immarcabile. Sinistro magico, estro, inventiva: venne accostato a Maradona (al di là delle qualità tecniche anche per il suo carattere deciso e le indubbie doti di leadership dentro e fuori dal campo) anche se il suo idolo di gioventù era Johan Cruyff e i suoi modelli in patria Nicolae Dobrin, Ion Dumitru e Marcel Raducanu. Esploso nelle file dello Sportul Studentesc, Hagi arriva allo Steaua a furor di popolo (e a furor di regime, perché si racconta che Valentin Ceausescu avrebbe fatto di tutto pur di vederlo con la sua squadra) nel 1986, praticamente all&#8217;indomani del trionfo di Siviglia. Gioca a Bucarest fino al 1990, quattro stagioni in cui vince 3 campionati, 3 coppe di Romania e la Supercoppa Europea.</p>



<p>Se proprio vogliamo essere pignoli, l&#8217;unico calciatore che potrebbe &#8216;insidiarlo&#8217; e contendergli la 10 è&nbsp;<strong>Marcel Raducanu</strong>, campione che ha scritto la storia soprattutto nel campionato tedesco che sarebbe una valida alternativa, ma Hagi è un gradino sopra.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centravanti: Gheorghe Constantin</h2>



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<p>Una premessa in merito agli attaccanti scelti, sono entrambi in grado di giocare come prima o seconda punta alla luce delle caratteristiche. La maglia numero 9 però è di <em>Profesorul</em>, il professore <strong>Gheorghe Constantin</strong> che è probabilmente il miglior attaccante nella storia del calcio rumeno. La sua tecnica sopraffina gli permetteva anche di giocare esterno o trequartista, grandi doti realizzative ma anche capacità di dettare l&#8217;ultimo passaggio. Arriva allo Steaua, all&#8217;epoca ancora CCA Bucarest, nel 1954 e vi rimane fino al 1969: 264 gare di campionato e 148 reti, tre volte capocannoniere del campionato rumeno, vince 4 volte il titolo nazionale e altrettante la Coppa di Romania. Numeri di un calciatore straordinario.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Seconda punta: Anghel Iordanescu</h2>



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<p>Anche lui capace di interpretare a meglio tutti i ruoli del reparto avanzato e improvvisarsi anche esterno di centrocampo, ma soprattutto giocatore di eccezionale prolificità. Detiene ancora oggi il record assoluto di marcature nella storia dello Steaua, 155 in 317 partite. In carriera vince 3 campionati e 5 coppe di Romania ed è stato tra i pochi calciatori nell&#8217;epoca del regime ad avere accordato il permesso di giocare all&#8217;estero: disputa infatti due stagioni nel campionato greco nelle file dell&#8217;OFI Creta. Torna allo Steaua nel 1985 nel ruolo decisamente inedito di calciatore ma nello stesso tempo vice di Emerich Jenei in panchina. Il tecnico lo farà entrare in campo nella finale di Siviglia quando mancano poco meno di 15&#8242; alla fine del tempo regolamentare. Di fatto vince sul campo il trofeo più importante. Le principali alternative che abbiamo pensato ai due attaccanti scelti sono sicuramente&nbsp;<strong>Marius Lacatus</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Victor Piturca</strong>, ma anche&nbsp;<strong>Ion Alecsandrescu</strong>&nbsp;e<strong>&nbsp;Ilie Dumitrescu</strong>.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Allenatore: Emerich Jenei</h2>



<p></p>



<p>Optiamo, in via eccezionale, anche per l&#8217;allenatore, e non possiamo che votare <strong>Emerich Jenei</strong>. Sono diverse le parentesi che lo hanno visto alla guida dello Steaua, la più importante è la seconda che lo vede condurre la squadra sul tetto d&#8217;Europa. Il trionfo di Siviglia lo porterà anche ad allenare la nazionale che con lui si qualificherà alla fase finale di Coppa del Mondo dopo vent&#8217;anni d&#8217;assenza nel 1990. Insieme a Mircea Lucescu è sicuramente il tecnico più importante nella storia del calcio rumeno, legato a doppio filo con lo Steaua da lui allenato l&#8217;ultima volta nel 2000 e di cui è stato anche difensore dal 1957 al 1969.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="224" height="225" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/images.jpg" alt="" class="wp-image-22747" style="width:428px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/images.jpg 224w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/images-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /><figcaption class="wp-element-caption">Emerich Jenei</figcaption></figure>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Menzioni speciali</h3>



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<p>Abbiamo avuto pochi dubbi nel comporre questa Top 11 e abbiamo già elencato altri giocatori che avevamo pensato in qualche modo di inserire. Meritano comunque di essere ricordati il portiere&nbsp;<strong>Vasile Iordache</strong>&nbsp;i difensori&nbsp;<strong>Teodor Anghelini</strong>,&nbsp;<strong>Adrian Bumbescu</strong>,&nbsp;<strong>Iosif Vigu</strong>,&nbsp;<strong>Florentin Dumitru</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Mirel Radoi</strong>; i centrocampisti&nbsp;<strong>Gabi Balint</strong>,&nbsp;<strong>Constantin Galca</strong>,&nbsp;<strong>Iosif Rotariu</strong>,&nbsp;<strong>Basarab Panduru</strong>&nbsp;e gli attaccanti&nbsp;<strong>Florea Voinea</strong>,&nbsp;<strong>Gheorghe Tataru</strong>,&nbsp;<strong>Adrian Ilie</strong>,&nbsp;<strong>Nicolae Tataru&nbsp;</strong>e&nbsp;<strong>Viorel Nastase</strong>. Su quest&#8217;ultimo che nei primi anni &#8217;80 ebbe un&#8217;esperienza quasi impalpabile nella Serie A italiana con il Catanzaro, ci sarebbe da dire molto. Definito uno dei talenti più puri nella storia del club, pagò in realtà i tanti eccessi e comportamenti bizzosi e ribelli, poco idonei a un atleta. Una sorta di Magico Gonzalez in salsa rumena, paradossalmente più indisciplinato.</p>



<p><em>Uno speciale ringraziamento a Mircea, mio padre e mio personalissimo esperto, storico e grande tifoso dello Steaua. Il suo supporto è stato assolutamente fondamentale per la realizzazione di questo articolo.&nbsp;</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/01/11/la-top-11-all-time-della-steaua-bucarest.html">La top 11 all time della Steaua Bucarest</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Stella del sud &#8211; La top 11 del dopoguerra del Bayern Monaco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jan 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top 11]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I bavaresi sono una delle poche vere certezze della storia del calcio europeo: è vero, la prima metà abbondante dello scorso secolo li vede navigare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/01/09/stella-del-sud-la-top-11-del-dopoguerra-del-bayern-monaco.html">Stella del sud &#8211; La top 11 del dopoguerra del Bayern Monaco</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">I bavaresi sono una delle poche vere certezze della storia del calcio europeo: è vero, la prima metà abbondante dello scorso secolo li vede navigare nelle retrovie, alla ricerca di un posto al sole che tarderà a dare i suoi frutti, ma quando hanno ingranato la marcia giusta i bavaresi hanno progressivamente fatto il vuoto in patria, dominato l&#8217;Europa, e soprattutto sono stati secondi solo al Real Madrid sul piano della continuità sui maggiori palcoscenici europei.</p>



<p>Per rendere l&#8217;idea, il <strong>Bayern Monaco</strong>, dal 1967 a oggi raggiunto una semifinale europea in ventiquattro occasioni mal contate e ha alzato al cielo il Deutsche Meisterschale per trentadue volte, ovvero ha vinto ben oltre il cinquanta per cento dei titoli assegnati &#8211; agevolato, in questo, da una concorrenza che storicamente non vale quella dei tre maggiori campionati europei, questo va riconosciuto.</p>



<p>Oggi abbiamo provato a costruire per voi la formazione ideale della squadra bavarese, e in questo caso è superfluo precisare che stiamo puntando i riflettori sull&#8217;epoca moderna, perché la storia del Bayern, prima degli anni &#8217;50, è ai limiti dell&#8217;irrilevante.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Portiere: <a href="https://gameofgoals.it/2020/08/26/manuel-neuer-e-il-miglior-portiere-di-sempre.html">Manuel Neuer</a></h2>



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</div></figure>



<p></p>



<p>L&#8217;unica scuola che rivaleggia con quella italica, se guardiamo ai guantoni, è quella tedesca, e non è quindi un caso se la storia del Bayern è un&#8217;avventura dentro la carriera di alcuni dei migliori portieri di sempre. Di <strong>Neuer</strong> conosciamo tutto: la sua vocazione al miracolo, le sue doti atletiche preternaturali, la sua capacità di fluttuare come un giocatore di movimento aggiunto etc.. sono una sorta di premonizione, sono la storia che sposta in avanti le sue lancette. Il contributo determinante a una lunghissima serie di trionfi nazionali e a due Champions &#8211; con due finali da numero uno in campo &#8211; suggellano e confermano la sua superiorità. </p>



<p>Il fenomenale <strong>Oliver Kahn</strong> e un altro grandissimo portiere come <strong>Sepp Maier</strong> sono comunque due degnissimi avversari di Manuel: se Maier è una sicurezza, viene premiato per tre volte quale giocatore tedesco occidentale dell&#8217;anno e trascorre una vita in maglia bavarese, Kahn aggiunga anche tre/quattro stagioni da portiere più decisivo del pianeta, con la Champions del 2001, forse la più bruttina della storia del Bayern, vinta da uomo chiave.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Laterale destro: Philip Lahm</h2>



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<p>Se Guardiola ti elegge giocatore più intelligente mai allenato, alla pari forse del solo Xavi, significa che il tuo muscolo tra le due orecchie funziona anche troppo bene: <strong>Lahm</strong> è un giocatore a mio parere finito troppo presto nel dimenticatoio, forse perché poco appariscente, forse perché si è ritirato molto giovane, e questo ha offuscato le sue doti superiori e una carriera straordinaria. Laterale destro ma anche sinistro, all&#8217;occorrenza mediano e regista aggiunto, Lahm è stato il leader silenzioso di una delle versioni più brillanti del Bayern Monaco, e uno dei tasselli imprescindibili del vorticoso crescendo dei bavaresi tra anni zero e anni dieci: le stagioni che Philip disputa, in particolare, tra 2010 e 2014, sono da annali del calcio. Tecnico, veloce, lucidissimo, capace di fare la differenza quando la palla scotta, quasi incapace invece di sbagliare partita, Lahm è secondo chi scrive un titolare inamovibile di questa squadra.</p>



<p>Per la panchina abbiamo l&#8217;imbarazzo della scelta: <strong>Jonny Hansen</strong>, giocatore danese dell&#8217;anno nel 1967, non vale Lahm, ma è stato un laterale destro affidabile, preziosissimo e inamovibile dalla formazione titolare per i sei lunghi anni di gloria vissuti dai bavaresi nel corso degli anni &#8217;70. </p>



<p><strong>Willy Sagnol</strong> è stato, per cifra tecnica e capacità di essere più affidabile di un orologio svizzero, l&#8217;erede di Hansen: fisicamente e mentalmente tostissimo, valido sia come marcatore che come cursore, Sagnol riveste un ruolo importante nel Bayern che, pur non esprimendo un calcio esaltante, si consacra stabilmente tra le grandi di Germania e d&#8217;Europa negli anni 2000.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Difensore centrale: <a href="https://gameofgoals.it/2024/02/20/kaiser-franz-beckenbauer-imperatore-di-germania.html">Franz Beckenbauer</a></h2>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<p></p>



<p>Non serve sprecare fiato a raccontare chi è stato il <em>Kaiser</em> <strong>Franz Beckenbauer </strong>e perché debba essere un titolare più inamovibile di un pilastro di cemento armato di questa formazione. Mi limito a precisare che, dal mio punto di vista, il genio bavarese è stato non tanto il miglior difensore di ogni epoca, ma uno dei primi tre liberi della storia e uno dei primi tre mediani di regia della storia, un sublime difensore dotato della classe pura di un Andrés Iniesta e della visione a trecentosessanta gradi di un Andrea Pirlo. </p>



<p>Parliamo di un pianeta diverso da quello di Franz, ma <strong>Samuel Kuffour</strong> il suo posticino in rosa secondo me se l&#8217;è guadagnato: fisicamente esplosivo, roccioso quanto basta per farsi valere sui ruvidi campi della Bundesliga, carismatico e vincitore del premio di giocatore africano dell&#8217;anno nel 2001, Samuel è stato un signor difensore e uno dei giocatori chiave della squadra che ha sfiorato la Champions nel 1999 e l&#8217;ha vinta nel 2001 &#8211; Kuffour ha anche deciso la finale di Intercontinentale del 2001.</p>



<p>Come lui, veste la maglia rossa per una vita<strong> Udo Horsmann</strong>, quasi l&#8217;archetipo del centrale tedesco, nonché colonna della squadra per nove stagioni: un posto in rosa, a mio parere, gli spetta di diritto.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Difensore centrale: Klaus Augenthaler</h2>



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<p><strong>Klaus Augenthaler</strong> è forse l&#8217;unico regista difensivo/stopper che posso inserire nella stessa frase di Franz senza bestemmiare. Fisicamente impressionante, dotato da madre natura di due piedi da centrocampista, arcigno in marcatura, Klaus ha vestito la maglia della squadra più gloriosa di Germania per vent&#8217;anni.</p>



<p>Il partner del<em> Kaiser,</em> durante i lunghissimi anni in cui il libero disegnava calcio in Germania e nel mondo, era il ruvido e solidissimo <strong>Hans-Georg Schwarzenbeck</strong>, marcatore che ricorda per forza fisica, capacità di concentrazione e cattiveria agonistica i nostri Vierchowod e Chiellini, e che completa/supporta alla perfezione il genio del suo dirimpettaio. Hans ha anche il merito di segnare uno dei gol più importanti della storia bavarese, in finale contro i Colchoneros nel 1974, e chiude la carriera in Baviera con 547 presenze e ben 30 reti.</p>



<p><strong>Jerome Boateng </strong>non ha la stessa caratura tecnica di Klaus, ma rimane un tassello importante della storia recente del Bayern: centrale possente e abilissimo nel gioco aereo, è stato il pilastro difensivo della squadra per un decennio, portando a casa una marea di titoli nazionali e due Champions.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Laterale sinistro: Paul Breitner</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Paul Breitner, Der Afro [Goals &amp; Skills]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/MavNJw36IQI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



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<p></p>



<p><em>Mao</em> è stato un giocatore straordinario, una delle espressioni più fedeli e al tempo stesso eccentriche del concetto di Germania applicato al calcio: con il suo afro, le sue doti di corsa superiori, la sua tecnica da mezzala e un carisma innato, <strong>Paul Breitner</strong> è una figura di primo piano del calcio mondiale degli anni &#8217;70 e dei primi anni &#8217;80, e a Monaco è stato prima un meraviglioso laterale e quindi un&#8217;eccezionale mezzala, capace di guadagnarsi il podio del pallone d&#8217;oro. Per ragioni di spazio lo inserisco in formazione quale laterale sinistro.</p>



<p>Se parliamo di cifra tecnica la sua riserva dovrebbe essere Andreas Brehme, che tuttavia gioca in Baviera solo per due stagioni, e che quindi escludo <em>ob torto collo</em> dalla formazione. La prima riserva di Paul credo quindi che possa già essere <strong>Alphonso Davies</strong>, atleta che sembra sbarcato sulla Terra dalla stagione 2046/2047: il suo cambio di passo e la sua agilità sono quasi innaturali per un fisico da corazziere come il suo, e Davis a Monaco ha già scritto la storia, con sei stagioni da giocatore chiave, pur penalizzato in alcune fasi dai problemi fisici. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Centrocampista centrale: Lothar Matthäus</h2>



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<p>Forse abbiamo visto il <strong>Lothar Matthaus</strong> migliore in assoluto in Italia, vero, ma la sua versione teutonica è stata decisamente più longeva e molto vincente: nel complesso, il fuoriclasse tedesco ha collezionato in Baviera 408 presenze, 100 reti, 6 Bundesliga e altri titoli nazionali di contorno, perdendo due finali di Champions a dodici anni di distanza. Le sue straordinarie doti agonistiche e temperamentali lo rendono probabilmente il miglior centrocampista della storia bavarese.</p>



<p>La prima alternativa a Lothar è <strong>Franz Roth</strong>, solidissimo centrocampista che veste solo la maglia rossa del Bayern nel corso di tutta la carriera, un centrocampista di rottura e un guerriero che ha il vizio del gol pesante, perché decide due finali di Coppa dei Campioni negli anni del Kaiser e di Gerd, e questo dopo aver già deciso una finale di Coppa delle Coppe nel 1967.</p>



<p>Non è un giocatore della cifra tecnica di Lothar e forse neppure di Roth, ma rimane un pezzo di storia del Bayern: sto parlando di <strong>Bernd Dürnberger</strong>, titolare della squadra bavarese per tredici anni, a cavallo tra &#8217;70s e &#8217;80s, tredici anni nel corso dei quali ha portato a casa una valanga di trofei nazionali e internazionali, esprimendosi al meglio quale recupera palloni e tuttofare della squadra.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Centrocampista centrale: Bastian Schweinsteiger</h2>



<p></p>



<p>Una vita nel Bayern, una vita che vale innumerevoli titoli nazionali, il treble del 2013 e un premio di calciatore tedesco dell&#8217;anno, conseguito sempre nel 2013: <strong>Bastian Schweinsteiger</strong> è stato Il giocatore tedesco, quasi la sua quintessenza. Fisicamente fortissimo, combattivo, carismatico, capace di farsi falere sui &#8220;due lati del campo&#8221;, per dirla con il gergo della pallacanestro, credo che Schweinsteiger sia un titolare inamovibile di questa formazione.</p>



<p>Meno affidabile ma forse ancora più talentuoso è stato il cavallo pazzo <strong>Stefan Effenberg</strong>: centrale tecnicamente sofisticato ma anche spigoloso e fisicamente fortissimo, ha vestito la maglia dal Bayern per sei stagioni, vincendo diversi titoli nazionali e la Champions del 2001 da miglior giocatore.</p>



<p>Uno dei rari ma non rarissimi geni irregolari della storia del Bayern, credo che Stefan meriti un posto in squadra senza discussioni, esattamente come <strong>Thiago Alcantara</strong>, che è invece una sorta di fusione tra il calcio spagnolo e quello brasiliano: tecnicamente è difficile anche solo concepire centrocampisti tecnicamente più dotati, specie nella storia del calcio tedesco, e Thiago in Baviera è stato un lunatico e dotatissimo cucitore della manovra, un cucitore capace di illuminazioni &#8220;xaviane&#8221; e di trattare la palla come un prestigiatore fa con la seta più pregiata. Nel corso del mirabolante 19/20, Thiago ha messo da parte lune e ombre per disputare una stagione che ha lambito la perfezione, consacrandosi come uno dei centrocampisti più importanti della storia del Bayern &#8211; per lui, nel complesso, 31 reti in 235 partite.</p>



<p>Da ultimo, due parole vanno spese per<strong> Jens Jeremies</strong>, ottimo tuttofare che è il perno difensivo del centrocampo del Bayern per quasi un decennio, durante il quale vince una Champions, ne perde una sul filo di lana e porta a casa diversi titoli nazionali. Nel suo curriculum si trovano 248 partite e 17 reti con la maglia del Bayern.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Ala destra: <a href="https://gameofgoals.it/2021/07/22/arjen-robben-ascese-e-cadute-di-un-olandese-volante.html">Arjen Robben</a></h2>



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</div></figure>



<p></p>



<p>Pur meno continuo e affidabile di altri, specie a causa dei ripetuti problemi fisici, <strong>Robben</strong> è stato forse il giocatore più dotato del grande Bayern ammirato a inizio anni &#8217;10: tecnicamente eccelso, imprendibile con la sua corsa palla al piede preternaturale, immarcabile quando si accentrava per sfogare le doti balistiche del suo sinistro, Robben è stato un giocatore strepitoso, decisivo sia nel 2010 che nel 2013, e in grado di confermarsi, pur se a sprazzi, anche nelle ultime stagioni in Germania.</p>



<p>Trequartista o ala di spessore internazionale, <strong>Uli Hoeneß</strong>, con la sua chioma al vento è stato uno dei simboli anche estetici degli anni 70. Velocissimo palla al piede e difficilmente contenibile nell&#8217;uno contro uno, un po&#8217; come Arjen ha sofferto di ripetuti problemi di salute nella seconda parte di carriera, ma ha chiuso l&#8217;avventura bavarese con 115 reti in 336 presenze, oltre che con una bacheca che può fare invidia a quasi tutti i club del mondo.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Trequartista/mezzapunta: Thomas Müller</h2>



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<p>Meno spettacolare e forse anche individualmente dotato delle due ali che correvano al suo fianco negli anni d&#8217;oro, Thomas è stato però il giocatore più continuo, eclettico e polivalente, oltre che il più decisivo per i gol pesanti che ha messo a referto: punta mobile e all&#8217;occorrenza trequartista o mezzala, specie negli ultimi anni, <strong>Muller </strong>è l&#8217;anello di congiunzione tra i due triplete, è stato uno straordinario uomo gol e un razionale, efficacissimo uomo assist dotato dei polmoni del mediano. A oggi, si contano per lui 729 presenze e 246 reti: numeri che lo rendono una bandiera non ammainabile nella storia del club tedesco.</p>



<p>Il suo predecessore, più latino ed estroso ma nel complesso meno grande e decisivo, è stato <strong>Mehmet Scholl</strong>, trequartista/mezzala di splendida fattura, uomo simbolo del Bayern degli anni &#8217;90 e dei primi 2000, capace di vincere tutto da tassello importante della squadra, specie a cavallo tra i due millenni, quando ha confermato la propria statura di campione.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Ala sinistra: Karl-Heinz Rummenigge</h2>



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<p>Giocatore atleticamente <em>ronaldiano</em> (mi riferisco a Cristiano) e tecnicamente eccelso, <em>Kalle Major</em> al secolo <strong>Karl-Heinz Rummenigge</strong>, ha vissuto a Monaco gli anni migliori della carriera, durante i quali si è consacrato come uno dei primissimi giocatori del mondo e forse come il più decisivo d&#8217;Europa a cavallo tra &#8217;70 e &#8217;80. Immarcabile nelle giornate di vena e fisicamente straordinario, a Monaco ha segnato 217 reti in 422 partite, vincendo due palloni d&#8217;oro e diversi titoli nazionali, e perdendo la Coppa dei Campioni, al termine di una finale sfortunata, contro l&#8217;Aston Villa.</p>



<p>Superbo uomo dribbling e assistman, e secondo solo a <em>Kalle</em> nella storia del Bayern nel ruolo di ala sinistra, è il campionissimo francese <strong>Franck Ribéry</strong>. <em>Scarface</em> ha traslocato in Baviera da Marsiglia dopo i mondiali del 2006 e si è subito imposto come un elettrico uomo di fascia in grado di creare superiorità numerica con una facilità disarmante. Eccezionale sin dalla prima stagione, ha toccato l&#8217;apogeo nelle stagioni di Heynckes, e specie in quel 2013 in cui forse avrebbe meritato il pallone d&#8217;oro. </p>



<p>Solido esterno a tutta fascia, meno dotato dei suoi illustri colleghi di reparto, e profondamente teutonico per concezione e temperamento, credo che un posto in squadra lo meriti anche <strong>Alexander Zickler</strong>: non superi le 250 presenze con la maglia del Bayern, vincendo peraltro di tutto, se non sei un grande giocatore, e Zickler lo è stato.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Centravanti: <a href="https://gameofgoals.it/2020/10/16/gerd-muller-non-solo-un-bomber-darea.html">Gerd Müller</a></h2>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Gerd Müller, Der Bomber [Best Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/hCOC1TS9A1I?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Non credo servano troppe spiegazioni: <strong>Gerd Muller</strong> non è un pezzo di storia del Bayern ma è, con il <em>Kaiser</em>, IL Bayern Monaco. Bomber implacabile, collezionista di record e decisivo come nessun altro mai quando la palla scotta, ha messo a referto numeri da videogame (570 reti in 613 partite) e l&#8217;ha fatto peraltro in un&#8217;epoca dominate dalle difese. Contrariamente a quanto recita il luogo comune italico, peraltro, e come abbiamo documentato più volte, Gerd non era dotato solo di un intuito soprannaturale per il gol, ma sapeva all&#8217;occorrenza anche arretrare il raggio d&#8217;azione, fino a giocare da centrocampista vero e proprio. Fenomeno.</p>



<p>Finisce in panchina solo perché Gerd fa parte di una galassia a sé: sto parlando di <strong>Robert Lewandowski</strong>, a conti fatti il vero erede del fenomeno degli anni &#8217;70, la cosa più simile a van Basten apparsa in campo dopo il ritiro di Marco. Anche per le sue stagioni bavaresi si devono scomodare i videogame per spiegare il numero di reti &#8211; certo, messe a segno in un&#8217;epoca dominata dal Bayern molto più di quanto non fosse avvenuto nel periodo di Gerd. Straordinario il suo apporto anche ai fini del treble del 2020. Per lui, in Baviera si contano 344 reti in 375 partite: come dicevamo, numeri da videogioco.</p>



<p><strong>Roland Wohlfarth</strong> e <strong>Claudio Pizarro </strong>non possono che recitare da sparring partner, rispetto ai due fenomeni sopracitati, ma un posto in rosa se lo sono guadagnati di diritto: classico centravanti tedesco il primo, capace di bucare le reti avversarie in oltre 136 occasioni con la maglia rossa, e zingaro del gol il secondo, un peruviano di Germania dotato di un notevole senso del gol.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/01/09/stella-del-sud-la-top-11-del-dopoguerra-del-bayern-monaco.html">Stella del sud &#8211; La top 11 del dopoguerra del Bayern Monaco</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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