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Gli “altri dieci”: da Mancini a Cassano, da Zola a Di Natale

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Nell’ultimo decennio, una frase è puntualmente uscita dalle labbra di qualcosa come cinquantasei milioni di tifosi – e allenatori! – della Nazionale italiana di calcio: “Non abbiamo più un numero dieci di livello mondiale”, alternata all’asserzione: “Non abbiamo più un centravanti di livello”.

Ora, se per la seconda questione direi di non perderci troppo tempo in questa sede – il “nove titolare” è stato Ciro Immobile che, a fronte di un rendimento stellare con la maglia della Lazio con cui ha superato la prestigiosa soglia delle 200 reti, in azzurro ha sempre stentato, nonostante un Europeo vinto da titolare – ritengo doveroso invece focalizzarsi sulla prima, quella inerente al “numero dieci”.

Oltre ad un’improbabile investitura a Thiago Motta durante gli Europei del 2016 – per carità, ottimo playmaker, ma senza quella caratura per poter indossare una maglia così pesante senza che nessuno storca il naso – in questi anni di azzurro i “numeri dieci” (inteso come ruolo) più importanti sono stati Lorenzo Insigne e Domenico Berardi, due giocatori di talento ma che per motivi diversi non hanno mai preso il largo, rimanendo ormeggiati al porto dei “giocatori di categoria”, facendo così accrescere la nostalgia ai tifosi azzurri, che volgevano lo sguardo al passato, dagli inizi degli anni Novanta fino al trionfo di Berlino, e sospiravano “Quando c’erano loro!” 

Roberto Baggio, Alessandro Del Piero e Francesco Totti, i tre che negli ultimi decenni si sono spartiti la maglia numero 10 e i galloni da titolare, non senza polemiche – celebre è la staffetta tra il Divin Codino e Pinturicchio in occasione dei Mondiali francesi, infinita è la domanda su chi fosse il migliore tra il Dieci della Roma e quello della Juventus.

Se è vero che ultimamente per i “dieci azzurri” abbiamo attraversato un periodo di siccità, lo stesso non si poteva certo dire vent’anni fa. Oltre ai tre intoccabili di cui sopra, che spiccavano per talento, caratura, dimensione, e che dunque erano giustamente in cima alle gerarchie dei CT, tra le fila del nostro calcio c’erano diversi altri fantasisti di talento, con qualcosa di meno rispetto ai primi tre, ma che avrebbero probabilmente meritato maggiore spazio in nazionale, e che il solo pensiero risveglia la nostalgia del tifoso italiano: “Ah, se ce ne fossero oggi!”.

Roberto Mancini

Roberto Mancini è uno di questi: bambino prodigio del calcio italiano, debutta a 16 anni in serie A con la maglia del Bologna, prima di fare le fortune della Sampdoria di Paolo Mantovani e concedersi una seconda giovinezza con la maglia della Lazio, dove dà un contributo importante, pur non essendo più nel fiore degli anni, all’incredibile sfilza di trofei della Lazio targata Cragnotti: uno scudetto, una supercoppa Italiana, due coppe Italia, una coppa delle Coppe ed una Supercoppa Europea. Mancini non ha mai giocato in grandi squadre, ha reso grandi quelle in cui ha giocato. Ha costruito città, dove prima c’erano paesi. La Sampdoria, dicevamo. Il presidente lo mette al centro del suo disegno, lo coccola e lo tratta come un diamante. Mancini lo ripaga a suon di gol e di assist, tanto da diventarne ancora oggi il simbolo più lucente, in termini di presenze (567, nessuno come lui) e reti (171, record): se il gemello Gianluca Vialli è il suo partner più famoso, con il quale ha coronato sogni (la Coppa delle Coppe 1989, lo scudetto del 1991) ed è arrivato ad un passo dall’apoteosi (la finale di Coppa dei Campioni del 1992, persa a Wembley contro il Barcellona per un siluro di Koeman), Enrico Chiesa e Vincenzo Montella hanno altresì beneficiato degli assist e del genio del fantasista nato a Jesi. Notevole nel dribbling, estroso e perfezionista dal tiro secco e potente, altruista nella rifinitura dell’azione, Mancini è un dieci moderno – Mario Sconcerti lo ha definito la naturale evoluzione di Gianni Rivera – che ha avuto il suo più grosso limite in un carattere poco incline a compromessi, che lo ha reso un giocatore quasi invisibile con la maglia della nazionale, in un periodo in cui in un mondo parallelo un ipotetico tridente ManciniBaggioVialli avrebbe fatto tremare i polsi a tutti quanti. La pace con i colori azzurri arriverà trent’anni dopo, a Wembley, nello stesso tempio dove il destino gli ha tolto una coppa dei Campioni, vincendo un Europeo da allenatore con Gianluca Vialli come braccio destro. L’abbraccio tra i due amici è entrato nelle case di tutti gli italiani e non verrà mai dimenticato.

Gianfranco Zola

Al carattere fumantino del Mancio, fa da contrappeso la mansuetudine di Gianfranco Zola, fantasista italiano “tascabile” adorato dai tifosi inglesi tanto da essere chiamato Magic Box e anche dal nostro Francesco Buffoli che che gli ha dedicato un articolo (leggi qui), il talentino sardo cresce alla corte del Napoli di Diego Armando Maradona, che gli insegna l’arte del calcio di punizione, che diventerà una delle specialità della casa. Baricentro basso, rapidità dei movimenti, dribbling elettrico, tiro che può essere tanto secco quanto dolce, Zola era meno completo di Mancini (essendo, come Baggio e Del Piero, una seconda punta più classica, il celebre “nove e mezzo”) ma ritengo che abbia toccato vette leggermente più alte. Il salto di qualità definitivo lo fa con la maglia del Parma, dove disputa un paio di annate da protagonista assoluto, trascinando da uomo-chiave i parmensi alla conquista di una storica Coppa UEFA nel 1995 – Zola disputa partite maestose nella fase ad eliminazione diretta, tranne in finale dove è più “normale” – e soprattutto rende il Parma l’antagonista principale della Juventus di Marcello Lippi, che stava completando il ciclo di rinascita e che nella stagione seguente si sarebbe issata sul tetto d’Europa. La notorietà di Gianfranco esce dai confini dello Stivale e le sue prestazioni gli valsero addirittura un sesto posto nella classifica del pallone d’oro 1995, dopo Del Piero, astro nascente del calcio italiano. Il dualismo con un Hristo Stoichkov al tramonto approdato nella città emiliana, unito all’integralismo sacchiano di un giovane Carlo Ancelotti – che, ricordiamo, rifiuta Roberto Baggio perché di difficile collocazione un 4-4-2 con il doppio centravanti, salvo poi pentirsene amaramente, e non abbiamo dubbi – costringono il genietto sardo ad emigrare Oltremanica, presso i Blues di Londra, dove incanta e si toglie soddisfazioni importanti, una tra tutte la finale di Coppa delle Coppe 1998 contro lo Stoccarda, decisa dopo venti secondi dal suo ingresso in campo. Magic Box è ancora oggi uno dei migliori giocatori stranieri ad aver giocato presso Sua Maestà, per prestazioni e rendimento. In nazionale va un po’ meglio di Mancini – credo che il suo punto più alto sia Inghilterra-Italia del 1997, valevole per le qualificazioni per il mondiale di Francia ’98, decisa da un suo gol nella casa dei Tre Leoni – anche se lo spazio è poco: rimane il rimpianto dello striminzito minutaggio al mondiale americano, condito da un’insensata espulsione agli ottavi con la Nigeria e soprattutto dagli zero minuti che Arrigo Sacchi gli concesse a Pasadena; rimane anche il rammarico del rigore sbagliato agli europei 1996 contro la Germania nella terza partita, dopo un gran debutto contro la Russia. 

Antonio Cassano

Sontuoso nel primo controllo e nello stop, geniale ed intuitivo negli assist – citofonare a Giampaolo Pazzini, che vive le migliori stagioni della sua carriera con lui – Antonio Cassano è invece il fantasista che, tra tutti, ha avuto i suoi momenti migliori proprio in azzurro: commovente negli Europei portoghesi, dove non riesce ad evitare una prematura eliminazione nonostante i due gol nelle tre partite nel girone; positivo negli europei in Polonia ed Ucraina del 2012, dove gioca bene e mette a segno giocate pesanti contro Irlanda e Germania. Al contrario di Mancini, il suo limite maggiore è stata proprio la capacità di stabilizzarsi in un club: dopo gli anni di ascesa a Roma al fianco di Totti, il suo flop con i Galacticos sembrava un affossamento definitivo, prima di rinascere e disputare le migliori stagioni della carriera a Genova in maglia blucerchiata, dove disputa annate che lo collocano nella cerchia dei migliori giocatori italiani (secondo solo ad un Del Piero che stava vivendo una seconda giovinezza, accostabile anche ad un Giuseppe Rossi che giganteggiava con il Villareal e ad un Totò Di Natale che in Serie A era una garanzia), portando la Sampdoria ad un passo dalla qualificazione in Champions League, sfumata nei preliminari di agosto 2010 contro il Werder Brema. La storia d’amore, intensa e passionale, finisce malissimo con un bruttissimo litigio tra Fantantonio ed il presidente Garrone, che costa al barese l’esilio a Milano, sponda rossonera, dove Cassano inizialmente fatica ad ingranare, chiuso da Pato, Robinho e naturalmente Sua Maestà Zlatan Ibrahimovic. Proprio quando Cassano a suon di assist ed intese con lo svedese sta cominciando ad imporsi anche al Milan, un brutto guaio al cuore lo mette fuori dai giochi per diversi mesi per poi rientrare in carreggiata nella sponda nerazzurra dei Navigli: nel tridente assieme a Palacio e Milito, Cassano regala magie e per diversi mesi trascina l’Inter alle calcagna della Juventus di Antonio Conte, ma dopo un vortice negativo in termini di risultati, il fantasista di Bari Vecchia litiga con l’allenatore Andrea Stramaccioni ed ecco che comincia un altro esilio, a Parma, dove – seppur con una mobilità sempre più ridotta – la sua classe sopraffina regala perle e gioie agli emiliani. Cassano ha su di sé la meraviglia di un mosaico bizantino, la bellezza e la genialità della tecnica, ma con tante tessere mancanti, che ne impediscono di apprezzare a pieno ed in maniera totale la sua maestosità. Non è mai stato un grande uomo-gol, ma è stato un superbo rifinitore, con i crismi del genio. Se posso esprimere un’opinione personale, ritengo Antonio Cassano il più geniale del mazzo.

Antonio Di Natale

Totò Di Natale è invece un caso diverso: rispetto agli altri tre, è quello che spicca di meno in termini di rifinitura e di interpretazione del ruolo del numero dieci in senso classico, avendo più peculiarità e caratteristiche da attaccante puro, tant’è che è l’unico tra questi che poteva benissimo giocare anche come centravanti, data la sua confidenza con il gol. Totò non ha la precocità degli altri, la sua maturazione definitiva avviene negli ultimi anni di Empoli, ma si concretizza con il passaggio nella piazza di Udine. Dal 2006/07 sboccia definitivamente e si consacra come uno tra i migliori attaccanti in circolazione in Italia: freddo davanti al portiere, incredibile nelle capacità balistiche e nei tiri da lontano, quasi sudamericano nei colpi, il giocatore napoletano giganteggia per anni nelle classifiche dei cannonieri del nostro campionato, vincendola per ben due volte (2009/10 e 2010/11) trascinando la tranquilla piazza di Udine alle soglie dei tornei europei, mancando più volte l’accesso per un soffio. Senza togliere meriti a nessuno, credo che il 10 dell’Udinese venga un po’ dopo i suoi illustri colleghi, di cui abbiamo parlato su, non per un discorso di qualità e di caratteristiche del giocatore – che rimangono notevoli e pregiate, il modo di calciare di Totò è un qualcosa di meraviglioso – bensì di caratura, di “spalle larghe”, di ambiente. Di Natale ha scelto di rimanere ad Udine, anche dopo la chiamata della Juventus, che stava incominciando l’edificazione della sua dittatura pluriennale, in una piazza tranquilla e senza pressioni. In nazionale non è nemmeno troppo negativo – 11 reti, di cui una bellissima contro la Spagna pluricampione nel 2012 nella prima gara dell’Europeo – ma qualche rigore sbagliato di troppo – con la Spagna ai quarti del 2008, con l’Arsenal durante i preliminari del 2011 – suggerisce che forse Totò era uno che amava dipingere pennellate in provincia, libero da pressioni e da “scadenze perentorie” che assillano i campioni nelle grandi piazze, detto che ovviamente “non è da un rigore che si giudica un giocatore”, anche se ci sono delle volte che la freddezza davanti ad un dischetto qualcosa dice. 

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