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Non avrai altro dio all’infuori di me: Zlatan Ibrahimović, la grande anomalia del nuovo millennio

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Se penso al me bambino di 15 anni fa, faccio davvero fatica a pensare di scrivere un omaggio a Zlatan Ibrahimović. Sì, perché a quei tempi ero un ragazzino juventino con il dente avvelenato per i fatti di Calciopoli – argomento che con il passare degli anni mi ha creato una sorta di nausea, motivo per cui ne parlo pochissimo e sempre controvoglia – che vedeva in Ibra, fresco di trionfi in maglia nerazzurra, il Traditore per eccellenza, una specie di Giuda alto quasi due metri con le scarpette da calcio ai piedi.

Se è vero che il tempo cura le ferite e lava i dispiaceri – e nel mio caso mi regala anche l’età della maturazione personale – è altrettanto vero che è difficile non vedere in questo ragazzone cresciuto nei ghetti di Rosengard un fuoriclasse tra i protagonisti della sua epoca.

Zlatan è stata un’anomalia: la sua altezza e il suo fisico da corazziere si accompagnavano ad un’agilità acrobatica notevole e alla costante ricerca del colpo bello. Se dovessimo ipoteticamente raccogliere tutti i suoi colpi di tacco, pallonetti, tocchi ad effetto e metterli in sequenza, uscirebbe una lista lunga quanto la sua carriera.

Per sua stessa ammissione, il giovane Zlatan di Malmoe e dell’Ajax era un giovanotto che voleva stupire: non gli bastava segnare, doveva segnare “bene”. Nella sua versione giovanile, poteva anche far ricordare sprazzi di Dennis Bergkamp, altro pennellone con i piedi fatati in cerca di guizzi d’autore, scuola ajacide non a caso. Dopo la “cura Capello” – il tecnico di Pieris vedeva nelle sue movenze le stesse di Marco Van Basten, c’era solo da “estirpargli l’Ajax dal corpo” e farlo diventare una macchina da gol – Zlatan è diventato più concreto e prolifico sotto porta, ma non ha mai abbandonato la ricerca del bello, riuscendo sempre ad abbinare la sostanza dei suoi gol e dei suoi muscoli alla qualità delle sue giocate ad effetto.

Se le sue prestazioni nelle coppe europee non sono sempre state all’altezza della sua fama, nei vari campionati nazionali – in Italia, in Spagna, in Francia, in Inghilterra – Ibrahimović è stato spesso una pesante ipoteca per la conquista del titolo: alla Juventus tra alti e bassi ha imparato la concretezza, e non è un caso se nei due scudetti vinti ci sono anche i suoi timbri. In maglia nerazzurra è maturato ed è salito di livello, prendendosi sulle spalle la squadra e portandola alla conquista di tre scudetti: “palla a Ibra e ci pensa lui“. Lo sa bene Roberto Mancini, che nel 2008 ha rischiato di farsi sfilare lo scudetto all’ultima giornata dalla spumeggiante Roma di Luciano Spalletti, complici gli ultimi due mesi da incubo che non a caso sono coincisi con l’assenza per infortunio del fuoriclasse svedese, materializzatosi a Parma come “Uomo della Provvidenza“, che con una doppietta d’autore ha regalato lo scudetto alla Milano nerazzurra.

Lo sa bene anche José Mourinho, che al suo primo anno di Inter ha potuto contare sui 25 gol in campionato di Zlatan, capocannoniere della Serie A nel suo momento di maggior splendore psicofisico. Nella Milano rossonera la musica non è stata troppo diversa: se la sua seconda avventura è talmente recente che non ha bisogno di ulteriori commenti, non va dimenticata la sua prima “corsa”: in un Milan interamente costruito su di lui, con i vari Pato, Robinho, Cassano alternati nel ruolo di fidati scudieri, Ibrahimović è stato senza dubbio l’uomo dello scudetto 2010/11, e lo sarebbe stato anche l’anno seguente se i rossoneri non avessero perso al fotofinish la corsa al titolo contro la Juventus di Antonio Conte, che si apprestava ad imporre il suo dominio quasi decennale sul campionato italiano. Perno della squadra, uomo-gol e anche uomo-assist, fece vivere una stagione da “paese dei Balocchi” ad Antonio Nocerino, che toccò incredibilmente i dieci gol a campionato sotto l’ala dello svedese. 

E poi c’è Parigi: in un PSG da poco tempo sotto la proprietà del fondo qatariota di proprietà dell’emiro, l’arrivo di Zlatan proiettò la squadra parigina in un’altra dimensione, con l’inizio di un ciclo che si perpetuò e si completò negli anni con l’arrivo di fuoriclasse come Neymar, Mbappé e Messi all’ombra della Torre Eiffel. 156 gol in 180 presenze, quattro campionati di fila vinti e altri 8 titoli tra supercoppa, coppa di Francia e coppa di lega, fotografano un impatto di assoluto prestigio, con il rilancio di un club che sembrava caduto nell’ombra e che oggi è stabilmente nell’elite europea. Tralasciando l’avventura oltreoceano in L.A., e non dimenticando la breve avventura con i Red Devils sotto la guida di José Mourinho dove – prima di infortunarsi gravemente al ginocchio – ha contribuito alla vittoria di una Europa League, una Community Shield e una Coppa di Lega inglese con 28 reti in 46 partite nella stagione 2016/17, vorrei chiudere con una breve analisi della stagione più contestata nella carriera di Zlatan, ossia quella nel Barcellona di Pep Guardiola.

Le due disastrose semifinali contro la sua ex squadra nerazzurra, che lo cancellò dal campo e volò alla conquista del Triplete, sono un’ingenerosa fotografia del periodo di Ibrahimovic in Catalogna. Approdato nella squadra più forte del mondo per vincere la Champions, fu beffato dalla squadra che lui stesso aveva reso grande in patria ma con la quale raramente aveva convinto nelle fasi calde europee.

Le sue caratteristiche da accentratore di gioco che abbiamo sempre visto nel corso della sua carriera (“datemi palla e ci penso io”), che lo portavano a farsi carico del gioco stesso, mal si conciliavano con l’orchestra sinfonica del calcio posizionale di Guardiola, dove l’Uno si fondeva nel Tutto senza perdere la sua specificità. Inoltre c’era già un “Numero Uno”, un astro attorno al quale giostrare l’intera squadra: Messi. Zlatan dovette adattarsi, e per certi versi lo fece anche: 21 reti in 45 presenze complessive sono un bottino tutt’altro che fallimentare, senza contare il fatto che siglò reti di importanza vitale, dal gol vittoria nel Clasico di dicembre 2009 alla doppietta contro l’Arsenal a Londra nei quarti di Champions League.

Io non accetto di perdere, non lo accetto proprio. L’ho imparato dalla vita. Per me contano la grinta e l’aggressività, la determinazione e la concentrazione sui propri obiettivi. Io ho la missione di vincere.

Zlatan Ibrahimović

L’idiosincrasia tattica – e forse anche umana e filosofica – con l’allenatore catalano rese breve la permanenza di Zlatan Ibrahimović in Spagna, solo un anno, ma questo non implica che la sua esperienza sia stata da dimenticare; i veri problemi di convivenza riguardarono Messi e la sua voglia di accentrare il gioco e il tecnico, non la squadra nel complesso. Anche nel corso della finale di Coppa Intercontinentale giocata contro i rognosi argentini guidati da Veron, Zlatan Ibrahimović si traveste da nove di manovra e lo fa egregiamente, risultando uno dei migliori in campo: la sua classe e la sua intelligenza gli consentivano anche di defilarsi per giocare da secondo violino, ma a lungo termine uno come Zlatan reclamava il proscenio, non poteva accontentarsi di un posto in seconda fila, e la presenza di altri hombres verticales e di leader poco inclini al compromesso ha accorciato la sua avventura spagnola.

Nel vasto panorama della carriera del fuoriclasse svedese la nazionale merita un capitolo a parte: Zlatan ha messo a referto 62 reti con la maglia della Svezia, demolendo ogni record precedente, e soprattutto si è preso la squadra sulle spalle in numerose occasioni, tanto che la sua carriera in gialloblù è praticamente inattaccabile. Chi scrive ha ben impresso nella memoria il colpo di kung-fu con cui contribuisce a eliminare l’Italia di Trapattoni a Euro 2004 (parliamo di un’altra era geologica, sportivamente parlando, e lo svedese ne era già protagonista), ma anche i due gol con cui regala ossigeno alle speranze degli scandinavi a Euro 2008, o ancora le splendide prestazioni di Euro 2012, la quaterna rifilata agli inglesi in una storica amichevole (con tanto di rovesciata da distanze siderali, capace di evocare il fantasma di Marcello Van Basten), o il commovente contributo da uomo a tutto campo fornito durante le qualificazioni ai mondiali brasiliani, impreziosito da una meravigliosa doppietta infilata contro i portoghesi di CR nello spareggio decisivo (doppietta purtroppo vanificata dalla tripletta di Ronaldo). Ibra ha salutato la nazionale solo tre mesi fa, dopo aver giocato un quarto d’ora da subentrante (alla soglia dei quarantadue anni) contro il Belgio. Anche con la maglia gialloblù, a sbalordire, oltre al volume del suo contributo, è la longevità, quasi senza precedenti tra gli attaccanti del calcio moderno.

Ibra è stato una gigantesca anomalia anche sotto questo profilo: com Buffon, ha vissuto tre o quattro generazioni di calciatori, ha assaporato sulla sua pelle l’evoluzione del suo sport e l’ha piegata alle proprie esigenze; ha debuttato quando le stelle più luminose del firmamento erano Zizou e un Henry in rampa di lancio, quando Totti stava raggiungendo la piena maturità e un minuscolo Messi era l’attrazione principale della Masia, e si è ritirato pochi giorni fa, quando il mondo sta ammirando (da diverso tempo) giocatori nati nel Nuovo Millennio.

L’anomalia-Ibra si può inquadrare anche in un’altra prospettiva: come e più di Neymar, anche il fuoricalsse svedese, da certi punti di vista, ha sbagliato epoca. Il calcio del 2000 è sempre più orientato alla valorizzazione del collettivo, alla perfetta fusione tra talento individuale ed esigenze della squadra (e in questo risiede buona parte del suo fascino). Nel calcio del 2000 nessuno “vince da solo”, una squadra di vertice non puà centralizzare il proprio gioco in funzione delle esigenze di un singolo, neanche se questo singolo si chiama Lionel Messi: una squadra di ottimi giocatori e di campioni, con qualche irrinunciabile acuto (che si chiami Lewandowski, De Bruyne o magari anche Kanté), riesce a imporsi sui grandi palcoscenici europei molto meglio di quanto non faccia una squadra che butta il peso del mondo sulle spalle della sua stella. Oddio, questo accadeva anche in passato (i collettivi “sporchi e cattivi” degli anni ’80 che vincevano più dell’Udinese di Zico o anche del Napoli di Maradona), ma l’equilibrio che regnava sovrano nel calcio dell’epoca consegnava nelle mani dei “numeri dieci” o del singolo fuoriclasse una faretra piena di frecce, e ogni tanto queste frecce centravano il bersaglio. Oggi è molto più difficile che questo accada: i campioni, per vincere, devono saper coesistere e non essere indispensabili.

Il City deve saper rinunciare a De Bruyne se vuole vincere, e ha dimostrato che può farlo, una volta ogni tanto; il Real Madrid, portavoce dell’individualismo secondo l’adagio dominante, ha rinnovato profondamente la propria rosa, svecchiandola e perdendo per strada molti dei suoi pezzi da novanta (Cr, Bale, Ramos, Marcelo, Casemiro, oggi anche Benzema) eppure non ha mai abdicato al ruolo di protagonista, perché è una squadra che può permettersi anche defezioni dolorose senza snaturarsi. Zlatan Ibrahimović è sotto questo profilo il figlio di un altro calcio, di un calcio che punta i riflettori sul singolo fuoriclasse e si affida alle sue doti taumaturgiche (penso anche ai Baggio e Romario di USA 1994), un calcio in qualche modo superato dalla storia: anche per questo, la sua grandezza possiede un’allure romantica e démodé che la rende unica, esatttamente come le sue dichiarazioni fuori luogo, la sua ostentata e probabilmente divertita arroganza (sono un dio!), la sua vena di follia. Lo abbiamo amato anche per questo.

Con il contributo di FRANCESCO BUFFOLI

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