La Sampdoria e l’ultimo scudetto di un calcio che non c’è più

Il 19 maggio 1991 la squadra blucerchiata conquistava il suo unico tricolore. L'ultimo campionato vinto da una squadra fuori dall'asse Torino-Milano-Roma. Riviviamo l'epopea di una formazione che seppe entusiasmare tutti, non solo i tifosi doriani

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Era il 19 maggio 1991. L’ultimo scudetto di una squadra che non apparteneva all’asse Torino-Milano-Roma. L’ultimo squillo di un calcio antico e romantico, prima dell’avvento della legge Bosman, dei paperoni dell’alta finanza, del dominio delle grandi piazze. Quel giorno la Sampdoria conquistò il tricolore dopo un’annata irripetibile. Un’impresa frutto di anni di un meticoloso lavoro di preparazione, che affondava le radici nel giorno in cui Paolo Mantovani divenne presidente del club nel 1979.

L’avvento di Mantovani permise alla Sampdoria di scalare le gerarchie del calcio italiano e di conoscere una vera e propria età dell’oro. Nel 1981-82 la Samp ottenne la promozione in serie A e dà lì in poi diede vita a un decennio irripetibile, costruendo le basi di un autentico squadrone, che raggiunse il successo in tre edizioni della Coppa Italia (1985, 1988 e 1989, più la Coppa Italia del 1994, giunta al termine della stagione in cui Mantovani morì, a ottobre 1993); nella Coppa Coppe del 1990 (più la finale persa del 1989); nel campionato 1990-91 e nella Supercoppa 1991. Senza contare la finale di Coppa dei Campioni 1991-92, perduta ai supplementari contro il Barcellona.

Originario di Roma, genovese d’adozione, imprenditore attivo nel ramo petrofilero, Mantovani colpiva per l’aplomb, la signorilità, lo stile. Non un padre-padrone, ma un manager di visione, capace di resistere sul piano personale a non poche vicissitudini (subì diversi processi per questioni finanziarie, ma ne uscì sempre indenne) e capace sul piano sportivo di costruire un progetto duraturo.

La Samp non poteva far leva sulla forza economica, gli agganci politici e la tradizione delle storiche piazze del calcio italiano come Inter, Juventus, Milan e in quel periodo Napoli. Per poter arrivare al loro livello, per competere con loro, servivano mosse coraggiose e una pianificazione che partiva da lontano.
Mantovani portò a Genova campioni affermati come il centrocampista scozzese Graeme Souness e l’attaccante inglese Trevor Francis, entrambi già campioni d’Europa con Liverpool e Nottingham Forest. Ma soprattutto seppe costruire un blocco di giocatori italiani. A volte si trattava di giovani talenti ingaggiati quando erano ancora delle promesse. E che a Genova si tramutarono in elementi di spessore internazionale. Altre volte, la scelta ricadde su calciatori dal passato importante, ma dal presente più complicato. E che a Genova, in un ambiente tranquillo e senza la pressione di certi palcoscenici, si rilanciarono in grande stile.

Paolo Mantovani e Vujadin Boškov

Quella Samp nacque così, da un mix di felici intuizioni e scelte oculate, arrivando sul finire degli anni ’80 a competere ai piani alti della serie A.

Dietro la scrivania, nelle vesti di direttore sportivo, il placido e competente Paolo Borea.

In panchina zio Vuja, al secolo Vujadin Boškov, gitano del calcio, grande protagonista da giocatore nella favolosa Jugoslavia degli anni ’50, una delle massime nazionali al mondo nel periodo, e poi in panchina tecnico del Real Madrid finalista della Coppa dei Campioni 1980-81, persa dal Liverpool. Un presagio nefasto, forse, per l’avventura di 11 anni dopo, altra finale di Coppa dei Campioni in blucerchiato e altra sconfitta.

Sul campo, una serie di giocatori che – come detto – erano un riuscito connubio tra giovani prospetti diventati campioni e vecchi campioni riscopertisi giovani.
Il vivaio italiano su tutto e questa era una novità, considerando che le big dell’epoca – Milan, Napoli e Inter – poggiavano al contrario la loro forza sugli assi stranieri: van Basten, Gullit e Rijkaard; Maradona, Alemão e Careca; Matthäus, Klinsmann (prima Díaz) e Brehme. Nella Samp l’unico fuoriclasse straniero era il factotum Toninho Cerezo, già colonna del Brasile ’82 di Telê Santana e poi capace nelle annate seguenti, sempre sotto la mano di Telê Santana, di vincere tutto nel meraviglioso San Paolo dei primi anni ’90. Gli altri, dal podista sloveno Srečko Katanec allo spagnolo Victor Muñoz, per finire con il mai pienamente sbocciato ucraino Oleksij Mychajlyčenko, erano al massimo buoni giocatori.

Cerezo a parte, le stelle erano tutte italiane dunque. Il portiere-saltimbanco Gianluca Pagliuca, stile spettacolare e riflessi felini; lo stopper Pietro Viercowod, uno dei più arcigni marcatori mai ammirati nella storia del calcio italiano, temuto anche da fuoriclasse come Maradona, van Basten e Ronaldo il Fenomeno; il terzino destro locomotiva Moreno Mannini; l’ala destra Attilio Lombardo, corsa e dinamismo, cavalcate furenti, capace di segnare reti impossibili e di sbagliarne di facilissime; il cerebrale Giuseppe Dossena, uomo di sopraffina intelligenza tattica, un regista aggiunto della specie degli Zagallo Brasile ’58 e dei Peters Inghilterra ’66.

E poi i due alfieri offensivi, i due meravigliosi principi del gol, anzi i gemelli del gol, come furono ribattezzati. Gianluca Vialli&Roberto Mancini. Una delle coppie più belle del calcio italiano. Vialli, micidiale stoccatore, attaccante completo e per certi versi atipico, irruenza, potenza e possenza. Mancini, classe superiore, genio e sregolatezza, capace di illuminare la scena con lampi pazzeschi.

Un destino accomunò per altro i tre grandi azzurri di quella Samp: né ViercowodVialliMancini seppero trovare la loro dimensione e consacrazione in nazionale. Un limite loro sicuramente, ma un limite anche del nostro calcio che troppe volte ha sacrificato l’estro sull’altare del tatticismo. Date ai brasiliani un duo come Baggio&Mancini nelle notti di Italia ’90 o nelle torride giornate di Usa ’94 e vediamo se almeno un Mondiale non lo portiamo a casa…

Altra storia comunque. Perché Viercowod, Vialli e Mancini la loro Storia l’hanno scritta in blucerchiato, coronando il sogno di una città e una tifoseria uniche, passionali come le città del sud, riservate come i liguri.

I gemelli del gol Gianluca Vialli e Roberto Mancini, sommi protagonisti dello scudetto doriano

La cavalcata trionfale della Samp nel 1990-91 cominciò con un risicato 1-0 al Cesena, il 9 settembre 1990, rete di Invernizzi al 4′ del secondo tempo. E prese corpo strada facendo, soprattutto negli scontri diretti con quelle che negli anni precedenti erano state le padrone assolute della serie A: la Samp conquistò 6 successi su 6 (!) contro le tre big, Napoli (4-1 e 4-1), Milan (1-0 e 2-0) e Inter (3-1 e 2-0). A dimostrazione che i campionati non si vincono solo battendo le piccole, ma anche le grandi.

Nonostante l’amarezza di un solo punto conquistato nel sempre sentitissimo derby contro il Genoa (1-2 all’andata, 10ª giornata, prima sconfitta in campionato della truppa di Boškov; 0-0 al ritorno). E nonostante una flessione evidente sul finire del girone di andata, quando la squadra ottenne una sola vittoria nelle ultime cinque partite, perdendo dal Torino (1-2 a Marassi) e dal Lecce (0-1 in Puglia).

Ma a gennaio, all’inizio del ritorno, la Samp ritrovò d’incanto la sua esuberanza e la sua brillantezza, infilando cinque vittorie nelle prime cinque giornate, otto nelle prime nove. Fondamentale fu il blitz in casa della Roma (1-0) dopo un nuovo rallentamento. E fondamentale fu la vittoria nel decisivo scontro diretto di San Siro contro l’Inter, prima inseguitrice, il 5 maggio 1991.

Inter-Sampdoria 0-2 del 5 maggio 1991: una vittoria decisiva per lo scudetto

Quel giorno la Samp arrivò da capolista forte di 45 punti contro i 43 dell’Inter a quattro turni dalla fine.
L’Inter del Trap pressò e attaccò furiosamente, trovando però sulla sua strada un magnifico Pagliuca, capace anche di respingere da campione un rigore dello specialista Matthäus, Pallone d’oro in carica.
La Samp deflagrò in contropiede, fedele al suo gioco armonioso ed equilibrato, un calcio voluto da Boškov, una via di mezzo tra il classico difensivismo di stampo italico e il possesso e dominio sistematico degli spazi del Milan di Sacchi. Quella Samp era camaleontica, sapeva ripiegarsi e distendersi, giocare d’attesa e prendere in mano il gioco, a seconda del momento. Così fece a San Siro, nel giorno clou: lasciò sfogare l’Inter e la punì con veloci ripartenze di qualità. Prima Dossena e poi Vialli, un uno-due micidiale che spense le speranze interiste e fece decollare definitivamente l’aereo blucerchiato.

Due settimane più tardi, il 19 maggio 1991, in casa contro il Lecce, la grande festa, la conclusione del cerchio, l’apogeo di una cavalcata irripetibile. Un 3-0 sul velluto, risultato maturato in meno di mezz’ora e griffato da Cerezo, Mannini e Vialli. La Samp chiuse la stagione a quota 51 punti, con il miglior attacco (57 reti fatte), il capocannoniere del campionato (Vialli, 19), appena 3 sconfitte, il maggior numero di vittorie conquistate (20). Un dominio assoluto e mettendo in fila Inter e Milan, la rivelazione Genoa (quarta, a conferma di un anno di grazia del calcio genovese) e poi le altre, da una Juventus impalpabile nonostante le magie di Baggio a un Napoli declinante e oramai orfano della grandezza di Maradona.

Sampdoria-Lecce 3-0 del 19 maggio 1991: la grande festa

L’anno seguente, la Samp provò a spingersi ancora più in alto, malgrado un campionato complicato, arrivando a giocarsi la finale di Coppa dei Campioni a Wembley contro il Barcellona, dopo un cammino sensazionale in cui i blucerchiati eliminarono i campioni d’Europa in carica della Stella Rossa Belgrado, vincendo sia all’andata sia al ritorno. Era il 20 maggio 1992. Fu una partita elettrica e a tratti emozionanti, con occasioni su entrambi i versanti, fino alla maligna punizione di Koeman che al 4′ del secondo tempo supplementare fermò il sogno della Samp di salire sul tetto d’Europa.

Dal giorno dopo il progetto iniziò un lento, ma inesorabile, declino, anticipato dalla morte del presidentissimo Paolo Mantovani per un tumore ai polmoni il 14 ottobre 1993.
Da allora la Samp ha vissuto momenti alterni: una nuova retrocessione in B; la risalita nel segno della famiglia Garrone; il quarto posto e il raggiungimento della fase preliminare della Champions League nel segno di Cassano&Pazzini; l’avvento di Ferrero e le ultime annate in serie A con Ranieri. Stagioni buone, oltre la soglia della metà classifica. Ma distanti anni luce dalla gloria dell’era Mantovani. Un’era d’oro che ogni tifoso blucerchiato ricorda, un sogno diventato realtà, l’ultima provinciale capace di vincere un tricolore prima che il calcio cambiasse i suoi connotati per sempre.

La Sampdoria 1990/1991

La rosa

PORTIERI
Giulio Nuciari (Italia, 1960), Gianluca Pagliuca (Italia, 1966)
DIFENSORI
Ivano Bonetti (Italia, 1964), Giovanni Dall’Igna (Italia, 1972), Srečko Katanec (Slovenia, 1963), Marco Lanna (Italia, 1968), Moreno Mannini (Italia, 1962), Michele Mignani (Italia, 1972), Luca Pellegrini (Italia, 1963), Pietro Viercowood (Italia, 1959).
CENTROCAMPISTI
Toninho Cerezo (Brasile, 1955), Giuseppe Dossena (Italia, 1958), Giovanni Invernizzi (Italia, 1963), Attilio Lombardo (Italia, 1966), Oleksij Mychajlyčenko (URSS, 1963), Fausto Pari (Italia, 1962).
ATTACCANTI
Marco Branca (Italia, 1965), Umberto Calcagno (Italia, 1970), Roberto Mancini (Italia, 1964), Gianluca Vialli (Italia, 1964).

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