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	<title>Classifiche Archivi - Game of Goals</title>
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	<title>Classifiche Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Le 5 migliori squadre europee dal 2021 al 2025</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Haaland del Manchester City a contrasto con Militão del Real Madrid La ciclonica finale di Monaco, che ha chiuso in maniera sorprendente [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Haaland del Manchester City a contrasto con Militão del Real Madrid</em></p>



<p class="has-drop-cap">La ciclonica finale di Monaco, che ha chiuso in maniera sorprendente il cerchio dell&#8217;ultima stagione, ci consente di chiudere un altro cerchio, in attesa del prossimo quinquennio: quello dedicato alle formazioni in grado di lasciare un segno nella storia del football europeo.</p>



<p>Il quinquennio che si apre con la bomba atomica sganciata dal Covid-19, a dispetto delle apparenze, propizia una crescita evidente del calcio italiano, che torna a recitare la parte del protagonista dopo anni in cui il compito di salvare baracca e burattini era stato di competenza esclusiva di una Juventus che, nel nostro Paese, era parsa quasi fuori posto e fuori categoria.</p>



<p>Crescita evidente, dicevo, e che però si è tradotta raramente in risultati concreti a fine stagione: il successo della Roma, che ha paralizzato la capitale per giorni, ha interrotto un digiuno imperdonabilmente lungo, e la trionfale cavalcata atalantina di due anni più tardi ha segnato un altro punto importante a favore del football italico, ma resta l&#8217;amaro in bocca per la competizione regina, che ha visto l&#8217;Inter-camaleonte allestita dal demiurgo Inzaghi perdersi sul più bello in diverse occasioni &#8211; e se Istanbul 2023 ha comunque potuto soffiare nelle trombe dell&#8217;orgoglio interista, la partita del 31 maggio rappresenta invece il capitolo più nero e inspiegabile della storia nerazzurra in Europa, un&#8217;umiliazione-boccone amaro che forse non verrà mai digerito del tutto.</p>



<p>Volgendo lo sguardo all&#8217;estero, le questioni di grande interesse sono innumerevoli: il duello verticistico e pirotecnico tra Manchester City e Liverpool in Premier League prelude a quello ancora più spettacolare tra lo stesso City e il Real Madrid in Europa. Il Bayern Monaco non ritrova l&#8217;alchimia magica del 2020 e vive di alti e bassi, mentre il Barcellona, perso <strong>Messi</strong>, si affossa in una mediocrità stucchevole, prima che Xavi provi a dare una sferzata e <strong>Hansi Flick </strong>rimetta le cose sui binari giusti. In Francia, il PSG prova a sparigliare le carte con la sua collezione di stelle, ma l&#8217;esperimento non funziona mai del tutto, e sarà invece il meraviglioso collettivo allestito da <strong>Luis Enrique</strong>, un uomo ferito dalla vita e per questo ancora più ammirevole, a riscrivere la storia.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2020-2021</h2>



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<p>Il <strong>Manchester City</strong> scivola sulla buccia di banana-Chelsea in due occasioni cruciali, una delle quali ancora brucia nel cuore dei suoi tifosi &#8211; la finale di Champions che si disputa a Oporto il 29 maggio 2021. Ciononostante, l&#8217;imperioso successo in Premier League e alcune manifestazioni di forza, che sono solo il proemio a quello cui si assisterà nelle stagioni successive, mi suggeriscono di regalare al collettivo di Guardiola il primo posto: il suo centrocampo gira come un orologio svizzero e in attacco i numerosi ottimi giocatori a disposizione del tecnico spagnolo gli consentono di segnare una valanga di reti. </p>



<p>A dire il vero, ci sono due squadre che potrebbero sottrarre alla banda-Guardiola la corona: il <strong>Bayern Monaco</strong> di Flick è una macchina da calcio non troppo dissimile da quella che, nell&#8217;anno del Covid, è passata su quasi tutti gli avversari come un caterpillar. La Bundesliga è il consueto soliloquio, in cui la voce principale è ancora quella di un Lewandowski ispiratissimo, e in Champions il Bayern sembra una spanna sopra tutti finché non affronta un PSG che ha imparato a fare a sportellate con le grandi d&#8217;Europa e che, ispirato da Neymar e Mbappé, elimina per questione di dettagli ma con merito la corazzata bavarese.</p>



<p>Per larghi tratti parrebbe proprio il <strong>PSG</strong> la squadra migliore d&#8217;Europa, e invece in semifinale la banda di Tuchel si fa imbrigliare da un Manchester City più cinico e meno spettacolare del previsto, che tira i remi in barca e approfitta di alcune distrazioni difensive dei parigini. Se aggiungiamo che la Ligue 1 scivola dalle mani dello squadrone &#8211; merito di un Lilla sorprendente, ma demerito di un PSG svagato nel finale &#8211; diventa difficile per noi assegnare a detto squadrone qualcosa di più di un comunque onorevole terzo posto.</p>



<p>Il <strong>Chelsea</strong> sfiora la FA Cup e poi conquista l&#8217;Europa, a sorpresa, dopo aver eliminato con autorevolezza il Real e dopo aver messo le ganasce al City in finale. Trascinato da un Kanté che ha il dono dell&#8217;ubiquità e da alcune meteore destinate a scomparire dai radar a tempo di record (il pur talentuoso Mount), il team londinese si prende una fetta di cielo e porta nella capitale del Regno la seconda Champions della sua storia.</p>



<p>Mr. Campionato Antonio Conte, sbarcato nella Milano nerazzurra un anno prima, chiude il lungo e imperioso ciclo italico della Juventus: abilissimo come sempre nel trovare la quadratura del cerchio in tempi record, Conte consente alla sua <strong>Inter</strong> di spiccare il volo e di vincere un titolo meritato. L&#8217;avventura europea sorride decisamente meno ai milanesi, ma poco male: dopo un lungo digiuno e dopo tante stagioni avvolte dalla nebbia della mediocrità, l&#8217;Inter è tornata tra le grandi.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2021-2022</h2>



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<p>Le semifinali disputate e perse nella primavera del 2022 hanno tormentato a lungo i sogni dei tifosi del <strong>Manchester City</strong> e del loro deus ex machina, ma restano una delle pagine più memorabili della storia recente del calcio, e d&#8217;altra parte il Manchester City del 2022 è una macchina da calcio quasi senza eguali: ispirata da un De Bruyne che cammina sulle nuvole, la banda di Pep gioca un calcio immaginifico, spettacolare, e prevale di un punto sul Liverpool di Klopp, al termine del duello di campionato più bello degli ultimi anni.</p>



<p>Al secondo posto un ex aequo: il <strong>Liverpool</strong> di Klopp, che si prende la FA Cup a tuttavia perde per dettagli sia la Premier che la finale di Champions, è un collettivo che fa del forcing e del gegenpressing le sue armi cruciali, e trova in un Salah ispiratissimo, così come in un grande Mané, gli uomini chiave. Alcune espressioni di gioco nel corso della stagione sono rock&#8217;n&#8217;roll anfetaminico purissimo.</p>



<p>Sempre al secondo posto, non può mancare il <strong>Real Madrid</strong>, che Carletto Ancelotti plasma con la sapienza e l&#8217;acume che da sempre sono le frecce migliori nella sua faretra. Trascinato da un centometrista immarcabile come Vinicius Jr., da un Luka Modrić redivivo e soprattutto da un Courtois versione Buffon e dal Benzema più ispirato e letale della carriera, il Real Madrid gioca a carte con la morte sportiva in tutti i turni a eliminazione diretta, e incredibilmente riesce sempre a prevalere. La Liga conquistata senza affanni davanti a un Barcellona orfano di Messi e mai davvero in corsa completa una stagione che per i blancos è da incorniciare.</p>



<p>Il <strong>PSG</strong> delle stelle si è divorato le mani per almeno tre anni per quanto accaduto agli ottavi del febbraio 2022: nonostante un Messi bolso e un Neymar more solito reduce da alcuni acciacchi, il PSG domina per 150 minuti su 180 il Real Madrid, ma viene travolto dall&#8217;onda bianca nel finale di gara, complice un errore di Donnarumma propiziato da un intervento probabilmente falloso di Benzema. La Ligue 1 vinta in scioltezza, con 15 punti di margine, salva la stagione, ma non toglie l&#8217;amaro in bocca: 2020 a parte, se mai c&#8217;è stato un anno in i parigini avevano le carte in regola per arrivare in fondo e vincere, fino al recente successo, quell&#8217;anno è stato il 2022.</p>



<p>La serie A assiste a un derby dall&#8217;esito inatteso, ma personalmente fatico ad annoverare le due milanesi tra le squadre migliori d&#8217;Europa: nonostante alcune follie strategiche di un Nagelsmann che fa sembrare Flick un allenatore conservativo, credo che la quinta squadra del 21/22 sia il <strong>Bayern Monaco</strong>,  un Bayern che spesso scende in campo con quattro mezzepunte e con un centravanti e che è una macchina da gol in ogni torneo, pur vincendo &#8220;solo&#8221; la Bundesliga.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2022-2023</h2>



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<p>Nell&#8217;anno dello storico treble la corona spetta in maniera indiscutibile al <strong>Manchester City</strong>, che forse perde qualche centimetro, in termini di pura estetica, rispetto al 21/22, ma che con il corazziere Haaland a seminare il panico nelle aree di rigore avversarie domina la scena segnando caterve di gol e portando a casa un risutato storico. Le due lezioni di calcio con cui il City regola Bayern e Real Madrid sono destinate a rimanere negli annali molto a lungo.</p>



<p>La Liga gli scivola dalle mani e finisce in quelle del Barcellona di Xavi, forse il più cinico di sempre, e in semifinale il City lo riduce a team di rango inferiore, ma risulta comunque difficile escludere dal novero delle grandissime dell&#8217;anno il solito <strong>Real Madrid</strong>, un Real orfano del Benzema incontenibile di un anno prima e che si affida sempre di più alle scorribande palla al piede di un fenomeno come Vinicius Jr, oltre che ai suoi grandi vecchi del centrocampo. Manca la zampata finale, ma il Real resta una squadra di primissimo rango.</p>



<p>L&#8217;<strong>Inter </strong>di Simone Inzaghi, forse l&#8217;unico vero erede di Carletto Ancelotti, inizia a bussare alla porta delle grandi: in campionato non può reggere il passo di un <strong>Napoli</strong> spettacolare e che merita a sua volta il posto in graduatoria, un Napoli costruito dalle mani sapienti del demiurgo Spalletti e che per almeno quattro mesi è la miglior squadra d&#8217;Europa (con Kvara e Oshimen che dipingono calcio), ma in Champions cambia marcia (l&#8217;Inter) e si accredita quale meritata finalista. Visto il totale controllo del gioco che il City ha messo in atto contro Bayern e Real, tutti a Instanbul si aspettano una disfatta nerazzurra, e invece la banda di Simone gioca bene le sue carte e sfiora anche il pareggio.</p>



<p>Dopo tanti anni, torna a far sentire la sua voce anche l&#8217;<strong>Arsenal</strong>: il giovane Arteta siede da qualche tempo sulla sua panchina, è cresciuto nel mito del suo mentore Guardiola e per larghi tratti consente ai redivivi Gunners di esprimere, con il Napoli, il calcio migliore del continente. Nel finale la maggiore forza ed esperienza del City fa la differnza, ma l&#8217;Arsenal chiude a pochi punti dai campioni dopo aver dato loro del filo da torcere, e questo senza disporre di una squadra di fenomeni.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2023-2024</h2>



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<p>Confesso di essermi grattato a lungo la testa per scegliere la squadra migliore, perché, nello scontro diretto, il Manchester City ha dimostrato di avere qualcosa di più del <strong>Real Madrid</strong>, ma il double conquistato dagli spagnoli mi suggerisce di assegnare a loro il primo posto: profondamente rinnovati in alcuni ruoli chiave, trascinati da un Kroos serafico, da un Rodrygo che si consacra tra i grandi, da un Vinicius Jr. incontenibile nelle giornate di vena e da un Bellingham universale, oltre che dal solito Courtois, i Blancos si riprendono d&#8217;autorità la Liga e vincono per l&#8217;ennesima volta la Champions, al termine di un percorso faticoso e anche fortunoso, ma in cui hanno dimostrato la tempra della grandissima squadra.</p>



<p>Il <strong>Manchester City </strong>meriterebbe il primo posto tanto quanto i madrileni, perché conquista la quarta Premier consecutiva, impresa titanica ovunque e mai riuscita a nessuno in Inghilterra, e in Champions viene eliminato ai rigori dopo una grandissima gara. De Bruyne, Haaland e Bernardo giocano un calcio superlativo e il collettivo gira, come di consueto, quasi sempre a meraviglia.</p>



<p>Il terzo gradino del podio spetta al<strong> Bayer Leverkusen </strong>&#8220;inventato&#8221; di sana pianta dal giovane mago della panchina Xabi Alonso (un altro centrocampista, un altro spagnolo). L&#8217;impresa da consegnare ai posteri i renani la portano a termine in Germania, perché scrivono la parola fine sull&#8217;interminabile egemonia bavarese e lo fanno con pieno merito, dando spettacolo, schiacciando letteralmente nella loro area quasi tutti gli avversari con un calcio che secondo il suo mentore è figlio di quello di Guardiola ma si ispira anche al pressing altissimo di Klopp e alle strutture proteiformi di quello di Diniz e di una certa tradizione carioca. La finale persa malamente contro la splendida <strong>Atalanta</strong> di Gasperini (che meriterebbe un posto in graduatoria, potrebbe soffiarlo al PSG) lascia un po&#8217; di amarezza ma toglie poco a una stagione per il resto trionfale.</p>



<p>L&#8217;<strong>Inter</strong> paga un po&#8217; la rata al mutuo della fortuna contro i Colchoneros in Champions, ma si consacra e conferma come una squadra straordinaria: in serie A fa letteralmente il vuoto, trascinata soprattutto da un Lautaro titanico, e il calcio post-italianista di Simone Inzaghi è uno spettecolo di qualità, solidità, duttilità e concretezza.</p>



<p>Il <strong>PSG</strong> controlla di autorità una Ligue 1 sempre più complicata ed equilibrata del solito (non è un caso se le francesi in Champions daranno del filo da torcere anche a formazioni più attrezzate), e in Champions sfiora la seconda finale della sua storia, ma viene superato da un Dortmund più solido e brillante. Mbappé si conferma un fenomeno planetario, ma le sapienti mani di Luis Enrique (un altro centrocampista, un altro spagnolo) forgiano la superiore intelligenza del calcio di Vitinha, che si consacra campione, e aiutano Dembelé a mettere finalmente a frutto il suo stralunato talento. Diciamo che il quinto posto è assegnato a pari merito con l&#8217;<strong>Atalanta</strong>, che vince un&#8217;Europa League al termine di un cammino irto di ostacoli e degno di quelli della vecchia UEFA, dominando a sorpresa in finale il Leverkusen con un Lookman stratosferico.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2024-2025</h2>



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<p>Il <strong>PSG</strong> si prende l&#8217;Europa quando nessuno se lo aspetta più, dopo la fine dell&#8217;era dei Big Three e dopo essere diventato un collettivo rodatissimo: Vitinha è il deus ex machina di una squadra che lavora sull&#8217;eredità del tiki taka e del calcio latino rendendoli più aggressivi e puntando sulla velocità incontenibile di un Dembelé stellare e vero uomo più, di uno Kvara che si conferma campione e del giovane, arrembante Doué. La finale di Monaco chiude come se fosse un sogno felliniano una stagione che negli ultimi mesi vede i francesi giocare un calcio siderale.</p>



<p>Per la verità, nel corso della stagione la palma di squadra spettacolo per eccellenza spetta al <strong>Barcellona</strong>, che Hansi Flick ribalta come un guanto dopo diversi anni difficili, pur rimanendo fedele al suo storico canovaccio cruijffiano, e che porta a incantare gli spettatori di tutto il mondo con un gioco che alterna fraseggio, aggressione alta e velocità negli spazi come raramente si era visto in precedenza (forse mai). il talento precocissimo di Yamal esplode in tutta la sua naturalezza, Lewandowski segna come se avesse cinque/sei anni in meno, Raphinha diventa un campione di statura mondiale e in mezzo al campo Pedri perfeziona la sua metamorfosi nell&#8217;erede di Iniesta. Le due semifinali leggendarie con i nerazzurri sono un ricordo &#8220;doloroso&#8221; per i tifosi blaugrana, ma tolgono poco a una stagione che si chiude comunque con tre trofei e una Liga vinta in maniera stordente.</p>



<p>Il <strong>Liverpool</strong> soffre il PSG ed esce ai rigori ma meritatamente dalla Champions; questo però riduce solo in parte il valore della sua stagione: reduce da due annate di vacche magre, il Liverpool vince d&#8217;autorità una Premier mai in discussione, e rinnova il canovaccio lasciato in eredità da Klopp grazie alle intuizioni di Slot. Ispirato dai ghirigori magici di Diaz e soprattutto da un Salah in versione titano, il Liverpool merita un posto nella cinquina, così come lo merita l&#8217;<strong>Inter</strong>, nonostante l&#8217;umiliante sconfitta di alcuni giorni fa.</p>



<p>La squadra di Simone Inzaghi mette in mostra un grande calcio e regala ai suoi tifosi quattro serate indimenticabili tra quarti e semifinale, ma per farlo si logora e, complici i limiti della rosa, finisce per perdere anche uno scudetto che era alla sua portata. Ciò non toglie che i nerazzurri meritino di figurare, a mio parere, in questa lista.</p>



<p>Il quinto posto a mio avviso compete al <strong>Bayern Monaco</strong>, ancora una volta tra le grandi della stagione, anche perché torna a prendersi la Bundesliga, ma ancora una volta meno incisivo di altre squadre nelle fasi calde in Europa.</p>



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		<title>I filosofi del calcio &#8211; i 10 calciatori greci più grandi dell&#8217;era moderna</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/11/14/i-filosofi-del-calcio-i-10-calciatori-greci-piu-grandi-dellera-moderna.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Nov 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La Grecia occupa un posto centrale nella storia d&#8217;Europa, della cultura e del pensiero occidentale, ma il suo rapporto con lo sport più popolare del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
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<p class="has-drop-cap">La <strong>Grecia</strong> occupa un posto centrale nella storia d&#8217;Europa, della cultura e del pensiero occidentale, ma il suo rapporto con lo sport più popolare del Vecchio Continente è da sempre conflittuale. Se si parla di calcio, non esistono i campioni ammirati nella pallacanestro; frugando nella storia, infatti, non si scovano fenomeni di statura planetaria, non si trova nessun Greak Freak, alias<strong> Giannis Antetokounmpo</strong>, e se è vero che il successo ottenuto <em>against all odds</em> in Portogallo vent&#8217;anni fa ha scritto la pagina più improbabile della storia del calcio (e sicuramente della storia del calcio per nazionali), anche quel trionfo inatteso viene quasi sempre citato in chiave denigratoria, o come esempio della casualità che a volte decide di intervenire a gamba tesa sul destino e di sovvertirlo.</p>



<p>La Grecia ha sempre vissuto un po&#8217; ai margini del grande calcio, e le sue squadre di club, benché capaci di conseguire sporadicamente risultati discreti e di raggiungere in alcune occasioni le fasi finali dei tornei continentali, non hanno scritto la storia con la S maiuscola, non sono le protagoniste di imprese e successi memorabili, non fanno parte di nessuno gotha. La stessa identità del calcio greco mi è sempre parsa poco chiara, il loro è un <em>mediterraneismo</em> anomalo, che ha qualcosa in comune con il nostro culto della difesa (del resto, Italia e Grecia sono la culla della civiltà europea moderna), ma che ricorda anche il calcio balcanico e quello arabo, e raramente ha brillato sul piano della qualità. Raramente, appunto: non mancano nell&#8217;Olimpo dei campioni ellenici giocatori tecnicamente sublimi, campioni figlio di un dio minore che nelle patrie del calcio, con i loro nomi esotici e intraducibili, assomigliano sempre a dei carneadi, e che però possiedono un fascino misterioso tutto loro, qualcosa che ha a che fare con il mondo antico che sembra averli partoriti. Eccovi dunque i nomi dei massimi giocatori greci dell&#8217;era moderna.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">1) Vasilis Chadzipanagis</h2>



<ol class="wp-block-list">
<li></li>
</ol>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Vasilis Hatzipanagis, Vasia [Goals &amp; Skills]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/InKPCuH6uWI?start=124&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p><strong>Vasilis Chadzipanagis</strong>, ovvero &#8220;&#8221;Il mago&#8221;, o anche il <em>Nureyev del calcio</em>, o il <em>Maradona greco</em>, per i suoi ammirati tifosi. <em>Vasia</em> merita non solo la prima posizione ma anche un capitolo a parte, anche perché molti lo ritengono il più forte calciatore greco di ogni epoca nonostante non fosse greco di nascita e, oltretutto, non abbia mai indossato la maglia di una delle tradizionali grandi del calcio ellenico. <strong>Vasilis</strong> era nato in Urss, dove la sua famiglia era emigrata dalla Grecia per motivazioni politiche negli anni &#8217;50 ed è in terra sovietica che inizia la carriera nelle file del Paxtakor (era nato nell&#8217;attuale Uzbekistan). </p>



<p>Le sue prestazioni (viene accostato al grande Oleg Blochin) lo porteranno nella nazionale Under 21 dell&#8217;Urss con cui gioca 4 partite e segna un gol nel 1975, ma quella breve parentesi gli impedirà in futuro di indossare la maglia della nazionale greca, se non per due amichevoli: la prima nel 1976 e la seconda tanti anni dopo, nel 1999, una sorta di &#8216;premio&#8217; da parte della federazione del suo paese per un calciatore indimenticabile. Nel 1975 si trasferisce nel paese d&#8217;origine della sua famiglia e gioca per l&#8217;Iraklis di Salonicco, e l&#8217;anno successivo prende la cittadinanza greca. </p>



<p>Giocherà con la stessa squadra fino al 1991 e vincerà una Coppa di Grecia. Le cronache degli anni &#8217;70 e &#8217;80 raccontano che non ci sia stadio che non si riempia per vederlo giocare: tocco di palla delizioso, doti funamboliche, micidiale nell&#8217;uno contro uno, puntuale nel fornire assist ai compagni, il classico numero 10 da sogno. Per lui 62 gol in 281 gare di campionato. I critici sono abbastanza concordi: se avesse avuto un palcoscenico più ampio e se fosse stato notato da un top club europeo si parlerebbe di lui oggi come uno dei più forti calciatori di sempre del Vecchio Continente. In realtà leggenda vuole che almeno un paio di società estere avrebbero tentato di acquistarlo e tra queste anche la Lazio e l&#8217;Arsenal, ma sarebbe stato lui stesso a decidere di non lasciare Salonicco per una sorta di &#8220;debito di riconoscenza&#8221; verso una tifoseria che lo ha amato alla follia.&nbsp;</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">2) Dīmītrios Papaïōannou</h2>



<p></p>



<p><strong>Dīmītrios &#8220;Mimis&#8221; Papaïōannou</strong> è stato votato dalla Fifa come il miglior calciatore greco del XX secolo, dopo aver speso la carriera per intero con l&#8217;AEK Atene, di cui è il miglior marcatore di sempre con 234 gol. L&#8217;attaccante originario della Macedonia greca ha vestito la maglia giallonera nell&#8217;AEK per quasi 20 anni, dal 1961 al 1980 vincendo 5 campionati e tre coppe di Grecia e per due volte è stato il capocannoniere del massimo campionato ellenico. Con la nazionale ha segnato 21 gol in 61 partite, e ancora oggi è ritenuto il miglior uomo gol mai nato nella casa della filosofia.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">3) Dīmītrīs Saravakos</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Dīmītrīs Saravakos, The Kid [Best Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/deBeuXwOZ9Q?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p><strong>Dīmītrīs Saravakos </strong> il <em>bambino</em>, autentica leggenda del Panathinaikos e del calcio greco, cresce nelle file del Panionios, viene acquistato dalla formazione ateniese nel 1984 e al Panathinaikos gioca fino al 1994, segnando 125 reti in 252 partite. Vince tre campionati e otto coppe di Grecia. Nel 1994 passa all&#8217;AEK Atene dove gioca tre stagioni e vince altri due campionati. Torna al Panathinaikos nella stagione 1997-98 al termine della quale si ritira. Con la nazionale greca gioca 78 partite e segna 22 gol. Saravakos è stato capocannoniere della Coppa Uefa nella stagione 1987-88 (ne sanno qualcosa i tifosi della Juventus, cui ha segnato un gol capolavoro) e del campionato greco nella stagione 1990-91.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">4) Thomas Mavros</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Θωμάς Μαύρος (1976-1987) Συλλογή γκολ με την ΑΕΚ" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/ehVwXSn5L-M?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p><strong>Thomas Mavros,</strong> per tutti semplicemente <em>&#8220;Il Dio&#8221;</em>. Suo il record di gol del massimo campionato greco: Thomas ha messo a referto 260 reti in 502 partite. Esplode giovanissimo con la maglia del Panionios nei primi anni &#8217;70; all&#8217;età di 16 anni è il più giovane esordiente del campionato greco e all&#8217;età di 17 diventa anche il marcatore più giovane, quando decide con una sua rete la sfida contro il Pierikos terminata per l&#8217;appunto 1-0. Sempre nel 1971 diventa il calciatore greco più giovane ad aver esordito in una competizione europea, la Coppa Uefa della stagione 1971-72, match contro l&#8217;Atletico Madrid. L&#8217;AEK Atene lo acquista nel 1976 e qui Mavros scrive la sua leggenda: vince due campionati e due coppe di Grecia. In nazionale gioca 36 partite e segna 11 gol e fa parte della squadra che conquista la storica qualificazione agli Europei del 1980. Nel 1987 torna al Panionios dove la sua carriera iniziata e a giudicare dai 51 gol in 89 gare di campionato è tutt&#8217;altro che un giocatore sul viale del tramonto. Si ritira nel 1991.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">5) Antōnīs Antōniadīs</h2>



<p></p>



<p>Capocannoniere della Coppa dei Campioni del 1971,<strong> Antōnīs Antōniadīs</strong> è forse il miglior uomo gol puro mai nato nella terra di Ulisse. Implacabile opportunista, ha dimostrato di poter fare la differenza anche sui più esigenti palcoscenici europei e in patria ha fatto il vuoto, collezionando titoli di capocannoniere e trofei, come dimostra il secondo posto nella classifica della Scarpa d&#8217;oro del 1971/1972. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">6) Giōrgos Koudas</h2>



<p></p>



<p><strong>Giōrgos Koudas,</strong> soprannominato <em>&#8216;Alessandro Magno</em>&#8216; per la sua origine macedone e per la sua combattività sul campo, è un altro nome da cui questa lista non può prescindere: trequartista o mezzapunta di grandi doti tecniche, icona del PAOK Salonicco con cui aveva esordito giovanissimo nel 1963 e con la cui maglia si ritira dal calcio giocato nel 1984, dopo oltre venti stagioni e 600 partite, Koudas viene conteso negli anni d&#8217;oro dai grandi club di Atene, ma la dirigenza del PAOK declina qualunque offerta pur di tenerlo in squadra. Farà parte della nazionale greca agli Europei del 1980, e complessivamente le sue gare con la Grecia saranno 44. Dopo aver appeso le scarpette al chiodo tornerà a indossare la maglia della nazionale nel 1995 in un&#8217;amichevole contro la Jugoslavia, evento che lo farà diventare il giocatore più anziano ad essere sceso in campo in un match internazionale (aveva 48 anni), un record che gli verrà tolto da George Weah nel 2018. Nella sua bacheca figurano un campionato e due coppe di Grecia vinte con il PAOK.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">7) Theodōros Zagorakīs</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Theodoros Zagorakis • Euro 2004 Player of the Tournament • Best Skills &amp; Assists" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/scgPNnz3Yp0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Nome noto al grande pubblico sia italiano che europeo per l&#8217;essenziale contributo fornito al momento più alto della storia del calcio greco, <strong>Theodōros Zagorakīs</strong> è stato un tuttocampista (schierato da ala destra ma anche da cursore e da mediano) di grande qualità, bandiera del PAOK e dell&#8217;AEK durante due diverse fasi della carriera, tra anni &#8217;90 e 2000. La sua esperienza in Inghilterra, al Leicester, è decisamente positiva: ancora oggi i tifosi lo ricordano con ammirazione per le doti di corsa e le buone capacità in fase di impostazione del gioco; peraltro, con il greco nel motore, il club delle Midlands ha giocato due finali consecutive di League Cup, vincendone una. Se la sua avventura a Bologna è stata incolore, a garantirgli un posto nella decina provvede il suo eccezionale Euro 2004: posseduto dallo spirito che sarà di Kante, il greco pare possedere il dono dell&#8217;ubiquità ed è votato miglior giocatore del torneo per nazionali (e anche della finale) più anomalo di sempre.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">8) Angelos Charisteas</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Soccer Legend : Angelos Charisteas" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/nAvB2uupF4c?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Pur meno prolifico di altri grandi numeri nove greci, <strong>Charisteas</strong> merita di figurare in graduatoria perché ha segnato il gol più importante della storia del calcio greco, a Lisbona nel 2004, e anche perché è stato un ottimo centravanti classico, capace di dire la sua anche al di fuori del suo paese: nonostante alcune difficoltà di ambientamento, infatti, le esperienze di Angelos in Germania e in Olanda sono state nel complesso positive, e questo lo rende uno dei giocatori ellenici dal curriculum internazionale più invidiabile. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">9) Dīmītrīs Domazos</h2>



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<p><strong>Dīmītrīs Domazos</strong>, detto &#8216;<em>Il Generale</em>&#8216;, è stato il centrocampista chiave e il leader in campo di quel Panathinaikos autore di una splendida cavalcata nella Coppa dei Campioni 1970-71, cavalcata che porterà la formazione ateniese a giocare la finale di Wembley poi persa con l&#8217;Ajax. La sua lunghissima e luminosa carriera lo porterà a indossare i colori del &#8216;Trifoglio&#8217; per oltre 20 anni, con 9 campionati e 3 coppe di Grecia in bacheca. Nel 1978 lascia il Panathinaikos per l&#8217;AEK dimostrando, alla veneranda età di 37 anni, di essere ancora capace di far girare una squadra: sulla sponda giallonera di Atene vince infatti il suo decimo campionato. In nazionale colleziona 50 partite. &#8216;<em>Mimis</em>&#8216; era un trequartista in grado comunque di giocare anche in diverse posizioni di metacampo.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">10) Giōrgos Siderīs</h2>



<p></p>



<p><strong>Giōrgos Siderīs</strong> è stato un altro altro prolifico attaccante in forza all&#8217;Olympiacos, squadra con cui fece il suo esordio alla fine degli anni &#8217;50. Due volte campione di Grecia e tre volte capocannoniere del campionato, è il primo calciatore ellenico acquistato da una squadra estera, l&#8217;Anversa con cui gioca nella stagione 1970-71. Una carriera decennale in nazionale con cui mette a segno 14 gol in 28 gare.</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Citazioni d&#8217;onore</h3>



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<p>Meritano una citazione d&#8217;onore e potrebbero benissimo scalzare qualcuno della top 10:<strong> Ilias Rosidis</strong>, icona dell&#8217;Olympiacos Pireo tra la fine degli anni &#8217;40 e i primi anni &#8217;60. Definito il primo terzino del calcio greco, nel senso moderno del ruolo, e lo escludiamo dalla decina perché di fatto oggi è quasi impossibile vederlo; <strong>Kostas Nestoridis</strong>, implacabile bomber dell&#8217;AEK Atene tra gli anni &#8217;50 e &#8217;60, autore di 172 gol in 208 partite di campionato con la squadra giallonera, anche lui escluso solo perché di fatto gioca prima che esista una vera copertura televisiva; il talentuoso <strong>Giōrgos Karagkounīs</strong>, escluso solo per motivi di spazio, un centrocampista di classe che abbiamo ammirato anche in Italia; il funambolico <strong>Grīgorīs Geōrgatos</strong>, il <em>Roberto Carlos ellenico</em>, l&#8217;uomo che planò sul pianeta Inter come una stella e che però ha avuto il destino di una cometa; <strong>Antōnīs Nikopolidīs</strong>, eroe dei due mondi (Panathinaikos e Olympiacos) e per una vita estremo difensore della nazionale, anche a Euro 2004; <strong>Traïanos Dellas</strong>, statuario centrale che ha fatto bene anche in Italia, decisivo a Euro 2004; il suo erede <strong>Kōstas Manōlas</strong>, baluardo difensivo di Napoli e Roma e vagabondo del calcio capace di indossare la maglia di diversi club ateniesi.</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-right"><strong><em>Con il contributo fondamentale di </em>ELISA LACOMBE</strong></p>



<p></p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/11/14/i-filosofi-del-calcio-i-10-calciatori-greci-piu-grandi-dellera-moderna.html">I filosofi del calcio &#8211; i 10 calciatori greci più grandi dell&#8217;era moderna</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>&#8220;La Polonia non morirà finché noi vivremo&#8221;: i dieci calciatori polacchi più grandi del dopoguerra</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/10/27/la-polonia-non-morira-finche-noi-vivremo-i-dieci-calciatori-polacchi-piu-grandi-del-dopoguerra.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Oct 2024 15:17:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Classifiche]]></category>
		<category><![CDATA[Boniek]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Boniek e Lewandowski La Polonia ha quasi sempre galleggiato ai confini della gloria: la sua scuola non ha raggiunto saputo consacrarsi con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/10/27/la-polonia-non-morira-finche-noi-vivremo-i-dieci-calciatori-polacchi-piu-grandi-del-dopoguerra.html">&#8220;La Polonia non morirà finché noi vivremo&#8221;: i dieci calciatori polacchi più grandi del dopoguerra</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Boniek e Lewandowski</em></p>



<p class="has-drop-cap">La Polonia ha quasi sempre galleggiato ai confini della gloria: la sua scuola non ha raggiunto saputo consacrarsi con continuità tra le più prolifiche del Vecchio Mondo, un po&#8217; come è capitato a quella scozzese o a quella portoghese, ma ha saputo attraversare momenti, a volte veri e propri decenni di splendore che la collocano comunque in una posizione alta, nella storia del football europeo.</p>



<p>Un po&#8217; come è accaduto agli olandesi, anche i polacchi sono giunti a maturazione relativamente tardi, dopo che per decenni la fitta bruma dell&#8217;anonimato (resa ancora più spessa dalla Cortina di Ferro) li aveva resi un oggetto misterioso agli occhi di noi europei occidentali. La sporadica apparizione ai mondiali di Francia del 1938, infatti, era stata il preludio a una lunga serie di assenze e di delusioni, finché a inizio anni &#8217;70 la storia ha deviato il proprio corso: sorprendenti e imprevedibili come gli olandesi, e oscurati forse un pochino proprio dalla fulgida stella arancione, i polacchi hanno trovato la formula magica e visto esplodere diversi campioni a inizio anni &#8217;70, e si sono confermati a lungo una delle formazioni di riferimento del calcio mondiale.</p>



<p>Dopo Messico 1986, la loro produzione di talenti ha subito un inatteso e rapido declino, ma ciò non toglie che, anche nelle ultime decadi, a Varsavia e dintorni siano nati alcuni giocatori di spessore e almeno un fuoriclasse.</p>



<p>Ecco a voi, quindi, quelli che noi riteniamo i primi dieci calciatori polacchi di sempre.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">1) Robert Lewandowski</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<p></p>



<p>La scelta del giocatore in pole position è stata complicata e possiamo dire che, nei fatti, Robert e il secondo in graduatoria tagliano insieme il traguardo. Quando si paragonano giocatori che hanno dato il loro meglio in un calcio che funziona ed è organizzato in modo molto diverso, e quando i valori tecnici sono simili, scegliere è davvero solo questione di sensazioni, e quando si deve decidere chi premiare tra <strong>Lewandowski</strong> e Deyna, inevitabilmente, si deve lanciare una monetina. Del centravanti che ancora oggi sta collezionando reti in quel di Barcellona conosciamo tutto: giovane e rampante stella del Dortmund di <strong>Klopp</strong>, ha vissuto con il Bayern le stagioni migliori, che avrebbero dovuto e potuto fruttargli un pallone d&#8217;oro, e il suo crepuscolo catalano è inaspettatamente il terzo grande pezzo del puzzle della sua carriera. Letale sotto porta, mobile e capace di contribuire allo sviluppo della manovra, praticamente immarcabile in giornata, <strong>Lewandowski </strong>ha un rapporto più complicato con la Polonia.</p>



<p>Vero, ha collezionato in maglia bianca l&#8217;incredibile cifra di 84 reti, ma, complice una nazionale non sempre all&#8217;altezza, ha davvero convinto solo a Euro 2020 (nel 2021, quindi), quando ha fatto tutto ciò che era in suo potere per aiutare i suoi. Particolarmente indigeste mi sono risultate le scene mute di Euro 2012 e di Euro 2016, due tornei che hanno visto scendere in campo un Robert parso improvvisamente bolso e inefficace: per un centravanti il lavoro della squadra è fondamentale e il sistema costruito da Guardiola a Monaco e a Dortmund da Klopp ne esaltava le doti come la nazionale polacca non poteva fare. In ogni caso, il numero quasi irreale di gol e di giocate pesanti durante le qualificazioni rende più che positiva anche la sua esperienza in maglia biancorossa.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">2) Kazimierz Deyna</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<p></p>



<p>Se parliamo di puro talento e di ciò che un giocatore può dare alla squadra, il generale solitario <strong>Deyna </strong>probabilmente merita la corona anche più di Robert. Li mettiamo alla pari per non scontentare nessuno. Il centrocampista polacco, che aveva il fiuto del gol di una punta, a dispetto dell&#8217;apparenza grigia, degna di un funzionario del governo che ha la faccia un po&#8217; sempre malinconica, e che potrebbe ben figurare in uno degli episodi del Decalogo del suo connazionale <strong>Krzysztof Kieślowski</strong>, è stato il classico giocatore dotato da Madre Natura di una dose sovrabbondante di estro e anche di un po&#8217; di follia &#8211; il suo amore per la bottiglia era noto a tutti, e anche la sua scomparsa in un incidente automobilistico, a soli 41 anni, alimenta il mito del genio irregolare dal tragico destino, un po&#8217; <strong>George Best </strong>e un po&#8217; <strong>James Dean </strong>(<strong>Deyna </strong>è morto a San Diego, in California).</p>



<p>Regista e fromboliere di statura mondiale, uomo gol con pochi eguali tra i centrocampisti, trascorre buona parte della carriera a deliziare i connazionali (la Cortina di Ferro questo imponeva) e lo fa soprattutto quando veste la maglia della Polonia; a onor del vero, <strong>Deyna</strong> vince a fine anni &#8217;60 il primo campionato polacco e, anche se lo ricordano in pochi, diventa un&#8217;attrazione per tutta Europa nel corso della prima Coppa dei Campioni cui partecipa, quando raggiunge le semifinali con il piccolo Legia Varsavia.</p>



<p>In nazionale, Kaziemirz spicca però il volo: vincitore di un Oro Olimpico da capocannoniere, <a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/mondiali/mondiale-1974">nel 1974 disputa un Mondiale impeccabile</a>, che lo vede volteggiare alla medesima altitudine di <a href="https://gameofgoals.it/2021/01/13/johan-cruijff-luomo-orchestra.html"><strong>Cruijff</strong> </a>e soci, e in semifinale la sua Polonia, la seconda squadra più bella del torneo, viene punita dal mefistofelico genio di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2020/10/16/gerd-muller-non-solo-un-bomber-darea.html">Muller</a></strong>, nel corso di una partita spigolosa ed equilibrata. A Montreal, due anni dopo, <strong>Deyna </strong>sarà ancora il faro della Polonia semifinalista del torneo olimpico, e quindi chiuderà di fatto la carriera al top con tre stagioni al Manchester City: l&#8217;avventura inglese aggrava la sua propensione per l&#8217;alcol ma non gli impedisce di regalare sprazzi di grandezza anche al pubblico di Manchester, che ancora oggi lo annovera tra i talenti più puri della sua storia (anche sul piano stilistico, <strong>Deyna </strong>sembra un po&#8217; un&#8217;anticipazione di <strong>De Bruyne</strong>, quasi un<strong> De Bruyne</strong> che ha qualcosa di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/04/30/omaggio-a-sua-maesta-michel-platini.html">Platini</a></strong>). In nazionale, chiude con la cifra sbalorditiva di 41 reti in 97 partite, record clamoroso per un centrocampista che ha numeri inverosimili e che però sarebbe offensivo ridurre ai numeri.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">3) Włodzimierz Lubański</h2>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Włodzimierz Lubański (POL)" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/WzkCKJtBvmc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Tre giocatori sul primo gradino del podio sarebbero stati troppi, ma <strong>Włodzimierz Lubański</strong>, gli occhi dei suoi connazionali, non è stato secondo a nessuno. Bambino prodigio del calcio polacco a inizio anni &#8217;60, tanto da detenere ancora oggi il record di marcatore più giovane della storia della Coppa dei Campioni (segnò nel 1963, a sedici anni), l&#8217;attaccante ha incantato i tifosi del Górnik Zabrze per diversi anni, vincendo una pletora di trofei nazionali e dimostrandosi decisivo anche sui più complicati palcoscenici europei, come dimostrano i due titoli di capocannoniere e la finale raggiunta nel 1970 e persa contro il Manchester City. </p>



<p>Come <strong>Deyna</strong>, il talentuoso attaccante darà il meglio anche in nazionale, facendo collezione di reti e di giocate determinanti &#8211; nel suo carniere ci sono 48 gol e un Oro Olimpico che a Varsavia festeggiano ancora oggi. Nella seconda parte di carriera, il centravanti &#8211; abile nel gioco aereo e molto veloce palla al piede, chirurgico sotto porta &#8211; ha varcato la Cortina di Ferro e militato a lungo in Belgio e poi in Francia, confermandosi un fuoriclasse di caratura internazionale. Il podio, a nostro parere, gli spetta di diritto, e chissà come sarebbe finita in Germania nel 1974 se il centravanti fosse stato sano.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">4) Zbigniew Boniek</h2>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Zbigniew Boniek, Bello di notte [Best Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/eN8owVeQgfU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Il bello di notte <strong>Zbigniew Boniek</strong> è uno dei nomi imprescindibili di questa lista. Una forza della natura in progressione, quasi alla maniera del <strong>Kakà </strong>milanista, si esaltava soprattutto durante le grandi nottate europee ed era un eccezionale quando poteva attaccare lo spazio. Meno prolifico di altri connazionali, forse anche meno dotato sul piano strettamente tecnico, è stato in ogni caso un giocatore di livello internazionale sia durante la prima parte della carriera, vissuta in Polonia e durante la quale viene premiato due volte come giocatore dell&#8217;anno, che in Italia. Il Belpaese lo scopre durante i gloriosi Mondiali di Spagna, quando con una tripletta da campione consente ai suoi di avere la meglio sull&#8217;appiccicoso Belgio e di incoronarsi come leader tecnico della nazionale che poi raggiungerà le semifinali. </p>



<p>Grazie alle prestazioni brillanti in terra iberica, <em>Zibì </em>chiude al terzo posto nella classifica del pallone d&#8217;oro del 1982 ed emigra a Torino, dove si dimostra il perfetto uomo-spalla di Platini; dopo tre stagioni trasloca a Roma si conferma un trascinatore e un discreto uomo gol. Positivo il suo score in nazionale, con 24 reti in 80 partite e l&#8217;inserimento nella formazione ideale di Spagna &#8217;82.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">5) Grzegorz Lato</h2>



<p class="has-medium-font-size"></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Grzegorz Lato [Best Skills &amp; Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/mi109S86cPc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>A proposito di talenti irregolari:<strong> Lato</strong>, con la sua calvizie precoce, i lunghi capelli sulle tempie e le sue scorribande sulla fascia destra, è uno dei simboli anche estetici degli anni &#8217;70. Due volte giocatore polacco dell&#8217;anno, due volte capocannoniere del campionato polacco, talento &#8220;folle&#8221; slavo e tempra prussiana (era nato nei territori che un tempo appartenevano alla Prussia), <strong>Lato </strong>è una delle stelle del calcio mondiale negli anni &#8217;70 e fino a inizio anni &#8217;80, uno dei giocatori chiave della grande Polonia (anche per lui, cifre da capogiro in nazionale: 45 reti in 100 partite). Letale e immarcabile ala in Germania nel 1974 e talento più compassato otto anni dopo in Spagna, <strong>Lato </strong>è rimasto nel cuore degli appassionati per la classe superiore e la grande tempra agonistica, e secondo noi è indiscutibilmente uno dei maggiori calciatori polacchi di ogni epoca.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">6) Andrzej Szarmach</h2>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="TOP 10 Andrzej Szarmach - Gole/Goals [1973-1982]" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/omJF1G2g7ko?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Un&#8217;altra delle perle della generazione d&#8217;oro polacca, <strong>Szmarach</strong> è stato un eroe dei due mondi: bomber implacabile e classico centravanti opportunista e mobile in patria, durante i gloriosi anni &#8217;70, ha lustrato gli occhi dei tifosi dell&#8217;Auxerre nel decennio successivo, imponendosi come uno degli stranieri più prolifici della storia del campionato francese. Anche nel suo caso, la nazionale è un fattore decisivo per l&#8217;inserimento in graduatoria: Andrzej con la Polonia gioca tre mondiali, il primo da grande protagonista (punisce anche gli azzurri) e gli altri due in ogni caso più che discreti, e mette a referto 32 reti in 61 partite, partecipando anche alla brillante spedizione canadese del 1976.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">7) Władysław Żmuda</h2>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="WŁADYSŁAW ŻMUDA. MILCZĄCY STOPER, REKORDZISTA W LICZBIE WYSTĘPÓW NA MUNDIALACH" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/F1yEWcTP5JI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Campione che abbiamo apprezzato anche in Italia, benché in una fase della carriera rovinata da una lunga serie di infortuni, il difensore <strong>Władysław Żmuda</strong> è stato uno dei migliori centrali degli anni &#8217;70 e degli anni &#8217;80. Alto, possente, capace di far male agli avversari con i frequenti inserimenti in area, ha vissuto nel suo paese le stagioni migliori: nominato miglior giovane di Germania Ovest 1974, quando torreggia in mezzo all&#8217;area puntellando la difesa e regalando serenità ai suoi talentuosi compagni offensivi, il centrale vince per tre volte in campionato polacco ed è una colonna della nazionale anche nei due mondiali successivi. </p>



<p>Dopo l&#8217;ottimo torneo iridato di Spagna, si trasferisce a Verona e al debutto cancella dal campo <strong>Giordano</strong>, facendo sognare i suoi tifosi, ma si tratta purtroppo di un&#8217;illusione: il campione polacco si spacca infatti subito dopo l&#8217;esordio e la sua stagione sarà un calvario, dal quale il giocatore potrà stanare solo sette presenze. Più felice ma comunque tormentata la sua parentesi alla Cremonese, quando si vede in campo l&#8217;ombra del campione che era stato, ma in ogni caso un giocatore ancora meritevole di essere convocato in nazionale per Messico 1986, torneo che però lo vedrà scendere in campo solo per sei minuti. Il grigio crepuscolo toglie poco al suo valore tecnico e alla tempra tecnica e atletica dimostrata in patria e in nazionale per un decennio.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">8) Robert Gadocha</h2>



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<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Robert Gadocha ● Amazing Polish Winger ●  Skills , Dribbling ,assists in 1974 FIFA World Cup" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/SyB2XB6Uq5o?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Altro protagonista degli anni d&#8217;oro del calcio polacco, <strong>Robert Gadocha</strong> era un po&#8217; il Garrincha <em>mancino</em> della meravigliosa nazionale degli anni &#8217;70, forse il più dotato in termini di puro estro e di capacità di saltare l&#8217;avversario, anche se il meno prolifico sotto porta. I successi e i tornei esaltati disputati dalla Polonia durante il decennio portano anche la sua firma, e dopo una lunga carriera in patria con la maglia del Legia Varsavia, con cui raggiunge anche una semifinale di Coppa dei Campioni, Gadocha ha giocato per due anni nel campionato francese, prima di emigrare a Chicago e di chiudere una carriera che lo colloca di diritto in questa top ten.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">9) Jan Tomaszewski</h2>



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<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Jan Tomaszewski, Tomek [Best Saves]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/8QjiNZ81950?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Tra gli innumerevoli candidati credo che i più meritevoli per le ultime due posizioni possano essere due portieri. Il primo è lo spettacolare ed eccentrico <strong>Tomaszewski,</strong> un paladino della modernità quanto il collega Jangbloed, ma decisamente più efficace tra i pali, nonostante una certa propensione alle mattane. Spregiudicato, plateale, acrobatico, bravo con i piedi, il polacco è stato un tassello fondamentale della grande nazionale ammirata negli anni &#8217;70, anche per la leggendaria prestazione di Wembley contro gli inglesi, a conti fatti uno spareggio deciso da quattro suoi interventi da applausi. Il suo stile del tutto anticonvenzionale gli valse anche molte critiche, ma Jan non era la persona che si lasciava irretire dai detrattori, e la sua bravura, in ogni caso, metteva tutti d&#8217;accordo.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">10) Wojciech Szczęsny</h2>



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<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Wojciech Szczesny’s Best Saves | Top Saves | Serie A 2022/23" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/1qwRHQ8dRE0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Meno bizzarro e meno folle, ma altrettanto grande tra i pali è stato il &#8220;codice fiscale&#8221; <strong>Wojciech Szczęsny</strong>, che secondo noi si può accomodare tra i grandi calciatori polacchi. Forte dei suoi 196 centimetri, è stato (e può ancora essere, in maglia blaugrana) un estremo difensore di grande efficacia e completezza, la cui carriera parla da sola: tra Londra, Roma e soprattutto la felicissima esperienza torinese, il polacco si è consacrato stabilmente come uno dei migliori portieri del mondo, eccezionale nei fondamentali e per la capacità di rimanere sempre concentrato, e in grado di non far rimpiangere, sotto la Mole, un certo <strong>Buffon</strong>. </p>



<p>La sua lunga avventura in nazionale mi suggerisce di preferirlo a diverse riserve di lusso: <strong>Kamil Glik</strong>, ottimo centrale che spicca per doti aeree e che, oltre a essere una colonna della nazionale, si è dimostrato un giocatore di spessore sia in Polonia che in Francia; <strong>Ernst Pohl</strong>, che avrebbe meritato una presenza in top 10, ma che paga il fatto di aver giocato a cavallo tra l&#8217;età della radio e quella della televisione e di essere quindi oggi difficilmente giudicabile, nonostante sia il recordman di reti del campionato polacco e una leggenda anche della nazionale.</p>



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<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Menzioni d&#8217;onore</h3>



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<p><strong>Jakub Błaszczykowski</strong>, due volte giocatore dell&#8217;anno del suo paese, solidissimo centrocampista che a Dortmund venerano come uno dei loro idoli maggiori, protagonista dello squadrone allestito da <strong>Klopp</strong> e bandiera della sua nazionale; il raffinato, cerebrale <strong>Piotr Sebastian Zieliński </strong>è un altro giocatore che deve quantomeno accomodarsi in panchina: sul piano tecnico, sono nati pochi giocatori più dotati di lui in Polonia, e il grande Napoli ammirato nel corso dell&#8217;ultimo decennio, in particolare quello del titolo, vede nella mezzala polacca un elemento chiave; da ultimo, una menzione per il fratello del mondo<strong> Włodzimierz Smolarek</strong>, attaccante della Polonia semifinalista del 1982 e zingaro del calcio in grado di affermarsi anche in Olanda e in Germania, nonché di incamerare, nel 1984 e nel 1986, il titolo di giocatore polacco dell&#8217;anno; <strong>Jerzy Gorgoń</strong>, il lungo che ha presidiato la difesa della nazionale e del Górnik Zabrze per molti anni, portando a casa diversi titoli polacchi e disputando, in Argentina, un grande mondiale, è un altro pezzo di storia del calcio del suo paese.</p>



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		<title>Le 5 migliori squadre europee dal 2016 al 2020</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2024/10/06/le-5-migliori-squadre-europee-dal-2016-al-2020.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Oct 2024 06:43:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Classifiche]]></category>
		<category><![CDATA[barcellona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: il super Bayern Monaco 2019-2020, che vince tutto Siamo in vista del traguardo: la nostra avventura nella storia del calcio europeo volge [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: il super Bayern Monaco 2019-2020, che vince tutto</em></p>



<p class="has-drop-cap">Siamo in vista del traguardo: la nostra avventura nella storia del calcio europeo volge al termine, e oggi ci addentriamo nella seconda metà degli anni &#8217;10, un periodo che vede il Real imporre sull&#8217;Europa un&#8217;egemonia in parte inattesa, e non sempre indiscutibile sul piano del gioco e del &#8220;modo&#8221;, del &#8220;come&#8221;, ma straordinaria sul piano dei numeri. Nessuno vinceva due Coppe regine consecutive dall&#8217;epoca di Sacchi e vincerne tre è un risultato destinato a rimanere ineguagliato per moltissimo tempo. La seconda metà del decennio assiste anche alla rinascita del calcio inglese, che dopo alcune stagioni balbettanti si riprende lo scettro di campionato più competitivo, anche perché in Inghilterra traslocano i due massimi progettisti e collettivisti degli ultimi anni (<strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/04/19/grandezza-e-limiti-del-guardiolismo.html">Guardiola </a></strong>e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/05/11/jurgen-klopp-il-disertore.html">Klopp</a></strong>) e la Brexit consente al Regno Unito di defilarsi da alcune stringenti regole comunitarie. Il decennio che si chiude con la prepotente scossa del Covid-19, che rinchiude il mondo dentro una bolla per diversi mesi e condiziona anche gli avvenimenti sportivi per quasi due anni, assiste da ultimo al secondo sextuple della storia del calcio, un sextuple che porta la firma di <strong>Flick </strong>e del suo Bayern Monaco.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">2015-2016</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="[HIGHLIGHTS] LaLiga 2015/16: Real Madrid - FC Barcelona (0-4)" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/hS4M99kAZTQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Il 21 novembre del 2015 il sottoscritto si trova a cercare la mandibola per terra: il <strong>Barcellona</strong>, privo peraltro di un Messi che farà il suo cameo solo nei minuti finali, riempie di meraviglia gli occhi di tutto il mondo dominando il Real a Madrid ed esprimendo un calcio di una bellezza soprannaturale. I due funamboli sudamericani che completano la MSN giocano sulla Luna, e in mezzo al campo un Don Andrés leggermente imbolsito ma ancora capace di sortilegi e invenzioni al bacio domina la partita. Pare che la stagione sia destinata a chiudersi con un altro triplete, anche perché appunto quel 21 novembre manca anche quello che sarebbe il più bravo di tutti: non sarà così, perché i quarti di Champions giocano un brutto scherzo ai catalani, eliminati al termine di due partite durissime ed equilibrate dall&#8217;Atletico e in ogni caso già declinanti da un mesetto buono, ma la Liga resta saldamente nelle loro mani grazie al vantaggio accumulato nel girone d&#8217;andata. In una stagione all&#8217;insegna dell&#8217;equilibrio, credo che il trono possa riservarsi ancora alla squadra <em>blaugrana</em>, per 3/4 della stagione la più bella ed efficace d&#8217;Europa.</p>



<p>L&#8217;avversario più accreditato dei catalani, a mio parere, è il <strong>Bayern Monaco</strong>: in Bundesliga gli avversari li vedono con il binocolo, e il pubblico di Monaco ha la fortuna di assistere ad alcune manifestazioni di onnipotenza che inducono Breitner a proclamare che il Bayern 15/16 ha espresso il miglior calcio della storia bavarese (si ricorda, in particolare, un 5-1 trionfale contro il Dortmund, che chiude secondo). Come spesso accade in quegli anni, tuttavia, il Bayern scivola sul più bello in Europa, ancora una volta in semifinale, ancora una volta eliminato da una squadra spagnola e in questo caso in maniera molto episodica. Per larghi tratti della stagione, in ogni caso, solo il Bayern gioca un calcio accostabile a quello del Barcellona.</p>



<p>La rosa migliore d&#8217;Europa, a mio parere, rimane quella del <strong>Real Madrid</strong>: i <em>Blancos</em> boccheggiano a inizio stagione e subiscono una memorabile lezione di calcio dal Barcellona, ma la storia insegna che il Real ha più vite di un gatto e infatti la squadra, nell&#8217;anno 2016, anche grazie al cambio del tecnico, decolla. Cristiano Ronaldo segna come se ne andasse dei destini del mondo, Gareth Bale disputa la miglior stagione della sua avventura spagnola e il centrocampo trova la quadratura grazie a Casemiro, che libera la geometria cerebrale di Kroos e consente al talento cristallino di Modrić di esplodere definitivamente, tanto che per chi scrive i due fenomeni del centrocampo disputano nel 15/16, forse, la stagione più continua e brillante della carriera. La Champions arriva al termine di un cammino tortuoso, sofferto e poco entusiasmante, tra le semifinali-sonnifero con il City, decise da un autogol, e la finale di Milano vinta ai rigori e dopo aver sofferto l&#8217;inferno, ma poco male per i tifosi del Real: la Champions del 2016 è il prologo a un triennio leggendario.</p>



<p>Il secondo derby perso in finale, per giunta ai rigori, per giunta, ancora una volta, dopo aver messo alle corde i più quotati concittadini, è roba da lettino del terapeuta, è roba da film di Woody Allen, ma toglie poco-nulla alla straordinaria stagione dei <em>Colchoneros:</em> l&#8217;<strong>Atlético Madrid</strong> chiude la Liga al terzo posto, ma a un punto dal Real e a tre dal Barça. e in Europa elimina catalani e bavaresi prima di inciampare, ma solo ai rigori e al termine di una partita sfortunatissima, sui concittadini. Griezmann, nel 2016, gioca come si conviene a uno dei primissimi giocatori dell&#8217;universo, e alle sue spalle Godín volteggia ad altezze siderali, dimostrandosi un centrale di caratura mondiale.</p>



<p>Da ultimo, la <strong>Juventus</strong> di Allegri: Max costruisce e porta a termine uno dei capolavori della sua avventura di tecnico, perché in estate i bianconeri perdono i pezzi e ciononostante il toscano, dopo alcuni mesi di disorientamento, li porta a rivincere lo scudetto, grazie anche ai colpi di genio di un Dybala ispiratissimo, e a dare del filo da torcere alle grandi europee: le lezioni di gioco impartite al City nel girone sono il preludio alle due partite eccezionali disputate dai bianconeri contro il Bayern Monaco, con Guardiola e i suoi che vengono surclassati per un tempo, prima di riacciuffare la partita. </p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">2016-2017</h2>



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<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Juventus-Real Madrid 1-4 - HD HIGHLIGHTS - 3/06/2017" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/fqQOOMRdFx0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p><em>Gli anni d&#8217;oro del Grande Real</em>, parte seconda: nessuno si aspetta il bis in Europa, e invece i <em>Blancos </em>nel 2017 non solo rivincono ma in Europa ma lo fanno con tutt&#8217;altra verve, convinzione e autorità. Come se non bastasse, si prendono anche la Liga, al termine di un duello estenuante e durissimo contro gli avversari di sempre: Cristiano Ronaldo disputa, sul piano realizzativo e del peso dei gol, la miglior Champions di ogni epoca, e per il resto il <strong>Real Madrid</strong> è un&#8217;orchestra di solisti che spesso e volentieri lascia le briciole agli avversari.</p>



<p>Come ricordiamo tutti, prima della finale di Cardiff in molti davano la<strong> Juventus</strong> quasi per favorita, in parte per ragioni cabalistiche (nessuno aveva fatto il bis in Champions) e in parte perché la Juventus 2016/2017 è in effetti la seconda, o nella peggiore delle ipotesi la terza squadra d&#8217;Europa: Allegri inventa soluzioni offensive inedite, si affida al talento dei suoi grandi solisti e a una difesa di ferro, e così conquista il campionato senza battere ciglio e raggiunge la seconda finale in tre anni, dopo aver portato a scuola il Barcellona della MSN. Il brutto epilogo stagionale, che ancora tormenta i sogni dei bianconeri, toglie poco al loro valore tecnico.</p>



<p>Il<strong> Bayern Monaco</strong>, chiusa l&#8217;epoca Guardiola, si affida a un altro guru come Ancelotti per confermarsi in patria e riprovare l&#8217;assalto all&#8217;Europa: nella prima metà della stagione i bavaresi faticano a prendere ritmo, tanto che alla tredicesima giornata il Lipsia è in testa alla classifica, ma da dicembre in avanti volano e dominano il campionato. In Europa, la squadra esce ai quarti contro il Real, dopo due partite bellissime e dai contenuti tecnici quasi impareggiabili, oltre che molto discusse per il gran numero di episodi arbitrali dubbi. Chi scrive, in ogni caso, crede che il Real del 2017 si dimostri superiore al Bayern e che meriti il passaggio del turno.</p>



<p>Si tende a ripetersi, nelle stagioni in cui si scavalla la metà del decennio, e infatti a mio parere le ultime due squadre da citare sono ancora l&#8217;<strong>Atlético Madrid</strong> e il <strong>Barcellona</strong>. I ragazzi di Simeone questa volta non reggono il passo dei due <em>Dream Team</em> avversari nella Liga, che chiudono comunque al terzo posto, ma in Europa arrivano ancora una volta in semifinale e ancora una volta vengono eliminati dai concittadini, dopo aver peraltro assaporato il gusto di una rimonta che sembrava impossibile. Il Barcellona chiude l&#8217;epoca della MSN con il broncio, perché vince solo la Coppa del Re e perché inizia a mostrare la corda nelle trasferte europee, il suo tallone d&#8217;Achille nelle stagioni successive. Pur esprimendo a tratti un grande calcio, con Messi e Neymar ispirati dalle muse del football e Luisito uomo gol letale, e pur perdendo la Liga di tre soli punti, il Barça nel 2017 non è al livello di Real e Bayern.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">2017-2018</h2>



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<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Real Madrid vs Bayern Munich 4-3 UEFA Champions League 2018 All Goals And Extended Highlights" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/svw9BR4_ny4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>La stagione 2017/18, a posteriori una stagione di transizione, è quella che mi ha creato più grattacapi, perché se nel 2016 ci sono tre/quattro squadre che potrebbero serenamente ambire alla corona, due anni dopo nessuna risulta pienamente convincente.<br>Esonerato Ancelotti, i bavaresi ripuntano sul loro mentore Heynckes e decollano, asfaltando more solito la concorrenza interna e raggiungendo per l&#8217;ennesima volta le semifinali, che perdono dopo aver dominato in lungo e in largo il Real, e anche a causa di molti episodi discussi e di alcune papere della riserva di Neuer. Nonostante un Robben a mezzo servizio, visto il gioco espresso scelgo quindi proprio il <strong>Bayern Monaco</strong> come squadra più forte d&#8217;Europa.</p>



<p>Il <strong>Real Madrid</strong> che vince la terza coppa consecutiva, nonostante le tribolazioni, deve comunque figurare nelle posizioni alte della cinquina: il gioco espresso entusiasma raramente e il successo arriva in modo rocambolesco (citofonare a mr. sciagura Karius), ma il Real sul piano individuale è una collezione di fenomeni, trova in Marcelo il giocatore chiave e in Bale e Cristiano gli autori dei gol decisivi.</p>



<p>A Manchester, sponda azzurra, l&#8217;epoca Guardiola comincia a dare i suoi frutti: la brutta eliminazione subita a opera del Liverpool di Klopp getta qualche ombra sulla stagione del <strong>Manchester City</strong>, che però in Premier fa letteralmente un altro sport, assiste alla maturazione definitiva di De Bruyne, affiancato da un David Silva immaginifico e da un Aguero prolifico, e stabilisce un record di 100 punti destinato a durare per chissà quanti anni.</p>



<p>A proposito di <strong>Liverpool:</strong> in Europa i Reds si trovano a loro agio come forse solo il Real Madrid e il lavoro di rifondazione di Klopp dà i suoi frutti, esaltando i singoli (Salah gioca da pallone d&#8217;oro) ed esprimendo un calcio metal esaltante. La finale viene persa contro un Real più esperto e anche a causa di molti episodi sfortunati, ma il cammino dei Reds nei turni precedenti è un inno al gegenpressing e allo spettacolo. In Premier la squadra non è sempre continua, ma poco male, arriveranno a breve soddisfazioni anche su quel fronte.</p>



<p>Il quinto posto è un discorso a tre tra<strong> Juventus</strong>, Barcellona e Paris Saint-Germain, e sommando tutto opto per i bianconeri, che in Italia prevalgono sul Napoli di Sarri e in Europa sfiorano l&#8217;impresa al Bernabeu, confermandosi una delle grandi d&#8217;Europa. A Parigi hanno puntato il mirino sulla storia con la s maiuscola, investendo il prodotto interno lordo di un piccolo stato per accaparrarsi Neymar e Mbappé, affiancandoli a un grandissimo come Cavani: nella prima parte di stagione il tridente delle meraviglie gira alla perfezione e agli ottavi sembra possa eliminare i Blancos, ma l&#8217;infortunio del brasiliano, il vero turning-point della sua carriera perché interrompe la sua stagione migliore, li obbliga alla resa, una resa addolcita solo in parte dalla trionfale Ligue 1.<br>Il Barcellona nella Liga fa il vuoto, trascinato da un Messi versione Maradona per il ruolo cardinale dentro una squadra non trascendentale, ma l&#8217;addio del suo partner brasiliano e un Iniesta declinante lo rendono un po&#8217; solo, e la brutta sconfitta patita dalla Roma chiude male la stagione.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">2018-2019</h2>



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<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p><em>Football&#8217;s coming home</em>: nel 2018 la lunga e dorata epoca della Liga, il duopolio di Messi e di Cristiano, volge al tramonto, anche perché il portoghese ha fatto le valigie per Torino e il Barcellona soffre una certa involuzione, documentata dalle difficoltà europee della stagione precedente.</p>



<p>La squadra migliore d&#8217;Europa, nel 18/19, a mio parere è probabilmente il <strong>Liverpool</strong>: nonostante un Salah meno alieno di quello visto nel 17/18, i Reds spiccano il volo, in Premier se la giocano punto su punto con il City e si prendono la Champions, al termine di un cammino complicato che li vede eliminare con merito il Bayern e rimontare poi il Barcellona ad Anfield. La finale scorbutica e noiosa toglie poco-nulla alla loro grande stagione.</p>



<p>Il<strong> Manchester City </strong>si è stabilmente iscritto al circolo delle grandi, e la Premier vinta al termine di una sfida al cardiopalma con i Reds è la ciliegia saporita su una torta bellissima: i Citiziens hanno assimilato alla perfezione le idee di Guardiola e così i due Silva e De Bruyne giocano un calcio stellare. In Europa arriva un&#8217;altra delusione, e questa volta la fortuna decide di vederci benissimo e di punire ai quarti i Citiziens, cui gira storto tutto ciò che può girare storto, al termine di due partite giocate in maniera spettacolare.</p>



<p>Il <strong>Barcellona</strong> 2018/19 si prende d&#8217;autorità la Spagna e getta alle ortiche una finale di Champions che sembrava già sua, e fa tutto questo soprattutto perché Messi ha deciso di fare un altro sport rispetto a tutti gli altri: abbiamo visto versioni di Leo più brillanti ma forse non più decisive nell&#8217;economia di una squadra che, senza di lui, non sarebbe competitiva ai vertici del calcio europeo.</p>



<p>A inizio stagione, e forse per la prima volta dal 2005, una squadra italiana parte con i galloni della favorita, ed è ovviamente la <strong>Juventus</strong> di Allegri, che ha inserito Cristiano Ronaldo nel Pantheon delle sue stelle e che si sente matura per centrare il bersaglio grosso in Europa, oltre che per confermarsi in Italia: se in patria le cose vanno come previsto, anche perché CR è una sorta di cheat code da videogioco che rende i bianconeri davvero &#8220;ingiocabili&#8221;, in Champions dei bianconeri parsi molto meno brillanti e più bolsi rispetto alle stagioni precedenti invocano sempre i miracoli del fenomeno portoghese, che però nulla può al cospetto della squadra più bella ammirata durante la stagione 18/19, l&#8217;<strong>Ajax</strong>.</p>



<p>Sfidando le barriere del tempo e le logiche della modernità, gli ajacidi, sorprendendo tutti, esprimono un calcio avveniristico e bellissimo, davanti al quale figurano come sparring partner il Real detronizzato e poi la Juventus e il Tottenham, che però riaggiusta miracolosamente le cose nei minuti finali. Il calcio espresso sia in Olanda che appunto, soprattutto, in Europa, mi obbligano ad annoverare gli olandesi tra le grandissime della stagione, e lo smantellamento immediato del team mi lascerà sempre un po&#8217; di amaro in bocca.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">2019-2020</h2>



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<p>Diciamo la verità: le premesse non erano delle migliori, perché nel 2019 salutano Monaco, dopo una vita, due giocatori straordinari come Robben e Ribéry, e il lungo periodo di successi targato Heyckes-Guardiola-Ancelotti-Heycnkes secondo estratto sembra irreversibilmente concluso, e anche la Bundesliga pare a rischio. E invece, in virtù di uno degli scherzi del destino che anche lo sport scodella con una certa frequenza, il <strong>Bayern Monaco</strong> della stagione 19/20 conquista il secondo sextuple della storia del calcio, e lo fa con dopo aver messo in panchina un carneade (Flick) che invece si rivela un mago. Il Bayern del 19/20 non solo rulla la concorrenza tedesca ma supera ogni avversario anche in Champions, per la prima volta in assoluto, e se il numero ridotto di partite da questo punto di vista può agevolarlo, la concentrazione degli incontri in pochi giorni a Lisbona e in pieno agosto è un&#8217;arma a doppio taglio, anche perché trasforma ogni partita in un incontro da dentro-fuori. Trascinato da un Lewandowski leggendario e da un Neuer tornato ai suoi fasti migliori, impeccabile come un orologio svizzero, capace di sintetizzare l&#8217;eredità di Guardiola con un&#8217;aggressività a geometrie variabili di stampo tedesco, il Bayern 19/20 seppellisce di reti molti avversari e vince letteralmente tutto, come era successo solo al Barcellona del 2009.</p>



<p>Il <strong>Paris Saint-Germain</strong> delle stelle, nell&#8217;anno maledetto del Covid19, riesce non solo a confermarsi in Francia (dove vince campionato e coppa) ma anche a raggiungere la finale di Champions per la prima volta, finale che gioca circa alla pari e perde 1-0. Trascinato dal Neymar più ispirato della carriera (benché incline a sbagliare troppo sotto porta), da Mbappé e da un Di Maria versione deluxe, il PSG esprime un grande calcio &#8220;individualista&#8221;, supera di slancio quasi ogni avversario in finale obbliga Neuer a ripetuti miracoli: il secondo posto, a mio parere, è suo di diritto.</p>



<p>Sbaglia la partita più importante contro i <em>Colchoneros</em>, ed è anche molto sfortunato nell&#8217;occasione, ma il <strong>Liverpool</strong> 2019/20 è l&#8217;unico collettivo degno di stare nella stessa frase del Bayern: i Reds sono una macchina da calcio sbalorditiva, il rovesciamento dell&#8217;individualismo dei parigini, e vincono 26 delle prime 27 partite della Premier League, costruendo un vantaggio siderale sul Manchester City e letteralmente dominando l&#8217;Inghilterra come forse mai era accaduto. In Champions i Reds escono anche perché davvero non hanno mai tirato il fiato per cinque/sei mesi; solo alcune inattese sconfitte giunte in primavera e dopo la sosta Covid gli impediscono di superare il record di 100 punti stabilito dal City due anni prima (i Reds ne incamerano comunque l&#8217;incredibile numero di 99). Alisson, van Dijk, Salah e soprattutto un Mané ispiratissimo sono le stelle di una squadra che scrive la storia.</p>



<p>Il <strong>Manchester City</strong>, trascinato dal miglior De Bruyne di sempre, questa volta nulla può davanti alla continuità da rullo compressore dei Reds, ma chiude comunque al secondo posto, si prende una gustosa rivincita nello scontro diretto vinto 4-0, ma ancora una volta inciampa sul più bello in Europa: giunto sulle gambe al torneo di Lisbona post Covid, il City gioca male e viene eliminato a sorpresa da un Lione molto più fresco e cinico, ma questo non mi impedisce di annoverare i <em>Citiziens</em> tra le grandi della stagione.</p>



<p>L&#8217;anomala stagione del covid rende complicato individuare la quinta squadra: forse, tirando le somme, si può menzionare ancora una volta la <strong>Juventus</strong> di Cristiano Ronaldo e Sarri, che porta a Torino il nono scudetto di fila (record destinato a rimanere ineguagliato, probabilmente, in Italia) e raggiunge la finale di Coppa Italia. Il sarrismo tuttavia a Torino non decolla mai e una stagione frastornata dal Covid vede la Juve (sconfitta in Francia in primavera, in ogni caso) presentarsi ad agosto in condizioni pessime e venire eliminata con merito dal Lione. Cristiano Ronaldo, anche più dell&#8217;anno precedente, nei momenti chiave predica nel deserto.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/10/06/le-5-migliori-squadre-europee-dal-2016-al-2020.html">Le 5 migliori squadre europee dal 2016 al 2020</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Le 5 migliori squadre europee dal 2011 al 2015</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Aug 2024 08:11:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La prima parte degli anni &#8217;10 assomiglia da vicino a un triumvirato: Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco egemonizzano il palcoscenico europeo, dando spesso vita [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">La prima parte degli anni &#8217;10 assomiglia da vicino a un triumvirato: Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco egemonizzano il palcoscenico europeo, dando spesso vita a sfide dal contenuto tecnico elevatissimo e passandosi di mano, stagione dopo stagione, la torcia platonica della formazione più forte, così come i meno platonici titoli nazionali e internazionali. Il campionato italiano deve &#8220;superare la nottata&#8221;, e lo fa nel migliore dei modi intorno a metà decennio, quando la Juventus, che da diverse stagioni ha trasformato la Serie A nel proprio giardino di casa e a suon di record, ritorna a bussare al portone delle big continentali. </p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2010-2011</h2>



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<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p><em>The Sky is the limit</em>: qualcuno pronuncia queste parole dopo la celebre <em>manita</em> con cui il <strong>Barcellona</strong>, nel novembre del 2010, impartisce una lezione da tramandare ai posteri al Real e alle sue ambizioni galattiche. Il Barça non domina di cattiveria, di fisicità o sfruttando gli episodi, ma emana fotoni di luce, di pura tecnica individuale che si armonizza in un complesso orchestrale, fotoni che disorientano gli avversari fino allo stordimento. Come abbiamo scritto in un pezzo dello scorso anno, nel corso della stagione 2010/2011 l&#8217;impressione è che &#8220;qualcosa si sia mosso nel cuore delle cose&#8221; e che il calcio abbia imboccato una direzione per certi versi irreversibile. La finale di Wembley è l&#8217;apoteosi del post Cruijffismo e vede Messi camminare tra le stelle: il primo posto della banda di Pep è quindi tra i meno confutabili in assoluto.</p>



<p>Il <strong>Real Madrid</strong> subisce una lezione di gioco a novembre, vero, ma il volpone Mourinho ha mille risorse e in pochi mesi aggiusta una squadra che per valori individuali ha ben poco da invidiare allo squadrone catalano, anche perché vanta un parterre di finalizzatori senza eguali, tra i quali spicca un Cristiano Ronaldo stellare. In Copa del Rey i <em>Blancos</em> si prendono la prima, gustosa rivincita sugli avversari di sempre, e sembrano pronti a spiccare il volo in vista della stagione successiva.</p>



<p>Il <strong>Manchester United</strong>, dopo un secondo posto doloroso, torna a dettare legge in Premier League: Cristiano ha salutato la banda da un pezzo, ma i Red Devils restano una delle prime due/tre squadre del continente, anche perché Sir Alex ha l&#8217;intuizione geniale di avallare la metamorfosi del trentottenne Giggs in una sorta di regista, e davanti Rooney e Houdini Berbatov ingranano la quinta. La finale di Wembley assomiglia a un saggio sull&#8217;impotenza davanti al maestoso calcio dei blaugrana, ma non me la sento di condannare lo United per quella prestazione: qualunque altra squadra, quella sera, sarebbe stata ridotta a uno sparring partner.</p>



<p>In Germania inizia a circolare con insistenza il nome di un tecnico di quarantatré anni che ha una visione del calcio tutta sua, imparentata con quella messa in atto dai renani negli anni 70 e ispirata anche da alcuni solidi principi del sacchismo, e così il <strong>Borussia Dortmund</strong>, reduce da un anonimo quinto posto nel 2010, si trasforma in una macchina da calcio che gira a meraviglia, e in cui tutti i singoli sembrano aver acquisito i super poteri: Leverkusen e Bayern Monaco nulla possono davanti al gioco elettrico, velocissimo e spettacolare dei renani, e Klopp confeziona il primo capolavoro della sua carriera.</p>



<p>L&#8217;Italia assiste a un derby milanese lungo un anno al termine del quale prevale il<strong> Milan</strong> di Allegri, che imbottisce il centrocampo di mediani e gente di sostanza perché il suo attacco possa sprigionare tutta la propria qualità: Zlatan Ibrahimović, tornato a Milano dopo la breve gita in Catalogna, è il pilastro di una squadra che ha una delle difese migliori del mondo e davanti si affida alle folate palla al piede di un Robinho ispiratissimo e al senso del gol fragile di un campione come Pato.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2011-2012</h2>



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<p>Il<strong> Real Madrid </strong>si prende la più inattesa e sontuosa delle rivincite sul Barcellona conquistando la Liga dei record: le squadre di Mourinho, al secondo anno, innescano sempre una marcia superiore e i <em>Blancos </em>in tal senso non fanno eccezione. Il Real è un <em>all star team</em> che trova in Cristiano il terminale offensivo e l&#8217;uomo ovunque capace di fare la differenza, mentre allestisce un reparto difensivo e di centrocampo eccezionale, in cui spiccano la geometria di Xabi Alonso e la corsa infinita del <em>Fideo</em>. Le semifinali di Champions sono il primo di una lunga serie di duelli ad altissima quota con il Bayern Monaco, e vedono prevalere ai rigori i tedeschi.</p>



<p>Tedeschi che sono la seconda squadra in lista, nonostante non vincano nulla: il <strong>Bayern Monaco</strong> vede la Bundesliga scivolargli dalle mani nello scontro diretto, ma per larghi tratti lasciano intravedere un&#8217;onnipotenza atletica fuori scala, e raggiungono la finale di Champions di Monaco che perdono contro un Chelsea eroico e trascinato da un Drogba leggendario.</p>



<p>Se la stagione si fosse chiusa con un mese di anticipo, avrei votato quale squadra della stagione, ancora una volta, il <strong>Barcellona</strong>, per per larghi tratti esprime un calcio di una purezza metafisica quasi irripetibile e incanta il mondo con le lezioni di gioco impartite a un Bernabeu ammutolito e al mondo intero, quando cancella dal campo il Santos dei giovanissimi talenti con un 4 0 indiscutibile. Messi segna come un centravanti puro e gioca a tutto campo quasi alla stregua di Johan Cruijff, e il Barça paga forse un po&#8217; di carenza di &#8220;rotazioni&#8221; nella fase cruciale della carriera &#8211; l&#8217;infortunio di Villa priva Messi del suo partner decisivo in attacco.</p>



<p>Chi scrive reputa la<strong> Juventus</strong> di Conte, quella che rivince lo scudetto chiudendo la parentesi buia aperta da calciopoli, come una delle più spettacolari di sempre; se sul piano individuale abbiamo visto Juve decisamente superiori, la macchina orchestrata da Antonio Conte nella stagione 2011/2012 attorno al redivivo genio di Andrea Pirlo conquista gli applausi convinti del mondo intero, lasciando le briciole agli avversari in termini di gioco e spesso anche di punteggio.</p>



<p>Da ultimo, il derby di Manchester si chiude come sappiamo in modo rocambolesco e folle, ma più delle due squadre inglesi, comunque di altissimo profilo ovviamente, io credo di dover menzionare il <strong>Borussia Dortmund</strong> di Klopp, che vince per la seconda volta consecutiva la Bundesliga e anche in Europa lascia intravedere sprazzi di futurismo teutonico. Reus e Lewandowski sono i due talenti di punta di una squadra in cui spiccano anche la regia pulita di Kagawa e la difesa elegante di Hummels.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2012-2013</h2>



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<p>Triumvirato, dicevamo, e la terza squadra a iscriversi nella cerchia elitaria delle formazioni da leggenda è il <strong>Bayern Monaco</strong>, che nel 2012/2013 gioca un calcio siderale e pare per larghi tratti &#8220;ingiocabile&#8221;. I bavaresi sono una collezione di stelle in cui fanno la differenza soprattutto il dribbling elettrico di un Ribéry da pallone doro e un Robben che pare correre senza toccare il terreno e al tempo stesso costruire, al termine di memorabili assoli palla al piede, le giocate determinanti. Nel frattempo, Neuer riscrive la grammatica dell&#8217;estremo difensore e tutto il collettivo gira a meraviglia. Il 7 0 &#8220;aggregato&#8221; rifilato al Barcellona in semifinale è figlio anche di circostanze particolari e i un Barça incerottato, ma lascia comunque attoniti gli spettatori: la superiorità agonistica e di squadra dei tedeschi è quasi senza eguali nella storia del calcio moderno.</p>



<p>La stagione è a forte trazione teutonica: il <strong>Borussia Dortmund</strong> non può vantare la seconda rosa del continente, ma a mio parere è il secondo collettivo d&#8217;Europa. Il calcio di Klopp giunge alla piena maturazione e i renani danno vita a un lungo duello fratricida con i bavaresi, con i quali non corre buon sangue praticamente da sempre. Alcune altissime espressioni di gioco, tra le quali reclama un posto in  primissima fila il 4-1 con cui viene regolato il Real Madrid in semifinale di Champions, assicurano alle api un posto sul podio, podio che viene completato dal <strong>Real Madrid</strong>, che non replica i successi della stagione precedente, e che anzi questa volta può recriminare ben poco in semifinale, ma che sta crescendo come collettivo e che, dopo i primi mesi imbronciati, trova nel piccolo grande Luka Modrić il tassello ideale per completare il suo centrocampo.</p>



<p>L&#8217;ultimo grande titolo dell&#8217;era Ferguson vale anche quella che, probabilmente, è destinata a rimanere per un bel pezzo l&#8217;ultima menzione per i Red Devils. Il <strong>Manchester United </strong>esprime per larghi tratti il calcio più bello del continente, viene eliminato in maniera sfortunata dal Real (Mourinho dice: &#8220;The best team lost&#8221;) ma in Inghilterra non concedere scampo a una concorrenza di alto profilo.</p>



<p>La prima stagione post-Guardiola per il <strong>Barcellona</strong> è controversa, è un&#8217;arma a doppio taglio: nei primi mesi Don Andrés gioca come meglio non potrebbe e Messi di fatto segna un gol a partita. La morte improvvisa di Tito Vilanova, una lunga serie di infortuni e il rendimento declinante di alcuni uomini chiave sono però anche il viatico per l&#8217;umiliazione subita dal Bayern in semifinale, riscattata in parte (questo sì) dall&#8217;incredibile record di punti nella Liga, un record dovuto quasi esclusivamente a Lionel Messi e che consente di catalani di accomodarsi, pur a stento, nella cinquina.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2013-2014</h2>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Real Madrid ✪ Road to VICTORY - U.C.L 2014" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/t361UTHd8nE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>E triumvirato sia: il <strong>Real Madrid</strong>, dopo alcune stagioni di &#8220;aggiustamento&#8221;, spicca il volo sotto la guida sapiente di Carletto Ancelotti, e se nella Liga conclude al terzo posto (a tre punti dai campioni, in ogni caso), in Europa inizia a fare uno sport diverso dagli altri, superando con pieno merito le avversarie più temibili. La finale di Lisbona è un saggio delle migliori doti dei <em>Blancos</em>, in grado di non sganciarsi mai dal treno della partita e di trovare la zampata decisiva nel momento decisivo, in questo caso grazie a un Sergio Ramos più determinante di un centravanti. La squadra esprime una qualità individuale con pochi eguali e il trionfo in finale di Copa del Rey mi suggerisce di darle la prima posizione.</p>



<p>Il 2014 è l&#8217;anno in cui, con un pizzico di buona sorte, avrebbe potuto completarsi il double più incredibile di ogni tempo: &nbsp;l&#8217;<strong>Atlético Madrid</strong>, allestito e pensato da un tecnico che reclama un posto tra i grandi come il Cholo Simeone, vince a sorpresa ma con pieno merito la Liga, peraltro al termine di quella che è a tutti gli effetti una finale, al Camp Nou, contro il Barcellona che con una vittoria sarebbe campione di Spagna. Diego Costa gioca come il più navigato e decisivo dei centravanti e in difesa il carisma e la forza fisica di Diego Godín, determinante anche come uomo gol, sono la colonna portante del reparto.</p>



<p>Il <strong>Bayern Monaco </strong>ha annoverato tra le sue fila Guardiola per impostare in maniera radicalmente nuova la propria filosofia di squadra, e Pep, grazie a una rosa di prim&#8217;ordine, riesce nell&#8217;intento: per larghi tratti della stagione, i bavaresi soffocano tutti gli avversari e sembrano destinati a replicare il triplete dell&#8217;anno precedente, impresa mai riuscita a nessuno. In semifinale, invece, il Real trova la formula per punire ripetutamente i bavaresi e li elimina in maniera brutale. La brutta partita di Monaco toglie certamente qualcosa, ma non troppo, a una squadra che resta forse il collettivo più rodato e che vince in ogni caso la Bundesliga con diciannove punti di margine su Dortmund di Klopp.</p>



<p>A proposito di distacco siderale sulla seconda: la <strong>Juventus </strong>di Antonio Conte riscatta alcune figuracce europee con il campionato dei record. Il centrocampo bianconero, forte di un Vidal senza paragoni, è uno dei primissimi del mondo, e anche l&#8217;attacco trova la sua stella mondiale in Carlos Tévez, un campionissimo che nel nostro campionato sembra giocare tra i bambini alla stregua del miglior Zlatan.</p>



<p>Per l&#8217;Inghilterra sono anni complicati: il Manchester City vince il secondo titolo in tre anni, anche e soprattutto grazie a un Yaya Touré che gioca come si conviene al miglior trequartista del mondo e che però sulla carta sarebbe un mediano, ma l&#8217;esito netto e indiscutibile del confronto diretto in Europa secondo me rivela che il <strong>Barcellona</strong> è ancora una squadra superiore ai Citizens. I catalani perdono tutto sul filo di lana e in Europa si arrendono a un Atlético arrembante e salvato ripetutamente da un portiere belga di cui sentiremo parlare a lungo (Courtois), ma con l&#8217;acquisto della giovane stella brasiliana Neymar, pagato una cifra record, affiancano a Messi un giocatore del suo lignaggio e si preparano al salto di qualità programmato per l&#8217;anno successivo.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2014-2015</h2>



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<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Barcelona 3-1 Juventus - UCL Final 2015 - Peak of MSN - Extended Highlights - [EC] - FHD" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/KdO9v7qvxf8?start=605&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>Il secondo treble della storia blaugrana è forse meno imperioso del primo, ma porta la firma del miglior tridente dell&#8217;epoca moderna, un tridente composto da tre giocatori sudamericani che incarnano alla perfezione la filosofia, l&#8217;essenza del football nei rispettivi paesi, e che in primavera diventano immarcabili, lasciando le briciole a tutte le concorrenti sia in Spagna che in Europa, dove il <strong>Barcellona</strong> torna a vincere in maniera trionfale. Neymar e Suárez disputano una stagione da pallone d&#8217;oro, ma al cospetto del Messi del 2015 tutti, anche i giganti, sembrano nani.</p>



<p>Allegri si siede sulla panchina della <strong>Juventus</strong> circondato dallo scetticismo, ma smentisce la critica (in realtà, si trova nella situazione a lui più congeniale, con una squadra matura che deve essere amministrata al meglio) smussando gli spigoli del calcio di Conte e dimostrandosi molto più abile di Antonio nel leggere le situazioni in Europa, là dove arrivano i capolavori di Dortmund e soprattutto di Torino e Madrid contro il Real, due tra gli apici della storia bianconera in Europa. Tevéz è il giocatore chiave di una squadra che schiera la difesa più forte del mondo e che trova nel trentottenne Buffon l&#8217;uomo dei miracoli. La finale di Berlino non fa troppo male ai tifosi bianconeri, anche perché viene persa contro un Barcellona in quel momento di un altro pianeta.</p>



<p>Il <strong>Real Madrid</strong>, che pure non vince nulla, ha a mio parere la miglior rosa d&#8217;Europa, in quanto le sue stelle, in ogni reparto, non si contano, e se non porta a casa alcun trofeo è più che altro questione di dettagli e di momenti. Cristiano Ronaldo segna come se non ci fosse un domani e solo la compresenza di Messi e dei suoi due alfieri fa apparire come &#8220;normale&#8221; una stagione che di normale non ha avuto proprio nulla.</p>



<p>Anche per il <strong>Bayern Monaco</strong> la stagione si chiude in maniera agrodolce: la Bundesliga è diventata ufficialmente il giardino di casa dei bavaresi, che lasciano le briciole delle briciole alla concorrenza, e in Europa si assiste ad alcune grandissime prestazioni del Bayern che tuttavia, in semifinale, deve arrendersi ai colpi di genio di Messi e dell&#8217;attacco blaugrana, complici anche le assenze di Robben e di Ribéry.</p>



<p>Da ultimo, trovo doveroso menzionare l&#8217;<strong>Atlético Madrid</strong>, che si consacra tra le grandi, dimostrando che il successo dell&#8217;anno precedente non è stato questione di fortuna e di &#8220;momenti buoni&#8221;: nella Liga questa volta è impossibile reggere il passo del Barcellona e del Real Madrid (il Real in autunno vince ogni partita per circa due mesi!), ma in Europa i <em>Colchoneros</em> se la giocano alla pari con i concittadini e ancora una volta perdono per una questione di dettagli, ai supplementari, al termine di 210 minuti complessivi all&#8217;insegna dell&#8217;equilibrio. Menzione d&#8217;onore per il Chelsea che in campionato inglese sempre equilibratissimo ma forse privo di squadroni domina e vince esprimendo un grande calcio.</p>



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		<title>Le 5 migliori squadre europee dal 2006 al 2010</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Aug 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[barcellona]]></category>
		<category><![CDATA[champions league]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci avventuriamo in una delle stagioni più felici del calcio europeo: ricca di talento, di squadre di altissimo profilo, di partite memorabili, di finali da [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/08/22/le-5-migliori-squadre-europee-dal-2006-al-2010.html">Le 5 migliori squadre europee dal 2006 al 2010</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Ci avventuriamo in una delle stagioni più felici del calcio europeo: ricca di talento, di squadre di altissimo profilo, di partite memorabili, di finali da pelle d&#8217;oca, la seconda metà degli anni &#8217;00 è uno dei fiori all&#8217;occhiello della storia della Champions e di riflesso di tutto il football del Vecchio Continente.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2005-2006</h2>



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<p>C&#8217;è qualcosa nell&#8217;aria e sulle Ramblas: Frank Rijkaard ha trovato la quadratura nel corso delle due stagioni precedenti, e così il calcio arioso e le alchimie del cruijffismo innescano le fantasmagorie di Ronaldinho, che si consacra fenomeno planetario, circondato da giocatori sensazionali come <em>Mr. gol di prim</em>a Samuel Eto&#8217;o, la mezzala più forte del mondo (Deco) e tanti altri campioni. Il <strong>Barcellona </strong>strabilia nella Liga e in Europa gioca meglio di ogni avversario, portando a casa la sua seconda Coppa/Champions e facendolo in maniera spesso trionfale, nonostante qualche affanno in semifinale e in finale. In ogni caso, visto il double e viste alcune espressioni di gioco da cineteca, il catalani si prendono la vetta.</p>



<p>Al loro fianco, sgomita un <strong>Milan</strong> che per pura qualità con la palla tra i piedi è probabilmente l&#8217;unica formazione che possa permettersi di dare del tu ai catalani. I rossoneri si sfibrano in un lungo duello con la Juventus e in Europa regalano lampi di grandeur, prima di farsi incartare dal sofisticato palleggio catalano. In ogni caso, la meravigliosa stagione di molti dei loro uomini chiave (Shevchenko, Pirlo, Kakà) li colloca nelle posizioni nobili della gerarchia europea.</p>



<p>La terza grandissima del calcio europeo nell&#8217;anno mirabilis 2006 è il <strong>Chelsea</strong> che il demiurgo Mourinho ha trasformato in una macchina da calcio perfetta: la Premier è un assolo <em>coltraniano</em> che costringe alla resa prematura tutte le concorrenti (il Chelsea è sempre in testa, praticamente), e in Europa solo una straordinaria rimonta blaugrana consuma la vendetta dell&#8217;eliminazione subita nel 2005 e impedisce ai londinesi di raggiungere le fasi finali della competizione.</p>



<p>A 18 anni di distanza, parlare serenamente della <strong>Juventus</strong> del 2006 è ancora complicato, ma io credo che la formazione guidata da Capello sia meritevole di una citazione nella cinquina: lo scudetto poi revocato sul campo viene vinto con merito, checché sia poi emerso in tribunale all&#8217;esito di estenuanti e controverse battaglie processuali, e la vera spada di Damocle sulla gloria bianconera in quel periodo, a mio parere, è la senescenza inconsapevole del suo calcio, ancora legato a quello molto più quadrato degli anni &#8217;90 e forse incapace di fiutare l&#8217;aria e i cambiamenti in atto. </p>



<p>L&#8217;<strong>Arsenal</strong> del bambino prodigio Cesc e di un Henry colto al meglio delle sue enormi potenzialità surclassa infatti la Juve proprio là dove il calcio del 2000 ha superato quello degli anni &#8217;90, e, anche grazie al suo gioco aperto, arioso e pratico è l&#8217;ultima squadra della cinquina.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2006-2007</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Manchester United vs AC Milan 3-2 All Goals &amp; Highlights | UCL Semifinal 2nd Leg 2006-2007" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/EFE0Tc5aGZs?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>La grandezza quasi impareggiabile di Sir Alex sta anche e soprattutto nella sua capacità di risorgere dalle ceneri con una rapidità sorprendente, e così il suo <strong>Manchester United</strong>, dopo tre stagioni riscattate solo da un secondo posto ben poco glorioso, improvvisamente nell&#8217;autunno del 2006 innesca la quinta e decide di tornare in cima al mondo: se Alex è come sempre lo spirito guida, la maturazione repentina di Cristiano Ronaldo, che inizia a volteggiare ad altezze siderali, e del suo &#8220;secondo violino&#8221; Wayne Rooney, fa il resto. Il Manchester gioca il calcio migliore d&#8217;Europa, schiera il giocatore più forte d&#8217;Europa e lascia a sei punti di distanza uno squadrone come il Chelsea di Mourinho. La semifinale di Milano, un 3 0 netto e indiscutibile, è la doccia gelata che chiude la sua stagione, ma è figlia del divario di esperienza e di condizione con un Milan che fino a dicembre, praticamente, ha giocato in ciabatte, conscio di non poter contendere all&#8217;Inter lo scudetto.</p>



<p>Ecco perché, nonostante la memorabile lezione di San Siro, antepongo i <em>Red Devils</em> al <strong>Milan</strong> di Ancelotti, che non può comunque mancare nella cinquina perché in primavera, trascinato da Pirlo, Seedorf e un Kakà da pallone d&#8217;oro, letteralmente vola, supera con pieno merito tutte le big del calcio europeo e in campionato rimonta fino alle posizioni nobili. </p>



<p>La bizzarra serie A del 2006/2007 diventa memorabile perché l&#8217;<strong>Inter</strong> demolisce la concorrenza come è avvenuto poche altre volte nella storia del nostro calcio: i nerazzurri, quasi a voler legittimare un titolo parso quasi scontato, sono una squadra fisicamente senza eguali, vantano una rosa ampia e completa e trovano in Zlatan Ibrahimović il fuoriclasse e l&#8217;uomo determinante. L&#8217;eliminazione un po&#8217; sfortunata subita al termine del doppio confronto con il Valencia fa male ancora oggi, ma toglie poco alla indimenticabile cavalcata dei nerazzurri, che restano una delle formazioni di riferimento del calcio continentale.</p>



<p>Lo stesso dicasi per due big inglesi in forma smagliante: il <strong>Chelsea</strong> di Mourinho perde qualche colpo il Premier (dove chiude comunque secondo, aggrappato alle spalle solide di Drogba), ma vince la FA Cup superando proprio lo United e pare a lungo la squadra più solida e forte in circolazione; in Europa, tuttavia, i blues devono arrendersi, ancora una volta, alla sfortuna e al cinismo del <strong>Liverpool</strong>. </p>



<p>I Reds, seppur meno continui di United e Chelsea in Premier, in Europa sfoderano le loro armi migliori e raggiungono la seconda finale in tre anni, grazie soprattutto a uno strepitoso centrocampo in cui primeggia la corsa infinita di Steven Gerrard.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2007-2008</h2>



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<p>Il calcio inglese torna a fare la voce grossa, nella seconda metà degli anni 2000, e la stagione 2007/2008 è forse la più inglese del periodo: il <strong>Manchester United</strong> riesce nel definitivo salto di qualità e non solo si prende la seconda Premier consecutiva, dopo un testa a testa combattutissimo con i rivali londinesi, ma diventa anche campione d&#8217;Europa per la terza volta. I Red Devils sono una macchina da calcio senza pari, nella stagione 2007/2008, e lo sono anche perché Cristiano Ronaldo mette le ali di si incorona come giocatore più forte del pianeta. </p>



<p>Al secondo posto, inevitabilmente, si accomodano con il broncio proprio i londinesi del <strong>Chelsea</strong> di Mourinho e poi Grant, un collettivo che gira a meraviglia, fisicamente spazza quasi letteralmente via gli avversari e sfiora sia la Premier che la Champions, persa in quel di Mosca solo ai calci di rigore. Lampard, Terry e Drogba sono tre fuoriclasse di statura mondiale e il loro cast di supporto non è molto da meno, e solo qualche dettaglio impedisce loro di vincere tutto.</p>



<p>Ancora Inghilterra per la terza posizione: il<strong> Liverpool</strong> questa volta non ha ragione del Chelsea, al termine dell&#8217;ennesimo confronto in semifinale di Champions, ma è una squadra sempre più matura, il cui carniere è diventato ancora più ricco grazie ai preziosismi e al senso del gol da fenomeno di Fernando Torres. In Premier i Reds chiudono quarti ma non lontanissimi dal vincitore United.</p>



<p>San Zlatan toglie le castagne dal fuoco all&#8217;<strong>Inter</strong> nel corso di un complicatissimo pomeriggio di maggio, in quel di Parma, confermando i nerazzurri come la squadra migliore d&#8217;Italia e una delle più forti e complete del continente. Anche nel 2008, la doccia gelata arriva in Europa e questa volta per mano inglese, in quanto il Liverpool si dimostra superiore ai nerazzurri e non lascia loro scampo nel duplice confronto diretto.</p>



<p>Da ultimo, due parole le voglio spendere per il <strong>Real Madrid</strong>, che vince d&#8217;autorità la Liga nonostante viva uno dei suoi rari periodi di digiuno europeo: i Blancos in versione olandese lasciano le briciole a dei blaugrana parsi improvvisamente bolsi, mal disposti in campo e senza verve. Nel Real,  merita in particolare una menzione la grande stagione di van Nistelrooj, che nonostante abbia lasciato alle spalle le stagioni più belle della sua carriera è ancora un campione decisivo.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2008-2009</h2>



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<p>Blaugrana bolsi, dicevamo, e proprio alla luce delle difficoltà affrontate nel corso della tribolata stagione 2007/2008, la sestina conquistata l&#8217;anno dopo ha del miracoloso. Per molti appassionati, il <strong>Barcellona</strong> 2008/2009 è la miglior formazione che abbia mai calcato un campo di calcio, e io non me la sento di contraddire questi appassionati: il Barça del 2008/2009 pare una cometa giunta da un futuro radioso, in cui la tecnica è cresciuta in maniera esponenziale e il gioco è non solo una rilettura moderna del cruijffismo, ma anche di una bellezza stordente, anche e soprattutto perché Xavi, Iniesta e Messi decidono di riscrivere la sintassi del calcio e la sua storia.</p>



<p>L&#8217;unica squadra che sulla carta possa reggere il confronto con i catalani, nel 2008/2009, è ancora una volta il <strong>Manchester United</strong>, che ha tre le sue fila uno dei primi due giocatori in circolazione (ovviamente, parlo di CR), esprime un grandissimo calcio, surclassa nuovamente la concorrenza nel campionato più terribile e a Roma dà vita alla <em>partita dei fenomeni</em>: chi scrive ritiene che non si sia mai vista prima né dopo una finale tra due squadre belle, spettacolari e ricche di fuoriclasse come Barcellona e Manchester United nel 2009.</p>



<p>Il <strong>Chelsea</strong> è il convitato di pietra di una stagione leggendaria: per la verità, è l&#8217;unica squadra che imbriglia il Barcellona, aiutato per l&#8217;occasione dalla buona sorte in quel di Stamford Bridge, e con il suo calcio tutto fisicità, classe e aggressività si conferma una formazione di vertice, capace di dominare ogni avversario.</p>



<p>In Premier, il secondo posto nel 2009 è appannaggio di un <strong>Liverpool</strong> sempre più completo e spettacolare, che in Europa non riesce ad accomodarsi tra le grandissime ma che, con Gerrard e Torres al loro meglio, è in grado di incutere timore anche agli avversari più blasonati.</p>



<p>Da ultimo, ecco ancora l&#8217;<strong>Inter</strong>, ed ecco ancora una stagione trionfale che scivola sulla buccia di banana inglese in Europa, benché con pochissime recriminazioni, nel 2009: in campionato, forte sempre del fenomeno svedese di origini slave e di una rosa straordinaria, l&#8217;Inter fa categoria a sé, anche perché sulla sua panchina si è seduto il mago Mourinho. In Champions, l&#8217;urna malevola consegna un ottavo di finale contro un Manchester United superiore sia sulla carta che alla prova dei fatti.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2009-2010</h2>



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<p>La stagione più bella, quella che ancora oggi fa luccicare gli occhi dei tifosi delle Beneamata, è naturalmente quella del triplete, ma chi scrive ritiene che anche nel 2009/2010 il <strong>Barcellona</strong> fosse la squadra più forte d&#8217;Europa: il Real ha investito i capitali di una manovra finanziaria per ridurre il gap con il blaugrana, ma con scarso successo, perché nella Liga i catalani dettano legge (nei primi mesi, forti di un Ibra immarcabile) e regalano sprazzi di calcio immaginifico, e in Europa ci pensa il Lione a vendicare le brucianti eliminazioni delle stagioni precedenti e a lasciare il Real con l&#8217;amaro in bocca.</p>



<p>Come sappiamo tutti, le due semifinali del 2010 sono tra gli apici della storia dell&#8217;<strong>Inter</strong> e sono la madre di tutte le recriminazioni per i blaugrana, che erano probabilmente superiori nonostante l&#8217;assenza pesantissima di Don Andrés e che tuttavia vengono eliminati con merito: l&#8217;Inter allestita e prima ancora pensata da un Mourinho, che era tutto fuorché un mero &#8220;amministratore&#8221;, deve quindi come minimo sedersi sul secondo gradino del podio. La difesa impenetrabile, le scorribande di Maicon, Sneijder e Milito in orbita pallone d&#8217;oro: tutto è memorabile e l&#8217;Inter merita ancora oggi applausi convinti per il suo leggendario triplete.</p>



<p>Il <strong>Chelsea</strong> è la terza squadra d&#8217;Europa, secondo me, nel 2009/2010: orchestrato da Ancelotti, prevale nello sfibrante testa a testa con i Red Devils ed è poco fortunato nell&#8217;ottavo ad altissima quota con i nerazzurri. Un Drogba stellare e una squadra che si muove come un orologio portano in ogni caso i Blues molto in alto in graduatoria.</p>



<p>Il <strong>Manchester United</strong>, privato del suo uomo più importante, perde naturalmente qualcosina in termini di efficacia e di continuità, ma rimane una squadra di primissima fascia: la Premier gli sfugge tra le mani per un punto e l&#8217;Europa è un terribile inganno che ha le sembianze del<strong> Bayern Monaco</strong>.</p>



<p>I tedeschi, ispirati da un Robben siderale, sono per la ventiduesima volta campioni di Germania, e raggiungono a sorpresa, e anche grazie a qualche episodio fortunato, la finale di Champions contro l&#8217;Inter. Memorabile è proprio la sfida tra United e Bayern: gli inglesi giocano sul velluto e si portano agevolmente sul 3-0, ma commettono l&#8217;errore di staccare la spina e di agevolare così la rimonta bavarese.</p>



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		<title>Vamos Cafeteros &#8211; i 10 giocatori colombiani più grandi del dopoguerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jul 2024 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Classifiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Willington Ortiz, leggendario calciatore colombiano Tempo fa abbiamo dedicato un pezzo a quello che potremmo definire l&#8217;altro Sudamerica, ovvero a quella parte [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Willington Ortiz, leggendario calciatore colombiano</em></p>



<p class="has-drop-cap">Tempo fa abbiamo dedicato un pezzo a quello che potremmo definire l&#8217;altro Sudamerica, ovvero a quella parte del continente che nella storia del football riveste un ruolo più marginale, e l&#8217;abbiamo fatto raccogliendo il meglio di ciò che avevano da offrire tutte le scuole sudamericane che non siano quelle brasiliana, argentina e uruguaiana. Stante l&#8217;esaltante cammino nell&#8217;ultima <em>Copa</em>, che ha evocato lo splendore selvaggio della<strong> Colombia</strong> degli anni &#8217;80 e &#8217;90, quella in grado di ammutolire tutta Buenos Aires, di regalare uno spettacolo pirotecnico per poi spegnersi sul più bello a USA 1994, abbiamo deciso di dedicare un approfondimento al calcio colombiano. Il paese dei <em>Cafeteros</em> ha vissuto gli anni migliori tra &#8217;80s e &#8217;90s, portando spesso i propri club a contendersi la Coppa Libertadores e vincendone pura una, e regalando al pubblico di tutto il mondo uno spettacolo folle ed estasiante. Ecco quindi a voi i dieci giocatori più grandi del dopoguerra colombiano.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1) Willington Ortiz</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<p></p>



<p>Mi si perdoni il vezzo, una corona di numero uno che è soprattutto una scelta estetica: non è facile stabilire se <strong>Willington Ortiz</strong>, ala destra funambolica, il cui gioco possiede la scintilla, quella creatività istintiva e primordiale che è appannaggio solo dei giocatori del suo continente, sia stato effettivamente il miglior giocatore colombiano delle ultime decadi, ma io azzardo una risposta affermativa. Non sono l&#8217;unico a vederla in questo modo: anche la FIFA ha scelto Willington quale calciatore colombiano del &#8216;900, e l&#8217;ha fatto per ottime ragioni, in quanti l&#8217;ala destra occupa una posizione centrale nella storia e nella cultura sportive del suo paese: è stato il diamante grezzo della Colombia finalista in Coppa America nel 1975, il leader tecnico dei <strong>Milionarios</strong> e l&#8217;uomo di maggior classe dell<strong>&#8216;America Cal</strong>ì tre volte finalista di Coppa Libertadores e tre volte sconfitto, punito da eventi sfortunati che assomigliano a una maledizione cosmica &#8211; maledizione che però non mi impedisce di riconoscere in lui uno dei massimi talenti sudamericani di tutta la sua epoca.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><a href="https://gameofgoals.it/2022/09/30/1987-finale-3-4-posto-argentina-colombia-1-2.html">2) Carlos Valderrama</a></h2>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Carlos Valderrama, El Pibe [Goals &amp; Skills]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/srf6Q_1a4VM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Il principale antagonista di Ortìz nell&#8217;immaginario collettivo dei tifosi colombiani è <em>El Pibe</em> <strong>Carlos Valderrama,</strong> una delle tante schegge di follia venute al mondo nel paese del caffè, un dieci sudamericano eccentrico fino al parossismo (la chioma, nel suo caso, è qualcosa di più di un simbolo, è quasi un proclama urlato in faccia al mondo), lento, pigro, sulla carta anacronistico già negli anni &#8217;80 e ciononostante in grado di imporsi come uno dei migliori trequartisti del pianeta. Laurent Blanc, che ha avuto l&#8217;onore di condividere con lui maglia e spogliatoio durante l&#8217;agrodolce parentesi francese, ha riconosciuto in Carlos un giocatore tecnicamente sublime, in grado di &#8220;<em>fare cose che la maggior parte di noi si sognava</em>&#8220;, ma più adatto al ritmo cadenzato e al toque sudamericani che alla rigorosa organizzazione tattica e alla frenesia europee. Questo toglie poco al valore tecnico di<strong> Valderrama</strong>, che vive gli anni migliori al <strong>Deportivo Calì,</strong> quando diventa un punto fermo della nazionale e viene anche premiato come calciatore più bravo della Coppa America del 1987, venendo preferito a tale Diego Armando Maradona, e il premio è solo il preludio al primo dei due palloni d&#8217;oro sudamericani che ancora oggi adornano la sua bacheca.  In nazionale, è fondamentale il contributo del Pibe alla crescita della Colombia nei primi anni &#8217;90.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">3) <a href="https://gameofgoals.it/2024/07/15/coppa-america-bilancio-finale-argentina-bicampeon-i-piu-bravi-lautaro-e-james-rodriguez.html">James Rodriguez</a></h2>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p>Come può definirsi un incompiuto un ragazzo che fa il vuoto sia un campionato del mondo (nel 2014) che in una edizione della Coppa America (2024), benché chiusa con una dolorosa sconfitta? Può, se si chiama<strong> James Rodríguez</strong> e porta sulle spalle il fardello di domande destinate a rimanere senza risposta per sempre. Gli americani usano due paroline per descrivere i giocatori che si smarriscono quando il vento della storia sembra soffiare alle loro spalle &#8211; &#8220;what if?&#8221; &#8211; e nella storia dei <em>Cafeteros</em> non esistono &#8220;what if&#8221; più cubitali e tormentati di quello dedicato a James. Il suo esordio con maglia del Monaco è fulminante: a 23 anni James è una delle stelle del campionato francese e in Brasile, durante il mondiale, si consacra come stella planetaria, giocando come nessun altro nel corso della rassegna iridata. Il suo rendimento e i suoi colpi di genio stuzzicano l&#8217;appetito del Real Madrid, che lo porta in Spagna e pregusta di scatenarlo alle spalle delle sue bocche da fuoco. La prima stagione madrilena, nonostante alcuni alti e bassi, lo vede brillare, tanto che la stampa specializzata spagnola lo celebra come uno dei giocatori chiave del campionato. Le stagioni successive, anche in ragione di ripetute rogne fisiche, lo vedono tuttavia progressivamente relegato ai margini e incapace di diventare quel punto di riferimento che il colombiano, all&#8217;esordio in maglia bianca, sembrava poter essere. Il resto della carriera assomiglia a una corsa sulle montagne russe, in cui i bassi tuttavia prevalgono per durata e intensità sugli apici, e il cui epilogo sembra giungere quando James torna al San Paolo, dimostrando di poter dire ancora la sua, sì, ma senza brillare particolarmente, nel calcio brasiliano. Viste le premesse, le prestazioni con cui ha illuminato il firmamento americano nel corso delle ultime settimane sono da mandibola per terra, e contribuiscono a consolidare la sua posizione sul podio. Chi scrive crede che, essendosi misurato anche con i maggiori club europei,<strong> James</strong> potesse ambire anche alla corona di Ortìz, che tuttavia gli sfugge in ragione dei numerosi passaggi a vuoto, che non vengono cancellati dalle magie in maglia <em>Cafeteros</em>.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">4) Radamel Falcao</h2>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p>Valgono per <strong>Radamel Falcao</strong> considerazioni analoghe a quelle spese per James, e forse anche in forma amplificata. Getto subito la maschera: a mio parere, il Falcao ammirato tra 2009 e 2013 è senza troppi dubbi il giocatore colombiano più forte e decisivo mai apparso su questa Terra. Radamel era una sentenza: dotato della tecnica del giocatore sudamericano, era in grado di spostare la palla in una frazione di secondo, alla maniera di Hugo Sánchez, e univa il pregio della serialità a quello della decisività. I numerosi infortuni e una seconda parte della carriera più ombre che luci, fatta eccezione per un paio di stagioni in Francia, lo confinano al quarto posto, ma se mi chiedessero di scegliere un solo giocatore nato in Colombia, al top della condizione, opterei per <em>El Tigre</em> e la sua precisione quasi preternaturale sotto porta.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">5) Luis Fernando Díaz</h2>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p>Chiaramente, la sua è una collocazione provvisoria, e sarei stupito se a fine carriera l&#8217;ala del Liverpool non fosse almeno sul podio. L&#8217;esterno di Barrancas, giovanissimo protagonista in patria, a 22 anni è emigrato in Portogallo (campionato che presenta diverse analogie con quelli sudamericani e che infatti diventa spesso la loro porta d&#8217;ingresso nel Vecchio Mondo) e ha dimostrato subito di possedere doti tecniche in dosi industriali e la capacità di saltare con frequenza sorprendente l&#8217;uomo nell&#8217;uno contro uno. A Liverpool, nel corso di tre stagioni brillanti, Luis si è confermato come il giocatore più estroso della squadra, di cui è diventato un punto fermo inamovibile. In nazionale, ha già messo a referto 14 reti in 54 partite, confermandosi un campione.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">6) Andrés Escobar</h2>



<p></p>



<p>Un campione dal tragico destino, come il nostro Gaetano Scirea, ecco cosa è stato il difensore colombiano <strong>Andrés Escobar</strong>. Destino che fa ancora oggi schiumare di rabbia, anche più di quello di Gai, perché come sappiamo tutti Andrés ha trovato la morte per mano della criminalità organizzata del suo paese, che l&#8217;ha punito per un autogol sfortunato in quel di Pasadena, cittadina californiana che per noi italiani è maledetta a causa di un rigore sparato alle stelle, mentre per i colombiani è la madre di tutte le sventure e di una morte precoce, violenta e inaccettabile. A prescindere da quanto avvenuto a Medellín il 2 luglio di trent&#8217;anni fa, Escobar merita una posizione alta in graduatoria per il giocatore che ha dimostrato di essere: &#8220;libero&#8221; elegante, tecnico e determinato, leader statuario e persona colta (tanto da guadagnarsi l&#8217;ammirazione di Gabriel García Márquez), Andrés per otto anni ha guidato la difesa dell&#8217;<strong>Atlético Nacional </strong>e ha condotto per mano la sua squadra a vincere la Coppa Libertadores e a far sudare le proverbiali sette camicie al Milan degli invincibili. L&#8217;<strong>Atlético</strong> di <strong>Maturana</strong> incarnava la versione latina del sacchismo, sfruttava più dei rossoneri il possesso palla prolungato e cadenzato, ma sapeva anche soffocare gli avversari con il pressing, e proprio l&#8217;efficacia del palleggio e del pressing fu l&#8217;arma che mise in crisi i più quotati rossoneri. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">7) Faustino Asprilla</h2>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p>A Parma e credo anche a Newcastle circolano ancora voci leggendarie sulle nottate di Tino <strong>Asprilla</strong>, altro autentico pazzo che poteva nascere solo in quella parte del mondo, grande talento, atleticamente esplosivo e tecnicamente eccellente, utile più come apriscatole che come uomo gol, ma non allergico alla rete e soprattutto alla rete che pesa (qualcuno ricorda la punizione capolavoro che scrive la parola fine sul record del Milan, nel 1993?). L&#8217;uomo più imprevedibile del Nacional che mette in crisi il Milan, dopo tre stagioni in crescendo, si trasferisce nella ricca Serie A e fa innamorare una città intera, con le sue sgroppate palla al piede, le sue mattane e le sue invenzioni. Tino con il Parma vince la Coppa delle Coppe e quindi, esaltato da un partner come Zola, chiude un paio di stagioni in doppia cifra e conferma di essere un giocatore di spessore internazionale. La breve esperienza a Newcastle sarà meno felice ma lo vede comunque protagonista di una storica tripletta al Barcellona in Champions. In nazionale, Asprilla è il giocatore &#8220;dispari&#8221; di una Colombia che è tutta dispari e ed grande protagonista soprattutto delle qualificazioni ai mondiali del 1994 e del 1998.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">8) Arnoldo Iguarán</h2>



<p></p>



<p><strong>Arnoldo Iguarán</strong> è stato una sorta di precursore di Falcao: uomo gol preciso e continuo, dotato di una tecnica superiore alla media, ha fatto le fortune di Milionarios e Cúcuta Deportivo, ha conquistato titoli di capocannoniere ovunque, sia in Libertadores che nel campionato del suo paese che, infine, nella Coppa America del 1987, torneo rappresenta il suo apogeo personale accanto alla Copa dell&#8217;anno successivo, nell&#8217;ambito del quale Arnoldo è il trascinatore dei suoi Milionarios. A fine anno, la sua super stagione gli vale un posto nella squadra ideale del Continente. Ancora oggi, Arnoldo è il secondo marcatore all time della nazionale colombiana e viene sempre nominato dai giornalisti del suo paese quando si parla dei massimi giocatori colombiani di sempre.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">9) Adolfo Valencia</h2>



<p></p>



<p>Zingaro del calcio,<strong> Adolfo Valencia</strong>, noto per la sue eccezionali doti in progressione, che gli valgono il soprannome di <em>Treno</em>, deve a mio parere trovare un posto in questa lista. Dopo una vita da talento emergente a Santa Fé, Valencia emigra in Germania, sulla carta un luogo lontanissimo dalla sua terra natìa, e contro ogni pronostico si ambienta bene, diventando un&#8217;arma importante del Bayern Monaco campione di Germania del 1994 &#8211; con i bavaresi, Valencia segna 11 reti in 26 partite, ma soprattutto fa strabuzzare gli occhi ai suoi tifosi con le sue magate e i suoi <em>actos de indisciplina</em>, che inducono la società tedesca a spedirlo a Madrid, sponda Colchoneros, dove il colombiano si ambienta meno, pur confermandosi un giocatore capace di colpi da campione. L&#8217;avventura in chiaroscuro nella disastrosa Reggiana lo induce a riprendere la strada per casa e a vestire la maglia dell&#8217;America Calì. In ogni caso, il meglio Valencia lo lascia vedere con la maglia dei <em>Cafeteros</em>: strepitoso uomo di punta della squadra che umilia l&#8217;Argentina nel 1993, è il migliore dei suoi in America un anno dopo e gioca da titolare anche il mondiale francese; anche nel 1998, pur avendo ormai perso la velocità delle stagioni migliori, si conferma un giocatore di spessore.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">10) Iván Córdoba</h2>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p>Chiedo perdono al sovrano di tutti i folli del Sudamerica, sua maestà René Higuita, e anche all&#8217;artista del dribbling, che progressivamente diventa anche un difensore disciplinato, Juan Cuadrado, entrambi meritevoli di una citazione quantomeno come undicesimo di lusso, ma per il decimo posto alla fine non posso esimermi dal premiare <strong> Iván Córdoba</strong>, solido, rapidissimo (&#8220;<em>Speedy Gonzales</em>&#8220;) e atipico centrale di scuola sudamericana, che per anni sarà colonna dell&#8217;Inter e della nazionale, con la quale vince da titolare e uomo chiave la Coppa America del 2001, decidendo anche la finale. La sua capacità di imporsi anche in Europa e in uno squadrone di vertice mi suggerisce di premiarlo quantomeno con un meritato decimo posto.</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Le 5 migliori squadre europee dal 2001 al 2005</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jul 2024 06:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo millennio sovverte le gerarchie: l&#8217;egemonia italiana sull&#8217;Europa, messa severamente in discussione già nel 2000, con il 2001 alza definitivamente bandiera bianca. Il nuovo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il nuovo millennio sovverte le gerarchie: l&#8217;egemonia italiana sull&#8217;Europa, messa severamente in discussione già nel 2000, con il 2001 alza definitivamente bandiera bianca. Il nuovo calcio è appannaggio di inglesi e spagnoli, che ne hanno codificato i principi mettendo a nudo la fragilità delle nostre convinzioni.</p>



<p>A posteriori, il 2003 rappresenta più che altro il colpo di coda, l&#8217;ultimo rantolo del calcio italiano delle due decadi precedenti, un po&#8217; come il trionfo berlinese è una sorta di rivincita giunta quasi fuori tempo massimo, di riscatto tardivo dalle numerose e sfortunate delusioni azzurre dei tornei precedenti.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2000-2001</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<p></p>



<p>Il tradimento del secolo &#8211; Figo che trasloca a Madrid a suon di cifre record, e che pagherà il trasferimento con il risentimento imperituro dei catalani &#8211; arricchisce il <strong>Real Madrid</strong> campione d&#8217;Europa con uno dei migliori giocatori del mondo, reduce peraltro da un europeo straordinario. Il Real del 2000/2001, benché abbia perso il cervello di Redondo, è probabilmente più forte di quello campione d&#8217;Europa dell&#8217;anno precedente, ma in Champions inciampa nel Bayern operaio e combattivo di Scholl, Effenberg e Kahn. Nella Liga, invece, non c&#8217;è storia: ispirato dal miglior Raúl della carriera, lo squadrone blanco esprime forse il miglior calcio del continente e la nutrita concorrenza ispanica nulla può davanti alla sua superiorità tecnica, individuale e di squadra.</p>



<p>Il<strong> Bayern Monaco</strong> non ha i valori dei madrileni ma si prende la rivincita sul destino che due anni prima l&#8217;ha tradito. Se la finale di Milano è mortificante &#8211; chi scrive ricorda un Platini allibito in tribuna &#8211; il cammino dei bavaresi non lo è, perché la squadra del demiurgo Hitzfield elimina con merito il Manchester United e il Real Madrid, e sfiora l&#8217;en plein, vincendo anche la Bundesliga e la Coppa di Lega. La squadra, molto quadrata e poco votata a vezzi e svolazzi, si affida ai guantoni di Kahn, alla regia illuminata del &#8220;cattivo&#8221; Effenberg, alla qualità di Mehmet Scholl, alla grinta e alla corsa di Jens Jeremies. La sua stagione è trionfale.</p>



<p>Il <strong>Manchester United</strong> è una garanzia: viene eliminato ai quarti di Champions dal Bayern, ma in Inghilterra si conferma invincibile. Beckham, Scholes e Giggs hanno raggiunto la piena maturità e questa volta l&#8217;Arsenal di Titì e Mr. Class nulla può per arginare lo strapotere dei ragazzi di Ferguson. tra i quali brilla un Teddy Sheringam toccato dalla musa del football ed eletto giocatore dell&#8217;anno del calcio inglese.</p>



<p>Il <strong>Valencia</strong> di Cuper vede sfumare per la seconda volta l&#8217;agognata Champions sul più bello, e la sconfitta di San Siro fa più male di quella di un anno prima, perché arriva ai rigori dopo una partitaccia in cui nessuna delle due squadre si è espressa al meglio. Mendieta si conferma il giocatore chiave di una squadra che non è pirotecnica come la formazione del 2000, ma che è più matura e lucida nella lettura dei momenti difficili della partita, e che si concentra sull&#8217;Europa, perdendo qualche partita di troppo nella Liga.</p>



<p>La <strong>Roma</strong> di Fabio Capello è l&#8217;ultima squadra a meritare una menzione celebrativa: il terzo scudetto della storia giallorossa non è forse il più bello (la squadra di Liedholm esprimeva un calcio sublime), ma è il più convincente. Batistuta è la punta di diamante di una squadra che si affida ai colpi di genio di un Totti stellare, all&#8217;abnegazione di Tommasi, ai piedi fatati di Cafu, e che in generale dimostra di essere solida, concreta e continua.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2001-2002</h2>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p>Il delirio di onnipotenza dei <em>Blancos</em> inizia a varcare i confini dell&#8217;indecenza, ma lo fa in maniera brillante, spudorata. Il <strong>Real Madrid</strong>, non pago del parterre di stelle che già può mettere in campo, decide di soffiare alla Juventus Zidane, forse in quel momento il giocatore più grande e decisivo in circolazione, e lo fa ancora una volta a suon di cifre record. L&#8217;acquisto si rivela azzeccato: Zizou gioca come il primus inter pares, Roberto Carlos disputa una stagione da pallone d&#8217;oro, Makélélé gioca come se al suo fianco ci fosse il suo Doppelgänger e così in Europa il Real si dimostra la squadra migliore con margine, mentre nella Liga non riesce a dare continuità ai colpi dei suoi fuoriclasse e chiude al terzo posto, anche se non lontano dalla vetta sulla quale si accomoda il <strong>Valencia</strong>.</p>



<p>La squadra mediterranea, sempre più matura e solida, trova nel <em>Pajaso</em> Aimar il mago che le mancava e si concentra sulla Liga, dove gioca come un vero e rodato collettivo, tanto che nessun giocatore chiude la stagione in doppia cifra, ma di fatto il campionato non è mai in discussione.</p>



<p>La squadra più bella d&#8217;Europa, nel 2001/2002, a mio parere è in ogni caso l&#8217;<strong>Arsenal</strong>: lo United nel finale boccheggia e non ritrova gli equilibri delle stagioni precedenti, e gli unici veri grattacapi all&#8217;Arsenal li dà il Liverpool, ma sono grattacapi che destano poche preoccupazioni: l&#8217;Arsenal esprime il calcio migliore, vola sulle ali di Ljungberg e Pires  e trova in Henry uno dei primissimi giocatori del mondo. La sua Premier corona una stagione spettacolare cui manca l&#8217;acuto europeo, come purtroppo accadrà spesso anche nelle stagioni successive.</p>



<p>Il <strong>Bayer Leverkusen</strong>, anche se non vince nulla, deve rientrare in graduatoria: è forse l&#8217;unica squadra in grado di contendere all&#8217;Arsenal la palma di formazione più bella e in Europa vola, eliminando con merito lo United. In finale, il capolavoro di Zidane e un Casillas in formato saracinesca lo privano della gioia più grande, ma tolgono poco al valore delle aspirine &#8211; in Germania, invece, tocca al Bayern togliere il sorriso dal volto dei tifosi rossoneri.</p>



<p>La scelta della quinta squadra degna della rosa non è semplice, ma sommando tutto opto ancora per la <strong>Roma</strong>: i giallorossi non vincono nulla e la precoce eliminazione in Europa rimane una delusione a oltre vent&#8217;anni di distanza, e probabilmente pagano più del dovuto la scarsa vena di un Batistuta che implode di colpo, ma restano una delle rose (vedi anche l&#8217;arrivo di Cassano) e delle squadre migliori del mondo, e lo scudetto sfumato per un punto il 5 maggio è anche per i giallorossi &#8211; e non solo per i nerazzurri &#8211; un grosso rimpianto.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2002-2003</h2>



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<p>Prosegue la scalata del <strong>Real Madrid</strong> verso il paradiso: Florentino è inarrestabile e aggiunge Ronaldo, reduce dal trionfale mondiale orientale, alla sua collezione di fenomeni planetari. Il fuoriclasse brasiliano saluta Milano con il broncio, mentre accusa neanche troppo velatamente Mr. Cuper di essere il responsabile del suo doloroso addio all&#8217;Inter, e si accomoda tra i fenomeni che già indossano la maglia bianca, ufficializzando l&#8217;inizio dell&#8217;era galattica, un&#8217;era che sarà più foriera di delusioni e di amarezze che di gioie, per i tifosi madrileni, ma che inizia con il botto: il Real Madrid conquista Supercoppa UEFA, Coppa Intercontinentale e Liga, trascinata da uno Zidane ispiratissimo e dall&#8217;ultimo Ronaldo versione Fenomeno della carriera, e vanta comunque la miglior squadra d&#8217;Europa, a mio parere. </p>



<p>Nelle serate di gala della Champions, il Real fa ampiamente il suo dovere e regala spettacolo, ma scivola sulla prestazione irripetibile della <strong>Juventus</strong> di Lippi, l&#8217;unica squadra che possa davvero contendere al Real Madrid la corona stagionale: Pavel Nedvěd gioca da pallone d&#8217;oro ed è uno schiacciasassi sia un Serie A che in Europa, Del Piero torna ai suoi fasti migliori, Trezeguet è un cecchino infallibile e Buffon si consacra come numero uno dei numeri uno. La finale controversa di Manchester soffoca in gola, per l&#8217;ennesima volta, il grido di gioia dei tifosi bianconeri, che possono però consolarsi con uni scudetto meritatissimo e un cammino europeo da applausi.</p>



<p>Il<strong> Milan</strong> vince la Champions, si ritrova tra le mani, quasi inaspettatamente, un regista geniale e senza precedenti nel nostro calcio come Andreino Pirlo, e in Europa vive alcune notti magiche, esaltate da un Inzaghi immarcabile da un grande centrocampo. Il successo arriva però quasi inatteso e in maniera soffertissima, con una sola vittoria nelle ultime cinque partite. In campionato inoltre, complici un Rivaldo che si affossa dopo un paio di mesi e uno Shevchenko costretto a lungo ai box,  il Milan non regge il passo della Juve e anche dell&#8217;Inter.</p>



<p>Merita quindi di essere posizionato ad altezza Milan anche il redivivo <strong>Manchester United</strong>: i Diavolo Rossi ritrovano la forma migliore e davanti, con van Nistelrooj, mettono in campo uno dei migliori centravanti in circolazione. Al resto pensano Giggs e soprattutto un Paul Scholes superlativo. </p>



<p>Gioca bene quanto lo United e perde la Premier sul filo di lana il solito grande <strong>Arsenal,</strong> che si aggrappa alle galoppate di un Henry spettacolare. In Europa, le due big inglesi pagano dazio anche per la lunga volata che costringe entrambe a non concedere nulla in Premier, ed escono così prematuramente, ma questo toglie poco alla qualità delle due squadre.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2003-2004</h2>



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<p>Anche nel 2004, la formazione più forte del Vecchio Continente non è quella che vince la Champions. Il <strong>Milan </strong>del 2004 è superiore a quello dell&#8217;anno precedente, vince uno degli scudetti esteticamente più appaganti della storia della serie A, ritrova uno Sheva immarcabile e scopre nel giovanissimo Kakà un bambino in grado di fare la differenza. La nottataccia folle di La Coruña chiude anzitempo la cavalcata europea dei rossoneri, ma non li priva della palma di squadra più bella in circolazione.</p>



<p>O meglio, la palma può esser contesa ai rossoneri solo dall&#8217;<strong>Arsenal</strong> degli invincibili, un altro collettivo che gira a meraviglia, in grado di chiudere la Premier da imbattuto e di dominare in lungo e in largo gli avversari, anche perché Vieira gioca come si conviene a un frangiflutti di classe superiore e Henry è con ogni probabilità il giocatore più decisivo in circolazione. I londinesi del Chelsea, improvvisamente ricoperti di milioni da un russo super-ricco e super-ambizioso, in Champions giocano uno scherzetto crudele ai concittadini, e così, proprio come il Milan, anche l&#8217;Arsenal non riesce ad approdare alle fasi finali della competizione più prestigiosa.</p>



<p>Cosa che invece riesce e benissimo allo straordinario<strong> Porto</strong> dell&#8217;ancor più straordinario José Mourinho: la squadra portoghese è in crescita da un paio d&#8217;anni e trova nel genietto Deco il deus ex machina capace di catalizzare il gioco e di trovare anche le soluzioni decisive. Per il resto, anche grazie a un cammino non impossibile, i portoghesi si dimostrano squadra ostica, concreta e tecnicamente eccellente, e vincono con pieno merito la Champions, una delle più inattese di sempre, titolo cui si sommano la Liga portoghese e altri trofei nazionali.</p>



<p>Il <strong>Real Madrid</strong> dei <em>Galacticos</em> comincia a mostrare la corda: le sue stelle volano per circa 2/3 di stagione, ma crollano sul più bello, perdendo sia la Liga che i quarti di Champions. In ogni caso, il gioco espresso per buona parte della stagione, in cui si esalta un Ronaldo ancora brillante, e il valore dei singoli impongono di citare per l&#8217;ennesima volta i madrileni tra le big.</p>



<p>In Spagna, il titolo finisce a sorpresa (ma si tratta di una sorpresa relativa) a <strong>Valencia</strong>: il club di Baraja, Vicente, Aimar e altri grandi giocatori è il più continuo e brillante di Spagna e porta sulle sponde del Mediterraneo un titolo bellissimo, l&#8217;ultimo che non sia finito a Madrid o a Barcellona.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2004-2005</h2>



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<p>Nel 2005, il <strong>Milan</strong> si conferma come la squadra più bella e forte in circolazione, ma non vince nulla, per uno di quei paradossi non così rari nella storia dello sport. I rossoneri, giunti alla piena maturità, in campionato sono protagonisti di un logorante testa a testa con la Juventus di Capello, che prevale anche perché si prende di forza lo scontro diretto di San Siro. In Europa, in rossoneri sono in grande spolvero fino alle semifinali, quando soffrono le pene dell&#8217;inferno contro gli arrembanti e spettacolari olandesi del PSV, orchestrati dal fuoriclasse della panchina Guus Hiddink. Se la qualificazione alla finale è un po&#8217; fortunosa, non serve spendere in questa sede troppe parole per la beffa di Istanbul, in cui la buona sorte si riprende tutto quanto regalato sino a quel momento e lo fa con gli interessi.</p>



<p>Nel frattempo, il mago Mourinho, reduce dal capolavoro di Oporto, si fa ingolosire dai milioni di sterline messi sul piatto da Abramovič e fa le valigie per Londra. Il <strong>Chelsea</strong> del 2004/2005 è uno dei capolavori sommi della sua carriera: il Chelsea si affida a una delle difese più invalicabili di sempre e davanti attacca lo spazio in una sorta di premonizione del gegenpressing. La Premier viene conquistata in maniera trionfale e in Europa sono i dettagli e la sfortuna a punire i londinesi, dopo aver regalato loro, tuttavia, una delle serate più magiche della loro storia, ovvero l&#8217;ottavo di ritorno contro il Barcellona, là dove si assiste al &#8220;miglior quarto d&#8217;ora della storia del calcio&#8221;.</p>



<p>A proposito di <strong>Barcellona</strong>: dopo diversi alti e bassi, sulla panchina dei blaugrana si siede Frank Rijkaard, che si trova tra le mani il talento spropositato e incontenibile di Ronaldinho, il quale porta a compimento il suo processo di maturazione e diventa fenomeno planetario. Lo seguono a ruota Eto&#8217;o, Deco, uno Xavi in forma smagliante e un giovane ma illuminante <em>Illusionista</em>. Il Barça esprime per larghi tratti il calcio migliore del mondo (memorabile il 2-1 con cui regola il Milan nel girone, con un Dinho siderale), stravince la Liga e viene estromesso dalla Coppa da un grande Chelsea e da qualche episodio sfortunato.</p>



<p>Al cospetto dei tre squadroni sopracitati, le altre squadre d&#8217;Europa risultano delle sparring partner; in ogni caso, il<strong> Liverpoo</strong>l di Gerrard, Xabi Alonso e Benitez, che in Premier va a strappi, in Europa sente aria di casa e surclassa la Juve, supera il Chelsea e in finale porta a termine la rimonta del secolo. Il successo europeo gli vale una menzione, così come lo scudetto (poi revocato) vale una menzione per la <strong>Juventus</strong>, una delle ultime propaggini degli anni &#8217;90 viste in campo negli anni duemila: Capello è fedelissimo al proprio canovaccio di dieci anni prima e in Italia la solidità della sua Juventus viene premiata, ma in Europa il calcio più arioso e veloce del Liverpool le fa vedere i sorci verdi.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/07/16/le-5-migliori-squadre-europee-dal-2001-al-2005.html">Le 5 migliori squadre europee dal 2001 al 2005</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Le 5 migliori squadre europee dal 1996 al 2000</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Jun 2024 15:35:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci avventuriamo nella seconda metà degli anni &#8217;90, un periodo che anche lo scrivente ricorda alla perfezione perché coincide per lui con gli anni della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/06/08/le-5-migliori-squadre-europee-dal-1996-al-2000.html">Le 5 migliori squadre europee dal 1996 al 2000</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Ci avventuriamo nella seconda metà degli anni &#8217;90, un periodo che anche lo scrivente ricorda alla perfezione perché coincide per lui con gli anni della scuola superiore. La supremazia del calcio italiano sull&#8217;Europa rimane una sorta di assioma, ma qualcosa comincia a scricchiolare, e il futuro getta un&#8217;ombra sinistra sul Belpaese, destinato a essere sorpreso dalla storia con lo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1995-1996</h2>



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<p></p>



<p>La stagione che si chiude con la finale di Roma mi ha creato più di un grattacapo, perché fino a primavera la sensazione diffusa è che l&#8217;Ajax sia ancora la squadra da battere. Le lezioni di gioco impartite al Real e alcune esibizioni in grado di far luccicare gli occhi trasformano l&#8217;Ajax in una squadra adorata dagli esteti, ma anche nello spauracchio di tutte le avversarie in Champions. La <strong>Juventus</strong> inizia il campionato in modo meno tambureggiante rispetto agli olandesi, ma cresce di colpi nel corso dell&#8217;anno e disputa una delle Champions più spettacolari della sua storia. <a href="https://gameofgoals.it/2021/08/09/1996-finale-juventus-ajax-amsterdam-5-3-dcr-1-1.html">La finale è all&#8217;insegna dell&#8217;equilibrio nei primi 45 minuti, ma vede la Juventus prevalere in maniera abbastanza netta sul piano del gioco nella ripresa e durante i supplementari, e per una volta la lotteria dei calci di rigore fa giustizia</a>. Fosse anche solo per la finale, voto quindi la squadra di Marcello Lippi, che trova in Vialli il capitano coraggioso e in un Del Piero ispiratissimo il giocatore più decisivo &#8211; e, probabilmente, il miglior calciatore italiano in assoluto, in quel momento.</p>



<p>L&#8217;<strong>Ajax</strong>, in ogni caso, è la squadra più bella del mondo, una formazione composta da pittori fiamminghi (così la definì l&#8217;avvocato Agnelli), e il fiatone della finale toglie poco-nulla al suo valore e alla sua forza. Litmanen è ancora un candidato al pallone d&#8217;oro ed è attorniato da giocatori di prima fascia e da un grande collettivo.</p>



<p>Il <strong>Milan </strong>sogna in grande, perché Roberto Baggio e George Weah hanno traslocato a Milanello e il suo Presidente pregusta le meraviglie del tridente formato dai due palloni d&#8217;oro e dal suo pupillo, il Genio Savićević; durante l&#8217;estate, sulla stampa è tutto un rincorrersi di teorie e di paragoni tra il tridente rossonero, quello della Juventus e quello allestito dai signori Tanzi a Parma &#8211; tridente composto da Gianfranco Zola, il numero uno del nostro calcio nel 1994/1995, da Mr. Follia Faustino Asprilla e da un altro pallone d&#8217;oro, Hristo Stoičkov. Purtroppo, come ricorderà chi c&#8217;era, il tridente rossonero fatica a trovare la giusta alchimia, anche perché Roberto è spesso in infermeria e gioca ai limiti della sufficienza, al contrario dell&#8217;ispirato Genio e di un Weah in versione numero uno al mondo, e quindi solo di rado i tre giocatori coesistono e rendono al meglio. I rossoneri, in ogni caso, si dimostrano una squadra solidissima e portano a casa il quarto titolo in cinque anni, un titolo di fatto mai in discussione, e il dominio imposto sul campionato più complicato del pianeta gli vale una citazione doverosa.</p>



<p>In Inghilterra, il Blackburn Rovers vorrebbe ripetere il capolavoro dell&#8217;annata precedente, quando ha superato a sorpresa il <strong>Manchester United</strong>, ma deve fare i conti con il desiderio di rivincita di Alex Ferguson e soprattutto di Eric Cantona, che dopo aver annunciato il ritiro cambia idea e disputa forse la stagione della vita, alla guida di una banda di ragazzini che i più pronosticano come incapaci di giocarsi subito il titolo, e che invece lo portano a casa con pieno merito. Il double con la FA Cup, ottenuta superando il Liverpool a Wembley grazie all&#8217;ennesimo capolavoro stagionale di King Eric, è la ciliegina su una delle torte più gustose del mondo.</p>



<p>Il <strong>PSG</strong> ha venduto la sua stella, il pallone d&#8217;oro Weah, al Milan, e &#8211; come accade più spesso di quanto non si creda &#8211; vince a sorpresa il primo titolo europeo della sua storia. A sorpresa, ma fino a un certo punto, perché i parigini sul piano tecnico sono uno squadrone, in cui brilla il genio anacronistico, cadenzato e impareggiabile di Raí&nbsp;e in cui matura definitivamente un talento cristallino come quello di Djorkaeff. In Coppa delle Coppe, i parigini domano il Parma dimostrandosi una squadra superiore ai pur fortissimi emiliani, quindi hanno la meglio del Deportivo e in finale del Rapid Vienna. </p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1996-1997</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Juventus  4 -1 Ajax Semi Final (2nd leg) | #UCL 1996-1997 | Highlights &amp; Goals" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/egMFfsR_WCA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>La <strong>Juventus</strong> più bella degli anni &#8217;90, forse la più bella di sempre, soccombe nella inverosimile finale di Monaco, una finale che come ha detto qualcuno possiede qualcosa di lynchano, è un inganno contorto e senza soluzione, un &#8220;doppio sogno&#8221; come quello di Mulholland Drive. Per gli juventini la finale di Monaco è una ferita aperta anche a ventisette anni di distanza, una ferita che sanguina anche più copiosamente di quella di quattordici anni prima, perché tutto sommato ad Atene l&#8217;Amburgo prevale con merito, mentre il 1997 è uno scherzo della storia, che toglie il sorriso ai tifosi bianconeri, ma che toglie davvero poco-nulla alla grandezza della squadra di Lippi, forse il miglior collettivo post-sacchiano di sempre: infarcita di gregari di lusso che giocano una stagione lunare, ispirata da un Vieri bomber a tutto campo, da un Del Piero che quando è in salute è un artista della veronica e dell&#8217;uno contro uno, e soprattutto da un certo Zinédine Zidane, che come il suo antesignano Platini inizia con il broncio e poi illumina il firmamento bianconero con la sua classe, specialmente in Europa, la Juve colleziona scalpi di lusso (lo United ridotto quasi all&#8217;impotenza, il PSG e il Milan seppelliti di gol, il River Plate superato non senza soffrire con merito,<a href="https://gameofgoals.it/2021/09/04/1997-semifinale-ritorno-juventus-ajax-4-1.html"> l&#8217;Ajax letteralmente cancellato dal campo</a>), esprime un calcio all&#8217;italiana modernissimo e offensivo, ma si incarta proprio a un metro dal traguardo.</p>



<p>Dopo i sorteggi dei quarti di finale, tutta Europa pregusta una finale tra Juventus e <strong>Manchester United</strong>, e del resto la banda di Ferguson sta maturando, con la stella da rotocalco Beckham che si dimostra anche un grande campione, un Giggs nel pieno delle sue forze e King Eric ancora sulla breccia, per l&#8217;ultimo grande ballo. In Premier League il Manchester supera un Newcastle milionario e ostico, e in Europa finalmente riesce a raggiungere le semifinali e pure da favorito, ma le api tedesche gli giocano uno scherzo inatteso e doloroso che lo priva della finale di Monaco.</p>



<p>In Spagna si assiste a un <em>Clasico</em> lungo un anno, con le due grandi che macinano calcio, record e prestazioni da applausi. Alla fine, la spunta il <strong>Real Madrid</strong> di Fabio Capello, una squadra ricchissima di stelle: Predrag Mijatović gioca un calcio siderale e a fine anno finisce secondo nella graduatoria del pallone d&#8217;oro, ma anche Carlos e Raúl diventano due stelle planetarie, e Don Fabio è ancora nella fase taumaturgo, non soddisfa in pieno le esigenze estetiche del pubblico madrileno ma costruisce una squadra solidissima e in grado di far male in molti modi diversi.</p>



<p>Sul piano strettamente tecnico, non è da meno il <strong>Barcellona</strong> di Bobby Robson, che dopo un paio di stagioni in chiaroscuro consacra tra i grandi Figo e il Piccolo Buddha Iván de la Peña, e più di ogni altra cosa si trova tra le mani un Ronaldo in versione plutonica, una sorta di proiettile sparato sul terreno di gioco a velocità futuribili, dotato di una tecnica sullo stretto con pochi eguali e di un senso del gol da bomber puro. In Europa, Ronaldo è l&#8217;uomo chiave del Barcellona che vince la Coppa delle Coppe, e nella Liga fa semplicemente un altro sport rispetto a tutti.</p>



<p>Si può discutere a lungo del valore tecnico del<strong> Borussia Dortmund</strong> del 1996/1997, una squadra di reduci e di &#8220;scarti&#8221; della Serie A che in Bundesliga non ripete il successo dell&#8217;anno precedente e che in Europa raggiunge le fasi finali come sparring partner; il fatto è che il Borussia ha la meglio sia del Manchester United che della Juventus, in entrambi i casi (e soprattutto nel secondo) in maniera difficilmente comprensibile, e che una Champions League rimane un trofeo troppo importante per essere trascurato. </p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1997-1998</h2>



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<p>Ancora un&#8217;annata superlativa e ancora una serata stregata, una notte maledetta e causa di imperituri dolori per i tifosi juventini: come l&#8217;anno prima, anche se con meno verve e meno adrenalina, la <strong>Juventus</strong> gioca come si conviene al collettivo più rodato d&#8217;Europa, e rispetto al 96/97 può schierare anche il miglior Del Piero della carriera, colto al meglio delle sue enormi possibilità tecniche e fisiche. Inzaghi, inoltre, porta in dote i gol &#8220;sporchi&#8221; mancati l&#8217;anno prima e in mezzo al campo Edgar Davids corre per due e recupera palloni per tre: tutto sembra apparecchiato per la rivincita europea, per la terza coppa in grado di far dimenticare lo strascico infinito di polemiche con cui si chiude la lotta scudetto, ma come noto anche Amsterdam diventa una maledizione per i bianconeri, perché nella città olandese a trionfare, nel maggio del 1998, è il <strong>Real Madrid</strong>.</p>



<p>Dopo 32 anni di digiuno, i <em>Blancos</em> si riprendono infatti ciò che avevano di fatto inventato e lo fanno un po&#8217; a sorpresa, perché l&#8217;Europa intera vedeva nella Juve la squadra favorita. Appoggiati sulle spalle spalle solide di Hierro e ispirati dal calcio cerebrale, sofisticato di Fernando Redondo, i madrileni vantano anche un attacco stellare e se nella Liga non brillano, finendo addirittura quarti, il successo europeo, arrivato dopo alcune grandi prestazioni, mi obbliga a una menzione.</p>



<p>In Spagna il <strong>Barcellona</strong>, nonostante abbia ceduto a peso d&#8217;oro Ronaldo all&#8217;Inter, domina il campionato: Rivaldo completa il suo lungo processo di maturazione e diventa un fuoriclasse di caratura planetaria e un titolare inamovibile della nazionale verdeoro. Figo e il ricco parterre di giocatori di spessore che circondano il brasiliano sono il segreto di un Barcellona che gioca più come una squadra, rispetto all&#8217;anno precedente, e che incamera anche Coppa del Re e Supercoppa Europea.</p>



<p>Il derby d&#8217;Italia lungo un anno e foriero di polemiche come non si era mai visto e, fortunatamente, non sarebbe più avvenuto, vede come seconda protagonista naturalmente l&#8217;<strong>Inter</strong> di Gigi Simoni, di Moratti e soprattutto del Fenomeno. Chi scrive ritiene che le due letture che sta per proporre non cozzino tra loro: da un lato, senza Ronaldo l&#8217;Inter del 1998 non si sarebbe giocata lo scudetto e probabilmente non sarebbe uscita trionfante dal complicato cammino di coppa UEFA, perché sono le prodezze in serie del brasiliano, un giocatore del futuro sbarcato per caso nel mondo degli anni &#8217;90, a fare la differenza in innumerevoli momenti difficili (penso al gol di Mosca, quando il brasiliano si smaterializza tra i due difensori russi); d&#8217;altro canto, sarebbe ingeneroso dimenticare che l&#8217;Inter del 1997/1998 è una collezione di nazionali, da Pagliuca a Bergomi, da West a Moriero, e che giocatori come Zamorano, Djorkaeff, Simeone e Winter sono titolari inamovibili di squadre di profilo medio o alto. La leggenda della squadra di scarpari è quindi a mio parere una clamorosa bufala, ma questo nulla toglie alla grandezza quasi preternaturale del Ronaldo ammirato in Italia nel corso dell&#8217;annata 97/98.</p>



<p>Da ultimo, una menzione per la Lazio che sta diventando grande, per il miracolo del Kaiserslautern di Otto Rehhagel, un tecnico che ha riempito l&#8217;autobiografia sotto la voce miracoli, e soprattutto una menzione doverosa per l&#8217;<strong>Arsenal</strong> di Wenger, a mio avviso la quinta formazione che deve essere ricordata quando si pensa al 1997/1998. Il tecnico alsaziano, dopo un paio di stagioni di rodaggio, trova la formula magica, e così l&#8217;Arsenal decolla definitivamente, interrompendo la lunga serie di successi dello United e riportando a Londra il titolo dopo nove anni di attesa. In una squadra che pratica un calcio quasi indecifrabile, a suo modo già proiettato verso il nuovo millennio alle porte, brilla come non mai la luce dei Dennis Bergkamp, che gioca un calcio straordinario, coronato da un grande mondiale. Ronaldo è un marziano, Del Piero gli va vicino, ma quando rifletto sul 1997/1998 io penso soprattutto a Mr. Class e ai suoi giochi di prestigio.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1998-1999</h2>



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<p>Per chi scrive sembrano siano passati pochi giorni dal termine della stagione 98/99, forse in assoluto quella da lui vissuta con maggiore intensità e anche quella che in qualche modo chiude l&#8217;epoca d&#8217;oro del nostro calcio.</p>



<p>Come spesso accade, il meraviglioso ciclo della Juventus implode senza preavviso: l&#8217;infortunio di Del Piero, le prestazioni svogliate e senza guizzi di Zizou e un Davids più ombre che luci privano la Juventus dei suoi fari, e così la squadra lentamente scivola lontana dai vertici della classifica, e la fine della sua epoca viene certificata dal 4-1 subito in casa dal Parma di Malesani.</p>



<p>Ecco quindi che, dopo un triennio di dominio, la Juventus cede il passo al<strong> Manchester United</strong> di Sir Alex Ferguson, una squadra (come di consueto) tecnicamente spettacolare ed esaltante, che trova però anche la lucidità e la cattiveria necessarie nei momenti cruciali: come un puglie che dà il meglio quando si trova all&#8217;angolo e pieno di lividi, lo United ribalta situazioni complicate in serie, su tutte la finale di Barcellona, e il suo leggendario treble mi impone di regalargli il primo posto. Il centrocampo dei Red Devils è il migliore del mondo e in attacco i Calypso Boys sono una coppia dotata di un affiatamento da tridente kloppiano. Tutti i titoli arrivano sul filo di lana, ma davanti a un treble non si può che togliersi il cappello.</p>



<p>La finale di Barcellona è un trauma per il <strong>Bayern Monaco</strong> che contende in ogni senso al Manchester la palma di squadra di riferimento del continente: in Bundesliga i bavaresi riscattano le incertezze del campionato precedente e demoliscono letteralmente la concorrenza, distanziata di quindici punti. In Europa, pur se privi di fuoriclasse conclamati (i giocatori di maggiori talento sono Supermario Basler e Mehmet Scholl, oltre al quasi quarantenne Lothar) si dimostrano un collettivo quasi insuperabile, prevalgono sul Barcellona nel girone della morte e perdono la Coppa per questione di millimetri e di secondi. </p>



<p>A proposito di <strong>Barcellona</strong>: il girone della morte con United e Bayern gli è fatale, anche qui per questione di millimetri, ma nella Liga i catalani sono uno spettacolo, forti di un Rivaldo in versione miglior giocatore del mondo e di un Figo siderale. La Spagna osserva ammirata il calcio del Barça e pregusta successi europei che però tarderanno ad arrivare. Al posto del Barça potrebbe benissimo esserci la Dinamo Kiev, che fa sudare il Bayern ed esprime a tratti un calcio spettacolare: posso dire che si tratta di un ex aequo, anche con le due squadre italiane sotto citate.</p>



<p>La stagione delle sette sorelle è una delle più indecifrabili della storia del nostro calcio: mai si era vista, forse, tanta qualità così equamente distribuita, e mai si era vista una serie a in cui sette squadre partono con l&#8217;ambizione di vincere lo Scudetto.</p>



<p>Al termine di un campionato pazzo a vincere è il Milan di Zaccheroni, forse, Roma esclusa, in assoluto la meno quotata delle sette, ma chi scrive reputa che siano più degni della cinquina il <strong>Parma</strong> di Malesani e la Lazio di Erkisson.</p>



<p>I gialloblu schierano, forse per la prima e unica volta nella loro storia, una delle prime 3/4 rose d&#8217;Europa. Buffon, Thuram, Cannavaro, Sensini, Dino Baggio, Fuser, Boghossian, Veron, Crespo, Chiesa, FIore, Balbo, Asprilla: anche oggi, rileggere i nomi del Parma 98/99 fa una certa impressione, e il mesto quarto posto finale in Serie A non rende giustizia a quello che a tutti gli è effetti è un all star team. Il trionfo in UEFA, giunto al termine di alcune prestazioni straordinarie (6 gol al Bordeaux, 3 ai Rangers, 3 a Madrid, 3 al Marsiglia in finale) e la Coppa Italia strappata alla Fiorentina, in ogni caso, riscattano e rendono indimenticabile l&#8217;annata parmense.</p>



<p>Non è da meno, anzi, la <strong>Lazio</strong> allestita da Cragnotti, un altro all star team in cui brillano un Nesta incommensurabile e Pavel Nedvěd, da tempo uno dei massimi centrocampisti in circolazione, così come un Bobo Vieri che quando è in salute sposta gli equilibri del campionato. Lo scudetto scivola tra le dita dei laziali per qualche episodio sfortunato, ma la squadra di Eriksson si riscatta in Europa con la Coppa delle Coppe, e si consacra tra le grandi italiane del decennio.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1999-2000</h2>



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<p>La stagione che chiude il secolo breve apre gli occhi al sonnolento calcio italiano, che perde improvvisamente tutte le proprie convinzioni e deve mettere da parte la propria presunzione: dopo anni di supremazia, infatti, tutte le squadre italiane in Europa faticano e all&#8217;orizzonte si profila il dominio di spagnoli e inglesi.</p>



<p>Non è facile decretare quale sia la squadra di riferimento del 99/00, ma sommando tutto io opto ancora per il<strong> Manchester United:</strong> in Inghilterra, i Red Devils si scoprono pressoché imbattibili, distanziano l&#8217;Arsenal di diciotto lunghezze ed esprimono un calcio di pregevole fattura. In Europa, tuttavia, i ragazzi di Sir Alex inciampano sul solito Real Madrid, che espugna l&#8217;Old Trafford con una prestazione magistrale delle sue stelle (Il taconazo di Redondo!) e vengono eliminati un po&#8217; a sorpresa.</p>



<p>Il<strong> Real Madrid</strong> sembra navigare a vista per mesi, tanto che chiude la Liga con un mesto quinto posto (per quanto a soli sette punti dal Deportivo campione), ma in Champions, come quasi sempre gli capita, vede la luce: il capolavoro dell&#8217;Old Trafford prelude al successo sul Bayern Monaco delle semifinali e alla passeggiata della finale. Redondo è il giocatore chiave della squadra e viene nominato numero uno della Champions, ma il vero fuoriclasse è probabilmente un sempre più maturo e decisivo Raúl, che si avvicina ai campionati europei da numero uno d&#8217;Europa.</p>



<p>La finale di Champions è un derby spagnolo che vede contrapposto al Real Madrid il sorprendente <strong>Valencia</strong> di Cuper, una squadra che fa della velocità di circolazione del pallone e del pressing collettivo le sue armi vincenti, e che nel corso dell&#8217;anno si esibisce in un crescendo rossiniano che esplode nelle sonore lezioni inflitte alla Lazio e al Barcellona, entrambi seppelliti di reti e dominati in lungo e in largo. In finale, i mediterranei pagano il fiato corto e l&#8217;inesperienza, ma restano il collettivo più in palla del momento, e Mendieta disputa una stagione strepitosa.</p>



<p>In Italia è l&#8217;anno di Perugia e della <strong>Lazio</strong> di Eriksson, che in attacco non ha moltissime frecce a disposizione e che però può vantare il centrocampo migliore del mondo, United permettendo, un centrocampo in cui Juan Sebastián Verón fa uno sport diverso da tutti e i colleghi giocano in ogni caso come meglio non potrebbero. In difesa, Alessandro Nesta si candida di prepotenza alla corona di difensore centrale più forte in circolazione. Il Valencia supersonico e il suo calcio veloce mettono in crisi una Lazio ancora profondamente anni &#8217;90, nella concezione, ma nel complesso i biancocelesti sono una delle formazioni europee di riferimento.</p>



<p>La cinquina viene completata dall&#8217;onnipresente <strong>Bayern Monaco</strong>: la terribile scoppola del Camp Nou lascia il segno, ed è inevitabile che lo faccia, ma i bavaresi, come da loro tradizione, non si perdono d&#8217;animo, vincono la Bundesliga e raggiungono la semifinale di Champions, anche se soccombono contro il Real Madrid. Si tratta, sulla carta, di una delle versioni del Bayern meno ricca di stelle, ma anche di uno dei collettivi più ostici e difficili da affrontare che si ricordino.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/06/08/le-5-migliori-squadre-europee-dal-1996-al-2000.html">Le 5 migliori squadre europee dal 1996 al 2000</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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