Robert Lewandowski, il centravanti per antonomasia del nuovo millennio

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Vorrei cominciare il discorso con una frase lapidaria: Robert Lewandowski è il più grande centravanti del nuovo millennio.

Lo so, è un’affermazione perentoria, la realtà dei fatti è che ci sono notevoli candidati: da Luis Suárez, splendido attaccante uruguaiano dalla tecnica sopraffina, al cyborg Erling Haaland, passando per due mostri di bravura e completezza come Karim Benzema e Harry Kane senza tralasciare i cecchini Ruud Van Nistelrooy e Samuel Eto’o e l’elenco non è certo completo.

E allora – mi chiederete – cosa rende l’attaccante polacco migliore di tutti gli altri, a parer tuo?

Robert Lewandowski con la maglia del Barcellona

Credo che la risposta sia un insieme di fattori. Prima di esaminarli nel dettaglio ricordo che sto scrivendo queste righe all’indomani dell’ultima apparizione di Lewandowski in maglia blaugrana, condita con il gol numero 120, il suo ultimo, a coronamento di tre anni ad altissimo livello, in cui Robert ha marchiato con il fuoco i trofei del Barcellona, in primis la Liga 2022-2023, che ha visto nel polacco l’uomo decisivo in termini di reti pesanti, peso specifico per la squadra e prestazioni tout court. Non sappiamo quale sarà il proseguo della sua carriera, a quasi trentotto primavere sul groppone, ma direi che i tempi sono maturi per un bilancio definitivo.

Cominciamo dal primo punto: la completezza. La prima cosa che mi viene in mente quando penso a lui è: sa fare tutto.

Tiro di potenza, tiro di precisione, tocco dolce, tap-in da opportunista, colpi di testa, capacità di calciare bene con entrambi i piedi. Il repertorio di Lewandowski è infinito e senza punti deboli, è espressione dell’apollineo, nella sua perfezione estetica e nell’idea che ogni mossa sia pensata ed equilibrata per raggiungere lo scopo – siamo lontani dal caos istintivo di Romário e Neymar, espressioni del dionisiaco.

In area possiede il sacro dono dell’istinto del cannoniere, sa sempre dov’è la porta senza doverla guardare. La lettura delle situazioni e la capacità di anticipare i giusti movimenti sono il marchio di fabbrica del centravanti vero.

C’è di più: l’aria della Baviera e la guida di Pep Guardiola hanno affinato ulteriormente la sua predisposizione alla partecipazione alla manovra e al gioco di squadra, anche lontano dalla porta. A differenza del centravanti vecchio stampo, che fuori dall’area non esiste o è comunque limitato, Robert sa giocare la palla, ovunque si trovi, con eccellenti risultati: sa scendere a centrocampo per creare spazi di inserimento per i compagni, sa servirli con i tempi giusti – e ha continuato a farlo anche nel Barcellona di Flick – conosce tutte le fasi del gioco.

Lewandowski coccola la Champions League vinta con il Bayern Monaco nel 2020

Ritengo che Robert sia una meravigliosa sintesi tra l’implacabilità minimalista di Gerd Müller e la grazia utile e bella – ho usato questi due aggettivi non a caso – di Marco van Basten.

Arriviamo al secondo punto: la carriera. Lewandowski ha cominciato ad essere un giocatore di altissimo profilo nel 2011-2012 sotto la guida di Jürgen Klopp al Borussia Dortmund e fino all’anno scorso si è puntualmente confermato un cannoniere di livello mondiale (quest’anno si è fermato a “sole” 19 reti, tantissime per un buon giocatore, poche per uno come lui).

Jürgen lo ha sgrezzato, lo ha coccolato, lo ha reso più letale nel tiro in porta (ricordate Capello con Ibrahimovic? E anche in quel caso: qual era il giocatore a cui i due tecnici pensavano che il proprio pupillo assomigliasse? Esatto, Marco van Basten), lo ha trasformato nel terminale perfetto di quella squadra giallonera tutta bollicine che incantava la Germania e l’Europa.

Non è arrivata la vittoria della Champions League, ma sono arrivate notti di primavera indimenticabili: una tra tutte, quella della quaterna al Real Madrid di José Mourinho in una semifinale europea. Non era il giocatore più fantasioso di quella squadra – la guida del centrocampo era affidata a Gündoğan, mentre i guizzi e i break offensivi erano riposti nei piedi dell’eterno rimpianto Reus – ma credo che fosse il giocatore più forte, più completo, più letale. E prima del grande addio a Dortmund e al muro giallonero ha fatto in tempo a laurearsi capocannoniere della Bundesliga con 20 gol – la prima di sette volte, in Germania solo Gerd Müller
aveva fatto come lui.

Al Bayern, come detto, ha incontrato la guida dell’altro grande costruttore di squadre del nostro tempo e ha iniziato una personale dittatura fatta di reti a grappoli e della capacità di essere sempre al posto giusto, in ogni zona del campo. La mole di gioco del Bayern è molto spesso foriera di goleade, anche oggi, ma ritengo che il polacco, arrivato in Baviera quando il tandem RobbenRibéry cominciava a giocare a mezzo servizio per i ripetuti problemi fisici di uno o dell’altro (o di entrambi), fosse il giocatore più importante della squadra.

Cosa successe nel 2020, sotto la guida di Flick, ce lo ricordiamo tutti: Lewandowski segnò 15 gol in Champions – marcò tutte le gare, tranne la finale, non brillantissima – e venne votato miglior giocatore del torneo. Vinse il Fifa World Player e venne nominato de facto Pallone d’Oro dell’anno (come ricorderete, la cerimonia saltò a causa delle restrizioni pandemiche).

L’anno dopo, pur uscendo prematuramente da campione in carica dalla coppa dalle grandi orecchie, vinse la Scarpa d’Oro per due volte di fila, oltre alla medaglia d’argento nel Pallone d’Oro del 2021, dietro solo all’eterno Messi. Robert giunse in una Barcellona orfana del suo dio e in piena crisi di identità: la rinascita dei blaugrana nel 2022-2023 sotto la guida di un emotivo Xavi ha portato in bacheca un campionato vinto dopo anni di magra, e lo ha fatto in maniera poco barcellonista e molto italiana – e da lassù a Nereo Rocco un sorriso deve essere scappato. Ovvero: portiere che para (Ter Stegen strepitoso) e attaccante che segna (23 gol e capocannoniere della Liga).

L’abbraccio tra Lewandowski e Flick

Il resto è storia recente: Lewandowski disputa almeno altre due grandi stagioni in blaugrana, con Xavi e poi con Flick. Un’ultima grande run europea era stata sfiorata l’anno scorso (2024-2025): 11 gol e un’intesa da applausi con Yamal e Raphinha. La sfortuna ci ha privato di un Lewandowski sano nelle semifinali contro l’Inter. Il contributo in Spagna è stato altrettanto stellare: 27 reti (secondo solo a Mbappé) e titolo alzato al cielo.

Riuscire ad elevarsi in termini di record e cifre, il pane quotidiano dei cannonieri, in un’epoca dove Lionel Messi e Cristiano Ronaldo hanno cannibalizzato quasi tutto è un’impresa per pochi, eppure lui ce l’ha fatta: terzo miglior marcatore della storia della Champions, 344 reti in 8 anni in Baviera, 120 a Barcellona in quattro anni. Miglior cannoniere di una nazionale europea (sino ad oggi 89 reti con la modesta Polonia).

È evidente che una carriera di quindici anni ad alto livello pressoché senza soluzioni di continuità, con tre maglie che pesano e che lottano sempre per i massimi obiettivi è un qualcosa che non si può ignorare. Karim Benzema nel 2022 ha fatto una Champions ancora più pesante di Lewandowski in termini di pesantezza delle reti. Luis Suárez dei tempi migliori di Barcellona e Liverpool era un attaccante che poteva almeno eguagliare Robert, sono d’accordo. Eppure nessuno dei due è stato continuo, longevo e importante nella stessa durata in cui lo è stato lui. Il dibattito è comunque aperto.

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