Immagine di copertina L’esultanza di Kvicha Kvaratshkelia dopo un gol. Il georgiano è oggi uno dei più forti calciatori al mondo
La pirotecnica semifinale di andata di Champions League tra Paris Saint Germain e Bayern Monaco (leggi la cronaca qui) ha riacceso lo snervante e annoso dibattito tra offensivisti e difensivisti. La conseguenza della partita, terminata sul roboante punteggio di 5-4 per i francesi, ha visto contrapporsi due schiere, entrambe particolarmente agguerrite. Da una parte coloro che hanno esaltato gli attacchi, lo spettacolo, le emozioni e le qualità tecniche, la ricerca sistematica degli uno contro uno e dei dribbling dei giocatori in campo. Dall’altra coloro che hanno rimarcato le difese eccessivamente lascive, l’assenza di strategia e tattica corale, l’incapacità di gestire i ritmi e alternare le fasi di gioco rispecchiando i momenti dell’incontro.
La mia impressione è che questo atavico dibattito sia tipicamente italiano ed è lo specchio di un Paese che riesce a dividersi sempre su tutto, come se da una parte vi fossero i buoni e dall’altra i cattivi, polarizzando qualsiasi argomento e dividendo il mondo in bianco e nero. Non comprendendo l’antico adagio latino che in media stat virtus, e che la vita è fatta – soprattutto – di tante sfumature di grigio. Ma è qualcosa che vediamo abitualmente, per esempio, nei tanti temi della politica, nei continui e snervanti attacchi tra destra e sinistra su qualsiasi argomento, di carattere nazionale e internazionale, spesso senza analizzare e conoscere fino in fondo le questioni di cui si parla.
Lo sport e il calcio, che rimane la disciplina più popolare, seguita e dibattuta, non fanno eccezione.
Premetto che per me Paris Saint Germain-Bayern Monaco è stata una grandissima partita, una delle più belle nella storia della Coppa dei Campioni/Champions League. Ma non lo è stata perché le due squadre hanno giocato un calcio da strada, come è stato definito, senza dare eccessivo peso alla fase difensiva.
Lo è stato per un altro motivo, al quale arriverò dopo una lunga dissertazione.
È indubbio che il calcio che paga di più oggi in Europa, una moda seguita da quasi tutti, sia il cosiddetto calcio offensivo – lo chiamerò così per semplificare il concetto e renderlo accessibile a tutti -, che fa aggio su quello difensivo.
È diventata la tendenza imperante da metà anni Novanta e ancora di più nel nuovo millennio.
Ma il calcio è fatto di cicli. Anche negli anni Cinquanta e in buona parte negli anni Sessanta, ad esempio, lo scenario era questo. E le partite vedevano punteggi altisonanti, inno costante alle sfide individuali e ai dribbling, terreno fertile per consentire ai campioni dei reparti offensivi di performare e incidere ai più alti livelli. D’altra parte in quell’epoca imperava ancora il Chapman System (leggi qui per approfondire la figura di Herbert Chapman, straordinario allenatore inglese), che aveva trasformato di fatto le partite in una serie di duelli individuali.
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta è possibile recuperare, non a caso, diverse sfide spettacolari in Coppa dei Campioni e non solo, con un mare di opportunità, di azioni offensive, di gol, di prestazioni immense degli attaccanti. Dalla finale dell’edizione 1960 tra Real Madrid ed Eintracht Francoforte (leggi qui) a quella del 1962 tra Benfica e Real Madrid (leggi qui). A tante altre.
E pure in quelle partite, come succede oggi, le difese non brillavano certo per essere ermetiche né vi erano in campo straordinari interpreti difensivi.
Questo dimostra che nel calcio è valido più che mai il concetto caro al chimico, biologo e filosofo francese Antoine-Laurent de Lavoisier, ossia che «nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma». Nel calcio abbiamo già vissuto un momento come quello di oggi.
A cui è poi seguito un periodo più collettivo e più tattico, culminato con gli anni Settanta e ancora più gli anni Ottanta. Al termine del quale, per ravvivare un gioco diventato eccessivamente chiuso e che non divertiva più, si introdussero nuove regole, dal cambiamento del fuorigioco al divieto del portiere di prendere il pallone con le mani, dai tre punti per vittoria ad altri piccoli accorgimenti che ebbero l’obiettivo di alimentare nuovamente il fuoco del calcio d’attacco.
Corsi e ricorsi storici, dunque. Per questo non si può escludere che dopo questa fase, il calcio entrerà magari in un’era più tattica. È già successo.
Molto dipenderà dallo sviluppo del gioco e dalla società che ci circonda.
Ad ogni buon conto, oggi viviamo in un’epoca di calcio offensivo. E la maggior parte delle squadre migliori al mondo si sono adeguate a questo canovaccio, tenendo saldo il concetto che il calcio è prima di tutto uno spettacolo per le masse, soprattutto nel mondo attuale così dilaniato da crisi valoriali e da incertezze globali. La gente, sovente infelice, ansiosa e insoddisfatta, ha bisogno di staccare la spina e godere di 90 minuti divertenti, con tante emozioni e tanti gol. In un contesto simile, è normale venga privilegiato dunque un modello offensivo, tagliato su misura per regalare circensem in assenza del panem.
E d’altronde, non è solo il calcio a seguire questo filone. Dalla ricerca di regole che favoriscono i sorpassi nel mondo dell’automobilismo alla fioritura di atleti chiamati a fare l’impresa in numerose discipline individuali (si prenda ad esempio il ciclismo), lo spettacolo sportivo diventa utile per catalizzare l’interesse del popolo e svagarlo. Lo avevano capito già i Romani, ai tempi delle battaglie nel Colosseo.
Ad aver alimentato in modo radicale questa spinta al gioco offensivo è stato, in gran parte, un allenatore che ha finito con il rivoluzionare il calcio contemporaneo e ha disseminato l’Europa di suoi allievi, veri o verosimili: Pep Guardiola.
Il tecnico catalano, alla guida del Barcellona tra l’estate 2008 e l’estate 2012, ha contribuito a creare un modello di calcio d’attacco, di dominio degli spazi e del campo, di controllo del gioco, dal quale sono poi germogliati moltissimi degli allenatori di grido che popolano la scena odierna.
Non può essere un caso che il Bayern Monaco, dove Guardiola ha poi allenato dopo l’esperienza catalana, si sia affidato a Pep per la scelta di Vincent Kompany. O che Luis Enrique abbia lavorato con Guardiola e ne abbia ereditato lo stile, in parte, già ai tempi del Barcellona stagione 2014-2015 e abbia poi proseguito nella sua avventura a Parigi. Per non parlare di Mikel Arteta, Hans Flick e Julian Nagelsmann, tutti allievi di Pep direttamente o indirettamente. Anche l’Italia, nel suo piccolo, ha un allenatore cresciuto a pane e Guardiola: lo stratega del Como Cesc Fabregas.
Il calcio è sempre stato ammaliato dalle rivoluzioni. Capitò così anche quando si presentò sulla scena l’Olanda del 1974 di Rinus Michels e Johan Cruijff. Subito dopo la straordinaria esperienza orange che aveva incantato il mondo nel Mondiale tedesco vennero fuori emuli di quel modello a varie latitudini. Soprattutto in Italia, Paese che era uscito con le ossa rotte dall’avventura in Germania e cercava una via nuova, moderna, collettiva e atleticamente dirompente per soppiantare il proprio calcio ritenuto oramai vetusto e antiquato.
Pochi però compresero fino in fondo – come ha splendidamente sottolineato un maestro del giornalismo come Carlo Felice Chiesa in una sua forbita analisi della storia della tattica uscita anni fa su Calcio 2000 – due aspetti.
Il primo è che per fare grande ogni rivoluzione è fondamentale partire dalla qualità degli interpreti. Come Michels non avrebbe mai potuto ottenere ciò che ha ottenuto senza i vari Cruijff, Neeskens, Krol, così Guardiola non sarebbe mai riuscito a creare il suo Barcellona dal leggendario tiki taka senza Xavi, Iniesta e Messi.
Il secondo è che il calcio olandese non era diventato straordinario solo con la forza dell’attacco. Ma anche di una difesa dotata, quando necessario, di un certo ermetismo, di maglie strette, di stopper solidi come Rijsbergen, di una pressione sui portatori di palla che chiudeva gli spazi di manovra, di rinculi difensivi quando serviva. Il Barcellona di Guardiola idem: non era una squadra zemaniana, votata unicamente all’offesa senza preoccuparsi minimamente di ciò che accadeva dietro; aveva difensori forti sull’uomo e capaci di chiudere basso in situazioni di palla inattiva; che non appena perdeva il pallone arretrava in difesa, e che quella difesa non lasciava 50 metri di campo dietro di sé scoprendo il fianco alle verticalizzazioni degli avversari.
E questo non tutti gli allievi di Pep sembrano averlo capito.
O meglio: sono partiti probabilmente dal modello di Pep, ma hanno percorso vie diverse.
L’unico che forse si avvicina ancora al maestro rimane Luis Enrique. Il suo Psg non a caso non difende alto o altissimo, ha difensori sull’uomo di una certa caratura individuale (Hakimi, Nuno Mendes e Marquinhos sono il meglio che il calcio contemporaneo possa offrire in quei ruoli) e finisce sovente con l’adattarsi alle caratteristiche e alle partite dell’avversario: se affronta il Bayern Monaco, si adegua e il match diventa una sequela infinita di uno contro uno e ribaltamenti individuali; ma quando ha affrontato il Liverpool nei quarti piuttosto che l’Arsenal lo scorso anno in semifinale, la squadra ha giocato in modo diverso, più accorto e ragionato.
Formazioni come il Bayern Monaco di Kompany e il Barcellona di Flick, invece, giocano sempre nello stesso modo contro chiunque. E rispetto al modello originale di Guardiola sono differenti in non pochi aspetti.
Il primo è in una ricerca molto più spinta e marcata della verticalità, quando invece Pep innervava la manovra di repentini scambi corti nello stretto che dovevano portare a un avvicinamento graduale alla porta avversaria.
Il secondo è nell’aspetto difensivo. Perché il Bayern di Kompany e il Barcellona di Flick non appena perdono il pallone cercano la riconquista immediata, ma così facendo lasciano praterie alle spalle nelle quali un avversario – se bravo a leggere il gioco – ha molta più facilità a infilarsi e colpire. Da qui il concetto per il quale le loro squadre difendano male, difendano poco o corrano eccessivi rischi.
Le squadre di Guardiola, al contrario, quando perdono il pallone scappano all’indietro e tentano di arroccarsi chiudendo gli spazi. Difendono in maniera più classica. Ma a conti fatti più efficace.
Arteta, al contrario, altro allievo di Pep, sembra aver seguito il modello originario più sull’aspetto difensivo che offensivo, anche perché l’Arsenal – rispetto alle altre big d’Europa e allo stesso Manchester City ancora allenato da Guardiola – non possiede lo stesso arsenale tecnico di risorse in attacco.
In qualche modo, Flick, Kompany e Arteta sembrano dei Guardiola monchi o mancati, anche se è chiaro come in realtà abbiano cercato di seguire filosofie diverse rispetto a quella del maestro al quale dicono di essersi ispirati. Con risultanze che però sembrano ricalcare solo in parte quelle di Pep, il cui Barcellona e il cui calcio al prime restano superiori modelli di equilibrio e resa complessiva. Più attento in difesa rispetto ai primi, più efficace in attacco rispetto al secondo.
Non c’è però un solo modo di giocare a calcio, di vincere, come per altro ha riconosciuto lo stesso Kompany.
La seconda semifinale di andata di Champions League tra Atletico Madrid e Arsenal (leggi qui) è stata senz’altro una partita meno spettacolare, con difese più coperte, meno situazioni individuali in campo aperto, più garra e tatticismo. Questo perché ha rispecchiato le filosofie dei due allenatori: Arteta, che come abbiamo detto è una sorta di versione difensiva di Guardiola, e il Cholo Simeone, che invece è il portabandiera di una concezione calcistica opposta. Che nasce e si sviluppa in difesa e che assume poi – come per il calcio offensivo – varie declinazioni, a seconda dei Paesi entro cui si sviluppa.
Soprattutto non c’è solo un modo di giocare bene a calcio.
Bisogna uscire dall’ottica in cui il bel gioco o il grande gioco sia esclusivamente quello offensivo.
Lo dice la storia, non solo del pallone ma anche di altre discipline: sia di squadra come il basket; sia individuali, si prenda ad esempio uno sport che io adoro come lo snooker, dove ci sono maestri dell’attacco (da Ronnie O’Sullivan a Judd Trump) e maestri della difesa (da John Higgins a Mark Selby), e le partite possono risultare emozionanti per entrambi i punti di vista.
L’aspetto fondamentale rimane quello di trovare un equilibrio, sempre. Per essere competitivi davvero, gli O’Sullivan e i Trump devono comunque affinare ed essere redditizi anche nell’arte difensiva. E gli Higgins e i Selby devono mostrare coraggio e avere un gioco di serie incisivo e continuo quando attaccano.
Lo stesso vale nel calcio: privilegiare l’attacco non significa ritenere poco importante la difesa; partire da una difesa solida non significa non cercare di ripartire con assalti offensivi di una certa consistenza.
È chiaro: le squadre che più fanno la storia, che aprono cicli da ricordare, che entrano nei libri di testo poiché artefici di rivoluzioni in campo e fuori, sono quelle che privilegiano un gioco d’attacco. Ma che – ribadisco nuovamente – pur privilegiando l’attacco non trascurano la difesa. Sono di fatto squadre complete, equilibrate, che sanno fare tutto.
Ed è chiaro che, tendenzialmente, è più facile che una partita con tanti gol e tante giocate offensive diventi una grande partita.
Non è tuttavia automatico.
Si possono vedere sublimi partite che sono il frutto anche di straordinari spettacoli difensivi. E che non sono assolutamente per forza scempi di gioco come lo 0-0 tra Milan e Juventus nell’ultima giornata di Serie A.
E dall’altra parte possono esserci anche partite ricche di gol che non sono grandi partite. Un esempio è il recente Bayern Monaco-Real Madrid, quarti di finale di ritorno di Champions League, terminato 4-3 (leggi qui), ma con un numero di errori spropositato da ambo le parti e prestazioni non così stellari dei grandi campioni offensivi, Harry Kane a parte.
Ecco perché quella non è stata a mio avviso una grande partita. È stata una partita ricca di pathos ed emozioni per i gol e i ribaltamenti di fronte. Ma non una partita dai grandissimi risvolti tecnici.

Cosa allora fa la differenza per stabilire se una partita diventa una grande partita? La qualità. La qualità dei giocatori e di come rendono. La qualità delle giocate. La qualità delle strategie. La qualità del gioco, aperto o chiuso. La qualità delle parate. La qualità delle difese e dei difensori. La qualità è ben più importante e dirimente che il giocare all’attacco per stabilire se una partita diventi una grande partita.
E d’altronde, l’incontro secondo me più ricco di contenuti del Mondiale 1970 fu Brasile-Inghilterra (leggi qui). Terminato 1-0. Ma con un insieme di giocate individuali, di abnegazione, di intensità, di ritmo, di qualità nelle due fasi e su ambo i lati del campo, da far passare in secondo piano Italia-Germania Ovest 4-3 (leggi qui). La quale fu una partita molto più iconica ed emozionale, ovviamente, ma meno straordinaria dal punto di vista della mera essenza tecnica.
Anche dagli anni 2000 in avanti ricordo sublimi prestazioni difensive e grandissime partite difensive, superiori dal punto di vista qualitativo a tanti famigerati spettacoli offensivi.
Ad esempio, rammento come il Bayern Monaco di Ottmar Hitzfeld si difese strenuamente, non concedendo di fatto spiragli, al magno Real Madrid di Figo e Raúl nell’andata della semifinale di Champions League 2000/2001, competizione terminata poi con il meritato successo dei bavaresi.
E ancora mi viene in mente l’arte difensiva di José Mourinho, uno degli ultimi grandissimi strateghi d’Europa, e di come imbrigliò per 70 minuti pur con l’uomo in meno il super Barcellona di Ronaldinho e Deco nell’andata delle semifinali di Champions League 2004/2005 al Camp Nou. In quel caso era stato poi bravo il tecnico dei catalani Frank Rijkaard a sparigliare le carte con l’inserimento di Maxi López, che trovò la chiave per aprire una gabbia difensiva dei Blues sin lì pressoché perfetta.
Ma di esempi se ne possono fare altri. Da certe partite in trincea, tatticamente ineccepibili e giocate divinamente da Guus Hiddink, alla costruzione del Triplete interista dello stesso Mourinho, arrivato in capo a partite difensivamente fantastiche, dalla resistenza a Stamford Bridge contro il Chelsea alla doppia sfida contro il Barcellona del già citato Guardiola.



E dunque torniamo alla domanda iniziale: cosa ha reso, a mio avviso, Paris Saint Germain-Bayern Monaco una grande partita?
Ciò che rese grande Benfica-Real Madrid, finale di Coppa Campioni del 1962. Ciò che ha reso grande Argentina-Francia 2022, secondo me la più bella finale mondiale di tutti i tempi (leggi qui).
È stata la qualità.
La qualità ha reso grande Paris Saint Germain-Bayern Monaco.
La qualità delle giocate e dei gol. La qualità delle prestazioni individuali di ognuna delle sei stelle offensive: Doué, Dembelé, Kvaratskhelia da una parte; Olise, Kane e Luis Diaz dall’altra. Tutti giocatori che sono stati valutati, secondo la scala di voti che siamo soliti applicare in Italia, tra il 7.5 e l’8.5, forse in alcuni casi addirittura 9.
È la stessa cosa successa in Benfica-Real 1962 o in Argentina-Francia 2022.
Quando la qualità sovrasta il numero – comprensibile – di errori difensivi che inevitabilmente si vedono in partite con tanti gol, allora diventa una grande, grandissima partita. Spesso indimenticabile. Spesso destinata a fare la storia di una competizione e la storia del calcio.


