Gioco camaleontico e squadra oltre i singoli: da qui il calcio italiano deve ripartire

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Immagine di copertina: il fraterno abbraccio tra Mancini e Vialli dopo la vittoria dell’Europeo. Un’immagine che ha fatto il giro del mondo

Nel calcio vincono le squadre. Sembra un’affermazione banale, ma lo è solo in apparenza. Vincono le squadre perché spesso il valore di un gruppo compatto e che segue una precisa identità e filosofia di gioco moltiplica il valore dei singoli. Vincono le squadre perché un insieme di 11 elementi bravi però prima di tutto ben amalgamati il più delle volte ha la meglio su 11 giocatori dotati tecnicamente, ma che non riescono a essere squadra.

Lo ha dimostrato l’ultima edizione di Champions League. Il PSG gonfio di superbia e ricco di figurine è mestamente uscito agli ottavi di Champions, vittima più delle sue insicurezze che dell’effettivo valore di un Real che per tre tempi su quattro era apparso assolutamente impotente. Facile dirlo con il senno di poi? Può darsi. Ma in questo articolo dell’estate 2021, all’indomani dell’annuncio di Messi, avevo già espresso dubbi sul PSG.

Che il PSG non sia stato squadra, non abbia trovato un’idea di gioco comune, abbia portato a termine acquisti sbagliati o non funzionali al progetto (da Sergio Ramos a Wijnaldum, da Donnarumma – grande portiere quando un grande portiere era già in rosa – allo stesso Messi), abbia manifestato problematiche di gestione e incomprensioni tra allenatore e giocatori è stato evidente proprio nella partita contro il Real.

Perché malgrado l’errore di Donnarumma, i parigini erano ancora totalmente in controllo. Invece alla prima difficoltà si sono sciolti, dimostrando una fragilità mentale che è tipica di chi ha messo insieme dei giocatori senza preoccuparsi di creare prima di tutto un gruppo. Non c’è la controprova ma – ne abbiamo parlato anche nella diretta con Giancarlo Padovan sulla nostra pagina Facebook – se al posto di Donnarumma la papera l’avessero combinata Neuer, Alisson o Ederson, la mia sensazione è che Bayern Monaco, Liverpool e Manchester City avrebbero saputo gestire la situazione e condurre in porto la qualificazione.

Benzema esulta, Messi a capo chino: il PSG, squadra fragile e insieme di grandi giocatori, è uscito mestamente dalla Champions [Photo by David Ramos/Getty Images]

Il Liverpool in realtà lo ha dimostrato: sotto 1-0 in casa contro l’Inter, con lo spettro dei supplementari dietro l’angolo e una qualificazione che rischiava inopinatamente di fuggire dalle mani dopo il rassicurante 2-0 di San Siro – i Reds hanno rischiato poco o nulla, andando più vicini loro al pari che l’Inter al raddoppio. È vero: sono stati facilitati dalla sciocca espulsione di Sanchez, ma il controllo messo in mostra dalla formazione di Klopp è stato tipico di una squadra matura, consapevole di sé e dei propri mezzi, che non si arena alle prime difficoltà, ma fa leva su un solido e compatto fronte unitario per superarle.

Un singolo, come ha ricordato anche Padovan, può vincere una partita, risolverla con un colpo. Ma se non è inserito in un progetto funzionante, potrà fare poco sul medio e lungo periodo.

Nessuno ha mai vinto da solo. E anche i giocatori più dotati dal punto di vista individuale nella storia, pensiamo per esempio a Pelé, Maradona e Messi, quando hanno vinto hanno sempre avuto alle spalle delle squadre unite, forti o meno forti che fossero.

Pelé ha vinto di più (5 titoli brasiliani di fila, 2 Libertadores e 2 Intercontinentali) con il Santos della prima metà degli anni ’60 che con quello della seconda metà (1 titolo nazionale, 1 Supercoppa dei Campioni Intercontinentale e basta), nonostante quello della seconda metà forse fosse più dotato individualmente. Ma era meno squadra.

Maradona ha vinto il Mondiale, nel 1986, quando il ct Bilardo ha costruito intorno a lui una squadra vera, che non era individualmente straordinaria, ma era un gruppo solido, compatto, con una visione d’insieme, in cui Diego poteva poi elevare il suo genio assoluto. Quattro anni prima, nel Mondiale 1982, Maradona invece non ha vinto, anche se intorno a lui i compagni erano individualmente superiori a quelli del 1986. Ma l’Argentina del 1982 non era squadra, aveva la pancia piena dopo il trionfo del 1978 ed era alla fine di un progetto tecnico.

Lo stesso Messi ha vinto quando il Barcellona era un complesso armonico stupefacente nell’epoca Guardiola e in nazionale ha portato a casa il suo primo alloro nel momento in cui il ct Scaloni gli ha costruito al fianco una squadra compatta e che potesse esaltare le sue doti creative. Quando al contrario Messi, che già di suo non brilla per particolare carisma, ha giocato in formazioni ricche di grandi nomi ma senza l’adeguato spirito unitario, non è mai riuscito vincere. E anzi: spesso ha inciso e brillato poco.

Dopo tanti fallimenti, l’Argentina ha vinto la Coppa América 2021 anche grazie a un ritrovato spirito di squadra

Quelle che attualmente sono le tre più forti formazioni d’Europa – Manchester City, Bayern Monaco e Liverpool – sono squadre che moltiplicano il valore degli interpreti: le individualità sono importanti, alcune sono di livello eccellente, ma rendono di più se inserite in un contesto. Persino l’addio d grandi giocatori può essere meglio assorbito se alla base c’è un progetto vero. Lo dimostra proprio il Bayern Monaco, che ha disputato la stagione migliore della propria storia (sei trofei su sei disponibili nel 2020) l’anno seguente alla partenza dei due totem Robben e Ribery.

Parlare di Bayern Monaco consente di parlare di Germania e di ciò che il calcio tedesco è stato in grado di fare dopo che era uscito con le ossa rotta, calcisticamente parlando, dal fallimentare Euro 2000. La federazione decise di stravolgere completamente lo sviluppo dei vivai e si ispirò al modello francese, allora in auge con un titolo mondiale e uno europeo in bacheca. Venne cambiato totalmente il modo di fare il calcio e di insegnarlo nelle giovanili, con l’introduzione di elementi più legati allo sviluppo della tecnica individuale in un contesto collettivo.

Questo potendo anche sfruttare un numero crescente di immigrati che portavano uno stile diverso: ricordo quando proprio nei primi anni 2000 un ragazzo italiano che viveva in Germania e militava in un piccolo club tedesco mi raccontava di come gli allenatori delle giovanili cercassero di mescolare la fisicità e l’agonismo dei tedeschi con la creatività e il controllo di palla degli immigrati sudamericani e turchi. Insegnando ai primi un po’ della tecnica dei secondi e ai secondi un po’ dell’atletismo dei primi. È da questo ibrido che è nata la scuola tedesca attuale che ha portato una Germania multiculturale a vincere il Mondiale 2014. Ed è su questo ibrido che si è sedimentato il Bayern Monaco pigliatutto del 2013 e del 2020, ulteriormente influenzato in alcuni principi di gioco dalle lezioni di Guardiola.

Gioco collettivo, tecnica individuale e possesso palla insegnati dalle giovanili. In aggiunta una multiculturalità figlia dell’epoca moderna. Così la Germania nel 2014 è tornata in cima al mondo

In Italia questo processo è un po’ più lento perché siamo una società meno cosmopolita della Germania, non parliamo di Francia o Inghilterra, che basano la loro storia sulle colonie. Ma prima o poi dovremo fare i conti anche noi con certi cambiamenti e la dimostrazione arriva dalle nostre scuole calcio, dove si vedono sempre di più i figli degli italiani giocare a calcio con i figli degli immigrati marocchini. Questo è un bene, come è stato per i tedeschi, a patto che sapremo influenzarci a vicenda nel solco di un progetto educativo comune.

Inutile girarci intorno: il mondo di oggi è globalizzato. È finita – che piaccia o meno – l’epoca delle barriere e delle divisioni. Esattamente come un virus che oggi è in Cina domani è alle porte di casa nostra, così nel calcio un’idea o uno stile possono essere trasportati da una parte all’altra del mondo con enorme facilità. Le contaminazioni sono all’ordine del giorno. Il Brasile non gioca più solo con il calcio samba e l’Italia non gioca più solo con il catenaccio duro e puro.

La dimostrazione del cambiamento dei tempi è arrivata dall’Italia di Roberto Mancini che ha vinto l’Europeo. Quella squadra ha saputo mescolare le caratteristiche del vecchio calcio all’italiana con un gioco più di possesso e posizionale tipico di altri Paesi (come la Spagna, ad esempio) proponendo un centrocampo assolutamente inedito alle nostre latitudini con tre “piccoletti” a gestire i ritmi e nessun mediano puro.

L’Italia ha saputo essere camaleontica, ha giocato in più modi diversi: ad esempio con un calcio ragionato e di dominio del gioco contro il Belgio, con un calcio più guardingo e difensivo nella finale con gli inglesi e ancora di più in semifinale con gli spagnoli. Mancini ha saputo creare poi una squadra oltre il valore dei singoli e sfruttando sicuramente anche episodi favorevoli si è spinta dove nessuno alla vigilia avrebbe pensato. Non eravamo e non siamo mai stati la squadra con i giocatori migliori. Siamo stati la squadra migliore per spirito unitario e capacità di adattamento agli avversari e alle partite.

Barella, Jorginho e Verratti: un centrocampo di “piccoletti“ capace di gestire ottimamente il pallone. Forse la novità più stimolante introdotta da Mancini nel suo corso azzurro, una delle chiavi del successo all’Europeo

Non è importante stabilire quanto quella vittoria sia stata meritata o frutto del caso (abbiamo vinto i due match decisivi ai rigori), ma capire l’insegnamento che quella nazionale ha fornito al calcio italiano affinché possa costruirsi un futuro di nuovo all’altezza: l’Italia deve proporre un calcio camaleontico. Che non rinneghi la forza difensiva della propria tradizione, ma sappia abbinare con intelligenza principi di gioco provenienti dall’estero. Poche nazioni sanno essere flessibili mentalmente come l’Italia. Ma serve prima l’umiltà per mettere da parte certe barriere e “guerre di religione” tipiche del calcio del ‘900 e che oggi non hanno più senso di esistere.

Dobbiamo smettere di raccontarci la favola che il campionato italiano sia ancora il più duro, anche se non il più bello. Abbiamo avuto il torneo migliore a grandi linee dalla riapertura delle frontiere nei primi anni ’80 agli anni ’90: 15 anni circa. Per il resto, prima e dopo, non siamo mai stati i numeri uno. La Liga di fine anni ’50-primi anni ’60, il calcio brasiliano degli anni ’60, Germania e Olanda negli anni ’70, gli inglesi tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80. E nel 21° secolo dapprima la Liga e oggi la Premier.

Già, la Premier. Che è però salita al vertice con una spaventosa influenza di allenatori stranieri, da Guardiola a Mourinho, da Klopp a Tuchel, senza dimenticare i nostri Ancelotti, Ranieri, Conte e in contesti minori gente come Espirito Santo o Bielsa. Chi in un modo chi in un altro, ognuno ha portato una propria visione del calcio che mescolata con il retroterra culturale d’oltremanica ha generato idee di gioco che hanno finito con l’arricchire il contesto e creato le basi per lo straordinario campionato inglese di oggi.

Per fare questo, però, serve quel principio della contaminazione tra ideali cui facevo riferimento prima. In Italia invece continuiamo a riciclare da anni gli stessi allenatori e a grandi linee gli stessi principi: siamo un Paese pigro, ci mancano sia il coraggio sia la pazienza. Ma così facendo il rischio è di ritardare ulteriormente il tempo in cui torneremo a essere realmente competitivi.

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