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Perché il Real Madrid è un club unico e perché vince sempre

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Nell’estate 2018 la Juventus si assicurò per 100 milioni Cristiano Ronaldo dal Real Madrid. Il fuoriclasse portoghese era stato l’alfiere principale delle tre Champions League consecutive conquistate dai Blancos tra il 2016 e il 2018, quattro in cinque anni, se contiamo anche quella del 2014.
La dirigenza juventina era straconvinta che con CR7 quella Coppa maledetta – per tanto, troppo, tempo vanamente inseguita – sarebbe certamente arrivata.

Al contrario, diversi pensavano che, con l’addio della sua stella nonché del finalizzatore sommo di tutta la manovra, il dominio del Real in Europa si sarebbe repentinamente dissolto.

A distanza di sei anni possiamo dire che mai previsioni sono state più sbagliate.
La Juventus è andata incontro a un rapido declino, già iniziato per altro con CR7 nel motore.
Il Real Madrid, dopo un paio di stagioni di assestamento, ha invece avviato un nuovo straordinario ciclo che ha già portato a due vittorie di Champions e a due semifinali.

Cristiano Ronaldo ha appena vinto la sua quinta Champions al Real Madrid.
Dal suo addio al Real inizierà la parabola discendente

Entrambe le due visioni non tenevano conto di due presupposti fondamentali.

Il primo è che sono le squadre, e non i singoli, a vincere le competizioni. E Cristiano Ronaldo, per quanto stupefacente uomo-gol e stella di prima grandezza dell’universo merengue, condivideva lo spogliatoio e il campo con gente come Benzema, Bale, Modric, Kroos, Casemiro, Marcelo, Sergio Ramos.

Il secondo è che la squadra che Cristiano Ronaldo aveva lasciato, non era una squadra qualunque.
Era la Squadra con la S maiuscola.

Il Real Madrid è infatti un capitolo a sé nella storia del calcio europeo, e ha un vantaggio – in termini di peso e numeri – sulla seconda forza del continente più ampio di quanto non vi sia tra l’ipotetica seconda e l’ipotetica decima.

Pochi giorni fa a Wembley il Real ha conquistato la sua 15ª Coppa Campioni/Champions League. Quindici. Più del doppio della seconda: il Milan, a quota 7.
Le finali raggiunte nella massima competizione europea sono 18, contro le 11 di Milan e Bayern Monaco.
Le semifinali sono 33: la seconda è il Bayern a 21, il Barcellona ne ha 17, il Milan 14, il Liverpool, il Manchester United e la Juventus 12.

Soprattutto, quando il Real Madrid arriva all’ultimo atto, non sbaglia praticamente mai.
L’ultima volta che ha perso una finale di Champions, io non ero ancora nato.
E le tre sconfitte subite sono state tutte inappuntabili: una è arrivata al termine di quella che forse è stata la più straordinaria finale di Champions mai disputata (1962); l’altra vedeva di fronte un’Inter arrembante e crescente a un Real a fine ciclo, soprattutto nei suoi due massimi totem (1964); la terza ha visto il successo della formazione che in quegli anni dominava il calcio europeo, mentre il Real non era in un periodo così brillante (1981).

È vero che il Real non ha più vinto la Champions per 32 anni, tra il 1966 e il 1998, ma in quei decenni il Real non è sembrato avere la forza economica e globale dei tempi d’oro di Bernabeu per tenere testa a movimenti all’avanguardia (come la scuola olandese) o di grande solidità fisica e mentale (Germania e Inghilterra).
Della serie: la mistica avrà pure un suo peso, ma se poi non è supportata da potenzialità economiche adeguate e dunque dalla presenza di giocatori forti, da sola non porta da nessuna parte…
Il Real ha così “dovuto riciclarsi” su altri fronti, ma lo ha fatto spesso egregiamente: si vedano le due Coppe UEFA vinte consecutivamente negli anni ’80.

Quando però il club ha ritrovato investimenti importanti e una società forte, è tornato a imporre la propria legge.
Questo è successo alla fine degli anni ’90, con l’arrivo in plancia di comando di Florentino Perez, un uomo che sarà pure pieno di difetti e contraddizioni, ma in quanto a lungimiranza delle scelte tecniche e capacità di gestione ha davvero pochissimi eguali.

Florentino Perez e Santiago Bernabeu, i due più grandi presidenti nella storia del club

Nel 21° secolo, su 25 edizioni di Champions disputate, il Real ne ha vinte 8 e ha raggiunto 16 volte le semifinali.
Dal 2014 a oggi, quindi nelle ultime 11 edizioni, il Real ha vinto 6 volte la Champions, più della somma di tutte le altre squadre, lasciando una vittoria a testa al Barcellona, al Liverpool, al Bayern Monaco, al Chelsea e al Manchester City.

Esattamente come il Grande Real impiegò 11 anni per vincere 6 edizioni di Coppa Campioni, così ha fatto questa nuova versione dei Galacticos, che è per altro altamente futuribile: in rosa ci sono i 1998 Militão e Valverde, il 1999 Lunin, i 2000 Tchouaméni e Vinicius, i 2002 Rodrygo e Camavinga, il 2003 Bellingham, il 2005 Guler. E dal prossimo anno si aggiungeranno il 1998 Mbappé (affamatissimo, perché ancora non ha vinto la Champions) e il 2006 Endrick, che molti indicano come il nuovo Ronaldo O Fenomeno. Una corazzata.

Il Real Madrid sembra possedere alcune straordinarie caratteristiche che lo differenziano da tutte le altre realtà.

In primis, è il club che ha fondato la Coppa dei Campioni grazie alla visione del presidente Santiago Bernabeu.
E il periodo in cui il mito della Casa Blanca è nato e si è sedimentato non è casuale: nel decennio seguente a quello della fine della Seconda guerra mondiale, quando diffidenza e timore del prossimo erano ancora profondamente radicate nel tessuto sociale delle nazioni europee.
L’avvento delle prime TV in bianco e nero su larga scala permise agli adulti e alle nuove generazioni appassionate di calcio di ammirare una squadra con la maglia totalmente bianca (il bianco è un colore che mescola magia e purezza) imporsi in ogni angolo del continente, facendo leva su un calcio magnifico.
Un calcio che stupiva, più per la coralità dell’insieme, per il favoloso talento degli interpreti e anche per la loro straordinaria multietnicità: in un momento storico di forte autarchia, quel Real schierava tre argentini (Di Stéfano, Rial e Dominguez), un ungherese (Puskás), un francese (Kopa), un uruguaiano (Santamaria).
Quel Real, parafrasando le opinioni di Altiero Rossi ed Ernesto Rossi, padri fondatori dell’Europa con il Manifesto di Ventotene del 1944, «ha unito l’Europa in largo anticipo sulla politica».

Il Real Madrid che vince la prima Coppa dei Campioni, stagione 1955-1956

Da qui è partita la storia moderna dei Blancos. E forse è per questo che, spesso, il Real dà l’impressione di vincere le Champions come per metonimia, come se la Champions fosse un naturale prolungamento del suo DNA.
Come si spiegherebbero altrimenti alcune incredibili, assurde, impronosticabili rimonte anche solo degli ultimissimi anni – dal Manchester City nella semifinale 2022 al Bayern nella semifinale 2024 (entrambe da 0-1 a 2-1 dopo il 90°), dal PSG 2022 (da 0-1 a 3-1 in soli 15 minuti con un Real fino a quel momento in totale balia dell’avversario) al Chelsea sempre nel 2022 (da 0-3 a 2-3)?

E questo senza allargare la visione all’intera storia madridista: in quel caso ci si renderebbe conto che le rimonte impossibili sono state sempre una specialità della casa: ne sa qualcosa, ad esempio, l’Inter nelle semifinali di Coppa UEFA 1985 e 1986.

Rimonte che capitano, quasi sempre, allo stadio Santiago Bernabeu, realizzato con le tribune che danno l’effetto di scendere a picco sul campo, in modo da creare un senso di turbamento in chi ci mette piede di rado o per la prima volta. Jorge Valdano, ex calciatore madridista e poi dirigente, ripeteva spesso a questo proposito che il Bernabeu confondeva gli arbitri e stregava i rivali: il cosiddetto miedo escénico.

Rimonte che, non di rado, capitano senza che vi siano assolutamente dei segnali. E questo è una ulteriore dimostrazione di consapevolezza della propria forza. Come se il Real non avesse bisogno di forzare, di costruire occasioni, di dominare gli avversari, persino di giocare un buon calcio: tanto prima o poi il gol arriva, la rimonta avviene e la vittoria giunge inesorabile.

Giocare un buon calcio.
Ci sono formazioni che hanno bisogno di giocare un buon calcio.
Hanno bisogno di realizzare stagioni memorabili per mettere le mani sulla Champions.
Il Barcellona è una di queste. Il Barça vince quando costruisce corazzate, dal Dream Team di Cruijff alla meravigliosa orchestra di Guardiola: non è un caso che negli anni in cui i catalani hanno vinto le loro 5 Champions, abbiano sempre conquistato anche il campionato spagnolo e abbiano realizzato due Triplete, fallendone un terzo (nel 2011) per un’inezia, una sconfitta ai supplementari di Coppa del Re proprio contro il Madrid.

Real Madrid-Barcellona 2-6. Siamo nel 2009, in piena epoca d’oro di Guardiola e Messi: uno dei rari momenti in cui la Casa Blanca è sembrata impotente di fronte alla superiorità degli avversari

Il Bayern Monaco è un’altra squadra che, da un po’ di tempo a questa parte, si è indirizzata su questo filone: vince la Champions quando è davvero superiore agli altri: lo attestano i Triplete del 2013 e del 2020.

Il Real no.
Il Real non ha mai conquistato il Triplete.
Non ha bisogno di vincere la Liga spagnola.
Non ha bisogno di dominare la stagione.
Non ha bisogno di essere la più forte per poter vincere la Champions.
Nelle ultime quattro stagioni, la formazione migliore d’Europa è sempre stato il Manchester City di Pep Guardiola. Ha vinto una Champions sola, il Real due.

È la conseguenza di quello che cercavo di spiegare qualche riga più su: spesso si ha la sensazione che la Coppa Campioni/Champions League sia un prolungamento naturale del Real Madrid. Un legame inevitabile e ineluttabile. Un legame che nessun avversario riesce a capire o prevedere.

E anche i giocatori che vestono la camiseta blanca finiscono con il rimanere condizionati e inebriati da questo legame.
A tal punto che elevano il proprio rendimento, trasformandosi da comparse ad attori protagonisti: in quale altro club del mondo, il brutto anatroccolo Joselu – gettato nella mischia un po’ per necessità e un po’ per disperazione a una decina di minuti scarsi dal termine della semifinale di ritorno di Champions, con la squadra sotto nel punteggio e incapace di sfondare il muro del Bayern – si sarebbe trasformato nel principe Cristiano Ronaldo, firmando una doppietta clamorosa e cambiando un destino già scritto?

Solo al Real Madrid Joselu può entrare in una semifinale di Champions e segnare la doppietta decisiva in due minuti

Questo forse può aiutare a comprendere come mai il Real Madrid riesca sempre a fare meno dei suoi più straordinari campioni – dopo CR7, se n’è andato pure Benzema, che fu il trascinatore assoluto della Champions 2021-2022, mentre Luka Modric, il genio del centrocampo, è oramai diventato una riserva di lusso – e continui a vincere, come se nulla fosse, immettendo semplicemente nuovi talenti.

Nessun altro club dà l’impressione di riuscire ad assorbire in modo così immediato la perdita dei propri uomini-franchigia: la Juventus nel dopo-Platini ha impiegato dieci anni per tornare a primeggiare, non parliamo dell’Ajax del post-Cruijff o in quale dimensione sia ripiombato il Napoli alla fine dell’era-Maradona.
Ma senza andare così indietro nel tempo, basta farsi un giro dalle parti di Barcellona e guardare quanta fatica stia facendo il Barça nel dopo-Messi (è uscito due volte consecutive nei gironi di Champions, il che è una macchia indelebile in un’epoca post-Bosman che favorisce i top team).

Il Real, invece, sa sempre risorgere dalle proprie ceneri con una rapidità sconvolgente, con mezzi e risorse nuovi.
Costruisce squadre diverse e ingaggia giocatori diversi, a seconda di ciò che serve in quel momento: il primo Real di Perez non aveva moltissimo in comune con quello delle 4 Champions in 5 stagioni, quello di adesso e che si profila nei prossimi anni è qualcosa di ancora differente.

Il Real non cerca di cambiare la storia con progetti rivoluzionari, con un gioco mirabolante o con idee che possano essere studiate sui libri di testo.
Per questo – forse – per batterlo e per cambiare realmente i rapporti di forza in un periodo, occorre che dall’altra parte vi sia un’avversaria che ragioni in modo opposto, una squadra capace di andare oltre la qualità dei singoli e che punti anche e soprattutto sul dominio totale degli spazi e del campo.
Come fu il Milan di Sacchi. Come fu il Barcellona di Guardiola. Come è stato (in parte) il Manchester City, ma di fatto in maniera convincente solo nella scorsa stagione, quella del Triplete. Come è stata, in una delle notte più magiche della propria storia, la Juventus di Lippi nel 2002-2003. Contro formazioni così, allora, la solida, tatticamente flessibile e inoppugnabile maquina blanca può andare incontro a rovesci clamorosi.
Il problema è che squadre così se ne vedono e se ne sono viste poche: ci vuole tempo per costruirle, assemblarle e soprattutto farle funzionare.

Per il Real ciò che conta sono i giocatori, non il gioco.
E dare spettacolo non è un obbligo: l’importante è vincere, poi se si gioca bene, meglio; altrimenti basta arrivare al risultato.
Per questo gli allenatori ideali non sono stregoni, filosofi o rivoluzionari. Sono straordinari gestori e organizzatori.

Come è stato Zinédine Zidane. Come è Carlo Ancelotti, una delle più luminose eccellenze italiane nel mondo.
Al Real non serve qualcuno che voglia cambiare la Storia, perché il Real stesso è la Storia, e non c’è nessun fuoriclasse e nessun allenatore più grande del Real.
Al Real serve qualcuno capace di tenere unito il gruppo, di governare la tenuta fisica e mentale dei giocatori, di scegliere gli uomini adatti in base ai momenti e alle necessità, di abbinare una giusta dose di alchimia tattica in difesa e lasciare poi piena libertà all’estro dei campioni in attacco.
E poi, naturalmente, di vincere.

Quindici Champions per il Real, cinque per Carlo Ancelotti: un gigante dello sport italiano, non solo del calcio

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