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Il calcio del Terzo Millennio: come è cambiato il gioco nel 21° secolo

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All’inizio del Terzo Millennio, superata la paura del Millennium Bug (chi c’era, ricorderà) e dopo essere scesi a patti con la sensazione che la storia fosse agli sgoccioli, che il Secolo Breve, con il suo carico di orrore, di tragedie irrimediabili, di innovazioni tecnologiche, giuridiche, culturali etc.. fosse un fardello troppo doloroso e importante per liberarsene nell’arco di un solo secondo (quello in cui la lancetta dell’orologio ha chiuso definitivamente il conto con mille anni di storia), anche nel piccolo mondo del calcio si verifica una rivoluzione: la duratura e solida supremazia del calcio italiano sulle altre maggiori scuole del Vecchio Continente vacilla.

Come per uno scherzo del destino, nel 1999 non solo il mondo del football mette in archivio la Coppa delle Coppe, ma termina anche, un po’ a sorpresa, lasciandoci sgomenti, il lungo regno azzurro, l’epoca in cui per noi tifosi era pressoché scontato vedere le squadre italiane raggiungere le finali delle competizioni europee, per poi magari perderle, ma più spesso per portare nello Stivale un trofeo.

In molti casi, addirittura, la finale, la disputa conclusiva sul trofeo era un discorso riservato a due squadre tricolori: il decennio d’oro del nostro calcio inizia con la tre italiane che incamerano tutti i trofei disponibili (il Milan vince la Coppa dei Campioni, la Sampdoria vince la Coppa delle Coppe, la Juventus supera in finale di Coppa UEFA la Fiorentina), e nel corso degli anni ’90 era abbastanza consueto assistere a un derby italiano in finale, tanto che la Coppa UEFA per diverso tempo viene ribattezzata la Coppa Italia-bis. Parma-Juventus del 1995, una duplice sfida che arriva al culmine di una stagione segnata dalla rivalità tra i bianconeri e i rampanti gialloblù di Nevio Scala e di Gianfranco Zola, rappresenta in tal senso forse l’apice dell’egemonia italiana sull’Europa.

La finale della coppa UEFA del 1995, disputata a San Siro tra Parma e Juventus

A dire il vero, nella seconda metà del decennio era arrivato qualche segnale di cedimento, qualche scricchiolio, ma nel complesso la serie A rimaneva un passo avanti rispetto ai maggiori campionati d’Europa: gli inglesi, scontata la punizione inflitta dopo l’Heysel, erano tornati a far la voce grossa in Coppa delle Coppe, ma per il resto, complici le restrizioni derivanti da un ranking penalizzante (nel 1990, l’Inghilterra è ultima nel ranking e porta solo una squadra in UEFA, e per scelta della Federazione europea addirittura nessuna in Coppa dei Campioni), faticavano a reggere il passo delle nostre. Il gap in termini economici e un calendario ai limiti della follia (la First Division e poi Premier a 42 giornate) spesso si coalizzavano per tagliare le gambe alle squadre di Sua Maestà nella fase conclusiva della stagione. Le spagnole se la passavano un po’ meglio ed erano pericolose per definizione, e non è un caso se hanno vinto due Coppe dei Campioni/Champions e altri trofei di spessore, ma il numero di successi e di squadre che si giocano un titolo nel corso degli anni ’90 parlava comunque chiaro e lo faceva a nostro favore – anche nei rapporti con francesi, tedeschi e olandesi, pure tutti in grado di imporsi in diverse competizioni continentali.

Nel 1999, peraltro, una Juventus bolsa e priva del suo uomo più importante arranca in campionato, ma in Europa si risveglia come d’incanto e raggiunge le semifinali di Champions, facendo sudare lo United che ha il mirino puntato sul treble. In UEFA, il Bologna pane-e-salame di Carletto Mazzone si scontra in semifinale con un Marsiglia smaliziato e più esperto, che comunque deve sudarsi l’approdo alla finale di Mosca, mentre il Parma, nonostante qualche scivolone, demolisce quasi tutti gli avversari, e lo fa con risultati che sono dei manifesti di superiorità: i Rangers di Glasgow escono con le ossa rotte dal Tardini, il temibile Bordeaux scende in Emilia e ne prende sei, i Colchoneros vengono dominati in casa dal miglior Parma della sua storia, che vola sulle ali della Bruijita Veron, e la finale di Mosca assomoglia a una formalità – il Marsiglia viene annientato. Nel frattempo, la Lazio di Eriksson, che schiera una delle formazioni migliori d’Europa, vince con merito l’ultima Coppa delle Coppe e supera poi a sorpresa anche il Manchester United in Supercoppa europea.

La finale di Supercoppa Europea del 1999

All’inizio della stagione destinata a fare da cerniera tra i due millenni, la sensazione più diffusa è che non ci sia nulla di nuovo sul fronte del futuro: il centro del mondo è ancora il vecchio Stivale e le coppe, con ogni probabilità, saranno affare italico anche nell’anno 2000.

Chi c’era ricorderà quindi lo stupore con cui, nella primavera del 2000, la Lazio viene letteralmente demolita da un Valencia incontenibile, o anche la delusione del Parma che non supera il turno preliminare di Champions, o il Milan che fatica nel girone etc.. Insomma, nella primavera del 2000 sembra che sia davvero passato un millennio dalla stagione precedente: nessuna squadra italiana è in semifinale, ma al di là dei risultati, serpeggia tra i tifosi, gli appassionati e la stampa, per la prima volta dopo molti anni, la sgradevole sensazione di essere stati fregati, di essersi persi un passaggio cruciale.

Nel 2001 le cose vanno ancora peggio: non c’è una sola squadra italiana ai quarti di Coppa UEFA e neppure ai quarti di Champions: il mondo sembra improvvisamente passato sotto il duopolio anglo-spagnolo senza che noi ce ne rendessimo conto, e il 2003, pur essendo da certi punti di vista una stagione trionfale, a posteriori si rivelerà uno specchietto per le allodole, o forse l’ultimo rantolo, il colpo di coda finale del calcio degli anni ’90, che si prende una breve ma significativa rivincita sul calcio del Nuovo Millennio.

Cosa è accaduto a cavallo tra i due millenni, perché il solidissimo e vincente calcio italiano degli anni ’90 è come imploso nel corso di una, due stagioni, senza quasi rendersene conto?

Alcune istantanee avvicinano forse la spiegazione: ricordo la Juventus e la Lazio salire a Londra, nell’affascinante e antico teatro di Highbury, e venire surclassate ben più di quanto non raccontasse il risultato dall’Arsenal di Wenger.

A posteriori, posso dire che era come se il calcio del 2000 stesse in qualche modo imponendosi sul calcio degli anni ’80 e ’90: l’Arsenal del tecnico alsaziano praticava uno stile di gioco per noi abbastanza indecifrabile e all’apparenza disordinato, che portava molti uomini oltre la linea della palla, e in cui, e la cosa balzava subito all’occhio, la palla sembrava circolare più velocemente e in maniera più pulita di quanto non lo facesse nel nostro campionato, anche nelle squadre maggiori. E poi, per noi non era molto chiaro quale fosse il modulo dell’Arsenal: mentre la Lazio e la Juventus erano fedelissime al classico 4-4-2, cui apportavano alcune varianti in corsa, ma che di fatto prevedeva un’occupazione degli spazi simmetrica e regolare e una distribuzione delle funzioni e dei ruoli tendenzialmente precisa e chiara, l’Arsenal sembrava muoversi in maniera molto fluida e per noi poco logica, con Bergkamp a galleggiare tra le linee, Kanu (un attaccante alto otre 190 cm) che anziché attaccare lo spazio o sfruttare il fisico arretrava e giocava quasi da numero dieci, e Henry che era un centravanti che però partiva da metacampo, era poco forte nel gioco aereo nonostante la statura e giocava soprattutto attaccando gli spazi in velocità.

Il Valencia del 2000, cancellando dal campo la Lazio futura campione d’Italia, aveva destato uno smarrimento simile: la palla viaggiava a una velocità diversa da quella cui eravamo abituati in Italia, molti giocatori partecipavano alla costruzione della manovra, le punte più che attaccare l’area sembravano incaricate di creare spazi, e molti giocatori andavano in gol, tanto che a fine stagione il bomber principe era un centrocampista (Mendieta) e solo due giocatori erano in doppia cifra.

Al cospetto del calcio proposto, pur con differenze importanti, da Arsenal e Valencia, le nostre squadre erano parse a lungo impotenti ma soprattutto vecchie: molto più quadrate, molto più rispettose di un chiaro disegno tattico e di una concezione chiara e pulita della distribuzione dei ruoli, molto meno propense a far circolare il pallone con velocità e a portare molti uomini oltre la linea della palla.

Arsenal e Valencia, a mio parere, erano una sorta di premonizione, un’anticipazione del calcio che stava per dominare il Vecchio Continente, e negli anni ’90 non avevano veri precursori, con due significative eccezioni (mutatis mutandis), ovvero il Barcellona di Cruijff e l’Ajax di van Gaal, due squadre che erano in anticipo sui tempi e il cui calcio futuribile era stato spettacolare e anche efficace, ma comunque non aveva imposto un chiaro mutamento di paradigma, era rimasto un caso isolato. La squadra allenata dal Profeta del Gol era a sua volta figlia della rivoluzione olandese di vent’anni prima, aveva smussato certi spigoli e, complice la presenza di molti giocatori latini e sudamericani, aveva puntato soprattutto sull’esaltazione della tecnica quale elemento chiave del gioco, completando il manifesto estetico con dichiarazioni per noi controintuitive eppure determinanti (“Non abbiamo perso perché abbiamo corso poco, ma perché abbiamo corso troppo“). La scoppola subita dal Milan di Capello ad Atene nel maggio del 1994 aveva in ogni caso segnato una chiara battuta d’arresto per la rivoluzione, derubricando (ai nostri occhi) a vezzo estetico poco concreto la ricerca insistita del gioco e della qualità da parte dei catalani e di Johan, parsi ai più, in Italia, come una manica di presuntuosi.

L’Ajax di van Gaal era stato una cometa in grado di illuminare per un lasso di tempo breve ma significativo il cielo d’Europa, riempiendo di meraviglia gli occhi degli spettatori: il suo calcio scardinava alcune delle regole chiave del calcio anni ’90, in primis perché, forse per la prima volta, con van der Saar il portiere diventava parte attiva della fase di costruzione del gioco, con una prima ma geniale declinazione in ottica propositiva della regola che vietava il retropassaggio, e in secondo luogo perché rompeva con i moduli molto rigorosi e statici impostisi negli anni ’80 e con il sacchismo (4-4-2 o 3-5-2, in voga a fine anni ’90), per introdurre i suoi celebri e per un po’ indecifrabili rombi. Inoltre, l’Ajax portava molti uomini oltre la linea della palla, avviava l’azione con Blind e i difensori, rinunciava alle classiche due punte in voga al tempo (un centravanti di peso a una seconda punta più agile e tecnica, Vieri e Del Piero, Batistuta e Roberto Baggio) per rendere interscambiabili le posizioni, tanto che l’uomo gol è Litmanen, una sorta di dieci/mezzala/punta sui generis.

Come anticipato, tuttavia, le intuizioni geniali dei due tecnici olandesi nel corso del nostro decennio aureo rimangono due casi abbastanza isolati.

Le squadre che dominano gli anni ’90, il Milan di Capello e la Juventus di Lippi, sono due dei lasciti maggiori del sacchismo e quindi seguono principi molto diversi da quelli di Johan e Louis: rispetto al classico calcio italiano degli anni ’80, le formazioni migliori degli anni ’90 ragionano in termini più collettivi (grande merito di Arrigo), sono più corte in fase di possesso, si schierano in forma simmetrica (altra grandissima intuizione di Arrigo), rinunciano in buona misura alla marcatura a uomo in difesa e alzano il baricentro, e questo le rende più aggressive e propositive, complice anche la crescita e la maggior cura della preparazione fisica. Per il resto, tuttavia, i club che controllano la decade mantengono un’architettura tattica estremamente rigorosa e puntuale (come da nostra tradizione; il modulo in voga è il 4-4-2 classico, cui si sostituisce a fine decennio il 3-5-2), esaltano i gregari di lusso di lusso e funzionali (anche qui, Arrigo e il calcio italiano si muovono in sintonia), esigono che i giocatori si identifichino con un ruolo ben preciso e siano specializzati (penso al regista classico alla Albertini o Paulo Sousa, alla prima e alla seconda punta, al marcatore che si affianca al regista difensivo, agli innumerevoli cursori di centrocampo: Conte, Deschamps, Di Livio, l’adattato Desailly etc..). La fase di non possesso è molto più organizzata e rigorosa di quella di possesso, e le trame di gioco tendono a essere essenziali, “sporche” e affidate ai giocatori “illuminanti”. La distinzione tra campioni e gregari rimane netta e i secondi sono l’ossatura tattica e agonistica della squadra che consente al fuoriclasse di turno (Baggio, Del Piero, Zidane) di muoversi liberamente

Come detto, con il Nuovo Millennio, e in misura crescente nel corso degli anni 2000, la meticolosa struttura congeniata dai nostri tecnici maggiori, in una felice convergenza tra il classico calcio all’italiana e il sacchismo, viene progressivamente superata dalla storia. Arsenal e Valencia, pur non vincendo in Champions, sono tra le prime squadre che in qualche modo rovesciano il banco e sparigliano le carte. Ci sono altre novità, che restano però sempre un po’ nel limbo: il Manchester United di Ferguson, con la sua efficace commistione di calcio inglese classico e passing game scozzese, è una squadra bellissima che non dà però mai vita a una vera e propria scuola né a una riscrittura palese delle regole. Lo stesso vale per il Milan di Ancelotti, la grande anomalia del calcio italiano degli anni zero, che in qualche modo segue e guida anche il mutamento in corso, ma che non diventa mai una squadra dalle aspirazioni “totali”, non crea una scuola e sembra più che altro fare di necessità virtù. grazie al superbo intuito di un tecnico di grandissima intelligenza come Carletto.

Quando Rijkaard e poi Guardiola riscrivono la storia con il Barcellona, mentre le squadre inglesi cambiano marcia e tornano a dettare legge in Europa, affollando i tabelloni di finaliste e semifinaliste, specie in Champions, appare oramai chiaro che qualcosa si è mosso nel cuore delle cose, e che non si può più mettere le mani davanti agli occhi per fingere di non vedere: il calcio è radicalmente cambiato e la nostra scuola ha faticato a reggere il passo.

Le lezioni di gioco che la Juventus di Capello, una squadra chiaramente figlia degli anni ’90, subisce da Liverpool e Arsenal sono quasi il certificato di morte del calcio della decade precedente, e persino il Milan, che in Italia domina gli avversari sul piano tecnico, in Europa alterna grandissime prestazioni a vere e proprie lezioni di gioco impartite dagli avversari (con il PSV passa davvero per il rotto della cuffia, dopo 135 minuti in cui ha sofferto come in Italia non soffre mai, e nel 2006 è evidente la superiorità tecnica e corale del Barcellona, che dimostra di avere un’idea di squadra più compiuta). La stessa Inter che detta legge in Italia, dopo calciopoli, sembra comunque una squadra ingessata e “antica”, al cospetto delle formazioni globalmente inferiori che però la eliminano nel 2006 e nel 2007 (Villareal e Valencia), e l’inferiorità di squadra diventa peraltro ampia e palese nel 2008 e nel 2009, al cospetto delle inglesi – e questo rende ancora più grande, se possibile, il triplete del 2010: l‘Inter, pur individualmente fortissima. è una squadra “vecchia” quasi in ogni senso, eppure gioca la stagione perfetta e ottiene ciò che nessun’altra italiana ha mai ottenuto, e lo fa in un’epoca in cui il nostro calcio sta da tempo arrancando nell’inseguimento dei movimenti trainanti in Europa. Il suo successo, in ogni caso e fortunatamente, conferma che le tendenze, anche quelle dominanti, non sono mai egemoni: esistono sempre numerose e significative eccezioni, e l’Inter guidata da Mourinho è una delle più grandi.

Negli anni ’10, l’accelerazione impressa al calcio da spagnoli e inglesi negli anni 2000 si trasforma a sua volta in una supremazia quasi inattaccabile.

Quali sono i cambiamenti prefigurati a inizio millennio e concretizzatisi poi come solide realtà nel corso degli anni ’10?

Con l’aiuto di Francesco Scabar, tecnico e tattico di lucidità superiore, ho provato a sintetizzare il modo in cui è cambiato il vento della storia nel corso del Terzo Millennio, senza per questo farne una questione di valore, di meriti o di demeriti: il calcio, come ogni altra cosa della vita, è soggetto a continue trasformazioni, e provare a decifrarle è il compito degli appassionati.

Le squadre moderne, a partire proprio da quelle spagnole e inglesi dei primi anni 2000, e anche se all’epoca il calcio attuale viveva ovviamente una fase embrionale, cercano con maggiore insistenza il fraseggio, e soprattutto il fraseggio pulito: il numero di passaggi riusciti nel calcio del 2024 è quasi sempre molto superiore a quello dei passaggi riusciti in una partita del 1995, l’epoca in cui non a caso il confronto tra i due reparti centrali stimolava analogie con le tonnare e in cui ribaltamenti di fronte erano più frequenti. La palla, inoltre, circola a una velocità sempre superiore, e questo pretende una proprietà tecnica media molto elevata da parte di quasi tutti i giocatori in campo, a partire dal portiere – il fenomeno Neuer, come sempre accade, ha sublimato con il proprio talento una trasformazione che era da tempo nell’aria.

Inoltre, se negli anni ’80 e ’90 si organizzava nel minimo dettaglio la fase di non possesso, nel calcio del 2000 si organizza di più la fase di possesso, e si chiede a quasi tutti i giocatori di prendervi parte in forma attiva, ora con le sovrapposizioni degli esterni, ora con le continue triangolazioni di prima, ora con gli assalti all’arma bianca di numerosi giocatori, anche dei cursori (emblematico, in tal senso, il gioco messo in atto dalle squadre di Klopp).

Ancora: se nel calcio degli anni ’80 e ’90 il concetto di ruolo aveva ancora un significato ben preciso, e la nostra capacità di formare ed esaltare specialisti era una delle nostre armi vincenti, dal 2000 in avanti, e in misura sempre crescente, il cruijffismo e anche il calcio totale di van Gaal hanno modificato (con altri fattori e attori) il genoma dei giocatori, trasformandone in parte le funzioni – il centravanti che arretra, il falso nove, il regista classico che quasi scompare mentre i registi diventano due o tre e a volte giocano sulla fascia in difesa, le ali a piede invertito. le mezzeali che possono giocare quasi in ogni posizione, il tridente offensivo che diventa quasi osmotico rispetto al terzetto di centrocampo, e ovviamente anche il portiere che imposta l’azione. Questo mutamento ha anche ridotto sensibilmente il numero di tiri da fuori area (il pressing continuo e le squadre molto corte rendono difficile trovare lo spazio per calciare, questo trascurando per il momento il peso e la conformazione dei palloni) e anche il numero di cross.

Si tratta di qualcosa che si vedeva molto raramente trent’anni fa, e la forza delle nostre squadre maggiori, a partire proprio da Milan e Juventus, era anche la chiarezza e solidità del disegno tattico: difesa a quattro solida e in cui si esaltavano le doti di marcatura classiche, centrocampo con un regista e numerosi cursori/gregari più o meno di lusso, una prima e una seconda punta che attaccavano l’area, con il corollario della ricerca immediata delle punte e dei ribaltoni continui, con tanto di cross ripetuti, specie nel calcio inglese ma non solo. La solidità e il controllo degli spazi erano più importanti della ricerca ossessiva della superiorità numerica tramite fraseggio o sovrapposizioni, e quando le squadre di Spagna e Inghilterra hanno iniziato a mettere in atto con efficacia questa strategia mutuata (in parte) da alcune squadre avveniristiche degli anni ’90 il nostro meticoloso disegno tattico è entrato in sofferenza, come travolto dall’onda fluida della storia, un’onda che è diventata un tornado nel corso delle ultime stagioni, quelle a forte trazione City-Liverpool.

Da ultimo, i moduli di gioco chiari e puliti degli anni ’80 e ’90 sono diventati un lontano ricordo: il 4-3-3 oggi imperante è in realtà estremamente instabile, mutevole, e la distribuzione delle funzioni tra i giocatori (Cancelo e Alexander-Arnold che di fatto sono due mezzeali prestate alla difesa) è molto meno chiara e prestabilita.

Anche le novità emerse e diventate egemoni negli ultimi venti e soprattutto quindici/sedici anni chiaramente non sono l’esito ultimo, l’approdo definitivo del calcio, ma una fase di passaggio, della quale è già in corso, probabilmente, il superamento: anche per questo è interessante provare a interpretarle.

Nessuna pretesa di verità da parte nostra, siamo anzi consapevoli del fatto che ogni interpretazione è anche una forma di semplificazione, e che comunque la bravura dei giocatori rimane un fattore essenziale, al di là di ogni discorso tattico e filosofico.

Con il contributo di FRANCESCO SCABAR

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