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	<title>mantova Archivi - Game of Goals</title>
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	<title>mantova Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Possa Possanzini&#8230; stupirci ancora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2024 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strateghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stiamo attraversando un periodo molto intenso e particolare nel mondo degli allenatori di calcio che hanno già raggiunto la fama o di quelli emergenti che [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Stiamo attraversando un periodo molto intenso e particolare nel mondo degli allenatori di calcio che hanno già raggiunto la fama o di quelli emergenti che hanno già attirato le luci dell’attenzione generale. Un periodo ricco anche di rivolgimenti inattesi, rinunce improvvise e fibrillazioni interessanti che, oltretutto alla vigilia degli Europei, crea una curiosità quasi spasmodica intorno a carriere in evoluzione o in parabola discendente e panchine prestigiose in tutto il continente e non solo. E noi che siamo, per vizio o virtù, attratti da sempre dalle novità tecniche, specialmente quelle capaci di rivoluzionare abitudini e modi di pensare, stiamo alla finestra interessati come non mai. </p>



<p>Il panorama è, si diceva, oltremodo vario tra ‘santoni’ disoccupati ma scalpitanti, come <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/05/09/i-cinque-tocchi-di-antonio-conte-per-lo-scudetto-dellinter.html">Conte</a></strong>, <strong>Zidane</strong> o il ‘tagliato’ (in tutti i sensi…) <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/05/27/dimmi-jose-trionfi-ed-eccessi-dello-special-one.html">Mourinho</a></strong>, quelli che hanno già annunciato l’abbandono del posto attuale, come <strong>Klopp</strong> a Liverpool da una vita o <strong>Tuchel</strong> a Monaco di Baviera dove non ha quagliato o ancora <strong>Xavi</strong> che si sente estraneo(!!) a Barcellona, tra giovani in fortissima ascesa come <strong>Xabi Alonso</strong> capace di triturare il Bayern in Bundesliga con il suo magico Leverkusen, come <strong>Miguel Angel Sanchez Munoz</strong> che, oltre ad avere un elenco telefonico al posto del nome, ha fatto vedere i sorci verdi al Real a lungo in Spagna, come <strong>De Zerbi</strong> in Premier, capace di riportare in alto una squadra come il Brighton o come <strong>Thiago Motta</strong> da noi, che riesce a condurre, dopo secoli di anonimato, il Bologna in zona Champions. O anche come il quasi esordiente <strong>De Rossi </strong>che, dopo un esordio balbettante in giro per la penisola, con la Roma, a casa sua, sta rimpiazzando un deludente <em>Mou</em> ottenendo una media punti impressionante. O, rimanendo a casa nostra, i <strong>Palladino</strong> e i <strong>Gilardino</strong> che, con compagini ritenute alquanto modeste, viaggiano in campionato a quote molto lontane dalle zone a rischio. O, infine, come <strong>Ivan</strong> <strong>Juric</strong> che forse però, a questo punto, è da considerarsi un’eterna promessa mai del tutto sbocciata. Ma è ancora, beato lui, piuttosto giovane…</p>



<p>Per non parlare poi, tanto per fare anche un po’ di sciovinismo, del nugolo di allenatori italiani che si stanno facendo onore all’estero. Oltre all’ormai monumentale <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/05/31/onore-al-real-madrid-e-ad-ancelotti-il-trionfo-della-misura-e-dellintelligenza.html">Carlo Ancelotti</a></strong> a Madrid, certamente fuori dalla lista degli emergenti, e al già citato <strong>Roberto De Zerbi</strong> in terra inglese, non possiamo esimerci dal citare un gruppo di tecnici, tra già stagionati e giovani in rampa di lancio, come <strong>Montella</strong>, ct della Turchia o Farioli, allenatore del Nizza, da <strong>Marco Rossi</strong>, ct dell’Ungheria a <strong>Tedesco</strong>, commissario tecnico del Belgio. E come dimenticare l’espertissimo <strong>Mancini</strong>, ct dell’Arabia Saudita o l’emergente <strong>Calzona</strong>, che fa la spola tra Vesuvio e Nazionale della Slovacchia?</p>



<p>Se dovessimo scegliere, limitandoci solo agli italiani e prendendo in considerazione solo i portatori di qualche verbo nuovo, avremmo già l’imbarazzo della scelta, e se poi allargassimo l’orizzonte ai seminuovi e non nuovissimi, come <strong>Italiano</strong> della Fiorentina o <strong>Baroni</strong> oggi a Verona o altri che trovano estimatori e anche risultati in giro per il mondo, saremmo seriamente in difficoltà. Ma, visto che l’ambiziosa e pericolosa domanda che ci poniamo è: ‘Quale può essere l’allenatore italiano del futuro?’, la risposta andiamo a cercarla nelle pieghe della cronaca e nella penombra della ribalta.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="575" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/image-1024x575.jpg" alt="" class="wp-image-19035" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/image-1024x575.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/image-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/image-768x431.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/image.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Possanzini quando era vice di De Zerbi, oggi allenatore del Brighton in Inghilterra</figcaption></figure>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Una scommessa per il futuro</h2>



<p></p>



<p>Essa, a nostro parere, non può che riguardare proprio <strong>Davide Possanzini</strong>, attuale allenatore del Mantova, in C, ma alla vigilia di essere promosso in serie B. Tale risposta, al di là del fatto che possa sorprendere molti, non è legata tanto alla circostanza non da poco che, mentre scriviamo, la squadra virgiliana sia in testa al girone A della terza serie  con 12 punti di vantaggio sulla seconda, il Padova, a cinque giornate dal termine del Campionato e che quindi già dal prossimo turno possa coronare la corsa alla serie superiore, quanto al modo di giocare mostrato quest’anno da questo Mantova sorprendente quanto spietato.</p>



<p>Qualche dato necessario prima di addentrarci nell’analisi del gioco. <strong>Possanzini</strong>, 48 anni, è stato un attaccante di buone capacità realizzative che ha conosciuto le sue stagioni migliori, segnatamente con la maglia del Brescia, intorno alla trentina e quindi a maturazione fisica già abbondantemente avvenuta. Parimenti, la sua carriera di tecnico, iniziata nel 2013 proprio a Brescia a 37 anni, ha avuto uno sviluppo piuttosto lento, tant’è che questa virgiliana è la sua prima vera esperienza come capo allenatore. E se pensiamo che <strong>Possanzini</strong> è praticamente coetaneo di <strong>Juric</strong> che allena in Serie A da un sacco di tempo… La realtà è che <strong>Davide</strong> è stato, per esempio, per diversi anni il vice di <strong>De Zerbi</strong> che, ancorché più giovane di tre anni di lui, ha saputo imporsi, nonostante inizi poco brillanti, all’attenzione generale anche in fretta.</p>



<p>Il <em>Possa</em> è stato con lui dai tempi del Foggia (2016) fino a quelli, turbolenti per motivi certo non calcistici, dello Shakthar in Ucraina. Non l’ha seguito al Brighton solo perché il richiamo dell’amata Brescia, come responsabile della Primavera, ha avuto il sopravvento. Richiamo che gli ha persino procurato, la scorsa stagione, un paio di apparizioni come allenatore delle Rondinelle in Serie B. Il presidente <strong>Cellino</strong>, che definire vulcanico fa torto all’Etna, lo ha sopportato due partite, appunto, poi ne ha chiamato un altro o ha richiamato quello precedente, non ricordo bene.</p>



<p>Sì, perché <strong>Possanzini</strong> non è, adesso lo sappiamo, un allenatore che possa correggere, soccorrere o aggiustare. Subentrare. Egli ha bisogno di tempo per spiegare, amalgamare, imbastire, istruire e, siccome è uomo e tecnico di spessore in quanto ricco di idee e di trovate non semplici, la lentezza nell’apprendimento da parte dei suoi giocatori è fisiologica quanto necessaria e quanto poi efficace alla prova del campo. Insomma, tornando alla storia, <strong>Davide</strong> l’estate scorsa decide di mettersi finalmente in gioco con una squadra ‘adulta’ presa a inizio stagione e accetta l’offerta del Mantova in serie C e reduce da una disastrosa retrocessione in D, poi annullata da un miracoloso ripescaggio. Con quali ambizioni parte la aocietà che lo assume? Salvezza innanzitutto, se poi non fosse nemmeno sofferta… un pensierino ai playoff? Mah, la provvidenza… Certo che risorse per rinforzare molto la squadra non ce ne sono e meno male che il nuovo allenatore non è molto esigente in questo senso.</p>



<p>L’inizio di stagione è percepito dalla dirigenza e dai tifosi come abbastanza buono per i risultati, mentre lascia, giornalisti e osservatori compresi, tutti molto perplessi il tipo di gioco espresso dalla squadra. Possesso palla estenuante al limite dell’ipnotico e costruzione dal basso ossessiva non fanno audience, generano le critiche più frequenti e quando, tra fine settembre e primi di ottobre, arrivano due sconfitte, una sonora a Trieste in casa della favorita al salto in B (4-1) e una in casa sia pur in Coppa Italia, c’è chi parla già di esonero o, perlomeno, di affiancamento da parte di qualcuno più esperto. Senza fare tutta la storia di un campionato ancora in corso, è sufficiente ribadire che oggi, dopo 33 giornate, il Mantova è lassù con 78 punti, che il Padova segue a 66 e che la superfavorita Triestina veleggia a 53, quarta dietro il Vicenza a 58.</p>



<p>Un vero dominio, un dominio che, questo il nostro timore, ancorché clamoroso quanto tutt’altro che inconsueto in serie C (il Cesena nel girone B è in una situazione analoga), possa di per sé essere motivo di ammirazione e curiosità, e di appagamento delle stesse, da parte del pubblico. Specie quello che vede queste realtà piuttosto da lontano. Con questo vogliamo dire che il valore del Mantova di questa stagione non è la sua classifica e il distacco sulle altre, è il suo modo di giocare, di vincere le partite, di dominare gli avversari. E che lo faccia in un modo nuovo e antico nello stesso tempo, un modo colto, messo a punto da un allenatore alla sua prima panchina in carriera, crediamo proprio sia fatto interessante, perfino affascinante.</p>



<p></p>



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</div><figcaption class="wp-element-caption">Una delle grandi prestazioni del Mantova di Possanzini</figcaption></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Come gioca il “Possa”</h2>



<p></p>



<p>E quindi, come gioca <strong>Possanzini</strong>? Lo schieramento a boccia ferma pare proprio un classico 4-3-3, ma bastano poche azioni di gioco per capire che i biancorossi si muovono sul terreno in modo fluido, muovendosi praticamente tutti di continuo per dare al compagno la linea di passaggio più semplice e diretta. Gli avversari che sanno, oramai ovviamente tutti, di questo modo di interpretare gli spazi e di tenere il più possibile palla a terra e padronanza tendono ad aspettare il Mantova nella propria metà campo. In questo caso, ecco il possesso ipnotico, una sorta di surplace come ai tempi di <strong>Maspes</strong> e <strong>Gaiardoni</strong> al Vigorelli! I due centrali di difesa si scambiano la sfera anche dieci volte e spesso, non a caso, si aggiunge a loro uno dei tre registi (avete letto bene: tre registi!) formando così un triangolo, che può diventare un quadrilatero con il portiere, che sembra la cosa più inoffensiva del mondo o, come dicevano i tifosi a inizio stagione, una melina inutile e stucchevole.</p>



<p>Poi, improvvisamente, quando un avversario si avvicina o qualcuno di loro fa un movimento errato in difesa, ecco che parte fulminea un’azione che, spesso con tocchi di prima, porta il pallone in area avversaria. Quando ai due difensori centrali si aggiunge il regista <strong>Burrai</strong>, dotato di eccellente visione di gioco e di lancio preciso, il pallone si stacca da terra, cosa appunto molto rara, per avviare l’azione, ma se arretra <strong>Trimboli</strong> possono partire i passaggi rasoterra, non tutti verticali, molti in orizzontale o anche all’indietro ma tutti eseguiti con una velocità impressionante e con i giocatori mai statici. Sono azioni pregevoli tecnicamente, ricordano certi ricami eseguiti a memoria. Se infine a venire basso è il terzo regista <strong>Galuppini</strong>, goleador della squadra e superficialmente definito attaccante, l’azione tende a partire in verticale per vie centrali e con passaggi velocissimi, un po’ come faceva il primo Napoli di <strong>Sarri</strong>, quello in cui sembrava fosse un gruppo di giocatori a portare su il pallone, una sorta di mischia rugbistica.</p>



<p>Questo schema multiforme è tutt’altro che scontato o ripetitivo, men che meno fisso, ma è utile in questa sede per comprendere come il Mantova di questa stagione, prima di uccidere un campionato ancora in età acerba, abbia spesso annichilito la resistenza degli avversari. Certo, i biancorossi non hanno vinto tutte le gare e qualcuna l’hanno pure persa anche dopo quella iniziale disfatta di Trieste. Un tallone d’Achille dei virgiliani è, per esempio, quello della già citata costruzione dal basso, eseguita obbligatoriamente e molto spesso rischiando non poco e, a volte, regalando ad avversari palloni pericolosissimi. La contabilità dei gol della capolista recita in questo momento 66-21, con un differenziale positivo di 45, in pratica il doppio del Padova fermo a +23. E interessante è, da un lato, notare che i gol fatti sono il contributo di ben 18 giocatori diversi, mentre  quasi la metà di quelli  subiti deriva appunto da disimpegni errati.</p>



<p>Riassumendo e avviandoci alla conclusione di questa disamina, diciamo che il Mantova applica un gioco che tende a far giocare il meno possibile gli avversari. Quindi, possesso palla esasperato, continua intercambiabilità di posizioni, quasi totale assenza di ruoli fissi e il tutto non tanto per non dare punti di riferimento, come spesso si dice, quanto per permettere a tutta la squadra nel suo insieme di attaccare o difendere. È vero che in certi frangenti, specialmente nel recupero palla e nell’aggressione al possessore avversario ricorda un po’ l’Inter di <strong>Inzaghi</strong>, ma in quasi tutto il resto il timbro di <strong>Possanzini</strong> appare assolutamente originale e autonomo.</p>



<p>Anche il centravanti pivot, che gioca spalle alla porta smistando per i compagni o girandosi di scatto come per un falso pick&amp;roll cestistico, può ricordare <strong>Lukaku</strong>, ma <strong>Mensah</strong>, questo il nome della punta titolare mantovana, ripiega spesso anche lui fin nella propria metà campo rendendo così anche questo parallelo piuttosto debole. E sugli esterni? C’è un giocatore molto interessante, <strong>Fiori</strong> di scuola spallina, che forse è quello che si sposta meno dalla sua posizione canonica, alto a sinistra, e che ricorda per questo, tra un attimo capiremo il perché, il <strong>Resenbrink</strong> olandese.</p>



<p>Chi sono quindi i maestri di <strong>Possanzini</strong>, e voglio ricordare qui che questo è l’anno del suo esordio!!, o dobbiamo pensare che questa sia tutta farina del suo sacco? La nostra ipotesi di risposta, guarda caso, non può che stare nel mezzo. <strong>Davide</strong>, l’abbiamo già detto, è persona colta e in quanto tale fa nascere l’idea di questo suo gioco dissimile, e non di poco, da quello di tutti i suoi colleghi contemporanei, andando a pescare ingredienti e sapori qua e là. Forse, tra quelli più in auge e contrariamente a quello che si può credere, è proprio <strong>De Zerbi </strong>quello cui si discosta nel modo più deciso e questo aspetto non fa che accrescere lo stupore per la sua originalità tecnica. </p>



<p>Alla fine, secondo noi, la base della sua cultura calcistica c’è ancora lui, l’intramontabile, immenso, inesauribile <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/03/03/ernst-happel-il-gitano-nobile.html">Ernst Happel</a></strong>. E quello di <strong>Davide Possanzini</strong>, su cui scommettiamo per una luminosa carriera, è di gran lunga la lettura più bella, moderna ed efficace di quello che chiamavamo il calcio totale. </p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Possanzini si presenta: &quot;Orgoglioso di aver scelto Mantova. Spero di vedere sempre tanti tifosi&quot;" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/Wvzny67Sn4Y?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Possanzini il giorno della sua presentazione a Mantova</figcaption></figure>
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		<title>Dino Zoff, il monumento del calcio italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Dec 2023 13:50:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando, a cavallo tra i cinquanta e i sessanta del secolo scorso, l’Ozo Mantova compì l’impresa di passare in cinque anni dalla D alla serie [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Quando, a cavallo tra i cinquanta e i sessanta del secolo scorso, l’Ozo Mantova compì l’impresa di passare in cinque anni dalla D alla serie A, l’universo del pallone di cuoio rimase stupito e affascinato. Il mondo reale, <em>macchelodicoafare?</em>, era molto diverso da quello odierno: era forse più semplice, più leggibile, ma pure più smaliziato, anche se il tutto era ammantato da una presunta quanto ostentata ingenuità. In quell&#8217;anno, il 1958, il Brasile di un imberbe <a href="https://gameofgoals.it/2013/02/16/1958-finale-svezia-brasile-2-5.html"><strong>Pelé</strong> aveva appena stravinto i Mondiali di Svezia</a> passando direttamente dalla cronaca alla leggenda senza transitare dalla Storia ed ecco che quella squadra di fenomeni biancorossi e virgiliani fu denominata ‘Piccolo Brasile’.</p>



<p>Essa era allenata e condotta da <strong>Edmondo</strong> <strong>Fabbri</strong> (lui!), un uomo che per quell’impresa perse la misura di sé e la fece perdere anche ad altri, compresi i vertici della Federazione, ed era difesa in porta da uno spilungone nato in riva al Mincio e destinato a inaugurare la lunga sequela di grandi portieri (<strong>Girardi</strong>, <strong>Recchi</strong>, <strong>Pellizzaro</strong>) nati o cresciuti calcisticamente a Mantova. Si chiamava <strong>William Negri</strong>. Su di lui si erano già posati da tempo gli occhi dei manager delle migliori squadre italiane e il suo primo anno in massima serie, sempre sotto la guida del ‘Mondino di ferro’ fu tanto convincente da procurargli convocazione ed esordio in Nazionale. </p>



<p>In quegli anni, tutto ciò che toccavano i dirigenti mantovani, tra cui spiccava un certo <strong>Allodi</strong> (sì, proprio lui), sembrava mutarsi in oro. Era il tempo in cui ogni squadra di A poteva tesserare tre stranieri e metterne però solo due in campo e, tanto per essere precisi, si era nell’immediata vigilia di quella trovata, un po’ truffaldina e molto italiota, di inventarsi oriundi, per giunta italianizzabili, a destra e a manca. Come già negli anni trenta&#8230; Comunque, la prima infornata del neo promosso Mantova fu miracolosa. Non tanto per <strong>Allemann</strong>, navigata ala elvetica, quanto per il giovane brasiliano <strong>Sormani</strong>, arrivato con la nomea di vice <strong>Pelé</strong> al Santos, un ruolo che era in realtà tutto da dimostrare. In quegli anni affollati di stelle brasiliane e di arrivi di campionissimi sconosciuti, ognuno di questi ultimi era sempre un vice stella, garantito e certificato. Il terzo straniero del Mantova, tal <strong>Nelsinho</strong>, arrivò con il pedigree di riserva di <strong>Garrincha</strong>. Si dimostrò un bidone assoluto che del fantastico uccellino brasileiro poteva essere tutt’al più un vicino di casa.</p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Quando stavamo per prenderlo alla Juve si era infortunato. Per tentare di pagarlo meno, gli feci dire da Altafini che non giocasse troppo bene le ultime partite, così sarebbe stato più facile portarlo a Torino. Lui mi rispose: nemmeno per sogno. Se mi vuole sono così, altrimenti prenda un altro. Questo è Zoff.</p>
<cite>Italo Allodi</cite></blockquote>



<p></p>



<p>Quel Mantova riuscì ad arrivare nona in campionato, a 18, con 32 punti e nel mercato estivo successivo fu preso d’assalto come un fornaio manzoniano. Perse <strong>Fabbri</strong>, proiettato direttamente verso la <a href="https://gameofgoals.it/2013/08/04/1966-girone-d-nord-corea-italia-1-0.html">Nord Corea</a>, poi, l’anno successivo, <strong>Negri</strong> che si accasò a Bologna e <strong>Sormani</strong> che andò, strapagato in soldi e giocatori in prestito, tra cui <strong>Schnellinger</strong> (lui, proprio lui!), alla Roma. Il Bologna, in cambio di <strong>Negri</strong>, cedette ai virgiliani nientemeno che <strong>Santarelli</strong>, un monumento storico che aveva difeso per anni la porta felsinea. Il caso però volle che, già alla prima gara contro il Milan al Martelli, l’anziano estremo difensore franò addosso ad <strong>Altafini</strong> lanciato a rete e venne espulso.</p>



<p>Allora non c’erano né il dodicesimo né le sostituzioni per cui il Mantova finì in dieci con <strong>Giagnoni</strong> (lui, proprio lui!) in porta e perse di brutto. Con <strong>Santarelli</strong> squalificato, nella partita successiva l’allenatore <strong>Hidegkuti</strong> (No! Lui? Certo che sì!) fu costretto a far esordire un giovane portiere friulano arrivato in estate dall’Udinese dove aveva già disputato partite nella massima divisione, e pure in Serie B, con rendimento alterno a essere benevoli.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="882" height="684" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/1966–67_Serie_A_-_AC_Mantova_v_Inter_Milan_-_Mario_Corso_and_Dino_Zoff.jpg" alt="" class="wp-image-16757" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/1966–67_Serie_A_-_AC_Mantova_v_Inter_Milan_-_Mario_Corso_and_Dino_Zoff.jpg 882w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/1966–67_Serie_A_-_AC_Mantova_v_Inter_Milan_-_Mario_Corso_and_Dino_Zoff-300x233.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/1966–67_Serie_A_-_AC_Mantova_v_Inter_Milan_-_Mario_Corso_and_Dino_Zoff-768x596.jpg 768w" sizes="(max-width: 882px) 100vw, 882px" /><figcaption class="wp-element-caption">Zoff in maglia Mantova</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>Dino Zoff</strong> difese, tra la preoccupazione generale, la porta virgiliana per la prima volta il 22 settembre 1963 a Bari e non solo la mantenne inviolata, ma cominciò a guadagnarsi in fretta la fiducia dei tecnici biancorossi e l’amore, una vera e propria venerazione peraltro corrisposta, del tifo virgiliano e di tutta la città. Dino era un ragazzo schivo, di pochissime parole, e la sua espressione attenta e un po’ accigliata contribuiva a disegnarne un profilo di persona seria, molto più matura dei suoi 21 anni e molto affidabile. Anche quando il Mantova, peraltro debolissimo, retrocesse l’anno dopo in B, la fiducia in lui non si affievolì di un grammo da parte di tutti e forse fu proprio questo fattore, peraltro tutt’altro che casuale, che favorì e permise la sua ascesa inarrestabile. </p>



<p>Le due stagioni che seguirono quella delusione furono infatti trionfali in modo quasi più incredibile della già citata ascesa dalla D alla A e le gesta meritorie di <strong>Zoff</strong>, estremo difensore di quella compagine allenata da <strong>Giancarlo Cadé</strong>, cominciavano a far girare le rotative e ad attirare la ancor giovane televisione. Il Mantova, zeppo di giocatori stagionati, esperti fin che si vuole, ma pur sempre esodati da altre squadre e a fine carriera, dominò la serie cadetta e l’anno dopo, praticamente senza modificare l’organico, riuscì veramente in un impresa memorabile. Quella di pareggiare in campionato ventidue (22!) gare su trentaquattro, di vincerne sei e di perderne altrettante, una miseria per una neopromossa priva di ogni credito. La classifica finale di quel campionato 1966-67 vide i mantovani, trascinati da <strong>Zoff</strong> in porta e da <strong>Carletto</strong> <strong>Volpi</strong> a centrocampo, piazzarsi noni alle spalle del Milan e davanti, per esempio, alla quotata Roma. In 34 partite, la porta biancorossa subì 23 reti, appena 4 più della Juventus, prima e Campione d’Italia.</p>



<p>L’ultima gara di quel torneo, che coincise con l’ultima apparizione di <strong>Zoff</strong> con la divisa della squadra virgiliana, fu proprio quel Mantova-Inter del 1° giugno ’67, terminata 1-0 e già evocata in altro articolo su questo magazine, che decretò lo sgretolamento improvviso quanto inatteso della Grande Inter di H.H, al secolo <strong>Helenio Herrera</strong>. Pochi giorni dopo la conclusione di quel torneo, <strong>Volpi</strong> fu prelevato proprio dalla Juve (ma non riuscì mai a mantenere le promesse e le aspettative che avevano accompagnato il suo arrivo sotto la Mole), mentre diverse grosse società cominciarono a contendersi il portiere delle meraviglie. Quando tutti avevano dato per fatto il suo passaggio al Milan, un vero blitz partenopeo nelle ultime ore di mercato portò <strong>Dino</strong> <strong>Zoff</strong> all’ombra del Vesuvio.</p>



<p>È cominciato così il volo di quello che ancor oggi ritengo essere il più grande portiere italiano della Storia e uno dei migliori interpreti del ruolo a livello mondiale di tutti i tempi. Detto che la sua carriera da quel suo trasferimento al Napoli ricevette un impulso notevole tanto da farlo esordire in Nazionale già nel 1968 in una partita decisiva per gli Europei contro la Bulgaria e che <strong>Zoff</strong> difese la porta azzurra anche nella doppia finale vinta contro la Jugoslavia, diversi sono i fattori che mi fanno ritenere il friulano oggi ottantunenne il più grande di tutti. </p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Dino_Zoff_-_1972_-_Juventus_FC_cropped-955x1024.jpg" alt="" class="wp-image-16758" width="496" height="532" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Dino_Zoff_-_1972_-_Juventus_FC_cropped-955x1024.jpg 955w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Dino_Zoff_-_1972_-_Juventus_FC_cropped-280x300.jpg 280w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Dino_Zoff_-_1972_-_Juventus_FC_cropped-768x824.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Dino_Zoff_-_1972_-_Juventus_FC_cropped.jpg 1006w" sizes="(max-width: 496px) 100vw, 496px" /><figcaption class="wp-element-caption">Zoff alla Juventus</figcaption></figure>



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<p>Al di là della sua capacità di essere un vincente, soprattutto con la maglia della Juventus, con cui vinse sei scudetti, due Coppe Italia e <a href="https://gameofgoals.it/2021/05/27/la-prima-volta-della-signora-in-europa-1977-una-coppa-uefa-tutta-italiana.html">una Uefa</a>, e con la Nazionale, con cui si laureò, unico a riuscirci in Italia, sia Campione Europeo nel 1968 sia <a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/mondiali/mondiale-1982">Mondiale nel 1982</a>. Proprio quel trionfo in Spagna, inaspettato quanto meritato, ha consegnato per sempre la figura di <strong>Zoff</strong> alla leggenda e la sua statura sportiva a un Olimpo del Calcio molto alto, molto rarefatto e molto poco frequentato. Il grande pittore Renato Guttuso, incaricato di dipingere l’effigie celebrativa di quella impresa, ritrasse le mani protese di Dino nella classica azione di un’uscita in presa alta con la Coppa Rimet in luogo del pallone. Non c’è volto in quell’immagine, non c’è numero, non c’è neppure trionfalismo. Ci sono solo polsini scuri, forse azzurri, al termine di maniche grigie da cui si prolungano braccia paterne e mani serie, le dita ferree di <strong>Zoff</strong> che portano la Coppa del Mondo in Italia. È un capolavoro taciturno, lo dico senza enfasi, che rende un omaggio di giustizia estrema al Capitano quarantenne di quel trionfo sorto sulle ceneri di se stesso. </p>



<p>Sopravvissuto a ogni tipo di squallida diceria tipica di un autolesionismo italiota che non ha emuli al mondo, ai più beceri sospetti di combine con gli ignari camerunensi, alla graticola ardente su cui era rosolato continuamente <strong>Enzo</strong> <strong>Bearzot</strong>, reo di aver convocato e di far pure giocare un <a href="https://gameofgoals.it/2020/12/17/la-magia-di-pablito.html"><strong>Paolo</strong> <strong>Rossi</strong></a>, fuori forma e fuori dal gioco, e di aver convocato e di fare pure giocare in porta un giocatore, <strong>Dino</strong> <strong>Zoff</strong>, già finito da almeno quattro anni, colpito e affondato dai siluri Olandesi e Carioca sparati da lontano ai Mondiali in Argentina. È un capolavoro, tornando a Guttuso, che parla di due geni assoluti, il pittore e il portiere, due geni che parlano poco e che danno il meglio di sé guardando il mondo un po’ da fuori, che si ritirano volentieri sulla linea di fondo e che, quando è necessario, sanno intervenire. </p>



<p>Tutta Italia, tutto il mondo, Germania finalista battuta compresa ed escluso forse solo il Brasile, troppo ferito, celebrano la favola irreale di <em>Pablito</em> <strong>Rossi</strong> capace, una volta uscito dal letargo, di annichilire gli avversari. Ma l’icona indelebile di quella vittoria rimangono la mani di <strong>Zoff</strong>. Mani paterne, materne, filiali, mani mediche, rassicuranti seppur protese, mani da estremo difensore. E quelle mani sono quelle che avevano detto no ai verdeoro con quella parata, inventata di sana pianta tanto era fuori da logica e realtà, su <strong>Oscar</strong> negli istanti finali di <a href="https://gameofgoals.it/2014/07/04/1982-seconda-fase-italia-brasile-3-2.html">Italia-Brasile</a>: una parata talmente bella che sarebbe tale anche se non fosse mai successa, e talmente importante che il fatto che sia successa non rende giustizia alla sua bellezza. </p>



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<figure class="wp-block-image alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Francobollo-zoff.jpg" alt="" class="wp-image-16759" width="305" height="369"/><figcaption class="wp-element-caption">Il francobollo celebrativo di Zoff griffato dal pittore Guttuso</figcaption></figure>



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<p>E al fatto che a compiere quello scatto fulmineo, quel tuffo lunghissimo e a bloccare sul terreno quel proiettile sia stato un uomo di quarantenni, in pensione da almeno quattro secondo i detrattori, ma in procinto di perdere i contorni del certo come succede solo alle leggende. <strong>Dino</strong> <strong>Zoff</strong>, io c’ero, ne aveva già compiuta un’altra così impressionante durante un Lecco-Mantova di serie B in aprile del ’66. Vittima di allora un altro brasiliano, <strong>Sergio</strong> <strong>Clerici</strong>, all’alba, lunghissima, della sua gloriosa carriera italiana. Si giocano gli ultimi minuti di gara e il Mantova, in giornata di grazia, conduce 5-0 a casa della capolista e, a stadio ormai abbandonato dai tifosi locali e in balia etilica di quelli virgiliani, si batte un angolo per il Lecco. </p>



<p>Lo stacco di <strong>Clerici</strong> al limite del lato corto dell’area piccola è una frustata sul primo incrocio, una botta siderale da due metri scarsi. È il gol della bandiera, il 5-1 che rende forse ancor più foneticamente impressionante il trionfo o la disfatta, ma la mano di Dino, <em>la mano de Dinòs</em>, non ci sta. Vola, forse staccata dal corpo, e ribatte. Non è possibile! Si materializza un silenzio irreale in campo e nella curva ospite, tacciono le bandiere biancorosse. Sono dieci/dodici secondi che potrebbero durare fino all’82 al Nou Camp, ma sono interrotti dal coro: ‘Di no! Di no! Di no&#8230;’</p>



<p>Che cos’ha avuto <strong>Zoff</strong> più degli altri? Niente e tutto allo stesso tempo. Aveva un senso della posizione che lo faceva apparire, in qualche modo, l’erede diretto di <a href="https://gameofgoals.it/2023/11/19/lev-yashin-il-ragno-nero-tra-leggenda-e-realta.html"><strong>Lev</strong> <strong>Jascin</strong></a> cui lo accomunava, in effetti, la prontezza nel calcolo delle probabilità. E questa dote gli permetteva di assumere in netto anticipo rispetto a colleghi, e soprattutto avversari, la postura e la posizione giuste. Ma, a differenza del grandioso sovietico, <strong>Zoff</strong> riusciva a pescare nel proprio repertorio anche le prestazioni più lontane, meno previste. Le due parate ‘non vere’, quella su <strong>Clerici</strong> a 24 e quella su <strong>Oscar</strong> a 40 anni assumono una dimensione così straordinaria proprio perché compiute da uno specialista d’altro. È come se <strong>Tamberi</strong>, fantastico atleta, vincesse nel salto con l’asta&#8230; Più degli altri <strong>Zoff</strong> aveva anche la sobrietà, l’autorevolezza, l’essenzialità in campo e anche fuori, anche quando fu c.t. della Nazionale, sfiorando una vittoria agli Europei del 2000 che sarebbe stata strameritata, è stato così. </p>



<p>Si dimise a seguito delle parole poco rispettose di un Presidente del Consiglio che aveva deciso di usare le leva del calcio per manovrare l’opinione pubblica. Si dimise usando frasi secche quanto appropriate e sparì nel nulla, dando a quel gesto, al di là delle valutazioni, un valore simbolico quasi epico, un’eco etica molto profonda. E, a proposito di gesti, come scordare la sua uscita dal campo dopo il più volte citato scontro con il Brasile nell’82? Ha appena portato i suoi in semifinale con quel miracolo e vicino alla scaletta degli spogliatoi <strong>Bearzot</strong>, giacca dimenticata sulle spalle e pipa tormentata in mano, risponde sorridendo al telecronista di turno. Passa il portiere, passa la sua faccia oblunga e serissima, molla un bacio sulla guancia del c.t. che continua a parlare senza scomporsi neanche un po’. È evidentemente il linguaggio schietto dei friulani, dei <em>furlans</em>, della gente che ama e che soffre come le montagne e che il silenzio, prima di essere tagliato, va pesato come il pane, va capito come un monito.</p>



<p>Con quelle poche sillabe, con quei gesti urlati, <strong>Dino</strong> <strong>Zoff</strong> è stato non solo un portiere, è stato uno dei più forti difensori italiani, sia per quello che riguarda le uscite in presa altissima sia per il governo dei compagni. Sul primo aspetto, credo proprio sia stato il più forte di tutti i tempi al mondo, essendo dotato, come già detto, della capacità di calcolare con netto anticipo sugli altri traiettorie e pericoli. Uno straordinario talento simile l’ho visto, personalmente, solo in <strong>Dennis</strong> <strong>Rodman</strong> nel mondo NBA. La capacità di condurre i compagni di difesa nel posto corretto è invece una dote ereditata da colleghi che ha evidentemente studiato, in Italia lo stesso <strong>Negri</strong>, <strong>Ghezzi</strong>, <strong>Sarti</strong> e altri, ma Dino ci mette del suo e porta questo aspetto a livelli altissimi e, a parer mio, mai più raggiunti nemmeno dopo. </p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/dino-zoff-compie-80-anni-la-sua-carriera-in-immagini_1qbmegkkmwtv610fhy0pyty4jz-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-16760" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/dino-zoff-compie-80-anni-la-sua-carriera-in-immagini_1qbmegkkmwtv610fhy0pyty4jz-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/dino-zoff-compie-80-anni-la-sua-carriera-in-immagini_1qbmegkkmwtv610fhy0pyty4jz-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/dino-zoff-compie-80-anni-la-sua-carriera-in-immagini_1qbmegkkmwtv610fhy0pyty4jz-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/dino-zoff-compie-80-anni-la-sua-carriera-in-immagini_1qbmegkkmwtv610fhy0pyty4jz-1536x864.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/dino-zoff-compie-80-anni-la-sua-carriera-in-immagini_1qbmegkkmwtv610fhy0pyty4jz.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Buffon e Zoff [Photo by Claudio Villa/Getty Images]</figcaption></figure>



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<p>E, a proposito del dopo, molti si chiedono se ci sia e chi sia stato l’erede di <strong>Zoff</strong>. A parer mio, nessun portiere, in Italia e forse nel mondo, ha raggiunto i suoi livelli. Molti, specialmente nel nostro paese, hanno più volte fatto il nome di <a href="https://gameofgoals.it/2023/12/04/superman-i-10-momenti-piu-iconici-nella-carriera-di-gigi-buffon.html"><strong>Gigi</strong> <strong>Buffon</strong></a>, un portiere forse anche più vincente del friulano di cui, in effetti, ha ricalcato le orme sia nella Juventus che in azzurro. E battendo record su record come presenze si nel club che in Nazionale, minuti di imbattibilità e molto altro ancora. Eppure, secondo me, non c’è paragone possibile tra i due sia come statura tecnica sia sul piano di quella morale. Si assomigliano, è vero, per grande senso della posizione sia per una certa essenzialità, specialmente nella seconda parte della carriera di <strong>Buffon</strong>, di movimenti e interventi.</p>



<p>Ma le similitudini finiscono qui. Sulle uscite alte, il raffronto si fa inquietante per il toscano ed è soprattutto sul piano della disciplina e della moralità sportiva che il parallelo si sbriciola dopo neppure un passo. Certe uscite verbali come quella sull’arbitro inglese di Real-Juve del 2018, poi misteriosamente perdonate in sede disciplinare europea, sono impensabili in bocca a <strong>Zoff</strong>. Come pure, e a maggior ragione, certe frequentazioni in tabaccherie equivoche che hanno portato <strong>Buffon</strong>, a suo tempo, a difendersi con argomentazioni perlomeno fantasiose e discutibili.</p>



<p>In conclusione, <strong>Zoff</strong> vince a mani basse ogni confronto possibile con i colleghi, anche quelli più vincenti e accreditati. Vince per vita e opere, per parole e silenzi, vince perché le sue sono le <em>mani de Dinòs</em>.</p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Dino Zoff [Best Saves]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/aTxcstKMU3c?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>«Sa l&#8217;ha vist cus&#8217;è? Ho visto un Re!». Il mio incontro dal vivo&#8230; con il grande Pelé</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2023/10/23/sa-lha-vist-cuse-ho-visto-un-re-il-mio-incontro-dal-vivo-con-il-grande-pele.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2023 06:26:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
		<category><![CDATA[1967]]></category>
		<category><![CDATA[amichevole]]></category>
		<category><![CDATA[grande inter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Pelé in abiti borghesi «Ho visto un Re!» urlava il genio di Enzo Jannacci con quella sua voce difficile da accostare al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/10/23/sa-lha-vist-cuse-ho-visto-un-re-il-mio-incontro-dal-vivo-con-il-grande-pele.html">«Sa l&#8217;ha vist cus&#8217;è? Ho visto un Re!». Il mio incontro dal vivo&#8230; con il grande Pelé</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Pelé in abiti borghesi</em></p>



<p class="has-drop-cap">«Ho visto un Re!» urlava il genio di <strong>Enzo Jannacci</strong> con quella sua voce difficile da accostare al canto. «Sa l’ha vist cus’è?» gli rispondeva interrogativa l’eco milanese del coro (Che cosa hai visto?). Da lì prende avvio una delle più belle e taglienti canzoni del repertorio cultural popolare del cantautore e medico milanese, coadiuvato da quello, altrettanto salace, che il mondo dei guitti e cantastorie ha elevato a proprio faro e modello inimitabile: <strong>Dario Fo</strong>. Innumerevoli versioni, alcune strepitose altre discutibili, sono nate da allora di quella magica filastrocca teatralmusicale e anche io, nel mio piccolo, pur stonatissimo e privo di qualunque dimestichezza con il pentagramma, posso dire con voce stentorea e sicuro vanto: Ho visto un re!</p>



<p>Avendo comunque più familiarità con le crome e biscrome che con il sangue blu e molta più stima per le case popolari che per quelle Reali, dépendance comprese, mi aspetto altrettanto forte e stupito il coro che mi chieda lumi: Che cosa hai visto? (sa l’ha vist cus’è?). Eppure anche nel mio caso, come in quello di Enzo e Dario, non posso che ribadire il concetto e potrei aggiungere che io ho visto un Monarca assoluto, che era contemporaneamente una perla ed è tuttora un simbolo e un dispensatore di bellezza e gioia universale.<br>Era il giugno 1967 e chi scrive queste note stava per compiere 14 anni e navigava tra tempeste ormonali, scolastiche, ideologiche e sportive. Avevo appena finito di leggere ‘La nausea’ di Sartre tanto per rendermi la vita più semplice, avevo passato gli esami di terza media tanto per segnare una tacca sul futuro, ero incazzato per la guerra in Vietnam e avevo da qualche giorno visto dal vivo la mia Grande Inter abdicare, tanto per restare in tema…, il proprio scettro calcistico, disperso sull’erba del Martelli di Mantova, piegato per 1-0 dai biancorossi dispettosi di <strong>Giancarlo Cadè</strong> nell’ultima gara di campionato. Fu la fine del ciclo di <strong>Helenio Herrera</strong>, di <strong>Picchi</strong>, <strong>Suarez</strong>, <strong>Facchetti</strong> e compagnia che avevano dominato l’universo mondo per un lustro e che per una papera di Sarti, portiere di spessore ed esperienza, su un tiro innocuo di <strong>Di Giacomo</strong>, prestato ai virgiliani proprio dall’Inter, consegnò gloria al Mantova e lo scudetto alla Juve, sotto di un punto in classifica alla vigilia, sbarazzatasi nel contempo della Lazio.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="707" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01-1024x707.png" alt="" class="wp-image-13029" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01-1024x707.png 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01-300x207.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01-768x530.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01-1536x1061.png 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01.png 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mantova-Inter 1-0 del 1967: errore di Sarti e scudetto alla Juve</figcaption></figure>



<p></p>



<p>La debacle di Mantova giunse appena sette giorni dopo quella di Lisbona, fine maggio, in cui i nerazzurri persero <a href="https://gameofgoals.it/2016/10/20/1967-finale-celtic-glasgow-inter-2-1.html">la finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic</a> e quindi, figlia o non figlia l’una dell’altra, nel giro di due giovedì l’impero nerazzurro e gli aforismi del Mago passarono dal fulgore più abbagliante alla più cieca delle oscurità. Ma, tanto per tenere ancora un poco con il fiato sospeso chi si domanda chi fosse quell’Altezza Reale e appurato che certo non appartenesse al decaduto mondo interista, voglio ancora un attimo soffermarmi su quel Mantova-Inter di giovedì 1° giugno 1967. Giovedì? Perché giovedì? Perché a suo tempo i milanesi, avendo da disputare la finale di Coppa a Lisbona appunto giovedì 25 maggio, Corpus Domini, chiesero di poter posticipare l’ultimo impegno di Campionato. La Lega glielo accordò, fissando la data per la partita contro i biancorossi per giovedì 1 giugno. La Juventus, avversaria diretta nella lotta per lo Scudetto, ovviamente si oppose appellandosi alla regolarità del torneo non volendo concedere agli avversari il vantaggio di giocare sapendo già il proprio risultato. La Lega ammise l’anomalia e decise di posticipare  anche Juve-Lazio, ma a questo punto insorsero gli avversari dei romani nella lotta per la salvezza adducendo analoghi motivi. E così, fu deciso di posticipare cinque incontri al primo giugno, mentre gli altri quattro, ininfluenti sugli esiti della classifica, si disputarono, nella più stanca delle normalità, domenica 28 maggio 1967.</p>



<p>Quel primo giorno di giugno fu per me molto movimentato: prova di inglese per la Licenza Media al mattino, confronto con la famiglia a tavola su ‘do, don’t, are you? Yes, I’m etc etc.’ e adrenalina in saccoccia verso lo stadio per tempo, vista la probabile invasione di tifosi nerazzurri nel piccolo catino virgiliano, con fischietto d’avvio fissato su tutti i campi della penisola alle 16 in pacca. Come andò quella strana partita, tra una squadra appagata da una undicesima posizione in una classifica già d’oro, che faceva a pugni con le previsioni che la davano per sicura retrocessa, da una parte e una potenza mondiale ferita ma pur sempre fortissima e affamata dall’altra, lo sanno ormai tutti. Perfino la Storia con ogni sua possibile lettura. Quello che non tutti sanno è il fatto che il vero dramma agonico per l’Inter non fu il gol subito nel modo più assurdo e meno previsto, gol che arrivò peraltro nei primi minuti di gara, ma la assoluta mancanza di reazione della squadra allo svantaggio. Voglio dire che il disappunto mio e degli altri tifosi al gol subito era nettamente controbilanciato, con gli interessi, dalla fiducia nei tanti e tanto amati campioni al cospetto di un Mantova abbonato ai pareggi, tanto che alla fine se ne contarono 22 su 34 partite!, e quindi refrattario alle sconfitte ma anche alle vittorie. Passavano i minuti con una velocità da clessidra bucata, <strong>Giagnoni</strong> e compagni, compreso il gioiellino <strong>Volpi</strong>, si limitavano al compitino, senza barricate, senza palle in tribuna e senza neppure tentare possibilissimi contropiede. Ma dall’altra parte, calma piatta. Come se la sentenza del destino o della Storia fosse solo una formalità, dal momento che la condanna e pure l’esecuzione erano già avvenute. Il Mantova non vinse quella gara, fu la Grande Inter a perderla. E a liquefarsi.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="637" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.08.51-1024x637.png" alt="" class="wp-image-13032" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.08.51-1024x637.png 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.08.51-300x187.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.08.51-768x478.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.08.51.png 1032w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Carlo Volpi, stella del Mantova del 1967</figcaption></figure>



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<p>Quello in cui ho visto un Re fu un mese di giugno iniziato nel modo calcisticamente più infausto per me che si possa immaginare anche se, a dire il vero, nei giorni che seguirono quella settimana tellurica per il mondo del Biscione, non si aveva chiara l’impressione che quei rovesci dolorosissimi e giunti sul filo di lana prima del Trionfo decretassero anche la fine di un’era, l’abdicazione di un regno, appunto. Io ero un ragazzino alle soglie di un’estate di passaggio, con il cuore a volte in tumulto più per uno sguardo della biondina dirimpetto che per un foglia morta del <em>Mariolino</em>, più per un ciao ricevuto dalla medesima in modo gratuito e spontaneo che per un dribbling di <em>Sandrino</em>. Ma il dispiacere era forte, tremendamente forte. Un sentimento di vertigine da mancanza di terra sotto i piedi che sarebbe diventato consueto e provato poi enne volte (Bayern a San Siro, il 5 maggio, Radu a Bologna&#8230;), tanto da diventare tratto dell’interismo, del tifare neroazzurro. </p>



<p>Ma allora io non lo sapevo né lo sentivo ancora, e poi c’era la consolazione, in verità molto magra, che la squadra della mia città, quel Mantova che avevo seguito fin da piccolissimo e per cui, in assenza di uno scontro con l’Inter, il mio cuore batteva da sempre, aveva appena concluso un campionato fantastico, memorabile, storico, irripetibile. A quei tempi, la vittoria valeva due punti e chiudere il torneo con 34, frutto di 6 vittorie, i già citati 22 pareggi e 6 sconfitte, gli valse il nono posto assoluto in classifica, subito dietro il Milan e davanti alla Roma, scavalcata, come pure l’Atalanta, proprio all’ultimo respiro. Detto per inciso che oggi, con un simile score, difficilmente ci si salva, il miracolo di quel Mantova di <strong>Giancarlo Cadè</strong> fu amplificato dal fatto che i biancorossi erano neopromossi, che avevano fatto pochi innesti nella rosa pescando soprattutto in B e che, a detta degli esperti come già detto, alla serie cadetta erano destinati a tornare in modo repentino. È vero che <strong>Cadè</strong> era stato giocatore e allievo di <strong>Edmondo Fabbri </strong>che di miracoli a Mantova ne aveva in passato fatti a vagonate, ma a tutto c’è un limite..!</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/cadebis-473x264-473x264-473x264-1.jpg" alt="" class="wp-image-13030" width="649" height="363" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/cadebis-473x264-473x264-473x264-1.jpg 472w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/cadebis-473x264-473x264-473x264-1-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giancarlo Cadé</figcaption></figure>



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<p>«Ho visto un Re, seduto su un cavallo, che piangeva tante lacrime, ma tante che… bagnava anche il cavallo! Povero Re! E povero anche il cavallo!». In tribuna al Martelli, vidi <strong>Angelo</strong> <strong>Moratti</strong> e <strong>Peppino Prisco</strong>, ma erano seri, scuri in volto, e composti. Incazzati come bisce, anzi biscioni milanesi, ma composti. Nessuno di loro due era il Re che vidi da vicino quel giugno del &#8217;67. E neppure il cavallo… Passarono un paio di settimane abbondanti, ottenni la licenza media, vidi la biondina della casa di fronte mano nella mano con un bullo della piazza, pure juventino!, e mi ritirai piano piano nella mia riservatezza riflessiva che era il mio guscio e il mio ostacolo, la mia sicurezza e il mio limite. In una parola sola, la mia solitudine.  <br>Con quella per mano, entravo nell’adolescenza proprio come tutti. E come tutti avrei poi scoperto che quell’età si sa quando inizia, ma non si sa mai quando passa. Con quella nella testa, in attesa di altre voci femminili e fiducioso nella consueta magia delle imminenti vacanze, cazzeggiavo per la città disperdendo noia e incrociando ore inutili. Dove vanno i giovani d’oggi a esibire il loro fancazzismo? Tipicamente, nei centri commerciali. E dove si andava noi, giovani di allora, per nasconderci alla città? Nel centro commerciale ante litteram degli anni del boom: l’UPIM! Scaffali e giocattoli, biancheria e magliette, cancelleria e perfino frigo e lavatrici: il posto ideale per far finta di avere qualcosa da fare e farsi impacchettare, anche per pochi spiccioli, il nulla che ti era necessario. E poi c’era la meraviglia delle meraviglie, una scala che saliva lasciandoti fermo, che ti portava da sola al primo piano. L’unica fatica che dovevi fare era un saltino per impedire che ti riportasse giù, magari affettato o trasparente come una fetta di mortadella.</p>



<p>Bando alle ciance: il pomeriggio del 17 giugno 1967 io, Giuseppe Raspanti licenza media, pacifista e single, ho visto un Re all’Upim di Mantova mentre, accompagnato da un signore robusto e attempato, stava scegliendo tra confezioni di trenini elettrici. Non c’era ressa attorno a lui, come ci sarebbe stato invece da immaginarsi, tanto che io, Giuseppe Raspanti licenza med…, riuscii ad avvicinarmi fino a sentire la sua voce mentre si consultava con il suo accompagnatore. Mi tremavano le gambe e sentivo in bocca la lingua grossa e asciutta che mi impediva di parlare, di esistere. <strong>Pelé</strong> si voltò verso di me, preoccupato, forse curioso, certamente sorridente. Forse mi disse o mi chiese qualcosa, probabilmente mi stava offrendo un autografo, ma io rimasi inebetito e me lo vidi sfilare di fianco senza reagire. Era la <em>Perla Nera</em>, era già lo spettacolo che si fa bellezza, in attesa di divenire la bellezza che si fa spettacolo. Era un Re, senza corona e senza scorta, ma io non ero in Via del Campo e lui non bussò né una né tre volte. Il destino me lo stava sfilando via, con la consueta destrezza da baro e io, Giuseppe Rasp…, non potei far altro che guardarlo scendere le scale assieme al suo guardaspalle con cui confabulava fitto tenendo sottobraccio una scatola di treni e binari.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="745" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21-745x1024.png" alt="" class="wp-image-13024" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21-745x1024.png 745w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21-218x300.png 218w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21-768x1056.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21-1117x1536.png 1117w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21.png 1284w" sizes="(max-width: 745px) 100vw, 745px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;Unità riporta la notizia del Santos di Pelé a Mantova</figcaption></figure>



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<p>Quella giornata continuò nel solito tran tran di piccola cittadina bella ma dimenticata dalle grandi vie di comunicazioni e sono sicurissimo che, come io ho raccontato all’universo mondo di questo incontro ravvicinato ma neutro con <strong>Pelé</strong>, <em>o Rei</em>, lui abbia fatto altrettanto raccontando come a Mantova, nel ’67, fosse riuscito a fare acquisti senza che nessuno gli romp… lo importunasse. Per quello che mi riguarda, quel pomeriggio corsi fuori volando e dicendo a tutti ciò che avevo visto fino a quando, entrato in un bar vicino casa, cercai le pagine sportive della Gazzetta, il giornale locale, che io, in lutto stretto dal due giugno, avevo da allora evitato con cura. Scoprii così che quella sera, al Martelli, si sarebbe disputata l’amichevole tra i biancorossi e il Santos di sua maestà <strong>Edson Arantes do Nascimento</strong>, meglio conosciuto come <strong>Pelé</strong>. In un pezzo di spalla, correlata da foto di <strong>Pelé</strong> a Borgo Angeli, mentre dà il calcio di inizio alla finale di un torneo notturno (leggi <a href="https://necrologie.gazzettadimantova.gelocal.it/news/106769">qui</a> per le note sportive), la notizia che l’asso carioca ha lasciato subito dopo la località alle porte della città per tornare a unirsi con la sua squadra nel ritiro segreto sul Garda veronese. Per motivi di sicurezza, il Santos avrebbe raggiunto il Martelli solo pochi minuti prima della gara amichevole, vinta 2-1 dai brasiliani con gol e assist di <strong>Pelé</strong>. Proprio così!! Ma sapete qual era allora l’appellativo amichevole della Gazzetta di Mantova per noi virgiliani? La pettegola bugiardina…</p>



<p>E comunque, amici miei, io, Gius…, ho visto un Re!<br><br><br></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/10/23/sa-lha-vist-cuse-ho-visto-un-re-il-mio-incontro-dal-vivo-con-il-grande-pele.html">«Sa l&#8217;ha vist cus&#8217;è? Ho visto un Re!». Il mio incontro dal vivo&#8230; con il grande Pelé</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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