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	<title>Giuseppe Raspanti, Autore presso Game of Goals</title>
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	<title>Giuseppe Raspanti, Autore presso Game of Goals</title>
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		<title>I tedeschi dell&#8217;Inter: dieci poderosi panzer o dieci piccoli indiani?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2025 20:26:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: &#160;Lothar Matthäus, Jürgen Klinsmann e Andreas Brehme, pilastri dell&#8217;Inter Il rapporto che c’è stato negli anni tra l’Inter e i giocatori tedeschi, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/08/12/i-tedeschi-dellinter-dieci-poderosi-panzer-o-dieci-piccoli-indiani.html">I tedeschi dell&#8217;Inter: dieci poderosi panzer o dieci piccoli indiani?</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: &nbsp;Lothar Matthäus, Jürgen Klinsmann e Andreas Brehme, pilastri dell&#8217;Inter</em></p>



<p class="has-drop-cap">Il rapporto che c’è stato negli anni tra l’Inter e i giocatori tedeschi, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso è stato costante ma piuttosto raro. Potremmo definirlo perlopiù prudenziale e imparagonabile, per esempio a ciò che riguarda quello con i giocatori argentini. A fronte dei dieci teutonici degli ultimi settant’anni, anche un po’ meno, contiamo ben cinquanta gauchos o anche, per esempio, quarantaquattro brasiliani. È vero che, storicamente, il calcio italiano ha sempre guardato con maggiore attenzione le bancarelle sudamericane di quelle europee al mercato pedatorio e il biscione non costituisce certo un’eccezione in questo senso. </p>



<p>Da <strong>Szymaniak </strong>a <strong>Bisseck</strong>, la società nerazzurra ha pescato nel calcio di Germania <em>cum granu salis</em> e certamente non sempre benissimo, anche se, forse un po’ perfino paradossalmente, c’è stata nella storia addirittura una ’Inter tedesca’. Fu quella a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, una squadra che sembrava destinata a incidere parecchio nei campionati nostrani come in Europa e che invece si sciolse come neve al sole tra equivoci tattici e quelle polemiche interne, immancabili nel mondo nerazzurro. </p>



<p>Contestualizzando in chiave storica e teutonica, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/01/07/3282.html">Giovanni Trapattoni</a></strong>, già giocatore simbolo milanista e allenatore vincente juventino, era approdato sorprendentemente alla panchina interista e compì, nel campionato 88-89 un vero capolavoro sportivo. Con una squadra considerata non di primissima fascia, vinse lo scudetto conquistando 58 dei 68 punti a disposizione, un vero record. Considerando che allora il campionato constava di 18 squadre e che la vittoria valeva 2 punti invece degli attuali 3, l’Inter è come se oggi conquistasse 98 punti con una squadra di buon ma non eccelso livello in un torneo in cui militavano, da favoriti, squadroni come il Milan olandese di <strong>Sacchi </strong>o il Napoli sudamericano di <strong>Ottavio Bianchi</strong> e di <strong>Maradona</strong>.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="712" height="402" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/matthaus-trapattoni.webp" alt="" class="wp-image-24827" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/matthaus-trapattoni.webp 712w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/matthaus-trapattoni-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 712px) 100vw, 712px" /><figcaption class="wp-element-caption">Trapattoni e Matthäus</figcaption></figure>



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<p>Il segreto del motore di quella Inter è da ricercare soprattutto in una coppia di giocatori tedeschi arrivati in un modo un po’ rocambolesco e di cui ci occuperemo in modo più approfondito parlando direttamente di loro: <strong>Lothar Matthäus</strong> e <strong>Andreas Brehme</strong>. Non erano certo quelle teutoniche le uniche frecce nell’arco del <em>Trap</em>: <strong>Zenga</strong>, <strong>Bergomi</strong>, <strong>Ferri </strong>e il nuovo arrivato <strong>Berti </strong>erano giocatori di spessore, ma tra di essi il posto più rilevante lo occupò un attaccante argentino umile e preziosissimo:<strong> Ramon Diaz</strong>. Arrivato in prestito da Firenze dopo essersi messo in mostra ad Avellino, riuscì a formare con <strong>Serena </strong>una coppia d’attacco magnifica quanto prolifica.</p>



<p>Perché parliamo di <strong>Diaz </strong>nel contesto dell’Inter tedesca? Perché fu proprio l’innamoramento incontenibile che i dirigenti interisti ebbero per i panzer vincenti di quell’epoca a germanizzare ancor di più la squadra. C’era infatti a Stoccarda un attaccante scaltro, giovane e biondo che sembrava fatto apposta per completare un trio germanico in grado di contrastare ancor meglio quello olandese dei cugini rossoneri:<strong> Jurgen Klinsmann</strong>, il nuovo <strong>Rummenigge</strong>.</p>



<p>Come resistere alla tentazione? Come fermare i panzer tedeschi che circondano San Siro e assicurano trionfi a raffica? Arriva il biondo rubacuori simpatico ed estroverso, ma c’è un problema che sembra, ahimè, un problemino: il numero massimo di stranieri tesserabili e impiegabili nel 1990 è di tre… In via Durini hanno pochi dubbi, il sacrificato è <strong>Ramon Diaz</strong>, che non viene riscattato tornando in viola, e quindi la germanizzazione è inarrestabile e diventerà certamente un marchio di vittoria. Manca solo che il tedesco diventi la lingua ufficiale ad Appiano Gentile…</p>



<p>L’Inter Tedesca, come detto, sarà un flop colossale e anche in quell’estate del 1989 viene commesso uno degli errori tipici e storici della dirigenza interista, da chiunque sia retta. Toccare o, peggio, aver la presunzione di migliorare un meccanismo che funziona perfettamente non può che peggiorare le cose, con il rischio di distruggere opere, in senso sportivo, bellissime. E poco importa se alla fine di un campionato sofferto ed estremamente deludente, la Nazionale tedesca vincerà il Mondiale giocato proprio in Italia. La finale, detto per inciso, fu disputata a San Siro tra la Germania di <strong>Matthäus</strong>, <strong>Brehme </strong>e <strong>Klinsmann</strong> e l’Argentina di <strong>Maradona</strong>. Sembrava Inter-Napoli, con i panzer che si presentarono in campo con una divisa che echeggiava la seconda maglia dell’Inter tedesca. Decise un rigore di <strong>Brehme</strong> (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2015/12/05/1990-finale-germania-argentina-1-0.html">qui</a>) il biondo terzino che andò a festeggiare sotto la sua curva pavesata di nerazzurro.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="579" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/WCGAZ11_0L4VHW8M-0083-kmqD-1081x611@Gazzetta-Web_1081x611-1024x579.jpg" alt="" class="wp-image-24830" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/WCGAZ11_0L4VHW8M-0083-kmqD-1081x611@Gazzetta-Web_1081x611-1024x579.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/WCGAZ11_0L4VHW8M-0083-kmqD-1081x611@Gazzetta-Web_1081x611-300x170.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/WCGAZ11_0L4VHW8M-0083-kmqD-1081x611@Gazzetta-Web_1081x611-768x434.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/WCGAZ11_0L4VHW8M-0083-kmqD-1081x611@Gazzetta-Web_1081x611.jpg 1081w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



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<p>Chi segue le vicende interiste da vicino, come chi scrive, sa che questo del voler migliorare a ogni costo è un vulnus inestirpabile e che il meglio sia nemico del bene rimane un vecchio adagio poco ascoltato. L’ultimo esempio lo abbiamo visto nella stagione appena conclusa. L’Inter veniva da un campionato dominato e vinto con oltre novanta punti nonostante qualche regalo di fine stagione nel tentativo di salvare amiche pericolanti. Il mercato estivo, pur con risorse esigue, ha poi invece portato giocatori quotati a completare una rosa da tutti definita esagerata e stellare. Il risultato? Al di là dei tanti trofei sfiorati ma non vinti, in Campionato l’Inter ha raggiunto a malapena gli 80 punti…<br>Abbandonando, almeno per un attimo, le tristezze personali, ecco quindi la carrellata completa e ragionata sui giocatori tedeschi che hanno vestito, nella Storia, la casacca neroazzurra.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Horst Szymaniak</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="295" height="452" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Horst_Szymaniak_cropped-edited.png" alt="" class="wp-image-24833" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Horst_Szymaniak_cropped-edited.png 295w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Horst_Szymaniak_cropped-edited-196x300.png 196w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /></figure>



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<p>Quelli della mia età e che hanno magari avuto la fortuna di essere stati fermodellisti da piccoli, si ricorderanno senza dubbio dei tender tedeschi, che erano piccole locomotive diesel di manovra, in grado di trainare da soli decine e decine di pesanti carri merce. Erano in dotazione anche sulle nostre vecchie FS ed erano dei verri e propri rimorchiatori di terra, possenti e instancabili: i mediani delle ferrovie.<br><strong>Szymaniak</strong>, che tedesco e mediano lo era davvero, era la perfetta edizione calcistica del tender e l’unica immagine chiara che abbiamo di lui, in realtà un disegno camuffato da foto, lo ritrae con lo sguardo arcigno, forse poco intelligente ma molto affidabile, di chi è abituato a obbedire e a occuparsi del ‘lavoro sporco’. In quell’effigie, del 1962, <strong>Szymaniak </strong>indossa la maglia del Catania, squadra italiana non certo di livello sia pur di Serie A, e il fatto che quel mediano fosse già un nazionale di Germania con la cui casacca bianca aveva già disputato due Mondiali (’58 e ’62) dimostra quanto il campionato italiano fosse ambito all’estero per censo e prestigio. Anche per il Catania. All’Inter, questo <strong>Oriali</strong>, forse meglio <strong>Marini </strong>ante litteram, approdò voluto da <strong>Helenio Herrera</strong> nel 1963/64 come straniero di Coppa dei Campioni per giocare in luogo di <strong>Corso</strong>, che il mago considerava troppo statico e lento per giocare in Europa.<br>Il nostro tender tedesco non incise per nulla in realtà in quella stagione e l’unico suo microscopico mattoncino nella conquista della Coppa nella mitica finale di Vienna fu il merito di aver costretto Mariolino a muoversi di più in campo.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Hansi Müller</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="187" height="270" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/images-1.jpg" alt="" class="wp-image-24837" style="width:350px" /></figure>



<p></p>



<p>Bisognerà aspettare 18 anni per vedere un altro tedesco vestire il nerazzurro, ma questa volta si tratta di un giocatore di alto profilo e in grado di accendere fantasia e aspettative dei tifosi. Da Stoccarda, dove è nato venticinque anni prima e dove ha sempre giocato, arriva <strong>Hansi Müller</strong>, considerato dalla critica un ancor giovane centrocampista destinato a far faville. Certo arriva in luogo dell’atteso <strong>Platini </strong>che, dopo essersi promesso ai nerazzurri, approda improvvisamente sulla poco amata sponda bianconera, ma i primi vagiti di quel campionato vedono il tedesco cantare e il transalpino balbettare. I tifosi gongolano, ma è un fuoco di paglia. <em>Le Roi</em> sfodera il suo scettro sfavillante mentre il tedesco finisce per litigare sul campo con <strong>Beccalossi </strong>con cui si pesta i piedi calcando le medesime zolle. I due anni del giovane tedesco dal bel sorriso ma dalla scarsa grinta alla corte interista non lo fanno assurgere tra le figure indimenticabili del firmamento nerazzurro e l’epiteto ingeneroso di ‘tedesco sbagliato’ con cui viene congedato in direzione Como la dicono lunga al riguardo. Il resto della carriera di <strong>Hansi Müller </strong>in Austria confermerà la convinzione che, Inter o meno che sia, ci si sia trovati di fronte, a proposito di firmamento, di una veloce meteora.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Karl-Heinz Rummenigge</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="191" height="143" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/6633c678df7c7-edited-1.jpg" alt="" class="wp-image-24840" style="width:350px" /></figure>



<p></p>



<p>Questa volta nessuna attesa, via un tedesco, eccone subito un altro, e che tedesco! Considerato uno dei più forti attaccanti in circolazione nel mondo, il 29enne <strong>Rummenigge</strong> viene convinto dal presidente <strong>Pellegrini </strong>nell’estate del 1984 a schiodarsi dopo dieci anni da Monaco di Baviera e a calcare il prato di San Siro in coppia con un altro goleador di tutto rispetto come <em>Spillo </em><strong>Altobelli</strong>. Sembra un Inter capace di dominare il lotto e il neo Presidente, appena subentrato a <strong>Fraizzoli</strong>, vuole iniziare il suo ciclo con il botto. <em>Kalle </em>ce la mette tutta e la sua generosità sul campo gli permette di far subito breccia nel cuore dei tifosi e anche il rendimento, dopo un inizio un po’ così, sembra andare nel solco giusto. Una doppietta e un assist ad <strong>Altobelli </strong>nel 4-0 contro la Juve sono un diapason d’armonia con il popolo della curva di San Siro. Ma sono anche uno zenith mai più raggiunto, né in quella stagione né nelle due successive costellate da molte delusioni, qualche sprazzo e tanti, troppi infortuni. Esattamente come quel <strong>Müller</strong> che gli ha passato il testimone tedesco, anche <strong>Rummenigge </strong>non riesce a incidere in termini di gol e di rendimento come la fama e le attese del Biscione pretendevano e anche la sua avventura milanese non tocca le tre stagioni piene. Nonostante ciò, il rapporto tra il bomber tedesco e la tifoseria interista rimarrà strettissimo e il piccolo striscione con la scritta ‘Kalle uno di noi’ sotto la sua effigie inconfondibile campeggerà per decenni in Curva Nord.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Lothar Matthäus e Andreas Breheme</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="344" height="491" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/FC_Inter_-_Coppa_UEFA_1990-91_-_Matthaus_Brehme-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24842" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/FC_Inter_-_Coppa_UEFA_1990-91_-_Matthaus_Brehme-edited.jpg 344w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/FC_Inter_-_Coppa_UEFA_1990-91_-_Matthaus_Brehme-edited-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 344px) 100vw, 344px" /></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Dopo una stagione deludente nonostante la presenza in panca di un allenatore come <strong>Giovanni Trapattoni </strong>e con una coppia di stranieri formata dall’argentino <strong>Passarella </strong>e dal belga di origine italica <strong>Scifo</strong>, la società nerazzurra decide di tornare a fare spesa in Germania. Mette gli occhi su un centrocampista non giovanissimo ma di sicuro affidamento come <strong>Lothar Matthäus</strong> che, per fortuna, milita nel Bayern, società amica da tempo. La trattativa è però complessa e si sblocca solo quando l’Inter accetta di acquistare anche <strong>Brehme</strong>, un terzino che i bavaresi ritengono, come si direbbe oggi, fuori dal progetto. I milanesi, che avevano già rinforzato l’attacco con il prestito dalla Fiorentina di <strong>Ramon Diaz</strong> e l’acquisto dal Porto dell’algerino <strong>Rabah Madjer</strong>, noto anche come il <em>Tacco di Allah</em>, si troverebbe così, con i due tedeschi, ad avere quattro stranieri in rosa. È vero che il limite regolamentare è appena stato ampliato da due a tre, ma ottenere una deroga per il quarto appare impossibile. Quindi i casi sono due: o interrompere i rapporti con il Bayern o rinunciare a uno tra <strong>Diaz </strong>e <strong>Madjer</strong>. Il prescelto per il taglio è quest’ultimo e, anche se è già stato presentato ufficialmente con la nuova casacca, viene trovato un escamotage per  risolvere l’intricato problema e si narra sia stato il mitico <em>Avvocato </em><strong>Prisco</strong>, eterno vicepresidente interista, a trovarlo. E così, un supplemento di controllo medico trova un’anomalia nel fisico dell’algerino che viene rispedito al mittente e si accaserà poi al Valencia proseguendo la sua onesta carriera. <br>Due precisazioni riguardanti il caso <strong>Madjer </strong>ci paiono doverose. Una riguarda il fatto che c’è chi sostiene che furono i timori legati, per motivi socio politici, all’ingaggio di un calciatore magrebino e musulmano a dissuadere la dirigenza nerazzurra, allarmata da chissà quale informativa, dal fare arrivare a Milano il <em>Tacco di Allah</em>. L’altra concerne alcune ricostruzioni che fanno collegare l’acquisizione in prestito di <strong>Diaz </strong>proprio ai problemi fisici di <strong>Madjer</strong>. Noi tendiamo a escludere entrambe queste ipotesi e facciamo nostra le tesi secondo cui fu la pervicacia per l’acquisto di <strong>Matthäus</strong>, correlato obbligatoriamente da un <strong>Brehme </strong>in omaggio, a disegnare quella fantastica Inter 88/89, quella dei record.<br>E se <strong>Matthäus </strong>fu l’indiscusso leader di quella squadra, il biondo connazionale, accolto con diverse perplessità e qualche ironia, costituì una piacevolissima sorpresa. Di Lothar molto si sapeva, moltissimo si sperava e i fatti, per fortuna, andarono tutti nella direzione voluta, ma fu <strong>Brehme </strong>a sovvertire gerarchie tecniche e affettive dimostrandosi perfino un precursore prezioso sulla fascia. Andreas, infatti, può a nostro parere essere considerato uno dei primi centrocampisti molto esterni della Storia, un quinto negli schemi di oggi. Un quinto a tutta fascia, capace di difendere e di attaccare, di salvare e di segnare, ma anche di essere un punto di riferimento a centrocampo, appunto. Ci sono molte azioni in cui si vede Brehme agire dando le spalle al fallo laterale e guardando il campo da prospettiva orizzontale. Proprio un precursore.<br>Ma il leader, si diceva, era <strong>Lothar Matthäus</strong> e quella Inter fece sfracelli lasciando le briciole ad avversari molto più quotati, come Milan e Napoli, e sembrava sul punto di poter aprire un ciclo virtuoso, vittorioso e molto teutonico. E invece…</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Jürgen Klinsmann</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1059" height="1324" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/82192567_1017622901933712_6592868498366529536_n-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24844" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/82192567_1017622901933712_6592868498366529536_n-edited.jpg 1059w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/82192567_1017622901933712_6592868498366529536_n-edited-240x300.jpg 240w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/82192567_1017622901933712_6592868498366529536_n-edited-819x1024.jpg 819w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/82192567_1017622901933712_6592868498366529536_n-edited-768x960.jpg 768w" sizes="(max-width: 1059px) 100vw, 1059px" /></figure>



<p></p>



<p>Invece, come già raccontato, il processo di germanizzazione che sembrava ineluttabile e ulteriormente vincente si tradusse in un fragoroso e rovinoso fallimento. Il sacrificio inevitabile di <strong>Ramon Diaz</strong>, giocatore sublime quanto sottovalutato e spalla ideale di Serena, fu un errore imperdonabile, ma necessario, visti i regolamenti, per l’approdo di <strong>Klinsmann</strong>. L’attaccante tedesco aveva una quotazione molto maggiore di quella del gaucho indio e pure un’età decisamente inferiore, tanto che a Milano definirono il suo ingaggio un colpaccio ma soprattutto un investimento. Ma un po’ lo scarso amalgama tra due punte molto simili e poco disposte al privilegio verso il compagno di reparto e un po’ la supponenza di un gruppo che aveva appena annichilito gli avversari e che adesso si sentiva anche più forte, sta di fatto che crepe ogni volta più vistose apparivano inquietanti sulla testa di un motore che perdeva sempre più colpi. E così anche l’Inter tedesca di <strong>Matthäus</strong>, <strong>Brehme </strong>e <strong>Klinsmann </strong>di rinforzo non superò il triennio, come da tradizione di ogni panzer nerazzurro. <br>Anzi il loro condottiero <em>Trap </em>da Cusano Milanino aveva già abbandonato la nave al termine di un 1990/91 ricco di polemiche e incomprensioni, mentre nell’ultima stagione milanese del trio teutonico al timone si alternarono <strong>Corrado Orrico</strong>, una scommessa del Presidente proveniente dalla C e una vecchia gloria della Grande Inter come <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/07/09/luis-miramontes-suarez-un-luminoso-fratello-del-mondo.html">Luisito Suárez</a></strong>. Il primo, definito ‘pittoresco’ dalla stampa sportiva, era un precursore della zona come la si intende ora e non come quella di allora, di Liedholm o di Sacchi. Aveva avuto già un’esperienza in A già una decina d’anni prima a Udine ma era stato allontanato dopo tre mesi. Sotto la Madonnina la sua signorilità, la sua ironia e soprattutto le sue idee ‘astruse’ non attecchirono. Lui se ne rese conto e, appunto da gran signore, si dimise rinunciando a stipendi e buonuscita. La cosa, paradossalmente, gli rovinò la carriera, ma questa è tutt’altra storia… Storiaccia. Il secondo era un allenatore già in pensione ma che, da interista vero, era accorso al capezzale della Beneamata ammalata. Il disastro di quella orribile stagione 1991/92 si compì con l’uscita di scena contemporanea di tutti e tre i baluardi di una Inter molto tedesca ma molto debole.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Matthias Sammer</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="229" height="153" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/sammer-inter-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24846" style="width:350px" /></figure>



<p></p>



<p>Il settimo giocatore di Germania che approdò sulle rive del Naviglio fu <strong>Matthias Sammer</strong>. Arrivò nell’estate proprio del ’92 quando la rivoluzione necessaria nella squadra nerazzurra significò la partenza dopo pochissime stagioni dei tre connazionali che erano giunti, chi tre e chi due anni prima, per colonizzare il Biscione come fosse un hotel dell’Alto Garda veronese. Il centrocampista, preceduto pure lui da un’ottima stampa, passa alla storia del Club per due motivi, uno curioso e l’altro poco positivo. Il primo è il fatto che <strong>Sammer </strong>è stato il primo giocatore di quella che era stata la Germania dell’Est a giocare in Italia. Vero è che dal 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino, le due Germanie uscite dalla II Guerra si erano riunificate, ma ciò non toglie il fatto che <strong>Sammer </strong>fosse nato a Dresda nel ’67, avesse cominciato a giocare lì e che della Germania Est avesse addirittura vestito la maglia della Nazionale. Il secondo motivo è dovuto alla durata della sua militanza interista, da agosto ’92 a gennaio ’93. Appena sei mesi, preparazione compresa, che costituivano allora il record per tutti i giocatori stranieri in nerazzurro, non solo tedeschi. E pensare che la società l’aveva acquistato già nel ’91… ma dissidi insanabili di ordine tattico con <strong>Osvaldo Bagnoli</strong>, il nuovo allenatore, portarono a questa drastica decisione.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Lukas Podolski</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="237" height="134" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/0da9543639fc872642266a63e9285315-edited.webp" alt="" class="wp-image-24848" style="width:350px" /></figure>



<p></p>



<p>Bisogna aspettare più di vent’anni e un nuovo millennio per tornare a vedere un giocatore tedesco vestire la maglia dell’Inter. Sarà <strong>Roberto Mancini</strong>, subentrato in corsa a <strong>Mazzarri</strong>, a chiamare a Milano dal’Arsenal <strong>Lukas Podolski</strong> nel gennaio del 2015. L’attaccante esterno, in realtà di nascita polacco ma naturalizzato appunto tedesco, è già un giocatore affermato anche se non un campione e quando sbarca a Linate è già vestito di nerazzurro con tanto di sciarpa e gagliardetti, proclamandosi tifoso interista da sempre. Forse è mossa opportunistica, o paracula, nei confronti della tifoseria, certo è che il suo impegno e il suo apporto non sono sufficienti a raddrizzare una stagione nata storta e finita in pezzi, con una Inter incapace addirittura di centrare una qualificazione in ambito europeo, evento per fortuna rarissimo dalle parti di Appiano. <strong>Podolski </strong>non viene quindi riscattato a fine stagione e solo per un pelo non batte il record di breve durata per uno straniero, record che rimane a <strong>Sammer </strong>che aveva giocato 11 gare contro le 17 del Lukas polacco.<br><br></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Robin Gosens</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="439" height="247" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/gosens-1920.jpg-edited.webp" alt="" class="wp-image-24850" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/gosens-1920.jpg-edited.webp 439w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/gosens-1920.jpg-edited-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 439px) 100vw, 439px" /></figure>



<p></p>



<p>Il nono panzer della storia dell’Inter è un esterno di tutto campo, il famoso quinto già menzionato con <strong>Brehme</strong>, che arriva a Milano dall’Atalanta di Bergamo nel gennaio del 2022, solo l’altro ieri… Anche <strong>Gosens</strong> quindi, come il connazionale predecessore <strong>Podolski</strong>, è un aggiustamento invernale e arriva a infoltire una rosa, quella di Inzaghi, chiamata a essere competitiva su molti fronti: Campionato, Champions e Coppa Italia. L’ex atalantino si rende utile come può dimostrando, da persona colta e intelligente quale è, di sapere accettare anche decisioni avverse e discutibili da parte di chi lo dirige. Purtroppo, il suo arrivo in casa interista coincide con l’eliminazione in Europa da parte del Liverpool, poi finalista, e soprattutto con la clamorosa rimonta subita dal Milan in Campionato. La consolazione della Coppa Italia, con un suo gol decisivo in semifinale, non è sufficiente… La stagione successiva sarà una delle più contraddittorie dell’Inter, capace di subire ben dodici sconfitte in Campionato, ma di conquistare la finale di Champions e giocarsela veramente alla pari con il Mancity. Tutto ciò però non varrà la conferma di <strong>Gosens </strong>all’ombra della Madonnina e il suo destino prenderà il treno per Berlino, sponda Union.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Yann Bisseck</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="201" height="251" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/images-3.jpg" alt="" class="wp-image-24853" style="width:350px" /></figure>



<p></p>



<p>Il decimo grande tedesco, o piccolo indiano, dell’Inter è, attualmente, ancora a Milano, ma non sappiamo se vi rimarrà ancora a lungo. Mentre scriviamo queste note è infatti in pieno svolgimento il calcio mercato estivo e le voci che riguardano questo imponente e ancor giovane difensore tedesco si susseguono contraddicendosi continuamente. <strong>Bisseck </strong>è arrivato a vestire la casacca nerazzurra nell’estate del 2023, proprio mentre partiva <strong>Gosens</strong>, e in quella stagione, complice un serio infortunio occorso a <strong>Pavard</strong>, ha potuto giocare molte più gare del preventivato. Si è disimpegnato da par suo, garantendo nel contempo una buona affidabilità difensiva e una buona predisposizione agli adattamenti tattici che il complicato gioco di Inzaghi prevede. Chiuso il primo campionato con uno scudetto che porta anche la sua piccola ma evidente firma, il secondo, quello non da molto concluso, lo ha visto invece, purtroppo, come protagonista spesso negativo. Le sue disattenzioni, specialmente nei minuti finali delle gare, sono costate alla squadra molti punti e, dal momento che alla fine il Napoli campione ha sopravanzato l’Inter di una sola lunghezza… Alla luce di tutto ciò, <strong>Bisseck</strong>, che rimane comunque un prospetto (di 25 anni…) interessante e dotato di mezzi atletici ragguardevoli, potrebbe anche non rientrare nei progetti di Chivu, neo allenatore, per i nuovi assetti. O forse no. Del resto, il difensore ambidestro, ma più destro, e all’Inter già da due anni, e i tedeschi in nerazzurro sono come il pesce e gli ospiti. Dopo un po’…<br>Grandi e grossi come <strong>Bisseck</strong>, compatti come <strong>Szymaniack</strong>, possenti come <strong>Matthäus</strong> o scaltri come <strong>Brehme</strong>, i 10 panzer dell’Inter sono stati però anche fugaci. Sono spariti anche alla svelta, spesso alla chetichella e quasi sempre uno per volta. Come i 10 piccoli indiani, le statuette del famoso romanzo di Agatha Crhistie. E c’è un altro particolare che può confermare un destino che sembra già scritto. Il titolo del film tratto dal racconto della giallista inglese è: ‘E alla fine non ne rimase nemmeno uno’. Vuoi vedere che parte anche<strong> Yann Bisseck</strong>?</p>
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		<title>Champions League, ritorno semifinali: Inter-Barcellona 4-3 dts</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2025 15:51:19 +0000</pubDate>
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<p class="has-drop-cap has-text-align-left">Chi aveva, anche giustamente, parlato di partita epica dopo il 3-3 del Montjuic nella sfida di andata tra Inter e Barcellona, non aveva fatto i conti con questa gara di ritorno che, per cifra tecnica ed emotiva, penso abbia poche eguali nell’intera storia moderna del Calcio. Nel complesso di questa semifinale, ci sono voluti 220’, tredici gol almeno metà dei quali da copertina di Magazine Calcistico, due arbitri da finale Mondiale, uno dei quali deve ringraziare chi ha inventato la Var per non essere oggi additato come affossatore di giustizia, alcune delle parate più belle degli ultimi tempi compiute da un nonno di Gigio, tre legni colpiti da un minorenne che gioca da veterano, c’è voluto tutto questo e molto altro ancora per designare chi avesse il diritto di andare a fine mese a Monaco di Baviera per conquistare la Champions 2024-25. E se quella Coppa ha grandi orecchie è per sentire certo il boato dei tifosi vincenti, ma pure e soprattutto il ticchettio cardiaco di chi, tra Catalogna e Lombardia, gioisce o soffre muto perché ogni tenzone sportiva che si rispetti è la solita, vecchia moneta a due facce. E una sola sorride.</p>



<p class="has-text-align-left">Come dicevo, se la cronaca dell’andata è stata ricchissima, questa lo è, se possibile, ancora di più, sfiorando i limiti dell’immaginabile, consegnando poi ai nerazzurri i biglietti per la finale, dopo che i <em>blaugrana </em>li avevano già pagati e messi in tasca. I 90’ canonici erano finiti sul 3-3, se non erro per la terza volta consecutiva tra queste due compagini, con un andamento di gara molto simile a quello della scorsa settimana. L’Inter di quest’anno, e soprattutto di questo finale di stagione, non regge con la stessa intensità tutta la gara e il Barcellona di <strong>Flick </strong>e dei ragazzini che sembrano uomini, di contro, non ha ancora imparato a soffrire e a sacrificare lo spettacolo a favore del risultato. E se metti nello shaker gli stessi ingredienti, puoi agitare finché vuoi, il cocktail sarà sempre lo stesso.</p>



<p class="has-text-align-left">L’inizio è appena più guardingo, l’Inter è la stessa del Montjuic, il Barca ha <strong>Eric Garcia </strong>in fascia destra per <strong>Koundè</strong>, ma <strong>Martin </strong>su quella sinistra è molto meno offensivo e non perde d’occhio <strong>Dumfries</strong>. <strong>Yamal </strong>è infermabile e <strong>Dimarco </strong>è in difficoltà palese, pur soccorso da <strong>Mkhitaryan</strong>, <strong>Bastoni </strong>o <strong>Acerbi </strong>in quello spicchio di difesa che è quest’anno, e lo sarà anche stavolta, il punto debole della retroguardia nerazzurra. Ma è lo stesso <strong>Dimarco</strong>, a dimostrazione della imprevedibile duttilità di questa squadra, a rubare un pallone sulla tre quarti centrale, niente meno che a <strong>Dani Olmo</strong>, e a servire <strong>Dumfries </strong>che manda in gol Lautaro. I catalani accusano il colpo, premono ma non sono mai pericolosi, mentre l’Inter sfiora il raddoppio con <strong>Calhanoglu </strong>e <strong>Mkhitaryan</strong>. Raddoppio che arriva su rigore sacrosanto per fallo di <strong>Cubarsì </strong>su <strong>Lautaro </strong>lanciato a rete e realizzato dal regista turco. Il primo tempo si chiude sul 2-0 nerazzurro tra le proteste incomprensibili ed esagerate di un ambiente, quello blaugrana, che, se vuole veramente fare la storia di questo sport, deve scrollarsi di dosso questi atteggiamenti da vittima sacrificale che non gli fanno onore, stella <strong>Yamal </strong>compresa.</p>



<p class="has-text-align-left"></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/image-bce6dd7c-3340-4c6f-b703-15a60f8723e4-85-2560-1440-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-24048" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/image-bce6dd7c-3340-4c6f-b703-15a60f8723e4-85-2560-1440-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/image-bce6dd7c-3340-4c6f-b703-15a60f8723e4-85-2560-1440-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/image-bce6dd7c-3340-4c6f-b703-15a60f8723e4-85-2560-1440-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/image-bce6dd7c-3340-4c6f-b703-15a60f8723e4-85-2560-1440.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il rigore su Lautaro</figcaption></figure>



<p></p>



<p class="has-text-align-left">Ma è il secondo tempo di San Siro quello che potrebbe finire sull’almanacco storico della Bellezza nel Calcio. <strong>De Jong</strong>, autore di una prima frazione superba, riesce addirittura ad aumentare il livello suo e della squadra e il Barcellona nel giro di sei minuti pareggia, mentre tra i due gol Sommer compie il primo dei suoi tre prodigi. È <strong>Garcia</strong>, quello per cui in Catalogna si strappavano i capelli dovendo lui giocare in luogo di <strong>Koundè</strong>, a essere l’autore del primo gol e del tiro sventato dal portiere svizzero, mentre è <strong>Dani Olmo</strong> a girare di testa nell’angolino alto. È sempre il solito settore a sinistra di Sommer a essere esiziale per l’Inter, ma quest’anno è così, e pare non vi sia rimedio…</p>



<p class="has-text-align-left">I nerazzurri sembrano proprio sulle ginocchia e i cinque cambi di <strong>Inzaghi</strong>, già esauriti prima dell’80’, non producono granché. Viceversa, i catalani mostrano di avere energie da vendere e il vento gli soffia in poppa. <strong>Calhanoglu </strong>e <strong>Barella </strong>sono in bambola in fase di uscita e sulla palla persa banalmente dal primo, <strong>Mkhitaryan </strong>falcia <strong>Yamal </strong>al limite con <strong>Marciniak </strong>che assegna un rigore che per fortuna il Var toglie, mentre un pallone regalato dal sardo consente all’87’ a Raphinha di superare <strong>Sommer </strong>che aveva da poco deviato l’ennesima perla del fenomeno marocchino.</p>



<p class="has-text-align-left">Il 2-3 appare giusto e, ancora una volta, emblematico per queste due squadre meravigliose e fragili, capaci di prestazioni liriche e drammatiche, intense  e frivole, epiche e superficiali e dai finali luminosi o tragici, ma sempre, comunque eroici. Anche stavolta è così, come nei film di Bertolucci che si innamorava delle proprie opere e faceva fatica a staccarsene, producendo così due, tre o quattro finali. Anche stavolta è così, con tutto l’ambiente catalano, compreso il dirigenziale in tribuna, a festeggiare il viaggio a Monaco e altro ancora. È euforia da Ramblas e il palo di <strong>Yamal </strong>è un rammarico che non cambia l’umore.</p>



<p class="has-text-align-left">Chi invece lo sbriciola, provocando le solite insopportabili proteste, è la follia di <strong>Acerbi </strong>che si inventa il gol che sognava da almeno trent’anni, da quando, invece magari di fare i compiti, si immaginava di diventare un goleador capace di far crollare lo stadio ai suoi piedi. Lo fa di destro, lui che solo l’altro piede e lo fa al volo all’incrocio. Il 6 maggio 2025 è successo, a fine carriera da difensore centrale burbero e arcigno, di fronte all’attacco più forte del pianeta, conquistando altri 30’ di gioco, un’altra mezzora di vita. A <strong>Inzaghi </strong>rimane solo il sesto cambio consentito dai supplementari, <strong>Flick </strong>ha forze fresche in abbondanza. E un certo Lewandowski… Da parte nerazzurra sembra già eroismo, ma il timore di un accanimento terapeutico è forte. E, invece, <strong>Frattesi</strong>, <strong>Sommer </strong>e <strong>De Vrij</strong>… Sul serio, c’è bisogno che vi racconti com’è finita?</p>



<p class="has-text-align-left"></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="450" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/012421453-1bcc9308-39b8-46f4-9168-5227c0cb2317.jpg" alt="" class="wp-image-24046" style="width:800px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/012421453-1bcc9308-39b8-46f4-9168-5227c0cb2317.jpg 800w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/012421453-1bcc9308-39b8-46f4-9168-5227c0cb2317-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/012421453-1bcc9308-39b8-46f4-9168-5227c0cb2317-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;esultanza di Frattesi dopo il gol</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-left"></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il tabellino</h2>



<p></p>



<p><strong>INTER-BARCELLONA 4-3 dts (2-0; 3-3)<br>Marcatori: </strong>Lautaro (I) al 21’, Chalanoglu (I) al 45 (r), Garcia (B) al 54’, Dani Olmo (B) al 60’, Raphinha (B) all’87’, Acerbi (I) al 90+3’, Frattesi (I) al 99’.<br><strong>Inter (3-5-2):</strong> Sommer; Bisseck (dal 70’ Darmian), Acerbi, Bastoni; Dumfries (dal 107’ De Vrij), Barella, Chalanoglu (dal 79’ Frattesi), Mkhitaryan (dal 79’ Zielinski), Dimarco (dal 54’ C. Augusto); Thuram, Lautaro (dal 70’ Taremi). All. Inzaghi.<br><strong>Barcellona (4-2-3-1): </strong>Szczesny; Garcia (dal 97’ Fort), Cubarsi (dal 105’ Victor), Martinez (dal 75’ Arajuco), Martin; De Jong, Pedri (dal 105’ Gavi); Yamal, Dani Olmo (dall’82’ Lopez), Raphinha; Torres (dal 90’ Lewandowski). All. Flick.<br><strong>Arbitro: </strong>Marciniak.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Le pagelle</h2>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>INTER</strong></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-left"><strong>IL MIGLIORE Sommer 8,5 </strong>Almeno quattro interisti meriterebbero questo riconoscimento, ma alla fine optiamo per il portiere, non solo per alcuni interventi strepitosi e, tra questi, quello che è per me la più bella parata del decennio in corso, ma perché a compierla è stato un uomo di 36 anni, alto appena 1,83. Il Barcellona l’ha trafitto sei volte, ma se il 31 maggio Pedri e compagnia andranno in spiaggia e vedranno la finale (forse) in tv, il merito è in gran parte suo.</p>



<p class="has-text-align-left"><strong>Acerbi 8</strong> Un altro vecchietto che ha sputato due anime, una là e un’altra qui, e, se non si è accorciato la vita, se la è allungata a dismisura. Quello che è certo è che Flick stanotte ha tentato inutilmente di espellerlo dalla camera, di cacciarlo dagli incubi o, magari, di annegarlo nell’alcool.</p>



<p class="has-text-align-left"><strong>Frattesi 7,5</strong> Un giocatore che non amo, si sa, ma che ha pochi emuli al mondo nella capacità di materializzarsi dal nulla quando gli avversari lo pensano da tutt’altra parte. E se ciò avviene nell’area avversaria, diventa un killer freddo e infallibile.</p>



<p class="has-text-align-left"><strong>Lautaro 7,5</strong> Uscito dal campo a metà gara all’andata con il rischio di dover vedere il resto della stagione sul divano in famiglia, eccolo in campo sei giorni dopo, ferreo come un Capitano, a sbloccare la gara e a subire il rigore del raddoppio interista. A 27 anni, ha segnato ieri sera il suo 151° gol nerazzurro. Fosse un rigorista, tra penalty sbagliati e quelli, per fortuna, tirati da altri, sarebbe a mio parere già terzo alle spalle di Altobelli, secondo tra i bomber del Biscione di sempre con 209 reti.</p>



<p class="has-text-align-left"></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="750" height="500" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/francesco_acerbi.webp" alt="" class="wp-image-24047" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/francesco_acerbi.webp 750w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/francesco_acerbi-300x200.webp 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption class="wp-element-caption">Acerbi, immenso</figcaption></figure>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>BARCELLONA</strong></p>



<p></p>



<p class="has-text-align-left"><strong>IL MIGLIORE Yamal 9,5</strong> So che i miei giudizi molto positivi su di lui fanno molto discutere e di questo sono molto contento, perfino orgoglioso. Nel senso che, intorno alle cose di spessore culturale come è anche il Calcio a questi livelli, la discussione, anche accesa e divergente, è conferma di vita, di succo e di sostanza. A mio modo di vedere, la prestazione di Yamal a San Siro conferma e amplifica quanto già espresso mercoledì scorso. L’aumento del voto è giustificato dal fatto di aver giocato in un ambiente sportivamente ostile. </p>



<p class="has-text-align-left"><strong>De Jong 8,5 </strong>Prestazione lussuosa quanto efficace per questo piccolo faro olandese che illumina tutto e convoglia nel posto giusto ogni pallone in transito. Baluardo, sponda, traghetto, luce che guida o luce che proietta, ogni ruolo ch interpreta sembra il suo da sempre. È lui, con buona pace di quelli cui piacciono i lustrini, il vero sangue vitale del Barcellona.</p>



<p class="has-text-align-left"><strong>Raphinha 6</strong> Ecco un giocatore vincente, uno che sa aspettare il momento giusto per piazzare la zampata. Al Montjuic ha scagliato una fiondata da lontanissimo, a Milano ha atteso paziente l’uscita di <strong><em>Dumfries </em></strong>(<strong><em>8 </em></strong>anche ieri), che l’aveva ben contenuto, per scagliare alle spalle di Sommer un pallone con su scritto Munich. Meno male che Acerbi l’ha bucato e Frattesi l’ha poi tagliato a fette.</p>



<p class="has-text-align-left"><strong>Pedri 5,5</strong> Persevero e ribadisco. Anche in questo caso, ma in senso opposto, mi sono giunte perplessità sul mio giudizio intorno alla partita di questo sicuro talento che, secondo me, difetta però di coraggio. È troppo giovane per fare il giocatore d’ordine come Jorginho che, quando lucido, non sbagliava un passaggio, ma li faceva tutti di un metro e mezzo o due al massimo. Pedri contro l’Inter, là e qua, è stato un po’ così, è andato sul sicuro, aumentando le proprie percentuali, ma non illuminando veramente mai.<br></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>ARBITRO</strong></p>



<p class="has-text-align-center"></p>



<p class="has-text-align-left"><strong>Marciniak 4&#8211;</strong> Chiudo questo resoconto con un doveroso commento sull’arbitraggio. I lettori di Game of Goals sanno quanto io mi sia occupato del modo dei fischietti e dell’evoluzione tecnologica, ahimè più che mai necessaria, che gli sta intorno. Ieri sera è stato designato l’arbitro che ha diretto l’ultima Finale Mondiale e che è giustamente considerato il numero uno a livello planetario. Ebbene, il signor Marciniak, tra altre cose, non ha assegnato un rigore evidente all’Inter e ne ha concesso uno ai blaugrana per un fallo commesso fuori area. Meno male che i colleghi al VAR l’hanno corretto, altrimenti staremmo commentando un 4-1 per il Barcellona con buona pace dei soliti piagnistei degli sconfitti, come si diceva una volta. <br>Il problema vero, purtroppo, è il fatto che l’uso, peraltro appunto inevitabile, della tecnologia ha peggiorato di molto il livello di prestazione e attendibilità degli arbitri di campo, anche dei migliori in assoluto. Ripeto, se questa partita si fosse giocata prima del Var, i catalani l’avrebbero vinta in carrozza. E si fosse giocata prima della moviola, quel risultato fasullo non avrebbe destato alcuna polemica. Questo voto, più che al singolo polacco, è alla categoria e a un sistema che scoppia.<br>L&#8217;aspetto paradossale è che, persino il giorno dopo, a lamentarsi di lui sia il Barcellona.</p>



<p class="has-text-align-left"></p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="NOTTE SPETTACOLARE A SAN SIRO: SIAMO IN FINALE 💫🖤💙 | INTER 4-3 BARCELLONA | HIGHLIGHTS|UCL 24/25⚫🔵🇮🇹" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/8CNZ2AM7a2Y?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p class="has-text-align-left"></p>
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		<title>Champions League, andata semifinali: Barcellona Inter 3-3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 May 2025 16:09:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2024-2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: la difesa dell&#8217;Inter prova a tenere lo scatenato Yamal Un primo atto bellissimo e inutile quello andato in scena sul manto enorme [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/05/01/champions-league-andata-semifinali-barcellona-inter-3-3.html">Champions League, andata semifinali: Barcellona Inter 3-3</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: la difesa dell&#8217;Inter prova a tenere lo scatenato Yamal</em></p>



<p class="has-drop-cap">Un primo atto bellissimo e inutile quello andato in scena sul manto enorme del Montjuic tra i giovani virgulti del Barcellona e gli attempati esperti dell’Inter.</p>



<p>Bellissimo perché raramente capita di vedere una gara così ricca di spunti interessanti, di giocate geniali, di gol splendidi e colpi di scena come questa semifinale di andata di Champions. </p>



<p>Inutile perché alla fine da questo shaker colmo di ingredienti succosi e dal sapore più volte sorprendente e agitato da un polso da pirotecnico è uscito un cocktail colorato ma neutro, aromatico sì, ma senza quell’ingrediente decisivo, quel brio che ti risolve la serata, la sfida, o che ti stordisce. </p>



<p>Sfida che quindi troverà la sua sentenza d’epilogo il 6 maggio, nella sfida di ritorno, dopo questo 3-3 capace di contenere, oltre tutto quello che abbiamo elencato, rimpianti in abbondanza per entrambe le squadre e perfino un andamento di gara emblematico in modo straordinario sia per Barca sia per l’Inter. Soprattutto per l’Inter. </p>



<p>Pronti, via e l’arena catalana festosa si ammutolisce dopo 31” per un gioiello di <strong>Thuram</strong> che di tacco finalizza una manovra sontuosa e beffa <strong>Szczesny</strong> replicando, in modo identico anche nella precocità, un gol di <strong>Bettega</strong> al Milan nel mesozoico. </p>



<p>Lo shock è forte, ma ci vuole ben altro per intristire i virgulti. <strong>Yamal</strong> inventa passaggi che non esistono e <strong>Torres</strong> due volte accarezza il palo dalla parte sbagliata. Giusta per l’Inter, che avrebbe le solite praterie che i blaugrana concedono per replicare, ma i suoi centrocampisti sono troppo impegnati a contenere per essere lucidi nelle ripartenze. </p>



<p>È appena scoccato il 20’, però quando <strong>Dumfries</strong> con un capolavoro acrobatico infila lo 0-2 sul primo corner. Lo shock è ancora più forte e scuote ogni angolo di Catalogna, ma soprattutto innesca quel fenomeno di <strong>Lamine Yamal</strong> che inventa passaggi che non ci sono anche per il proprio corpo e che stavolta si mette in proprio. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/image-85f38a9c-6b03-4295-90d0-29d593a482e1-85-2560-1440-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-23992" style="width:750px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/image-85f38a9c-6b03-4295-90d0-29d593a482e1-85-2560-1440-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/image-85f38a9c-6b03-4295-90d0-29d593a482e1-85-2560-1440-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/image-85f38a9c-6b03-4295-90d0-29d593a482e1-85-2560-1440-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/05/image-85f38a9c-6b03-4295-90d0-29d593a482e1-85-2560-1440.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lo spettacolare gol di Dumfries</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Nel giro di pochi minuti, sigla il 2-1 con un gol che neppure <strong>Messi</strong>… e, dopo un’altra serpentina in cui si dematerializza e ricompare a suo piacimento, colpisce la sua prima traversa. Lo spicchio nerazzurro del Montjuic continua giustamente a cantare, ma il pareggio è ormai nell’aria e al 38’ una dormita di <strong>Bisseck</strong>, ahimè consueta in area, consente a Raphinha di far da comoda torre per Torres, sic!, il cui siluro da due passi buca <strong>Sommer</strong> e rete.</p>



<p>In questa prima frazione, emblematicamente, abbiamo rivisto tutta l’attuale stagione di questa due compagini. Il Barcellona esuberante quando attacca quanto balbettante in difesa e l’Inter, infermabile quando sta bene e vulnerabile quando calano le energie. </p>



<p>Di solito, per questo motivo, viene rimontata nel secondo tempo, anche per un doppio vantaggio, anche da squadre deboli e umili. <strong>Yamal</strong> e i suoi fratelli ci hanno messo un quarto d’ora già prima del riposo.</p>



<p>Nel secondo tempo, ci si attende o si teme che la furia di <strong>Pedri</strong> e compagnia completi l’opera, ma anche quest’anno, inaspettatamente, la remuntada non si compie. O lo fa solo a metà, come 15 anni fa. La squadre si presentano in campo con due novità che risulteranno decisive. </p>



<p><strong>Taremi</strong> prende il posto del <strong>Lautaro</strong> più dimesso degli ultimi tempi, aumentando a dismisura i rimpianti, e <strong>Araujo</strong> sostituisce <strong>Martin</strong> nella difesa catalana. Già dai primi minuti si capisce che il clima e il vento sono cambiati, la spinta di casa ha perso intensità e, di converso, il centravanti iraniano dell’Inter consente ai nerazzurri, attaccando gli spazi o difendendo palla, di distendersi dopo ogni riuscita fase difensiva.</p>



<p>Addirittura, sfruttando finalmente meglio le sgroppate di <strong>Dumfries</strong> in fascia, si rivede l’Inter di quest’inverno, quella capace di strangolare gli avversari. Arriva così un’incredibilmente ovvio, perfino quasi giusto 2-3, frutto della solita incornata di <strong>Dumfries</strong> sul solito corner micidiale di <strong>Chalanoglu</strong>. Ma chi di corner ferisce… </p>



<p>La nuova gioia e il nuovo shock durano un lampo, frutto appunto di una saetta di <strong>Raphinha</strong> che sbatte sulla traversa, rimbalza proprio sulla testa di <strong>Sommer</strong> e decreta il nuovo pareggio. E se non è un rimpianto questo.</p>



<p>Manca mezz&#8217;ora alla fine e siamo 3-3… Il finale di partita è un nuovo compendio di rammarichi. L’Inter continua a dare l’impressione che basterebbe un’unghia di precisione in più per poter andare in porta con facilità. Ed è proprio un’unghia, quella di <strong>Mkhitaryan</strong> in offside, a impedire che il 3-4 fosse realtà convalidata. </p>



<p>Di contro, avendo rinunciato alla spinta di <strong>Martin</strong> in favore della reattività di <strong>Araujo</strong>, decisivo in un paio di situazione disperate, il Barcellona, a parte per l’imprendibile ragazzino marocchino che è riuscito a colpire la seconda traversa sbagliando il tiro, ha fatto fare un figurone alla pur affannata difesa nerazzurra.</p>



<p>Ok, siamo a maggio, tra cinque giorni ci si trova a San Siro. 0-0 e palla al centro, anzi 3-3.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il tabellino</h2>



<p></p>



<p><strong>BARCELLONA-INTER 3-3<br>Marcatori:</strong> pt 1&#8242; Thuram, 21&#8242; Dumfries, 24&#8242; Yamal, 38&#8242; Ferran Torres; st 18&#8242; Dumfries, 20&#8242; aut. Sommer.<br><strong>Barcellona (4-2-3-1):</strong> Szczesny; Koundé (pt 42&#8242; Garcia), Cubarsì 5.5 (st 38&#8242; Christensen), Inigo Martinez, Martin (st 1&#8242; Araujo); De Jong, Pedri (st 38&#8242; Gavi); Yamal, Dani Olmo (st 23&#8242; Fermin Lopez), Raphinha; Ferran Torres. All. Flick.<br><strong>Inter (3-5-2): </strong>Sommer; Bisseck, Acerbi, Bastoni; Dumfries (st 36&#8242; Darmian), Barella, Calhanoglu (st 26&#8242; Frattesi), Mkhitaryan, Dimarco (st 11&#8242; Carlos Augusto); Lautaro (st 1&#8242; Taremi), Thuram (st 36&#8242; Zielinski). All. Inzaghi.<br><strong>Arbitro:</strong> Turpin.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Barcelona vs Inter Milan 3-3 | Highlights &amp; All Goals 2025 | Semi Final Champions League" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/x2POE4YCVAc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Le pagelle</h2>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>BARCELLONA</strong></p>



<p><br><strong>IL MIGLIORE Yamal 9</strong> Personalmente, non ho mai visto un giocatore così. Ricordo il giovanissimo Messi, il giovanissimo Mbappè, il giovanissimo Diego, il giovanissimo CR7, il giovanissimo Ronaldo Fenomeno. Questo li surclassa tutti, perché è capace a 17 anni di mettersi la squadra sulle spalle nei momenti del bisogno. Signore e signori, secondo me siamo di fronte al Michael Jordan del calcio. Ieri sera, Dimarco, Mkhitaryan e Acerbi sono usciti ubriachi. Un solo consiglio: meno sceneggiate, altrimenti diventa… Neymar.</p>



<p><strong>Torres 6,5</strong> Lewa non c’è, ma lui risponde presente e il suo lo fa, eccome! Come sempre.</p>



<p><strong>Raphinha 6</strong> Contenuto, se non proprio bloccato, da Dumfries a in parte da Bisseck, è la dimostrazione plastica della ricchezza offensiva della squadra di Flick. Nonostante sia meno brillante del solito, sforna assist e gol..!</p>



<p><strong>Pedri 5,5</strong> La ragnatela intorno a lui dell’Inter, quella che farà inorridire Sacchi (che usava Ancelotti per randellare le ripartenze), ne neutralizza l’inventiva, anche se rimane impressionante la sua abilità nel liberarsi del pallone.</p>



<p class="has-text-align-center"></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>INTER</strong></p>



<p class="has-text-align-left"><br><strong>IL MIGLIORE Dumfries 9 </strong>Partita veramente incredibile  dell’esterno a tutta fascia olandese che costringe gli storici a paragonarlo a Cafù o, tanto per rimanere in nerazzurro, a Maicon. Difensore su Raphinha, mica su Pincopalla, freccia imprendibile e goleador d’area, di testa e di volèe in acrobazia. Probabilmente, lo avesse avuto nelle ultime uscite, l’Inter sarebbe ancora lassù anche in Campionato, a proposito di rimpianti…</p>



<p class="has-text-align-left"><strong>Thuram 7</strong> Partendo dai rimpianti, si può fare lo stesso discorso che per Dumfries. Il francese, che puir non sta benissimo e si vede, non ha eguali nel conquistar palla, difenderla e smistarla in attacco. Avesse avuto a fianco ieri sera il Lautaro di Monaco… Anche Thuram, come  Yamal, lascia al Montjuic un gol da cineteca</p>



<p class="has-text-align-left"><strong>Barella 5,5 </strong>La sua generosità riesce a mascherare una stanchezza debordante. Ne viene fuori un prestazione ordinata nel contenimento, ma imparagonabile al passato nelle ripartenze. Ve lo immaginate il sardo di pochi mesi fa nel secondo tempo di ieri sera?</p>



<p class="has-text-align-left"><strong>Dimarco 5 </strong>Anche lui in netto calo in fase di possesso, ieri sera, come a Monaco o a Bologna, ha dimostrato di non essere in grado di contenere avversari pericolosi in area.</p>



<p class="has-text-align-left"></p>
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		<title>Corri, Jair, corri!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2025 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, all’età di 84 anni, è morto Jair, la freccia imprendibile della Grande Inter di Helenio Herrera e così, con la sua scomparsa, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap" style="font-size:15px">Qualche giorno fa, all’età di 84 anni, è morto <strong>Jair</strong>, la freccia imprendibile della Grande Inter di <strong>Helenio</strong> <strong>Herrera</strong> e così, con la sua scomparsa, di quella squadra meravigliosa, di quell’undici che per molti di noi è diventata una poesia del Calcio, rimangono in vita solo <strong>Sandro</strong> <strong>Mazzola</strong> e <strong>Aristide</strong> <strong>Guarneri</strong>.</p>



<p><strong>Jair Da Costa</strong> approdò in nerazzurro nel novembre del 1962 in una Inter condotta già da qualche stagione dal <em>Mago</em>, ma che stentava a centrare, pure sfiorandolo più volte, l’obiettivo dello scudetto e anche quella stagione era iniziata in un modo non del tutto convincente. </p>



<p>Già da alcune stagioni, il vulcanico tecnico dalle molteplici lingue, mogli e nazionalità aveva convinto il presidente <strong>Angelo Moratti</strong>, petroliere senza limiti di fondi nell’Italia del boom, a spendere per rendere la squadra all’altezza delle ambizioni. Ma, evidentemente, mancava ancora qualche tassello.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="707" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-1024x707.jpg" alt="" class="wp-image-23963" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-1024x707.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-300x207.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-768x531.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Una foto della Grande Inter</figcaption></figure>



<p></p>



<p>E tra gli ultimi a essere inseriti, nel mercato di riparazione che si svolgeva nella prima decade di novembre, furono il centravanti <strong>Beniamino Di Giacomo</strong> e l’ala <strong>Jair Da Costa</strong>. </p>



<p>Il primo fu scambiato tra Inter e Torino con <strong>Jerry Hitchens</strong>, molto amato dai tifosi nonostante non fosse certo un fenomeno e sacrificato per esubero di stranieri, e l’altro, arrivato direttamente dalla squadra brasiliana del Portoguesa, sostituì un’altra icona di quel periodo come <strong>Mauro Bicicli</strong> ‘<em>el bicicleta</em>’.</p>



<p>Allora io ero un piccolo tifoso, troppo giovane per poter testimoniare di entusiasmo o di aspettative, ma ricordo perfettamente la figura di questo sottilissimo uomo di colore scendere dalla scaletta dell’aereo e procedere dinoccolato e con la faccia occupata interamente da occhi enormi e smarriti che facevano da contrappeso triste a un sorriso larghissimo e invadente, felice.</p>



<p>Assomigliava a un comico francese di colore, <strong>Harry Salvador</strong>, che imperversava in quegli anni nei varietà televisivi del sabato sera. O, tutt’al più, dava l’impressione di un ballerino contorsionista.<br>E, in realtà, quella prima impressione non si sarebbe discostata dal vero. </p>



<p>La sua capacità funambolica infatti molto si basava sull’incredibile controllo del corpo che gli consentiva le posture più assurde sia da fermo che in corsa. Anche la fama, scarna comunque di fatti certi e che precedette il suo arrivo, parlava di dribbling ubriacanti e di velocità folle. </p>



<p>Ma nessuno, nemmeno <strong>Omar Sìvori</strong>, il re del dribbling e dei tunnel di quei tempi, osava immaginare ciò di cui era capace questo carioca. Parlo di <strong>Sìvori</strong> perché in una foto emblematica della Gazzetta dello Sport viene ritratto lo juventino che guarda ammirato, letteralmente a bocca aperta, una finta di corpo di <strong>Jair</strong> che sbilancia un difensore bianconero.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="834" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-1024x834.jpg" alt="" class="wp-image-23966" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-1024x834.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-300x244.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-768x625.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sìvori contro l&#8217;Inter</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il significato premonitore di quell’immagine andrà ben oltre le intenzioni del reporter. Essa, infatti, fu scattata durante uno Juventus-Inter del dicembre 1962, quando <strong>Sìvori</strong> e compagni erano in testa al Campionato, l’ennesimo che si apprestavano a vincere, ma forse proprio l’avvento di <strong>Jair</strong> aveva appena regalato ai nerazzurri quel pizzico di brio, fantasia e imprevedibilità che mancava per completare una squadra leggendaria e fortissima.</p>



<p>Non a caso quella gara terminò con la vittoria esterna dell’Inter per 1-0 che decretò il primo sorpasso nerazzurro nella classifica di quel torneo. Torneo che fu il primo dell’aureo ciclo della Grande Inter e il primo di una lunga astinenza bianconera, mentre il suo principale mentore, proprio <strong>Omar Sìvori </strong>che da lì a poco sarebbe passato al Napoli, non ne avrebbe incredibilmente vinto più nemmeno uno.</p>



<p>Possiamo quindi dire che quella foto dell’argentino impietrito di fronte al brasiliano imprendibile sia stata testimone di un passaggio di consegne? Forse. Sta di fatto che, anche se forse è stato il meno celebrato di quei campioni, io ritengo ancora oggi che fu proprio l’innesto di quel fenomenale atleta, che giocava con una visibile fascia elastica intorno alla vita, a trasformare l’Inter in Grande Inter, appunto. </p>



<p>Molto più di quel <strong>Di Giacomo</strong>, pur produttivo e arrivato assieme a lui, e più di <strong>Giuliano Sarti</strong> e <strong>Aurelio Milani</strong>, giunti da Firenze un anno dopo a sostituire il vecchio <strong>Buffon</strong> e lo stesso <strong>Di Giacomo</strong> e a completare quel prezioso indimenticabile puzzle.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="700" height="410" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117032.jpg" alt="" class="wp-image-23967" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117032.jpg 700w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117032-300x176.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption class="wp-element-caption">Jair in azione</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>Jair</strong>, nel primo dei suoi due lustri nerazzurri, separati da una anno a Roma in giallorosso, ha vinto tutto, in Italia, in Europa e nel Mondo. Lo ha fatto in sordina pur essendo spesso decisivo, lo ha fatto in umiltà anche quando segnò con il Benfica il gol della seconda Coppa dei Campioni, lo ha fatto soprattutto correndo e dribblando inarrestabile e solitario sulla sua fascia di competenza, spesso destra ma a volte pure sinistra.</p>



<p>Specialmente nelle trasferte notturne di Coppa, con la squadra arroccata nel più classico dei catenacci duri, magari sotto la pioggia britannica o il nevischio danubiano, eccolo ricevere il pallone da un ennesimo rinvio di <strong>Picchi</strong> o da un lancio di <strong>Suárez</strong>, eccolo caracollare nero e notturno anche lui, e poi scattare e poi rallentare in mezzo ai difensori che non lo prendono mai, che difendono l’area. </p>



<p>Ma a lui, a <strong>Jair</strong>, dell’area non gliene frega nulla: «<strong>Milani</strong> e poi <strong>Peirò</strong> o <em>Sandrino</em> sono là in difesa. Qui davanti non c’è nessuno, ma io sono qua, con il pallone attaccato allo scarpino e questi marcantoni non me lo tolgono mai. Devono tagliarmi gli stinchi e farmi fallo. Ecco, bene! L’arbitro fischia e i miei, laggiù, per un po’ respirano…».</p>



<p>Al di là dell’epica e delle esagerazioni, spero perdonabili, la funzionalità di un giocatore come Jair nel più classico, ma più redditizio, gioco all’italiana che si potesse immaginare persino nell’epoca del suo massimo splendore e dei suoi migliori risultati, mi sembra del tutto evidente.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="FC Internazionale - Top 10 Gol di Jair" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/lKuz7k-jlmI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>
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		<title>Champions League, andata quarti: Bayern Monaco-Inter 1-2</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2025/04/09/champions-league-andata-quarti-bayern-monaco-inter-1-2.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Apr 2025 13:04:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2024-2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: l&#8217;esultanza dei giocatori interisti, autori di una grande partita Importante vittoria dell’Inter in casa del Bayern che potrebbe mettere in discesa il [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: l&#8217;esultanza dei giocatori interisti, autori di una grande partita</em></p>



<p class="has-drop-cap">Importante vittoria dell’Inter in casa del Bayern che potrebbe mettere in discesa il percorso dei nerazzurri verso la semifinale. Non è stata quella dell’Allianz Arena bavarese un gara spettacolare avendo rispecchiato perfettamente il momento critico delle due contendenti. </p>



<p>I padroni di casa lamentando infatti numerose defezioni in ogni reparto e confermando i milanesi una tenuta fisica precaria, data l’enorme mole di partite tutte importanti, già giocate in stagione. E anche l’andamento stesso della sfida ha rispecchiato in modo perfetto e fin troppo prevedibile questa situazione. Ha cominciato subito forte il Bayern con il volitivo <strong>Olise</strong> ad impegnare <strong>Sommer </strong>a terra e soprattutto con <em>Kane </em>lesto a sfruttare una dormita di <strong>Pavard</strong>, ma impreciso nel facile tiro che invece usciva scheggiando il palo. </p>



<p>Passato il quarto d’ora di studio e di paura reciproca e quello di accademica buriana tedesca, l’Inter, orchestrata da un magistrale <strong>Barella </strong>cominciava a prendere fiducia, riuscendo addirittura a chiudere alla grande la frazione iniziale. Prima era proprio un lancio  geniale del sardo a mettere <strong>Lautaro </strong>solo davanti al portiere senza che però quest’ultimo riuscisse a tirare, poi era una grande azione manovrata con tocchi di prima a lanciare in corsia <strong>Carlos Augusto</strong> il cui cross era aggiustato in modo eccellente da <strong>Thuram </strong>per lo stesso <em>Toro </em>che scagliava di prepotenza e precisione in porta. </p>



<p>Guadagnati gli spogliatoi sull’1-0, i ragazzi di <strong>Inzaghi </strong>continuavano nella ripresa a spingere sull’acceleratore sfiorando un paio di volte un raddoppio che sembrava fatto. Ma, come succede ultimamente, intorno all’ora di gioco le energie di <strong>Chalanoglu</strong> e compagni calavano vistosamente e tutta la squadra inevitabilmente abbassava il baricentro. <strong>Kimmich </strong>e compagni potevano quindi imbastire finalmente il loro tradizionale power play fatto di fitti passaggi e repentini cambi di fronte, senza che i nerazzurri riuscissero a tenere il possesso per più di qualche secondo. </p>



<p>A dire il vero non è che il Bayern riuscisse a rendersi molto pericoloso, a parte un tiro di <strong>Guerreiro </strong>appena sopra la traversa e un altro di <strong>Kane </strong>ben contenuto da <strong>Sommer</strong>, ma la sofferenze e la stanchezza degli interisti erano sempre più evidenti. L’ammonizione di <strong>Mkhitaryan </strong>e la sua sostituzione con <strong>Frattesi </strong>indebolivano ulteriormente il filtro meneghino e l’eterno <strong>Thomas Muller</strong>, appena entrato, trovava l’inevitabile pareggio. </p>



<p>Sembrava per l’Inter la fotocopia del pareggio di Napoli in campionato ma, tutto sommato, la circostanza poteva anche essere accettabile. Invece, l’ennesima invenzione di <strong>Barella </strong>e un’altra sgroppata vincente di <strong>Carlos Augusto</strong> regalavano a <strong>Frattesi</strong>, come al solito impareggiabile negli inserimenti, l’assist per il gol della vittoria e ai tifosi interisti la gioia di una vittoria storica e beneaugurante. </p>



<p>Il Bayern, dal canto suo, cade così in casa in Champions dopo ben quattro anni, ma ha già nel mirino la gara di San Siro del 16 aprile per vendere cara la pelle, magari recuperando qualche pedina fondamentale.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/bayern-inter-pagelle-calciomercato.it-20250408-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-23825" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/bayern-inter-pagelle-calciomercato.it-20250408-1024x683.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/bayern-inter-pagelle-calciomercato.it-20250408-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/bayern-inter-pagelle-calciomercato.it-20250408-768x512.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/bayern-inter-pagelle-calciomercato.it-20250408.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;esultanza di Lautaro Martinez dopo il gol</figcaption></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il tabellino</h2>



<p></p>



<p><strong>BAYERN MONACO-INTER 1-2<br>Marcatori:</strong> pt 38&#8242; Lautaro (I); st 40&#8242; Muller (B), 43&#8242; Frattesi (I).<br><strong>BAYERN MONACO (4-2-3-1):</strong> Urbig; Laimer, Dier, Kim (st 30&#8242; Boey), Stanisic; Goretzka, Kimmich; Olise, Guerreiro (st 30&#8242; Gnabry), Sané (st 29&#8242; Muller); Kane. All. Kompany.<br><strong>INTER (3-5-2):</strong> Sommer, Pavard, Acerbi, Bastoni; Darmian (st 34&#8242; Bisseck), Barella, Calhanoglu, Mkhitaryan (st 29&#8242; Frattesi), Carlos Augusto; Lautaro (st 45&#8242; Zalewski), Thuram. All. Inzaghi.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Le pagelle</h2>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>BAYERN MONACO</strong></p>



<p><strong>Il migliore GORETZKA 6,5 </strong><br>È il solito lottatore a tutto campo e, specialmente quando il pallone rimane per interi minuti incollato ai piedi bavaresi, sembra un direttore onnipresente quanto implacabile. La palla gira e va dove vuole lui.</p>



<p><strong>Kimmich 6 </strong>Pur ottenendo la sufficienza piena, perde il duello di intelligenza con Barella. Questo fatto la dice lunga sullo spessore della gara della mezzala sarda.</p>



<p><strong>Olise 5,5</strong> All’inizio, lo guardi e dici: questo farà sfracelli; dopo un po’, pensi: adesso si scatena e farà polpette degli avversari; a un certo punto lo cerchi, ma non lo trovi. Alla fine ti domandi: ma quando lo hanno sostituito?</p>



<p><strong>Kim 5</strong> Sembra un implacabile gigante, ma quando Lautaro, che pure non sta benissimo, gli prende le misure, deve abbassare la testa.<br><br><strong>Kane 5</strong> Sulla generosità non si discute, sulla capacità di manovra nemmeno, ma è sulla reattività in area che ha &#8220;ciccato&#8221;. Alla grande.</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>INTER</strong></p>



<p><strong>Il migliore BARELLA 8</strong><br>A mio parere, è stato autore di una gara memorabile, impreziosita da alcune giocate sensazionali sia in fase di ripartenza sia in fase di gestione del possesso. La sventagliata improvvisa per Lautaro, quando i più pensavano a un retropassaggio, magari a Sommer, è una chicca degna di Modric.</p>



<p><strong>Carlos Augusto 7,5</strong> Dopo venti minuti in cui faceva fatica perfino a deglutire di fronte a Olise, ha sfoderato una prestazione d’autore. L’avversario, come detto, si è accucciato sotto la sua frusta e lui ha preparato da grande chef le portate per i due gol della vittoria.</p>



<p><strong>Lautaro 7</strong> Finché la squadra fa gioco e gli arrivano palloni, lui giostra alla grande; quando la penuria diventa siccità d’attacco, lui si rende utile ringhiando caviglie e sporcando linee di passaggio.</p>



<p><strong>Frattesi 6,5</strong> Sono mesi che ripeto che il romano è un trequartista puro camuffato da mezzala e che la mezzala di contenimento non la sa fare. Quando entra lui, il centrocampo cede, ma quando c’è da aggredire, la sua capacità di materializzarsi in area davanti al portiere avversario è impressionante. Questa partita di Monaco di Baviera è stata il suo compendio. Entra sull’1-0 per contenere e non tocca mai palla, girando a vuoto, segna il gol del pareggio uno di quelli che deve tenere d’occhio. La sua prestazione, come sempre, è da 4. Poi, Barella controlla al volo e lancia in fascia Carlos Augusto…</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/04/09/champions-league-andata-quarti-bayern-monaco-inter-1-2.html">Champions League, andata quarti: Bayern Monaco-Inter 1-2</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>La Giostra delle Regole (terza puntata): il futuro del calcio arriverà&#8230; dal basket?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia e sviluppi delle regole del gioco]]></category>
		<category><![CDATA[basket]]></category>
		<category><![CDATA[giappone]]></category>
		<category><![CDATA[gioco del calcio]]></category>
		<category><![CDATA[goal line technology]]></category>
		<category><![CDATA[materazzi]]></category>
		<category><![CDATA[regolamento]]></category>
		<category><![CDATA[regole]]></category>
		<category><![CDATA[spagna]]></category>
		<category><![CDATA[VAR]]></category>
		<category><![CDATA[zidane]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: una VAR room. Ma è solo l&#8217;inizio di una lunga rivoluzione destinata a sconvolgere il calcio anche in futuro&#8230; Quello che invece [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: una VAR room. Ma è solo l&#8217;inizio di una lunga rivoluzione destinata a sconvolgere il calcio anche in futuro&#8230;</em></p>



<p class="has-drop-cap">Quello che invece ha scosso l’universo calcistico dal 2016 è stato senza dubbio il ricorso a un altro strumento tecnologico, elettronico, fotografico e informatico come il VAR, il discendente geniale di nonna moviola che il pittoresco giornalista <strong>Aldo Biscardi</strong> voleva, da decenni, collocare a bordo campo. Anche l’introduzione del VAR è quindi una modifica ‘correttiva’, tesa cioè ad aiutare l’arbitro a vedere meglio e controllare quello che non può a occhio nudo e ad azione, magari velocissima, in corso. </p>



<p>Tutto ciò, è bene ricordarlo, per placare e magari azzerare le polemiche che ogni singola partita scatena immancabilmente a causa dei frequenti errori, siano essi sviste o valutazioni sbagliate, compiuti dai direttori di gara. Tanto più da quando i mezzi tecnologici sempre più sofisticati li certificavano, dapprima il lunedì, poi la domenica sera, poi appena finita la partita e poi, addirittura, a gara in corso. </p>



<p>Come a Berlino per la testata di <strong>Zidane </strong>a <strong>Materazzi </strong>nel 2006 (leggi <a href="https://gameofgoals.it/2025/01/17/2006-finale-italia-francia-5-3-dcr-1-1.html">qui </a>per la cronaca del match). Senza voler ripetere la storia della nascita del VAR, già raccontata in un’altra serie di articoli, mi basta qui ricordare che la resistenza dell’IFAB a capitolare di fronte a richieste sempre più pressanti da parte dell’opinione pubblica e di un giornalismo televisivo sempre più agguerrito e preciso sul piano dello scandaglio di precisione visiva, sia come ingrandimenti sia come rallentamenti sia come allineamenti, è stata senza dubbio degna di miglior causa.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="561" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/materazzi-zidane-testata.jpg" alt="" class="wp-image-23449" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/materazzi-zidane-testata.jpg 1000w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/materazzi-zidane-testata-300x168.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/materazzi-zidane-testata-768x431.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">La testata di Zidane a Materazzi nella finale del Mondiale 2006. L&#8217;arbitro non vide nulla, poi fu richiamato dal quarto uomo che la scoprì grazie alla moviola televisiva</figcaption></figure>



<p></p>



<p>E che espedienti come gli arbitri di porta, quelli d’area e i guardalinee diagonali sono stati obiettivamente ridicoli, inefficaci e soltanto spie, in ultima analisi, di un inspiegabile rifiuto a usare appieno la tecnologia al servizio del mondo arbitrale e non solo. Alla fine, nel 2016, il VAR ha emesso il primo vagito. Ma, ahimè, non ha ancora smesso!</p>



<p>Sono passati nove anni e pare ancora un lattante da svezzare, doveva placare le polemiche e le ha moltiplicate, doveva aiutare gli arbitri e invece li ha spesso confusi. Non solo, ha perfino complicato in modo serio il compito di chi deve redigere e revisionare il regolamento del suo utilizzo, il famoso Protocollo, e perfino di chi deve interpretarlo, cioè gli arbitri stessi. In questi nove anni, abbiamo visto tutti ogni più piccola variante di comportamento a fronte di episodi sovrapponibili e, devo candidamente confessarlo, ancora non ho capito perfettamente quando l’arbitro può essere chiamato a controllare e quando i colleghi ‘tecnologici’ ubicati nel <strong>Centro VAR</strong> di Lissone invece non possono intervenire.</p>



<p>Una cosa ho capito in tutti questi interventi di controllo, anzi due anche se di questa seconda non sono certissimo.<br>La prima è che l’arbitro di campo chiamato a controllare nel 99% dei casi cambia idea. In quasi dieci anni, le volte in cui l&#8217;ho visto mantenere la propria decisione iniziale si contano sulle dita di una mano. La seconda è che il controllo al monitor viene sempre deciso da Lissone, ma su questo non siamo sicuri al 100%, dal momento che non mi è dato mai sapere cosa si dicono i due all’interfono.</p>



<p>In tutti i casi, l’occhio tecnologico risulta essere sempre più credibile di quello umano. Ma se questo è plausibile nei casi oggettivi e misurabili nello spazio o nello spazio/tempo come il fuorigioco, peraltro con alcuni dubbi, ciò assume decisamente aspetti più discutibili se si tratta della intensità dei contatti. È ovvio che il combinato disposto tra velocità e contrasto di gioco diventa paradossalmente meglio giudicabile dal vivo che non alla moviola, ma su questo argomento diventa facilissimo trovare pareri discordanti in generale, che diventano aggressivi quando ci si rivolgesse a protagonisti penalizzati e condiscendenti se l’interlocutore è il beneficiario. </p>



<p>A dirla tutta però, si deve anche sottolineare che l’occhio elettronico, cugino di quello ‘di falco’ del tennis o del volley, nel nostro calcio può intervenire, e spero presto essere interpellato, solo per cose accadute in area di rigore o di grave rilevanza disciplinare o che abbiano permesso in modo scorretto la realizzazione di una rete. Ma c’è un altro aspetto spinoso e curioso, introdotto dall’ottica tecnologica. </p>



<p>Fin da subito, nove anni fa, è cominciata una sequenza interminabile, e infatti tuttora in corso, di interpretazioni, letture o precisazioni più o meno dotte delle norme. Quindi, non vere e proprie modifiche del regolamento, ma modalità d’uso tese ad aggravare o derubricare un determinato episodio, accaduto, come detto, esclusivamente in area di rigore o che abbia determinato una rete. Per esempio, una delle più antiche infrazioni codificate, il fallo di mano, ha subito dal 2016 in poi una tale serie di ‘precisazioni di gravità’, serie ancora in corso, che posso sfidare chiunque, operatori di campo compresi, a capire e spiegare con certezza di verità quando questo o quell’episodio di tocco con l’arto superiore determini la concessione di un penalty o, piuttosto, l’annullamento di un gol. </p>



<p>Da quando nulla sfugge più, questo è certo, le valutazioni inoppugnabili di quanto è accaduto, paradossalmente, si sono alquanto complicate. E se per i contatti si è giustamente deciso di fidarsi del giudizio dal vivo, per i falli come quello di mano, c’è da mettersi le mani, appunto…, nei capelli. Si è partiti con l’accetta e ogni tocco era punibile, volontario o meno che fosse, ma il numero abnorme di rigori concessi e il ‘tiro a segno’ di certi furbetti che miravano a colpire con la palla gli arti superiori dei difensori, ha fatto inaugurare le sequela di correzioni interpretative, tuttora in corso e di fronte alle quali, molti commentatori giustamente si chiedono: ‘Ma è ancora Calcio?’.</p>



<p>Cercando di astenermi da questi argomenti e ricordando che la prassi becera vuole che siano bravi e onesti il giudice e l’arbitro che ci danno ragione e quindi scarsi e corrotti, se va bene, quelli che ci danno torto, non posso che limitarmi ad augurare al mondo VAR di trovare uniformità e chiarezza di applicazione. Trattandosi, è giusto sottolinearlo, di uno strumento oramai indispensabile e che, in ogni caso, ha diminuito di molto gli errori della componente arbitrale, salvando nel contempo la regolarità di risultato di una marea di partite. Ma dal momento che, si sa, tutto è migliorabile, concludo questa lunga disamina permettendomi di dare qualche modesto suggerimento sia sul regolamento sia sul protocollo.</p>



<p>Chi mi conosce sa quanto sia appassionato di un gioco complesso anche dal punto di vista delle regole e del loro evolversi come la pallacanestro e quindi non si stupirà se prenderò spunti proprio da quella disciplina per i suggerimenti che mi appresto a dare. Tanto più che credo, anche se la cosa non mi entusiasma più di tanto, che prima o poi il calcio adotterà quel tempo effettivo che è tipico appunto dello sport con la palla a spicchi.</p>



<p>Non sarà un percorso breve, ma credo che, esattamente come è stato per il VAR, ci si arriverà per forza. Le resistenze, come nell’altro caso, ci sono già verso questa nuova rivoluzione e le abbiamo viste, per esempio, ai <a href="https://gameofgoals.it/category/calcio-attuale/mondiale-2022">Mondiali in Qatar</a> con recuperi abnormi, poco graditi e la cui efficacia è apparsa subito discutibile e foriera di ulteriori malumori. Ma le polemiche sulle perdite di tempo, alcune sanzionabili altre no, abbondano e rendono alcune fasi della gara stucchevoli e, dal momento che in realtà il tempo effettivo sarebbe in grado di annullare solo le prime, ecco alcuni espedienti, mutuati appunto dal basket, per cercare di risolverli entrambi con semplicità.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="538" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/WhatsApp-Image-2022-12-01-at-23.19.29-1024x538-1.webp" alt="" class="wp-image-23445" style="object-fit:cover" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/WhatsApp-Image-2022-12-01-at-23.19.29-1024x538-1.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/WhatsApp-Image-2022-12-01-at-23.19.29-1024x538-1-300x158.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/WhatsApp-Image-2022-12-01-at-23.19.29-1024x538-1-768x404.webp 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;azione con cui il Giappone batte la Spagna ed elimina la Germania al Mondiale 2022. L&#8217;arbitro inizialmente annulla la rete, ma per il VAR la palla non è uscita. Eppure le immagini sembrano parlare chiaro&#8230;</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Per esempio, i rinvii del portiere e le rimesse in gioco potrebbero avere un tempo limitato, tipo 7 secondi per il primo e 3 secondi per le altre, con i palloni di ricambio posizionati, come già avviene, in postazioni fisse a bordo campo. Gli infortuni, spesso ingigantiti o simulati del tutto per ragioni speculative, potrebbero essere neutralizzati introducendo una regola per cui il giocatore a terra deve stare fuori poi un tempo equivalente senza poter essere sostituito se non al termine di tale periodo.</p>



<p>Per capirci: 3 minuti a terra in campo? 3 minuti fuori e la squadra in inferiorità numerica. Credo che questo possa essere proprio un rimedio efficace contro gli inganni di questo tipo. Come avrete visto, siamo nel campo ‘correttivo’ delle modifiche, ma non mi limiterò solo a questo. Il calcio, come tutti gli sport di squadra, continua a crescere, sia in direzione correttiva, appunto, delle storture sia in quella migliorativa, costruttiva e spettacolare che sia in grado di rendere il ‘prodotto’ sempre più godibile.</p>



<p>E una proposta che può obbedire in modo egregio e tutte questi obiettivi deriva ancora dal basket. Dove ogni squadra in possesso del pallone ha 8 secondi per oltrepassare la metà campo e poi non può più rientrarvi, pena la perdita appunto del possesso. Togliendo magari il limite di tempo per avanzare, impedire il ritorno nel proprio terreno difensivo e al portiere potrebbe essere una innovazione interessante per combattere la ‘melina’ noiosa e poco sportiva ed essere nel contempo una novità foriera di sviluppi interessanti sul piano tattico. È vero che ci sono molte squadre, come l’Inter in Italia, che fanno di questo profondo ‘giro palla’ un espediente di attesa volta all’attacco di sorpresa più che alla perdita di tempo, ma non vi è alcun dubbio che una simile limitazione potrebbe davvero indurre sviluppi ora imprevedibile alla manovra.</p>



<p>Confesso di avere altri desideri, più che suggerimenti, sempre costruttivi rubati alla pallacanestro: per esempio, due arbitri in campo di pari autorità potrebbero vedere meglio, essere più vicini e quindi lucidi all’azione in corso e perfino consultarsi tra di loro come fanno i colleghi grigi sul parquet. Potrebbero perfino decidere di chiedere aiuto al collega ‘tecnologico’ a Lissone, ribaltando la gerarchia attuale. Ma di questo parlerò meglio dopo, occupandoci di protocollo.</p>



<p>Altre innovazioni solo apparentemente minori potrebbero essere quelle relative al concetto di ‘palla fuori’ e ai tempi supplementari. In ambedue i casi il riferimento è sempre alla pallacanestro e nel primo il nostro suggerimento è quello di considerare il pallone uscito quando tocca terra al di là delle linee, come avviene ora, o quando il giocatore che lo controlla esce con i piedi dal campo. La novità sarebbe che la palla che in volo dovesse superare la demarcazione del campo sarebbe in gioco, permettendo, per esempio, traiettorie molto interessanti sui corner. Viceversa un pallone all’interno del campo giocato da un calciatore che pesti la linea o sia fuori diventa out. </p>



<p>Un’altra novità molto intrigante che deriverebbe da tale modifica riguarda il portiere e il concetto di gol. È vero che per essere tale il pallone deve toccare il terreno all’interno della porta, ma diventa altrettanto vero che sarebbe gol in caso di respinta o parata di un estremo difensore (o di qualunque altro giocatore) che toccasse con i piedi o con altra parte del corpo quel terreno.</p>



<p>Per quanto concerne i tempi supplementari siamo d’accordo con chi sostiene che due da 15 minuti sono troppi, ma non concordo con chi propone di abolirli del tutto e passare direttamente ai calci di rigore. La mia proposta, ispirata indovinate a cosa&#8230;, è di giocarne uno alla volta e di ridurne la durata a 10 minuti. A oltranza? Può essere. Oppure dopo il terzo o il quarto, reintrodurre il <strong>Golden Goal</strong>. Ultima proposta che faccio, costruttiva o correttiva decidete voi, è quella di reintrodurre la punizione a due in area di rigore e derubricare ad essa tutti quei ‘rigorini’ che si vedono ultimamente.</p>



<p>L’ultimo capitolo di questa lunga disquisizione riguarda, come detto, il Protocollo, termine oscuro e troppo elastico per tacitare recriminazioni e semplici quanto legittime richieste di chiarimenti a posteriori e di chiarezza per il futuro. Senza dirvi a quale sport che usa questi mezzi in modo a parer nostro mirabile mi riferisca, affronto un aspetto molto importante di cui ho già accennato. È il tema che risponde alla domanda: chi ha realmente in mano oggi le redini della direzione di gara? L’arbitro in campo o il mezzo tecnologico?</p>



<p>Qualunque sia la risposta al quesito in essere, sono convinto che sia l’arbitro in campo a dover essere l’autorità suprema della partita e che sia lui, senza presunzione ma anche senza pressioni, a decidere quando e se rivolgersi al collega attrezzato tecnologicamente, ribaltando di fatto una gerarchia surrettizia ma indubbia che governa attualmente le fasi controverse della gara. </p>



<p>Nel basket, per esempio, chi governa il computer non è neppure un arbitro, ma un semplice tecnico informatico che esegue le richieste dei direttori di gara, i quali o decidono <em>motu proprio</em> di andare a controllare un’azione dubbia o lo fanno su richiesta di uno dei due allenatori delle squadre in campo. Ecco dunque un altro aspetto che può essere tranquillamente replicato nel calcio: il controllo sollecitato, il cosiddetto <strong>‘VAR a chiamata’</strong>.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="678" height="381" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/replaybasket.webp" alt="" class="wp-image-23447" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/replaybasket.webp 678w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/replaybasket-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;instant replay nel basket: non è escluso che in futuro il calcio continui a mutuare regole e idee dalla pallacanestro, come per altro successo con il formato della nuova Champions League a girone unico basato sul modello Eurolega</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Prima di parlarne, una doverosa premessa. C’è una ennesima giusta regola della pallacanestro che vorrei fosse adottata dal football: l’arbitro principale di quelli sul parquet dichiara sempre qual è la sua decisione prima di avvicinarsi al monitor, e solo se le immagini che vede in esso gli dimostrano che la decisione giusta è un’altra, la adotta e si corregge, ma se non la trova o se non è abbastanza convincente o chiara, rimane quella assunta in precedenza. Sembra una sottigliezza, ma se ci si riflette con un minimo di attenzione, ci si accorge che siamo di fronte a due modi opposti di concepire il mezzo esterno: un aiuto o un capestro. È bene precisare, infatti, che questa procedura viene seguita sia che l’esigenza del controllo nasca all’interno del gruppo arbitrale sia che scaturisca da una richiesta delle panchine.</p>



<p>A questo proposito, mi pare ovvio che, pure nel calcio, queste ‘chiamate’ debbano essere limitate nel numero e mai assolutamente indefinite. Diciamo che una misura equa potrebbe essere quella di due a gara per ogni allenatore con l’ovvia possibilità di spendere questi jolly quando si ritiene più opportuno e nella circostanza che si pensa più favorevole.</p>



<p>Questa limitazione di numero renderà gioco forza necessaria una certa parsimonia nel rivolgersi al VAR e siamo convinti che, dopo le prime mosse dettate dall’inesperienza, nessuno impiegherà una delle due richieste per controllare un corner conteso o una palla più o meno uscita in fallo laterale. Anche perché detto intervento può essere eventualmente chiesto ad azione incriminata appena conclusa e non dopo successivi sviluppi magari negativi. </p>



<p>Sono insomma abbastanza sicuri del fatto che, per esempio, il caso del recente Inter-Fiorentina, in cui i milanesi hanno segnato sugli sviluppi di un corner concesso per errore, si sarebbe verificato in modo analogo anche fosse già in uso il <strong>‘VAR a chiamata’</strong>.</p>



<p>Chiudo il lungo viaggio intorno a questo argomento con un auspicio in generale che può essere anche letto come illiberale: sia consentito agli arbitri la libera valutazione degli episodi, ma sia proibita loro la libera interpretazione delle regole. Essa sarebbe la consacrazione del caos e consentirebbe l’abbraccio soffocante tra torto e ragione.</p>



<p>L’ultima frase la dedico a un’ennesima modifica che ci piacerebbe fosse introdotta. Non sappiamo dire se essa sia costruttiva, estetica o correttiva, ma gradiremmo che anche nel calcio, come nel… macchelodicoaffà…, i giocatori sostituiti potessero rientrare. E quindi… Avanti, siore e siori! Altro giro, altro regalooo&#8230;</p>



<p>*<em>proprio come se mi avessero letto nel pensiero, con questo articolo già scritto ma non ancora pubblicato, l’IFAB ha deciso qualche giorno fa&nbsp; che il portiere non possa trattenere il pallone oltre gli 8”, pena un corner per gli avversari. Non è molto chiaro se il possesso sia da considerare quello tcon le mani o anche con i piedi.</em></p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/03/19/la-giostra-delle-regole-terza-puntata-il-futuro-del-calcio-arrivera-dal-basket.html">La Giostra delle Regole (terza puntata): il futuro del calcio arriverà&#8230; dal basket?</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>La Giostra delle Regole (seconda puntata): tutte le tappe con i principali cambiamenti del gioco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 09:01:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia e sviluppi delle regole del gioco]]></category>
		<category><![CDATA[1863]]></category>
		<category><![CDATA[calci di rigore]]></category>
		<category><![CDATA[fuorigioco]]></category>
		<category><![CDATA[gioco del calcio]]></category>
		<category><![CDATA[goal line technology]]></category>
		<category><![CDATA[international football association board]]></category>
		<category><![CDATA[regolamento]]></category>
		<category><![CDATA[VAR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Foto della versione originale manoscritta delle regole del gioco risalenti al 1863, in esposizione al National Museum a Manchester Compiuto a larghe [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/03/11/la-giostra-delle-regole-seconda-puntata-tutte-le-tappe-con-i-principali-cambiamenti-del-gioco.html">La Giostra delle Regole (seconda puntata): tutte le tappe con i principali cambiamenti del gioco</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Foto della versione originale manoscritta delle regole del gioco risalenti al 1863, in esposizione al National Museum a Manchester</em></p>



<p class="has-drop-cap">Compiuto a larghe ali questo volo sui 160 anni e passa del regolamento del gioco più amato, cercherò adesso di fissare le date più significative di questa evoluzione ancora in corso. Ho diviso l’intero processo in fasi di tendenza prevalente e nella prima, definita costruttiva, si delinea l’impianto logico del gioco e la sua applicabilità universale.</p>



<p>Vediamo alcune delle riforme più importanti e curiose in questo settore. Forse non tutti sanno che già nel <strong>1868</strong>, quasi vent’anni prima della nascita dell’IFAB, si era già sentita la necessità di introdurre i tempi supplementari e che nello stesso anno sono stati definiti con precisione il concetto di gol e di corner. E già che si parla di quest’ultimo, è interessante sapere che solo nel <strong>1924 </strong>sarà concesso di segnare direttamente da calcio d’angolo.</p>



<p>È del <strong>1886</strong> la limitazione data al portiere di usare le mani solo nella propria metà campo, ma solo nel <strong>1913 </strong>gli sarà ulteriormente limitata questa libertà nell’era di rigore, come tutt’oggi.</p>



<p>Altre curiosità: il fuorigioco nasce nel <strong>1887</strong>, ma prevede tre giocatori tra l’attaccante e la linea di porta e solo nel <strong>1924</strong> essi saranno ridotti a due, compreso eventualmente il portiere; il calcio di rigore nasce nel <strong>1891 </strong>e sei anni dopo vengono definite le squadre di 11 giocatori e i 90 minuti di gioco, mentre solo nel <strong>1898</strong>, l’anno successivo, viene delineato il terreno di gioco, terreno che rimarrà comunque sempre con misure piuttosto elastiche.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/will2-1024x1024-1.webp" alt="" class="wp-image-23437" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/will2-1024x1024-1.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/will2-1024x1024-1-300x300.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/will2-1024x1024-1-150x150.webp 150w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/will2-1024x1024-1-768x768.webp 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;irlandese William McCrum, che inventò il rigore nel 1891</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Solo nel <strong>1902 </strong>vengono segnate con gesso o carboncino le linee di metà campo e le aree di rigore e di porta, ma solo nel <strong>1938 </strong>esse saranno ufficialmente approvate dall’IFAB. Anche il <strong>1904 </strong>è un anno importante, non tanto sul piano strettamente relativo al regolamento quanto perché la già esistente FIFA riconosce ufficialmente l’autorità dell’IFAB in competenza appunto di regole, codici e sanzioni e della loro applicazione in ogni angolo del mondo dove si giochi a calcio. In pratica, già ovunque.</p>



<p>Nel periodo successivo, bellico, postbellico, colmo di tensioni razziste e dittatoriali, prebellico e di nuovo in armi, c’è poco tempo, spazio e voglia per filosofeggiare su regole e disciplinari del football e, con la sola eccezione delle già menzionate riforme del <strong>1924</strong>, non succede nulla di interessante. Nel 1937, il grande<strong> Stanley Rous</strong> passa dalla Football Association all’IFAB portando però al regolamento più chiarezza che riforme, la più significativa delle quali, nel 1948, è il disegno del semicerchio sul lato lungo dell’area di rigore a definire il limite oltre il quale devono stare i giocatori in occasione di un penalty. Insomma, niente di che. Bisognerà attendere ben altri 22 anni per apprezzare qualche modifica significativa!</p>



<p>E il <a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/mondiali/mondiale-1970"><strong>1970</strong>, anno dei Mondiali in Messico</a>, segna anche la prima svolta epocale nella storia del regolamento. Il quale, avendo raggiunto una sufficiente, ma mai definitiva, maturità strutturale, necessita ora di qualche tocco che lo renda più interessante, appetibile e spettacolare e che, nel contempo, renda più difficile il ricorso a espedienti noiosi e troppo utilitaristici. Per tutti questi motivi, definiremo questa seconda fase ‘<strong>estetica</strong>’.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="824" height="464" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/caszely-rosso.jpg" alt="" class="wp-image-23438" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/caszely-rosso.jpg 824w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/caszely-rosso-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/caszely-rosso-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 824px) 100vw, 824px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il cileno Carlos Caszely è stato il primo calciatore a ricevere un cartellino rosso: capitò nella partita del Mondiale 1974 Germania Ovest-Cile</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Le prime novità sono proprio del <strong>1970</strong>: cartellini gialli e rossi, calci di rigore dopo supplementari vani e, soprattutto, sostituzioni. La storia evolutiva di queste ultime meriterebbe un lungo capitolo a parte, anche perché la loro introduzione e il loro sviluppo di regolamento ha inciso profondamente, secondo me, nella stessa concezione dello svolgimento della partita e, in ultima analisi, nella Storia del Calcio. Basti pensare che, nel giro di mezzo secolo, si è passati da poter sostituire solo il portiere a cambiare mezza squadra a partita in corso.</p>



<p>Non solo, ma, attraverso vari aggiustamenti, si è passati dall’avere in panchina il sostituto già designato, poi diversi sostituti prefissati, fino all’attuale modo che prevede l’intera rosa della squadra a bordo campo, con la più ampia possibilità di scegliere, di volta in volta, il designato a entrare. Obiettivamente, tutto un altro vivere…</p>



<p>Bisogna poi attendere altri 13 anni per un nuovo piccolo aggiustamento e quello del <strong>1983</strong>, pur rimanendo nel solco estetico, introduce e anticipa il concetto della terza fase che chiameremo ‘<strong>correttiva</strong>’. La ‘regola dei quattro passi’, che costringe il portiere a liberarsi del pallone in fretta obbedisce all’esigenza di limitare la perdita di tempo da parte di squadre in difficoltà, inferiori o in vantaggio.</p>



<p>A parte il fatto che questo dell’atteggiamento sleale sul tempo di gioco è problema tutt’altro che risolto e più che mai dibattuto e attuale ancor oggi, questa regola inaugura una nutrita serie di norme che si dimostreranno solo parzialmente o per nulla efficaci e che avranno vita breve, perché cambiate e migliorate o perché definitivamente abbandonate. Nella fattispecie, quella dei ‘quattro passi’ diventerà nel tempo ‘dei sei secondi’ (<strong>2000</strong>) dopo essersi già evoluta nel divieto di afferrare con le mani un passaggio del compagno (<strong>1992</strong>). Nel frattempo, tornando addirittura ai provvedimenti ‘costruttivi’, a partire dai <a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/mondiali/mondiale-1990">Mondiali nostrani del </a><strong><a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/mondiali/mondiale-1990">1990</a> </strong>si è cominciato a mettere mano a uno dei complicati gangli insiti nella regola del fuorigioco e da allora un giocatore in linea con l’avversario non è più considerato in fallo.</p>



<p>Da quella competizione è stata inoltre inasprita la lotta contro il gioco duro e il gioco sleale, mentre da quella successiva, nel <strong>1994</strong>, oltre a un primo allargamento delle sostituzioni, due più il portiere, si è introdotta la regina delle regole rivelatesi fallimentari: il <strong>Golden Gol</strong>. Il gol cioè che, segnato nei supplementari decretava l’immediata fine della gara, a ovvio vantaggio di chi l’aveva segnato. Che ci fosse qualcosa di contrario allo spirito del gioco era apparso chiaro abbastanza presto, ma ci sono voluti ben otto anni, a dimostrazione della sempre poco apprezzata rigidità autoritaria dell’IFAB, per attenuarla in <strong>Silver Gol</strong> (<strong>2002</strong>).</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Orlandini Golden goal" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/2c36UdO9dEk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Il primo Golden Goal: autore l&#8217;italiano Pierluigi Orlandini. È il 20 aprile 1994 e gli azzurri battono così il Portogallo nella finale degli Europei Under 21</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Questa modifica faceva sì che la gara durasse almeno fino alla fine del supplementare in corso, primo o secondo che fosse. Ma, esattamente come del resto la sua progenitrice, invece di favorire lo spettacolo e il gioco spregiudicato in attacco, aumentava la prudenza delle squadre, vanificando le migliori intenzioni dei promotori. Questa volta l’ente supremo preposto sarebbe stato meno titubante e già nel <strong>2004</strong> il <strong>Silver Goal</strong> è scivolato nel nulla stabilendo il record, imbattuto e imbattibile, di durata breve di un regola del Giuoco del Calcio: due anni scarsi.</p>



<p>Detto che dal <strong>1995 </strong>non ci sono più i soli classici numeri dall’1 all’11, ma ciascun giocatore ha, oltre al proprio numero (dall’1 al 99), anche il nome stampato sul retro della maglia, a beneficio di pubblico e arbitri e che sono del <strong>1998 </strong>l’ammonizione per simulazione e l’espulsione per gioco violento, c’è un provvedimento del <strong>1999 </strong>che, per moltissimi aspetti, risulta propedeutico per ciò che capiterà una ventina d’anni dopo e che capita tuttora.</p>



<p>Mi riferisco ovviamente alla ‘prova televisiva’, quella che consente a posteriori un provvedimento disciplinare per un episodio sfuggito agli arbitri in campo. Il sostantivo incendiario di questa semplice descrizione è, incredibile ma vero, ‘sfuggito’. Facendo mente locale alle diatribe, giornalistiche, dirigenziali o da Bar Sport che fossero di allora, sembra di riecheggiare quelle più o meno analoghe di adesso sul protocollo VAR. Allora erano vivisezioni etimologiche di ‘sfuggito’: non visto? Impossibilitato a, impallato da? Distratto? Derubricato, giudicato erroneamente? E, quindi, si può applicare la prova tv? È un abuso? Un sopruso? È sacrosanto?</p>



<p>E non è forse la stessa cosa, oggi? Quando le domande sono: ‘Ma non poteva andarlo a vedere?’, ‘Se l’arbitro in campo fa segno di aver visto e giudicato tutto, può essere chiamato al monitor?’ ‘Che cosa si intende per “chiaro errore” e quando può essere corretto?’. Sono solo tre delle mille domande lecite che ci si pone, tra etica, filosofia del diritto e invasione tecnologica, nel calcio di oggi e che alimentano, tra l’altro, decine di trasmissioni televisive e radiofoniche che non parlano d’altro e che, per questo motivo, toccano picchi d’ascolto elevatissimi, introitando di conseguenza un sacco di soldi dalla pubblicità.</p>



<p>Ma del mondo complesso del VAR parlerò tra poco, prima cerco di portare a conclusione la storia del regolamento in quanto tale affrontando quindi, saltando il fatidico 2016, quelle più significative tra le recenti modifiche. Esse sono quasi tutte del tipo ‘correttivo’, cioè tendenti ad arginare simulazioni, perdite di tempo e, in ultima analisi, riduzione dello spettacolo. Ecco quindi che non c’è più la palla contesa ed essa rimane a chi l’aveva in possesso prima dell’interruzione (2019), il giocatore sostituito esce dal punto del campo più vicino a lui e non più dalla linea di metà campo (<strong>2019</strong>) e così via.</p>



<p>Quindi nulla di rivoluzionario, mentre lo è molto di più il passaggio dalle tre alle cinque sostituzioni avvenuto nel <strong>2020</strong>, quando i campionati sono ripresi dopo la lunga sosta per il lockdown dovuto alla pandemia del Covid. È appena utile ricordare che quella ripresa dei tornei, a stadi vuoti per legge, contemplava un numero cospicuo di gare di recupero, con intervalli tra un impegno e il successivo di tre giorni, a volta solo due. Per favorire il ripristino di energie ed evitare i traumi, molte federazioni nazionali hanno allora concesso i cinque cambi. Sembrava una norma transitoria, e invece si è notato, certamente a posteriori, che questa concessione poteva far evolvere il gioco sul piano tattico in modo molto interessante e inatteso e così, alla fine, si è deciso di trasformarla in regola definitiva.</p>



<p>Questa è stata l’ultima modifica significativa del grosso faldone del regolamento, anche se altre ce ne sono state dopo, come del resto anche prima del 2020 e non menzionate, ma tutte di importanza marginale o comunque minore. L’unica che val la pena ricordare è l’introduzione di sensori nel pallone e nelle strutture della porta in modo che l’arbitro, dotato di apposita apparecchiatura al polso, possa certificare subito l’assegnazione o meno della marcatura. Applicato già nel 2013, si è trattato di un progresso correttivo molto importante, ma non certo rivoluzionario del gioco.</p>



<p class="has-text-align-right"><strong>2- Continua</strong></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Francia Honduras 3-0: goal-line technology - Autogol del 2-0" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/oWGcSqsiDhA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Francia-Honduras dei Mondiali 2014: la rete di Benzema fu la prima assegnata con la &#8220;Goal Line Technology&#8221;</figcaption></figure>



<p></p>
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		<title>La Giostra delle Regole (prima puntata): tra rivoluzioni regolamentari e rivoluzioni mediatiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia e sviluppi delle regole del gioco]]></category>
		<category><![CDATA[1863]]></category>
		<category><![CDATA[gioco del calcio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: disegno di una partita di calcio agli albori Interrogarsi ai più vari livelli sul Regolamento del Giuoco del Calcio, se non è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/03/03/la-giostra-delle-regole-prima-puntata-tra-rivoluzioni-regolamentari-e-rivoluzioni-mediatiche.html">La Giostra delle Regole (prima puntata): tra rivoluzioni regolamentari e rivoluzioni mediatiche</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: disegno di una partita di calcio agli albori</em></p>



<p class="has-drop-cap">Interrogarsi ai più vari livelli sul <strong>Regolamento del Giuoco del Calcio</strong>, se non è proprio una prassi quotidiana, non è certo un avvenimento così poco frequente, visto il rincorrersi continuo di polemiche e controversie su questo o quell’aspetto, su questo o quell’episodio. Per di più, da quando è stata introdotta in quel mondo una macchina salvifica ma infernale come il VAR nel 2016, i quesiti e le richieste di correzioni sono di molto aumentate, addirittura raddoppiate. </p>



<p>Oltre infatti all’insieme di articoli, revisionati peraltro ogni santissimo anno dal 1886 dall’<strong>International Football Association Board</strong> (IFAB), adesso gli addetti ai lavori e gli appassionati devono fare i conti con le possibili, auspicabili o temute modifiche di quello relativo appunto al VAR, il famigerato Protocollo. Che non è un foglio per compiti in classe, ma un insieme di disposizioni e dettami, non vere e proprie regole, da seguire per disciplinare le modalità d’uso di questo prezioso e odiato apparecchio tecnologico.</p>



<p>Quest’ultimo insieme di questioni, come ben sanno i nostri lettori, ha implicazioni molto complesse, rese ancor ingarbugliate dal fatto che, dopo nove anni di utilizzo, si ha la sensazione, difficile da poter essere smentita, di trovarsi ancora in una fase sperimentale</p>



<p>Ma prima di avvicinarmi al VAR, la cui nascita ho tentato di storicizzare in una serie di capitoli specifici sull’argomento (leggi <a href="https://gameofgoals.it/category/all-time-e-rubriche/rubriche/un-salto-al-var">qui </a>il filone &#8220;Un salto al VAR&#8221;), è opportuno tentare di fare un minimo di chiarezza sulla Storia del Regolamento principale e delle sue successive modificazioni, quasi tutte definitive e qualcuna invece di vita breve o brevissima.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="384" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/IAFB-1024x384.png" alt="" class="wp-image-23427" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/IAFB-1024x384.png 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/IAFB-300x113.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/IAFB-768x288.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/IAFB.png 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Estratto del regolamento del gioco, 1886 [https://gottfriedfuchs.blogspot.com]</figcaption></figure>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Una storia in &#8220;quattro fasi&#8221;</h2>



<p></p>



<p>Conviene, in questo senso, dividere tale processo in quattro fasi piuttosto distinte ma che non si escludono mai a vicenda. </p>



<p>La <strong><em>prima fase</em></strong>, che parte dal 1886, ha ovviamente lo scopo di delineare e uniformare le regole generali e di rendere il gioco uguale dal punto di vista del suo corretto svolgimento in ogni luogo venga praticato. È proprio la IFAB a redigere il primo documento ufficiale con tali contenuti, anche se pesca a piene mani in un altro testo, il famoso <strong>Codice Cambridge</strong> che la <strong>Football Association</strong> pubblica nel 1863, 23 anni prima. In questo codice, di chiara impronta studentesca e universitaria, si fa già menzione di qualche elemento cardine dello spirito del calcio, come la durata della partita, la possibilità data solo a un giocatore per squadra, il portiere, di toccare con le mani il pallone e, di conseguenza, il fallo di mano per tutti gli altri.</p>



<p>Da queste prime informazioni, si evince quindi che il calcio come lo intendiamo tuttora nasce 165 anni fa in Inghilterra e che, circa 25 anni dopo, ha già toccato una tale popolarità e diffusione in Europa e non solo, che si sente l’esigenza di trasformare quell’attività divertente e appassionante in un vero e proprio sport dotato di un disciplinare uniforme, consultabile e, soprattutto, applicabile a ogni evento. Infatti, tutta la lunga prima parte del susseguirsi di modifiche e aggiustamenti delle regole, come abbiamo visto, obbedisce all’esigenza di intelligibilità in senso razionale del gioco, cercando di esaltare i valori di lealtà e ovviamente di sportività.</p>



<p>Questa fase, che possiamo definire anche di ‘<strong>costruzione</strong>’ del calcio durerà addirittura fino al 1970, quando le esigenze alla base delle modifiche diventano altre e molteplici: dalla ricerca dello spettacolo al freno al gioco duro o violento, dallo stimolo alla ricerca della vittoria alla lotta contro la perdita di tempo.</p>



<p>E qui mi sia permessa una digressione apparentemente fuori tema. Il diffondersi del mezzo televisivo cambia la storia e anche quella del calcio, delle sue regole, del suo rapporto con il pubblico e del modo di raccontarlo. Ci sono figure di campioni del rettangolo verde che appartengono alla penna, alla letteratura, altre che sono radiofoniche e altre, queste contemporanee, televisive o perfino cinematografiche, senza però che sia mai presente alcuna finzione.</p>



<p>Quella che è quindi cambiata nei decenni di un secolo e più è stata la percezione, che ha relegato l’immaginazione in una posizione sempre più superflua. Si è passati dal bere le parole scritte del pallone ad ascoltare fiduciosi una narrazione epica che colorava azioni e boati fino a seguire commenti di immagini chiare e che suggeriscono opinioni, ma anche giudizi. </p>



<p>Anche la stampa sportiva ha seguito o subito tale evoluzione, perché un cosa è stimolare una fantasia senza possibili riscontri, altra è spiegare o approfondire ciò che è stato già sentito e altra, infine, è addentrarsi, prendendo magari posizione, in un groviglio di gusti e opinioni diverse, tutte comunque suffragati da immagini. Immagini che, nel modo di fruire d’oggi, diventano fatti. Tenterò, tanto per giocare, di indicare per ognuna di queste tre epoche un campione di calcio e di giornalismo scritto.</p>



<p>Per lo sport, dico <strong>Andrade</strong>, <strong>Meazza </strong>e <strong>Messi</strong>, con <strong>Pelé </strong>che fluttua tra radio e tv prima del satellite, mentre per la stampa, almeno italiana, nomino rispettivamente<strong> Emilio Colombo</strong>, <strong>Bruno Raschi</strong> e <strong>Gianni Brera</strong>, ed è molto curioso il fatto che tutti e tre questi giganti con la penna in mano fossero più appassionati di ciclismo che di calcio. Potenza dell’Epica! Sta di fatto che, a livello di percezione di massa, il gusto per la ricerca estetica ha progressivamente lasciato lo scettro alla rivendicazione, allo strepito per il torto subito, dando quindi un impulso alle varie riforme del Regolamento esattamente in questo senso.</p>



<p>Ora, tornando proprio al suddetto regolamento, è bene precisare meglio che <em><strong>questa seconda fase</strong></em> non esaurisce la prima, non la manda in soffitta, ma diventa solo preponderante, specialmente perché il pubblico che segue l’evento calcistico si è nel frattempo moltiplicato a dismisura a causa della televisione e diventa appunto sempre più critico ed esigente. E questo mezzo mediatico, con la tecnologia capace di far vedere ogni minimo particolare e di misurare ogni più piccola distanza, ha creato la necessità che ha messo in moto la<strong><em> terza fase di modifiche</em></strong>: la riduzione dell’errore del giudice di gara.</p>



<p>Questo fatto genera una marea di tentativi ‘umani’ per ovviare al problema, ma senza risultati apprezzabili, finché, nel 2016, si è inaugurata <strong><em>una quarta fase</em></strong>, tuttora in pieno corso, con la già ricordata introduzione di un’alta tecnologia computerizzata, il VAR. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="329" height="510" data-id="23429" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/Andrade_urug.jpg" alt="" class="wp-image-23429" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/Andrade_urug.jpg 329w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/Andrade_urug-194x300.jpg 194w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;uruguaiano José Leandro Andrade, una delle prime stelle universali del calcio AFP PHOTO</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="285" height="213" data-id="23431" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/02/GianniBrera.jpg" alt="" class="wp-image-23431" /><figcaption class="wp-element-caption">Gianni Brera, giornalista italiano che ha coniato molti neologismi calcistici</figcaption></figure>
</figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Alcune considerazioni preliminari</h2>



<p></p>



<p>Un paio di considerazioni sono necessarie al riguardo.</p>



<p>La prima è che la gestazione del VAR è durata dieci anni, dal giorno in cui <strong>Zidane </strong>diede una testata in pieno petto a <strong>Materazzi </strong>sotto gli occhi del mondo intero, compresi gli spettatori allo stadio dotato di maxischermi. <br>Tutti videro, tranne i quattro arbitri in campo. Come si è spiegato nel pezzo dedicato di cui già si è detto <a href="https://gameofgoals.it/2022/11/09/un-salto-al-var-seconda-parte-la-testata-di-zidane.html">qui</a>, il francese non era tecnicamente sanzionabile, ma per ovviare all’increscioso inconveniente e alla pessima figura dei direttori di gara, ci si inventò sui due piedi che il ‘quarto uomo’ aveva in qualche modo visto la grave scorrettezza. </p>



<p>In realtà si controllarono, in modo obiettivamente e indiscutibilmente non lecito, le immagini appena trasmesse e appunto viste dall’universo in diretta. Ma, ribadisco, dovranno passare dieci anni perché, con qualche limitazione che vedremo, venga introdotto il VAR. Il quale, in teoria, rimane uno strumento d’aiuto per l’arbitro, ma che di fatto, e con le mille complicazioni di cui mi accingo a trattare, pur riducendo le obiettive ingiustizie, ha finito per abbassare di molto il livello tecnico e di preparazione &#8216;giuridica&#8217; degli arbitri stessi. Decretando inoltre, in modo assai discutibile, la supremazia dell’occhio tecnologico su quello umano in tutti i casi, compresi quelli in cui il giudizio è soggettivo e non obiettivo.</p>



<p>La seconda considerazione è che ciò che ho definito <em><strong>‘quarta fase’</strong></em>, riguardante esclusivamente le modalità d’uso, di consultazione, di richiamo e di accesso a questa macchina che doveva azzerare le discussioni polemiche e che invece le moltiplica a dismisura, coincide con il famoso Protocollo che fa ammattire ogni domenica (e pure qualche mercoledì…) arbitri, atleti, allenatori, dirigenti, giornalisti e tifosi. E che, ma ne parleremo nell’ultima parte di questa disamina, crea di nuovo spinte verso modifiche, chiarimenti, aggiustamenti e messe a fuoco.</p>



<p class="has-text-align-right"><strong>1 &#8211; Continua</strong></p>



<p><br>	<br><br></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/03/03/la-giostra-delle-regole-prima-puntata-tra-rivoluzioni-regolamentari-e-rivoluzioni-mediatiche.html">La Giostra delle Regole (prima puntata): tra rivoluzioni regolamentari e rivoluzioni mediatiche</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Omar Enrique Sívori: eroe a cavallo, faccia sporca, capelli al vento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
		<category><![CDATA[1957]]></category>
		<category><![CDATA[angeli dalla faccia sporca]]></category>
		<category><![CDATA[Angelillo]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
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		<category><![CDATA[juventus]]></category>
		<category><![CDATA[maschio]]></category>
		<category><![CDATA[omar enrique sivori]]></category>
		<category><![CDATA[pallone d'oro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esattamente cent’anni dopo il primo, un altro Eroe dei dei due mondi apparve sulla scena, direttamente sul proscenio, a scuotere coscienza e fantasia degli italiani, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/01/31/omar-enrique-sivori-eroe-a-cavallo-faccia-sporca-capelli-al-vento.html">Omar Enrique Sívori: eroe a cavallo, faccia sporca, capelli al vento</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Esattamente cent’anni dopo il primo, un altro <em>Eroe dei dei due mondi </em>apparve sulla scena, direttamente sul proscenio, a scuotere coscienza e fantasia degli italiani, adesso uniti sotto un’unica bandiera e già calciofili. Quello, a cavallo, imprendibile e inseguito da nemici, avventuroso e avventuriero, drammaticamente vittorioso e tristemente obbediente, conquistatore di giustizie e di cuori, inviso ai politici e rivoluzionario dolce al servizio degli oppressi, ovunque fossero. Anche nell’altro emisfero. Questo a piedi e quasi scalzo, scaltro e sfuggente, imprendibile e inseguito dagli avversari, vittorioso e irridente, gaucho e selvaggio con le pampas negli occhi e un portiere tra sé e la gloria, conquistatore di Trofei e cuori, inviso ai benpensanti, ma rivoluzionario dolce al servizio… dei potenti. Fossero anche in questo emisfero, ricchi e fabbricanti di automobili.</p>



<p>Garibaldi e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2016/05/13/1962-quarti-spareggio-real-madrid-juventus-3-1.html">Sívori</a></strong>, due anime guardinghe e girovaghe, osannate per motivi molto simili ma che più difformi non potrebbero essere al di qua e al di là dell’oceano, avrebbero in realtà moltissimi altri elementi in comune, dalla folta capigliatura leggermente fuori moda al rapporto particolare con la città di Torino, polo refrattario per Giuseppe quanto attrattivo per Omar. Forse è bene però tralasciare le gesta eroiche di uno dei &#8220;Padri della Patria&#8221; e focalizzare queste brevi considerazioni su uno dei giocatori migliori e più discussi che l’inesauribile scuola argentina abbia regalato al calcio italiano.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="620" height="563" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/sivori.png" alt="" class="wp-image-22905" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/sivori.png 620w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/sivori-300x272.png 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sivori con il Pallone d&#8217;oro</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>Omar Enrique Sívori </strong>arrivò alla corte degli Agnelli e della Juve nell’estate del ’57, poco prima di compiere 22 anni ma, nonostante l’età verdissima, non si può certo sostenere che quello dei bianconeri fosse una scommessa, un investimento solo in prospettiva. <em>El Cabezon</em>, chioma e proporzione tra testa e corpo spiegano a sufficienza l’epiteto, sbarcò qui infatti da giocatore affermato, quasi da stella già molto brillante. Così come i connazionali <strong>Angelillo</strong>, destinato all’Inter, e <strong>Maschio</strong>, accasatosi a Bologna. Erano tre dei famosi cinque <em>Angeli dalla faccia sporca</em>, gli altri due erano <strong>Corbatta </strong>e <strong>Cruz</strong>, che formavano la prima linea della Albiceleste argentina che vinse la Coppa América del 1957.</p>



<p>Era un’Italia, quella degli anni ’50, che faticava a uscire da un dopoguerra ancora cupo e la valvola di sfogo delle tenzoni domenicali era talmente compressa che bastava un cerino anche umido e un debole vento per infiammare animi, cuori, bandiere e trombette rubate all’auto. La passione del calcio era una guerra buona, quasi scherzosa, alla vigilia, ancora per fortuna un po’ lontana, di diventare seria, tremendamente seria. La difesa della propria porta era quella della casa, della famiglia inviolabile, il gol era la conquista, la rivalsa, la gloria. Ma i calciatori però parevano soldati, molto lo erano davvero, e le formazioni in campo truppe schierate. C’era insomma, nel lessico, nel linguaggio dei commenti e perfino nella ricostruzione plastica o fantastica delle partite, perfino nei toni dei radiocronisti qualcosa di ancora troppo bellico. L’arrivo dei tre angeli abbronzati, specialmente quello di <strong>Sívori</strong>, agì quasi da interruttore di libera espressione, da sipario per un cambio di scena. Era l’ingresso in scena della trasgressione, sia pur timida e ingenua.</p>



<p>Un uomo piccolo e furente, già vincente come detto al suo paese, con movenze leggermente effeminate come lo saranno quelle di <strong>Diego</strong> <strong>Armando</strong>, venuto&nbsp; a sconvolgere certezze e a rovesciare i tavoli dell’equilibrio. Non che la Juventus non fosse fortissima e vincente anche prima, ma non c’è dubbio alcuno sul fatto che <strong>Omar Sívori</strong>, liberatosi di <strong>Angelillo </strong>e <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/10/28/intercontinentale-1967-spareggio-racing-avellaneda-celtic-glasgow-1-0.html">Maschio </a></strong>e sostituiti con <strong>Charles </strong>e <strong>Boniperti</strong>, abbia cambiato definitivamente pelle al mondo bianconero e, probabilmente, a tutto il calcio italiano.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/angeli-1024x576.png" alt="" class="wp-image-22909" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/angeli-1024x576.png 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/angeli-300x169.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/angeli-768x432.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/angeli.png 1156w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Maschio, Angelillo e Sivori: tre dei cinque &#8220;Angeli dalla faccia sporca&#8221;. Gli altri due erano Cruz e Corbatta. Fu la linea d&#8217;attacco famosissima con cui l&#8217;Argentina vinse la Coppa América 1957</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Come c’è riuscito? Quali le sue armi? Qui la risposta e le analisi si fanno complesse. Non tanto per la difficoltà a individuarle: sono principalmente tre e dopo ne parleremo, quanto per il fatto che queste attitudini, queste doti sono state anche le sue fissazioni, anche se può sembrare assurdo, i suoi limiti e, in sostanza, la ragione per cui la sua carriera è stata meno fulgida di quello che avrebbe potuto e dovuto essere. Tanto che la considerazione postuma di lui lo pone molto al di sotto del suo obiettivo valore assoluto. &nbsp;</p>



<p>Tre tratti appunto che, attorno a quel fascio di nervi e muscoli compatto e strafottente, calzini arrotolati e maglietta di due misure superiore, ne hanno fatto il simbolo vincente e un po’ surreale della vittoria larga, contro tutto e contro tutti, &nbsp;irridendo oltremisura gli sconfitti come per una vendetta covata da sempre. Sivori è stato il re del dribbling, l’imperatore del tunnel e il dominatore del gol. Per lui giocare era soprattutto superare l’avversario diretto e il gesto tecnico di fargli passare il pallone in mezzo alle gambe era per lui il segno del trionfo. E siccome la misura e la moderazione gli erano sconosciute, anzi lo infastidivano, ne eccedeva spesso fino al parossismo.</p>



<p>Certo non si faceva troppi amici tra i difensori avversari, ma questo sembrava non importargli granché e comunque, anche se il tunnel non appariva allora così offensivo e inaccettabile come oggi, qualche calcione sugli stinchi nudi in risposta lo ha ricevuto, eccome! Quando capitava ciò, si scatenava il secondo tratto del giovane Sivori che non gli ha giovato a carriera e reputazione: l’isteria. Una recita, tipica di quella sindrome, non tanto per fingere quanto per enfatizzare o, comunque, per protestare. Ecco allora l’angelo perseguitato, il bambino incompreso, la vittima incatenata che si ribella, che scalcia e che trasforma, istericamente appunto, la spesso presunta ingiustizia subita in una sceneggiata tragicomica e melodrammatica.</p>



<p>Eppure, la Juve di quegli anni, a cavallo tra i cinquanta e i sessanta, è stata molto vincente e quasi imbattibile, soprattutto per merito dei gol proprio di Sivori che, dopo aver vinto tre campionati in Argentina con il River Plate, il primo neanche a vent’anni, ne vinse altri tre in bianconero. L’ultimo fu nel 1961, un anno che sarebbe stato un vero spartiacque nella vita e nella carriera del funambolo gaucho e, per certi versi, anche della Juventus.</p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Dicono che ogni epoca ha i suoi assi. Un asso chiamato Sivori non è di un&#8217;epoca o di un&#8217;altra. Il tunnel che egli inventò sventrava le montagne dei cuori umani nel senso del divertimento massimo che trasmetteva con le sue imprese che volevano essere ridanciane ma forse erano disperate.</em></p>



<p>Vladimiro Caminiti</p>
</blockquote>



<p>1961, centenario dell’Unità d’Italia, fu l’anno in cui la gloria di Giuseppe Garibaldi, centrattacco capelli al vento e volto barbuto del tridente con Mazzini e Cavour, raggiunse il suo apice. Le piazze e i Circoli in suo nome si moltiplicavano a dismisure, migliaia di neonati maschi si chiameranno come lui e le femmine Anita, la sua sposa pasionaria che morì sul Po. È il tripudio che incollò ancor di più, ma mai ahimè definitivamente, il meridione al resto del paese, e chissenefrega, almeno quest’anno, di Teano… Ma il 1961, anche plasticamente, è anno strano, numero unico. Se lo capovolgi da sotto in su rimane uguale. E per l’altro ‘eroe dei due mondi’ sarà incredibilmente proprio così. Vinse un altro scudetto, ma a soli 27 anni sarà il suo ultimo, cedette alle lusinghe della Federazione e, in virtù di un nonno ligure e di una madre abruzzese, divenne italiano arruolabile in azzurro, proiettando la sua popolarità italica allo zenith, ma facendo crollare quella in Argentina, dove si sentirono traditi, ai minimi livelli.</p>



<p>Oggi sarebbe impossibile convocare in Nazionale un giocatore che abbia già difeso altri colori, ma quelli erano anni ruggenti, l’attesa per i prossimi Mondiali in Cile quasi febbrile, la rosa degli azzurrabili nati qui ricca ma non profumatissima, ed ecco quindi, oltre a ricerche affannose di antenati italici (ci sarebbe stato anche un tentativo per far passare da molisana una nonna di <strong>Jair</strong>..!), la concessione della deroga sportiva elargita senza andar tanto per il sottile. E, oltre a <strong>Sormani</strong>, <strong>Altafini</strong>, <strong>Montuori </strong>e altri, anche <strong>Humberto Maschio </strong>e <strong>Antonio Valentin Angelillo</strong>, i già citati <em>Angeli dalla faccia sporca</em>, furono naturalizzati (sostantivo orrendo…) italiani con una bella pietra sul passato di molti di loro. Del resto, se proprio vogliamo dirla tutta, in questo favoloso 1961 anniversario di gloria, testimone di gesta calcistiche trionfali e vigilia di sicuro splendore, non celebriamo forse chi ha rischiato la pelle per difendere i deboli e i vessati in Uruguay, ma pure in Brasile e Argentina? Se Garibaldi ha moglie e primogenito brasiliani e l’altro figlio uruguagio, possibile che questi giovani atleti che portano il cognome dei nostri vicini di casa non siano dei nostri? Beata globalizzazione! Ma dovremo aspettare più di mezzo secolo…</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="630" height="315" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/154112651-3cd60b2b-5761-4065-85b4-02f97de3c964.jpg" alt="" class="wp-image-22911" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/154112651-3cd60b2b-5761-4065-85b4-02f97de3c964.jpg 630w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/01/154112651-3cd60b2b-5761-4065-85b4-02f97de3c964-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /><figcaption class="wp-element-caption">Charles, Sivori e Boniperti: magico tridente d&#8217;attacco della Juventus tra la fine degli anni &#8217;50 e i primi anni &#8217;60</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Tornando al nostro Omar e al suo incredibile 1961, c’è un ultimo episodio emblematico del suo modo di essere, di vivere e di concepire il calcio e il suo rapporto con la felicità del gol. Della sua maniacale ricerca, esattamente come quella del dribbling come atto di superiorità. Abbiamo già detto che lo scudetto 1960/61 lo vinsero i bianconeri e abbiamo già raccontato in altro pezzo le circostanze molto particolari legate alla battute finali di quel campionato: partita rinviata a Torino, 0-2 per l’Inter poi revocato eccetera. &nbsp;L’atto veramente conclusivo di quella stagione si svolse il 10 giugno 1961 e di fronte si trovarono la Juventus appena laureata matematicamente Campione d’Italia e una formazione giovanile dell’Inter, così schierata da <strong>Moratti </strong>padre e HH in segno di sdegnata protesta.</p>



<p>I torinesi, schierati nell’assetto migliore, non ebbero alcun atteggiamento di leggerezza verso i ragazzini avversari e si imposero impietosamente per 9-1. Un’umiliazione assurda quanto fuori luogo, resa ancora più sportivamente fastidiosa dall’atteggiamento proprio del <em>Cabezon </em>che fece di tutto per impossessarsi anche del titolo di capocannoniere del torneo. Gli servivano otto gol per raggiungere il sampdoriano Brighenti in cima alla classifica, nove per superarlo. Si fermò a sei, strepitando da par suo per un rigore non concesso e per una rete annullata per fuorigioco.</p>



<p>Un’esibizione muscolare, e finita non benissimo, obiettivamente imbarazzante per un atleta di quel livello, ma che descrive in modo esemplare grandezza possibile e limiti reali del personaggio. Dopo quell’episodio, che per nemesi coincise con l’esordio e il primo gol in Serie A di un diciottenne <strong>Sandrino Mazzola</strong>, la Juventus imboccò una strada impervia che la condusse a vincere un solo Campionato nel decennio appena iniziato e, in parallelo, anche per Sivori iniziò, come detto, una parabola discendente, in bianconero e non solo. Parabola che lo portò prima a trasferirsi sotto il Vesuvio e poi, a soli 33 anni, ad appendere le scarpette al più fatidico dei chiodi. Prima di lasciare quell’incredibile e fatidica annata, il ’61, è giusto ricordare che essa si concluse con l’assegnazione del Pallone d’Oro proprio a lui, novello italiano ed europeo, dal momento che allora il premio era riservato solo ai calciatori del nostro continente. Ma è anche doveroso e curioso notare che fino a quando Sivori è stato un calciatore argentino, egli ha mietuto successi a ripetizione mentre, una volta divenuto italiano, non ha più vinto nulla. Infatti, anche il prestigioso titolo coniato da France Football, più che una vittoria, è un riconoscimento.</p>



<p>Il suo trasferimento a Napoli nel ’65 fu un nuovo cambio di cittadinanza, il tradimento inaspettato di una bandiera non ammainabile in casa Savoia (o <strong>Agnelli</strong>, non cambia molto…) e di un approdo entusiasmante a casa Borbone (o Lauro, è uguale…). Insomma, dal Sudamerica allo Stivale, da Torino a Napoli! Ma, allora, è proprio Garibaldi! Il suo apporto ai partenopei è funzionale a scatenare un entusiasmo viscerale che da allora, pur con fasi un po’ di stanca, a quelle latitudini deve ancora scemare. E il suo gemello <strong>Altafini</strong>, transfuga dalla Milano rossonera, l’esterno <strong>Faustinho Canè </strong>e l’allenatore <strong>Bruno Pesaola</strong>, il grande <em>Petisso</em>, portarono definitivamente il Sudamerica a Margellina e il Napoli azzurro a fare il solletico da vicino alle grandi. Sivori è un’anticipazione, quasi perfino fisica, di <strong>Maradona</strong>, anche lui di spalla carioca, <strong>Careca</strong>, e condotto in panca da quell’<strong>Ottavio Bianchi </strong>che del Napoli anni ’60 era stato il mediano metronomo.</p>



<p>In conclusione, possiamo sostenere che <strong>Omar Sívori</strong>, uno dei giocatori più amati della Storia del Calcio italiano, ha vissuto tutta una carriera in dribbling alla ricerca del tunnel e che per questo forse ha ottenuto molto meno di quello che avrebbe potuto. È stato, per usare un ossimoro, un <em>resultadista </em>con il vizio del gioco o, se si vuole, un giochista troppo amante degli effetti. Certo è che, ovunque sia stato, ha lasciato un segno indelebile e ha inventato, sia a Torino che a Napoli, l’epopea della numero 10. Un’epopea che ha visto sfilare attori immensi al Comunale e al Partenope, al Delle Alpi e al San Paolo, in attesa di vederne altri all’Allianz e al Maradona. E magari, perché no?, anche altrove.</p>



<p>Grazie, Garibaldi con i calzettoni abbassati e senza parastinchi. Grazie, <em>Omar a cavallo</em>, faccia sporca, mantello e capelli al vento!</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Omar Sivori, El Cabezón [Goals &amp; Skills]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/nkJpcq4lILg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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