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Luis Miramontes Suárez: un luminoso fratello del mondo

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Luis Suárez è stato mio padre. Non avevo ancora otto anni quando arrivò in nerazzurro questo spagnolo accigliato che aveva appena vinto un Pallone d’oro giocando da mezzala nel Barcellona. Io ero appassionato di calcio già da tempo, ma ero interista da poco. Mi ero trasferito sul Naviglio di Moratti e il Mago dalla Mole bianconera da quando, pochi mesi prima, la Juve di Charles, Sivori e Boniperti, fino allora miei idoli intoccabili, sottrasse all’Inter lo Scudetto con un trucco del Regolamento, un trucchetto che a me parve subito un’ingiustizia, un sopruso inaccettabile. Da allora, da quella assurda decisione di far ripetere una gara che, non giocata a Torino per un’invasione di campo sia pur pacifica, provo rancore anche odioso per ogni tipo di ingiustizia, soprattutto per quelle che i potenti e i prepotenti infliggono ai più deboli e agli sprovveduti o sprovvisti di qualche salvacondotto più che sospetto.

Non ci pensò un attimo il mio cuore, prima ancora della mia testolina, a colorare di azzurro la striscia verticale bianca accanto a quella nera, e mi ritrovai subito a tifare per quegli sconfitti al tavolo dei padroni del giocattolo. L’esordio non fu dei più felici dal punto di vista del risultato, ma in qualche modo suggellò e sigillò la mia passione eterna verso colori da cui non riesco, non posso e non voglio separarmi. Ero già interista quando si ripeté, a campionato già terminato, quella famosa gara sospesa e la Juve, in formazione tipo, si impose per 9-1 sulla mia Inter che per protesta, sacrosanta quanto inascoltata, schierò la squadra Juniores in cui sgambettava Sandro Mazzola, mio zio. Fu, e lo è ancora, una della pagine più vergognose del calcio italiano. Basti pensare che Omar Sívori con i sei gol segnati a bambini in quella sfida surreale, riuscì a sottrarre a Brighenti del Padova il titolo di capocannoniere nella più tipica forma dei trionfi estorti. Nel frattempo, io, interista da pochi giorni, avevo già assaporato con qualche lacrimuccia l’immenso orgoglio di esserlo.

E adesso, poco tempo dopo, dalla scaletta dell’aereo alla Malpensa, scendeva serio e fiero uno che mostrava già nello sguardo nero e veloce di saperla lunga, di sapere come si fa. Eccomi, seguitemi, sembrava dire con quel suo silenzio spiccio e sicuro. Più che un Dottore che guarisce, sembrava proprio mio padre tornato da lontano a dirmi di non piangere perché adesso c’era lui, perché adesso cambiava tutta la musica. La mia Inter, con Suárez in mezzo al campo, diventò in poco tempo fortissima e tutte le volte che la vedevo giocare in televisione, poche a dire il vero, quello che correva ritto come un fuso e con il petto in fuori mi sembrava un asso infallibile. Mi dava sicurezza, come un padre appunto: non solo mio, ma di tutti gli altri che giocavano con lui, con la maglia girocollo a strisce nere e azzurre o con quella bianca e le due bande dei nostri colori che la attraversavano in diagonale come una ferita orgogliosa.

Luis Suárez ed Helenio Herrera

Io abitavo a Mantova e in quegli anni non sono mai stato a San Siro, ma per fortuna quel periodo coincise con quello d’oro della squadra virgiliana e così potevo vedere i miei beniamini, almeno una volta all’anno, quando si giocava Mantova-Inter al Martelli. Erano anni di radiocronache e di differite, di brevi sintesi alla Domenica Sportiva e di pochissime dirette: giusto la Nazionale e la Coppa dei Campioni. Le leggende e le esagerazioni in ogni direzione si sprecavano e per i più giovani di noi, ma non solo, le voci al transistor a alla radio del nonno, matrona di verità presunta, erano fonti di sogni e di ansie. Alle mie orecchie, già avvezze ai voli pindarici e rauchi di Sandro Ciotti e alla puntualità un po’ canonica di Enrico Ameri, bastava sentire il nome di Luisito Suárez per tranquillizzarmi. C’era lui, prima o poi segniamo, rimontiamo, vinciamo! Devo dire che anche l’Inter di Helenio Herrera, come tutte le edizioni precedenti e successive, era alquanto pazza e la sua incostanza ne aveva già fatto un marchio indelebile. Nemmeno il mio papà burbero e preciso riusciva a evitare di passare, nel giro di pochi giorni, da una vittoria a Belgrado, a Madrid o al Comunale di Torino a una sconfitta in casa con il Lecco o il Padova o un risicato 0-0 interno con il Venezia.

Ma le leggende hanno i loro tempi di lievitazione, i loro echi e i loro profumi e l’Inter del Mago non sfuggiva alle regole. Assomigliava a una fuoriserie sfuggita alla scuderia Fiat, una fuoriserie a vela spiegata, ma inspiegabile, con il timone affidato a un oscuro terzino livornese di carriera spallina e trasformato, da HH appunto, nel sovrano di comando difensivo, mentre a studiare vento e rotte, trame e incarichi d’equipaggio non poteva che esserci lui: questa mezzala galiziana di vocazione catalana, e comunque antimadridista, che aveva uno strano nomignolo lusitano e la luce dell’ironia negli occhi. Si ritrovò regista e navigatore, rallentando le gambe e velocizzando il cervello.

Picchi e Suárez sono il nero e l’azzurro della grande Inter, mentre l’oro delle stelle evocate già nel 1908 da Maggiani la sera di fondazione lo ha forse indossato quel Sandrino Mazzola, autore del gol dell’orgoglio di fronte alla più ingiusta delle tracotanze.
Vinsero ogni cosa, sorrisero assieme ai Sarti, ai Corso, ai Jair, perfino ai Bicicli e agli altri rendendo, il mio papà calcistico e questi indimenticabili zii, indissolubile l’aggettivo Grande con il nome Inter.
Oggi Luis Suárez ci ha lasciato, diventando per sempre uno tra i più Luminosi Fratelli del Mondo.
Ciao, papà Luisito, grazie di tutto.


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