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	<title>bela guttmann Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Hakoah Vienna: dal dopoguerra ai giorni nostri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jo Araf]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Oct 2023 12:41:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hakoah Vienna: una storia d'altri tempi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: la squadra del Maccabi Vienna, erede calcistico del vecchio Hakoah, che gioca nelle divisioni inferiori del calcio austriaco Anche l’Hakoah non esisteva [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/10/14/hakoah-vienna-dal-dopoguerra-ai-giorni-nostri.html">Hakoah Vienna: dal dopoguerra ai giorni nostri</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: la squadra del Maccabi Vienna, erede calcistico del vecchio Hakoah, che gioca nelle divisioni inferiori del calcio austriaco</em></p>



<p class="has-drop-cap">Anche l’Hakoah non esisteva più: il match di Coppa d’Austria contro il Simmering fu cancellato e la formazione bianco-azzurra venne menzionata per l’ultima volta da Sport Tagblatt, la principale testata sportiva austriaca, il 13 marzo 1938, soltanto 24 ore dopo l’entrata di <strong>Hitler</strong> a Vienna. La conseguenza fu l’estromissione dal campionato austriaco, che avvenne con una peculiarità: solitamente, quando nel corso di un campionato una squadra si ritirava o cessava di competere a causa di problemi finanziari o di qualunque altra natura, tutte le partite seguenti venivano date perse a tavolino per 3-0. Nel caso dell’Hakoah ciò non accadde: non fu più nominata, dato che qualsiasi ricordo legato ad essa doveva essere spazzato via. Il terreno sul quale sorgeva il campo della formazione ebraica fu riconvertito in baracche al servizio della Wehrmacht.&nbsp;</p>



<p>Il giorno dopo il discorso di <strong>Hitler</strong>, i vertici dell’Hakoah si erano riuniti al Ring Café – la caffetteria in cui prima che morisse era solito recarsi <strong>Hugo Meisl</strong> – per discutere della situazione. Una situazione palesemente precaria, tanto è vero che ben presto negli uffici dell’Hakoah e di tutte le società sportive che annoveravano giocatori, dipendenti e dirigenti ebrei arrivarono lettere che intimavano l’allontanamento immediato dei propri tesserati. Ciò significava che fuggire era ancora possibile.&nbsp;Gli atleti dell’Hakoah furono relativamente fortunati: le sfiancanti tournée estere che nel corso degli anni avevano permesso al club di imporsi agli occhi del mondo iniziavano a sortire un altro effetto positivo. Giocatori e dirigenti erano entrati a contatto con le comunità ebraiche di diversi Paesi e tali legami in alcuni casi facilitarono la fuga dall’orco nazista.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/bookA_Page_143_Image_0002.jpg" alt="" class="wp-image-15690" width="324" height="462" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/bookA_Page_143_Image_0002.jpg 230w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/bookA_Page_143_Image_0002-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 324px) 100vw, 324px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giocatori dell&#8217;Hakoah Vienna</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Non appena si manifestarono le prime vessazioni, in molti se ne andarono e le autorità nazionalsocialiste produssero un comunicato denominato <em>Entjudeter Fussball</em>, all’interno del quale denunciavano l’esodo di diversi giocatori ebrei nelle varie nazioni d’Europa. <strong>Moritz</strong> <strong>Häusler</strong> riuscì a mettersi in salvo abbastanza agevolmente grazie all’aiuto di un calciatore svizzero che gli fornì i documenti e attraversò la dogana. Anche i due attaccanti dello scudetto, <strong>Norbert</strong> <strong>Katz</strong> e <strong>Max</strong> <strong>Grunwald</strong>, lasciarono Vienna nel 1938: <strong>Grunwald</strong> raggiunse la sorella a Rio de Janeiro, <strong>Katz</strong> si recò a Londra dove iniziò ad allenare il London Maccabi. <strong>Lajos</strong> <strong>Hess</strong> emigrò in Palestina e continuò a lavorare nel mondo del calcio guidando il Beitar Tel Aviv e diventando in seguito il secondo allenatore nella storia della nazionale israeliana. Per una fortuita coincidenza del destino, <strong>Hess</strong> successe a <strong>Egon</strong> <strong>Pollak</strong>, con il quale anni prima aveva condiviso gioie e dolori sui prati verdi della Vienna tra le due guerre. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="379" height="474" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/Egon_Pollak.jpg" alt="" class="wp-image-15691" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/Egon_Pollak.jpg 379w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/Egon_Pollak-240x300.jpg 240w" sizes="(max-width: 379px) 100vw, 379px" /><figcaption class="wp-element-caption">Egon Pollak, ex giocatore dell&#8217;Hakoah, è stato il primo allenatore della nazionale israeliana nel 1948</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Tra coloro che riuscirono a salvarsi ci fu anche <a href="https://gameofgoals.it/2022/01/27/9664.html"><strong>Bela</strong> <strong>Guttmann</strong></a>. Diventato allenatore proprio dell’Hakoah a 34 anni, guidò poi l’Enschede in Olanda e quindi l’Újpest in Ungheria: il club magiaro era particolarmente competitivo e <strong>Guttmann</strong> lo portò al successo in campionato e nella Mitropa Cup, la Coppa dei Campioni del periodo prebellico. Durante la guerra rimase a Budapest e dopo l’invasione nazista del marzo 1944 fu nascosto dalla moglie cattolica Mariann Moldoványi in un attico sopra l’appartamento del fratello, proprietario di un salone di bellezza. Il quadro per gli ebrei si fece più cupo nel momento in cui Hitler destituì <strong>Miklos</strong> <strong>Horthy</strong> e i vecchi reggenti favorendo l’avvento al loro posto del feroce <strong>Ferenc</strong> <strong>Szálasi</strong>, leader delle famigerate Croci Frecciate, organizzazione che trucidava gli ebrei a sangue freddo nelle strade.</p>



<p>Per migliaia di loro, il passo dal campo di lavoro al lager fu breve. Ma <strong>Guttmann</strong>, proprio mentre stava per essere deportato, architettò un’ingegnosa fuga con <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/05/04/erno-egri-erbstein-il-genio-che-plasmo-il-grande-torino.html">Ernő “Egri” Erbstein</a></strong> – che aveva conosciuto negli anni americani e sarebbe diventato nel dopoguerra l’allenatore e il genio tattico del Grande Torino – e altri tre prigionieri. Il padre, il fratello e alcuni nipoti non furono così fortunati e morirono nelle camere a gas. Al termine del conflitto <strong>Guttmann</strong> continuò ad allenare toccando le vette: in Portogallo trascinò il Benfica a due vittorie consecutive in Coppa Campioni (è l’unico allenatore ad avere vinto la massima competizione europea per club prima e dopo la guerra) e scoprì <strong><a href="https://gameofgoals.it/2021/11/03/eusebio-la-pantera-nera-idolo-immortale-del-portogallo.html">Eusebio</a></strong>; in Ungheria contribuì con <strong>Gusztav</strong> <strong>Sebes</strong> e <strong>Gyula</strong> <strong>Mandi</strong>, altro allenatore ebreo, alla costruzione dell’Aranycsapat, la meravigliosa Ungheria dei primi anni ’50; in Brasile ispirò sul piano tattico e filosofico il tecnico della nazionale <strong>Vicente</strong> <strong>Feola</strong> per il Mondiale ’58 (leggi <a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/mondiali/mondiale-1958">qui</a> per un resoconto del Mondiale) e favorì l’ascesa planetaria del 17enne <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/12/29/lultimo-gol-di-pele-il-calcio-perde-il-suo-re.html">Pelé</a></strong>. <strong>Guttmann</strong> rispecchiava perfettamente la figura dell’ebreo errante, sempre a caccia di nuove sfide e avventure.&nbsp;</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/EsPddpkXUAIno5_.jpg" alt="" class="wp-image-15692" width="285" height="443"/><figcaption class="wp-element-caption">Gyula Mandi, allenatore ebreo: lui e Sebes plasmarono la Grande Ungheria degli anni &#8217;50</figcaption></figure>



<p></p>



<p>E che gli ebrei si siano sedimentati in ogni continente è testimoniato anche dalla scelta di altri ex atleti dell’Hakoah. Come <strong>Karl Duldig</strong>, un ex portiere riluttante a contrastare gli avversari nelle uscite per non mettere a rischio la propria carriera d’artista, che partì alla volta di Singapore. Passò il resto della vita tra Asia ed Oceania e nel 1968 creò un memoriale dell’Hakoah a Tel Aviv. <strong>Duldig</strong> rimase scultore attivo fino alla fine dei suoi giorni: nel 1985, all’età di 83 anni, eresse un monumento in onore di <strong>Raoul</strong> <strong>Wallenberg</strong>, diplomatico svedese che durante la guerra aveva messo in salvo migliaia di ebrei. Una delle mete più gettonate fu la Francia: alcuni ex giocatori dell’Hakoah vi approdarono prima del 1938 dato che nel 1932 il calcio francese aveva adottato il modello professionistico.&nbsp;Ad esempio <strong>Fritz</strong> <strong>Donnenfeld</strong>, l’ultimo giocatore dell’Hakoah a vestire la casacca austriaca, che nel 1942 si unì a una cellula di resistenza denominata Maquis e riuscì a sopravvivere.</p>



<p>Tuttavia, non tutti coloro che avevano progettato la fuga furono fortunati: <strong>Max</strong> <strong>Scheuer</strong>, per esempio, aveva tentato di fuggire assieme ad <strong>Häusler</strong>, ma rispetto al compagno non aveva tenuto la bocca cucita, riferendo all’amico <strong>Benno Schechner-Aberbach</strong> l’intenzione di trasferirsi in Svizzera. &nbsp;Quest’ultimo aveva però informato le persone sbagliate. Così, una volta raggiunta la dogana, <strong>Scheuer</strong> trovò un manipolo di 14 guardie che lo bloccarono. Fu inviato prima a Drancy e poi ad Auschwitz, dove morì.</p>



<p><strong>Joszef</strong> <strong>Eisenhoffer</strong> morì invece a Budapest nel 1945. Era stato ferito a una gamba in seguito a un bombardamento durato sette settimane da parte delle truppe sovietiche. Condizioni igieniche e rifornimenti erano scarsi e ciò aveva aggravato la sua situazione. Un dottore dell’Armata Rossa gli aveva detto che l’unica soluzione per sopravvivere era l’amputazione. Il giocatore, forse non volendosi separare da quella gamba sinistra che tante soddisfazioni gli aveva dato in carriera, rifiutò e morì circa 24 ore dopo.&nbsp;</p>



<p>Alla fine della guerra le vittime tra le fila dell’Hakoah furono 41. Tra queste le due figure che più di tutte avevano contribuito a elevare il club da piccola realtà conosciuta unicamente tra i circoli sionisti a una delle maggiori formazioni di tutta Europa: <strong>Lohner Beda </strong>e <strong>Robert Stricker</strong>.&nbsp;</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/6_FritzLoehner-Beda-1004x1024.gif" alt="" class="wp-image-15693" width="353" height="360" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/6_FritzLoehner-Beda-1004x1024.gif 1004w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/6_FritzLoehner-Beda-294x300.gif 294w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/6_FritzLoehner-Beda-768x783.gif 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/6_FritzLoehner-Beda-1506x1536.gif 1506w" sizes="(max-width: 353px) 100vw, 353px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lohner Beda, morto ad Auschwitz [http://mozaika.es]</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>Beda</strong> era solito frequentare – si recava pressoché quotidianamente – il Cafe Heinrichshof e ogni giorno chiedeva al cameriere dietro al bancone di passargli una copia del Völkischer Beobachter, megafono del partito nazionalsocialista tedesco. Esternare le proprie antipatie per il Reich fu un errore che <strong>Beda</strong> pagò a peso d’oro, dato che il giorno dopo l’invasione tedesca venne arrestato. La destinazione era Dachau, luogo che Beda raggiunse a bordo di un <em>Prominententransport</em>, un veicolo per gente altolocata. In autunno fu trasferito a Buchenwald. Qui incontrò <strong>Hermann</strong> <strong>Leopoldi</strong>, cantautore viennese con il quale aveva lavorato in passato e noto nel mondo del pallone per aver scritto una delle prime canzoni dedicate a un calciatore: <em>Heute Spielt der Uridil</em> &#8211; Oggi Gioca <strong>Uridil</strong> – in omaggio all’allora centravanti del Rapid Vienna diventato popolare in tutta la capitale austriaca.</p>



<p><strong>Beda</strong> e <strong>Leopoldi</strong> scrissero <em>Der Buchenwaldlied</em> vincendo un premio indetto dal <em>Lagerführer</em> <strong>Arthur</strong> <strong>Rodl</strong> per la migliore canzone composta tra i prigionieri. Il premio corrispondente a 10 marchi, tuttavia, non fu mai assegnato. <strong>Leopoldi</strong> sarebbe riuscito a fuggire ed è il motivo per il quale siamo a conoscenza di questo aneddoto. <strong>Beda</strong> no.&nbsp;<strong>Beda</strong> era convinto che un compositore suo amico, <strong>Franz</strong> <strong>Lehar</strong>, uno dei prediletti del Führer, lo avrebbe aiutato. Ma <strong>Lehar</strong> non intervenne o, se lo fece, i suoi sforzi non sortirono effetti apprezzabili. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/Bain_News_Service_-_Franz_Lehar-722x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15694" width="-558" height="-791" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/Bain_News_Service_-_Franz_Lehar-722x1024.jpg 722w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/Bain_News_Service_-_Franz_Lehar-211x300.jpg 211w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/Bain_News_Service_-_Franz_Lehar-768x1090.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/Bain_News_Service_-_Franz_Lehar-1083x1536.jpg 1083w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/Bain_News_Service_-_Franz_Lehar.jpg 1280w" sizes="(max-width: 722px) 100vw, 722px" /><figcaption class="wp-element-caption">Franz Lehar</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Non solo: quando nel 1940 <strong>Lehar</strong> fu premiato alla Wiener Staatsoper, il testo che aveva presentato era stato scritto da <strong>Beda</strong> senza che però il suo nome comparisse.&nbsp;Helene, la moglie, fu assassinata nel settembre del 1942 assieme alle due figlie in un campo di concentramento appena fuori Minsk. Quello stesso anno <strong>Beda</strong> raggiunse Auschwitz, più precisamente il campo adiacente di Buna/Monowitz, dove venne impiegato dalla IG Farben, un’azienda chimica che produceva lo Zyklon B, pesticida cianidrico che distrusse la vita di milioni di persone nelle camere a gas. Secondo una testimonianza, il vate dell’Hakoah morì per maltrattamenti. Dopo essere stato apostrofato con termini quali “maiale ebreo” da due SS, fu ripetutamente preso a calci. Tuttavia, la versione ufficiale parlò di morte per “vecchiaia e debolezza”.&nbsp;</p>



<p><strong>Robert</strong> <strong>Stricker</strong>, che dalla morte di <strong>Herzl</strong> era diventato il principale rappresentante del movimento sionista nonché unico membro del partito in Parlamento, incappò nel medesimo destino. Aveva sottovalutato la tragedia che si stava per materializzare e quando in ufficio i colleghi avevano ascoltato il discorso del Führer, <strong>Stricker</strong> in segno di indifferenza era rimasto alla propria scrivania accendendosi una sigaretta. E il giorno seguente all’invasione, quando i membri dell’Hakoah si erano riuniti per discutere della situazione, la proposta di <strong>Stricker</strong> era stata di formare una rete di sicurezza per proteggere le proprie case da un’eventuale aggressione nazista.</p>



<p>Fu catturato lo stesso giorno di <strong>Beda</strong>, mentre stava per entrare nella sede di Die Neue Welt,&nbsp;la testata per la quale lavorava. Fu condotto in una stanza dove ad attenderlo c’erano due SS e <strong>Sedlitzy</strong>, colonnista del Wiener Telegraph di dichiarate inclinazioni nazionalsocialiste. <strong>Sedlitzky</strong>, negli anni in cui il movimento nazionalsocialista era stato messo fuori legge in Austria, si professava comunista, ma la sua visione politica era diametralmente opposta. <strong>Stricker</strong> accettò l’interrogatorio e fu rilasciato per poi essere portato a Buchenwald 48 ore più tardi. Sarebbe tornato a Vienna circa due anni dopo, storpio a causa dei maltrattamenti subiti. Ma non finì qui: nel 1942 venne deportato prima a Theresienstadt e poi ad Auschwitz assieme alla moglie, alla quale <strong>Stricker</strong> si appoggiava per riuscire a camminare. Qui i due coniugi andarono incontro alla medesima sorte. Per alcune ignote ragioni, <strong>Stricker</strong> non aveva preso parte all’assemblea generale sionista di Londra che si era tenuta nel marzo del 1938. Qualora lo avesse fatto, si sarebbe salvato dalle persecuzioni delle SS.&nbsp;</p>



<p>Quanto all’Hakoah, nell’immediato dopoguerra alcuni coraggiosi volontari cercarono di ricostruirlo senza successo. Probabilmente la tragedia dell’Olocausto era troppo vicina per consentire alla società sionista di rinascere negli stessi luoghi dove era emerso con forza il mostro nazista. Trascorsero più di 50 anni e nel 2000 un gruppo di ebrei viennesi ci riprovò. Stavolta il tentativo ebbe successo. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/bela_guttman_05-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15695" width="436" height="581" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/bela_guttman_05-768x1024.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/bela_guttman_05-225x300.jpg 225w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/10/bela_guttman_05.jpg 945w" sizes="(max-width: 436px) 100vw, 436px" /><figcaption class="wp-element-caption">Installazione oggi dove si trovava la sede dell&#8217;Hakoah, in Wiensingerstrasse a Vienna [http://mozaika.es]</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Oggi l’Hakoah è di nuovo una realtà consolidata, una polisportiva che conta diverse discipline e migliaia di iscritti. C’è anche una sezione calcio la cui squadra milita nelle divisioni inferiori austriache con il nome di Maccabi Vienna. L’Hakoah disputa gli incontri interni in un campo intitolato alla memoria di <strong>Simon</strong> <strong>Wiesenthal</strong>, un sopravvissuto alla Shoah che nel dopoguerra catturò diversi criminali nazisti come <strong>Adolf</strong> <strong>Eichmann</strong>, <strong>Franz</strong> <strong>Stangl</strong> e <strong>Karl</strong> <strong>Silberbauer</strong>. </p>



<p>Il trionfo sul West Ham del 1923, la vittoria nel campionato del 1925 e i successi delle tournée americane sono oramai traguardi irraggiungibili. Ma non importa: essere riusciti a far ripartire a distanza di decenni una simile realtà che era stata capace di scrivere pagine di storia inedite ed era stata così barbaramente cancellata, vale più di qualsiasi scudetto.</p>



<p class="has-text-align-right"><strong>10 &#8211; Fine</strong></p>



<p class="has-text-align-right"><em><strong>Ha collaborato per quest&#8217;ultimo articolo NICCOLÒ MELLO</strong></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/10/14/hakoah-vienna-dal-dopoguerra-ai-giorni-nostri.html">Hakoah Vienna: dal dopoguerra ai giorni nostri</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Hakoah Vienna e la tournée negli Stati Uniti</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2023/09/06/lhakoah-vienna-e-la-tournee-negli-stati-uniti.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2023 12:15:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hakoah Vienna: una storia d'altri tempi]]></category>
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		<category><![CDATA[calcio danubiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: l&#8217;Hakoah nella tournée americana [https://stljewishlight.org] Lo scudetto del 1925 rappresentò per l’Hakoah l’apice della sua storia. Le tournée americane del 1926 e [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: l&#8217;Hakoah nella tournée americana [https://stljewishlight.org]</em></p>



<p class="has-drop-cap">Lo scudetto del 1925 rappresentò per l’Hakoah l’apice della sua storia. Le tournée americane del 1926 e 1927, necessarie sia per diffondere le idee del movimento sionista al di fuori dei confini europei sia per raccogliere fondi e fare fronte a una difficile situazione economica, segnarono l’inizio della fine. È un po’ come quando si raggiunge la cima di una montagna: con il passo successivo comincia la discesa, che è spesso rapida, improvvisa e per certi versi inattesa. Nel 1926 l’Hakoah giunse negli Stati Uniti piena di debiti, ma con un organico di alto profilo sul piano tecnico, uno dei più quotati nel panorama austriaco ed europeo. Quando ripartì le casse del club avevano ricevuto una salutare iniezione di denaro, ma la squadra era stata praticamente smantellata: diversi giocatori avevano accettato le lusinghe dei ricchi club a stelle e strisce. A volere fortemente le tournée era stato il presidente <strong>Ignaz Hermann Körner</strong>: la società versava in condizioni piuttosto critiche, conseguenza degli ingenti investimenti che erano serviti per finanziare la costruzione del nuovo stadio, ampliare le sezioni della polisportiva e pagare i giocatori passati da poco al professionismo. Una situazione che riguardava anche altre realtà austriache come l’Amateure e il Rapid. Diversi club erano stati costretti a tornare al modello amatoriale e altri avevano dovuto abbassare gli stipendi del 30 o 40 per cento.</p>



<p><strong>Körner</strong> giunse in America un mese prima della squadra con l’obiettivo di promuovere il tour, tessere rapporti con le autorità locali e incontrare le associazioni ebraiche, garantendo che parte dei fondi delle partite sarebbero stati destinati agli ebrei europei che si erano stabiliti sul territorio americano. Il lavoro di <strong>Körner</strong> si concentrò soprattutto su New York, dove viveva una numerosa comunità ebraica. Trovò il sostegno anche di alcuni importanti atleti come il pugile <strong>Benny</strong> <strong>Leonard</strong> e il campione di scacchi <strong>Emanuel</strong> <strong>Lasker</strong>. La squadra partì dalla stazione Westbanhof di Vienna il 6 aprile 1926, giungendo a New York il 17 aprile dopo aver disputato un’amichevole a Parigi. A guidare la spedizione non c’era <strong>Arthur</strong> <strong>Baar</strong>, rimasto a casa, ma <strong>Valentin</strong> <strong>Rosenfeld</strong>, che era il responsabile della sezione nuoto. Non appena arrivati negli Stati Uniti, i giocatori dell’Hakoah furono ricevuti con una cerimonia in grande stile dal sindaco di New York <strong>Jimmy</strong> <strong>Walker</strong>. Antipasto ideale per il primo match, disputato pochi giorni dopo contro una selezione di giocatori dell’International Soccer League. Più che il 4-0 finale in favore dell’Hakoah a stupire fu la clamorosa risposta di pubblico: ben 25mila persone accorsero per vedere all’opera la compagine europea. Era la dimostrazione non solo del proficuo lavoro svolto da Körner, ma anche della passione e della curiosità degli americani nei confronti di uno sport che – a dispetto di quanto sarebbe successo in seguito – suscitava all’epoca un vivo interesse: non dimentichiamo che appena quattro anni più tardi la nazionale a stelle e strisce sarebbe arrivata terza nel primo campionato del mondo in Uruguay. </p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="451" height="600" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/09/football-match-new-york-v-hakoah-new-york-city-14410792.jpg.webp" alt="" class="wp-image-15149" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/09/football-match-new-york-v-hakoah-new-york-city-14410792.jpg.webp 451w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/09/football-match-new-york-v-hakoah-new-york-city-14410792.jpg-226x300.webp 226w" sizes="(max-width: 451px) 100vw, 451px" /><figcaption class="wp-element-caption">Una partita dell&#8217;Hakoah a New York [www.mediastorehouse.com.au]</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il boom di presenze fu raggiunto qualche giorno più tardi, quando al Polo Grounds di New York l’Hakoah si esibì davanti a una folla di 46mila spettatori, un record per una partita di calcio negli Stati Uniti, battuto solo 51 anni dopo in occasione del debutto di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/12/30/il-mio-pele-colui-che-fece-tutto-prima-di-tutti.html">Pelé</a></strong> con la maglia dei Cosmos. Poco importava che l’Hakoah perse la partita 3-0 contro una formazione mista che allineava Herbert “Murren” Carlson, bomber principe della Svezia alle Olimpiadi 1920, l’ala destra <strong>William</strong> <strong>Alphonsus</strong> <strong>Crilley</strong>, reduce da un’annata con 49 gol nel campionato scozzese, e tre nazionali americani. I giornali locali esaltarono il modo di giocare della squadra, elegante, fatto di passaggi corti e sovrapposizioni, così distante dai canoni inglesi. Fu però in quell’occasione che cominciò l’esodo: i presidenti ebrei del Brooklyn Wanderers e dei New York Giants, <strong>Nat</strong> <strong>Agar</strong> e <strong>Maurice</strong> <strong>Wandeweghe</strong>, iniziarono a sedurre i calciatori dell’Hakoah con contratti faraonici: mentre in Austria i giocatori potevano percepire solo lo stipendio del proprio club, in America era possibile avviare anche delle attività commerciali. Aggiungiamo che già all’epoca gli Stati Uniti si ponevano come il Paese delle opportunità per chiunque avesse un minimo di spirito imprenditoriale e il gioco era fatto. In poche settimane l’Hakoah si trovò privata di diversi dei propri migliori elementi: <strong>Jozsef</strong> <strong>Eisenhoffer</strong>, <strong>Heinrich</strong> <strong>Schönfeld</strong>, <strong>Leo</strong> <strong>Drucker</strong> e <strong>Alexander</strong> <strong>Neufeld</strong> firmarono per i Wanderers, mentre i Giants misero sotto contratto <strong>Max</strong> <strong>Grunwald</strong>, <strong>Moritz</strong> <strong>Häusler</strong>, <a href="https://gameofgoals.it/2022/01/27/9664.html"><strong>Béla</strong> <strong>Guttmann</strong></a>, <strong>Ernő</strong> <strong>Schwarz</strong> ed <strong>Egon</strong> <strong>Pollak</strong>. </p>



<p>Dei big erano rimasti solamente il portiere <strong>Fabian</strong> e i difensori <strong>Gold</strong> e <strong>Scheuer</strong>. Al rientro in patria l’Hakoah fu così costretta a lanciare numerosi giovani come <strong>Siegfried</strong> <strong>Wortmann</strong>, <strong>Imre</strong> <strong>Mausner</strong> e <strong>Bela</strong> <strong>Kestler</strong> e ad acquistare alcuni calciatori boemi e cecoslovacchi. Ma la squadra era oramai anni luce distante da quella che aveva conquistato lo scudetto soltanto un anno prima. La dirigenza nell’estate del 1927 ripeté la tournée con la speranza di riscuotere lo stesso successo economico, tuttavia la gente si rese conto che il valore dell’organico era sceso non poco e negli stadi non si registrò più il medesimo entusiasmo. Oltretutto quei pochi giocatori che erano rimasti fedeli alla maglia, come <strong>Fabian</strong>, <strong>Gold</strong> e <strong>Wortmann</strong>, firmarono per alcuni club americani costringendo dunque la società viennese a compiere ulteriori salti mortali per schierare nelle annate seguenti delle formazioni dignitose.</p>



<p>Mentre in Austria l’Hakoah andava così incontro a un precoce e irreversibile declino, i suoi ex calciatori rimasti negli Stati Uniti conobbero anni di gloria e si ritrovarono a giocare assieme in squadre composte da soli calciatori ebrei, seguendo lo stesso spirito che aveva animato i fondatori dell’Hakoah. Nacquero così i New York Hakoah, i Brooklyn Hakoah e l’Hakoah All Stars. I New York Hakoah riuscirono anche nell’impresa di conquistare un trofeo: l’Us Open Club, dopo aver sconfitto in finale il Madison Kennel Club di St Louis con un 2-0 all’andata e un 3-0 al ritorno. La formazione allineava giocatori austriaci e ungheresi: <strong>Lajos Fischer</strong>, <strong>Ludwig</strong> <strong>Grosz</strong>, <strong>Laszlo</strong> <strong>Sternberg</strong>, <strong>Rezso</strong> <strong>Nikolsburger</strong>, <strong>Leo</strong> <strong>Drucker</strong>, <strong>Béla</strong> <strong>Guttmann</strong>, <strong>Pavel</strong> <strong>Mahrer</strong>, <strong><strong>Ernő</strong></strong> <strong>Schwarz</strong>, <strong>Moritz</strong> <strong>Häusler</strong>, <strong>Max</strong> <strong>Grunwald</strong>, <strong>Siegfried</strong> <strong>Wortmann</strong>, <strong>Joszef</strong> <strong>Eisenhoffer</strong>. </p>



<p>Fu quello il canto del cigno di un manipolo di uomini e calciatori che erano riusciti a lasciare un segno tangibile del loro valore calcistico prima nel vecchio continente e poi in quello nuovo. La crisi di Wall Street del 1929 pose fine ai loro sogni e ai loro guadagni. Uno per tutti, <strong>Guttmann</strong>. L’ex stella del club viennese aveva costruito a New York un piccolo impero: aveva iniziato a dare lezioni di danza, aperto uno spaccio clandestino di bevande alcoliche e guadagnato una fortuna. Ma dopo il fatidico Giovedì nero perse tutto. E con arguto sarcasmo commentò: «Ho fatto dei buchi negli occhi di Abramo Lincoln sulla mia ultima banconota da cinque dollari. Ho pensato che così la banconota non avrebbe potuto trovare la porta per andarsene». Tornò in patria, chiuse la carriera all’Hakoah e cominciò, proprio nella società tanto amata, la straordinaria carriera di allenatore che lo avrebbe consegnato ancora di più alla leggenda.</p>



<p class="has-text-align-right"><strong>7 &#8211; Continua</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/09/06/lhakoah-vienna-e-la-tournee-negli-stati-uniti.html">L&#8217;Hakoah Vienna e la tournée negli Stati Uniti</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Hakoah e il titolo del 1925: i protagonisti</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2023/08/31/lhakoah-e-il-titolo-del-1925-i-protagonisti.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Aug 2023 10:08:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hakoah Vienna: una storia d'altri tempi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: alcuni giocatori dell&#8217;Hakoah in un momento di relax [https://static.timesofisrael.com] Impostata secondo il Metodo (WM), il sistema di gioco di riferimento dell’Europa continentale [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: alcuni giocatori dell&#8217;Hakoah in un momento di relax [https://static.timesofisrael.com]</em></p>



<p class="has-drop-cap">Impostata secondo il Metodo (WM), il sistema di gioco di riferimento dell’Europa continentale e del Sudamerica, l’Hakoah sapeva sviluppare una manovra ariosa e spumeggiante, secondo i tratti dello stile danubiano. Come detto, gli elementi cardine che permisero di compiere il definitivo salto di qualità furono gli ungheresi, a partire dal portiere <strong>Sandor Fabian</strong>. </p>



<p>Arrivato dall’Mtk Budapest, dove era stato la riserva del futuro asso del Barcellona <strong>Ferenc Platkko</strong>, <strong>Fabian</strong> aveva un carattere istintivo e uno stile spettacolare, più <strong>Buffon</strong> che <strong>Zoff</strong> per intenderci. Sovente agiva anche da terzo difensore uscendo sugli attaccanti e partecipando al gioco. In patria qualcuno aveva osato addirittura accostarlo allo spagnolo <strong>Ricardo</strong> <strong>Zamora</strong>, il più forte portiere del mondo: un’esagerazione certamente, ma che denotava la grande considerazione intorno alla sua figura.&nbsp;</p>



<p>Il pacchetto arretrato faceva leva sull’esperienza del terzino e veterano <strong>Max Scheuer</strong>, che era giunto all’Hakoah giovanissimo dal piccolo club del Romania. Inizialmente schierato come attaccante, venne poi spostato in difesa dove mise in mostra tutte le sue doti di arcigno combattente.&nbsp;Nella storia dell’Hakoah nessun altro giocatore ha avutouna militanza lunga come la sua: per il club ebraico viennese è stato un autentico simbolo di attaccamento alla maglia oltre che un emblema di <em>fair play</em>.</p>



<p>In coppia con <strong>Scheuer</strong> era solito giocare <strong>Max Gold</strong>. Cresciuto nel Wiener AF, era arrivato all’Hakoah una prima volta nel 1922, ma si era poi trasferito al Makkabi Tallinn. Tornato nel club viennese nel 1924 fu uno dei protagonisti dello scudetto. Si trattava del classico difensore roccioso e dotato di grande prestanza fisica. Dopo la tournée americana si trasferì ai New York Giants.&nbsp;Smise di giocare a soli 27 anni per problemi all’anca.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Max_Scheuer.jpg" alt="" class="wp-image-15061" width="359" height="411" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Max_Scheuer.jpg 295w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Max_Scheuer-262x300.jpg 262w" sizes="(max-width: 359px) 100vw, 359px" /><figcaption class="wp-element-caption">Max Scheuer [https://ilnobilecalcio.it]</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Nella linea dei mediani la fascia destra era presidiata da <strong>Richard Fried</strong>, giocatore di grinta e temperamento, nell’orbita della nazionale di <strong>Hugo Meisl</strong>. Elemento affidabile e concreto, concedeva poco allo spettacolo.</p>



<p>Al centro, a governare le operazioni, ecco l’icona principe della squadra, <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/01/27/9664.html">Bela Guttmann</a></strong>. Ritenuto uno dei migliori centromediani d’Europa, <strong>Guttmann</strong> era arrivato dal Novi Sad nell’autunno del 1921. Carattere forte, personalità controversa e carisma da vendere, aveva fatto parte dell’Ungheria durante le Olimpiadi del 1924 a Parigi. In quell’occasione si era lamentato dell’inadeguata organizzazione e preparazione dei vertici federali e dell’allenatore. Per protesta convinse così alcuni compagni a catturare dei topi, li legò per la coda e li appese alle maniglie delle porte delle camere dove dormivano i dirigenti. Quando si seppe che era stato lui ad architettare lo scherzo, fu espulso dalla nazionale e mai più richiamato. Dal punto di vista tecnico <strong>Guttmann</strong> era un lottatore indomito, un infaticabile recuperatore di palloni, ma anche uno splendido direttore d’orchestra: celebri i suoi lanci a lunga gittata per azionare il gioco d’attacco. Inutile dire che <strong>Guttmann</strong>, una volta appese le scarpette al chiodo, diventò un tecnico tra i più rivoluzionari e rinomati della storia del calcio.</p>



<p>A sinistra era solito agire <strong>Egon</strong> <strong>Pollak</strong>. Faceva parte di una famiglia di calciatori e anche i fratelli <strong>Oskar</strong> e <strong>Moritz</strong> avevano militato nell’Hakoah. Dotato di un buon tiro dalla distanza, aveva nella visione di gioco un altro punto di forza. Fu uno dei leader dello spogliatoio grazie al carattere mite e conciliante e al suo senso dell’umorismo.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Guttmann.png" alt="" class="wp-image-15063" width="391" height="587" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Guttmann.png 278w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Guttmann-200x300.png 200w" sizes="(max-width: 391px) 100vw, 391px" /><figcaption class="wp-element-caption">Bela Guttmann, centromediano e fulcro del gioco</figcaption></figure>



<p></p>



<p>La linea offensiva era un riuscito mix di classe, velocità e potenza. A destra ecco l’ungherese <strong>Sandor Nemes</strong>. Arrivato all’Hakoah dal Ferencvaros nel 1919, cambiò il suo nome nel più tedesco <strong>Alexander Neufeld</strong>. Squalificato diversi mesi perché aveva firmato il contratto con la nuova squadra senza prima liberarsi da quello vecchio, <strong>Nemes</strong> giocò per un breve periodo nel Basilea in Svizzera e nel Maccabi Brno in Cecoslovacchia. Tornato all’Hakoah nel 1921 divenne un perno fisso della squadra per un quinquennio. Veloce, tecnico e con un’ottima visione di gioco, le sue qualità erano particolarmente apprezzate dai suoicontemporanei. Il Philadelphia Jewish Times scrisse che era popolare in Austria quanto <strong>Babe Ruth</strong> in America e un altro giornale, Idrottsbladet, sottolineò che nemmeno l’Uruguay campione olimpico aveva un’ala destra così forte. In Inghilterra divenne famoso come “l’eroe dell’Est” dopo la tripletta rifilata al West Ham nel 1923. Sedotto dai dollari americani, si stabilì negli Stati Uniti nel 1926, ma rientrò in Europa nel 1932 vincendo un campionato jugoslavo con il Bsk Belgrado. Trasferitosi in Israele nel dopoguerra allenò il Maccabi Tel Aviv ed entrò a far parte del comitato olimpico.</p>



<p>Meno tecnico, ma più potente e dotato di un temibile tiro dalla distanza era l’altra ala, il mancino <strong>Ernő&nbsp;Schwarz</strong>. Anche lui era cresciuto nel Ferencvaros. Anche lui aveva giocato nel Maccabi Brno prima di passare all’Hakoah nel 1923. Anche lui rimase negli Stati Uniti dopo la tournée del 1926. A differenza di <strong>Neufeld</strong> però <strong>Schwarz</strong> non tornò più in Europa e dopo aver militato per diverse formazioni americane entrò nei quadri della federazione. Apprezzato dirigente, la sua missione fu quella di promuovere la diffusione del calcio negli Stati Uniti. Allenò la nazionale americana, con la quale fallì la qualificazione ai Mondiali svizzeri del 1954.</p>



<p>Altri due elementi chiave per la conquista del titolo del 1925 furono i due interni <strong>Moritz</strong> <strong>Häusler</strong> e <strong>Jozsef</strong> <strong>Eisenhoffer</strong>. Il primo era considerato uno dei giocatori viennesi più tecnici e dotati di maggior estro. Autentica bandiera dell’Hakoah, rimase nel club 11 anni, dal 1918 al 1926 e dal 1933 al 1936. In mezzo, anche per lui ci fu la parentesi americana. Dopo aver allenato nel Nord Europa e in Lussemburgo tornò a Vienna alla fine della guerra e acquistò una caffetteria.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Schermata-2023-08-31-alle-12.02.33-643x1024.png" alt="" class="wp-image-15066" width="-208" height="-331" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Schermata-2023-08-31-alle-12.02.33-643x1024.png 643w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Schermata-2023-08-31-alle-12.02.33-188x300.png 188w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Schermata-2023-08-31-alle-12.02.33.png 718w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption class="wp-element-caption">Jozsef Eisenhoffer, stella del reparto offensivo</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il caso di <strong>Eisenhoffer</strong> fu unico: non era nato ebreo, si era convertito per volere della moglie e dei suoceri, estremamente religiosi. Considerato un talento, dal Kispest si trasferì al Maccabi Brno e quindi al Ferencvaros. Fece parte della spedizione olimpica del 1924 e al termine dell’estate pareva destinato all’Amburgo. Ancora una volta però si fece convincere dalla moglie che amava Vienna e scelse l’Hakoah. Nel nuovo club si distinse immediatamente per le proprie doti realizzative: in una tournée in Polonia e nei Paesi baltici realizzò 33 reti, miglior cannoniere della squadra. Oltre che temibilissimo in area di rigore, <strong>Eisenhoffer</strong> aveva grande creatività e abilità nell’ultimo passaggio. Tanto per cambiare anche lui scelse di giocare nelle leghe americane dopo il 1926. Nel 1931 tornò all’Hakoah, nel 1933 passò in Francia all’Olympique Marsiglia, del quale divenne allenatore-giocatore vincendo un campionato e una coppa nazionale.</p>



<p>A finalizzare l’intera manovra c’era inizialmente lo storico bomber <strong>Norbert</strong> <strong>Katz</strong>, il quale però a metà stagione patì un infortunio piuttosto serio e venne sostituito da <strong>Max</strong> <strong>Grunwald</strong>. Rispetto a <strong>Katz</strong>, <strong>Grunwald</strong> era meno tecnico e meno portato al dribbling, ma più potente e abile a muoversi in area di rigore, dunque il suo innesto fu fondamentale per tramutare in gol l’ariosa e incessante manovra palla a terra.</p>



<p>Un altro elemento che spesso partiva titolare era <strong>Alois</strong> <strong>Hess</strong>, ala o mezzala mancina dallo spunto irresistibile. Era il più religioso del gruppo e per questo il sabato, giorno sacro per gli ebrei, si rifiutava di scendere in campo.</p>



<p>In panchina nell’anno dello scudetto sedeva <strong>Arthur</strong> <strong>Baar</strong>, che aveva preso il posto di <strong>Hunter</strong>. Si può dire che <strong>Baar</strong> sia stato per l’Hakoah ciò che<a href="https://gameofgoals.it/2022/01/27/9664.html"> <strong>Johan</strong> <strong>Cruijff</strong></a> ha rappresentato per il Barcellona. Un mentore, una guida, un manager. Ha attraversato tutte le tappe più significative della vita societaria sotto diverse vesti. Ha preso le decisioni più importanti, sul campo e dietro una scrivania. Ha plasmato il club secondo la propria immagine, il proprio stile, il proprio credo. Siamo certi che lui più di ogni altro ha sofferto quando l’Anschluss del 1938 cancellò in una manciata di giorni quella creatura che aveva fatto crescere con tanto amore, tanti sacrifici, tanta pazienza. E non a caso, dopo l’invasione nazista, <strong>Baar</strong> lasciò l’Austria per sempre. Si stabilì in Israele e fino alla morte, nel 1984, continuò a lavorare nel mondo del calcio, promuovendone la diffusione a vari livelli e allenando la nazionale. E mettendoci la stessa passione e lo stesso entusiasmo di quando a 18 anni, con un gruppo di amici, aveva gettato le basi per creare la più forte squadra ebraica di tutti i tempi.</p>



<p class="has-text-align-right"><strong>6 &#8211; Continua</strong></p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Abb-55-Hakoah-Sektionsleiter-Arthur-Baar-mit-Spielern-waehrend-einer-Tournee-durch_Q320.jpg" alt="" class="wp-image-15067" width="351" height="351" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Abb-55-Hakoah-Sektionsleiter-Arthur-Baar-mit-Spielern-waehrend-einer-Tournee-durch_Q320.jpg 320w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Abb-55-Hakoah-Sektionsleiter-Arthur-Baar-mit-Spielern-waehrend-einer-Tournee-durch_Q320-300x300.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Abb-55-Hakoah-Sektionsleiter-Arthur-Baar-mit-Spielern-waehrend-einer-Tournee-durch_Q320-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /><figcaption class="wp-element-caption">Arthur Baar, l&#8217;allenatore</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/08/31/lhakoah-e-il-titolo-del-1925-i-protagonisti.html">L&#8217;Hakoah e il titolo del 1925: i protagonisti</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>L&#8217;apogeo dell&#8217;Hakoah: dal successo di Londra a quello in patria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Aug 2023 10:52:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hakoah Vienna: una storia d'altri tempi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: l&#8217;Hakoah campione Lo storico trionfo di Londra Nei primi anni ‘20 le relazioni tra le nazioni vincitrici (come l’Inghilterra) e quelle sconfitte [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: l&#8217;Hakoah campione</em></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Lo storico trionfo di Londra</h3>



<p></p>



<p class="has-drop-cap">Nei primi anni ‘20 le relazioni tra le nazioni vincitrici (come l’Inghilterra) e quelle sconfitte (come l’Austria) del primo conflitto mondiale non erano delle migliori. Il calcio servì come veicolo di cooperazione tra i popoli, e proprio con questo obiettivo il West Ham effettuò nei primi mesi del 1923 una tournée nell’Europa continentale. L’<a href="https://gameofgoals.it/2021/01/29/giornata-della-memoria-la-storia-dellhakoah-vienna.html">Hakoah</a> si fece avanti per organizzare un match amichevole e vista l’occasione propose di giocare l’incontro all’Hohe Warte, l’impianto più capiente di Vienna. Il West Ham era un club in ascesa: aveva conquistato la promozione nel massimo campionato inglese e tre settimane prima aveva disputato la finale della FA Cup, persa 2-0 contro il Bolton a Wembley davanti a 200mila spettatori. All’Hohe Warte si presentarono in 40mila. </p>



<p>Tutti si aspettavano un successo degli inglesi, reduci da uno squillante 3-0 allo Slavia Praga. Invece l’incontro terminò 1-1: vantaggio degli austriaci con <strong>Häusler</strong>, pareggio del bomber inglese <strong>Watson</strong>. Alcuni evidenziarono come il West Ham non avesse voluto spingere troppo sull’acceleratore, ma questo non impedì allo Sport-Tagblatt di parlare di delusione in riferimento alla prestazione degli inglesi mentre il tecnico dell’Hakoah <strong>Hunter</strong> sottolineò: «Il West Ham non ha giocato bene come a Praga, noi diventeremo una grande squadra».&nbsp;</p>



<p>Sarebbe stato buon profeta: mesi dopo gli inglesi, per ricambiare il favore, organizzarono il ritorno dell’amichevole sul proprio campo, Upton Park. La partita venne disputata il 3 settembre 1923 di fronte a 15mila spettatori, segno che il match da parte inglese non era probabilmente molto sentito. Il West Ham, reduce da un incontro di campionato con il Sunderland, schierò solo quattro titolari, convinto che bastassero le riserve per avere ragione degli avversari. </p>



<p>Sul campo però i pronostici furono ribaltati. L’Hakoah cominciò in modo molto più spigliato e aggressivo, segnando tre gol tra il 24’ e il 36’ del primo tempo, due volte con <strong>Nemes</strong> &#8211; che nel frattempo aveva modificato il suo nome in <strong>Alexander Neufeld </strong>&#8211; e una con <strong>Alois Hess</strong>. Nella ripresa al 2’ <strong>Neufeld</strong> realizzò la quarta rete, poi <strong>Norbert</strong> <strong>Katz</strong> chiuse i conti con il quinto sigillo, a coronamento di una straordinaria azione di squadra costruita su una rete di dieci passaggi. Fu un successo di proporzioni clamorose, la prima vittoria di un club continentale in casa dei maestri. In Inghilterra diversi giornali esaltarono la prestazione dei giocatori austriaci, evidenziando dall’altra parte le lacune dei padroni di casa. </p>



<p>In Austria l’entusiasmo era alle stelle e il ritorno in treno nei giorni seguenti si trasformò per i giocatori di <strong>Hunter</strong> in una trionfale passerella: ad ogni stazione dopo il confine con la Svizzera la gente saliva sul convoglio per congratularsi. E quando i giocatori scesero alla stazione Westbanhof di Vienna, trovarono un’orchestra a suonare per loro. Per le strade in migliaia festeggiarono quell’impresa, che anticipava di due anni il secondo momento storico: la vittoria del campionato.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/1018316866-1024x592.webp" alt="" class="wp-image-14843" width="795" height="460" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/1018316866-1024x592.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/1018316866-300x174.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/1018316866-768x444.webp 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/1018316866.webp 1200w" sizes="(max-width: 795px) 100vw, 795px" /><figcaption class="wp-element-caption">Una partita dell&#8217;Hakoah [Credit: Haaretz Archives]</figcaption></figure>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Il successo in patria</h3>



<p></p>



<p>Il 1924 fu un anno chiave per il calcio austriaco: sotto la spinta di <strong>Hugo Meisl</strong>, che non fu solo il genio alla guida del <em>Wunderteam</em> ma anche un illuminato visionario (ideò sia la Mitropa Cup, antesignana della Coppa Campioni, sia la Coppa Internazionale che anticipò i campionati europei), l’Austria divenne la prima nazione europea del continente ad abbracciare il professionismo. Inizialmente alcuni soci dell’Hakoah erano contrari: lo statuto del club prevedeva come unico obiettivo quello di avvicinare più atleti possibili alla causa sionista. A convincerli fu la possibilità di costruire una formazione più forte e dunque di diffondere i valori del movimento con maggiore efficacia. </p>



<p>La stagione 1924-25 si aprì con un netto 3-1 sul Wiener Sportklub. La squadra mise in mostra una grande continuità e chiuse l’andata al primo posto. Come da pronostico, gli ungheresi si rivelarono gli elementi in più, in particolare <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/01/27/9664.html">Bela Guttmann</a></strong>, polmone e cervello della manovra. Durante la pausa invernale, l’Hakoah subì una pesante defezione: l’allenatore Hunter, che aveva dato al team un gioco brillante proseguendo nel lavoro di Gaskell, lasciò per ragioni economiche. Passò al Galatasaray in Turchia dove conquistò tre titoli nazionali. L’idea iniziale era di ovviare alla perdita del tecnico ingaggiando i due fratelli ungheresi <strong>Konrad</strong>, <strong>Jeno</strong> e soprattutto il fortissimo <strong>Kalman</strong>, un’ala destra dal dribbling irresistibile, considerato in quegli anni uno dei più forti calciatori d’Europa e del mondo. Tuttavia la dirigenza del club preferì aumentare lo stipendio dei giocatori in rosa e finanziare una tournée in Palestina.&nbsp;</p>



<p>Il campionato riprese il 28 febbraio. Trascinato dalle reti dell’acrobatico centravanti <strong>Max Grunwald</strong>, che aveva preso il posto dell’infortunato <strong>Norbert Katz</strong>, l’Hakoah consolidò la prima posizione. Per la conquista del titolo fondamentale fu il 3-2 con cui sconfisse il Wiener Sportklub. Il match era stato recuperato a causa di un’amichevole che l’Hakoah aveva giocato contro il fortissimo Bolton Wanderers, una delle compagini più quotate d’Inghilterra, che aveva espugnato Vienna per 2-1. Nell’incontro con il Wiener Sportklub la rete decisiva fu segnata dal portiere magiaro <strong>Sandor Fabian</strong>. In seguito a un infortunio, <strong>Fabian</strong> si era scambiato di posizione con Neufeld e nell’inedito ruolo di attaccante aveva realizzato il gol della vittoria. Mancava un solo turno alla fine e nell’ultima giornata all’Hakoah bastò pareggiare 3-3 con il Simmering. Il sogno si era trasformato in realtà: l’Hakoah, forte di un torneo da 10 vittorie, 6 pareggi e 4 sconfitte, 43 reti fatte (secondo miglior attacco) e 30 subite (seconda miglior difesa) era riuscito nell’impresa di conquistare il primo titolo della sua storia. </p>



<p>Era la consacrazione finale di un gruppo che da anni si trovava ai vertici del calcio nazionale. Il progetto di <strong>Max Nordau</strong> era arrivato davvero a compimento: gli ebrei erano stati in grado di primeggiare anche nello sport e lo avevano fatto proponendo uno stile di gioco particolare e identitario.</p>



<p class="has-text-align-right"><strong>5 &#8211; Continua</strong></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/25_22-1.jpg" alt="" class="wp-image-14844" width="622" height="441" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/25_22-1.jpg 494w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/25_22-1-300x213.jpg 300w" sizes="(max-width: 622px) 100vw, 622px" /><figcaption class="wp-element-caption">I giocatori dell&#8217;Hakoah impegnati in una tournée in Palestina</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/08/11/lapogeo-dellhakoah-dal-successo-di-londra-a-quello-in-patria.html">L&#8217;apogeo dell&#8217;Hakoah: dal successo di Londra a quello in patria</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Hakoah diventa grande: nuovo stadio e acquisti di valore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Aug 2023 08:04:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hakoah Vienna: una storia d'altri tempi]]></category>
		<category><![CDATA[bela guttmann]]></category>
		<category><![CDATA[billy hunter]]></category>
		<category><![CDATA[calcio danubiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: i giocatori dell&#8217;Hakoah Ernő Schwarz, Fabian e Béla Guttmann durante un allenamento [https://twitter.com/AntiqueFootball] Quando Gaskell arrivò all’Hakoah, la squadra veniva da due [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: i giocatori dell&#8217;Hakoah Ernő Schwarz, Fabian e Béla Guttmann durante un allenamento [https://twitter.com/AntiqueFootball]</em></p>



<p class="has-drop-cap">Quando <strong>Gaskell</strong> arrivò all’Hakoah, la squadra veniva da due annate straordinarie: nel 1919-20 aveva conquistato la prima storica promozione nel massimo campionato austriaco al termine di un’annata dominata con 107 reti fatte, 20 subite e una sola sconfitta; nel 1920-21 era giunta quarta. <strong>Gaskell</strong> seppe andare addirittura oltre: l’Hakoah lottò per il titolo e chiuse al secondo posto, a due sole lunghezze dalla vincitrice Wiener Sportklub. Il club oramai era entrato nel novero delle migliori formazioni del Paese e la conferma arrivò dalla costruzione del nuovo stadio a Krieau, la stessa zonadove oggi si trova l’Ernst Happel Stadion che ospita le partite della nazionale. Inizialmente la società aveva cercato un campo nel distretto di Floridsdorf, dove la prima squadra si allenava, e al Prater, ma senza esito.</p>



<p>L’impianto, costruito da <strong>Richard Beck</strong>, contava 5mila posti a sedere e poteva ospitare altre 20mila persone in piedi. Faceva parte di un enorme centro sportivo con sei campi da tennis, un campo da hockey su prato, spogliatoi, docce e due appartamenti: dopo l’Anschluss i nazisti avrebbero confiscato tutti i beni e convertito la struttura in un deposito militare. La costruzione dello stadio, ribattezzato Krieauer Sportplatz, richiese un massiccio investimento di denaro da parte dei dirigenti (si parlò di 250mila scellini) e questo impedì di confermare <strong>Gaskell</strong>, che riceveva un lauto stipendio. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/Billy_Hunter_1914.jpg" alt="" class="wp-image-14820" width="297" height="395"/><figcaption class="wp-element-caption">Billy Hunter</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il solco dei tecnici di scuola britannica era però tracciato e l’Hakoah scelse al suo posto lo scozzese <strong>Billy Hunter</strong>: anche lui conosceva <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/08/04/il-calcio-totale-del-danubio-tra-jimmy-hogan-e-lhakoah.html">Hogan</a></strong> &#8211; lo aveva sostituito alla guida del Dordrecht in Olanda &#8211; e anche lui era un cultore del <em>passing game</em>. Si integrava dunque perfettamente nella filosofia di gioco della squadra. L’arrivo di <strong>Hunter</strong> coincise con quello di alcuni validissimi giocatori ebrei in fuga dalla vicina Ungheria, discriminati in patria dalle leggi antisemite di <strong>Miklos Horthy</strong>. </p>



<p>Salito al potere nel 1920, <strong>Horthy</strong> era stato negli anni della Grande guerra prima ammiraglio e poi comandante supremo della marina militare dell’Impero asburgico. Impresse da subito una svolta autoritaria, anche se sarebbe errato parlare di dittatura: tutti i partiti, ad eccezione di quello comunista, partecipavano alle elezioni, i deputati godevano dell’immunità parlamentare ed esisteva una certa libertà di stampa. Il regime di <strong>Horthy</strong> era una sorta di monarchia nazionale ispirata ai principi della tradizione e del cristianesimo. Tra i suoi principali bersagli c’erano appunto gli ebrei, ritenuti una delle cause della crisi economica. </p>



<p>L’ex ammiraglio varò diverse leggi antisemite che limitarono il loro accesso alle università e ad alcune professioni. Durante la Seconda guerra mondiale l’Ungheria divenne alleata della Germania nazista ma paradossalmente gli ebrei ungheresi, seppur discriminati, non furono inizialmente deportati nei lager. La situazione cambiò nel 1944 quando <strong>Hitler</strong>, accortosi che <strong>Horthy</strong> voleva trattare una pace separata con gli angloamericani e i sovietici, invase il Paese: da quel momento anche gli ebrei magiari conobbero l’abominio dei campi di sterminio.</p>



<p>I cinque calciatori ungheresi di origine ebraica che rinforzarono l’Hakoah nei primi anni ‘20 furono il portiere <strong>Sandor Fabian</strong>, i centrocampisti <strong><a href="https://gameofgoals.it/2022/01/27/9664.html">Bela Guttmann</a></strong> e <strong>József Eisenhoffer</strong>, gli attaccanti <strong>Sandor Nemes</strong> ed <strong>Ernő Schwarz</strong>. Elementi di ottimo livello internazionale che alzarono ulteriormente il tasso qualitativo dell’organico e aprirono la strada per i due momenti di apogeo sportivo del club: il trionfo sul West Ham del 1923 e lo scudetto del 1925. </p>



<p class="has-text-align-right"><strong>4- Continua</strong></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="893" height="556" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/image-13.png" alt="" class="wp-image-14821" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/image-13.png 893w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/image-13-300x187.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/08/image-13-768x478.png 768w" sizes="(max-width: 893px) 100vw, 893px" /><figcaption class="wp-element-caption">Miklos Horty e Adolf Hitler: un&#8217;alleanza&#8230; pericolosissima per l&#8217;Ungheria </figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/08/08/lhakoah-diventa-grande-nuovo-stadio-e-acquisti-di-valore.html">L&#8217;Hakoah diventa grande: nuovo stadio e acquisti di valore</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Le Aquile di Lisbona: la top 11 all time del Benfica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2023 12:29:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top 11]]></category>
		<category><![CDATA[angelo martins]]></category>
		<category><![CDATA[antonio veloso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Eusébio, Guttmann Coluna con la Coppa dei Campioni La maledizione lanciata contro il Benfica nel lontano 1962, dal “perfido” e geniale tecnico [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/04/01/le-aquile-di-lisbona-la-top-11-all-time-del-benfica.html">Le Aquile di Lisbona: la top 11 all time del Benfica</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Eusébio, Guttmann Coluna con la Coppa dei Campioni</em></p>



<p class="has-drop-cap">La maledizione lanciata contro il Benfica nel lontano 1962, dal “perfido” e geniale tecnico ungherese<strong> Béla</strong> <strong>Guttmann</strong> (raccontiamo <a href="https://gameofgoals.it/2022/01/27/9664.html">qui</a> la sua incredibile vicenda umana e sportiva&#8230; e per la cronaca: ci fosse un allenatore all time della squadra non potrebbe che essere lui), è uno dei più grandi enigmi della storia dello sport, perché per qualche ragione enigmatica e indecifrabile ha funzionato e ha condannato le Aquile di Lisbona a scivolare sempre un passo prima del traguardo, in Europa: il Benfica può ammirare nella propria ricchissima bacheca due Coppe dei Campioni, un privilegio riservato a poche società nel vasto panorama europeo, ma ha vinto la seconda e ultima nel lontano 1962, al termine di una pirotecnica tempesta di calcio che l&#8217;ha visto prevalere sui vecchi leoni del Real Madrid. Da allora in avanti, infatti, il <strong>Benfica</strong>, maledetto da colui che era stato il suo demiurgo, non è più riuscito a salire l&#8217;ultimo gradino e a portare a Lisbona un trofeo europeo, munito o meno di grandi orecchie importa poco: a partire dalla rimonta subita dal <strong>Milan</strong> di Rocco, <strong>Altafini</strong> e <strong>Rivera</strong>, sulla gloriosa strada del club portoghese si sono accumulate solo occasioni perdute e titoli sfumati per questione di dettagli (penso alla finale di Europa League del 2014).</p>



<p>Ciò non toglie che le Aquile, prossime a sfidare l&#8217;<strong>Inter</strong> in Champions e forti quest&#8217;anno di un impianto di gioco oliatissimo e che gira a meraviglia, restino uno dei club più importanti della storia del calcio europeo e la squadra di riferimento del calcio portoghese, con il dovuto rispetto per il sempre temibile e appiccicoso Porto, e nonostante i biancoazzurri abbiano incamerato a loro volta due inattese Coppe con le grandi orecchie.</p>



<p>Anche in previsione del confronto europeo con la Milano nerazzurra, abbiamo provato a selezionare per voi la formazione ideale della storia &#8220;moderna &#8221; del Benfica.</p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Portiere: Manuel Bento</h3>



<p></p>



<p>Titolare inamovibile dei lusitani per un ventennio, il<em> Guardiano del Tempio</em> <strong>Manuel Bento</strong> (classe 1948 scomparso prematuramente nel 2007) è stato un portiere affidabile, carismatico e rinomato per le sue abilità nelle uscite basse, favorite da una statura anomala per il ruolo (solo 174 cm). Se Manuel merita i galloni del titolare perché è stato una bandiera della squadra di Lisbona, il lungo <strong>Costa Pereira</strong> deve accomodarsi al suo fianco in quanto ha difeso la porta lusitana per molti anni e per il periodo più glorioso della storia del club, coinciso con innumerevoli titoli nazionali, due Coppe Campioni e tre finali perse. Protagonista chiave del torneo conclusosi con il primo successo, vede il <em>curriculum</em> macchiato dalla papera che ha regalato all&#8217;Inter di Moratti la seconda Coppa nel 1965, ma questo toglie poco al suo valore sportivo e a una carriera da applausi. Terzo per ragioni di durata della militanza, ma forse il primo per puri valori tecnici, è il grande campione belga <strong>Michel Preud&#8217;Homme</strong>, che veste la maglia rossa nella parte finale della carriera, tra i 35 e i 40 anni, regalando nonostante l&#8217;età numerose prodezze (consentite dal suo formidabile colpo di reni) e vincendo una Coppa del Portogallo.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Manuel_Galrinho_Bento_-_SL_Benfica_1982-83-899x1024.jpg" alt="" class="wp-image-13790" width="480" height="547" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Manuel_Galrinho_Bento_-_SL_Benfica_1982-83-899x1024.jpg 899w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Manuel_Galrinho_Bento_-_SL_Benfica_1982-83-263x300.jpg 263w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Manuel_Galrinho_Bento_-_SL_Benfica_1982-83-768x875.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Manuel_Galrinho_Bento_-_SL_Benfica_1982-83.jpg 949w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /><figcaption class="wp-element-caption">Manuel Bento in volo</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center"></p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Terzino destro: Antonio Veloso</h3>



<p></p>



<p>Altra bandiera dei lusitani, il laterale destro <strong>Antonio Veloso</strong>, padre di Miguel, è stato un giocatore rinomato per i piedi latini e soprattutto la grande duttilità, che gli ha consentito di primeggiare anche come laterale sinistro e all&#8217;occorenza come mediano. Colonna portante della squadra che raggiunge due finali di Coppa dei Campioni negli anni &#8217;80, a lungo titolare della nazionale, <strong>Veloso</strong> è un nome imprescindibile di questa formazione.</p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Difensore centrale: Germano De Figueiredo</h3>



<p></p>



<p>Statuario centrale classe 1932, <strong>Germano</strong> è con ogni probabilità il difensore portoghese più importante della storia: fortissimo sul piano fisico, intelligente, dotato della qualità in fase di lettura e di impostazione che ci si attende da un &#8220;libero&#8221;, <strong>Germano</strong> guida la retroguardia del Benfica per sei stagioni e sono le più vittoriose della storia del club. Al suo fianco, scegliamo <strong>Humberto Coelho</strong>, altro pilastro della storia lusitana: protagonista di due lunghe epopee in maglia rossa, il baffone <strong>Coelho</strong> è un centrale alto, bravissimo nel gioco aereo e molto longevo, tanto che debutta subito dopo la sconfitta di Wembley, contro il Manchester United di Best e Charlton, e si ritira sedici anni più tardi, alla vigilia di Euro 1984, dopo aver ricevuto anche la corona di giocatore portoghese dell&#8217;anno nel 1974. </p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Difensore centrale: Luisão</h3>



<p></p>



<p>Dopo Nené è il giocatore con più presenze nella storia del club: 538. Brasiliano, arrivato al Benfica dal Cruzeiro nell&#8217;estate 2003, dopo un periodo di ambientamento divenne subito uno dei punti fermi della squadra lusitana e ancora oggi dalle parti del Da Luz <strong>Luisão</strong> è considerato un&#8217;autentica istituzione. Al Benfica ha vinto 6 campionati, altrettante Coppe di Lega e 2 coppe nazionali, perdendo due finali di Europa League nel 2013 e nel 2014. Buono il suo rendimento con il Brasile, con 44 presenze totali, una Coppa América e due Confederations Cup vinte. Al suo fianco, citiamo un altro giocatore staturario e solidissimo, ovvero il brasiliano <strong>Carlos Mozer</strong>, regista difensivo ruvido ma anche elegante che in carriera ha vestito le maglie di Flamengo, Marsiglia e Benfica, vincendo da protagonista numerosi titoli e guadagnandosi anche trentasei presenze con la maglia verdeoro. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1002" height="560" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/anderson-silva-1408002985-2291.jpg" alt="" class="wp-image-13791" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/anderson-silva-1408002985-2291.jpg 1002w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/anderson-silva-1408002985-2291-300x168.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/anderson-silva-1408002985-2291-768x429.jpg 768w" sizes="(max-width: 1002px) 100vw, 1002px" /><figcaption class="wp-element-caption">Luisão, gloria del Benfica</figcaption></figure>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Terzino sinistro: Ângelo Martins</h3>



<p></p>



<p>Terzino sinitro tecnicamente molto dotato e pluridecorato, <strong>Martins</strong> è un titolare inamovibile del Benfica e della nazionale portoghese per tredici anni e vince tutto il possible da perno inamovibile della difesa. La sua unica alternativa è <strong>Álvaro Magalhães</strong>, terzino di spinta del Benfica degli anni &#8217;80, anche lui giocatore che vanta una bacheca ricchissima e un&#8217;importante militanza in nazionale: <strong>Álvaro Magalhães</strong> è titolare della nazionale che fa sudare i fenomeni francesi a Francia 1984 e gioca da titolare anche i mondiali messicani di due anni dopo. </p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Centrocampista difensivo: Domiciano Cavem</h3>



<p></p>



<p>Autentico jolly, <strong>Cavem </strong>ha saputo eccellere sia come ala sinistra che come terzino destro, lo schieriamo centrocampista difensivo perché in questo ruolo ha forse dato il meglio. Considerato ancora oggi uno dei giocatori cardine della storia del club, <strong>Cavem</strong> ha collezionato 279 presenze e 77 reti con la maglia delle Aquile, vincendo da protagonista tutto sia a livello nazionale che internazionale. Memorabile per lui e per i suoi tifosi il secondo gol messo a segno contro il Real Madrid nella leggendaria finale del 1962. Al suo fianco, ecco un altro tuttofare come <strong>Jaime Graça</strong>, pedina importante del Benfica di fine anni &#8217;60 e della prima metà dei &#8217;70, nonché titolare inamovibile in nazionale per sette anni, grazie alle doti di corridore inesauribile e alla discreta visione di gioco.</p>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Centrocampista centrale: Mário Coluna</h3>



<p></p>



<p>O <em>Monstro Sagrado</em>, il mostro sacro. Lui era la mente ed Eusébio il braccio del più forte Benfica di sempre, uno dei punti di riferimento a livello europeo e non solo degli anni &#8217;60, con 5 finali di Coppa Campioni e un calcio essenziale e redditizio, un 4-2-4 armonico plasmato dal genio ebreo-unghese Béla Guttmann e portato ad esempio sul proscenio internazionale. <strong>Coluna</strong> era geometria e ispirazione al tempo stesso, un centrocampista che sapeva fare letteralmente tutto: recuperare, impostare e concludere. Lo attestano i 150 gol realizzati in maglia Benfica, nonché gli innumerevoli assist, nonché i 10 campionati nazionali, le 5 coppe di Portogallo e le 2 Coppe dei Campioni vinte, nel 1961 (quando fu il migliore in campo nella <a href="https://gameofgoals.it/2016/04/29/1961-finale-benfica-barcellona-3-2.html">finale con il Barcellona</a>) e nel 1962. Oltre che nel Benfica diede un contributo fondamentale alla prima epopea importante della nazionale portoghese, con il terzo posto del Mondiale inglese come ciliegina. Nessuno può lontanamente avvicinare il peso di Coluna nella storia delle Aquile, ma riteniamo sia giusto menzionare comunque, tra le riserve, le due pannocchie svedesi <strong>Jonas Thern</strong> e <strong>Stefan Schwarz</strong>, che regaleranno diverse gioie anche ai tifosi italiani: i due scandinavi giocano a Lisbona solo tre o quattro stagioni, ma diventano idoli dei tifosi e nel caso di Thern sono una delle colonne della squadra che fa sudare il Milan di Sacchi in finale di Coppa dei Campioni a Vienna.</p>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Ala destra: José Augusto</h3>



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<p>Ala destra raffinata, dribblomane e con un buon feeling con il gol nella prima fase della carriera; poi mezzala di regia capace di dare manforte con esperienza e sagacia tattica alla costruzione del gioco. <strong>José Augusto</strong>, 10 anni a Lisbona tra il 1959 e il 1969 con 247 presenze e 113 reti, è stato uno dei punti fermi della generazione d&#8217;oro del Benfica. Il suo palmares recita 8 campionati, 3 coppe nazionali e 2 Coppe dei Campioni. Ha vestito anche 45 volte la maglia della nazionale, prendendo parte alla fortunata spedizione di Inghilterra &#8217;66 conclusa con il bronzo. La sua riserva deve a nostro avviso essere ll piccolo e amatissimo funambolo della fascia destra<strong> Fernando Chalana</strong>, spettacolare dribblomane che vince per due volte il premio di calciatore lusitano dell&#8217;anno e nel 1984 trascina la sua nazionale sino alla semifinale del campionato europeo, conquistandosi un prestigioso quinto posto nella graduatoria di France Football.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Jose-Augusto.jpg" alt="" class="wp-image-13792" width="-185" height="-139" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Jose-Augusto.jpg 960w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Jose-Augusto-300x225.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Jose-Augusto-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption">José Augusto festeggiato dai tifosi</figcaption></figure>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Attaccante: Eusébio</h3>



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<p>Impossibile una scelta diversa. <strong>Eusébio</strong>, che abbiamo raccontato <a href="https://gameofgoals.it/2021/11/03/eusebio-la-pantera-nera-idolo-immortale-del-portogallo.html">qui</a>, non è stato solo «il Portogallo», parafrasando un&#8217;espressione di José Mourinho, ma è stato anche il Benfica. Senza alcun dubbio, il più grande giocatore ad aver indossato la maglia delle Aquile di Lisbona nonché il giocatore nettamente più prolifico nella storia del club. Il suo straordinario impatto è testimoniato sia da titoli e cifre (473 gol in 440 partite, 11 campionati, 5 coppe nazionali e soprattutto la Coppa dei Campioni 1962, senza contare altre 3 finali di Coppa Campioni e 2 di Intercontinentale perse, la miriade di titoli di capocannoniere in patria e le 3 in Europa) sia dal valore straordinario del giocatore. La <em>Pantera Nera</em>, questo il suo soprannome, secondo solo all&#8217;inarrivabile Pelé negli anni &#8217;60, era un autentico felino che bruciava l&#8217;aria: scatto fulmineo, progressione, potenza, fiuto del gol, piedi comunque di ottima fattura. Forzando un po&#8217; un parallelo, una sorta di Mbappé del &#8216;900. Indimenticabile anche il suo Mondiale &#8217;66, quando con 9 reti e prestazioni mostruose trascinò il Portogallo al terzo posto, il punto più alto della sua storia calcistica.</p>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Centravanti: Nené</h3>



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<p>Con 577 partite è il recordman di presenze in maglia Benfica, nonché il terzo marcatore di sempre del club dopo Eusébio e José Aguas. Nome completo: Tamagnini Manuel Gomes Baptista. Ma per tutti è stato <strong>Nené</strong>, <em>O Assassino Silencioso</em>. Vent&#8217;anni di carriera, dal 1966 al 1986, ha militato solo nel club delle Aquile di Lisbona. Un amore totale, incondizionato, e un affetto immortale che ancora oggi lo lega alla sua gente. Attaccante completo e moderno, piedi da numero 10 e istinto predatorio del 9, ha vinto 10 campionati, 7 Coppe del Portogallo, è stato due volte capocannoniere del campionato e una volta della Champions League, sfiorando la vittoria nel 1968, quando il Benfica venne superato al termine di una <a href="https://gameofgoals.it/2016/11/25/1968-finale-manchester-united-benfica-4-1-dts.html">finale bellissima dal Manchester United</a>. Calciatore portoghese dell&#8217;anno nel 1971, 66 volte nazionale portoghese, partecipò al Campionato Europeo del 1984. Giocatore forse anche più dotato, il suo sostituto è il grande campione José Aguas, Era <em>O Cabecinha D&#8217;Oiro</em>, testa d&#8217;oro, perché formidabile nel gioco aereo. Nativo di Luanda, in Angola, colonia portoghese, <strong>José Aguas</strong> arrivò al Benfica nel 1950 e divenne subito una colonna insostituibile del club: vinse 5 campionati e fu 5 volte capocannoniere della serie A portoghese. Nonostante avesse superato i 30 anni fu uno dei grandi protagonisti del Benfica che conquistò le Coppe dei Campioni 1961 e 1962, segnando in entrambe le finali contro Barcellona e Real Madrid. Con 376 reti è il secondo miglior marcatore nella storia del Benfica alle spalle di sua maestà Eusébio. Per lui anche 25 partite e 11 gol con la nazionale portoghese. Terzo incomodo che merita un posticino in panchina è infine a nostro parere un altro svedese, <strong>Mats Magnusson</strong>, poderoso centravanti che in cinque stagioni a Lisbona mette a referto 84 reti, vince diversi campionati ed è titolare della squadra che gioca (e perde) due finali di Coppa dei Campioni.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Nene-Derbi-New-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-13793" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Nene-Derbi-New-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Nene-Derbi-New-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Nene-Derbi-New-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/04/Nene-Derbi-New.jpg 1320w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Nené, indimenticabile idolo dei tifosi del Benfica</figcaption></figure>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Ala sinistra: António Simões</h3>



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<p>Funambolo della fascia sinistra e forse l&#8217;unico giocatore di quel Benfica, esclusi ovviamente Eusébio e Coluna, che meriti forse di essere chiamato fuoriclasse, <strong>Simões</strong> è stato il giocatore più estroso della squadra che ha incantato il mondo negli anni &#8217;60, e con la maglia delle Aquile ha vinto tutto sia a livello nazionale che internazionale. Amatissimo dai tifosi per le sue veroniche palla al piede, l&#8217;ala sinistra è stata anche un giocatore concreto e decisivo, capace di mettere la firma nei momenti importanti, nonché un perno della nazionale lusitana per oltre dieci anni.</p>



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<p class="has-text-align-right"><strong>Articolo a firma di FRANCESCO BUFFOLI e NICCOLÒ MELLO</strong></p>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Bela Guttmann e la maledizione del Benfica" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/bcVZO0hvT0I?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/04/01/le-aquile-di-lisbona-la-top-11-all-time-del-benfica.html">Le Aquile di Lisbona: la top 11 all time del Benfica</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Béla Guttmann, l&#8217;ebreo errante che conquistò l&#8217;Europa e l&#8217;America</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2022/01/27/9664.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2022 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strateghi]]></category>
		<category><![CDATA[bela guttmann]]></category>
		<category><![CDATA[benfica]]></category>
		<category><![CDATA[coppa campioni]]></category>
		<category><![CDATA[ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[Eusébio]]></category>
		<category><![CDATA[ferenc puskás]]></category>
		<category><![CDATA[giornata della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[hakoah vienna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Giornata della Memoria raccontiamo le vicende sportive ed extrasportive di uno dei più geniali e longevi allenatori di sempre</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2022/01/27/9664.html">Béla Guttmann, l&#8217;ebreo errante che conquistò l&#8217;Europa e l&#8217;America</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Béla Guttmann con le due Coppe dei Campioni</em></p>



<p class="has-drop-cap">Istrionico. Lunatico. Giramondo. Carismatico. Vincente. Innovativo. <br>Quando si parla di <strong>Béla Guttmann</strong> il rischio è di iniziare con gli aggettivi e non finire più.<br>Perché l&#8217;allenatore ebreo ungherese, che sopravvisse all&#8217;Olocausto e fu l&#8217;unico tecnico capace di conquistare la Mitropa Cup (la competizione per club più importante d&#8217;Europa prima della guerra) e la moderna Coppa dei Campioni &#8211; il suo naturale proseguimento -, fu un uomo davvero dalle mille vite e personalità.</p>



<p>Un mix tra <strong>Mourinho</strong> e <strong>Guardiola</strong>, capace di portare il proprio credo un po&#8217; ovunque, dalla natia Ungheria all&#8217;Italia, dal Portogallo al Sudamerica, ebreo errante sempre in cerca di un&#8217;occasione diversa, incapace di resistere in un luogo per più di qualche anno. Forse solo a Vienna si sentiva realmente a casa. Il giornalista <strong>Hardy Grune</strong> scrisse di lui: «Molte volte si sedeva a San Paolo, New York o a Lisbona, sognando di gustarsi un melange in un tipico cafè viennese e chiacchierare amabilmente con alcuni dei suoi più cari amici parlando di calcio».</p>



<p>La lista dei campioni da lui allenati e forgiati è infinita: da <strong>Gyula Zsengellér </strong>ai big della Grande Ungheria con in testa <strong>Ferenc Puskás</strong>, da <strong>Alberto Spencer</strong> a <strong>Zizinho</strong>, da <strong>Mario Coluna</strong> a <strong>Pedro Rocha</strong>, da <strong>Nils Liedholm</strong> a <strong>Gunnar Nordahl</strong>, da <strong>Juan Alberto Schiaffino</strong> a <strong>Eusébio</strong>. E in modo indiretto contribuì anche alla valorizzazione di <strong>Pelé</strong>, che lui considerava il più bravo di tutti. </p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Il calciatore</h3>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="289" height="420" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/Béla_Guttmann_1925.jpg" alt="" class="wp-image-9732" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/Béla_Guttmann_1925.jpg 289w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/Béla_Guttmann_1925-206x300.jpg 206w" sizes="(max-width: 289px) 100vw, 289px" /><figcaption>Béla Guttmann all&#8217;Hakoah Vienna nel 1925</figcaption></figure></div>



<p>Era nato a Budapest il 27 gennaio 1899 in una famiglia di ballerini: i genitori <strong>Abraham</strong> ed <strong>Eszter</strong> tentarono di trasmettere al figlio la medesima passione e a 16 anni Béla era istruttore di danza classica. Ma a lui interessava di più il calcio. Dopo la trafila nel vivaio del Torekves, a 18 anni debuttò in prima squadra nel ruolo di centromediano metodista, fulcro e governo del gioco. Si trasferì all&#8217;Mtk Budapest con cui vinse due campionati.</p>



<p>Esordì anche in nazionale e partecipò ai Giochi Olimpici del 1924 a Parigi, nei quali l’Ungheria venne sorprendentemente eliminata agli ottavi dall’Egitto. <strong>Guttmann</strong> mostrò il suo spirito ribelle e goliardico: per protestare contro le tattiche dell&#8217;allenatore e l&#8217;organizzazione della federazione (secondo lui inadeguata) catturò dei topi all’interno dell’hotel dove la squadra era in ritiro, li legò per la coda e li appese alle maniglie delle camere dei dirigenti. Quando si scoprì che era stato lui l&#8217;autore del gesto, fu allontanato.</p>



<p>Ma l&#8217;Ungheria doveva fronteggiare una situazione ben peggiore degli scherzi di <strong>Guttmann</strong>: il capo del governo, l&#8217;ex ammiraglio dell&#8217;esercito austriaco <strong>Miklós Horthy</strong>, al potere dal 1920, varò leggi sempre più discriminatorie nei confronti degli ebrei, fatto che costrinse il giovane Béla a riparare a Vienna, dove aprì una scuola di ballo e si laureò in psicologia. Nel frattempo continuava a giocare a calcio, nell&#8217;Hakoah, la squadra della comunità sionista. Vinse il primo campionato professionistico nel 1925 e partì con i compagni per un tour negli Stati Uniti. L&#8217;obiettivo era promuovere la causa sionista al di là dell&#8217;Oceano, ma <strong>Guttmann</strong> aveva in mente per sé altri piani: gli americani, che erano ancora abbastanza digiuni di <em>soccer</em>, rimasero elettrizzati dallo stile mitteleuropeo dell&#8217;Hakoah &#8211; fraseggi palla a terra e movimenti d&#8217;insieme &#8211; e soprattutto da <strong>Guttmann</strong>, che era il perno del gioco.</p>



<p>I New York Giants gli fecero un&#8217;offerta faraonica &#8211; 500 dollari al mese &#8211; convincendolo a rimanere. Lui iniziò a dare lezioni di danza e contemporaneamente aprì uno spaccio clandestino di bevande alcoliche. Ma la fortuna che era riuscito a costruire in pochi si sgretolò nel 1929, dopo il crollo della borsa di Wall Street: <strong>Guttmann</strong> perse tutto e con sarcasmo commentò: «Ho fatto dei buchi negli occhi di Abramo Lincoln sulla mia ultima banconota da cinque dollari. Ho pensato che così la banconota non avrebbe potuto trovare la porta per andarsene».</p>



<p>Dopo aver messo in piedi una squadra di All Stars, radunando tutti i giocatori dell&#8217;Hakoah che dopo la tournée americana avevano deciso di rimanere negli Stati Uniti, <strong>Guttmann</strong> tornò in Europa e chiuse la carriera calcistica nell&#8217;Hakoah Vienna. </p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">I primi anni in panchina</h3>



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<p>Più che la carriera da calciatore &#8211; buona, ma non eccezionale &#8211; <strong>Guttmann</strong> è entrato nella storia dalla porta principale per le sue idee e i suoi risultati da allenatore.<br>La prima esperienza, a 34 anni, naturalmente all&#8217;Hakoah Vienna, con due decimi posti in campionato. Quindi il passaggio all&#8217;Enschede, in Olanda. Una possibilità arrivata grazie a <strong>Hugo Meisl</strong>, che era amico di suo padre. Sotto la sua guida il club chiuse al terzo posto il campionato dopo una grande rimonta, alle spalle di Feyenoord e Ajax.</p>



<p><strong>Guttmann</strong> cercò di tornare all&#8217;Hakoah, ma l&#8217;invasione nazista dell&#8217;Austria sconvolse i suoi piani e riparò in Ungheria, all&#8217;Újpest, alla guida di una squadra particolarmente competitiva. Era la stagione 1938-39 e <strong>Guttmann</strong> pose il primo, importantissimo, tassello della sua straordinaria carriera: conquistò sia il campionato ungherese sia la Mitropa Cup, la Coppa dei Campioni del periodo prebellico: nella finale tutta magiara contro il formidabile Ferencvaros, l&#8217;Újpest si impose per 4-1 all&#8217;andata e pareggiando 2-2 al ritorno. Il capocannoniere del torneo fu <strong>Gyula Zsengellér</strong>, attaccante completo e accreditato di 387 reti in 325 partite nella serie A magiara, protagonista nel dopoguerra anche in Italia: negativa l&#8217;esperienza alla Roma, più produttiva quella all&#8217;Ancona, che guidò alla promozione dalla serie C alla serie B.</p>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">La guerra</h3>



<p></p>



<p>Proprio nel momento in cui la sua carriera stava per decollare in via definitiva, scoppiò la Seconda guerra mondiale. Anni di sofferenza, soprusi e violenze. Soprattutto per gli ebrei, che andarono incontro a uno dei momenti più tragici della loro storia. </p>



<p><strong>Guttmann</strong> si trovava in Ungheria, Paese alleato dei nazisti, ma che era riuscito a mantenere la propria indipendenza. E dove, nonostante diverse leggi antisemite del governo di <strong>Miklós Horthy</strong>, gli ebrei non erano stati deportati. La situazione però cambiò radicalmente a marzo del 1944: <strong>Horthy</strong>, attraverso il Primo ministro <strong>Miklós Kallay</strong>, si era reso conto che la Germania era vicina alla sconfitta e aveva così cercato una pace separata con gli Alleati e con i sovietici. <strong>Hitler</strong> per ripicca invase il Paese e per gli ebrei ungheresi si aprirono le porte dell&#8217;inferno, con violenze e deportazioni all&#8217;ordine del giorno. Esattamente come capitava nelle nazioni sotto il diretto controllo del Reich.</p>



<p><strong>Guttmann</strong> venne nascosto a Budapest dalla moglie cattolica <strong>Mariann Moldovanyi </strong>in un attico sopra l’appartamento del fratello, proprietario di un salone di bellezza. Ma un po&#8217; per sfortuna e un po&#8217; per incoscienza &#8211; lo sprezzo del pericolo faceva parte del suo carattere e portò <strong>Guttmann</strong> a uscire più volte di casa nonostante i rischi del caso &#8211; l&#8217;allenatore fu catturato e condotto in un campo di prigionia.</p>



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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/1920px-Dr._Kállay_Miklós_1887-1967_miniszterelnök_és_Csatay_Lajos_honvédelmi_miniszter-741x1024.jpg" alt="" class="wp-image-9734" width="593" height="819" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/1920px-Dr._Kállay_Miklós_1887-1967_miniszterelnök_és_Csatay_Lajos_honvédelmi_miniszter-741x1024.jpg 741w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/1920px-Dr._Kállay_Miklós_1887-1967_miniszterelnök_és_Csatay_Lajos_honvédelmi_miniszter-217x300.jpg 217w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/1920px-Dr._Kállay_Miklós_1887-1967_miniszterelnök_és_Csatay_Lajos_honvédelmi_miniszter-768x1061.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/1920px-Dr._Kállay_Miklós_1887-1967_miniszterelnök_és_Csatay_Lajos_honvédelmi_miniszter-1112x1536.jpg 1112w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/1920px-Dr._Kállay_Miklós_1887-1967_miniszterelnök_és_Csatay_Lajos_honvédelmi_miniszter.jpg 1390w" sizes="(max-width: 593px) 100vw, 593px" /><figcaption>Miklós Kallay e Lajos Csatay</figcaption></figure></div>



<p></p>



<p>Forse a convincerlo erano state anche le parole del Ministro della Difesa <strong>Lajos Csatay</strong>, che aveva sottolineato come gli ebrei se si fossero sottoposti a dure e faticose attività quotidiane avrebbero avuto più possibilità di salvarsi la vita. La confusione politica e una sconfitta che per la Germania si faceva sempre più imminente spinsero <strong>Hitler</strong> a deporre <strong>Horthy</strong> e il suo governo (tra cui lo stesso <strong>Csatay</strong>, morto suicida per evitare la cattura della Gestapo) e favorire l’insediamento del feroce <strong>Ferenc Szalasi</strong>, leader delle Croci Frecciate, un&#8217;organizzazione che si macchiava dei peggiori crimini contro gli ebrei. </p>



<p><strong>Guttmann</strong> però riuscì a fuggire dal campo di lavoro e salvarsi la vita: il padre, il fratello e alcuni nipoti non furono così fortunati e morirono nelle camere a gas. Nella sua biografia, scritta anni dopo, l&#8217;allenatore ebreo ungherese evitò di parlare di certi argomenti. E si limitò a scrivere: «Fu Dio a salvarmi. Negli ultimi 15 anni sono stati scritti un’infinità di libri su quanto distruttivi siano stati gli anni in cui si fece una fatica enorme per riuscire a sopravvivere e non morire. Sarebbe quindi alquanto superfluo affliggere i lettori di questo mio libro con dettagli di quel tipo».</p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Il difficile dopoguerra</h3>



<p></p>



<p>Tipico ebreo errante in cerca sempre di nuove avventure, uomo ambizioso e vulcanico, istrionico, <strong>Guttmann</strong> dopo la guerra ricominciò ad allenare, deciso ad aggiungere altri trofei alla Mitropa Cup del 1939. Dopo un&#8217;esperienza al Vasas Budapest, si trasferì in Romania, nel team ebraico del Ciocanul (ex Maccabi Bucarest), dove chiese di essere pagato in natura alla luce dei problemi economici del Paese. Dotò il club di una struttura moderna, ma litigò con un dirigente e se ne andò.</p>



<p>Tornò all&#8217;Újpest e riportò il club alla vittoria del campionato. Nel 1947 passò alla Kispest, anticamera della Honved, dove plasmò la generazione che da lì a pochi anni stupì il mondo. Ebbe un rapporto di “odio e amore” con la stella <strong>Puskás</strong>, che a 20 anni era già la guida carismatica della squadra, ma questo non impedì a <strong>Guttmann</strong> di fornire al futuro Colonnello preziosi consigli per affinare il proprio bagaglio tecnico. Per un certo periodo lavorò anche al fianco di <strong>Gusztav Sebes</strong> nella costruzione dell&#8217;Aranycsapat, la squadra d&#8217;oro che dominò le Olimpiadi del 1952, sventrò gli inglesi a Wembley nel 1953 e mancò in modo beffardo e sorprendente l&#8217;appuntamento con il titolo mondiale nel 1954.</p>



<p>Nel suo carnet, naturalmente, non poteva mancare l&#8217;esperienza italiana. Iniziò al Padova, stagione 1949-50. Avvio di campionato portentoso, anche grazie ai durissimi allenamenti a cui sottopose i giocatori, con i veneti che persero una sola partita nelle prime 13. Al ritorno il tracollo, con <strong>Guttmann</strong> esonerato e la squadra che chiuse decima. Ancora più travagliata l’esperienza alla Triestina. <strong>Guttmann</strong> venne squalificato dalla federazione poiché l’anno prima al Padova pareva essersi intascato dei soldi per l’acquisto del portiere croato <strong>Zvonko Monsider</strong>. La Corte di Giustizia Federale accolse il ricorso dei friulani e l&#8217;allenatore poté tornare a guidare la squadra nel finale di campionato conducendola a una sofferta salvezza. La stagione seguente, 1951-52, partì male e venne esonerato. </p>



<p>Tentò l&#8217;avventura in Sudamerica, al Quilmes, Seconda divisione argentina, ma non era aria. Dopo un trasferimento mancato al prestigioso Boca Juniors, fu ingaggiato dall&#8217;Apoel Nicosia a Cipro. Pareva aver esaurito il tocco magico. Ma all&#8217;improvviso, nell&#8217;estate del 1953, si presentò un&#8217;occasione importante: il Milan che il presidente <strong>Angelo Rizzoli </strong>stava potenziando in modo considerevole, come confermava l&#8217;acquisto del regista uruguagio <strong>Juan Alberto Schiaffino</strong>, uno dei migliori giocatori al mondo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/TGC18.jpg" alt="" class="wp-image-9733" width="289" height="434" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/TGC18.jpg 682w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/TGC18-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 289px) 100vw, 289px" /><figcaption>Béla Guttmann al Milan</figcaption></figure></div>



<p><strong>Guttmann</strong> sembrò ritrovare l&#8217;entusiasmo perduto. Diede ai rossoneri un gioco spumeggiante ed efficace, costruito intorno al faro <strong>Schiaffino</strong>, mentre al centro della difesa lanciò titolare senza remore il 22enne <strong>Cesare Maldini</strong>, prelevato dalla Triestina, confermando di avere un occhio particolarmente attento nell&#8217;individuare giovani talenti. Il Milan volava: nove vittorie nelle prime dieci giornate e una stagione destinata a diventare trionfale.</p>



<p>Ancora una volta però emersero i limiti del suo carattere: accanto al genio visionario, c&#8217;era un uomo contraddittorio, permaloso, insofferente, scorbutico e non avvezzo ai compromessi. In un locale di Milano litigò furiosamente con il tecnico della Sampdoria ed ex del Milan<strong> Lajos Czeizler</strong>, ebreo come lui e teoricamente un amico, visto che ne aveva caldeggiato la candidatura per la panchina rossonera. Poi entrò in collisione con la società e con alcuni giocatori. Così, nonostante fosse in testa al campionato, Guttmann venne cacciato e in una conferenza stampa al vetriolo sbottò: «Sono stato licenziato anche se non sono né un criminale né un omosessuale». Da quel momento pretenderà di firmare sempre una clausola nei contratti che impediva di esonerarlo in caso di primo posto in classifica. Per la cronaca senza di lui il Milan vinse il tricolore. </p>



<p>Passò al Vicenza, ma fu un <em>annus horribilis</em>, soprattutto per fatti extra-calcistici: a Milano investì in auto due giovani studenti e uno, <strong>Giuliano Brene</strong>, morì. Il proprietario della vettura, seduto in quel momento al posto del passeggero, era <strong>Deszo Soldi</strong>, un sopravvissuto della Shoah trasformatosi in un ambiguo e molto chiacchierato dirigente calcistico. Rinviato a giudizio, <strong>Guttmann</strong> lasciò per sempre l’Italia. Firmò un contratto con l’Atletico Madrid, ma non assunse la carica e tornò a Budapest nella Honved. Era il 1956. </p>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Un&#8217;epoca di successi</h3>



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<p>Durante una tournée in Brasile con la Honved, rimase incantato dal Paese sudamericano e decise di restare. Forse un modo per tenersi lontano da Budapest, dopo la rivolta dei cittadini schiacciata nel sangue dai carri armati sovietici. Ingaggiato dal San Paolo, <strong>Guttmann</strong> conquistò a sorpresa il titolo statale 1957: buona parte del merito andava ascritto ai suoi allenamenti innovativi e all’applicazione di un sistema di gioco ancora poco in voga in Sudamerica, il 4-2-4, già sperimentato con successo in Ungheria.</p>



<p>Il 4-2-4 rivitalizzò il 36enne <strong>Zizinho</strong>, campione del Brasile &#8217;50 e ritenuto ormai sul viale del tramonto. <strong>Zizinho</strong> non giocava più da mezzala sistemista, a metà strada tra centrocampo e attacco, ma giostrava intorno a un centravanti. Correndo di meno e muovendosi più vicino alla porta, tornò a offrire un rendimento eccezionale.</p>



<p>Quel nuovo sistema di gioco ispirò uno dei suoi allievi, <strong>Vicente Feola</strong>, allenatore del Brasile, in vista del Mondiale 1958: al posto di <strong>Zizinho</strong>, <strong>Feola</strong> collocò il 17enne <strong>Pelé</strong> intorno alla boa <strong>Vavá</strong> riuscendo così a sprigionare tutto l&#8217;immenso potenziale della futura <em>Perla Nera</em>.</p>



<p>Lo stesso principio fu alla base nel Benfica dell&#8217;esplosione del giovane <strong>Eusébio</strong>, 20enne di origine mozambicana che <strong>Guttmann</strong> volle fortissimamente e strappò alla concorrenza dei rivali dello Sporting Lisbona. Muovendosi intorno alla pertica <strong>Torres</strong>, <strong>Eusébio</strong> poteva mettere in mostra un devastante arsenale fatto di accelerazioni devastanti palla al piede, tecnica invidiabile e micidiale senso del gol.</p>



<p>Dopo la fruttuosa parentesi brasiliana, <strong>Guttmann</strong> infatti si era trasferito in Portogallo: al primo anno, 1958-59, condusse il Porto alla vittoria del campionato al termine di un&#8217;epica rimonta sul Benfica. Poi si trasferì proprio al Benfica, toccando l&#8217;apice della propria carriera, con una nuova affermazione in patria a cui fecero seguito i due trionfi nelle Coppe Campioni 1961 e 1962. </p>



<p>Vittorie che sommate a quella nella Mitropa Cup 1939 hanno proiettato <strong>Guttmann</strong> nel mito, unico allenatore della storia a laurearsi campione d’Europa nelle due massime competizioni di club prima e dopo la guerra.</p>



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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/MTEzMjEwNjk0-1-cropped.jpg" alt="" class="wp-image-9735" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/MTEzMjEwNjk0-1-cropped.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/MTEzMjEwNjk0-1-cropped-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/MTEzMjEwNjk0-1-cropped-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Guttmann in mezzo ai giornalisti</figcaption></figure></div>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Gli ultimi anni</h3>



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<p><strong>Guttmann</strong> lasciò il Benfica subito dopo la seconda vittoria in Coppa dei Campioni: ai dirigenti che non volevano corrispondergli un aumento di ingaggio dopo il duplice e storico successo, il tecnico rispose: «Il Benfica non vincerà più una coppa internazionale per i prossimi 100 anni». Ne sono passati 60 e quell&#8217;infausta profezia è ancora valida: il club ha partecipato a 8 finali europee senza più vincere.</p>



<p>Ma se il Benfica non è più riuscito da quel momento a rinverdire gli antichi fasti, anche <strong>Guttmann</strong> ha cominciato un lento e inesorabile declino. Alla fine del 1962 cercò di estendere il proprio dominio dall&#8217;Europa al Sudamerica, chiamato a guidare il grande Peñarol di <strong>Rocha</strong> e <strong>Spencer</strong>, ma nella finale di Coppa Libertadores contro il Santos dovette cedere il passo a un magnifico <strong>Pelé</strong>. Malgrado una gabbia studiata ad hoc, prima della partita decisiva per limitarne le devastanti scorribande palla al piede, la <em>Perla Nera</em> irrise la difesa uruguagia con due reti e una prestazione monstre.</p>



<p>A Guttmann non restò che inchinarsi e guardare oltre. Ma quell&#8217;oltre offriva oramai poco: si riciclò senza grandi risultati al Benfica, quindi nella nazionale austriaca, al Servette, al Panathinaikos e all’Austria Vienna. Chiuse la sua quarantennale avventura in panchina al Porto, nel 1973-1974, dopo che un suo giocatore, <strong>Pavão</strong>, morì in campo per ragioni mai del tutto chiarite. L’autopsia stabilì che la causa del decesso era stata una lesione delle capsule renali dovuta a un brusco scarico di adrenalina, ma non fu possibile spiegare cosa l’avesse provocato.</p>



<p>Sospettato di obbligare i giocatori a fare uso di doping, oggetto di continue critiche, stanco e provato da mille battaglie, <strong>Guttmann</strong>, a 74 anni, decise di ritirarsi. Trascorse gli ultimi anni di vita a Vienna, la città che più amava, fino alla morte nel 1981. </p>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">All&#8217;attacco, ma con prudenza</h3>



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<p>Gioco palla a terra, passaggi rapidi e corti, dominio degli spazi e l&#8217;attacco più importante della difesa.<br>Sono i concetti base del <em>Donaufussball</em>, il calcio totale danubiano precursore di quello olandese, a cui si sono ispirati tutti i grandi allenatori ebrei della Mitteleuropa: da <strong>Hugo Meisl</strong> a <strong>Béla Guttmann</strong>, da <strong>Árpad Weisz</strong> a <strong>Ernó Egri Erbstein</strong>, da <strong>Lajos Czeizler</strong> a <strong>Imre Hirschl</strong>, da <strong>Lippo Hertzka</strong> a <strong>Jenó Konrad</strong>, da <strong>Gyula Mandi</strong> a <strong>Izidor Kürschner</strong>, da <strong>Gyula Feldmann</strong> a <strong>Richard Kohn</strong>.</p>



<p><strong>Guttmann</strong> provò a diffondere questi principi in 11 Paesi, specchio di un carattere che lo portava a viaggiare spesso, fedele al concetto dell&#8217;ebreo errante che si considera un autentico cittadino del mondo. In quanto tale <strong>Guttmann</strong> non covava risentimenti nei confronti di nessun popolo. Anche quando nel 1964, a 19 anni dalla fine della guerra, molti giornali austriaci gli rovesciarono addosso un’ignobile campagna antisemita, lui si limitò ad alzarsi dalla sedia e andarsene senza gridare allo scandalo. </p>



<p>Difficile capire il perché del suo comportamento e del suo modo di fare: come detto, <strong>Guttmann</strong> era un personaggio particolare, ricco di tante sfumature. Di certo, da un punto di vista calcistico, era estremamente flessibile. Non aveva moduli preconfezionati: per lui non erano i calciatori a dover seguire un canovaccio tattico, ma gli schemi che andavano adattati alle caratteristiche dei singoli. I soli principi inalienabili erano il gioco d&#8217;attacco («non mi sono mai preoccupato se la formazione avversaria riusciva a segnare un gol, perché ho sempre pensato che i miei sarebbero riusciti a realizzarne un altro») e l’idea di imbastire la manovra con una fitta rete di passaggi: il <em>passa-repassa-chuta</em> (passa-ripassa-tira). Ma in caso di necessità non erano disdegnati i lanci lunghi per liberare l&#8217;area. </p>



<p>A conferma della sua flessibilità tattica, Guttmann sceglieva i giocatori in base agli avversari, alle condizioni del meteo e del campo. Ogni mossa era studiata e spesso per gli avversari più forti erano predisposte marcature studiate a tavolino. Così fece contro <strong>Pelé</strong> nella finale Libertadores del 1962: l&#8217;idea era limitarlo con raddoppi sistematici, sporcargli le linee di passaggio e tagliargli i rifornimenti. La tattica non sortì gli esiti sperati, ma fa capire comunque l&#8217;attenzione ai particolari di <strong>Guttmann</strong>.</p>



<p>Altro punto forte del suo verbo calcistico era la parte comunicativa. Sosteneva che l&#8217;allenatore era come un domatore di leoni, che «domina gli animali, nella cui gabbia conduce il proprio​ spettacolo, finché li tratta con fiducia in sé e senza paura. Ma nel momento in cui diventa incerto della sua energia ipnotica, e i primi segni di timore appaiono nei suoi occhi, è perso». Anticipò l’idea del tecnico-manager alla <strong>Herrera</strong> o alla <strong>Mourinho</strong>, mescolando un po&#8217; di sana arroganza, battute al vetriolo, un&#8217;invidiabile dialettica e uno spiccato culto della propria persona. Ma il suo calcio, a differenza dello spagnolo e del portoghese, non era orientato sul pragmatismo e la difesa, ma sull&#8217;attacco.</p>



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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/Guttmann-tattico.jpg" alt="" class="wp-image-9736" width="562" height="340" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/Guttmann-tattico.jpg 375w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/01/Guttmann-tattico-300x182.jpg 300w" sizes="(max-width: 562px) 100vw, 562px" /><figcaption>Guttmann spiega la tattica ai suoi giocatori</figcaption></figure></div>



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<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">L&#8217;adozione del 4-2-4</h3>



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<p>Accanto allo stile di gioco, l&#8217;altra grande rivoluzione di <strong>Guttmann</strong> fu l&#8217;adozione del 4-2-4. Non fu lui il primo a usarlo, ma fu uno dei primi a renderlo efficace su larga scala.<br>Lo aveva partorito ai tempi della Grande Ungheria, lavorando al fianco di Sebes e Mandi. La base di partenza era il <em>Sistema rovesciato</em>, il 3-2-3-2, con il centravanti nominale <strong>Nandor Hidegkuti</strong> arretrato rispetto alle mezzali <strong>Sandor Kocsis </strong>e <strong>Ferenc Puskás</strong>. L&#8217;ispirazione a <strong>Sebes</strong> era arrivata da <strong>Márton Bukovi</strong>, allenatore dell&#8217;Mtk Budapest, che per ovviare all&#8217;addio dell&#8217;ariete <strong>Norberto Hofling</strong> ceduto alla Lazio, aveva scelto di invertire il centravanti con i due interni.</p>



<p><strong>Sebes</strong>, <strong>Mandi</strong> e <strong>Guttmann</strong> dal 3-2-3-2 erano passati in breve a un flessibile 4-2-4 in fase di non possesso palla, con il trattore <strong>Zakarias</strong> che arretrava al fianco dello stopper <strong>Loránt</strong> e con i terzini <strong>Buzanskyi</strong> e <strong>Lantos</strong> formava una difesa a 4; e con <strong>Hidegkuti</strong> che si spostava indietro di qualche metro formando con il cervello <strong>Bozsik</strong> un inimitabile duo di costruttori di gioco capaci di abbinare qualità tecniche, visione di gioco periferica e dinamismo.</p>



<p>Quando si trasferì in Brasile, <strong>Guttmann</strong> trovò terreno fertile dato che anche i brasiliani erano già arrivati a concepire il 4-2-4 attraverso strade diverse: in quel caso erano stati i piccoli club ad adottare il 4-2-4 come reazione allo schema della <em>Diagonal</em> che stava spopolando in Brasile (così giocò anche la meravigliosa nazionale del 1950 beffardamente superata dall&#8217;Uruguay nell&#8217;ultimo atto del Mondiale): il modulo di gioco prevedeva una diagonale offensiva che partiva da una delle mezzali e passando dal centravanti arrivava all&#8217;altra mezzala, l&#8217;uomo più avanzato dello schieramento.</p>



<p>La posizione arretrata del centravanti obbligava il terzino sinistro che lo marcava a uscire spesso dall’area. Di conseguenza la mezzala sinistra poteva infilarsi nello spazio lasciato libero, ritrovarsi davanti al portiere e colpire a rete indisturbata. La gente era contenta e gli stadi erano pieni perché i gol fioccavano in abbondanza e assecondavano lo spirito del <em>futebol bailado</em>. Non altrettanto felici erano però gli allenatori delle piccole squadre, che subivano rovesci clamorosi. Per correre ai ripari, uno di loro, <strong>Martim Francisco</strong>, tecnico del Vila Nova, nel 1951, aveva arretrato un uomo in difesa e uno a centrocampo, arrivando così al 4-2-4. I risultati furono notevoli: il Vila Nova registrò la tenuta della difesa che subì appena 16 reti e vinse a sorpresa il campionato dello Stato del Minas Gerais.</p>



<p>Il 4-2-4 iniziò a farsi conoscere e quando <strong>Guttmann</strong> lo propose al San Paolo e conquistò il campionato Paulista, il Brasile comprese che poteva essere sperimentato con successo anche nei grandi club. Da lì il passo a <strong>Vicente Feola</strong> e alla nazionale fu breve. E con quel modulo il Brasile vinse tutto.</p>



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<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Federico Buffa - Bela Guttmann" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/oyfWot15HXU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Federico Buffa racconta Béla Guttmann</figcaption></figure>



<p><canvas width="1588" height="2246">per riuscire a sopravvivere e non morire. Sarebbe quindi alquanto superfluo affliggere i lettori di questo mio libro con dettagli di quel tipo » . Un minuzioso lavoro di ricerca condotto dallo storico David Bolchover nel libro “The Greatest Comeback” ha permesso di ricostruire la sua vicenda. Dopo l’invasione nazista dell’Ungheria a marzo 1944, Guttmann venne nascosto a Budapest dalla moglie cattolica Mariann Moldovanyi in un attico sopra l’appartamento del fratello, proprietario di un salone di bellezza. Tuttavia la sua indole irrequieta e imprevedibile gli fece correre dei rischi assurdi. In più di una occasione uscì per strada e fu fermato dalla Gestapo, riuscendo a cavarsela con un po’ di arguzia e parecchia fortuna. A un certo punto si ritrovò però confinato in un campo di lavoro: forse a convincerlo erano state le parole del Ministro della Difesa Lajos Csatay, che aveva sottolineato come gli ebrei se si fossero sottoposti a dure e faticose attività quotidiane avrebbero avuto più possibilità di salvarsi la vita. Ma la confusione politica e una sconfitta che per la Germania si faceva sempre più imminente spinsero Hitler a destituire i vecchi reggenti (tra cui lo stesso Csatay, che fu catturato dalla Gestapo e si suicidò) e favorire l’insediamento del feroce Ferenc Szalasi. Il passo dal campo di lavoro al lager fu breve per migliaia di ebrei. Non per Guttmann però, che come abbiamo visto, architettò un’ingegnosa fuga insieme a Erbstein e ad altri tre prigionieri. Il padre, il fratello e alcuni nipoti, invece, non furono così fortunati e morirono nelle camere a gas. Al termine del conflitto, Guttmann riprese ad allenare al Vasas Budapest. Pochi mesi dopo si trasferì in Romania, nella squadra ebraica del Ciocanul (ex Maccabi Bucarest). Vista la scarsità di cibo e la crescente inflazione che stavano investendo l’Europa dell’Est pretese di essere pagato in natura con prodotti commestibili. In cambio dotò il club di una struttura all’avanguardia sottoponendo i giocatori ad allenamenti rigorosi. Ma un acceso battibecco con un dirigente lo portò a rassegnare le dimissioni dopo sole 13 giornate. Tornò allora in Ungheria, in quell’Ujpest con cui quasi dieci anni prima si era laureato campione d’Europa e lo condusse a un nuovo brillante successo in campionato. Nell’estate 1947 passò al Kispest, anticamera della grande Honved, dove plasmò alcuni dei futuri assi del calcio ungherese. Tra di loro c’era anche un giovanissimo Ferenc Puskas. I due inizialmente si intendevano a meraviglia, ma l’idillio si ruppe in occasione di una pesante sconfitta per 4-0 subita a Gyor. Per tutto il primo tempo Guttmann dalla panchina se la prese con il terzino Mihaly Patyi, reo di aver commesso errori in serie e di un atteggiamento troppo aggressivo. Nell’intervallo gli​ ordinò di non presentarsi in campo: poco importava che la squadra avrebbe giocato la ripresa in dieci (ai tempi non erano ancora previste le sostituzioni). Pur avendo appena 20 anni Puskas era già il giocatore più influente e di maggior personalità dello spogliatoio e disse a Patyi di restare al suo posto. Il terzino era in imbarazzo, non sapeva che fare, ma alla fine seguì il consiglio di Puskas disobbedendo a Guttmann. Il tecnico ebreo-magiaro non disse una parola, guardò il secondo tempo seduto in tribuna leggendo un giornale e poi se ne andò, lasciando la squadra per sempre. Puskas e Guttmann si chiariranno poi negli anni successivi, quando il tecnico di origine ebraica entrerà nello staff di Gusztav Sebes per disegnare e ispirare la mitica Aranycsapat. Prima di quell’esperienza però Guttmann tentò, con scarso successo, l’avventura italiana. La tappa iniziale fu il Padova, annata 1949-50. L’accordo prevedeva che non percepisse alcun compenso extra salvo dei premi da distribuire ai giocatori ad ogni partita, a seconda delle prestazioni e dei risultati. Sottoposti a durissimi allenamenti atletici, i veneti partirono fortissimo perdendo una sola volta nelle prime 13 giornate. Ma nel ritorno ci fu un brusco calo e Guttmann fu allontanato nel finale di campionato, con la squadra che chiuse al 10° posto. Ancora più travagliata l’esperienza alla Triestina. L’allenatore ebreo-magiaro venne squalificato dalla federazione poiché l’anno prima al Padova pareva essersi intascato dei soldi per l’acquisto del portiere croato Zvonko Monsider. La Corte di Giustizia Federale accolse il ricorso dei friulani e Guttmann poté tornare ad allenarli in tempo per guidarli a una sofferta salvezza. La stagione seguente, 1951-52, partì male e venne esonerato. Dopo aver contribuito tatticamente a dare il via all’epopea della Grande Ungheria, ebbe un primo approccio con il calcio sudamericano, scendendo al Quilmes, seconda divisione argentina. Alla sesta giornata piantò tutti in asso, convinto di raggiungere un accordo con il blasonato Boca Juniors, che però si concluse con un nulla di fatto. Indignato, si rifugiò all’Apoel Nicosia, a Cipro, ma a novembre 1953 rientrò in Italia, al Milan, con cui giunse terzo in campionato. In estate il nuovo presidente Andrea Rizzoli gli regalò Juan Alberto Schiaffino, campionissimo uruguayano, reduce da uno sfavillante Mondiale svizzero. Guttmann seppe coniugare il valore degli interpreti con il suo credo tattico, dando fiducia anche ad alcuni giovani, su tutti il 22enne Cesare Maldini, prelevato dalla Triestina e lanciato titolare nel ruolo di stopper. Nove vittorie nelle prime dieci giornate proiettarono la squadra al comando. Pareva il preludio a un’annata di gloria, ma i rossoneri cominciarono a perdere colpi e la situazione precipitò. Ancora una volta venne fuori​<canvas width="1588" height="2246">il lato scorbutico e insofferente di</canvas></canvas></p>
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		<title>Eusébio, la Pantera Nera idolo immortale del Portogallo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Nov 2021 16:12:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nacque destinato a lustrare scarpe, vendere noccioline o borseggiare la gente distratta. Da bambino lo chiamavano Ninguém (niente, nessuno). Figlio di madre vedova, giocava a [&#8230;]</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Nacque destinato a lustrare scarpe, vendere noccioline o borseggiare la gente distratta. Da bambino lo chiamavano Ninguém (niente, nessuno). Figlio di madre vedova, giocava a pallone coi suoi molti fratelli negli spiazzi della periferia, dalla mattina alla sera. Fece il suo ingresso sui campi correndo come può correre solo chi fugge dalla polizia o dalla miseria che gli morde i talloni. E così, tirando e zigzagando, divenne Campione d&#8217;Europa a vent&#8217;anni. Allora lo chiamarono la Pantera. Nel Mondiale del 1966, le sue zampate lasciarono un mucchio di avversari a terra e i suoi gol da angolazioni impossibili suscitarono ovazioni che sembravano non finire mai. Fu un africano del Mozambico il miglior giocatore di tutta la storia del Portogallo: Eusébio, gambe lunghe, braccia cadenti, sguardo triste.</p><cite>Eduardo Galeano</cite></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Figlio dell&#8217;Africa Nera e dell&#8217;Europa coloniale, nato povero, cresciuto nel fango. <strong>Eusébio da Silva Ferreira</strong>, il più grande calciatore portoghese prima dell&#8217;avvento di <strong>Cristiano Ronaldo</strong>, uno dei simboli assoluti degli anni &#8217;60, decennio del riscatto sociale per molti neri. Nello sport, ma non solo. Nel calcio c&#8217;erano <strong>Pelé</strong>, la <em>Perla Nera</em>. C&#8217;era lui, la <em>Pantera Nera</em>. C&#8217;era (per chi conosce a fondo la storia del gioco) <strong>Alberto Spencer</strong>, <em>Cabeza Magica</em>, stella del Peñarol e della Libertadores. Tre colored che dominarono un&#8217;epoca, come mai prima era riuscito agli atleti di colore.</p>



<p>Mafalala è il nome del quartiere di Maputo, ai tempi Lourenço Marques, capitale del Mozambico, colonia portoghese, dove <strong>Eusébio</strong> è venuto al mondo il 25 gennaio 1942. File di baracche con tetti in lamiera. Zero elettricità. Pochissima acqua potabile. Strade senza asfalto. Degrado e malattie comuni che possono diventare letali. Analfabetismo e denutrizione. Un classico delle bidonville africane. Uno dei posti più poveri del mondo.</p>



<p>Ma è tra gli stenti e la fame che spesso sono emersi i più grandi calciatori di sempre. Rimasto orfano di padre, morto di tetano, quando ancora era un bambino, <strong>Eusébio</strong> fu allevato dalla madre, Elisa Anissabeni e fin da piccolo sviluppò un rapporto unico con il pallone. Palle fatte di calzini e stracci, improvvisando partite con gli amici fino al calar del sole. <em>Os Brasileiros</em> fu il nome della sua prima squadra, in onore dei campioni della Seleçao del 1950. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Eusebio Was Phenomenal ● Rare Footage ►Skills &amp; Goals◄ ||HD||" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/48JPs63uAkg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Dribbling, gol e grandi giocate di Eusébio</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Respinto dal Grupo Desportivo de Lourenço de Marques, società affiliata al Benfica, <strong>Eusébio</strong> fu arruolato dallo Sporting Lourenço Marques che era nell&#8217;orbita dello Sporting Lisbona. La squadra era allenata da <strong>Ugo Amoretti</strong>, italiano, ex portiere di Juventus e Fiorentina negli anni &#8217;30, che rimase subito impressionato dalle movenze felpate e leggiadre di quel ragazzo, pantera che si muoveva furtiva nell&#8217;aria, pronta ad azzannare la preda al momento opportuno. <strong>Eusébio</strong> fu segnalato alla Juventus, al Torino, al Genoa, alla Sampdoria. Nessuno affondò il colpo, nessuno ebbe il coraggio di prendersi un simile rischio, investire su un ragazzo dell&#8217;Africa Nera ancora minorenne.</p>



<p><strong>Eusébio</strong> fece spallucce, timbrò 77 reti in 42 incontri con il suo club e a quel punto si fece avanti lo Sporting Lisbona, che aveva un canale preferenziale visto il legame con lo Sporting Lourenço Marques. L&#8217;idea era di inserirlo nelle giovanili e farlo crescere per poi lanciarlo in prima squadra in un secondo momento.</p>



<p>Ma la storia aveva in serbo altro per il giovane <strong>Eusébio</strong>. <strong>José&nbsp;Carlos Bauer</strong>, <em>O Monstro do Maracanã</em>, favoloso centromediano del Brasile nel Mondiale &#8217;50 diventato osservatore del Benfica, visionò il ragazzo in una tournée e lo consigliò immediatamente all&#8217;allenatore della prima squadra, il genio ebreo-ungherese <strong>Béla Guttmann</strong>, sopravvissuto al lager, che in Ungheria aveva già forgiato il giovane <strong>Puskás</strong> e in Brasile favorito l&#8217;esplosione tattica del prodigio <strong>Pelé</strong>.</p>



<p>Non c&#8217;è due senza tre, dice la regola. Così <strong>Guttmann</strong>, che se intendeva di talenti come pochissimi altri, quando vide <strong>Eusébio</strong> non perse tempo. Alla madre e alla famiglia offrì molti più soldi quelli promessi dallo Sporting, al Lourenço Marques girò sull&#8217;unghia 350mila escudi e chiuse la trattativa in un lampo. Inutili le proteste dello Sporting, qualche mese più tardi <strong>Eusébio</strong>, a 19 anni, debuttò con la maglia del Benfica nel campionato portoghese.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery columns-3 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="189" height="256" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/Ugo_Amoretti.jpg" alt="" data-id="8769" data-link="https://gameofgoals.it/?attachment_id=8769" class="wp-image-8769"/></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="826" height="768" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/987307636d2319d6bcdc736f15869f60.png" alt="" data-id="8770" data-link="https://gameofgoals.it/?attachment_id=8770" class="wp-image-8770" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/987307636d2319d6bcdc736f15869f60.png 826w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/987307636d2319d6bcdc736f15869f60-300x279.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/987307636d2319d6bcdc736f15869f60-768x714.png 768w" sizes="(max-width: 826px) 100vw, 826px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/Bela-Guttmann-1024x576.jpg" alt="" data-id="8771" data-full-url="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/Bela-Guttmann.jpg" data-link="https://gameofgoals.it/?attachment_id=8771" class="wp-image-8771" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/Bela-Guttmann-1024x576.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/Bela-Guttmann-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/Bela-Guttmann-768x432.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/Bela-Guttmann.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption">Da sinistra: Ugo Amoretti, José Carlos Bauer e Béla Guttmann: tre figure chiave nella carriera di Eusébio</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il suo impatto fu devastante. Il Benfica l&#8217;anno prima aveva già vinto la Coppa dei Campioni, 3-2 in rimonta contro il favorito Barcellona. Con <strong>Eusébio</strong> la squadra salì un ulteriore gradino. Nel 1961-62 i rossi di Lisbona concessero il bis, 5-3 al Real Madrid in una finale pazzesca, forse la più spettacolare di sempre nella storia della massima competizione per club: <strong>Di Stéfano</strong> e <strong>Puskás</strong>, entrambi over 30, diedero spettacolo a lungo. Ma la scena se la prese <strong>Eusébio</strong>, con 2 reti determinanti e una quantità industriale di giocate decisive. </p>



<p>Era nata una stella e gli anni seguenti confermarono tutte le qualità dell&#8217;attaccante mozambicano. Non un 9 e non un 10. Entrambi. Istinto del gol, verticalità, tecnica, atletismo ma anche invidiabili doti di regia e di ultimo passaggio. Un attaccante moderno, un po&#8217; centravanti e un po&#8217; seconda punta, uno di quei rari casi di giocatori che si possono prendere d&#8217;amblé e calare in ogni epoca e in ogni contesto (anche nel calcio ipervitaminico e iperatletico di oggi) e farebbero ugualmente la differenza.</p>



<p>Solo la presenza dell&#8217;inarrivabile <strong>Pelé</strong>, il dio per eccellenza dei prati verdi, riuscì a scolorire in parte le qualità di <strong>Eusébio</strong>, che venne sempre percepito come il numero 2, il primo degli umani, il <strong>Pelé</strong> europeo a cui mancava qualcosa per essere come il <strong>Pelé</strong> vero. Lo confermò la finale Intercontinentale del 1962: <strong>Eusébio</strong> andò in gol, ma dovette arrendersi alla superiorità schiacciante dell&#8217;altro.</p>



<p>Ci fu un&#8217;occasione, tuttavia, in cui <strong>Eusébio</strong> seppe prendersi una rivincita con i fiocchi, e non fu un&#8217;occasione di poco conto, ma la vetrina più importante: i campionati del mondo in Inghilterra nel 1966.</p>



<p>Dopo aver dominato la Bulgaria nel primo match, <strong>Pelé</strong> si fece male: un infortunio contro i bulgari, poi due interventi durissimi nei primi minuti nel match contro il Portogallo del rivale e senza il Re di mezzo, <strong>Eusébio</strong> vestì i panni del monarca assoluto. Guidò il Portogallo al più grande Mondiale della sua storia, lo spinse al terzo posto dopo un ruolino complessivo di 9 reti, ma non fu solo per i gol che quella competizione è ricordata ancora oggi come il Mondiale più dominante mai giocato da un singolo nella storia, insieme al <strong>Maradona</strong> di Messico &#8217;86. </p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="470" height="602" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/eusebpele.jpg" alt="" class="wp-image-8772" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/eusebpele.jpg 470w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/eusebpele-234x300.jpg 234w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /><figcaption>Pelé ed Eusébio: i due dominatori degli anni &#8217;60</figcaption></figure></div>



<p>Fu per la qualità e la quantità delle giocate, per la continuità prestazionale in ogni partita, per il peso in campo. Il capolavoro supremo fu la partita contro la Corea del Nord, nei quarti di finale: sotto 3-0 dopo nemmeno mezz&#8217;ora, il Portogallo era come un pugile all&#8217;angolo. Ci pensò <strong>Eusébio</strong> con la più straordinaria prestazione di un singolo nella storia dei Mondiali a rovesciare l&#8217;inerzia: 4 gol segnati, due con cannonate in corsa e due con rigori che lui stesso si era procurato (uno al termine di uno spunto in velocità straordinario partendo da prima di metà campo); il corner da cui scaturì la quinta rete; una quantità sovrumana di palloni giocati nell’interesse dei compagni; assist e accelerazioni a getto continuo; conclusioni velenose da ogni posizione. </p>



<p><strong>Eusébio</strong> dischiuse al Portogallo le porte della semifinale, ma l&#8217;avversario, l&#8217;Inghilterra padrona di casa, forte di campioni come <strong>Charlton</strong>, <strong>Moore</strong>, <strong>Banks</strong>, <strong>Hurst</strong>, si rivelò un ostacolo troppo duro anche per lui. Che giocò un ottimo match ancora una volta, andò in gol, ma dovette arrendersi alla doppietta di <strong>Charlton</strong>.</p>



<p>Grazie a quel Mondiale <strong>Eusébio</strong> si consacrò definitivamente. Era il nuovo numero uno e in tanti si fecero avanti. A partire dall&#8217;Inter di <strong>Italo Allodi</strong> che aveva già un pre-contratto scritto con lui, l&#8217;astro nascente del calcio tedesco <strong>Beckenbauer</strong> e il colosso inglese <strong>Moore</strong>, miglior difensore al mondo del decennio. Tre stranieri doc che avrebbero trasformato i nerazzurri nella corazzata del calcio europeo e mondiale degli anni successivi.</p>



<p>Ma il flop dell&#8217;Italia al Mondiale inglese fece saltare tutto. La chiusura delle frontiere era già stata decisa prima in realtà, il 15 febbraio 1965, ma vista la figuraccia degli azzurri contro la Corea del Nord venne prorogata. Niente più stranieri in serie A, bisognava tornare a investire sul vivaio, sui giocatori fatti in casa. Niente <strong>Eusébio</strong>, dunque.</p>



<p>Che rimase al Benfica, club in cui chiuse la sua esperienza nel 1975 dopo 15 stagioni condite da numeri fantastici: 474 gol in 440 partite, 11 campionati portoghesi, 7 titoli di capo-cannoniere, 5 Coppe del Portogallo, 2 Coppe Campioni (la prima da riserva, la seconda da protagonista assoluto) e altre 3 perse in finale, 47 reti in 63 presenze nella massima competizione europea per club e 3 volte re dei bomber, due Scarpe d’Oro e un Pallone d’Oro.</p>



<p>Un campione dentro il campo, ma anche fuori. Persona umile e generosa, consapevole che il calcio e lo sport sono gioie effimere e che i veri valori della vita in fondo sono altri. Valori che emergono in modo chiaro dalle sue parole: <em>«Quel Benfica era una macchina da gol. Riuscivamo a segnare una media di due, tre reti a partita. “Attaccare, attaccare”: questo ci ripeteva continuamente il nostro allenatore Béla Guttmann. Lo schema tattico? Il modello era il Brasile che aveva vinto i mondiali del ’58 con il 4-2-4. Ma lo schema non era un “ordine”, era solo un’idea. Nel nostro calcio la differenza la facevano gli uomini, non gli schemi. In quel Benfica c’era amicizia, c’era voglia di divertirsi, c’era amore per la camiseta. Non eravamo ricchi come i campioni di oggi. Noi eravamo poco più che dilettanti. Ma dentro quella squadra c’era uno spirito che oggi non esiste più».</em></p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Era un genio del calcio e un modello di umiltà: una eccellenza nel mondo dello sport e un uomo generoso e solidale. È stato per tutti gli appassionati un esempio di professionalità, di determinazione e di dedizione</p><cite>Paulo Coelho</cite></blockquote>



<p></p>



<p>È per questo che il suo nome è sempre stato sinonimo di fair play e lealtà, non solo di qualità tecniche immense. E quando se n&#8217;è andato, il 5 gennaio 2014 all’età di 71 anni, gli attestati di stima e i riconoscimenti si sono sprecati in tutto il mondo.</p>



<p>In questo, diversissimo dal suo successore, <strong>Cristiano Ronaldo</strong>, campione bionico, molto attento alla propria immagine, perfetto rappresentante del calcio robotico e tutto selfie e <em>phisique du rôle</em> dei giorni nostri. Impossibile un reale confronto tra i due. Se <strong>CR7</strong> ha oramai superato <strong>Eusébio</strong> in termini di carriera, status, iconicità e impatto storico ed è da ritenersi probabilmente il più grande campione mai prodotto dal Portogallo, bisogna riconoscere dall&#8217;altro lato che come giocatore in sé, per “doti di campo” e per talento, <strong>Eusébio</strong> ha avuto qualcosa in più. E che rispetto a <strong>CR7</strong> ha offerto un rendimento decisamente superiore nella competizione più prestigiosa, i Mondiali.  </p>



<p>I confronti e le classifiche lasciamoli comunque da parte. Anche perché questo non toglie nulla al valore di <strong>Eusébio</strong>. E per far capire cosa rappresenti ancora oggi per la sua gente, ricordiamo le parole di <strong>José Mourinho</strong>: <em>«Eusébio è una figura immortale. È come Amalia Rodrigues, è come il fado. Eusébio, in una parola, è il Portogallo».</em></p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/Eusebio-e-Cristiano-Ronaldo.jpg" alt="" class="wp-image-8775" width="594" height="334" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/Eusebio-e-Cristiano-Ronaldo.jpg 644w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/11/Eusebio-e-Cristiano-Ronaldo-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 594px) 100vw, 594px" /><figcaption>Eusébio e Cristiano Ronaldo: i due massimi calciatori portoghesi della storia</figcaption></figure></div>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2021/11/03/eusebio-la-pantera-nera-idolo-immortale-del-portogallo.html">Eusébio, la Pantera Nera idolo immortale del Portogallo</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Giornata della Memoria: la storia dell&#8217;Hakoah Vienna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jan 2021 12:47:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Le nostre dirette]]></category>
		<category><![CDATA[bela guttmann]]></category>
		<category><![CDATA[ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[giornata della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[hakoah vienna]]></category>
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<p>In occasione della Giornata della Memoria il 27 gennaio, per commemorare le vittime dell&#8217;Olocausto, abbiamo deciso di fare una diretta video ricordando la storia dell&#8217;Hakoah Vienna. La squadra viennese, in cui militava Bela Guttmann, futuro grande allenatore, vinse nella stagione 1924/1925 il primo campionato austriaco professionistico. La formazione era di matrice sionista: solo gli atleti di origine ebraica potevano parteciparvi. </p>



<p>Da ricordare anche che l&#8217;Hakoah fu la prima squadra di club continentale a vincere in casa dei maestri inglesi: capitò nel 1923, con un 5-1 ai danni del West Ham. La squadra partecipò anche a due tournée negli Stati Uniti, che avevano il compito non solo di raccogliere fondi per la causa sionista, ma anche di far conoscere il calcio in America. </p>



<p>Sciolta dai nazisti dopo l&#8217;Anschluss, l&#8217;annessione dell&#8217;Austria alla Germania, nel 1938, alcuni dei giocatori dell&#8217;Hakoah morirono nei lager. Oggi la squadra è stata rifondata e gioca nelle divisioni inferiori austriache.</p>



<p>Di seguito la diretta completa con ospite d&#8217;onore lo scrittore Roberto Brambilla. Potete trovare la diretta anche sulle nostre pagine social.</p>



<p></p>



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