Caçador de Mim: elegia per Neymar, il principe che non è diventato re

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L’America, intesa come continente, secondo lo scrittore cileno Roberto Bolaño è un contesto culturale che, a differenza dell’Europa, non ha coscienza di cosa significhi cadere nell’eccesso.

Roberto parlava con cognizione di causa: la sua vita sembrava estrapolata da uno dei suoi romanzi-fiume, perché il cileno ha vissuto nel paese natìo, e poi a lungo in Messico, e infine a Barcellona, lavorando come guardiano notturno di camping sulla Costa Brava, mentre nelle lunghe notti del Mediterraneo scriveva, scriveva senza sosta, fino a conquistare la fama giusto un attimo prima che la Signora con la falce venisse a prenderselo, a soli cinquant’anni.

Pochi giorni fa abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione plastica, quasi una sorta di ipostasi, del concetto di eccesso che esiste in America, in particolare in America Latina, e più precisamente ancora in Brasile.

Neymar da Silva Santos Júnior, trentaquattro anni e mezzo (qui il mio primo pezzo su di lui), una carriera leggendaria sotto molti aspetti, non ultimo quello della sfortuna colossale (un amico una volta mi disse, e si perdonerà la poca eleganza della locuzione, che se un ombrello dallo spazio finisse sulla terra, troverebbe il modo di infilarsi nel deretano di Neymar), stava spendendo gli ultimi minuti della sua vita con la maglia della Seleçao, quella che è diventata la sua seconda pelle.

L’ultima di Neymar con il Brasile con il rigore, 80° centro con la maglia verdeoro

Neymar era ed è reduce da anni costellati da gravissimi problemi fisici, anni che includono una triste scampagnata in Arabia Saudita, la parentesi più tragicomica della sua carriera, e qualche fuoco, gli ultimi rantoli del fuoriclasse che è stato, nel suo Brasile, con il suo Santos. In quei pochi minuti contro la Norvegia, un Neymar quasi zoppo ha provato l’impossibile, ha commesso un fallo da giallo, ha segnato un rigore dopo essersi messo a battibeccare, in maniera abbastanza inspiegabile, con il portiere scandinavo, e poi si è accasciato a terra in lacrime.

Il suo comportamento fuori dalle righe, nonostante la raggiunta maturità, è parso ancora una volta evidente, a tratti quasi patetico nella sua isteria impotente. In una parola, eccessivo. A fine partita, il brasiliano si è lasciato andare a un pianto toccante, che mi ha ricordato – mutatis mutandis – le lacrime di Franco Baresi a Pasadena.

Difficile immaginare due persone più diverse: il ruvido e silenzioso figlio della provincia bresciana, che ha salutato la propria infanzia con largo anticipo, perdendo da giovanissimo entrambi i genitori, e che ha costruito la propria grandezza sopra una determinazione quasi preternaturale, e il figlio delle favelas di San Paolo, magro come qualsiasi altro bambino denutrito nato nella parte sbagliata del mondo, epperò scomposto, irriverente, sguaiato, il Batman protagonista di infinite notti di bagordi, l’erede di tutti i malandri e quasi (anche qui) la loro incarnazione definitiva.

Eppure, io ho visto diverse affinità: un amore viscerale (quello per le maglie azzurre e verdeoro) porta due giocatori lontanissimi a sfogarsi in diretta mondiale, e i compagni a consolare quella che sembra una consapevolezza inconsolabile (non ci sarà più modo di rimediare, è davvero finita).

Neymar avrebbe fatto felice – ma anche irritato – Roberto Bolaño, e sembra effettivamente uscito da una delle sue opere mondo; è stato un detective selvaggio allegro e folle, destinato alla malinconia.

Ci sono diversi cantautori brasiliani che mi evocano la sua figura: il leggendario Milton Nascimento, con il celebre pezzo Caçador de Mim, firmato da Sérgio Magrão e Luiz Carlos Sá, esplorava le proprie ferite interiori, in una foga introspettiva che non credo appartenga a Neymar, e che però in qualche modo lo evoca – il cacciatore di se stesso, in guerra con se stesso ancora prima che con il resto del mondo.

Luiz Melodia, altra leggenda della musica verdeoro, nel 1973 si è fatto immortalare sulla copertina del suo album d’esordio con un pallone in mano, quasi a voler rivendicare la propria esistenza con l’oggetto più brasiliano di tutti, il pallone – e Luis Melodia è stato un cantautore maledetto, il figlio di un Brasile oppresso dalla dittatura, e la sua musica dai forti contrasti, policroma, instabile, mi ricorda le gesta di Neymar con il pallone.

L’ultimo malandro è stato eccessivo e paradossale in tutto, proprio come i detective senza patria – e al contempo innamorati della propria patria – di Bolaño, proprio come alcuni cantautori brasiliani stralunati e in odore di eresia: ha trentaquattro anni e mezzo, eppure è come se ne avesse ventinove e pochi mesi; se contassimo solo le stagioni che ha potuto disputare senza gravi infortuni – infortuni che lo hanno privato di oltre cinque anni di carriera, e solo scriverlo desta una certa impressione – dovremmo dargli ventinove anni.

Non ha mai vinto un titolo maggiore con la nazionale e non ha mai disputato un mondiale intero da sano – la sua sfortuna cosmica lo ha quasi ridotto su una sedia a rotelle, ancora dodici anni fa, e di fatto non ha mai smesso di inseguirlo, con una caparbietà quasi sadica – e ha giocato con versioni della sua nazionale spesso ai limiti del mediocre, eppure è il miglior marcatore all time della storia verdeoro, ha segnato più di Pelé, di Romário, di Ronaldo.

Si è rotto in maniera forse decisiva proprio quando stava diventando il più grande del pianeta – la sua stagione 2017-2018 è qualcosa di quasi irripetibile, eppure è qualcosa che celebrano solo i suoi amanti, perché la magia è svanita sul più bello, in una delle sue tante maledette primavere.

Ha inventato gol che sono puro distillato di genio malandro e si è divorato gol da straccio della licenza. Genio e sregolatezza in un’epoca che ha messo al bando certe figure, e che premia, comprensibilmente, efficacia, continuità, solidità, titoli. Tutto questo non è mancato nella sua carriera, ma è come se fosse sempre mancata la lira per fare il milione del fenomeno consacrato.

Eccessivo negli atteggiamenti, con le provocazioni, le simulazioni, le scenate isteriche – che erano anche uno strumento di autodifesa, perché si parla appunto di uno dei giocatori più martoriati dai problemi fisici della storia dello sport; atteggiamenti che lo hanno reso inviso a buona parte di un pubblico conservatore come quello italiano, poco incline ad apprezzare gli eccessi, il gesto tecnico in quanto tale, e innamorato, essenzialmente, di ciò che racconta il tabellino a fine partita.

Non ci imbatteremo a breve in un altro Neymar, pensavo sino a pochi anni fa, perché il calcio di oggi emargina rapidamente figure come la sua, ma mi sbagliavo: la maturazione repentina di Yamal (che non a caso lo idolatra) mi ha costretto a sollevare un sopracciglio – anche se credo e spero che Yamal riuscirà a riempire i buchi disseminati dal brasiliano lungo il suo percorso, oltre che ovviamente a non perdere cinque anni abbondanti di carriera.

Il cacciatore di se stesso, al cospetto dell’amico Lionel Messi e del super atleta avveniristico Cristiano Ronaldo, nell’immaginario collettivo è destinato a rimanere come il principe che non si è consacrato quale re, come il genio irregolare che non si è accomodato tra i primi giocatori della storia – anche se può sembrare paradossale, visti titoli, numeri, visto ciò che ha dimostrato di saper fare con un pallone (le parole di colleghi e tecnici su di lui sono univoche: mai visto un talento del genere; Leonardo ha affermato che solo Zico, in tutta la sua vita di giocatore e di allenatore, l’ha impressionato allo stesso modo alla voce del puro talento – anche qui, siamo nel territorio dell’eccesso, dello squilibrio, dell’eresia).

Noi di Game of Goals, consapevoli dei suoi limiti, consapevoli di trovarci davanti a un essere umano tanto dotato quanto, in qualche modo, asimmetrico, abbiamo deciso di salutarlo con questo pezzo, e gli auguriamo che, nel prosieguo della vita, possa trovare la pace che, il campo, sinora, sembra avergli sempre sottratto.

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