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“Qualcosa si è mosso nel cuore delle cose”: i momenti spartiacque nella storia del gioco

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Nel suo libro del 2011 dedicato al Barcellona, il celebre giornalista e scrittore Sandro Modeo ha rappresentato che, una volta ogni tanto, per una serie di congiunture astrali favorevoli, nel mondo dello sport si verifica un evento che ridefinisce il concetto di ciò che è possibile; una volta ogni tanto, in sostanza, qualcosa si muove nel cuore delle cose (frase “rubata” a un noto scrittore).

Modeo, nel suo libro, cita quali esempi di queste rotture cognitive le “diagonali illogiche”, o meglio sarebbe dire gli incantesimi con la racchetta, di Roger Federer – l’uomo che secondo David Foster Wallace riusciva a giocare/suonare al tempo stesso come i Metallica e Mozart, e senza sforzo -, e poi la capacità di Usain Bolt, tra 2008 e 2009, di rompere la barriera del suono, di portare nella nostra dimensione il frammento di una realtà futura e diversa, lasciandoci a bocca aperta.

Mi accodo portando esempi più vicini alle discipline che conosco: ci sono imprese confezionate sul bagnato da alcuni grandi piloti che in qualche modo comunicano, “trasmettono” che le lancette della storia hanno cambiato passo. Potrei citare, per limitarmi alla formula uno moderna, Ayrton Senna a Montecarlo nel 1984 (non entro troppo nel merito di quella gara controversa), Michael Schumacher in Spagna nel 1996 e Lewis Hamilton a Silverstone nel 2008: gli appassionati di automobilismo, più che a una gara, assistono a una specie di evento cognitivo, a uno dei quei rari momenti in cui il talento più raro e cristallino, quello appannaggio di poche persone del mondo, riesce a tradursi in materia viva, in risultati concreti che sono sbalorditivi e che sembrano violare le regole che sino a quel momento avevano vincolato un determinato sport.

Mentre gli altri piloti in gara sono figli di quel preciso momento storico, chi osserva ha l’impressione che Senna, Schumacher e Hamilton aprano le porte di una nuova dimensione. L’eccezionalità non risiede quindi solo nel loro talento fuori dal comune (esistono altri talenti di caratura simile, a mio parere) né nella vittoria in sé, ovviamente, ma nella loro capacità di astrarsi dalla realtà che li circonda e di aprire delle nuove porte percettive (un po’ ciò che devono aver pensato gl ascoltatori di musica leggera la prima volta che hanno sentito Jim Morrison e i suoi Doors, e mai nome poteva essere più azzeccato).

Quando un giovanissimo Michael Jordan mette a segno 63 punti, giocando quasi letteralmente “da solo” contro una delle squadre (e difese) più forti e solide di ogni epoca, assistiamo a qualcosa di simile, e d’altra parte chi possiede la capacità di comprendere il gioco e la sua dimensione, vedasi alla voce Larry Legend Bird, non esita a stropicciarsi gli occhi e a evocare qualcosa che va oltre ciò che sino a quel punto era parso naturale, che supera una barriera che si pensava invalicabile (“Dio travestito da Michael Jordan“). Dopo alcune gare disputate da LeBron James nel lontanissimo autunno del 2003, Federico Buffa, in diretta tv, si chiede “Sogno o son desto?“, perché si rende conto che la storia sta in qualche modo cambiando passo sotto i suoi occhi (“Questo supera i due metri e corre come un giocatore di venti centimetri di meno, e passa come un playmaker, deve essere un sogno“).

Torniamo al calcio e alla sua dimensione collettiva: anche il gioco del pallone ha regalato momenti in cui le stelle si allineano e il mondo assiste a qualcosa che pare arrivare da un futuro indeterminato e nebuloso, e questo prescinde (in parte) dal risultato ultimo, perché ogni anno esiste una squadra che vince, ma raramente accade che una squadra sposti “qualcosa nel cuore delle cose“.

Senza volermi dilungare, penso alla Grande Ungheria (rimando alle analisi delle sue prestazioni firmate da Niccolò Mello) e alla rivoluzione percettiva che deve aver investito stampa, tifosi, appassionati etc… dopo i due celeberrimi match disputati contro gli inglesi a inizio anni ’50, due partite che tracciano una linea di confine nella mappa della storia del calcio. Forzando il concetto posso citare il Brasile di Saldanha, il cui geniale e apparentemente fragile anarchismo non era però riproducubile al di fuori dei canoni “morbidi” del calcio samba, senza tenere conto di tutto il retroterra culturale del calcio brasiliano, ed è persino banale citare anche la Grande Olanda, massimo esempio di formazione che perde le due battaglie principali (le due finali dei mondiali) ma vince la guerra, ovvero modifica irreversibilmente il genoma del calcio mondiale, muovendosi in sintonia con un’epoca liberatoria e rivoluzionaria, e anche con le sue contraddizioni (diverse persone mi hanno confessato che vedere l’Olanda ai mondiali di Germania fu una sorta di salto in una realtà parallela, fu un po’ come passare dalla canzone sanremese a John Coltrane).

La Grande Olanda degli anni ’70

L’Olanda era come sappiamo la figlia del calcio di Ajax (soprattutto) e Feyenoord e quindi era una novità soprattutto perché in Italia era difficile, al tempo, assistere alle partite del calcio olandese; chi scrive ha invero sentito i cronisti della finale Ajax-Panathinaikos del 1971, che peraltro non è la partita più brillante giocata dagli olandesi durante quel periodo, chiedersi più o meno “What kind of game of football is this?” con un misto di stupore, ammirazione e divertimento, quasi a voler certificare che la Storia aveva mosso un passo in avanti sotto i loro occhi.

Il Milan di Arrigo Sacchi rappresenta un altro momento di rottura, soprattutto dentro i nostri confini ma non solo (l’Équipe scrisse qualcosa come “esisteva il calcio degli anni ’80 e poi è arrivato il Milan di Sacchi“, racchiudendo in poche parole quello che era stato l’impatto atomico di una squadra senza precedenti, frutto dalla laboriosa e incessante opera sincretica del suo creatore).

Da ultimo, e anche qui sono abbastanza scontato, il lungo ciclo che inizia quando Johan Cruijff torna sulle Ramblas e che si chiude oltre vent’anni più tardi apre un nuovo sipario sul futuro, non tanto perché codifichi concetti rivoluzionari, ma perché li traduce in un linguaggio moderno, perché li impone contro il vento della storia (anche sul piano culturale: gli anni ’90 e 2000 sono l’apogeo di una visione del mondo he ha messo in archivio le aspirazioni rivoluzionarie dei decenni precedenti) e non accelera il passo, non alza l’asticella sul piano agonistico, ma la abbassa o forse, sarebbe meglio, dire la sposta. Le massime espressioni di calcio cui abbiamo assistito soprattutto tra 2009 e 2011, e penso al 2-6 del Bernabeu che è forse il primo, vero shock cognitivo, e quindi alla Manita e alle due finali di Champions (con la partita di Wembley come apogeo e definitiva messa in atto del cruijffismo), hanno segnato l’immaginario degli appassionati perché erano manifestazioni di onnipotenza luminosa, erano in qualche modo “gentili”: come e più dell’Ajax degli anni ’70, come la Grande Ungheria, come il Brasile maturato e vissuto quasi solo sulla convivenza “impossibile” dei suoi fuoriclasse, il Barcellona era una sorta di esplosione di fotoni e di energia, non ti divorava sul piano agonistico, lottando su ogni pallone, di puro carattere o giocando con il coltello tra i denti, e anzi forse era anche un po’ carente in alcune di queste voci (non sapeva “soffrire bene”), ma sembrava alzare l’asticella, giocare un calcio quasi ontologicamente diverso e surclassare gli avversari grazie a questo salto dimensionale.

Come altre squadre capaci di simili esibizioni trionfali, il Barcellona era la sublimazione della bravura individuale e anche (e forse soprattutto) collettiva, la dimostrazione concreta dell’idea di fondo del cruijffismo per cui talento e disciplina non fanno a pugni. Un po’ come le altre squadre “illuminate”, anche il Barcellona peccava un po’ della capacità di vincere male e non sembrava sempre possedere la cattiveria necessaria, ma credo che questi limiti fossero una sorta di punizione divina, se squadre simili avessero avuto anche la garra di altre sarebbero diventate quasi “ingiocabili”.

Veniamo all’attualità: dopo il 2012, e nonostante ci siano state manifestazioni di grandissimo calcio da parte di diverse squadre (il Bayern del 2013, apoteosi del gegenpressing, ancora il Barcellona nel 2015, forte del tridente sudamericano più spettacolare di sempre, in alcuni momenti anche il Real Madrid e il Liverpool heavy-metal di Klopp), solo il Manchester City delle ultime due stagioni (prima, solo a sprazzi) ha evocato in chi scrive le stesse sensazioni degli squadroni stellari sopracitati, ovvero mi ha dato l’impressione di poter annichilire senza furia, di pura qualità, emettendo fotoni di luce, avversari parimenti dotati sul piano tecnico.

Una formazione del Manchester City

Alcune avvisaglie erano arrivate anche lo scorso anno, con le superbe lezioni di calcio inflitte (tra le altre) al Liverpool e in buona misura anche al Real Madrid, nella partita d’andata, ma mancava ancora l’ultimo pezzo del puzzle. Il roboante e quasi ristretto 4-0 rifilato al Real Madrid alcune settimane or sono ha invece colmato anche questa lacuna, superando sia il 3 0 spettacolare con cui il City ha eliminato il Bayern Monaco, a lungo tramortito dal calcio stellare degli inglesi, che la lezione di calcio impartita all’Arsenal alcuni giorni prima e che di fatto ha chiuso la Premier League.

L’Arsenal è una grande squadra, ma non ha i valori del City, mentre il Real Madrid considera la Champions il suo giardino di casa, aveva già fatto male agli inglesi un anno prima e volendo era pure cresciuto come valori in rosa e tenuta collettiva, tanto che tutti (io per primo) consideravamo la sfida molto equilibrata; ancora più del 3-0 sul Bayern, quindi, il 4-0 al Real, in particolare nei primi 30/35 minuti, ha evocato la superiorità estetica manifesta dei grandi Ajax, Milan o Barcellona: i Blancos sono stati ridotti a team di caratura inferiore, hanno completato un decimo dei passaggi del City nel corso della prima mezz’ora, sono apparsi impotenti e inferiori sotto ogni aspetto del gioco (tecnico, individuale, collettivo, anche sul piano del ritmo), e il dominio non si è concretizzato all’insegna della furia agonistica o della grinta, ma è stato puramente tecnico, al tempo stesso concettuale e di estrema concretezza.

Il Manchester City, pertanto, si è già iscritto nella ristretta e nobile cerchia delle squadre che non si limitano a vincere, ma che “spostano qualcosa nel cuore delle cose”?

Per me in buona misura sì, perché le sue esibizioni si sono tradotte in una superiorità manifesta e sempre all’insegna del rinnovamento dei canoni del cruijffismo. Parlo di rinnovamento perché il City del 2022 e del 2023 gioca un calcio molto diverso da quello del Barcellona di Cruijff o dello stesso Barcellona di Guardiola, e volendo anche del City del 2018, sia nell’impostazione tattica (Stones che diventa regista aggiunto, prima Cancelo che di fatto gioca mezzala tuttofare etc..) che per il tourbillon offensivo ancora più costante e indecifrabile di quelli passati, tourbillon che ha ulteriormente indebilito il significato del concetto di ruolo; non solo: questo City pare la perfetta fusione tra il toque e la lunga tradizione latina del fraseggio e del gioco di prima e concetti che appartengono a un calcio più nordeuropeo e fisico, tanto che la convivenza di un piccolo artista universale come Bernardo Silva con Haaland e il suo strapotere fisico (parliamdo di un centravanti classico che molti, non comprendendo forse al meglo le basi del cruijffismo, ritenevano incompatibile con il calcio del City) è quasi un emblema della fusione tra questi due mondi. Anche la disposizione tattica del City pesca a piene mani nel passato (il Sistema) e lo proietta nel futuro ridisegnandone la sintassi.

Manca tuttavia ancora qualcosina, a mio parere. In primo luogo, ovviamente, la vittoria della Champions, ed è una vittoria tutto fuorché scontata, ancorché gli inglesi siano superiori all’Inter (ma i nerazzurri sono maestri nel mettere la muserola a certe squadre e hanno i campioni in grado di fare male). Resta poi da verificare il modo in cui si ottiene l’eventuale successo: una vittoria risicata ed episodica non può segnare l’immaginario collettivo come le sublimi e orchestrali lezioni di calcio che abbiamo ammirato nel 1973, nel 1989, nel 2011, o come i trionfali successi dell’Ungheria sull’Inghilterra, perché il mito si costruisce anche sul modo in cui vinci.

L’egemonia imposta sul calcio inglese, ricchissimo di talenti, grandi tecnici, campioni etc.. è già qualcosa di straordinario, cui non si assisteva dai tempi dello United di Ferguson (primo e secondo estratto, tra anni ’90 e fine anni 2000), e con il merito ulteriore di essersi concretizzato in un’epoca in cui la Premier League è più competitiva dell’affascinante e sempre difficile, ma per certi versi in parte anacronistico, campionato inglese degli anni ’90.

Le ripetute e maestose esibizioni con cui il Manchester City ha torreggiato su avversari di grande prestigio, che a volte erano i campioni d’Europa in carica, gli regalano già oggi un posto di primo piano nella storia del calcio inglese, ma per accomodarsi tra le formazioni che tracciano un solco profondo nella storia il successo europeo è a mio parere un elemento importante.

Altro dettaglio da non sottovalutare e che mi induce per ora ad accostare questo City (per la dimensione storica) più a un Ajax di metà anni ’90 o al Liverpool di fine anni ’70 (che metteva in saccoccia più titoli europei, peraltro, e che resta a mio parere la squadra inglese più grande in assoluto, oggi come oggi): i Citiziens vantano una rosa molto ricca e completa, ma priva forse del singolo fuoriclasse epocale, e per epocale intendo della cerchia di Messi e Johan Cruijff. Senza nulla togliere a un talento straordinario come quello di Kevin De Bruyne, che a fine carriera sarà celebrato come uno dei massimi centrocampisti del nuovo millennio e non solo, siamo comunque un piano abbondante al di sotto di certi alieni. L’Ajax di metà anni ’90 versava in una situazione piuttosto simile (Litmanen, Overmars, Davids, Seedorf) lo stesso dicasi per il Liverpool degli anni ’70, che aveva in Keegan e poi in Dalglish le sue punte di diamante, e si parla di giocatori eccezionali, ma (anche qui) non della categoria dei Cruijff e simili.

Rispetto a tali formazioni, questo City per ora manca della consacrazione europea, e non è un limite da poco, ma ha forse già contributo in maniera più incisiva e irreversibile (almeno, rispetto al Liverpool) ad aprire nuove prospettive alla storia (qualcuno sta pensando al Brighton? O magari allo stesso Arsenal di Arteta, che per certi versi ha assimiliato il calcio del City e anche la sua rilettura in chiave moderna del Sistema?), a portare nel presente frammenti di futuro.

La finale che si disputerà tra pochi giorni potrebbe fornire o negare l’ultimo pezzo del puzzle, ma credo che cambierà solo in parte la sostanza del mio discorso, consentendo (eventualmente) alla squadra di scalare l’ultimo gradino.

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