Tra genio e sregolatezza: il fascino dei campioni d’oltremanica

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Roger Waters molti anni fa ha definito come “quieta disperazione” l’umore prevalente in Inghilterra, e in effetti il mood dei sudditi di Sua Maestà assorbe il grigiore dei loro cieli, il rumore incessante della pioggia che colpisce i loro tetti. Nessuno forse ha cantato la solenne inquietudine della brughiera come Nick Drake, un poeta morto di incomprensione prima di diventare, molti anni dopo il probabile suicidio, un faro per le nuove generazioni di cantautori, alla stregua di un novello Samuel Taylor Coleridge, “un uomo più triste e più saggio”, uno dei primi a esplorare gli abissi della depressione in alcune tra le sue opere maggiori.

Mi fermo qui: i popoli del nord e in particolare i britannici, complice il clima, soffrono di questa forma di quieta inquietudine, e chiunque abbia visitato l’Inghilterra, credo, ha notato quella sorta di bipolarismo collettivo che colpisce i suoi abitanti, soprattutto i più giovani, la cui tendenza alla feroce goliardia nei week-end assomiglia a una risposta brusca e rabbiosa ai rigidi schemi in cui è ingabbiata la loro esistenza “ordinaria”.

A dispetto delle apparenze, a mancare è l’equilibrio: all’euforia clownesca si contrappongono la melanconia dei pomeriggi piovosi interminabili e la “quiet disperation” di Roger Waters, e questa antinomia ha ripercussioni importanti anche nel mondo dello sport, che rispecchia come forse solo quello della musica popolare le abitudini, le tendenze, la cultura di un paese.

Eccomi al dunque: nessun paese (esclusi forse il Brasile e la ex Jugoslavia), a dispetto della sua rigorosissima, tradizionale e razionale concezione del calcio e dello sport, ha sfornato e/o accolto un numero di “pazzi” e/o comunque di giocatori eccentrici e imprevedibili paragonabile all’Inghilterra, e non parlo appunto solo di inglesi di nascita, ma anche di giocatori che hanno trovato nell’isola una seconda casa, spesso molto più accogliente della prima, quasi calamitati dal suo mood che pare incantare ed esaltare i personaggi fuori dalle righe.

Mi sono quindi messo di buzzo buono per recuperare le gesta di alcuni tra i giocatori che hanno personificato l’abusata definizione di “genio e sregolatezza” e/o comunque il mood britannico, offrendo il meglio del loro repertorio sui campi di Sua Maestà.

I primi nomi cui viene naturale associare il concetto di “genio e sregolatezza” sono quelli di George Best e di Eric Cantona, i due numeri sette più iconici della storia dello United, Cristiano Ronaldo escluso. Il fatto che non si parli di due inglesi ma di giocatori che hanno trovato casa nella grigia Manchester, una città “inverosimilmente orrenda” secondo il mancuniano doc Mark E. Smith dei Fall, la dice lunga sulla forza attrattiva che la follia inglese esercita sui folli. Best come noto era un nord irlandese e di lui sappiamo tutto, anche troppo, tanto che la sua vita è diventata un romanzo in cui l’invenzione surclassa i fatti; Cantona è un marsigliese di origini sardo-catalane che senza la gloriosa esperienza alla corte di Ferguson nessuno però ricorderebbe come un grandissimo giocatore, e tra i suoi assist da visionario e i suoi noti colpi proibiti si racchiude tutto il suo rapporto controverso con il paese che l’ha accolto e trasformato in un re.

Parlando di Manchester, è doveroso ricordare anche lo scozzese Denis Law, noto a Torino per la sua passione per alcol e macchine veloci, classico ragazzaccio britannico cresciuto tra i vizi e poco propenso a sistemare le rotelle del cervello, almeno per diversi anni, ma anche giocatore sublime, eccentrico e capace di scombussolare i piani con le sue invenzioni estemporanee. Come lui, l’inglese Joe Baker, altro granata meno talentuoso di Law ma comunque di grande spessore, che fa impazzire Torino prima di tornare in patria a vestire la maglia di Arsenal e Nottingham Forest.

Jimmy, mi te copo!”: in questa frase di Nereo Rocco è racchiuso tutto il complesso rapporto tra il Paròn e il fuoriclasse britannico James Greaves, bomber seriale e imprevedibile, sceso nello Stivale a segnare come se non ci fosse un domani ma incompatibile con il tecnico triestino e più in generale con l’ambiente Milan e il nostro calcio. Regalerà magie e invenzioni ai tifosi di Chelsea e Tottenham per una vita, vincendo di tutto e issandosi tra i massimi bomber inglesi di sempre, a dispetto del caratteraccio, dei comportamenti bislacchi e della vita da rockstar.

Non può mancare in questa lista il nome di Stan Bowles, altro estroso matto come un cavallo, fantasista dal mancino affilato e perfido, protagonista di uno stile di vita eccentrico; uno stile figlio del “bipolarismo inglese” ma anche della sua epoca, esattamente come quello di James Hunt e di Barry Sheene,the coolest racer of all times”, due che potevano vivere solo in Inghilterra negli anni ’70, due cui hanno dedicato un documentario intitolato “When playboys ruled the world” e ho detto tutto (anche la loro vita, come quella dei calciatori citati, ha un risvolto tragico: gli incidenti, il problemi di alcolismo, l’incapacità di confermarsi ai vertici a lungo, l’allergia a ogni regola). Giocatore anarchico e spettacolare, Bowles fu il condottiero del QPR capace di contendere il titolo al Liverpool nel 1976.

Se nella Manchester rossa spopolava George Best, la sua risposta in maglia azzurra era Rodney Marsh, altro capellone e cavallo pazzo capace di incantare la platea, un colosso che si muoveva come un brevilineo, giocatore più di categoria rispetto a Best, ovviamente, ma non molto meno iconico nella Manchester del tempo. Anche lui, è tuttora una bandiera anche del QPR.

Dopo di lui, è doveroso citare John Robertson, una specie di Cassano d’Oltremanica, un’ala in sovrappeso e non esattamente un fanatico dell’allenamento, che dopo la cura Brian Clough diventa però l’uomo chiave di due successi in Coppa dei Campioni. Geniale, dribblomane e fumantino, Robertson è uno dei massimi talenti britannici tra anni ’70 e ’80.

Negli anni ’80 ecco che la torcia del giocatore talentuoso, matto e incostante, che fa innamorare i fan e bestemmiare gli allenatori, passa nelle mani di Paul Merson,: “se volete sprecare le vostre qualità, seguite le sue orme”, recita un detto inglese che ne riassume alla perfezione le qualità tecniche e l’incompiutezza. Paul Merson, londinese doc originario di Brent, sarà comunque protagonista del grande Arsenal immortalato da Nick Hornby in “Febbre a 90”, la squadra capace di conquistare uno dei titoli più assurdi e improbabili della storia del calcio inglese, e metterà a referto oltre 120 reti nel massimo campionato britannico.

Fine anni ’80 significa chiaramente anche Paul Gascoigne, il più credibile epigono di Best per talento, follia, spreco, quasi la personificazione dell’aforisma per cui i clown sono inclini alla depressione (ecco perché in Inghilterra si trovano a proprio agio?), un giocatore sul quale si è già detto tutto e che rappresenta come pochi altri la complessa psicologia degli inglesi, la loro tendenza a compensare rigore e grigiore con gli eccessi.

Di chiare origini anglo-francesi, anche Mr. Genio e Svogliatezza Matthew Le Tissier è uno dei giocatori tecnicamente più dotati che abbiano militato nel campionato inglese, un trequartista con il fisico del centravanti e il velluto nei piedi. Fenomeno di categoria, probabilmente, ma Le God era un giocatore per cui valeva la pena pagare il prezzo del biglietto, era capace di acrobazie degne dei funamboli sudamericani e il suo tiro dalla distanza temeva e teme pochi paragoni.

Ancora anni ’90, una decade particolarmente florida in tema talenti sregolati, ed ecco Robbie Fowler, l’idolo della Kop, un attaccante capace di qualsiasi prodezza e l’ideatore dell’esultanza più discussa di ogni epoca (Fowler è l’uomo che ha sniffato Anfield). Non un fuoriclasse, forse, però un giocatore iconico, eccentrico e imprevedibile, un anti-eroe che combatte per gli oppressi e capace di scrivere la storia del Liverpool.

Anni ’90 e calcio inglese significano anche Italia e quindi Gianfranco Zola, che però per ovvie ragioni non può figurare in questa lista, e Paolo Di Canio, lui sì attaccante/ala eccentrica, senza peli sulla lingua, incline ancora oggi alla polemica rovente e gratuita, un lottatore capace di spintonare l’arbitro e poi di fermare una partita per compiere un gesto di pura e genuina sportività. Un mezzo matto che non poteva che ambientarsi bene solo nel calcio inglese.

Non possono infine mancare in questa lista i nomi di due giocatori che, per motivi diversi, non hanno mai raggiunto i vertici del calcio nazionale, ma che si inseriscono con disinvoltura nella categoria dei talentuosi sregolati.

Robin Friday ha già fatto consumare quintali di inchiostro virtuale e mi limito a riportare le parole spese per lui dal nostro Niccolò Mello: dribblomane incontenibile, grintoso, antiprofessionista doc, uno squilibrato al cui confronto George Best era un liceale, ma soprattutto voglio citare il nostro Simone Cola e il primo articolo pubblicato in italiano sulle gesta di Friday, alcuni anni or sono, sul blog l’uomo nel pallone.

Talento fragile e sfortunato è stato anche quello di Adrian Doherty, un artista prestato al mondo del calcio (sul web circola un video in cui intona un celebre pezzo di Bob Dylan), dribblatore funambolico e velocissimo che negli anni giovanili sembra destinato a oscurare gli altri campioni della classe del ’92, Giggs compreso, e che invece sarà vittima prima di un gravissimo infortunio e poi di un tragico incidente che ne provocherà la morte prematura, nell’estate del 2000.

Naturalmente, la mia lista non vuole essere esaustiva, e sono quindi ben accetti suggerimenti.

Servizio su Robin Friday

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