Quello strano Roma-Lecce che diede lo scudetto alla Juve

Condividi articolo:

Condividi su facebook
Condividi su linkedin
Condividi su twitter
Condividi su pinterest
Condividi su email
Condividi su whatsapp

Immagine di copertina – il portiere giallorosso Franco Tancredi non può credere ai propri occhi: la Roma ha perso contro il Lecce in casa… [https://lindro.it]

Domenica storica, quella del 20 aprile 1986. Juventus e Roma si giocano lo sprint finale per lo scudetto 1985/86. Le due squadre sono a pari punti e la perfetta parità è dovuta soprattutto al girone di ritorno dei giallorossi. La domenica precedente è avvenuto un aggancio al vertice impensabile solo qualche mese prima. Dopo l’impresa mancano due giornate al termine del campionato e alla squadra allenata da Sven-Goran Eriksson rimangono avversarie facili, sulla carta. Il Como, che non ha nulla da chiedere al campionato perché ormai salvo, e prima ancora il già retrocesso Lecce. Quest’ultimo in casa, per giunta. Sembra una partita dall’esito segnato e invece si trasformerà in una beffa con pochi precedenti nel calcio italiano. A tutto vantaggio della Juventus, che si vedrà spianare la strada dall’ultimo degli alleati ipotizzabili.

Aria di festa

Lo Stadio Olimpico è pieno, l’atmosfera è carica e il tifo si fa sentire forte anche con le squadre ancora negli spogliatoi. C’è aria di scudetto e una volta tanto i presupposti concreti ci sono. Quantomeno, non essere ottimisti sarebbe assurdo. In ogni caso, alla Roma è riuscito un capolavoro che da solo già meriterebbe un Tricolore a parte. Dopo un inseguimento durato 24 giornate ha raggiunto al vertice la Juventus di Trapattoni. Colpa senz’altro del girone di ritorno un po’ altalenante dei bianconeri ma il merito va soprattutto alla Roma. Gioco spumeggiante, velocità, idee, compattezza del gruppo. Un attacco in vena realizzativa straordinaria. La domenica precedente è dunque avvenuto l’aggancio. Il 13 aprile Platini e compagni non riescono a battere la Sampdoria. In contemporanea, a Pisa l’Arena Garibaldi parla soltanto romano. La partita finisce 2-4 e tutti a preparare il rush finale con il morale a mille. La domenica successiva i bianconeri devono ospitare il Milan, mentre arriva nella Capitale il già retrocesso Lecce. Un testacoda quest’ultimo che, in linea puramente teorica, non avrebbe storia. E invece Roma-Lecce diventa una partita che farà proprio storia. Un suicidio sportivo come ce ne sarebbero tanti da raccontare ma l’harakiri in questione è degno del Brasile 1950 o della “fatal Verona” per il Milan 1972-73.

La partita capolavoro della Roma: 3-0 alla Juve rivale diretta

Un fantastico girone di ritorno

Non che nel girone d’andata abbia fatto male, ma in quello di ritorno la Roma è di gran lunga la squadra più in forma. La cartina al tornasole è il rendimento del centravanti Roberto Pruzzo. Il bomber sarà capocannoniere alla fine della stagione con 19 reti: 2 realizzate all’andata, 17 al ritorno. Quando l’attaccante segna vuol dire che in generale la squadra gira e Pruzzo non è nemmeno l’unico a fare gol, c’è anche Graziani. Quando il 16 marzo 1986 Roma e Juventus arrivano allo scontro diretto all’Olimpico, la formazione di Eriksson ha vinto 7 partite su 9 nel girone di ritorno, pareggiandone una (con la Fiorentina). C’è una sola sconfitta, patita a Verona per 3-2, ma il gap in classifica rispetto ai rivali bianconeri si è decisamente assottigliato. Quel pomeriggio all’Olimpico non c’è storia: Roma batte Juventus 3-0. La sconfitta di Verona è stata soltanto un incidente di percorso, i giallorossi riprendono subito a vincere contro Milan, Sampdoria e Pisa. La Juventus invece, fatica parecchio. Batte l’Inter, ma poi perde a Firenze e in seguito non va oltre lo 0-0 con la Sampdoria. Dunque, il 13 aprile due squadre sono appaiate in vetta a 41 punti. Qualcuno già pensa a quale potrebbe essere la sede di un ipotetico spareggio in campo neutro.

Il giro di campo

Poco prima dell’inizio di Roma-Lecce c’è dunque un clima di festa. Atmosfera alimentata da un fatto inconsueto e a dire il vero poco scaramantico. In vista del Natale di Roma dell’indomani, il sindaco Nicola Signorello e il presidente giallorosso Dino Viola si esibiscono in un trionfale giro di campo che sembra dare per scontata la vittoria con il Lecce e per molto probabile almeno lo spareggio con i bianconeri. Se di spareggio si trattasse, notano in molti, si affronterebbero una squadra in grandi condizioni psicofisiche e un’altra piuttosto in crisi. Dunque, per la Roma quella partita in più sul calendario potrebbe rivelarsi una pura formalità. Non si festeggia prima di aver vinto, eppure Viola e Signorello a modo loro lo fanno. La passerella lungo la pista d’atletica andrebbe utilizzata dopo la partita ma il pubblico finge di non pensarci. Qualche scongiuro, ma nulla di più. La partita si mette bene, perché dopo sette minuti Graziani fa gol. Sembra l’inizio di una carneficina sportiva, perché la Roma sfiora più volte il raddoppio. Per giunta, a metà primo tempo il portiere titolare del Lecce Ciucci s’infortuna e viene sostituito da Negretti. Nel frattempo, Juventus e Milan sono ferme sullo 0-0.

Minuti di follia

È il 34° del primo tempo e fino a quel momento l’attenzione sugli spalti è rivolta soltanto a ciò che sta combinando la Juventus in casa. Roma-Lecce è quasi considerata in archivio. Buona parte del pubblico non si è nemmeno accorta che i pugliesi, maglia bianca e pantaloncini gialli, stanno prendendo coraggio perché vedono una certa arrendevolezza avversaria. Cross in area giallorossa, eludendo la trappola del fuorigioco il primo ad arrivare sul pallone è Alberto Di Chiara (scuola Roma). Preciso colpo di testa sotto porta e la formazione salentina pareggia. Disappunto sugli spalti, ma si pensa al momentaneo incidente di percorso. Invece a due minuti dal riposo l’incubo comincia a farsi sostanza. Palla persa a centrocampo da Giannini e parte rapido il contropiede avversario. L’argentino Pasculli si presenta solo davanti al portiere e Tancredi non può che atterrarlo. Barbas trasforma dal dischetto e proprio sul gol del sorpasso finisce il primo tempo. Nella ripresa la Roma inizia con la consueta veemenza, ma quella che per il Lecce poteva sembrare una disgrazia si rivela un’arma in più. Il portiere di scorta è provvidenziale almeno tre volte in pochi minuti. Poi all’8° minuto il risultato si compie. Ancora un’azione di contropiede, l’altro argentino del Lecce Barbas si presenta solo davanti al portiere, accenna al doppio passo, disorienta Tancredi e da posizione leggermente defilata gela l’Olimpico. Sull’1-3, i casi sono due: rimonta della Roma o impresa del Milan a Torino. La seconda ipotesi sfuma presto. Quando pochi minuti dopo Enrico Ameri descrive in diretta radiofonica il gol di Laudrup con il quale la Juventus va in vantaggio, sull’Olimpico cala il gelo. A poco vale la rete numero 19 di Roberto Pruzzo, ancora una volta lo scudetto sembra prendere la strada di Torino. La Roma perde 3-2 e soltanto una “contro follia” calcistica potrebbe rimetterla in carreggiata una settimana più tardi. Ma se i casi più unici che rari accadessero tutte le domeniche, la partita dell’Olimpico si perderebbe nell’indifferenziato storico. Domenica 27 aprile la Juventus dovrà fare visita proprio al Lecce, mentre la Roma si gioca le ultimissime speranze scudetto in riva al lago di Como.

Come i giornali di Roma titolarono il giorno dopo la disfatta

Lo spettro di Chernobyl

Nella settimana che va dalla penultima all’ultima di campionato avviene un fatto che sconvolge il mondo e che va molto oltre il calcio. Una sconosciuta cittadina ucraina (allora URSS) di nome Chernobyl, diventa tristemente famosa. Un disastro nucleare del tutto inatteso crea la fuoruscita incontrollata di materiale radioattivo. Nella notte fra il 25 e il 26 aprile il reattore 4 della centrale nucleare che si trova nella zona, esplode. L’errore è umano (ed evitabile), le conseguenze sono gravissime. Nel corso degli anni i fatti di Chernobyl avranno effetti nefasti su buona parte dell’Europa, per poi tornare nuovamente d’attualità nel 2022. Malgrado ciò, domenica 27 in Italia si gioca come se non fosse accaduto nulla.

Finali senza più emozioni, ma con un piccolo dubbio

A Como la Roma si sfalda in modo definitivo. Lo svedese Corneliusson, fa gol al primo minuto e poi il risultato non cambierà più. Diversamente dai giallorossi, la Juventus non commette l’errore di sottovalutare il Lecce, anzi lo aggredisce nemmeno avesse di fronte il Real Madrid. Con la giusta concentrazione da parte di Platini e compagni, la partita non genera sorprese. Come sette giorni prima all’Olimpico, finisce 3-2. Per la Juve, però. In una domenica di primavera radioattiva la squadra torinese fa suo l’ennesimo scudetto, alla Roma di Eriksson resta la piazza d’onore e l’amarezza per un campionato fantastico e un girone di ritorno da record, macchiato da momenti di amnesia al penultimo ostacolo. Una sola notazione, senz’altro estemporanea ma che potrebbe far riflettere ad ampio spettro. Domenica 20 aprile 1986, quella di Roma-Lecce, 128 italiani fanno 13 alla schedina. Di conseguenza, il montepremi è piuttosto basso. A mezzogiorno i circuiti di scommesse clandestine non prendono più le puntate sul Lecce vincente. Non mancheranno polemiche e sospetti. 128 veggenti (e non solo loro) pronti a puntare con certezza su un risultato così altamente improbabile? In altre parole: era davvero così scontato che la Roma avrebbe perso in casa con il Lecce, ultimo in classifica?

Gli highlights di quel Roma-Lecce che nessun tifoso giallorosso riuscirà mai a dimenticare…

Seguici

Altre storie di Goals

Questo sito utilizza cookies per migliorare la tua navigazione, se procedi nella navigazione ne accetti l'utilizzo.