Prima Piscinin e poi Kaiser Franz: un omaggio a Franco Baresi

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Il grande scrittore americano David Foster Wallace diceva che, in molti casi, gli stereotipi e i cliché sono un modo efficace per riassumere e semplificare alcuni aspetti della realtà.

Il bresciano, specie di provincia, nell’immaginario collettivo è una persona laboriosa, un po’ ombrosa, poco loquace e desiderosa di parlare con i fatti: una persona che fa della fatica e del sudore i suoi vessilli e che rispetta solo chi considera fatica e sudore due principi non negoziabili della propria esistenza.

Franco Baresi, gnaro (così si chiamano i giovani bresciani, con una parola che esiste solo a Brescia e la cui etimologia affonda le radici nel latino e nelle lingue locali) nato a Travagliato, un paese che si colloca alle porte del capoluogo di provincia, nel 1960, ovvero all’alba del boom economico, e morto poche ore fa, ha incarnato quasi l’ipostasi della brescianità, tutto ciò che il mondo si aspetta da un ragazzo nato nel pieno del ventesimo secolo e nella vasta provincia lombarda.

Un ragazzo che portava cicatrici profonde sul corpo, perché perdere in tenera età entrambi i genitori cambia inevitabilmente la tua prospettiva sul mondo, e dà un significato molto diverso alla parola pressione: forse anche per questo motivo Franchino, quando debutta nel Milan a diciotto anni, sembra giocare con la sicurezza del veterano. In cuor suo sa che le pressioni e le fatiche della vita sono altre, e che vestire la maglia rossonera da adolescente è un privilegio.

Come noto, bastano pochissime partite perché nessuno metta in discussione la scelta del serafico Liedholm, che come quasi sempre aveva dimostrato di avere l’occhio lungo, e come sappiamo tutti la stagione di debutto di Franco è trionfale, perché, a diciannove anni scarsi, il libero di Travagliato vince lo scudetto della stella, e secondo la Gazzetta, oltre a un Maldera in versione ciclone a al vecchio Gianni Rivera, che dispensa i suoi colpi di genio nonostante la mobilità ridotta, il giocatore chiave è proprio il Piscinin, soprannominato così per vita della statura non eccezionale, per un centrale difensivo.

Eppure, come Cannavaro e pochissimi altri, Franco ha trasformato quello che sembrava uno svantaggio fisico nel suo trampolino per la gloria: la sua energia era inesauribile, la sua grinta, che non degenerava mai nella cattiveria gratuita, era proverbiale, e queste doti da gnaro, da uomo cresciuto immerso nell’afa, nei cantieri, da uomo di fatica, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene, Franco aggiungeva una classe smisurata, degna della mezzala, e la visione di gioco del regista classico. Forse meno universale dei sommi Gaetano Scirea e Franz Beckenbauer, ai quali viene spesso accostato, Franco è stato però forse il più grande difensore tra i liberi puri e il più grande libero e regista tra i difensori puri.

Quasi una fusione, appunto, tra Fabio Cannavaro e Scirea. Uno dei pochi uomini che possono rivendicare con orgoglio la patente di bandiera, perché ha deciso di seguire il suo Milan anche nelle sabbie mobili della serie B, e per ben due volte, quando il mondo e la serie A che grondava miliardi di lire avrebbero fatto carte false pur di portarlo in una big. Uno che poi di una big è diventato il capitano, il leader, e il giocatore chiave per molti anni, dominando le graduatorie di rendimento, sfiorando un pallone d’oro che avrebbe meritato tanto quanto il Cigno di Utrecht Marco van Basten, e poi confermandosi fuoriclasse ancora per metà decennio, con il Milan degli invincibili che ho avuto la fortuna di ammirare dal vivo per diversi anni, quando ero un ragazzino.

Uno che non ha vacillato né perso un briciolo della sua proverbiale umiltà da gnaro e lavoratore neppure quando, nel 2000, è stato votato come il giocatore italiano del secolo, forse in un eccesso di entusiasmo e di modernismo che però possiamo perdonare ai ragazzi che, all’alba del nuovo millennio, erano ancora innamorati del fuoriclasse di Travagliato.

Franco Baresi ha commosso il mondo quando, dopo una partita da applausi, a trentaquattro anni, con un ginocchio solo, ha perso la Coppa del Mondo e ha costretto anche un duro come Arrigo Sacchi a stringerlo tra le sue braccia, in un pomeriggio afoso di Pasadena; Franco ha lasciato nel cuore di molti compagni un ricordo particolare. Filippo Galli, che abbiamo intervistato pochi anni fa, si è lasciato scappare la proverbiale lacrimuccia quando ho nominato Franco Baresi, e l’ha fatto solo per lui, il suo Piscinin, il suo capitano, il suo gnaro.

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