Sotto i cieli grigi delle Fiandre: i 10 calciatori belgi più grandi del dopoguerra

Condividi articolo:

Condividi su facebook
Condividi su linkedin
Condividi su twitter
Condividi su pinterest
Condividi su email
Condividi su whatsapp

La scuola belga è tra le più affascinanti d’Europa, anche perché un paese relativamente piccolo, che funge da cerniera tra il mondo latino e quello germanico e ha due anime tra loro ben distinte, ha avuto un impatto notevole sul mondo del calcio.
Affonda le radici in Belgio una delle scuole migliori del pianeta in materia di estremi difensori, e arrivano dal Belgio anche alcuni tra i tecnici più iconici e rivoluzionari della storia moderna, la cui versione scientifica e altamente concettuale del calcio totale (che approda a esiti parossistici con il difensivismo fiammingo di breriana memoria) ha rappresentato una delle novità tattiche e strategiche più indecifrabili del calcio europeo (penso a Guy Thys, Raymond “La Science” Goethals, cui andrebbe aggiunto un austriaco ma belga d’adozione come Ernst Happel).
Abbiamo selezionato per voi i dieci giocatori più grandi mai nati nel paese bilingue che ha dato i natali a Jacques Brel, forse il più grande cantautore europeo del secolo scorso.

1) Paul Van Himst

A costo di passare per nostalgico, per il momento riservo il primo posto nella graduatoria al sublime, cerebrale talento di Paul Van Himst, il “Rivera delle Fiandre”, uno dei numerosi Pelé bianchi nonché uno dei calciatori europei più importanti degli anni ’60 e dei primi anni ’70. Centrocampista offensivo e seconda punta dal vasto bagaglio tecnico, Van Himst debutta in prima squadra quando è poco più di un bambino, proprio come il Golden Boy, e per circa quindici anni veste solo la maglia dell’Anderlecht. Eccezionale uomo gol, sopraffino giocoliere con il pallone tra i piedi, ma anche giocatore dotato di una notevole tempra agonistica, Van Himst nell’arco di un quindicennio vince otto titoli nazionali, svariati titoli di capocannoniere e per quattro volte viene premiato come calciatore belga dell’anno. Le sue memorabili performance europee, che gli valgono l’ammirazione di tutto il Vecchio Continente, gli portano in dote un titolo di capocannoniere in Coppa delle Fiere (nell’edizione persa sul filo di lana contro l’Arsenal del 1970) e soprattutto numerose stagioni tra i candidati al pallone d’oro, con il fiore all’occhiello rappresentato da un quarto e da un quinto posto ottenuti tra 1964 e 1965, risultato tanto più ragguardevole per un giocatore costretto a militare in un campionato di secondo piano. Notevole anche la sua carriera con la maglia della nazionale, con cui segna trenta gol e conquista un leggendario terzo posto ai campionati europei del 1972. Nominato calciatore belga del secolo a fine millennio, Van Himst non usurpa ancora oggi la corona gli ho riservato.

Van Himst in campo con la maglia della nazionale nel 1972

2) Kevin De Bruyne

Il 31enne rosso di Gand non domina questa graduatoria perché la sua carriera non è ancora finita e prima di incoronarlo come sovrano (l’esito più probabile) ho deciso di temporeggiare per qualche stagione, anche per non difettare di lucidità e del giusto distacco in sede di giudizio. In ogni caso, è probabile che De Bruyne sia già oggi il maggior calciatore belga di sempre (o comunque che si contenda il primato con il solo Van Himst): centrocampista universale, nasconde dietro il viso da bambino fiammingo un’intelligenza complessa che opera a trecentosessanta gradi e che gli consente di essere regolarmente il faro delle proprie squadre. Dopo il breve apprendistato in patria, De Bruyne a inizio anni 2010 trasloca in Germania e si impone come il centrocampista più importante del calcio tedesco, tanto da strappare all’agguerrita concorrenza bavarese la palma di miglior giocatore del campionato al termine della Bundesliga 2014/2015. Ma è in Inghilterra che De Bruyne diventa un fuoriclasse completo: stringe un legame privilegiato con Guardiola e diventa l’asse portante della lunga epopea del City, la prima squadra in grado di dominare a lungo la Premier dai tempi dello United di Ferguson, e forse la prima in grado di farlo avendo come diretta concorrente un Liverpool tre volte finalista di Champions. De Bruyne è un giocatore molto più creativo di quanto non si racconti, ha due piedi da primo della classe e calcia da fuori area come una mezzala tedesca vecchio stampo, oltre ad avere il passo del mezzofondista. Due volte giocatore dell’anno della Premier (campionato dove il riconoscimento presuppone un’analisi accurata della stagione) e in ogni caso stabilmente inserito tra i primi tre nelle ultime cinque stagioni, uomo chiave di quattro titoli nazionali, ha regalato sprazzi di classe anche in Europa e in nazionale, pur non riuscendo sempre a consacrarsi a dovere nel momento cruciale. Questo gli toglie poco, in ogni caso, in una prospettiva più ampia: dal 2018 a oggi De Bruyne è con margine il miglior centrocampista in circolazione.

3) Michel Preud’Homme

Ammetto che Preud’homme è stato il mio portiere preferito per molto tempo. Cognome esotico, folta capigliatura, agilissimo, Preud’Homme è stato il degno rivale (e poi successore) di Jean-Marie Pfaff, al quale lo preferisco, nel complesso. A differenza di Pfaff, Preud’homme ha legato il proprio nome a squadre di media caratura (Standard Liegi, Malines, Benfica) con le quali tuttavia è riuscito ad ottenere risultati incredibili, come la Coppa delle Coppe e la Supercoppa con il Malines nel 1988.
Portiere agilissimo, stilisticamente perfetto, oltre a grandi riflessi Preud’Homme era anche un leader, un trascinatore, e grazie a un’eccellente tenuta fisica ha mantenuto altissimi standard di rendimento fino alla soglia dei 40 anni. Con la nazionale ha un rapporto controverso: nell’80 è il secondo di Pfaff, nell’82 non partecipa, mentre è titolarissimo nel ’90 e nel ’94, anno in quale vince meritatamente il premio come miglior portiere della competizione.

4) Jean-Marie Pfaff

La scuola belga ha prodotto nel corso dei decenni delle verie e proprie eccellenze nel ruolo di portiere, e onestamente credo ci siano tre fenomeni di valore pressoché paritario che occupano la terza posizione ideale del podio. Un di loro è sicuramente Jean-Marie Pfaff. Saracinesca del Bayern Monaco per tutti gli anni ’80, Pfaff inizia però la carriera in patria, nel Beveren, dove rimane per oltre un decennio e dove viene apprezzato soprattutto per il suo carattere estroverso e bislacco, oltre che per le sue eccellenti doti. Trasferitosi al Bayern Monaco abbastanza tardi – alla soglia di 30 anni – Pfaff colpisce per la grandissima sicurezza con cui dirige il reparto difensivo, i suoi riflessi straordinari e la sua abilità di para rigori. Con la nazionale Belga disputa da giovane un eccellente europeo nel ’76, perdendo in finale contro i rivali della Germania Ovest, e nei mondiali spagnoli e messicani, in occasione dei quali viene soprannominato El Simpático (e premiato come miglior estremo difensore del torneo).

5) Thibaut Courtois

Ultimo grande prodotto della scuola belga, Courtois è un cosiddetto portiere freak e per il momento lo relego al terzo posto solo perché la sua carriera è in pieno corso di svolgimento, ma è probabile che dopo aver appeso i guantoni al chiodo si isserà in cime alla graduatoria.
Courtois è un freak perché uno spilungone di 2 metri e quasi 100 kg con quei riflessi è quasi un essere contronatura, alcune sue parate sembrano quasi frutto di un super potere, ma quello che colpisce più di lui è che apparentemente non ha punti deboli. Negli anni in Spagna, Courtois si è perfezionato continuamente e ha tutto ciò che un portiere dovrebbe avere: senso della posizione, abilità nelle uscite, piazzamento, raramente commette errori. Forse l’unico punto debole è la tecnica di base: Courtois non è uno sweeper-keeper alla Allison, ma il belga ha (quasi) sempre avuto il buon senso di non rischiare improbabili iniziative palla al piede. Il suo rendimento con la nazionale e con il club è di altissimo livello, con l’apice raggiunto finora nell’ultima Champions League, dove Thibaut ha letteralmente trascinato il Real alla vittoria a suon di parate incredibili. Se dovesse continuare su questa strada – e me lo auguro – ha tutto per diventare un eccellenza assoluta del ruolo.

6) Eden Hazard

Quando penso ai talenti tecnici più cristallini della generazione giunta all’appuntamento con la storia dopo Messi e Cristiano Ronaldo, i primi due nomi che mi vengono in mente sono quelli di Neymar e del suo dirimpettaio europeo Eden Hazard. Il triste tramonto madrileno non deve trarre in inganno, per quanto necessariamente gli tolga qualche punto (dal 2019 a oggi, di fatto, Hazard è un ex giocatore, e ha oggi 31 anni): per diverse stagioni il belga è stato infatti una delle grandi anomalie del calcio contemporaneo; brevilineo e con il baricentro basso, era dotato di una forza clamorosa nelle gambe e un maestro nel dribbling in sterzata. I suoi piedi poi erano baciati dagli dei e la sua visione di gioco era degna dei grandi dieci classici. Dopo aver incantato la Francia quando era un ragazzino prodigio, Hazard ha vissuto le stagioni migliori della carriera in Inghilterra: la sua epopea al Chelsea, condita da due titoli nazionali conquistati da assoluto protagonista, lo colloca tra i giganti della sua generazione. L’Europa è stata un po’ più avara di soddisfazioni, pecca purtroppo non secondaria nell’epoca della Champions, ma un mondiale da tuttofare immarcabile (memorabili le prestazioni offerte contro Brasile e Francia) e un’Europa League vinta da mattatore e primo violino riscattano in parte anche i passaggi a vuoti in Champions. Giocatore da palati fini, non può mancare quando si parla di grandissimi della storia belga.

7) Jan Ceulemans

A lungo considerato uno dei giocatori belgi più grandi della storia, Ceulemans è stato un giocatore anacronistico. Alto, spalle larghe, calzini rotolati giù, aveva un fisico da pentatleta nettamente in contrasto con il suo modo di giocare: palla al piede infatti era quasi inarrestabile, cambi di passo repentini, finte di corpo quasi innaturali per un fisico così ingombrante, grandissima reattività: per i suoi avversari era spesso un enigma, anche perché non aveva un ruolo ben definito. Trequartista? Ala? Seconda punta? Mezzala? Ceulemans è stato tutto e niente: un tuttocampista completissimo, resistente, bravo a difendere e ad attaccare, forte di testa e negli assist, bravissimo senza palla, eccellente rigorista, leader nato: un centrocampista modernissimo, eclettico e versatile, dotato inoltre di una tenuta fisica al limite della perfezione. Disputa quasi tutta la sua carriera in Belgio, nel Club Bruges, dove vince tutto quello che poteva vincere. Gli manca la consacrazione internazionale al livello di club: e dire che negli anni molte squadre tentano di acquistarlo (si parla di Bayern Monaco, Lazio), ed è un peccato, perché sono assolutamente convinto che avrebbe fatto benissimo in club più prestigiosi. Con la nazionale partecipò a tre edizioni di Coppa del Mondo: le prestazioni migliori le fornisce nell’86 dove è costretto ad arrendersi di fronte ad un altro genio, che indossa la numero 10 ed è nato a Lanús, ma figura comunque nella formazione ideale del torneo.

8) Eric Gerets

Eric Gerets è stato probabilmente il difensore belga più forte di sempre. Terzino destro offensivo, implacabile, al suo apice – intorno alla metà degli anni ’80 – era considerato uno dei terzini più forti sul palcoscenico europeo. Gerets non aveva grandissima tecnica di base, ma sopperiva con una grinta, una tenacia e uno spirito combattivo fuori dall’ordinario. Il leone – suo soprannome – era quindi un avversario estremamente ostico da affrontare, resistentissimo, potente, bravissimo a difendere e ad attaccare, trovava anche la via del goal. Le sue prestazioni con lo Standard Liegi attirano le attenzioni di grandi club, tra cui il Milan: è il presidente Giuseppe Farina a portarlo a Milano nell’estate ’83, ovvero l’anno della risalita del club in Serie A. L’arrivo del belga suscita grandissimo entusiasmo tra i tifosi; il suo esordio è eccellente: ottime prestazioni e un goal al Verona a San Siro lo rendono subito l’idolo della tifoseria. Ma sul più bello arriva la stangata: dal Belgio arriva la notizia del presunto coinvolgimento di Gerets in una storia di calcio-scommesse e l’allora presidente rossonero si trova di fatto quasi costretto a rescindere il suo contratto. La carriera del belga prosegue in Olanda col PSV, con il quale vince la Coppa Campioni nel 1988.

9) Vincenzo Scifo

Grandissimo talento di origini italiane, Scifo non sfigura accanto ad Hazard e a Van Himst quando si raccontano le massime espressioni tecniche del calcio belga. Giocatore un po’ lunatico e fragile, che non ha probabilmente reso sempre quanto avrebbe potuto, pur scomodando da ragazzino paragoni altisonanti (Gianni Rivera, Michel Platini), Scifo è stato un centrocampista offensivo dotato di un dribbling notevole e bravissimo in fase di rifinitura, che ha vissuto le stagioni migliori con la maglia dellAnderlecht, consacrandosi sul palcoscenico internazionale nel corso dei mondiali messicani, quando si impone come il giovane più promettente della rassegna iridata. Delle due esperienze italiane, si ricorda come più felice quella di Torino, mentre nella Milano nerazzurra sono più ombre che luci. In ogni caso, visto lo spessore tecnico e visti alcuni grandi apici, pur non essendosi forse consacrato del tutto Scifo merita di accomodarsi nella cerchia dei grandi campioni del suo paese d’adozione.

10) Romelu Lukaku

Altro belga d’adozione, il centravanti dell’Inter – così come De Bruyne e Courtois – viene iscritto al circolo dei campioni del Belgio con l’asterisco accanto, perché potrebbe risalire la china così come uscire di scena, a seconda di come si evolverà la sua carriera. Fisico da corazziere, Lukaku ha iniziato a far parlare di sé i tifosi inglesi i primi anni dello scorso decennio, quando, a dispetto di una certa grettezza tecnica, infila gol con regolarità, tanto da trasferirsi a Manchester (sponda Red Devils) con un carniere da oltre 70 reti nel calcio inglese. A Manchester saranno alti e bassi (così come in occasione della poca brillante esperienza londinese dell’ultima stagione), e la vera ragione per cui Lukaku può reclamare un posto in questa cerchia di campioni sono quindi le stagioni interiste e il rendimento offerto in nazionale: a Milano, Lukaku dimostra di calzare come un guanto il calcio italiano, di non soffrirne i rigori tattici e di saper anzi adoperare la propria superiorità fisica per farsi largo tra le maglie avversarie; notevole, nel corso dell’esperienza italiana, è anche la maturazione sul piano tecnico. L’uomo del titolo nerazzurro 2020/2021 è senza ombra di dubbio il gigante di origini congolesi. In nazionale, Romelu ha messo a referto 68 gol e ha contributo alla conquista di un terzo posto storico ai campionati del mondo (da scarpa di bronzo): direi quindi che quanto a curriculum e continuità di rendimento siamo già ai piani alti.

Pezzo a cura di TIZIANO CANALE e FRANCESCO BUFFOLI

L’ultima finale di Champions: un immenso Courtois

Seguici

Altre storie di Goals

Questo sito utilizza cookies per migliorare la tua navigazione, se procedi nella navigazione ne accetti l'utilizzo.