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	<title>brasile Archivi - Game of Goals</title>
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	<title>brasile Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Mondiale 2026, i pronostici di Daniel Martinez di Espn: «Spagna favorita, ma la mia Argentina è sempre forte»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 20:07:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È argentino, ma vive in Italia dal 1999. Ha conosciuto personalmente Diego Armando Maradona e Víctor Hugo Morales, il cantore delle gesta del Pibe de [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">È argentino, ma vive in Italia dal 1999. Ha conosciuto personalmente Diego Armando Maradona e Víctor Hugo Morales, il cantore delle gesta del <em>Pibe de Oro</em> al Mondiale 1986. Ha intervistato centinaia di altri calciatori, tra gli anni Ottanta e i giorni nostri. Daniel Martinez ha lavorato per diverse emittenti internazionali, da Fox Sports a Bbc Mundo e da 16 anni è corrispondente dall&#8217;Italia per Espn seguendo i campioni sudamericani e argentini nel nostro Paese, non solo nel calcio. Vanta inoltre collaborazioni con altri media: El País di Madrid, Tve de España, Tve de Chile, la Cnn in spagnolo. Con il Mondiale cominciato da pochi giorni e a una manciata di ore dal debutto dell&#8217;Argentina campione del mondo contro l&#8217;Algeria, abbiamo rivolto a Daniel alcune domande sulla Coppa del mondo.</p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Daniel, come vedi le possibilità di un nuovo successo sudamericano in questo Mondiale?</strong></code></pre>



<p>Ci sono sicuramente squadre sudamericane che arrivano con ambizioni importanti: l&#8217;Argentina cercherà di difendere il suo titolo essendo oggi più consapevole e meno sotto pressione rispetto a Qatar 2022. C’è il Brasile che è affamato, avendo alle spalle più di 20 anni di attesa per ingrandire il proprio palmares e con il plus di un commissario tecnico di lusso come Carlo Ancellotti. E includerei la Colombia, che non ha la storia vincente delle altre due, ma viene da un’ottima Coppa América e da un girone di qualificazione sudamericano che autorizza a sognare. </p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Da argentino, ti aspettavi la vittoria del Mondiale in Qatar quattro anni fa o fu una sorpresa? Dove ti trovavi il 18 dicembre 2022?</strong></code></pre>



<p>No, una sorpresa no: non dimentichiamo che l&#8217;Argentina arrivava al Mondiale dopo la vittoria in Coppa América nellla quale aveva piegato il Brasile nel Maracanà. Però certamente noi argentini eravamo stati molti vicini tante volte alla vittoria che fino alla fine abbiamo vissuto il Mondiale in apnea. Dove mi trovavo il 18 dicembre 2022? Ero nell’appartamento di Susa, con il mio cagnolino Argos, con la mia bandiera annodata al collo e afferrato alla maglietta a maniche lunghe dell&#8217;Argentina, con il numero 10 senza nome sopra il numero e ancora senza stelle sopra lo stemma. Quella maglia è il mio portafortuna, anche perché mi fu regalata, con tanto di bellissima dedica, da Mario Alberto Kempes, capocannoniere e campione del mondo nel 1978. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image alignfull size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ee8e2b32-3cca-4da9-8e18-4fb360b23d55-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-27510" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ee8e2b32-3cca-4da9-8e18-4fb360b23d55-1024x682.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ee8e2b32-3cca-4da9-8e18-4fb360b23d55-300x200.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ee8e2b32-3cca-4da9-8e18-4fb360b23d55-768x512.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ee8e2b32-3cca-4da9-8e18-4fb360b23d55-1536x1023.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ee8e2b32-3cca-4da9-8e18-4fb360b23d55.jpg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Daniel Martinez gioca a calcio balilla con Lautaro Martinez</figcaption></figure>



<p></p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Quanto è stato importante il lavoro di Scaloni per valorizzare finalmente appieno il talento di Leo Messi in Nazionale e costruire un ciclo straordinariamente vincente con un Mondiale, una Finalissima e due Coppe América? </strong></code></pre>



<p>Quello che ha fatto Scaloni è stato fondamentale e molto difficile. Ha preso, senza alcuna esperienza, una &#8220;patata&#8221; bollentissima, com&#8217;era la nazionale che aveva lasciato Sampaoli nel 2018. Con molto senso pratico, profitto e zero proclami, Scaloni si è messo a lavorare duramente, mettendo Messi al centro del progetto. Però senza caricarlo di eccessive responsabilità. Al contrario, ha fatto in modo che il gruppo lo aiutasse e si compattasse attorno a lui. E <em>L<em>í</em>o </em>ha risposto come meglio non poteva. Per tutto questo, direi che Scaloni è stato provvidenziale, oltre che fondamentale, per la rinascita della <em>Selección&nbsp;</em>e di Lionel Messi. </p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Dopo la vittoria in Qatar Leo (o Lío come lo chiamate voi argentini) nel cuore del popolo argentino vale ormai Maradona? </strong></code></pre>



<p>Penso che <em>Lío </em>sia assolutamente nel cuore degli argentini, e con il tempo, quando si avrà la consapevolezza e la misura della sua traiettoria sportiva in tutta la sua incredibile magnificenza, lo sarà ancora di più. Ma l&#8217;idolo Messi è molto diverso dall&#8217;idolo Maradona. Diego era la forza ribelle, faceva leva su una personalità magnetica. Era idolatrato per le sue imperfezioni da uomo, tanto come lo era per la sua sublime classe calcistica. Il popolo si specchiava in quella sua volontà di essere uguale a lui. Diego era ognuno di noi, di qualsiasi argomento si parlasse. Era una bandiera, anzi di più: era uno scudo. Un <em>vendicatore</em>, che con la sua vita, idealizzata dalle masse, dimostrava che anche gli ultimi possono arrivare in alto. La sua voce era la voce di tutta quella gente che si sentiva dimenticata, maltrattata, derubata dai potenti. Non potremo mai misurare Diego con lo stesso metro con il quale misuriamo qualsiasi altro comune mortale. <em>Lío </em>invece, è l’idolo silente, timido a livelli quasi incomprensibili. È l’idolo che non ha mai giocato in patria (ma che mai ha perso l&#8217;accento, la cultura, l&#8217;<em>argentinità</em>). È il <em>lí<em>der </em></em>lontano, quello che ha vinto tutto quello che si può vincere, però per altri, con altri colori, dall’altra parte del mondo. A troppi chilometri di quella patria che lui, tuttavia e fortunatamente, non ha messo mai in soffitta, non ha mai dimenticato. <em>Lío </em>è l’idolo che ha dovuto sudare e piangere tanto prima di apparire un vincente agli occhi dei suoi connazionali e che adesso ha battuto tutti i record con la <em>camiseta albiceleste</em>. <em>Lío </em>ha già vinto con l&#8217;Argentina più di Diego e più di chiunque altro. Ma ha dovuto aspettare quella Coppa América alzata al Maracanà nel 2021 per ricevere gli applausi della gente e ottenere quel riconoscimento trasversale che prima qualcuno in patria gli negava. In poche parole: Diego è l’idolo del travolgente carisma; <em>Lío </em>è l&#8217;idolo della schiacciante superiorità calcistica.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Gli argentini hanno ormai due miti: Diego, l&#8217;idolo del travolgente carisma, il vendicatore degli ultimi, la voce della gente, lo scudo delle masse. E Leo, l&#8217;idolo della superiorità calcistica, il campione dei record cresciuto in una terra lontana, che ha sofferto e pianto, ma che ora anche in Nazionale ha vinto tutto, come nessun altro</p></blockquote></figure>



<p></p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>L'Argentina, rispetto all'Italia, è meno popolosa, ha un campionato di esportazione, ma resta una delle migliori scuole del mondo. Quali sono i metodi di lavoro che si utilizzano in Argentina nelle scuole calcio? </strong></code></pre>



<p>In Argentina è ancora preponderante la scuola del <em>potrero</em>, ovvero del campetto di quartiere. Abbiamo anche noi le scuole calcio <em>classiche</em>, soprattutto nelle grandi città, ma una parte importante, all&#8217;inizio del percorso formativo, si sviluppa nei club di quartiere, che in genere sono club <em>sociali </em>e di <em>promozione</em>. Ed è lì, in quei campetti di terriccio, di superfici sconnesse, che alle prime gocce di pioggia diventano di fango, che i ragazzini sviluppano caratteristiche del tutto personali, a volte uniche. Lì è dove la <em>gambeta</em> (il dribbling) diventa un’arma di sopravvivenza calcistica, non un lusso da sfoggiare per cogliere un applauso facile. Uno dei grandi problemi che stanno avendo le scuole di calcio eccessivamente metodiche dell&#8217;Europa è che costruiscono calciatori tutti uguali. Se la superficie dove i ragazzi imparano a giocare è sempre perfetta e uniforme, se il pallone è sempre iper performante, le difficoltà tecniche che si presenteranno saranno sempre uguali e anche le possibili soluzioni saranno uguali per tutti. Questo aspetto, sommato a metodi di allenamento standardizzati, alla formazione fisica preponderante in luogo della tecnica e a una scellerata ossessione per gli aspetti tattici, condiziona inevitabilmente la formazione delle nuove generazioni. Il risultato è che avremo giocatori che si assomiglieranno troppo tra di loro. Quando è risaputo che nel calcio il <em>giocatore diverso</em> e quello che fa la differenza.</p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Come vedi il futuro dell'Argentina dopo la generazione Messi? Quanto Nico Paz è già pronto per diventare il leader del nuovo corso argentino? E cosa aspettarsi da un Julian Álvarez sempre più consapevole dei suoi mezzi a livello internazionale? </strong></code></pre>



<p>Vedo un futuro promettente, con giocatori sempre competitivi, che hanno ereditato il dna che fu di Di Stéfano, di Labruna, di Sívori, di Kempes, di Bochini, di Alonso, di Maradona, di Messi e di tanti altri che ci hanno portato a essere una Nazionale vincente e che, anche nelle sconfitte, compete sempre ad alti livelli. Nico Paz è in un momento cruciale della carriera, è in quel passaggio tra l&#8217;essere un buon giocatore e la consacrazione che porta a diventare un campione. Speriamo che la troppa aspettativa non finisca per fargli del male. Ha davanti a sé Almada e anche lui, con caratteristiche leggermente diverse, potrebbe diventare un <em>lí<em>der </em></em>tecnico della Nazionale. Credo in ogni caso che la mancanza di un <em>lí<em>der </em></em>non sarà mai un problema nella Nazionale argentina, perché c’è tanta personalità in più di un calciatore. Il caso di Julian è notevole: a 26 anni ha già vinto tutti i titoli che un giocatore può vincere. Parliamo di 16 trofei, inclusi il Campionato del Mondo, due Coppe América, la Libertadores, la Champions League. E credo non sia ancora arrivato al punto più alto della sua carriera. Potrebbe tranquillamente essere lui il <em>lí<em>der </em></em>del futuro della Nazionale argentina. Da qui ai prossimi anni penso crescerà ancora.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/32a09668-fcab-4dc9-97d7-5e576d9934db-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-27512" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/32a09668-fcab-4dc9-97d7-5e576d9934db-1024x768.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/32a09668-fcab-4dc9-97d7-5e576d9934db-300x225.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/32a09668-fcab-4dc9-97d7-5e576d9934db-768x576.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/32a09668-fcab-4dc9-97d7-5e576d9934db-1536x1152.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/32a09668-fcab-4dc9-97d7-5e576d9934db.jpg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Daniel Martinez con Gonzalo Higuain</figcaption></figure>



<p></p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Avere dei <em>líder </em>e dei grandi giocatori non sarà mai un problema per la Nazionale argentina, perché da noi i talenti continuano a nascere ed ereditare il dna dei vari Di Stéfano, Labruna, Sívori, Kempes, Bochini, Alonso, Maradona, Messi. Nei prossimi anni ho grande fiducia soprattutto in Nico Paz e Julián Álvarez</p></blockquote></figure>



<p></p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Il Brasile non vince un Mondiale da 24 anni. Ha deciso di affidarsi a un allenatore di provata qualità ed esperienza come Ancelotti. Quali sono i punti di forza e di debolezza dei verdeoro e come li vedi in ottica vittoria del Mondiale, anche alla luce del pareggio poco spumeggiante contro il Marocco all'esordio?</strong></code></pre>



<p>Il Brasile credo stia ripetendo la stessa <em>strada della frustrazione</em> che ha percorso la Nazionale argentina nei suoi 33 anni senza vittorie, tra la Coppa America 1993 e la Coppa América 2021. Ed è una strada molto pericolosa perché divora generazioni di grandissimi talenti. L’arrivo di Ancelotti, un uomo abituato alla vittoria e che sa gestire come nessuno gli spogliatoi carichi di ego, potrebbe essere il toccasana per evitare che questa strada diventi ancora più lunga. I punti di forza del Brasile, lo sappiamo tutti, passano da risorse individuali quasi inesauribili, da giocatori di enorme qualità ma che &#8211; e qui sono i punti deboli &#8211; da tempo non trovano l’amalgama necessaria per imporsi. Se continua a naufragare nell’ansia, nella fretta e si aspetta di risolvere le partite con i colpi isolati di questo o quell’altro giocatore, anche in questo Mondiale il Brasile finirà per disunirsi piano, piano. Se invece <em>la cura Carletto</em> riuscirà a essere efficace, è una Nazionale che potrà ambire al massimo traguardo. </p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Tra le favorite indiscusse vi sono la Spagna di Yamal, la Francia di Mbappé e del pallone d'oro Dembélé, l'Inghilterra di Kane. Tu chi vedi meglio tra queste e chi indichi come favorita per la vittoria? </strong></code></pre>



<p>Sulla Spagna e sulla Francia sono d’accordissimo, non sull’Inghilterra che mi sembra ancora una volta in costruzione. Al suo posto io menzionerei come candidato alla vittoria il Portogallo che ha giocatori di grandissimo valore in tutti i reparti. Ma il successo finale in un Mondiale dipende di tante cose, dai piccolissimi dettagli fino a concetti generali molto ampi. Fare previsioni è estremamente complesso. Ma tra tutte per me la Spagna è la più solida, la più squadra.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/c4a28e68-a60e-4871-affc-ec5a3b90959e-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-27518" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/c4a28e68-a60e-4871-affc-ec5a3b90959e-1024x768.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/c4a28e68-a60e-4871-affc-ec5a3b90959e-300x225.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/c4a28e68-a60e-4871-affc-ec5a3b90959e-768x576.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/c4a28e68-a60e-4871-affc-ec5a3b90959e-1536x1152.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/c4a28e68-a60e-4871-affc-ec5a3b90959e.jpg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Daniel Martinez fuori dall&#8217;Allianz Arena, stadio di Monaco di Baviera</figcaption></figure>



<p></p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Quale può essere invece la Nazionale sorpresa? E quale sarà invece secondo te il giocatore rivelazione dei Mondiali? </strong></code></pre>



<p>Per quello che ho visto finora, tra amichevoli premondiali e primissime partite, mi ha impressionato (ma non si può parlare esattamente di sorpresa) il calcio che esprime il Marrocco. Attenti poi al Giappone, che potrebbe essere una piacevole scoperta e arrivare lontano in questo Mondiale. Indicare il giocatore rivelazione è ancora più difficile, dunque rispondo con quello che vorrei lo fosse, con tutto il cuore: Nico Paz.</p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Per la terza volta consecutiva l'Italia non sarà ai Mondiali. Da argentino che però da anni conosce bene la nostra realtà, qual è secondo te il principale problema del nostro calcio: troppi stranieri? Poca cultura sportiva? Scarso investimento su vivai, allenatori e strutture? </strong></code></pre>



<p>Per rispondere come si deve a questa domanda ci vorrebbe lo spazio di un libro, non di un&#8217;intervista. Non scopro nulla dicendo che questa crisi è il risultato di una somma di fattori. Da leggi come il famoso <em>decreto crescita</em> che favoriscono fiscalmente l&#8217;acquisto di giocatori che vengono dall’estero invece che l&#8217;acquisto di giocatori nel mercato interno, a problemi di abitudini culturalmente sbagliate. <br>La riassumerei così: la peggiore malattia del calcio italiano (certo, non l’unica) è lo sfrenato <em>amore </em>degli italiani per il mercato. Gli anni dell&#8217;abbondanza, <em>del calcio più bello del mondo</em> andava di pari passo con l&#8217;<em>allure</em> dei club dominati dai presidenti mecenati. I quali però di mecenatismo non avevano nulla, perché il calcio ha sempre dato tantissimo, in termini economici, di popolarità, di potere e di influenza politica a tutti gli imprenditori che scelgono di investire in una società calcistica. <br>Da allora i tifosi hanno iniziato a preoccuparsi solo, e continuano a farlo ancora oggi, di cosa regalerà loro il presidente nel calcio mercato. I media per alimentare i sogni (a quell’epoca possibili) parlavano di <em>colpo</em>, di <em>bomba</em>. Il fatto che in Italia il mercato sia così importante è dimostrato dal fatto che è l&#8217;unico Paese dove le trattative si fanno in un posto <em>centralizzato </em>e tutto il pacchetto viene venduto come uno spettacolo mediatico. In altri Paesi, quando un club vuole comprare un giocatore, i dirigenti e i rappresentanti si telefonano e si trovano da qualche parte, nell&#8217;ufficio di uno o dell&#8217;altro, a cena, o in un hotel qualunque. Non c’è un posto <em>centralizzato </em>dove si sviluppa il mercato. <br>Questa modalità mercantilistica ha fatto sì che i vivai perdessero sempre di più centralità nel momento in cui c&#8217;era da pensare al ricambio generazionale delle rose. E visto che i vivai sono un settore dove si deve investire tanto oggi per avere forse qualcosa domani &#8211; però non c&#8217;è niente di reale, di concreto e di garantito nell&#8217;immediato &#8211; ai tifosi e agli imprenditori non è mai sembrato una buona idea investire su questo fronte. I tifosi in Italia non sentono dunque la necessità di veder crescere i ragazzi dei propri settori giovanili né chiedono a gran voce ai presidenti di scommettere su questo o quel giovane promettente. <br>Il refrain è: <em>il presidente vuole una squadra per vincere subito</em>. E tutti sono così contenti quando arriva uno sconosciuto pagato a peso d’oro. Ma negli anni Ottanta e Novanta i soldi permettevano di andare in giro per il mondo, come oggi fanno gli sceicchi, e di portare in Italia giocatori di relativa qualità. Oggi credo sia evidente a tutti che non è più così. Oggi la logica mercantilistica vede altri Paesi dominare e altri campionati diventare le prime scelte. E di conseguenza, in Italia oggi quali giocatori arrivano? Non ho bisogno di scriverlo qui, tutti lo sappiamo. Basterà dire che se viene ingaggiato qualche giovane buono per davvero, lo si fa arrivare in prestito e con la clausola di ricompra. <br>Quando si guarda ai settori giovanili, dunque, si trovano campioncini che forse contro i pari età potranno farsi valere, ma che difficilmente avranno quel quid in più necessario per fare il salto di qualità ed essere competitivi al massimo livello. Ma soprattutto quello che più manca è quell’interesse che iniziano a sentire da piccoli da parte dei propri tifosi, quel fuoco che li nutre, che li fa crescere forti, perché quando arriverà la loro opportunità, i tifosi saranno dalla loro parte e vorranno vederli imporsi. Fino a quando questa logica culturale in Italia non farà strada, prevedo ancora tempi bui.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ea327c54-bd11-4cf6-9d95-419176f6bbb1-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-27511" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ea327c54-bd11-4cf6-9d95-419176f6bbb1-1024x768.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ea327c54-bd11-4cf6-9d95-419176f6bbb1-300x225.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ea327c54-bd11-4cf6-9d95-419176f6bbb1-768x576.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ea327c54-bd11-4cf6-9d95-419176f6bbb1-1536x1152.jpg 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/ea327c54-bd11-4cf6-9d95-419176f6bbb1.jpg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Daniel Martinez intervista Alessandro Del Piero, uno degli ultimi grandi interpreti del calcio italiano</figcaption></figure>



<p></p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Uno dei grandi problemi del calcio italiano è il mercato. Dai tempi in cui la Serie A dominava la scena negli anni Ottanta e Novanta. Questo ha fatto sì che si vuole il campione dell&#8217;oggi e non si dà il tempo di costruire il campione del domani. E i tifosi chiedono ai presidenti non quale ragazzo emergerà dal vivaio, ma chi verrà acquistato. </p></blockquote></figure>



<p></p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Si sente spesso dire da alcuni che il calcio di oggi è più difficile di quello di un tempo, mentre altri rimpiangono il calcio del passato. Tu che segui per lavoro questo sport da tanto tempo, quali ritieni sia la più grande differenza tra il calcio di oggi e quello di ieri? </strong></code></pre>



<p>Secondo me l’uomo tende a superare i suoi limiti sempre, lo prova la storia. Migliorano la tecnologia dei materiali, i metodi degli allenamenti, il modo di alimentarsi. Migliora la medicina e un infortunio che in tempi passati ti lasciava fuori del campo per un lungo periodo oggi si risolve in un paio di mesi. In qualsiasi altro sport questa discussione non si porrebbe neanche. <br>Ma il calcio è uno sport fatto di sensazioni, di emozioni, ed è assolutamente opinabile in qualunque aspetto. E allora si accende il dibattito. Molto probabilmente chi dice fosse meglio il passato, lo sostiene perché era migliore lui stesso. E quindi ha la sensazione che ciò che vedeva in campo era migliore. Ma non è vero. Era lui a essere migliore, perché aveva la metà degli anni, la metà delle responsabilità e il doppio dei sogni di oggi. Il calcio contemporaneo si gioca a una velocità superiore, con un&#8217;intensità e con una varietà di movimenti collettivi che un tempo non si immaginavano nemmeno. Oggi si vedono più volte cambi di fronte di 50 metri da parte di terzini ignoti che in un&#8217;altra epoca verrebbero qualificati come grandissimi giocatori solo per quel singolo gesto tecnico. <br>Con molta più frequenza vediamo giocate acrobatiche in area, eseguite con la naturalezza di qualunque attaccante. Quando un tempo questi gesti erano riservati solo ai grandi campioni. È anche vero che oggi, a qualsiasi ora c’è una partita. E che in qualsiasi latitudine si impara e si gioca a calcio. Per questo le opportunità di vedere certi gol e certi gesti si moltiplicano. C’è però un aspetto in base al quale i giocatori di prima avrebbero avuto molte più possibilità di giocare meglio e più a lungo. Parlo dell&#8217;aggressività in campo. È una differenza sostanziale con il calcio di oggi, nel quale i giocatori vengono protetti molto di più. Sono convinto, ad esempio, che se Maradona fosse stato più protetto da parte di regolamenti e arbitri, avrebbe avuto una carriera ancora migliore. </p>



<pre class="wp-block-code"><code><strong>Parlando ancora di Maradona, hai iniziato a seguire il calcio decenni fa, lavorando a stretto contatto con il mitico Víctor Hugo Morales e conoscendo personalmente Diego, che resta una delle figure più iconiche del calcio e dello sport. Cosa puoi dirci di lui come personaggio fuori dal campo? Hai qualche aneddoto particolare sulla sua figura? </strong></code></pre>



<p>Diego era più che un idolo delle masse, era un’icona pop, un personaggio del valore universale che trascendeva il calcio e qualunque argine si potesse opporre alla sua personalità. Ho avuto la fortuna di lavorare da giovane con Victor Hugo, una delle persone più importante della mia vita, non solo professionale, e nei confronti del quale sarò eternamente debitore. Ciò mi ha permesso di affacciarmi al <em>mondo Maradona</em>.<br>Essere lui, essere Diego, sarebbe stato difficilissimo per chiunque. Quello che generava la sua sola presenza era incredibile, è difficile raccontarlo senza sembrare esagerato. E probabilmente anche quello è stato il motivo dei suoi demoni. Credo che non ci sia stato mai un solo Maradona. Per dirlo in un modo più comprensibile: c’era Diego, il giocatore che tutti i suoi compagni amavano, l’uomo capace di una generosità genuina, quello per cui la parola di Don Diego (suo padre) era legge, quello semplice, alla mano, disponibile e attento. Quello che si preoccupava dei bisognosi. Diego era pieno di virtù e degno di tanta ammirazione. <br>Ma quasi al contempo (forse entrando al palcoscenico mentre l’altro ancora stava uscendo), c’era anche Maradona. Ovvero il personaggio scontroso, un po&#8217; arrogante, che sembrava arrabbiato e che non si tratteneva se voleva insultare. Era una figura piena di contradizioni. Che poteva sostenere al mattino una posizione e la notte la posizione opposta. Ma sempre con la stessa (e questo era la cosa incredibile) genuina convinzione con la quale poche ore prima aveva dichiarato il contrario. Tra Diego, l’uomo, e Maradona, il personaggio, correva un fiume di umanità, di fragilità, di voglia di superare se stesso, di confusioni travolgenti. A tutti e due ho voluto bene. Dirò di più: l’uomo Diego mi ha aiutato a capire un po&#8217; le difficoltà del personaggio Maradona. Ma anche a capire un po&#8217; le mie contradizioni.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>C&#8217;era Diego, il giocatore che tutti i compagni amavano, l&#8217;uomo generoso, alla mano e disponibile. E poi c&#8217;era Maradona, il personaggio scontroso, contraddittorio, che cambiava posizione di continuo. A entrambi ho voluto bene. E l&#8217;uomo Diego mi ha aiutato a capire di più il Maradona personaggio e a capire di più anche me stesso</p></blockquote></figure>



<p></p>
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		<title>2014 Semifinale: Brasile-Germania 1-7</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Ciuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 16:31:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2014]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A distanza di anni è impossibile spiegare quel che accadde la sera dell&#8217;8 luglio 2014 senza ricorrere alla psicanalisi. Non è sufficiente cercare la motivazione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">A distanza di anni è impossibile spiegare quel che accadde la sera dell&#8217;8 luglio 2014 senza ricorrere alla psicanalisi. Non è sufficiente cercare la motivazione nelle assenze di <strong>Neymar </strong>e<strong> Thiago Silva</strong>, i due fuoriclasse della squadra. Il nuovo incubo calcistico del popolo brasiliano assume le sembianze perturbanti del <em>Mineirazo</em>, a distanza di sessantaquattro anni dal celebre <em>Maracanazo</em>, di cui si è narrato e romanzato. Il Brasile di <strong>Felipe Scolari</strong> sembra appartenere ad un&#8217;era geologica diversa rispetto a quello che in Giappone e Corea aveva alzato la coppa del mondo in faccia ai soldatini tedeschi. La squadra di <strong>Löw </strong>restituisce a suon di interessi il trauma della notte di Yokohama e lo fa nella maniera più spietata possibile, infliggendo ai brasiliani la peggiore delle umiliazioni, rovinando per sempre un mondiale tra le mura amiche e, forse, i sogni di un&#8217;intera generazione.</p>



<p><strong>Brasile: </strong>Julio Cesar, Maicon, David Luiz, Dante, Marcelo, Fernandinho (st 1&#8242; Paulinho), Luiz Gustavo, Bernard, Hulk (st 1&#8242; Ramires), Oscar, Fred (st 25&#8242; Willian).<br><strong>Germania:</strong> Neuer, Hoewedes, Hummels (st 1&#8242; Mertesacker), Boateng, Lahm, Khedira (st 31&#8242; Draxler), Schweinsteiger, Ozil, Kroos, Muller, Klose (st 13&#8242; Schurrle).</p>



<p></p>



<p><strong>Primo tempo<br>11&#8242; GOL GERMANIA </strong>Calcio d&#8217;angolo di Kroos, Thomas Muller indisturbato al centro dell&#8217;area colpisce con il piatto destro al volo e trafigge Julio Cesar.<br><strong>23&#8242; GOL GERMANIA</strong> Kroos trova un&#8217;imbucata perfetta per il taglio di Müller che libera Klose al tiro: Julio Cesar respinge, ma l&#8217;ex bomber biancazzurro arriva per primo sulla ribattuta e insacca il gol che vale il primo posto nella classifica marcatori all time dei mondiali.<br><strong>25&#8242; GOL GERMANIA </strong>Lahm dalla destra scodella in mezzo un cross rasoterra: Muller non ci arriva, ma Kroos ha tutto il tempo di coordinarsi con il sinistro e trafiggere il portiere sul primo palo.<br><strong>26&#8242; GOL GERMANIA</strong> Fernandinho perde un pallone sanguinoso sulla pressione di Kroos che triangola con Khedira e deposita in rete il poker. Per il Brasile sono tenebre senza fine.<br><strong>29&#8242; GOL GERMANIA</strong> In mezzo ad un Brasile completamente in bambola, arriva anche il gol di Khedira: dai-e-vai con Ozil e piattone vincente. Umiliazione epocale per i verde-oro.</p>



<p><strong>Secondo tempo<br>24&#8242; GOL GERMANIA</strong> Lahm-Khedira-Lahm, imbucata al centro per Schurrle che partecipa alla festa.<br><strong>34&#8242; GOL GERMANIA</strong> Splendido aggancio al volo con il destro da parte di Schurrle che scaraventa sotto l&#8217;incrocio con il mancino il pallone del 7-0.<br><strong>45&#8242; GOL BRASILE</strong> Probabilmente il gol meno celebrato della storia dei mondiali: Oscar si accentra, supera in orizzontale il difensore e calcia con il destro, palla in rete. Gol utile solo per le statistiche.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="681" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/e96b52c3a00260b930e2ef017af52c128001781b.jpg-1024x681.webp" alt="" class="wp-image-27447" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/e96b52c3a00260b930e2ef017af52c128001781b.jpg-1024x681.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/e96b52c3a00260b930e2ef017af52c128001781b.jpg-300x200.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/e96b52c3a00260b930e2ef017af52c128001781b.jpg-768x511.webp 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2026/06/e96b52c3a00260b930e2ef017af52c128001781b.jpg.webp 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il capitano tedesco Lahm cerca inutilmente di consolare Oscar</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>LE PAGELLE GERMANIA<br>IL MIGLIORE KROOS 8</strong> Il giustiziere del Brasile ha il volto di Toni Kroos, che domina a centrocampo e insegna il gioco: doppietta chirurgica, imbucate, triangolazioni, recuperi, regia. I giocatori in maglia gialla sembravano dei dilettanti, lui invece professore lo è davvero.<br><strong>Khedira 7,5 </strong>Segna il 5-0, ma è un dettaglio. Gioca una partita totale, dove pare essere ovunque. Non sarà appariscente, non sarà geniale ed estroso, ma il QI calcistico di questo giocatore è inferiore a pochi.<br><strong>Muller 7,5</strong> I Mondiali sono casa sua: dopo un grande torneo in Sudafrica, concede il bis con un torneo altrettanto positivo. Sblocca la gara, partecipa al gioco, si sdoppia, fa assist. Che vuoi di più?<br><strong>Schweinsteiger 7</strong> È in fase &#8220;moto perpetuo&#8221;, fa benissimo entrambe le fasi, recupera come un mediano e gioca i palloni con qualità e intelligenza. Centrocampista con pochi punti deboli e tra i protagonisti della cavalcata tedesca, ma stasera altri fanno anche meglio di lui.<br><strong>Schurrle 6,5</strong> Una doppietta in una semifinale di un mondiale vale di principio un voto positivo ed una nota di merito. Peccato che la partita era già fortemente indirizzata, e il Brasile in coma. Molto più importante sarà il suo impatto in finale&#8230;</p>



<p></p>



<p><strong>LE PAGELLE BRASILE<br>IL MIGLIORE OSCAR 5</strong> &#8220;Migliore&#8221; è una parola inesatta, &#8220;meno peggio&#8221; è più accettabile, ma solo per il gol (inutile). Per il resto, è l&#8217;emblema del nulla. Era il giocatore di maggiore qualità pura dopo Neymar dal centrocampo in su: senza il 10 verdeoro anche lui è parso un giocatorino.<br><strong>Fred-Hulk 4</strong> un&#8217;accoppiata atipica per il calcio brasiliano, senza fantasia. Per tutto il torneo hanno convinto poco, stasera non si sono mai visti.<br><strong>Fernandinho 4</strong> L&#8217;errore sulla pressione di Kroos è l&#8217;esatta fotografia di una squadra spaesata e stralunata. Oltre a questo, non la vede veramente mai<br><strong>David Luiz 3</strong> Senza Thiago Silva è un giocatore modesto. Lo dimostra la sua carriera, non certo solo la gara di stasera. Avrebbe dovuto prendere in mano la difesa, è il primo ad affondare. Stesso voto anche per <strong><em>Dante </em></strong>(<strong><em>3</em></strong>).</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Brasile - Germania 1-7  Ampia Sintesi Mondiali 2014 HD" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/Osp6zzicaKE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Il Maracanaço, l&#8217;alba di una nuova era mancata</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2025/12/16/il-maracanaco-lalba-di-una-nuova-era-mancata.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 00:23:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[alcides ghiggia]]></category>
		<category><![CDATA[brasile]]></category>
		<category><![CDATA[finale fatidica]]></category>
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		<category><![CDATA[mondiale 1950]]></category>
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		<category><![CDATA[uruguay]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: il gol di Ghiggia È lei quel Ghiggia?». «Sì, signorina, ma sono passati tanti anni». «In Brasile lo proviamo ogni giorno». È [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/12/16/il-maracanaco-lalba-di-una-nuova-era-mancata.html">Il Maracanaço, l&#8217;alba di una nuova era mancata</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em><strong>Immagine di copertina</strong>: il gol di Ghiggia</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>È lei quel Ghiggia?». <br>«Sì, signorina, ma sono passati tanti anni». <br>«In Brasile lo proviamo ogni giorno».</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">È il luglio del 2000 quando all&#8217;aeroporto di Rio de Janeiro una giovane impiegata sta controllando i passaporti dei passeggeri in arrivo da Montevideo. Davanti a lei c&#8217;è un signore di 73 anni, non molto alto, magro, con due baffi che ricordano l&#8217;attore statunitense <strong>Clark Gable</strong>. Lei gira e rigira quel documento, con fare nervoso, e poi gli chiede se sia davvero lui.<em> Quel Ghiggia</em>.</p>



<p>L&#8217;uomo risponde in modo pacato. Prova a sdrammatizzare la situazione. La mette sul ridere. Sono trascorsi 50 anni dalla <em>finale fatidica</em>, il giorno in cui la formichina Uruguay beffò il gigante Brasile, gettando una nazione intera nello sconforto. E poi quella ragazza all&#8217;epoca non era nemmeno nata, magari segue il calcio distrattamente, d&#8217;altronde è uno sport che le donne praticano poco e guardano ancora meno.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="473" height="264" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/ghiggia-473x264-1.jpg" alt="" class="wp-image-25534" style="width:750px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/ghiggia-473x264-1.jpg 473w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/ghiggia-473x264-1-300x167.jpg 300w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ghiggia con la maglietta celebrativa dei 50 anni del Maracanaço</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Ma la risposta della giovane è spiazzante. E dalle sue parole traspare tutto il dramma di un popolo che ancora non ha dimenticato. Per gli uruguaiani, che hanno vinto, è diverso. Loro sono andati avanti. E il paradosso è che da quel 16 luglio 1950 l&#8217;Uruguay non sfiorerà mai più una simile grandezza, non giocherà una finale mondiale, al massimo arriverà tre volte quarto, nel 1954, nel 1970 e nel 2010.</p>



<p>Il Brasile, invece, dopo quell&#8217;atroce sconfitta getterà le basi del suo verbo calcistico, diventerà la nazione numero uno del calcio, quella che tutti temono, che tutti guardano ammirati. Conquisterà cinque titoli mondiali, come nessun altro. Darà i natali a quello che forse è stato il più grande campione della storia, produrrà fior di altri fuoriclasse.</p>



<p>Eppure il 16 luglio 1950, il giorno passato alla storia come <em>Maracanaço</em>, è sempre lì. A ricordare dove tutto è iniziato. A ricordare che il Brasile non è riuscito a fare ciò che hanno saputo fare l&#8217;Uruguay, l&#8217;Italia, l&#8217;Inghilterra, la Germania Ovest, l&#8217;Argentina: vincere la prima Coppa del mondo organizzata in casa.</p>



<p>Ma come è possibile che il <em>Maracanaço </em>&#8211; che rimane di fondo un semplice evento sportivo, una semplice partita di pallone &#8211; abbia influenzato a tal punto le coscienze, fino a diventare, parafrasando lo scrittore <strong>Nelson Rodrigues</strong>, «la nostra catastrofe nazionale, la nostra Hiroshima»? Una spiegazione arriva dall’antropologo <strong>Roberto da Matta</strong>: «L’incontro del 1950 è vissuto come la più grande tragedia della storia contemporanea del Paese, sia perché ebbe una dimensione collettiva e produsse un sentire comune, sia perché accadde all’inizio di un decennio nel quale il Brasile cercava di affermarsi come nazione con un grande futuro. Ne risultò una instancabile ricerca delle spiegazioni e dei colpevoli per la vergognosa sconfitta».</p>



<p>A gettare benzina sul fuoco patriottico aveva contribuito anche la figura di <strong>Getúlio Vargas</strong>. Avvocato e ricco possidente terriero del Rio Grande do Sul, aveva perso le elezioni presidenziali del 1930 contro<strong> Júlio Prestes</strong>. Ma coglie la palla al balzo dopo l&#8217;assassinio del suo candidato vicepresidente <strong>João Pessoa</strong> e rovescia il governo con un colpo di Stato, sfruttando il decisivo appoggio dei militari. L&#8217;immagine di lui che in alta uniforme, in sella al suo cavallo, entra a Rio de Janeiro per rivendicare il potere fa il giro del mondo.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="771" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Getulio_Vargas_-_retrato_oficial_de_1930-771x1024.jpg" alt="" class="wp-image-25535" style="width:500px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Getulio_Vargas_-_retrato_oficial_de_1930-771x1024.jpg 771w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Getulio_Vargas_-_retrato_oficial_de_1930-226x300.jpg 226w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Getulio_Vargas_-_retrato_oficial_de_1930-768x1019.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Getulio_Vargas_-_retrato_oficial_de_1930.jpg 1008w" sizes="(max-width: 771px) 100vw, 771px" /><figcaption class="wp-element-caption">Getúlio Vargas</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>Vargas </strong>impiega pochi giorni a imprimere una svolta dittatoriale: sospende la Costituzione, scioglie i partiti politici, cancella la libertà di stampa e soffoca nel sangue ogni tentativo di rivolta. E trae ispirazione dai dittatori europei utilizzando lo sport &#8211; e in particolare il calcio, che in Brasile è una religione &#8211; per veicolare il consenso delle masse e propagare agli occhi del mondo un&#8217;immagine positiva della nazione.</p>



<p>Un lavoro che sembra dare i suoi frutti, dato che nel 1942 la Fifa assegna al Brasile l&#8217;organizzazione della Coppa del mondo. Ma la guerra in Europa rimanda l&#8217;appuntamento di otto anni. Dovevano essere sette, perché il Mondiale era programmato per il 1949, però i brasiliani chiedono un anno di proroga perché stanno realizzando un sogno: la costruzione del più grande stadio del mondo, il Maracanã di Rio de Janeiro, un&#8217;opera imponente destinata a lasciare a bocca aperta il resto del pianeta e mostrare l&#8217;immagine di un Brasile potente, moderno, proiettato verso il futuro.</p>



<p>E quando i brasiliani si mettono in testa un progetto in grande stile, tendono ad esprimersi, come sottolineato dal giornalista e scrittore inglese <strong>Alex Bellos</strong> «con il superlativo assoluto». Un atteggiamento che ha anche un nome: <em>ufanismo</em>, una sorta di sciovinismo al quadrato tutto di marca brasiliana, permeato di sviluppo senza limiti e grandezza senza confini.</p>



<p>È anche se <strong>Vargas</strong> dal 1946 non c&#8217;è più e il Paese ha riabbracciato la democrazia, il dado è stato ugualmente tratto. E l&#8217;entusiasmo generato dalle idee patriottiche di <strong>Vargas </strong>trova la sua degna consacrazione nella costruzione del Maracanã. Diecimila operai, in maggioranza neri e mulatti, lavorano alacremente, giorno e notte, a ritmi incessanti. Anche loro sono pervasi dal positivismo, convinti che quell’enorme ellissi di cemento rappresenti davvero l&#8217;alba di una nuova era.</p>



<p>«Lo stadio regala al Paese una nuova anima e risveglia dall’interno il gigante addormentato» scrive sul Jornal dos Sports il giornalista e scrittore <strong>Mário Filho</strong>. Persino la collocazione geografica gioca un ruolo fondamentale: il Maracanã si trova in una zona strategica, un passaggio obbligato tra il nord e il sud della città, in modo che tutti siano costretti a transitare da lì e ammirarne maestosità e splendore.</p>



<p>Nel 1950 finalmente il Colosseo dei tempi moderni prende forma: 183mila posti ufficiali, in realtà oltre 200mila, sbriciolati i 143mila dell’Hampden Park di Glasgow. Il Maracanã non ha eguali, il Brasile non ha eguali. È questo lo spirito che accompagna la nazionale di <strong>Flávio Costa</strong> alla Coppa del mondo. Una sicumera giustificata anche dal punto di vista tecnico, perché il Brasile allinea una rosa formidabile &#8211; soprattutto dal centrocampo in su &#8211; e nell&#8217;estate 1949 ha dominato la Coppa América, sbriciolando qualunque resistenza.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="776" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/20210914-142449-1--776x1024.jpg" alt="" class="wp-image-25536" style="width:500px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/20210914-142449-1--776x1024.jpg 776w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/20210914-142449-1--227x300.jpg 227w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/20210914-142449-1--768x1013.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/20210914-142449-1-.jpg 909w" sizes="(max-width: 776px) 100vw, 776px" /><figcaption class="wp-element-caption">Flávio Costa</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il Mondiale parte in modo fragoroso, con un 4-0 al Messico. Nella seconda partita, però il <em>Verrou </em>della Svizzera &#8211; un Catenaccio ante litteram che già aveva mandato allo sbando la Germania di Hitler nel Mondiale &#8217;38 &#8211; impantana l&#8217;arioso gioco brasiliano. Ne esce un faticoso 2-2 e il Brasile è costretto a vincere la terza partita contro la Jugoslavia.</p>



<p>La nazionale di  <strong>Flávio Costa</strong> non si fa pregare. Approfitta delle difficoltà di formazione degli avversari, con l’attaccante <strong>Rajko Mitic</strong> che si infortuna dopo aver battuto la testa contro una sbarra di metallo negli spogliatoi, e si porta sull&#8217;1-0. La squadra europea, storicamente agguerrita, prova a reagire, ma il Brasile chiude i giochi con una giocata sensazionale della sua stella più luminosa, il fantasista <strong>Tomás Soares da Silva</strong>, meglio noto con il soprannome di <strong>Zizinho</strong>. </p>



<p>Che prende palla sul lato destro di centrocampo, accelera, supera un difensore con un impareggiabile gioco di gambe al momento di entrare in area e infila l’angolino opposto. È un capolavoro. Ma l&#8217;arbitro annulla tra le proteste, e nessuno capisce esattamente il perché. <strong>Zizinho </strong>tuttavia non si scompone. Passano alcuni minuti e ripete la stessa, identica, azione: accelerazione, dribbling al difensore, palla nell’angolo. E stavolta l&#8217;arbitro non osa fiatare. L’inviato della Gazzetta dello Sport paragona <strong>Zizinho </strong>a Leonardo da Vinci che «dipinge opere d’arte con i piedi sull’immensa tela verde del Maracanã».</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="635" height="730" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/8fev171.webp" alt="" class="wp-image-25537" style="width:500px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/8fev171.webp 635w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/8fev171-261x300.webp 261w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /><figcaption class="wp-element-caption">Zizinho</figcaption></figure>



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<p>Il Brasile si qualifica alla fase finale, che prevede un girone a quattro fra le vincitrici dei raggruppamenti iniziali. Per la prima e unica volta nella storia della Coppa del mondo non sarà una partita secca ad assegnare il titolo, ma la somma dei punti ottenuti nel girone. Il Brasile è inarrestabile: demolisce 7-1 la Svezia e 6-1 la Spagna. Si presenta all&#8217;ultimo incontro con l&#8217;Uruguay forte di due successi schiaccianti e con la possibilità di vincere il suo primo Mondiale anche pareggiando, dato che l&#8217;Uruguay ha sconfitto 3-2 la Svezia, ma è stato fermato sul 2-2 dalla Spagna.</p>



<p>Ma un pareggio non è contemplato nella mentalità brasiliana. Soprattutto non dopo un simile cammino infarcito di gol e spettacolo. Soprattutto non dopo la costruzione del Maracanã, i proclami della vigilia, e quel senso di <em>ufanismo </em>diffuso ovunque. </p>



<p>E che porta a scene e comportamenti surreali. La Gazeta Esportiva di San Paolo titola alla vigilia: «Domani batteremo l’Uruguay!». O Mundo di Rio pubblica le fotografie dei giocatori brasiliani e rilancia: «Eccoli, i volti dei nuovi campioni del mondo». Sulle vetrine dei negozi compaiono cartelloni celebrativi. L’ufficio postale emette francobolli che recano l’immagine dei futuri vincitori. E prima di scendere in campo, il sindaco di Rio,<strong> Ângelo Mendes de Moraes</strong>, profetizza: «Gloria a voi, che non avete rivali nell’intero emisfero e tra poche ore sarete proclamati nuovi campioni da milioni di compatrioti».</p>



<p>Oltre 173mila spettatori – ma la cifra è in difetto, sono circa 200mila – assistono però al trionfo annunciato che si trasforma nella tragedia massima. Alla pagina più nera nella storia del Brasile. Troppa pressione, troppa responsabilità sulla testa di undici uomini. Che negli spogliatoi appaiono tesi e nervosi, giustamente e inevitabilmente. In casa Uruguay, invece, il clima è molto più disteso e, secondo la leggenda, il laterale destro <strong>Schubert</strong> <em>El Mono</em> <strong>Gambetta </strong>riesce persino a dormire.</p>



<p>Non bisogna sottovalutare nemmeno la solita bravura tattica degli uruguiani, guidati da un fine stratega come il 42enne <strong>Juan López</strong>, che nel Mondiale corregge il Metodo classico (il modulo più in voga in Sudamerica), apportando un&#8217;ulteriore rivisitazione in chiave difensiva: a controllare il centravanti avversario non è il centromediano, ma uno dei due terzini, <strong>Eusebio Tejera</strong>, mentre l’altro, <strong>Matías González</strong>, funge da giocatore libero da compiti di marcatura diretta alle sue spalle.</p>



<p>In mezzo al campo, poi, <strong>López </strong>chiede ai due interni di partire quasi in linea con il centromediano, per creare un imbuto in cui avversari anche maggiormente dotati sul piano tecnico &#8211; come è il Brasile &#8211; possano infilarsi e faticare ad uscirne. Così, il centromediano <strong>Obdulio Varela</strong> accorcia molto le distanze con le mezzali <strong>Julio Pérez</strong> e <strong>Juan Alberto Schiaffino</strong>.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="486" height="465" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Obdulio_varela_uruguay.jpg" alt="" class="wp-image-25538" style="width:500px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Obdulio_varela_uruguay.jpg 486w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/Obdulio_varela_uruguay-300x287.jpg 300w" sizes="(max-width: 486px) 100vw, 486px" /><figcaption class="wp-element-caption"> Obdulio Varela</figcaption></figure>



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<p>La sfida si gioca soprattutto a centrocampo, questo <strong>López </strong>lo sa. Il Brasile ha due interni sontuosi come <strong>Zizinho </strong>e <strong>Jair Rosa Pinto</strong>, che sarà l&#8217;idolo del giovanissimo <strong>Pelé</strong>, e alle loro spalle si muovono <strong>Carlos Bauer</strong>, <em>O Monstro do Maracanã</em>, centromediano di sommo magistero, e il jolly <strong>Danilo</strong>. È importante che l&#8217;Uruguay in mezzo al campo regga l&#8217;urto. Ma non nutre di certo complessi di inferiorità, potendo allineare un genio come <em>Pepe </em><strong>Schiaffino</strong>, il leader tecnico, e un guerriero come <em>el Negro Jefe</em> <strong>Varela</strong>, il leader carismatico.</p>



<p>È intorno alla sua figura, in particolare, che gravita la manovra della <em>Celeste</em>. <strong>Varela </strong>si esalta nelle condizioni difficili, in cui parte sfavorito. Ha già vinto una Coppa América così, nel 1942, quando aveva guidato la squadra al successo decisivo su un&#8217;Argentina individualmente superiore, che poteva schierare in un colpo solo giocatori come il colosso <strong>Ángel Perucca</strong>, <em>el Portón de América</em>, in mezzo al campo; l&#8217;inafferrabile <strong>Enrique García</strong>, <em>el Poeta de la zurda</em>, all&#8217;ala; i fenomeni <strong>José Manuel Moreno</strong> e<strong> Adolfo Pedernera</strong> tra le linee; il sopraffino stoccatore <strong>Erminio Masantonio</strong> da centrattacco.</p>



<p>Sulla carta era una partita impari. Ma vinse l&#8217;Uruguay, trascinato dalla personalità immane di <strong>Varela</strong>. Che nel Mondiale 1954, 37enne, sarà ancora sulla breccia. E quando lui non ci sarà &#8211; squalificato nella semifinale contro la Grande Ungheria, a sua volta orfana della stella <strong>Ferenc Puskás</strong> &#8211; l&#8217;Uruguay verrà sconfitto.</p>



<p>Ai dirigenti uruguagi che sarebbero contenti in caso di una sconfitta con meno di tre reti di scarto, <strong>Varela </strong>risponde: «Noi questa partita la vinceremo». Ai suoi compagni, atterriti dalle urla di 200mila brasiliani, chiarisce:<em> ¡Los de afuera, son de palo! Y en el campo, seremos once para once</em>. Quelli là fuori, non esistono. E in campo, saremo undici contro undici. </p>



<p>L’Uruguay vince la partita grazie a quelle parole. Vince grazie a tanti piccoli dettagli. Vince nel primo tempo, quando la tattica difensiva di <strong>López</strong>, magistralmente orchestrata da <strong>Varela</strong>, inaridisce le sfuriate offensive del Brasile. Vince quando a inizio secondo tempo va in svantaggio. Perché lo stadio diventa una pentola a pressione, è pronto a esplodere, chiede altri gol, invoca lo spettacolo, vuole l’umiliazione degli avversari, leoni feriti alla mercé dei gladiatori nel ventre del Colosseo. </p>



<p>Ma Obdulio prende la palla sottobraccio, va dal guardalinee e chiede il fuorigioco. Poi va dall’arbitro e fa finta di lamentarsi. Poi si dirige lentamente al centro del campo per rimettere la palla al suo posto e ricominciare. Obdulio sa che il gol è regolare. Ma non è quello il suo scopo. Vuole guadagnare tempo, spezzare il ritmo brasiliano, evitare che quelli possano accendersi e caricarsi. Vuole gettare acqua sul fuoco, far sbollire l&#8217;entusiasmo.</p>



<p>L&#8217;Uruguay con calma tesse la propria tela. Parafrasando il giornalista <strong>Gianni Brera</strong> «continua a difendere la sconfitta». E appena si presenta l&#8217;occasione, al 21&#8242;, ribalta l&#8217;inerzia: <strong>Varela </strong>pesca lo scatto in fascia del funambolo <strong>Ghiggia</strong>, cross basso ed <em>el dios del fútbol</em> &#8211; così chiamano a Montevideo<strong> Juan Alberto Schiaffino</strong> &#8211; incrocia con il collo del piede destro, non dando scampo al portiere <strong>Moacir Barbosa</strong>.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1086" height="652" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/thumbnail_01.jpg" alt="" class="wp-image-25532" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/thumbnail_01.jpg 1086w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/thumbnail_01-300x180.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/thumbnail_01-1024x615.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/thumbnail_01-768x461.jpg 768w" sizes="(max-width: 1086px) 100vw, 1086px" /><figcaption class="wp-element-caption">La rete del pareggio di Schiaffino</figcaption></figure>



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<p>Fuoriclasse di squisita eleganza e rara intelligenza tattica, <strong>Schiaffino </strong>è l&#8217;<em>enganche</em>, l&#8217;interno di regia del grande Peñarol con cui vince cinque scudetti. Dopo aver disputato un superbo Mondiale &#8217;54 verrà in Italia, al Milan, e lascerà orme indelebili, conquistando tre volte il tricolore e sfiorando la vittoria in Coppa dei Campioni, fermato solo dall&#8217;intrattabile Real Madrid.</p>



<p>Il gol di <strong>Schiaffino </strong>pietrifica i brasiliani. L&#8217;1-1 è ancora sufficiente per laureare i padroni di casa campioni. Ma serpeggia oramai nello stadio la paura di non farcela, si fa strada l&#8217;idea che l&#8217;imponderabile possa realmente succedere. E infatti succede. A 12 minuti dal termine <strong>Ghiggia </strong>parte in contropiede. Salta <strong>Bigode</strong>, converge verso l’area, con la coda dell’occhio vede in mezzo <strong>Míguez</strong>, ma non lo serve. Calcia sul primo palo. <strong>Barbosa</strong>, però, aspettandosi il passaggio, ha fatto un passo in più verso il centro della porta e quando si butta è in ritardo. </p>



<p>«Goal do Uruguay» commenta, in modo asettico, il radiocronista brasiliano <strong>Luis Mendez</strong>. Poi l’intonazione cambia. «Goal do Uruguay?»: diventa una domanda, perché no, non può essere vero, è un incubo e bisogna svegliarsi, il Brasile non può perdere. Infine, la presa di coscienza: «Goal do Uruguay!». Nessun brutto sogno. È tutto maledettamente reale. L’Uruguay sta vincendo al Maracanã, sta profanando il tempio.</p>



<p>Con smisurato orgoglio, <strong>Ghiggia </strong>dirà, un giorno: «Solo tre persone sono riuscite con un gesto a zittire il Maracanã: Papa Giovanni Paolo II, Frank Sinatra e io». Già perché dopo il gol dell&#8217;Uruguay, lo stadio smette di tifare. Un irreale silenzio avvolge come una cappa nera tutti i presenti. «Il Maracanã rimase ammutolito proprio quando i suoi calciatori avrebbero avuto più bisogno di sentire il tifo. Mai fidarsi di uno stadio: ecco la vera lezione del 1950» è l&#8217;amara constatazione del cantante <strong>Chico Buarque</strong>.</p>



<p>Il Brasile non ha più il tempo di riorganizzarsi, si getta nella metà campo avversaria, ma le idee sono poche e confuse, e la difesa della <em>Celeste </em>non trema. Al fischio finale dell&#8217;arbitro inglese <strong>George Reader</strong> i brasiliani si rendono conto che l&#8217;incubo è diventato reale. E <strong>Jules Rimet</strong> consegna la coppa a <strong>Obdulio Varela</strong> quasi di nascosto, quasi vergognandosene.</p>



<p>Alcune persone muoiono, vittime di attacchi cardiaci. Pare che addirittura qualcuno si uccida, ma è una tesi che non trova ovunque dei fondamenti. Di sicuro, l&#8217;amarezza e la tristezza sono enormi, e pervadono il cuore di un intero popolo. Perlomeno di coloro che hanno visto un autentico dramma sportivo consumarsi davanti ai propri occhi. Come <strong>Carlos Heitor Cony</strong>. Che diventerà un grande giornalista, ma al tempo ha 24 anni ed è solo uno dei tanti tifosi feriti. </p>



<p>Ricorderà <strong>Cony</strong> di quel giorno: «Me ne stavo lì immobile, su un gradino di cemento, a contemplare i riflessi del sole sull’erba, ad ascoltare una folla in silenzio, un silenzio, quello della folla abbandonata dal destino, che non era nemmeno interrotto da qualche triste singhiozzo di pianto. Chi aveva vissuto quel pomeriggio crudele pensava di aver perso per sempre la felicità. Ciò che accadde il 16 luglio 1950 meriterebbe un monumento collettivo tipo il Sepolcro al Milite Ignoto. È questo che costruisce una nazione, un popolo avvolto nel suo dolore». </p>



<p>Il giornalista <strong>José Lins do Rego</strong> scrive, invece, sul Journal dos Sports: «Vidi gente abbandonare il Maracanã a testa bassa, lacrime negli occhi, muti, quasi stessero tornando dal funerale di un genitore amato. Vidi una nazione intera sconfitta, forse di più, senza speranza. Mi fece male al cuore. Tutta l’eccitazione dei primi minuti ridotta in cenere. E all’improvviso mi colse un profondo sconforto, mi entrò in testa che eravamo davvero un popolo sfortunato, una nazione priva delle grandi gioie della vittoria, insanguinata dalla cattiva sorte e dalle miserie del destino».</p>



<p>Si fa strada nel Paese il pensiero che il Brasile non potrà mai essere veramente felice. Che sarà destinato alla sconfitta eterna. È ciò che <strong>Nelson Rodrigues</strong> definisce «il complesso dei <em>vira latras</em>», dei cani randagi, perché i brasiliani come dei cani randagi si mettono volutamente in una posizione di inferiorità, malessere e insoddisfazione di fronte al mondo. </p>



<p>I capri espiatori diventano due. Il primo è il portiere <strong>Barbosa</strong>, colpevole secondo tifosi e addetti ai lavori di aver subito il gol decisivo da <strong>Ghiggia </strong>sul suo palo. Per diverse settimane non esce di casa perché rischia il linciaggio. Nel 1970 in un supermercato una donna lo indicherà con disprezzo: «Guardatelo, l’uomo che ha fatto piangere tutto il Brasile». Nel 1993 gli vieteranno di entrare al campo di allenamento della nazionale perché diranno che porta sfortuna. Poco prima di morire nell’aprile del 2000, abbandonato e in miseria, si lascerà andare ad uno sfogo amarissimo: «In Brasile la punizione massima per un criminale è 30 anni. Io ho pagato tutta la vita per un peccato che non ho mai commesso». </p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="981" height="624" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/barbosamondiali1950-giocopulito.webp" alt="" class="wp-image-25540" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/barbosamondiali1950-giocopulito.webp 981w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/barbosamondiali1950-giocopulito-300x191.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/barbosamondiali1950-giocopulito-768x489.webp 768w" sizes="(max-width: 981px) 100vw, 981px" /><figcaption class="wp-element-caption">Moacir Barbosa</figcaption></figure>



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<p>E siccome <strong>Barbosa </strong>è nero e neri sono anche i difensori <strong>Bigode </strong>e <strong>Juvenal </strong>– pure loro autori di una prova deludente – si riaccende nel Paese la tesi che la mescolanza razziale sia una colpa e sia indispensabile recuperare le antiche separazioni etniche e di classe. Ecco perché il <em>Maracanaço </em>non è, per la cultura brasiliana, una semplice partita di pallone. È un dramma umano che riporta il Paese indietro di trent’anni, ai tempi del razzismo, delle discriminazioni, di quando il grande <strong>Artur Friedenreich </strong>per giocare doveva sembrare bianco. </p>



<p>E a proposito di bianco, eccoci al secondo capro espiatorio. La maglia &#8211; bianca, con il colletto blu &#8211; della nazionale. Al pari di <strong>Barbosa</strong>, viene indicata come sinonimo di sventura. Il quotidiano di Rio Correio da Manhã la definisce «un vuoto simbolico, psicologico e morale» e indice un concorso pubblico per cambiare i colori. Vince la proposta di un 19enne, <strong>Aldyr Garcia Schlee</strong>, che per un beffardo scherzo del destino&#8230; è un tifoso dell&#8217;Uruguay. <strong>Schlee </strong>da grande sarà famoso, diventerà un grafico, un giornalista, un professore universitario, un romanziere di successo.</p>



<p>Il suo disegno è una maglia gialla con maniche e colletto verdi, pantaloncini blu con una striscia di bianco, calzettoni bianchi con finiture verdi e gialle: la casacca che renderà il Brasile famoso e leggendario. Piace a tutti perché abbina i colori della bandiera e trasmette quella gioia di vivere che il Paese deve ritrovare. </p>



<p>La nuova uniforme è il primo passo per aprire la via del riscatto. Il secondo passo viene compiuto a Bauru, città dell’entroterra dello Stato di San Paolo: un padre, calciatore di livello modesto, è in lacrime dopo aver ascoltato alla radio la sconfitta del Brasile. Gli si avvicina il figlio di 9 anni, già dotato di un talento incommensurabile. «Papà, non piangere: un giorno vincerò la Coppa del mondo per te» gli dice. Otto anni dopo quel ragazzino manterrà la promessa. </p>



<p>Ma in Svezia <strong>Pelé </strong>non riscatterà solo l’onta del <em>Maracanaço</em>: porterà gli ultimi, i figli degli schiavi neri e mulatti, i dimenticati delle favelas a sentirsi tutti fratelli. Tutti parte di un’unica, grande, nazione. Per il Brasile quel giorno inizierà davvero l’alba di una nuova era.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/12/16/il-maracanaco-lalba-di-una-nuova-era-mancata.html">Il Maracanaço, l&#8217;alba di una nuova era mancata</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Gordon Banks, il Guardiano tra i guardiani d&#8217;Albione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Resta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Sep 2025 21:16:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/09/14/gordon-banks-il-guardiano-tra-i-guardiani-dalbione.html">Gordon Banks, il Guardiano tra i guardiani d&#8217;Albione</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">«Bank saves your Money! Banks saves England!». Così c&#8217;era scritto su un muro poco distante dal vecchio Victoria Ground, ovvero lo stadio dello Stoke City, prima di trasferirsi al più moderno Britannia, al di là della Queensway. Adesso però immaginate un uomo le cui mani sembrano fatte di velluto ma che, al tempo stesso, possiedono la fermezza di un metallo temprato dal destino. <strong>Gordon Banks</strong> &#8211; non un semplice portiere, bensì il guardiano di un regno di sogni e aspettative che sfidano il tempo – si staglia nella storia del calcio britannico come un faro di eccellenza, un santuario di riflessi e di istinti che sembrano quasi trascendere le leggi della fisica.</p>



<p>Statisticamente, il suo curriculum è scritto con caratteri di rilievo: 679 partite con i club, rispettivamente Leicester City e Stoke City (intervallate da vari club della lega statunitense), 73 presenze con la maglia inglese, un impressionante 78% di <em>clean sheets</em> in competizioni internazionali e un ruolo cruciale nella vittoria dell’Inghilterra ai <a href="https://gameofgoals.it/category/viste-per-voi/mondiali/mondiale-1966">Mondiali del 1966</a>. In quell’anno magico, <strong>Banks </strong>si ergeva come un baluardo, un pilastro inscalfibile che ha contribuito a scrivere il capitolo più glorioso della storia calcistica nazionale inglese. <strong>Bobby Moore</strong>, figura mitica di quella nazionale racconterà spesso «Non è che Gordon fosse il portiere più classico fra i vari presenti in quel periodo, però, sapeva dare i comandi alla linea difensiva come nessun altro e possedeva un istinto che non ho mai più rivisto in giro». La sua presenza tra i pali era come l’ombra rassicurante di un gigante silenzioso, sempre pronto a respingere con grazia e precisione le sfide che gli si ponevano innanzi.</p>



<p>Il momento culminante di quella cavalcata trionfale avvenne il 30 luglio 1966, <a href="https://gameofgoals.it/2013/09/03/1966-finale-inghilterra-germania-ovest-4-2.html">nella finale del Wembley contro la Germania Ovest</a> di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/02/20/kaiser-franz-beckenbauer-imperatore-di-germania.html">Beckenbauer </a></strong>e <strong>Haller</strong>, un incontro che sembra ancora riecheggiare nelle cronache come un poema epico del calcio (in primis grazie alla storica rivalità fra le due Nazionali e poi per il famoso “Goal Fantasma” di <strong>Hurst</strong>). La sua performance si caricò di una pietra miliare: parate così epiche e pulite da essere scolpite nel marmo dei ricordi di ogni inglese , una prestazione di pura maestria che ha superato la gravità del semplice gesto tecnico. E, tuttavia, la vera gloria non risiede solo nella sua abilità, ma anche in quell’istante di pura poesia sportiva che ha reso immortale il “paradiso” di <strong>Banks</strong>. Ma per questo dobbiamo aspettare la bellezza di quattro anni e spostarsi in Messico…</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized has-custom-border" style="margin-top:0;margin-bottom:0"><img loading="lazy" decoding="async" width="917" height="612" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Screenshot-2025-09-14-231359.png" alt="" class="wp-image-25036" style="border-style:none;border-width:0px;border-radius:0px;width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Screenshot-2025-09-14-231359.png 917w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Screenshot-2025-09-14-231359-300x200.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/Screenshot-2025-09-14-231359-768x513.png 768w" sizes="(max-width: 917px) 100vw, 917px" /><figcaption class="wp-element-caption">Banks sorride e solleva la Coppa del mondo</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Tra le molte meraviglie che il suo nome evoca, la più celebre rimane senza dubbio quella che i critici hanno ribattezzato come “La parata del secolo&#8221;, nel match <a href="https://gameofgoals.it/2013/09/19/1970-girone-c-brasile-inghilterra-1-0.html">Brasile-Inghilterra 1-0</a>. Nel bel mezzo dell&#8217;estate messicana nel 1970, quello che ancora oggi per molti è definito come il “più grande di sempre” e cioè Edson Arantes Do Nascimento in arte <strong>Pelé </strong>danza nel cuore della difesa dei Tre Leoni, tentando di sfondare quella muraglia umana che il mitico <strong>Sir Alf Ramsey</strong> ha sapientemente orchestrato. <strong>Pelé</strong>, con il suo genio naturale e con una fisicità che non è quantificabile con nessun apparato linguistico conosciuto, si eleva su un cross dal fondo saltando e rimanendo in aria con una potenza devastante, colpisce la palla di testa angolandola perfettamente tanto che il goal pareva già segnato. </p>



<p>È qui che <strong>Banks</strong>, <em>The Chinese One</em>, come lo ribattezzano i tabloid, per via del suo taglio degli occhi un po&#8217; orientale decide di compiere l&#8217;impossibile . Da coprire il primo palo sul cross si butta istintivamente sul secondo andando a prendere con una mano il colpo di testa di <em>O Rei</em>. Un gesto non solo di reattività, ma di intuizione, di sensibilità tattile che sembra sondare l’Infinito per trovare un’estensione alla propria volontà. La parata non è semplicemente un atto di abilità, ma un’opera di poesia in movimento, un preciso e ispirato atto di resistenza contro l’entropia.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/gordon-bansks-pele-mondiali-1970-parata-1549969512694-1200x675-1-1024x576.avif" alt="" class="wp-image-25031" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/gordon-bansks-pele-mondiali-1970-parata-1549969512694-1200x675-1-1024x576.avif 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/gordon-bansks-pele-mondiali-1970-parata-1549969512694-1200x675-1-300x169.avif 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/gordon-bansks-pele-mondiali-1970-parata-1549969512694-1200x675-1-768x432.avif 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/09/gordon-bansks-pele-mondiali-1970-parata-1549969512694-1200x675-1.avif 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La famosa parata di Gordon Banks su Pelé in Brasile-Inghilterra del Mondiale &#8217;70</figcaption></figure>



<p></p>



<p>In quell’istante, <strong>Banks </strong>diventa più di un portiere: incarna l’essenza stessa del sacro, quella capacità sovrumana di fare l’impossibile apparire come un normale atto di destrezza. La sua figura si staglia come una statua di bronzo contro il panorama effimero degli eventi, un simbolo eterna di eccellenza.</p>



<p>Se si pensa alla sua eredità, è come sfogliare un libro aperto di narrativa sportiva: un’eredità fatta di numeri, ma anche di quella capacità di elevare il calcio a un’arte. Un uomo il cui sguardo e le cui mani hanno scolpito nel granito della storia sportiva un’immortalità che non conosce polvere né oblio.</p>



<p><strong>Banks </strong>non fu solo un portiere: fu una leggenda in carne e ossa, un atleta silenzioso di quelli che “oggi con quel fisico non farebbe nemmeno il magazziniere”, dotato però sia di stile che di precisione. Un portiere che rientra sempre nella Top 10 delle varie classifiche “All Time”, un uomo che ha scritto il proprio poema nella “memoria collettiva britannica e non” regalando al mondo un esempio di come il talento, la dedizione e un pizzico di magia possano elevare un semplice gioco o un piccolo grande gesto, a un vero e proprio miracolo sportivo.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Gordon Banks [Best Saves]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/XxNaNeuhQOg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/09/14/gordon-banks-il-guardiano-tra-i-guardiani-dalbione.html">Gordon Banks, il Guardiano tra i guardiani d&#8217;Albione</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>La top 15 del calcio sudamericano dal 2000 ad oggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Ciuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Aug 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La prima edizione del nuovo formato del Mondiale per Club svoltasi quest&#8217;anno ha avuto di positivo il fatto che parte del pubblico nostrano abbia smesso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2025/08/18/la-top-15-del-calcio-sudamericano-dal-2000-ad-oggi.html">La top 15 del calcio sudamericano dal 2000 ad oggi</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La prima edizione del nuovo formato del <a href="https://gameofgoals.it/2025/07/16/mondiale-per-club-bilancio-finale-chelsea-e-palmer-straordinari-delusione-manchester-city.html">Mondiale per Club</a> svoltasi quest&#8217;anno ha avuto di positivo il fatto che parte del pubblico nostrano abbia smesso di sottovalutare e di snobbare le squadre del Nuovo Mondo, magari non facendo più spallucce e risolini di scherno. Il mondo del calcio sudamericano rappresenta una dimensione sommersa, sconosciuta ai più, considerata degna di essere guardata solamente quando ci sono i mondiali (e fino ad un certo punto), ma non è affatto così. </p>



<p>Con quest&#8217;articolo si intende scegliere i giocatori più rappresentativi del calcio sudamericano, dal 2000 ad oggi: insomma, quelli che si sono distinti per prestazioni, impatto, iconicità con i club sudamericani. Naturalmente ci sono esclusioni dolorose e importanti : da <strong>Romario </strong>che proprio nei primissimi anni del nuovo millennio vive un ultimo canto del cigno con il Vasco de Gama, a <strong>Martin Palermo</strong> che a cavallo dei &#8217;90 e dei &#8217;00 ha segnato tanto con la maglia del Boca, passando per il bomber <strong>Fred</strong>, per l&#8217;eterno <strong>Cano </strong>e per il mediano <strong>Fernandinho </strong>protagonista di due cicli con l&#8217;Atletico Paranaense (2005 e 2022). Il fatto che non sia scontato fare bene in Sudamerica è dimostrato da vecchie glorie del nostro calcio &#8211; dai crepuscolari <strong>Adriano </strong>a <strong>Ronaldo</strong>, fino ai <strong>Seedorf </strong>e ai <strong>Cavani </strong>&#8211; che in Sudamerica hanno incontrato più difficoltà del dovuto o comunque non sono riusciti a brillare come ai vecchi tempi. Dunque, bando alle ciance e procediamo con la lista, assolutamente opinabile e dipendente esclusivamente dal punto di vista dello scrivente.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">15) Teofilo Gutierrez</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="117" height="128" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/images-5-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24895" style="width:350px"/></figure>



<p></p>



<p>È di questi il &#8220;colombiano più famoso d&#8217;Argentina&#8221;. Centravanti atipico per altezza e peso, con le bollicine e i guizzi di un <em>diez</em>, rapido nel saltare l&#8217;uomo e nell&#8217;attaccare la porta, <strong>Gutierrez </strong>ha fatto innamorare per un biennio i tifosi del River Plate, venendo anche eletto Calciatore Sudamericano dell&#8217;anno nel 2014. La sua carriera da giramondo lo ha portato in Messico, in Argentina, nella stessa Colombia, e anche in Europa (Sporting Lisbona e addirittura Trabzonspor, in Turchia). Le sue prestazioni sono state convincenti da fargli giocare un mondiale da titolare (Sudafrica 2014), accanto alla stella James Rodriguez.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">14) Rodrigo Palacio</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="363" height="554" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/6f5d306ee85eb1552e62fe783e3442123a1cb23f-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24898" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/6f5d306ee85eb1552e62fe783e3442123a1cb23f-edited.jpg 363w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/6f5d306ee85eb1552e62fe783e3442123a1cb23f-edited-197x300.jpg 197w" sizes="(max-width: 363px) 100vw, 363px" /></figure>



<p></p>



<p>Conosciamo bene <em>El Trenza</em> soprattutto per i suoi trascorsi in casa nostra con le maglie di Genoa e Inter, ma se c&#8217;è un club al quale <strong>Palacio </strong>è più legato, quello è il Boca Juniors, dove approda nel 2005 dopo un anno di apprendistato al Banfield. Alla Bombonera è uno splendido secondo violino, dietro Sua Maestà Riquelme, piazzandosi sempre in alto nelle classifiche di rendimento e si toglie la soddisfazione di segnare in finale di Coppa Libertadores contro il Gremio del 2007 e anche nella finale di Yokohama contro il <em>Diavolo</em>.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">13) Julian Alvarez</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="784" height="441" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/skysports-julian-alvarez-manchester-city_5657368-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24901" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/skysports-julian-alvarez-manchester-city_5657368-edited.jpg 784w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/skysports-julian-alvarez-manchester-city_5657368-edited-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/skysports-julian-alvarez-manchester-city_5657368-edited-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 784px) 100vw, 784px" /></figure>



<p></p>



<p>Per usare un gergo <em>americanofilo</em>, <strong>Julian Alvarez </strong>è stato il più grande rookie del Sudamerica dai tempi di Neymar. Centravanti tecnico, completo, in grado di fraseggiare con i compagni &#8211; non a caso Pep Guardiola lo volle alla sua corte &#8211; Julian Alvarez si è distinto al River Plate come straordinario uomo-gol, vincendo numerosi titoli in patria e nel continente. Dei quattro anni in biancorosso, il migliore è stato senza dubbio il terzo (2021), in cui ha vinto il campionato argentino da capocannoniere e si è aggiudicato il premio di &#8220;miglior giocatore sudamericano dell&#8217;anno&#8221;. Curiosità: è il giocatore ad aver segnato più reti (6) in un match singolo di Coppa Libertadores.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">12) Rogerio Ceni</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="785" height="442" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/shape_cover_sport_Sao-Paulo-v-Santos-Brasileirao-Series-A-2015-8dd7d8385a9307420925f5272c6e2060-edited.webp" alt="" class="wp-image-24905" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/shape_cover_sport_Sao-Paulo-v-Santos-Brasileirao-Series-A-2015-8dd7d8385a9307420925f5272c6e2060-edited.webp 785w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/shape_cover_sport_Sao-Paulo-v-Santos-Brasileirao-Series-A-2015-8dd7d8385a9307420925f5272c6e2060-edited-300x169.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/shape_cover_sport_Sao-Paulo-v-Santos-Brasileirao-Series-A-2015-8dd7d8385a9307420925f5272c6e2060-edited-768x432.webp 768w" sizes="(max-width: 785px) 100vw, 785px" /></figure>



<p></p>



<p>Se c&#8217;è un portiere simbolo del calcio del Nuovo Mondo dal 2000 in poi, non c&#8217;è dubbio che si tratti del brasiliano <strong>Rogerio Ceni</strong>, il portiere-goleador, da 129 reti in carriera, nel solco della scuola di Chilavert. Rogerio Ceni ha vinto tutto ciò che poteva vincere con la maglia del San Paolo, anche se il capolavoro della carriera è stato senza dubbio l&#8217;Intercontinentale 2005, dove batte il Liverpool di Gerrard alzando la coppa da MVP della finale e miglior giocatore del torneo.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">11) Thiago Silva</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="342" height="228" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/dur-4496-edited.avif" alt="" class="wp-image-24907" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/dur-4496-edited.avif 342w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/dur-4496-edited-300x200.avif 300w" sizes="(max-width: 342px) 100vw, 342px" /></figure>



<p></p>



<p>Sul difensore ex Milan, PSG e Chelsea sappiamo vita, morte, miracoli. Il suo stile preciso e roccioso, la sua classe, la sua lettura del gioco ed il suo perfetto senso tattico lo hanno reso uno dei migliori difensori sudamericani della storia, al livello di Elias Figueroa (e sul confronto tra i due si può discutere). Non possiamo però ignorare che prima del decollo definitivo con la maglia rossonera,<strong> Thiago Silva</strong> è stato diversi anni una sicurezza del Fluminense (squadra dove è cresciuto nelle giovanili), tanto da vincere la Bola de Prata nel 2007. Le sue prestazioni al mondiale per club di quest&#8217;anno con la maglia Tricolor, nonostante un&#8217;età anagrafica non più verde, mi hanno portato a riflettere sull&#8217;inclusione del giocatore in questa lista. Insomma, è vero che ha offerto il meglio da noi, ma è altrettanto vero che anche in patria si è saputo imporre. Le disavventure con il Porto e la Dinamo Mosca &#8211; con amari retrogusti di gravi infortuni e tubercolosi &#8211; all&#8217;alba della sua carriera, prima dell&#8217;inizio dell&#8217;avventura con il Flu tra i professionisti, sono solo un lontano ricordo.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">10) Giorgian de Arrascaeta</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="283" height="349" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/510972439_18467405164077170_7484818669231017644_n-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24910" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/510972439_18467405164077170_7484818669231017644_n-edited.jpg 283w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/510972439_18467405164077170_7484818669231017644_n-edited-243x300.jpg 243w" sizes="(max-width: 283px) 100vw, 283px" /></figure>



<p></p>



<p>Uruguaiano di origine, brasiliano per passione, è considerato attualmente il miglior “numero dieci” del calcio sudamericano. Regista di pura qualità, in grado di vedere il gioco prima degli altri, il suo passaggio dal Cruzeiro al Flamengo è decisivo per la conquista della Coppa Libertadores 2019, dove <strong>Giorgian de Arrascaeta</strong> è il trascinatore (successo bissato solo tre anni più tardi). La sua ricerca del colpo ad effetto, del virtuosismo estetico e della pennellata d’autore lo hanno candidato più volte al premio Puskas (miglior gol dell’anno) in compagnia di mostri sacri del nostro calcio. Gli occhi dei migliori club europei sono su di lui da tempo, ma finora all’Europa e alla musichetta della Champions League il nostro ha preferito la pesca.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">9) Thiago Neves</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="179" height="118" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/1053115_med_.jpg-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24914" style="width:350px"/></figure>



<p></p>



<p>Giocatore sconosciuto al pubblico europeo, per i brasiliani ha invece rappresentato il più classico dei giocatori “potrei ma non voglio”. Mancino elegante e potente, in grado di servire assist ai compagni e impostare il gioco, nonché dal tiro secco e preciso, <strong>Neves </strong>può vantare una Bola de Ouro nel 2007 con la maglia del Fluminense, quando si consacra come miglior giocatore del campionato brasiliano, nonché una pregevole tripletta della finale di ritorno della Coppa Libertadores dell’anno seguente, persa però ai rigori contro gli ecuadoriani del LDU Quito. Le sue deludenti avventure in Germania (Amburgo) e negli Emirati Arabi (Al-Hilal e Al Jazira) tratteggiano un giocatore inquieto e pigro, capace di dare il meglio nel suo continente, dove chiude malinconicamente la carriera.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">8) Ganso</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="265" height="169" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Ganso-Santos-edited.avif" alt="" class="wp-image-24912" style="width:350px"/></figure>



<p></p>



<p>Qualcuno potrà valutare come forzata l’inserimento di <strong>Ganso </strong>in questa lista, perché in termini di continuità ad alti livelli ha avuto molto meno di altri, pur essendo un giocatore longevo, tuttora in attività con la maglia Tricolor del Fluminense. Eppure, quando si parla di “giocatori da calcio sudamericano”, sono ben pochi a rappresentare questo concetto più di quanto lo faccia Paulo Henrique Chagas de Lima (il suo nome vero). Giocatore espressione di un calcio complementare a quello barocco e infarcito di ghirigori del tipico brasiliano, Ganso era un minimalista: sfiorava il pallone, lo toccava con il fioretto, quel tanto che bastava per mandare fuori giri l’avversario o servire cioccolatini ai compagni. Se i malandri facevano l’amore con il pallone, toccandolo a più non posso, Ganso lo seduceva in maniera sfuggente e misteriosa. Trequartista di talento cristallino, ha avuto un momento all’inizio dello scorso decennio in cui gli addetti ai lavori giuravano che potesse essere meglio di Neymar, suo compagno di squadra del Santos. I gravi infortuni ci hanno restituito un giocatore ridimensionato, nonostante il talento non fosse in discussione.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">7) Gabriel Barbosa &#8220;Gabigol&#8221;</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="847" height="1129" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/2020-01-28T162859Z_1_LYNXMPEG0R1JD_RTROPTP_4_FUT-FLAMENGO-GABIGOL-edited.webp" alt="" class="wp-image-24921" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/2020-01-28T162859Z_1_LYNXMPEG0R1JD_RTROPTP_4_FUT-FLAMENGO-GABIGOL-edited.webp 847w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/2020-01-28T162859Z_1_LYNXMPEG0R1JD_RTROPTP_4_FUT-FLAMENGO-GABIGOL-edited-225x300.webp 225w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/2020-01-28T162859Z_1_LYNXMPEG0R1JD_RTROPTP_4_FUT-FLAMENGO-GABIGOL-edited-768x1024.webp 768w" sizes="(max-width: 847px) 100vw, 847px" /></figure>



<p></p>



<p>Viviamo oggigiorno nell&#8217;epoca del meme, dell&#8217;ilarità del mondo social che suscita una scena strana e paradossale. Possiamo dire che la versione di <strong>Gabigol</strong> vista in Italia sia un <em>meme</em>: arrivato con grandi aspettative all&#8217;Inter non ne ha azzeccata una, provocando più lazzi e sberleffi che altro. Dall&#8217;altra parte del mondo invece Gabriel Barbosa è stato il contrario: uomo-gol nei momenti pesanti, ha segnato in tre finali diverse di Libertadores (doppietta decisiva in rimonta contro il River Plate nel 2019, gol rivelatosi poi inutile nel 2021 contro il Palmeiras, gol decisivo nel 2022 contro l&#8217;Atletico Paranaense), è stato il miglior giocatore sudamericano del 2019, nonché bomber principe di Santos, Flamengo e oggi Cruzeiro. Lontano dalla magrezza e dalla leggerezza dei grandi esteti brasiliani, ha la potenza atletica da giocatore europeo, un sinistro assassino e discrete qualità anche da rifinitore. Azzardando un paragone, è un incrocio tra Rivaldo e Adriano.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">6) Robinho</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="218" height="228" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Screenshot-2025-08-14-151808-1-edited.png" alt="" class="wp-image-24938" style="width:350px"/></figure>



<p></p>



<p>Leggenda narra che Pelé lo vide giocare quando aveva dodici anni e se innamorò subito. «È come me». Il controllo della palla, il dribbling sgusciante, la velocità di Robinho è davvero essenza brasiliana. Al Santos, da giovane, gioca relativamente poco, ma lascia un segno indelebile: vince da autentico crack i campionati brasiliani, specialmente nel 2004, duellando con un certo Carlos Tevez su chi fosse il miglior giocatore del Sudamerica. Arriva la chiamata dalla Casa Blanca e Robinho tornerà al Santos per ben tre volte, in avventure più o meno fugaci (2010, 2014, 2020), oltre ad una brillante avventura con la maglia dell&#8217;Atletico Miniero nel 2016.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">5) Ronaldinho</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="426" height="208" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/cb4a1364-96dd-4ffa-a399-bde4840fa337-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24925" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/cb4a1364-96dd-4ffa-a399-bde4840fa337-edited.jpg 426w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/cb4a1364-96dd-4ffa-a399-bde4840fa337-edited-300x146.jpg 300w" sizes="(max-width: 426px) 100vw, 426px" /></figure>



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<p>Se per l’appassionato eurocentrico, <strong>Ronaldinho </strong>finisce di regalare magie a fine 2010 con l’addio al Milan, il cultore del calcio sudamericano sa benissimo che la carriera del Gaucho ha una gustosa appendice in Sudamerica. Se il ritorno in patria con la maglia <em>rubronegra </em>del Flamengo è sicuramente soddisfacente – in un anno e mezzo segna 28 gol e contribuisce in maniera determinante alla vittoria del campionato carioca – è con l’Atletico Mineiro che Ronaldinho si gioca la carta più bella: il suo impatto nel gioco degli <em>Alvinegri </em>è un inno di bellezza e di qualità: ben 13 assist nel Brasileirao (miglior assist-man) gli garantiscono la chiave per la partecipazione alla Coppa Libertadores della stagione seguente, che vince da protagonista, consacrandosi anche qui come miglior rifinitore della competizione (8 assist). A fine 2013 viene meritatamente premiato come miglior giocatore sudamericano dell’anno, prima di volare in Messico.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">4) Juan Sebastian Veron</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="872" height="767" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/veron-estudiantes-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24934" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/veron-estudiantes-edited.jpg 872w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/veron-estudiantes-edited-300x264.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/veron-estudiantes-edited-768x676.jpg 768w" sizes="(max-width: 872px) 100vw, 872px" /></figure>



<p></p>



<p>Dopo gli anni in Europa, la <em>Brujita </em><strong>Juan Sebastian Veron </strong>torna in Argentina, in un club che è stato letteralmente la sua famiglia, l’Estudiantes, dove ha debuttato nel 1995 da calciatore professionista e soprattutto dove il padre Juan Ramon si era distinto come centrocampista negli anni ‘60, con sprazzi anche nei ‘70 e negli ‘80. Il compagno “laziale” Diego Simeone gli consegna le chiavi del centrocampo nel 2006 ed è la svolta: arriveranno i successi in patria, ma soprattutto arriverà il trionfo in Coppa Libertadores nel 2009 sotto la guida di Sabella, con la finale vinta per 2-1 contro il Cruzeiro (0-0 all’andata) in cui Veron disputa una prestazione strepitosa. L’eccellente visione di gioco, le qualità balistiche e la personalità da leader lo consacrano per ben due anni di fila (2008 e 2009) come giocatore sudamericano dell’anno.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">3) Carlos Tevez</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1182" height="665" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/945059ee2ea45028fba2147dafb34ed8cf419c22.jpg-edited.webp" alt="" class="wp-image-24941" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/945059ee2ea45028fba2147dafb34ed8cf419c22.jpg-edited.webp 1182w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/945059ee2ea45028fba2147dafb34ed8cf419c22.jpg-edited-300x169.webp 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/945059ee2ea45028fba2147dafb34ed8cf419c22.jpg-edited-1024x576.webp 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/945059ee2ea45028fba2147dafb34ed8cf419c22.jpg-edited-768x432.webp 768w" sizes="(max-width: 1182px) 100vw, 1182px" /></figure>



<p></p>



<p>Essere un argentino ed al contempo essere un idolo delle folle in Brasile non è propriamente qualcosa di ordinario.<strong> Carlos Tevez</strong>, detto l’<em>Apache</em>, però ce l’ha fatta. Forza fisica, dinamismo, velocità e tiro secco, la sua qualità, unita ad una “garra” tipicamente argentina, lo ha reso un idolo totale per i tifosi del Corithians, dove arriva a peso d’oro nel 2005, dopo aver fatto le fortune del Boca Juniors ed essere stato il degno erede di Riquelme nei gialloblu della Bombonera: i suoi trionfi da protagonista – Coppa Libertadores, Coppa Intercontinentale, campionato argentino di Apertura e campionato Brasileiro (l’odierno Brasileirao, per intenderci) lo collocano nell’olimpo dei giocatori del Nuovo Mondo: per tre anni consecutivi è stato premiato come calciatore sudamericano dell’anno (dal 2003 al 2005), nonché Bola de Ouro nel suo anno con la maglia della squadra bianconera di San Paolo.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2) Neymar</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="589" height="332" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/GOAL_-_Blank_WEB_-_Facebook_-_2024-04-01T082745.105.png-edited.webp" alt="" class="wp-image-24931" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/GOAL_-_Blank_WEB_-_Facebook_-_2024-04-01T082745.105.png-edited.webp 589w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/GOAL_-_Blank_WEB_-_Facebook_-_2024-04-01T082745.105.png-edited-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 589px) 100vw, 589px" /></figure>



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<p></p>



<p>Se da una parte la sua seconda avventura in Sudamerica è tutt&#8217;ora in corso, dopo anni di stop tra infortuni, Arabia Saudita ed una costante sensazione di malinconia crepuscolare di fine carriera, dall&#8217;altra parte è noto che <em>O&#8217;Ney</em> &#8211; chiamato così in omaggio al più grande di tutti &#8211; in Sudamerica abbia letteralmente fatto il vuoto, prima di andare a misurarsi con il calcio europeo. Giocatore tecnicamente fuori concorso per tutti, tanto da essere escluso nella corsa per la Bola de Prata per manifesta superiorità (onore toccato solo ad un certo Edson Arantes do Nascimiento), <strong>Neymar </strong>vince tra le altre cose tre campionati paulisti ed una Copa Libertadores nel 2011, raggiungendo uno status toccato a pochissimi nel Nuovo Mondo. La sua prestazione in Santos-Flamengo 4-5 del 28 luglio 2011, dove si è misurato con Ronaldinho, è un dono agli esteti e agli amanti del futbol bailado di tutto il mondo. Possiamo discutere i suoi comportamenti plateali e la vita non certo irreprensibile fuori dal campo, possiamo discutere sulle dimensioni della sua incompiutezza e sui suoi innumerevoli infortuni, ma non possiamo certo discuterne la qualità.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1) Juan Romàn Riquelme</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1082" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Dq1cjivU4AEXbeV-edited.jpg" alt="" class="wp-image-24940" style="width:350px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Dq1cjivU4AEXbeV-edited.jpg 800w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Dq1cjivU4AEXbeV-edited-222x300.jpg 222w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Dq1cjivU4AEXbeV-edited-757x1024.jpg 757w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/08/Dq1cjivU4AEXbeV-edited-768x1039.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



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<p><em>El Mudo</em> <strong>Juan Roman Riquelme</strong> ha rappresentato l’essenza dell’artista sudamericano, alla Bombonera il suo nome è sacro ed il suo <em>Diez</em> è la cosa più sacra e preziosa che si possa concepire. Fuoriclasse dal passo lento ma dalla visione di gioco totale e dall’assist prelibato, giocatore quasi anacronistico per questa epoca, Riquelme è stato senza dubbio l’uomo simbolo dell’ultimo squadrone sudamericano in grado di segnare la storia del calcio mondiale, mi riferisco al Boca Juniors di inizio millennio. Indimenticabile la sua prestazione contro il Real Madrid nella coppa Intercontinentale del 2000, così come i suoi trionfi in Libertadores nel 2000 e nel 2001, dove è man of the match nella finale contro i messicani del Cruz Azul. Dopo la sua avventura in Europa, trionfa nuovamente in Libertadores, sempre con il suo Diez giallo-blu sulla schiena, nel 2007: nelle due finali contro il Gremio segna tre gol e si consacra per l’ennesima volta come giocatore-simbolo non solo del torneo, ma di quel calcio sudamericano, intriso di fascino, magie impossibili e meraviglie estetiche ai limiti del surrealismo, degne dei racconti di Jorge Luis Borges.</p>
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		<title>Academia do Futebol: la top 11 all time del Palmeiras</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top 11]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La torrida estate del 2025 sarà ricordata anche come la stagione della rinascita, nell&#8217;immaginario degli europei, del calcio sudamericano. Chi segue quel calcio da tempo [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">La torrida estate del 2025 sarà ricordata anche come la stagione della rinascita, nell&#8217;immaginario degli europei, del calcio sudamericano. Chi segue quel calcio da tempo è perfettamente consapevole delle sue qualità, della cifra tecnica notevolissima, del considerevole numero di nazionali che militano in un <strong>Brasileirão</strong> in costante crescita, ma il pubblico europeo meno avveduto, quella vasta fronda di appassionati da tempo rintanati nella trincea di un complesso di superiorità quasi &#8220;post-coloniale&#8221;, hanno dovuto raccogliere la mandibola da terra davanti a certe espressioni tecniche delle squadre del gigante sudamericano.</p>



<p>Intendiamoci: nessuno sostiene che il loro futebol, così idiosincratico, in alcune cose vezzoso in maniera anacronistica, abbia esattamente gli stessi contenuti tecnici e agonistici del calcio europeo, o che sia complessivamente un movimento del tutto accostabile a quello del Vecchio Continente. Alcune differenze significative ci sono e restano evidenti, ma il chiacchiericcio che si ascolta da anni &#8211; quello teso a derubricare il calcio del Sudamerica a football quasi amatoriale, a una sorta di passione perversa riservata a una minoranza di pazzi &#8211; dovrebbe essere finalmente messo a tacere dalle qualità e competitività dimostrate da diversi club provenienti dall&#8217;altra metà del cielo.</p>



<p>Tra questi club, spicca per ora, sul piano dei traguardi conseguiti, il <strong>Palmeiras</strong> di San Paolo, una delle grandi storiche del calcio brasiliano e mondiale. Il Palmeiras negli anni &#8217;20 ha saputo conquistare diversi trofei di prestigio sia nazionale che internazionale, e nel 2021 se l&#8217;è giocata alla pari con il Chelsea campione d&#8217;Europa, soccombendo solo ai supplementari.</p>



<p>Come noto, nelle vene del <strong>Palmeiras </strong>scorre sangue italiano (non si gioca per decenni al Palestra Italia senza una ragione), e la sua storia è una delle più gloriose della storia del calcio verdeoro: nel suo palmares si contano decine di titoli statali e nazionali, tre Coppe Libertadores, e la maglia biancoverde è stata indossata da alcuni tra i massimi giocatori brasiliani di ogni epoca.</p>



<p>Li abbiamo selezionati per voi, limitandoci, <em>more solito</em>, al dopoguerra.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Portiere: Émerson Leão</h2>



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<p>Vera e propria leggenda sia del club di San Paolo che della nazionale, <strong>Émerson Leão</strong> è stato uno dei massimi portieri verdeoro, un giocatore dalla carriera infinita (durata circa vent&#8217;anni) e che lo vede conquistare innumerevoli titoli nazionali, oltre che vincere la Coppa del Mondo dei cinque fenomeni, anche se da riserva. Credo che il posto da titolare, visti i quattordici anni complessivi in maglia biancoverede, spetti a lui, per quanto l&#8217;ottimo e altrettanto longevo São <strong>Marcos</strong> (San Marco, per i suoi affezionatissimi tifosi) sia un suo degno avversario. Lungagnone che spende vent&#8217;anni di carriera a San Paolo (per 532 presenze complessive), Marcos è stato il valido e affidabile estremo difensore del Palmeiras e per diversi anni anche della nazionale verdeoro, con cui ha vinto da titolare una Coppa America e il mondiale del 2002.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Laterale destro: Djalma Santos</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Djalma Santos, A Muralha [Skills &amp; Goal]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/_GMNRTsaB6o?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



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<p>Dopo una decade alla Portuguesa, a fine anni &#8217;50 il leggendario <strong>Djalma Santos</strong> si è trasferito al Palmeiras per diventarne leader e bandiera per nove lunghi anni, collezionando quasi 500 presenze e una lunga serie di trofei. Meno spettacolare e votato alla giocata plateale di molti connazionali, Djalma è stato un robusto terzino destro &#8220;ibrido&#8221;, capace di mutuare dall&#8217;Europa la vocazione alla solidità e all&#8217;attenzione per l&#8217;equilibrio, ma in grado anche di farsi valere sul piano strettamente tecnico. Titolare della nazionale in quattro mondiali, ha dato il meglio di sé nei due tornei vinti dalla squadra di Pelé e Garrincha a cavallo tra anni &#8217;50 e &#8217;60, e occupa un posto speciale nella storia del Verdão, così come del football mondiale.</p>



<p>Non era un giocatore della stessa levatura di Djalma, ma in panchina può e deve accomodarsi il valoroso<strong> Franciso Arce</strong>, solido e concreto terzino paraguaiano specializzato nei calci da fermo, eccellente sotto porta e titolare inamovibile della nazionale del suo paese, in due mondiali. Con il Verdão disputa quattro stagioni, durante le quali supera le 250 presenze e mette a referto il numero inverosimile, per un terzino, di 57 reti. Inserito per ben sette volte nella formazione ideale del continente sudamericano, Arce è un pezzo di storia anche del Palmeiras.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: Marcos Aurélio Galeano</h2>



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<p>Ancora oggi detentore del record di presenze in maglia biancoverde, tra i difensori, il centrale <strong>Galeano</strong> è forse, più di ogni altro giocatore, il simbolo del Palmeiras: con la squadra di San Paolo il difensore ha vinto letteralmente tutto, e più volte, e si è guadagnato il soprannome di Guerriero del Palmeiras, per la sua indole combattiva, la sua forza fisica e la leadership. Anche a causa di una concorrenza di spessore, ha la pecca di non aver mai vestito la maglia della nazionale.</p>



<p>Anteponiamo Galeano a <strong>Djalma Dias</strong> solo perché è difficile recuperare informazioni davvero specifiche sul centrale nato a Rio nel 1939: protagonista del Palmeiras degli anni &#8217;60 e capace di vestire in diverse occasioni (per la precisione, 21) la maglia verdeoro, Djalma ha vestito la maglia del Palmeiras durante le cinque stagioni migliori della sua carriera, collezionando 240 presenze e vincendo da titolare cinque trofei nazionali.</p>



<p>La pletora di ottimi centrali della storia del Palmeiras merita almeno un&#8217;ultima citazione, quella di una nostra conoscenza, <strong>Roque Junior</strong>: prima di traslocare nella Milano rossonera, Roque è stato per diverso tempo una delle colonne della difesa biancoverde e ha vinto da titolare e protagonista la storica Libertadores del 1999.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: Luis Pereira</h2>



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<p>Ritenuto in patria e per diversi decenni, probabilmente fino all&#8217;avvento di Thiago Silva e Marquinhos, il miglior difensore centrale brasiliano di ogni epoca, <strong>Luis Pereira</strong> ha scritto la storia del calcio con la maglia dei Colchoneros, ma prima dell&#8217;avventura europea ha deliziato l&#8217;esigente pubblico del Palestra Italia con la sua classe purissima, che abbinata a una forza fisica dirompente lo rendeva uno dei migliori centrali del mondo, negli anni &#8217;70, come documenta anche la lunga militanza con la nazionale. Con il Palmeiras, il roccioso centrale ha conquistato due titoli nazionali da capitano e leader.</p>



<p>Portabandiera e capitano del grande Palmeiras degli anni &#8217;20, credo che sia legittimato a reclamare un posto in squadra già oggi <strong>Gustavo Gómez,</strong> notevole centrale di nazionalità paraguaiana e colonna sulla quale si è costruito il ciclo vincente della squadra biancoverde degli ultimi cinque/sei anni. Lo stiamo vedendo in campo anche nel corso del mondiale per club.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Laterale sinistro: Geraldo Scotto</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Grandes jogadas do Júnior, lateral esquerdo ex-Palmeiras, São Paulo, Parma e Seleção Brasileira" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/rAn4N1zGhZM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Il suo nome dirà forse poco agli appassionati italiani, ma dice tutto ai tifosi del Palmeiras: il laterale di chiare origini italiane <strong>Geraldo Scotto</strong> è stato infatti per dieci anni lo stantuffo sinistro della squadra di San Paolo e uno dei migliori marcatori della storia del calcio brasiliano, rinomato in patria come l&#8217;unico in grado di mettere le ganasce a tale Mané Garrincha.</p>



<p>Le sue due riserve sono invece due vecchie conoscenze del calcio europeo: la prima è Jenílson Ângelo de Souza, per tutti <strong>Júnior</strong>, piccolo artista della fascia sinistra che, prima della felice esperienza in gialloblù, scrive la storia nel suo paese d&#8217;origine, vestendo per cinque stagioni la maglia biancoverde e portando a casa diversi titoli prestigiosi, su tutti la Coppa Libertadores del 1999.</p>



<p>Il terzo giocatore è diventato una leggenda con le maglie di Real e Seleçao, ma ha fatto in tempo anche a guadagnarsi l&#8217;amore dei tifosi del Verdão, nel corso di tre intense stagioni in cui l&#8217;ordigno nascosto nel suo piede sinistro ha iniziato a esplodere in tutta la sua energia quasi soprannaturale, accecando gli attoniti tifosi: sto parlando di <strong>Roberto Carlos</strong>, che a San Paolo fa in tempo a mettere in saccoccia 162 presenze e 16 reti, segnate quasi sempre con le sue celebri e imparabili fucilate dalla distanza.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista: César Sampaio</h2>



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<p>La classe operaia va in paradiso: centrocampista poco incline agli svolazzi tecnici e alle acrobazie,<strong> César Sampaio</strong> era un robustissimo centromediano in grado di equilibrare il reparto centrale e di conseguenza tutta la sua squadra, il classico giocatore adorato dagli allenatori che cercano un uomo affidabile, di testa e di gambe. Con il Palmeiras, César scrive alcune delle pagine più belle della sua carriera, una carriera che conta quasi duecento presenze e diversi gol pesanti. Impagabile il suo apporto, anche temperamentale, nel successo continentale del 1999. Come ricordiamo tutti, Sampaio è stato per anni anche il mediano della nazionale brasiliana, con cui ha disputato tre Coppe America e un mondiale da titolare. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista: Dudu</h2>



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<p>Il <em>divino</em> <strong>Olegário Tolóí de Oliveira</strong>, detto <strong>Dudu</strong>, è uno dei nomi cardine della storia del club de quo, un giocatore di sublime intelligenza ed efficacia, capace di deliziare i palati fini del Palestra Italia per oltre un decennio e per oltre seicento partite. Con il Palmeiras, Dudu vince tre titoli paulisti e viene celebrato come il cervello della squadra, conquistandosi anche il secondo posto nella graduatoria della <em>Bola de Ouro</em> del 1974. Più altalenante, anche in ragione dell&#8217;enorme qualità della concorrenza, la sua breve esperienza in nazionale, che termina con un magro bottino &#8211; tredici presenze.</p>



<p>Lo schieriamo riserva solo perché è praticamente impossibile vederlo all&#8217;opera, ma quel che è certo che è <strong>Valdemar Fiume</strong> è uno dei nomi imprescindibili della storia biancoverde, con le sue 620 presenze e la pletora di trofei conquistati tra gli anni &#8217;40 e la fine degli anni &#8217;50.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ala destra: Julinho</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Julinho Botelho ●Rare footage skills and Goals" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/O8P1Cv2cUb0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



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<p></p>



<p>Ecco un&#8217;altra conoscenza del calcio italiano e un fuoriclasse autentico: il nome di <strong>Júlio Botelho</strong>&nbsp;strappa ancora oggi una lacrimuccia ai tifosi viola più attempati, perché il suo contributo maradoniano allo scudetto del 1956 e al cammino trionfale &#8211; che si chiude con un urlo di gioia strozzato in gola &#8211; della Coppa dei Campioni del 1957 sono stati impagabili. Bernardini diceva che un&#8217;ala poteva arrivare a Julinho, non oltre, e non aveva tutti i torti: il lungo brasiliano era un esterno atipico, sornione, dotato da madre natura della tecnica sublime dei connazionali e di un fiuto straordinario per l&#8217;assist e la giocata chiave. Dopo l&#8217;esaltante esperienza Viola, Julinho, che soffre di saudade, torna a casa e veste per nove anni la maglia del Palmeiras, diventando istantaneamente l&#8217;idolo del Palestra Italia e confermandosi il miglior esterno brasiliano, dopo l&#8217;inavvicinabile Garrincha. In Brasile, il fuoriclasse guida i suoi alla conquista di alcuni campionati paulisti e alla finale di Libertadores, persa contro lo straordinario Peñarol del 1961 per dettagli.</p>



<p><strong>Edu Bala</strong> è un altro tassello cruciale del puzzle della storia biancoverde: negli anni &#8217;70 la fascia destra del Palestra Italia era roba sua, e la sua esaltante carriera (costruita sulle finte, sui giochi di prestigio, sui cross velenosi) a San Paolo si chiude con 75 reti in 482 presenze, oltre che con una pletora di titoli nazionali e statali.</p>



<p>Mezzala/ala di classe internazionale, la seconda riserva è <strong>Leivinha</strong>, uno dei massimi talenti della storia del club e il secondo violino del grande Palmeiras piglia-tutto degli anni &#8217;70. Titolare anche in nazionale, ai mondiali tedeschi del 1974, il piccolo funambolo ha segnato oltre 100 gol in biancoverde ed è stato felice protagonista anche di quattro anni a Madrid, sponda Atletico, nella seconda metà dei &#8217;70.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Trequartista: Ademir Da Guia</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Ademir da Guia ● The Divine" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/Qfrn5vKj0eo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>Il giocatore più amato e importante della storia del Verdão, e probabilmente il suo massimo talento al pari di Julinho,<strong> Ademir da Guia</strong> è stato il trequartista sudamericano nella sua essenza più pura, un po&#8217; come lo saranno Valderrama o Riquelme nei decenni successivi: poco veloce, ma dotato di una tecnica nello stretto da capogiro e di una capacità preternaturale di anticipare i tempi di gioco: con quasi 400 presenze e 68 reti, ha dedicato al Palmeiras sedici lunghissimi anni di trionfi nazionali &#8211; con l&#8217;amaro in bocca per la finale di Libertadores perduta contro i cattivi dell&#8217;Estudiantes nel 1968. La concorrenza proibitiva gli ha chiuso spesso in faccia le porte della nazionale, ma non gli ha impedito di giocare un mondiale da titolare, nel 1974.</p>



<p>La sua riserva naturale è un talento cristallino come <strong>Alex De Souza</strong>, un piccolo prodigio della natura che con il pallone era letteralmente in grado di compiere qualsiasi prodezza, e che prima di avventurarsi nel mondo del calcio turco &#8211; dove lascerà tracce indelebili &#8211; scrive la storia del Verdão, con le sue acrobazie palla al piede che sono anche funzionali al gioco di squadra: Alex è il maggior talento della formazione che vince tutto a fine anni &#8217;90.</p>



<p>Come Roberto Carlos, diventerà grandissimo in Europa, ma lascia intravedere il suo talento superiore anche in Brasile e segnatamente con la magia biancoverde: sto parlando di <strong>Rivaldo</strong>, il fuoriclasse dall&#8217;andatura scalena (eredità di un&#8217;infanzia di privazioni) e dal sinistro mortifero, un dieci all&#8217;apparenza lento ma letale per il controllo di palla e la facilità di calcio. Con 120 presenze e 60 reti, ha scritto un pezzo significativo della storia del club e in rosa a mio parere merita un posticino.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ala sinistra: Zinho</h2>



<p></p>



<p>Ala e centrocampista che ricordiamo per il significativo contributo al successo di USA 1994, <strong>Zinho</strong> è stato uno zingaro del calcio brasiliano, un&#8217;ala/mezzala dotata da madre natura di due polmoni da mediano e di qualità superiori alla media nel dribbling, nel passaggio e nella capacità di leggere, anche tatticamente, le partite. Con il Palmeiras, Zinho mette a referto oltre 300 presenze impreziosite da 51 reti, da tre titoli nazionali e dalla Libertadores del 1999.</p>



<p>Benché sia più un centrocampista classico, merita un posto in formazione e glielo troviamo in posizione defilata anche <strong>Raphael Veiga</strong>, uno dei giocatori di maggior talento del grande Palmeiras degli ultimi anni, di cui è colonna portante sul piano tecnico e temperamentale, come documentano i numeri importanti anche sul piano realizzativo.</p>



<p><strong>Evair</strong> l&#8217;abbiamo ammirato a Bergamo per diverso tempo, ma è stato anche e soprattutto uno dei giocatori simbolo del Palmeiras degli anni &#8217;90, con cui colleziona titoli e reti importanti, guadagnandosi anche la maglia verdeoro.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Attaccante: César Maluco</h2>



<p></p>



<p><strong>César Augusto da Silva Lemos</strong>, chiamato il Pazzo, ha segnato profondamente la storia del calcio brasiliano degli anni &#8217;60 e &#8217;70: centravanti non particolarmente grosso ma fisicamente fortissimo, abile nel gioco aereo così come nella conclusione repentina di prima, e ha messo a segno 182 reti in 327 presenze con la maglia del club di San Paolo, della cui tifoseria è uno degli idoli indiscussi. Meno prolifica la sua breve carriera in nazionale. </p>



<p>Altro attaccante fisicamente debordante e letale in area di rigore, <strong>Servilio</strong> &#8211; con le sue 139 reti &#8211; rimane a tutt&#8217;oggi una delle punte di diamante dell&#8217;attacco del Palmeiras e uno dei bomber più decisivi della storia del club, con cui ha vinto diversi titoli nazionali, sfiorando la Libertadores nel 1968.</p>
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		<title>Corri, Jair, corri!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2025 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
		<category><![CDATA[brasile]]></category>
		<category><![CDATA[grande inter]]></category>
		<category><![CDATA[helenio herrera]]></category>
		<category><![CDATA[Jair da Costa]]></category>
		<category><![CDATA[luis suarez]]></category>
		<category><![CDATA[sandro mazzola]]></category>
		<category><![CDATA[serie A]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, all’età di 84 anni, è morto Jair, la freccia imprendibile della Grande Inter di Helenio Herrera e così, con la sua scomparsa, [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap" style="font-size:15px">Qualche giorno fa, all’età di 84 anni, è morto <strong>Jair</strong>, la freccia imprendibile della Grande Inter di <strong>Helenio</strong> <strong>Herrera</strong> e così, con la sua scomparsa, di quella squadra meravigliosa, di quell’undici che per molti di noi è diventata una poesia del Calcio, rimangono in vita solo <strong>Sandro</strong> <strong>Mazzola</strong> e <strong>Aristide</strong> <strong>Guarneri</strong>.</p>



<p><strong>Jair Da Costa</strong> approdò in nerazzurro nel novembre del 1962 in una Inter condotta già da qualche stagione dal <em>Mago</em>, ma che stentava a centrare, pure sfiorandolo più volte, l’obiettivo dello scudetto e anche quella stagione era iniziata in un modo non del tutto convincente. </p>



<p>Già da alcune stagioni, il vulcanico tecnico dalle molteplici lingue, mogli e nazionalità aveva convinto il presidente <strong>Angelo Moratti</strong>, petroliere senza limiti di fondi nell’Italia del boom, a spendere per rendere la squadra all’altezza delle ambizioni. Ma, evidentemente, mancava ancora qualche tassello.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="707" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-1024x707.jpg" alt="" class="wp-image-23963" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-1024x707.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-300x207.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-768x531.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Una foto della Grande Inter</figcaption></figure>



<p></p>



<p>E tra gli ultimi a essere inseriti, nel mercato di riparazione che si svolgeva nella prima decade di novembre, furono il centravanti <strong>Beniamino Di Giacomo</strong> e l’ala <strong>Jair Da Costa</strong>. </p>



<p>Il primo fu scambiato tra Inter e Torino con <strong>Jerry Hitchens</strong>, molto amato dai tifosi nonostante non fosse certo un fenomeno e sacrificato per esubero di stranieri, e l’altro, arrivato direttamente dalla squadra brasiliana del Portoguesa, sostituì un’altra icona di quel periodo come <strong>Mauro Bicicli</strong> ‘<em>el bicicleta</em>’.</p>



<p>Allora io ero un piccolo tifoso, troppo giovane per poter testimoniare di entusiasmo o di aspettative, ma ricordo perfettamente la figura di questo sottilissimo uomo di colore scendere dalla scaletta dell’aereo e procedere dinoccolato e con la faccia occupata interamente da occhi enormi e smarriti che facevano da contrappeso triste a un sorriso larghissimo e invadente, felice.</p>



<p>Assomigliava a un comico francese di colore, <strong>Harry Salvador</strong>, che imperversava in quegli anni nei varietà televisivi del sabato sera. O, tutt’al più, dava l’impressione di un ballerino contorsionista.<br>E, in realtà, quella prima impressione non si sarebbe discostata dal vero. </p>



<p>La sua capacità funambolica infatti molto si basava sull’incredibile controllo del corpo che gli consentiva le posture più assurde sia da fermo che in corsa. Anche la fama, scarna comunque di fatti certi e che precedette il suo arrivo, parlava di dribbling ubriacanti e di velocità folle. </p>



<p>Ma nessuno, nemmeno <strong>Omar Sìvori</strong>, il re del dribbling e dei tunnel di quei tempi, osava immaginare ciò di cui era capace questo carioca. Parlo di <strong>Sìvori</strong> perché in una foto emblematica della Gazzetta dello Sport viene ritratto lo juventino che guarda ammirato, letteralmente a bocca aperta, una finta di corpo di <strong>Jair</strong> che sbilancia un difensore bianconero.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="834" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-1024x834.jpg" alt="" class="wp-image-23966" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-1024x834.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-300x244.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-768x625.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sìvori contro l&#8217;Inter</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il significato premonitore di quell’immagine andrà ben oltre le intenzioni del reporter. Essa, infatti, fu scattata durante uno Juventus-Inter del dicembre 1962, quando <strong>Sìvori</strong> e compagni erano in testa al Campionato, l’ennesimo che si apprestavano a vincere, ma forse proprio l’avvento di <strong>Jair</strong> aveva appena regalato ai nerazzurri quel pizzico di brio, fantasia e imprevedibilità che mancava per completare una squadra leggendaria e fortissima.</p>



<p>Non a caso quella gara terminò con la vittoria esterna dell’Inter per 1-0 che decretò il primo sorpasso nerazzurro nella classifica di quel torneo. Torneo che fu il primo dell’aureo ciclo della Grande Inter e il primo di una lunga astinenza bianconera, mentre il suo principale mentore, proprio <strong>Omar Sìvori </strong>che da lì a poco sarebbe passato al Napoli, non ne avrebbe incredibilmente vinto più nemmeno uno.</p>



<p>Possiamo quindi dire che quella foto dell’argentino impietrito di fronte al brasiliano imprendibile sia stata testimone di un passaggio di consegne? Forse. Sta di fatto che, anche se forse è stato il meno celebrato di quei campioni, io ritengo ancora oggi che fu proprio l’innesto di quel fenomenale atleta, che giocava con una visibile fascia elastica intorno alla vita, a trasformare l’Inter in Grande Inter, appunto. </p>



<p>Molto più di quel <strong>Di Giacomo</strong>, pur produttivo e arrivato assieme a lui, e più di <strong>Giuliano Sarti</strong> e <strong>Aurelio Milani</strong>, giunti da Firenze un anno dopo a sostituire il vecchio <strong>Buffon</strong> e lo stesso <strong>Di Giacomo</strong> e a completare quel prezioso indimenticabile puzzle.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="700" height="410" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117032.jpg" alt="" class="wp-image-23967" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117032.jpg 700w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117032-300x176.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption class="wp-element-caption">Jair in azione</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>Jair</strong>, nel primo dei suoi due lustri nerazzurri, separati da una anno a Roma in giallorosso, ha vinto tutto, in Italia, in Europa e nel Mondo. Lo ha fatto in sordina pur essendo spesso decisivo, lo ha fatto in umiltà anche quando segnò con il Benfica il gol della seconda Coppa dei Campioni, lo ha fatto soprattutto correndo e dribblando inarrestabile e solitario sulla sua fascia di competenza, spesso destra ma a volte pure sinistra.</p>



<p>Specialmente nelle trasferte notturne di Coppa, con la squadra arroccata nel più classico dei catenacci duri, magari sotto la pioggia britannica o il nevischio danubiano, eccolo ricevere il pallone da un ennesimo rinvio di <strong>Picchi</strong> o da un lancio di <strong>Suárez</strong>, eccolo caracollare nero e notturno anche lui, e poi scattare e poi rallentare in mezzo ai difensori che non lo prendono mai, che difendono l’area. </p>



<p>Ma a lui, a <strong>Jair</strong>, dell’area non gliene frega nulla: «<strong>Milani</strong> e poi <strong>Peirò</strong> o <em>Sandrino</em> sono là in difesa. Qui davanti non c’è nessuno, ma io sono qua, con il pallone attaccato allo scarpino e questi marcantoni non me lo tolgono mai. Devono tagliarmi gli stinchi e farmi fallo. Ecco, bene! L’arbitro fischia e i miei, laggiù, per un po’ respirano…».</p>



<p>Al di là dell’epica e delle esagerazioni, spero perdonabili, la funzionalità di un giocatore come Jair nel più classico, ma più redditizio, gioco all’italiana che si potesse immaginare persino nell’epoca del suo massimo splendore e dei suoi migliori risultati, mi sembra del tutto evidente.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="FC Internazionale - Top 10 Gol di Jair" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/lKuz7k-jlmI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>
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		<title>Coppa Libertadores al Botafogo: la prima volta del Fogão</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Dec 2024 10:13:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calcio moderno]]></category>
		<category><![CDATA[atletico mineiro]]></category>
		<category><![CDATA[botafogo]]></category>
		<category><![CDATA[brasile]]></category>
		<category><![CDATA[coppa libertadores]]></category>
		<category><![CDATA[Garrincha]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roberto Bolaño diceva che l&#8217;America, a differenza dell&#8217;Europa, non conosce il significato delle parole cadere nell&#8217;eccesso, e la Copa Libertadores, anche ieri sera, ha confermato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap"><strong>Roberto Bolaño </strong>diceva che l&#8217;America, a differenza dell&#8217;Europa, non conosce il significato delle parole cadere nell&#8217;eccesso, e la <strong>Copa Libertadores</strong>, anche ieri sera, ha confermato che il grande scrittore cileno ha sintetizzato alla perfezione la distanza che separa i due continenti, anche nel calcio.</p>



<p>La finale del <em>Monumental</em> di Buenos Aires è iniziata in maniera così assurda che anche Albert Camus avrebbe dovuto alzare le mani in segno di resa: il <strong><a href="https://gameofgoals.it/2024/11/01/stella-solitaria-la-top-11-ideale-del-botafogo.html">Botafogo</a></strong>, giunto per la prima volta in oltre sessant&#8217;anni a contendersi il titolo, è infatti rimasto in dieci dopo trenta secondi di gioco. Se è vero che spesso la scintilla della follia incendia le partite di cartello del continente, ieri sera il destino ha voluto davvero esagerare il dosaggio di irrazionalità, perché l&#8217;intervento a gamba tesa del pitbull Gregore, che ha colpito in testa con i tacchetti Fausto Vera, ha subito falsato l&#8217;andamento della gara, costringendo per la prima volta della storia una squadra a giocare per 90 (rectius, 104) minuti in dieci.</p>



<p>L&#8217;<strong>Atlético Mineiro</strong>, che quando a cifra tecnica non è secondo quasi a nessuno nel mondo, ha subito preso in mano le redini della partita, fraseggiando in maniera splendida e schiacciando i giocatori di Rio in area, con l&#8217;attempato <strong>Hulk</strong> impegnato a scaldare il famigerato sinistro con alcune conclusioni dalla distanza. Con il passare dei minuti, tuttavia, il <em>Fogao</em> ha saputo snaturarsi e riadattarsi alle necessità della partita, rinunciando a ciò che gli riesce meglio (il controllo del pallone) per giocare solo in ripartenza, e la sua stella, l&#8217;acclamato nazionale verdeoro<strong> Luiz Henrique</strong>, ha fatto la differenza con due iniziative individuali: la prima ha propiziato il gol dopo una splendida giocata del talento argentino, campione del mondo nel 2022 da riserva, <strong>Almada</strong>, e la seconda ha portato ai suoi il rigore dell&#8217;incredibile 2-0, che ha gettato nello sconforto i giocatori di Mineiro e la loro nutrita legioni di tifosi.</p>



<p>Nella ripresa, un Gabriel Milito canuto e in sovrappeso ha provato a ridisegnare la squadra, inserendo il vecchio<strong> Edu Vargas</strong> e defilando <em>Hulk</em> sulla fascia, a scodellare cross, per cercare di aprire la difesa del <em>Fogao.</em> La mossa ha dato i frutti con effetto immediato, perché pochi secondi dopo l&#8217;inizio della ripresa proprio Vargas ha segnato di testa il gol del 2-1, su corner di Hulk. A quel punto la partita poteva trasformarsi in un assedio, con il <strong>Botafog</strong>o incapace di uscire dalla propria tana, ma i ragazzi di <strong>Artur Jorge</strong> non si sono arresi e hanno provato a giocare ogni volta in cui riconquistavano palla. Decisivo si è rivelato l&#8217;ingresso di <strong>Junior Santos</strong>, che in un quarto d&#8217;ora ha seminato il panico per due volte con splendide iniziative palla al piede, prima di chiudere definitivamente i conti a pochi secondi dal termine, con una veronica e uno spunto in velocità che ha lasciato di sasso i difensori avversari.</p>



<p>Per il terzo anno consecutivo la Coppa finisce a Rio, la nuova capitale del calcio continentale, e il <strong>Botafogo</strong> nei prossimi giorni potrebbe conquistare una doppietta che, per le assurde complicazioni e la densità del calendario brasiliano, vale un triplete europeo. Proprio i numerosi e decisivi impegni che attendono la squadra di Rio nei prossimi giorni le impediranno, con ogni probabilità, di arrivare in condizioni decenti a giocarsi la Coppa Intercontinentale, il cui nuovo formato è una sentenza di condanna scritta in anticipo per le squadre del Sudamerica, ma mai dire mai.</p>



<p>Il Botafogo è la dodicesima squadra brasiliana a vincere la Coppa più importante del continente sudamericano, e si affianca a Flamengo, Fluminense, Cruzeiro, San Paolo, Santos, Atlético Mineiro, Internacional di Porto Alegre, Gremio Porto Alegre, Palmeiras e Corinthians.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="GOLES | ATLÉTICO vs. BOTAFOGO | FINAL | CONMEBOL LIBERTADORES 2024" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/OL8e-tzRJl8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il tabellino</h2>



<p></p>



<p><strong>BOTAFOGO-ATLETICO MINEIRO 3-1<br>Marcatori: </strong>pt 35&#8242; Luiz Henrique (B), 44&#8242; Telles (B); st 2&#8242; Edu Vargas (A), 52&#8242; Junior Santos (B).<br><strong>Atletico Mineiro</strong> <strong><em>(4-2-3-1):</em></strong> Everson; Lyanco (st 1&#8242; Mariano), Battaglia, Alonso, Arana; Vera (st 1&#8242; Bernard), Franco; Scarpa (46&#8242; Vargas), Hulk, Paulinho; Deyverson (st 1&#8242; Alan Kardec). All. Milito.<br><strong>Botafogo<em> (4-2-3-1): </em></strong>John; Vitinho, Adryelson, Barboza, Telles (st 13&#8242; Marçal); Marlon Freitas, Gregore; Luiz Henrique (st 34&#8242; Matheus Martins), Almada (st 35&#8242; Junior Santos), Savarino (st 13&#8242; Danilo Barbosa); Igor Jesus (st 48&#8242; Allan). All. Artur Jorge.<br><strong>Arbitro:</strong> Facundo Tello (Argentina)</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Le pagelle</h2>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Botafogo</h3>



<p></p>



<p><strong>IL MIGLIORE: Luiz Henrique 7</strong><br>Il nazionale brasiliano, già decisivo in un paio di occasioni in verdeoro, gioca da solo sull&#8217;isola, abbandonato nella metacampo avversaria, e tocca quindi pochi palloni, ma scaturiscono da sue iniziative palla al piede le due giocate che decidono la finale, e anche solo questo gli vale un voto importante. Il pallone d&#8217;oro continentale sarà probabilmente suo.</p>



<p></p>



<p><strong>Barboza 6,5</strong>: il lungo centrale è uno stopper &#8220;all&#8217;italiana&#8221; che si fa valere nel gioco aereo e nelle sportellate, ed è uno dei segreti della tenuta difensiva del Fogao.</p>



<p></p>



<p><strong>Vitinho 6,5</strong>: il solido laterale destro, già nazionale under 21, è a sua volta un valido marcatore e una garanzia per la retroguardia dei suoi, e di fatto non sbaglia un intervento quando viene chiamato in causa.</p>



<p></p>



<p><strong>Telles 6,5</strong>: l&#8217;ex Inter, Porto e United si conferma un valido centrocampista, e ha il merito di segnare il rigore del 2-0.</p>



<p></p>



<p><strong>Junior Santos 6,5</strong>: in 17 minuti, semina due volte il panico con prepotenti iniziative palla al piede, e segna il 3-1. Impatto decisivo.</p>



<p></p>



<p><strong>Almada 6,5</strong>: l&#8217;ex bambino prodigio del calcio argentino, oggi riserva in nazionale, ricama con sapienza un paio di palloni complicati e contribuisce all&#8217;azione del primo gol.</p>



<p></p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Atletico Mineiro</h3>



<p></p>



<p><strong>IL MIGLIORE: Hulk 7</strong><br>A dispetto dei 38 anni suonati, lo zingaro del calcio Hulk ha ancora due piedi che cantano e inventa diversi cross e conclusioni pericolose, regalando a Vargas il pallone del 2-1.</p>



<p></p>



<p><strong>Edu Vargas 6</strong>: l&#8217;altro grande vecchio della squadra segna di testa il gol che riapre la partita e si accende in un paio di buone iniziative, ma commette due errori decisivi sotto porta, in particolare il secondo, quando alza il pallone molto oltre la traversa da posizione favorevole.</p>



<p></p>



<p><strong>Paulinho 5</strong>: stecca la gara uno dei giocatori più attesi. Ben controllato da Vitinho, non infiamma mai la partita e praticamente non è mai pericoloso.</p>



<p></p>



<p><strong>Mariano 6,5</strong>: il suo ingresso a inizio ripresa vivacizza la manovra del Mineiro, e Mariano inventa anche una verticalizzazione da stropicciarsi gli occhi che mette Vargas da solo davanti al portiere, ma il cileno sbaglia la conclusione.</p>



<p></p>



<p><strong>Deyverson 5</strong>: anche la terza stella dell&#8217;attacco del Mineiro viene imbrigliata dalla difesa del Fogao e di fatto non conclude mai in porta né inventa una qualche giocata significativa per i compagni. Anche lui merita una sonora bocciatura.</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/12/01/coppa-libertadores-al-botafogo-la-prima-volta-del-fogao.html">Coppa Libertadores al Botafogo: la prima volta del Fogão</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Stella Solitaria &#8211; La top 11 ideale del Botafogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Nov 2024 13:02:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top 11]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno dei club più prestigiosi del mondo, con la sua affascinante maglia bianconera sbiadita, la sua Stella Solitaria che illumina il firmamento sopra Rio de [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/11/01/stella-solitaria-la-top-11-ideale-del-botafogo.html">Stella Solitaria &#8211; La top 11 ideale del Botafogo</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Uno dei club più prestigiosi del mondo, con la sua affascinante maglia bianconera sbiadita, la sua<em> Stella Solitaria</em> che illumina il firmamento sopra Rio de Janeiro, la sua pletora di campioni, non ha mai vinto la Coppa Libertadores, e visto il successo del <a href="https://gameofgoals.it/2023/11/05/coppa-libertadores-al-fluminense-e-il-trionfo-del-dinizismo.html">Fluminenese nel 2023</a> è l&#8217;unica big brasiliana ad aver mancato, sino a oggi il bersaglio. La finale che giocherà il prossimo 30 novembre a Buenos Aires potrebbe colmare questa lacuna, inserendo nel ricco puzzle della storia del club di Rio l&#8217;ultimo pezzo, quello più prestigioso.</p>



<p>Il <strong>Botafogo</strong> ha avuto l&#8217;onore di mettere in campo alcuni dei massimi giocatori della storia del football brasiliano e mondiale, e abbiamo provato per voi a costruire la sua formazione ideale degli ultimi decenni.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Portiere: Manga</h2>



<p></p>



<p>Guardiano della porta durante gli anni di gloria di <em>Mané</em> e compagni, <strong>Haílton Corrêa de Arruda</strong>&nbsp;detto<strong> Manga</strong> viene tuttora ritenuto dai suoi tifosi il migliore in assoluto, nel ruolo. Solidissimo, affidabile e colonna della squadra per oltre un decennio, ruba il posto da titolare all&#8217;ottimo <strong>Sebastião Wágner de Souza e Silva</strong>, che ha difeso la porta della Stella Solitaria per molti anni, portando a casa diversi trofei nazionali, ma senza mai guadagnarsi la maglia verdeoro.</p>



<p>In nazionale ha invece giocato, anche se con fortune alterne, un&#8217;altra bandiera del club di Rio, ovvero<strong> Jefferson de Oliveira Galvão</strong>. Molto più essenziale e pulito della maggioranza dei portieri del suo paese, ha fatto proprio della sicurezza e della freddezza i suoi punti di forza. Per lui, si contano oltre 300 presenze in maglia bianconera, e il posto in rosa gli spetta pertanto di diritto.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Laterale destro: Josimar</h2>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p>Noi europei lo ricordiamo dominare la fascia destra, con il suo passo felpato e la sua corsa leggera, durante i mondiali di Messico 1986, quando è uno dei migliori della nazionale verdeoro e mette a segno alcuni gol pesanti, non ultimo il capolavoro balistico confezionato contro l&#8217;Irlanda del Nord. <strong>Josimar</strong> è stato però anche e soprattutto una stella del Botafogo, e per quasi una decade: tecnicamente superbo come tutti i migliori laterali brasiliani, è stato titolare anche del Brasile campione del suo continente nel 1989. Breve e meno felice l&#8217;avventura con la maglia del Siviglia.</p>



<p>Quello di <strong>Oswaldo Sampaio Júnior</strong>, noto come <strong>Paulistinha</strong>, è il secondo nome imprescindibile se si parla di laterali destri del Botafogo. Dirimpettaio del fenomeno Nilton Santos, è stato un titolare inamovibile negli anni d&#8217;oro della storia del club, con in quale ha vinto sei trofei statali e un campionato nazionale. La concorrenza proibitiva di Djalma Santos e Carlos Alberto gli ha impedito di vestire la maglia verdeoro.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Difensore centrale: Waltencir</h2>



<p></p>



<p>Ancora oggi terzo giocatore di sempre per numero di apparizioni in maglia bianconera, lo statuario <strong>Waltencir</strong> è ritenuto uno dei migliori centrali della storia del calcio verdeoro. Con il Botafogo, grazie alle superiori abilità nel gioco aereo, favorite dai 190 cm con cui sovrastava gli avversari, è stato un giocatore chiave per undici anni, fino al tragico episodio che ha chiuso la sua carriera nel 1976, durante una partita, quando si ruppe l&#8217;osso del collo, a soli 31 anni, dopo uno scontro fortuito con Nivaldo (che a causa della morte del compagno impazzì e fu ricoverato in un sanatorio). </p>



<p>La prima riserva della bandiera Waltencir potrebbe essere <strong>Sebastião Leônidas</strong>, che approda a Rio nel 1966 e diventa il perno della difesa bianconera che fan man bassa di trofei a fine anni &#8217;60. Anche nel suo caso, la concorrenza di altissimo profilo gli impedisce di imporsi come uomo di punta in nazionale.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Difensore centrale: Wilson Gottardo</h2>



<p></p>



<p>In Italia<strong> Wilson Gottardo</strong> è un carneade, ma in Brasile è reputato uno dei migliori centrali della sua epoca: possente e tecnico, ha guidato la rinascita del club a fine anni &#8217;80, diventando uno dei giocatori più amati dalla colorita tifoseria della Stella Solitaria, anche perché ha deciso la finale del campionato nazionale del 1995.<strong> Mauro Galvão</strong>, che spesso ha affiancato proprio Gottardo, è un altro nome chiave della rosa: centrale elegante e tecnicamente eccelso, perno della difesa verdeoro nella seconda metà degli anni &#8217;80, a Rio ha giocato per tre anni, contribuendo alla conquista di alcuni titoli statali.</p>



<p>Dopo una breve esperienza europea, tornerà in patria per vincere ancora tutto con le maglie del Gremio e del Vasco da Gama.<strong> Djalma Dias</strong>, altro zingaro del pallone, in Brasile viene annoverato tra i primi centrali degli anni &#8217;70, e ha lasciato un traccia significativa anche nella Rio bianconera, vestendo la maglia del Botafogo per quattro stagioni. Meno fortunata, anche nel suo caso, l&#8217;avventura in nazionale: nonostante collezioni 21 presenze, non è titolare nei tornei maggiori.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Laterale sinistro: Nilton Santos</h2>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Nílton Santos, A Enciclopédia [Skills &amp; Goal]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/dwY-NCF9qFo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Servono poche parole per giustificare la titolarità dell&#8217;Enciclopedia <strong>Nilton Santos</strong>: quando l&#8217;ho visto in campo, mi ha ricordato il Kaiser Franz in versione laterale sinistro, per la superiore dotazione tecnica e intellettiva, abbinata alle doti del difensore classico che solo raramente deve ricorrere alle maniere forti, avendogli la natura regalato un tempismo e un intuito fuori dal comune. Con 732 presenze e una vita spesa in maglia bianconera a collezionare titoli, Nilton &#8211; come sappiamo &#8211; è stato anche il superbo stantuffo sinistro del Brasile, con cui ha portato a casa la Coppa America del 1949 e poi, soprattutto, due mondiali, il primo da grandissimo protagonista e il secondo nelle vesti di grande vecchio saggio della squadra. Non manca chi lo reputa, legittimamente, il miglior laterale sinistro della storia, accanto a Paolo Maldini e al connazionale Roberto Carlos.</p>



<p>Al suo cospetto, il tombeur de femme <strong>Marinho Chagas</strong> appare come una figura sbiadita e minore, ma ingiustamente: fromboliere e uomo gol notevole per il ruolo, Chagas esaltava quello che oggi è lo stadio Olimpico Nilton Santos e il Maracanà con le sue scorribande palla al piede, che lo hanno reso una delle figure chiave della squadra negli anni &#8217;70. Titolare del Brasile ai mondiali di Germania, laddove alterna colpi tecnicamente superbi a scivoloni e distrazioni difensive, fu protagonista di una vita complicata, a dispetto del sorriso che esibiva in ogni fotografia, a causa di due passioni che erano diventate per lui due vere e proprie ossessioni, l&#8217;alcol e le donne. Rimane, nonostante tutto, uno dei grandi della storia del club.</p>



<p>Come lui, va inserito in rosa <strong>Rildo</strong>, colui che ha raccolto il testimone di Nilton, dimostrandosi un ottimo giocatore e guadagnandosi ripetutamente la convocazione in nazionale nel corso degli anni &#8217;60, pur non giocando mai un mondiale da titolare fisso.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Centrocampista centrale: Carlos Roberto</h2>



<p></p>



<p>Icona bianconera, <strong>Carlos Roberto </strong>ha giocato nel Botafogo per quasi un decennio, collezionando 447 presenze e 15 reti. Centrocampista di sostanza, fisicamente molto forte ma dotato anche della qualità che ci si attende da un mediano verdeoro, ha fatto parte anche dalle meravigliosa squadra allestita in vista di Messico 1970, pur non diventandone mai titolare in ragione della compresenza di giocatori forse ancora più bravi di lui. <strong>Ricardo Rogério de Brito</strong>, che anche in Italia ricordiamo tutti come <strong>Alemão</strong>, ha giocato a Rio nei primi anni di carriera, diventando il perno difensivo del centrocampo, da giocatore tutto corsa, sostanza e carisma, prima di fare le valigie per l&#8217;Europa, per vestire con successo anche le maglie dell&#8217;Atlético di Madrid, dell&#8217;Atalanta e soprattutto del Napoli, accanto a Maradona.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Centrocampista centrale: Didì</h2>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Didi [Best Skills &amp; Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/okPWvUUuPpA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Il <em>Principe Etiope</em> rimane ancora oggi il più grande regista puro della storia del calcio verdeoro, e si è conquistato l&#8217;amore imperituro di tutta Rio de Janeiro prima con la maglia del Fluminense e quindi con quella del Botafogo. Il suo calcio cerebrale, elegante e tutto intelligenza, abbinato a una capacità di controllo del pallone e dei tempi di gioco degna di Andrea Pirlo, ha innescato il dribbling luciferino di Garrincha e le altre superbe armi offensive del grande Botafogo degli anni &#8217;60. Superfluo e quasi ridondante ricordare che <strong>Didì</strong>, in nazionale, ha fatto qualcosa di più di scrivere la storia: ha portato il calcio brasiliano nella modernità, disputando tre mondiali eccellenti e risultando, nel 1958, il numero uno del torneo tra i centrocampisti.</p>



<p>Tra Didì e <strong>Gérson</strong>, altra leggenda verdeoro, è solo questione di gusti, e suona davvero come un&#8217;insolenza escludere il fenomenale pelado dalla formazione titolare, anche perché Gérson è il perno del Botafogo che rinasce a fine anni &#8217;60, vincendo di tutto in patria. Se ho optato per Didì tra i titolari è solo perché sono stato costretto a farlo, ma di fatto i titolari sono due.</p>



<p>Se si parla di idolatria, <strong>Mílton da Cunha Mendonça</strong> è quasi in grado di dare del filo da torcere al Principe e a Gérson: eccellente mezzala dallo spiccato senso del gol, uomo di maggior talento, forse, del Botafogo degli anni &#8217;70, ha vinto meno di altri grandi protagonisti della storia bianconera, ma ha regalato all&#8217;esigente pubblico carioca un calcio che era un florilegio di invenzioni, colpi di suola, tocchi morbidi che hanno il sapore dello sberleffo.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Ala destra: Garrincha</h2>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Garrincha [Best Skills &amp; Goals]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/sKqKZLTSvSw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p>Più che ala destra avrei dovuto scrivere &#8220;l&#8217;ala destra&#8221;, per ragioni sin troppo ovvie. Nella storia del calcio brasiliano e mondiale Mané <a href="https://gameofgoals.it/2021/10/28/garrincha-langelo-dalle-gambe-storte.html"><strong>Garrincha</strong> </a>è una delle eccellenze più idiosincratiche e inspiegabili agli occhi degli europei, forse perché ha ipostatizzato il concetto di <em>futebol moleque</em> e di <em>malandro</em>, come e più di altri illustri connazionali. Se <a href="https://gameofgoals.it/2022/12/30/il-mio-pele-colui-che-fece-tutto-prima-di-tutti.html">Pelé</a> imbrigliava il suo meraviglioso istinto dentro il reticolato della ragione e dell&#8217;efficienza, Garrincha giocava affidandosi solo all&#8217;istinto, con tutto ciò che ne consegue nel bene e anche nel male, e forse proprio per questo la cultura pragmatica e allergica all&#8217;eccesso di noi europei non sempre l&#8217;ha compreso e amato. Questo però non toglie una virgola alla sua grandezza: Mané ha vestito per dodici anni la maglia del Botafogo, nella sua Rio, consacrandosi prima come geniale e sghembo fenomeno locale e poi come fuoriclasse planetario, anche e soprattutto grazie ai due titoli mondiali vinti da protagonista. La sua carriera e la sua vita termineranno in modo tragico, come si conviene agli artisti maledetti.</p>



<p>L&#8217;unico vero rivale di Mané nel ruolo lo schieriamo trequartista, perché di fatto ha giocato a lungo anche da dieci classico, e come alternativa sulla destra, vista la sua duttilità, schieriamo <strong>Dino Da Costa</strong>. Centravanti, interno o ala, Dino è stato un giocatore chiave del grande Botafogo degli anni &#8217;50 e un campione anche a Roma, un campione capace di vincere il titolo di capocannoniere in serie A. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Trequartista: Jairzinho</h2>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p>L&#8217;unico vero erede di Mané è stato <strong>Jair Ventura Filho</strong>, per tutti <strong>Jairzinho</strong>, eccezionale ala e trequartista del Botafogo degli anni &#8217;60 e &#8217;70, nel post Garrincha. Eccezionale in progressione palla al piede e per la capacità di puntare la porta, alla stregua di una punta pura, e per questo soprannominato<em> l&#8217;Uragano</em>, <strong>Jairzinho</strong> ha fatto brillare gli occhi dei suoi tifosi in 413 occasioni, impreziosite da 186 reti e da un numero infinito di grandi giocate, dribbling mortiferi e assist. Il suo mondiale messicano dovrebbe essere esposto al Louvre.</p>



<p><strong>Paulo Cézar Caju </strong>è un altro pezzo di storia della Stella Solitaria: trequartista e attaccante aggiunto di classe internazionale, era amato dai tifosi soprattutto per le doti balistiche e la tendenza a inventarsi gol assurdi, ai limiti della logica, anche per puro divertimento &#8211; siamo pur sempre a Rio, nella patria del calcio <em>bailado</em> e dell&#8217;estetica come ragione di vita. A fine anni &#8217;60 è tra i giocatori di maggior talento della squadra che si prende stato e Brasile, e tornerà a casa alcuni anni dopo, dopo aver vestito la maglia di altri club di primo piano, venendo inserito per quattro volte nella Bola de Prata, la squadra ideale del campionato. Felice anche la sua esperienza in nazionale, che si chiude con 58 presenze, 8 gol e un titolo mondiale vinto da panchinaro di lusso.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Ala sinistra: Mário Zagallo</h2>



<p></p>



<p>Zagallo, sia nei club che in nazionale, era chiamato a bilanciare le scorribande folli dell&#8217;altra ala (Garrincha) ed era forse il più europeo dei giocatori di quella nazionale, una sorta di Lahm avanzato di 30 metri sul rettangolo di gioco. Più che altro, <strong>Zagallo</strong> era in ogni caso un giocatore sensazionale: valido nel dribbling e discreto sotto porta, svettava su compagni e avversari sul piano delle letture e anche delle doti difensive, con cui si dimostrava in grado di arginare giocatori molto più prestanti di lui. </p>



<p><strong>Amarildo Tavares da Silveira</strong>, Il Ragazzo che fece innamorare prima la Milano rossonera e poi Firenze, è un altro di quei brasiliani difficili da collocare; poiché l&#8217;ho visto spesso in campo con il numero undici, lo schiero attaccante di sinistra/seconda punta, dato che un posto in formazione gli spetta di diritto. Superbo giocoliere abilissimo nell&#8217;uno contro uno, carattere fumantino, prima di vincere uno scudetto storico a Firenze ha incantato Rio de Janeiro facendo collezione di gol e di giocate pesanti, e vincendo poi anche un mondiale da titolare, dopo aver sostituito l&#8217;infortunato Pelé. In maglia bianconera, vanta 136 reti in 231 partite.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Prima punta: Quarentinha</h2>



<p></p>



<p><strong>Waldir Cardoso Lebrêgo</strong>, per tutti <strong>Quarentinha</strong>, in patria ha le stigmate della leggenda: l&#8217;uomo senza sorriso (non festeggiava praticamente mai i suoi innumerevoli gol) è stato la punta di diamante del Botafogo dei fenomeni, un sensazionale cannoniere adorato da João Saldanha, che ne fece il suo pupillo, vincitore di vari titoli di miglior marcatore e di vari trofei nazionali. Chiuso in nazionale da gente ancora più forte di lui, ha comunque il merito di mettere a referto 14 reti in 13 presenze.</p>



<p>Il giocatore meraviglioso e incapace di gol banali <strong>Túlio Maravilha</strong>&nbsp;chiude la nostra rassegna: giocatore più uso interno di altri fenomeni in rosa, vantava doti tecniche di prim&#8217;ordine e la capacità di segnare con una regolarità sorprendente, vincendo una pletora di riconoscimenti nazionali. Meno incisiva la sua avventura con la nazionale, che si chiude con diverse reti in amichevole e però anche con una Coppa America da protagonista, nel 1995 (nell&#8217;occasione, l&#8217;attaccante segna contro l&#8217;Argentina un gol decisivo, dopo aver però stoppato il pallone con la mano).</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="267" height="189" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/11/images.jpg" alt="" class="wp-image-21980" style="width:550px" /><figcaption class="wp-element-caption">Quarentinha</figcaption></figure>



<p></p>



<p></p>
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