Penso che un po’ tutti tra di voi conoscano quel meme di Leonardo DiCaprio che, spaparanzato sulla poltrona nel film “C’era una volta a Hollywood”, indica il filmato che sta osservando, consapevole di aver visto una scena per lui familiare. Ve ne parlo perchรฉ il 28 maggio dell’anno scorso ho avuto un’intuizione del genere, mentre guardavo Chelsea-Real Betis, la finale di Conference League. Pure io ero spaparanzato (sul divano, non sulla poltrona), quando all’improvviso ho visto Cole Palmer, uno dei miei calciatori preferiti al giorno d’oggi, rivoltare come un calzino una finale che il Chelsea stava perdendo. Gli sono bastate due giocate e come d’incanto il paesaggio della partita รจ stato stravolto.
Il momento topico รจ arrivato al 70′, quando Cole Palmer si รจ esibito in una meravigliosa finta di corpo, lasciando sul posto il suo diretto marcatore, per poi crossare per il 2-1 di Nickolas Jackson. In quel momento, mi sono sentito come Leonardo DiCaprio, perchรฉ quella scena l’avevo effettivamente da qualche parte. In un nanosecondo sono andato a cercare Anderlecht-Liverpool 3-1, l’andata della Supercoppa UEFA 1978. All’improvviso mi รจ arrivata l’illuminazione definitiva: Cole Palmer aveva fatto una giocata molto simile a quella di Rob Rensenbrink nel gol di Franky Vercauteren. La finta di corpo era molto simile, cosรฌ come quell’andamento apparentemente sornione palla al piede, senza la necessitร di premere il pedale dell’acceleratore con quel fisico alto 1.85.
Da quel momento in poi, mi sono proprio intestardito con Rob, decidendo in cuor mio di riscoprirlo. Non tanto perchรฉ non lo conoscessi, in quanto era impossibile non avere la piรน pallida idea di chi fosse l’ala sinistra dell’Olanda di Johan Crujff. Era piรน un sentimento di riscoperta emotiva, di un calciatore per il quale spesso non avevo tessuto le lodi che avrebbe meritato. Mi sono quindi fiondato sulla sua carriera, rispolverandola tappa dopo tappa e ritrovandomi di riflesso ad innamorarmi perdutamente di lui.
E non poteva essere altrimenti, visto che aveva delle qualitร tecniche e soprattutto delle caratteristiche che mi ricordavano tantissimo Cole Palmer. Anzi, penso si possa affermare che Cole Palmer sia la rivisitazione in chiave moderna di Rob, a fasce invertite (gioca a destra anzichรฉ a sinistra).
Rob era veramente un Serpente come suggeriva il suo soprannome: era alto e magro, con delle lunghe leve a supportare il suo estro e la sua tecnica. Al netto di qualche eccesso di narcisismo che lo portava delle volte a perdersi in un bicchiere d’acqua, era un giocatore di una concretezza disarmante nel dribbling uno contro uno e nello stretto. Non aveva certamente lo slancio dei baricentri bassi, ma non sentiva nemmeno la necessitร di accelerare palla al piede. Semplicemente ti saltava secco, senza che neanche te ne rendessi conto.
A ciรฒ aggiungeva delle abilitร balistiche di livello assoluto, dovute alla sua grandissima sensibilitร tecnica, ma anche alla sua statura. Era infatti un portento anche di testa, una caratteristica che, insieme a tutto il resto, gli permetteva di segnare con grandissima puntualitร .
In un’epoca storica contraddistinta dai nanerottoli brevilinei ed imprendibili come Allan Simonsen e dall’esplosivitร in salsa sovietica di Oleg Blochin, Rob Rensenbrink era una vera e propria anomalia tra le ali del calcio degli anni ’70, un unicorno alto circa 1.80 che danzava palla al piede nonostante la struttura fisica glielo sconsigliasse. Una creatura rara, splendida da vedere giocare per quel che mi riguarda, che rientra di diritto tra le migliori ali di tutti i tempi.

Rob Rensenbrink con la maglia dell’Anderlecht
Oltre alle caratteristiche tecniche ed anatomiche cosรฌ tanto peculiari, anche la sua carriera per club rappresentรฒ un unicum rispetto a quella di tanti altri compagni di squadra dell’Arancia Meccanica, che avevano un legame piรน profondo con l’Eredivisie. Dopo un paio d’anni di formazione al DWS, Rensenbrink emigrรฒ infatti nel campionato belga, Jupiler Pro League, quando approdรฒ al Bruges addirittura nel 1969, quando ancora il Feyenoord di Enrst Happel e l’Ajax di Rinus Michels dovevano arrivare al loro culmine in Coppa dei Campioni. In questo senso, si verificรฒ un unicum assoluto per il calcio olandese, con un calciatore che si ritrovava in un campionato estero nel pieno della massima espressione di talento e di coralitร del totaalvoetbal.
Non fu perรฒ in quei due anni al Bruges che emerse l’apice del calcio di Rob, bensรฌ con la maglia dell’Anderlecht. Dal 1971 al 1980 si consacrรฒ come uno dei calciatori piรน importanti della storia dei bianco-malva, se non addirittura il migliore in assoluto a suon di gol (202 in 352 partite) e giocate da campione assoluto. Nel corso di un decennio contraddistinto dalla crescita del calcio belga, come testimoniato dalla semifinale della nazionale ad Euro 1972 e dall’ottimo percorso alle qualificazioni ai Mondiali 1974 da avversario ostico per l’Olanda, Rob Rensenbrink era la stella piรน luminosa, brillante ed accecante di un campionato in evidente crescita in termini di prestigio internazionale e competitivitร interna.
I successi non mancarono per il Serpente all’Anderlecht, sia per quanto concerne i trionfi in patria (due campionati nazionali nel 1971-1972 e nel 1973-1974 e quattro Coppe nazionali nel 1971-1972, nel 1972-1973, nel 1974-1975 e nel 1975-1976), sia soprattutto per le vittorie in campo internazionale. Proprio mentre il dominio del Bruges di Ernst Happel in campionato precludeva ogni partecipazione alla Coppa dei Campioni, l’Anderlecht dominava in Coppa delle Coppe (ne vinse due su tre), potendo contare su una delle squadre piรน forti e belle da vedere della seconda metร degli anni ’70. Era una vera e propria corazzata, che vantava tra le proprie fila un centrocampista stellare del calibro di Arie Haan, due splendidi registi come Ludo Coeck e Jean Dockx, un incursore giovanissimo ma giร pronto come Franky Vercauteren, un’ala formidabile come Franรงois Van der Elst e un terzino di spinta come Gilbert Van Binst.
A spiccare su tutti era perรฒ Rob Rensenbrink, stella, trascinatore e Re Sole assoluto di quella squadra meravigliosa. Nel corso del triennio 1975-1978, la Coppa delle Coppe divenne il suo regno incontrastato a suon di numeri (20 gol in 25 partite, in assoluto รจ il capocannoniere all time con 25 centri in 35 presenze) e prestazioni da campione assoluto. Era semplicemente incontenibile, arrivando a toccare vette epocali soprattutto nelle finali di quegli anni. Se si esclude la prova opaca nella sconfitta contro l’Amburgo nel 1977, Rob si consacrรฒ indiscutibilmente come uno dei calciatori piรน decisivi al mondo a livello per club. Lo dimostrano i suoi numeri nelle varie finali di Coppa delle Coppe (1975-1976, 1976-1977 e 1977-1978) e di Supercoppa UEFA (1976 e 1978), che ci parlano di un attaccante totale da sette gol e sei assist in sette partite. Numeri da marziano assoluto, che ci raccontano alla perfezione il peso specifico che aveva per le sorti del suo Anderlecht.
Anche le sue prestazioni furono onnipotenti e soprattutto nel 1976 si esaltรฒ ai massimi livelli, dapprima stendendo il West Ham con due gol e due assist che costituiscono la performance piรน dominante della storia delle finali di Coppa delle Coppe, per poi ripetersi con lo stesso identico copione in Supercoppa UEFA, questa volta annichilendo il leggendario Bayern Monaco di Franz Beckenbauer e Gerd Mรผller. Anche nel 1978, seppur in tono leggermente minore, si confermรฒ in tutta la sua grandezza, dapprima zidaneggiando nella doppietta contro l’Austria Vienna nella finale della sua amata Coppa delle Coppe, per poi calare il bis con un gol meraviglioso nella sopracitata partita contro il Liverpool di Bob Paisley. In sostanza, di fronte a sรฌ fatta grandezza nei momenti calienti, risulta facile capire come mai fosse riuscito ad arrivare 2ยฐ e 3ยฐ nella corsa al Pallone d’oro, rispettivamente nel 1976 e nel 1978. Di conseguenza, Rob merita indiscutibilmente di essere annoverato come uno dei migliori calciatori della seconda metร degli anni ’70.

Rob Rensenbrink festeggia la vittoria della Coppa delle Coppe 1975-1976, al termine di una prestazione spaziale
Ad essere meno fortunata fu perรฒ la sua parabola in nazionale, spesso contraddistinta da delle autentiche sliding door che lo videro sempre dalla parte sbagliata della sua storia. Ad essere perรฒ al centro dell’attenzione furono le sue prestazioni, spesso balbettanti e mai continue tra una partita e l’altra. Questo pattern si palesรฒ purtroppo giร al Mondiale del 1974, quando brillรฒ soltanto a tratti come contro la Germania Est nella seconda fase a gironi (leggi qui), salvo poi risultare il peggiore dei suoi nella finalissima contro la Germania Ovest (leggi qui). Lo stesso Rinus Michels, complice anche la performance opaca della sua ala sinistra, si ritrovรฒ a sostituirlo anzitempo dalla disperazione, tanto era inefficace per la manovra.
Anche Euro 1976 rappresentรฒ una delusione enorme per lui, con la meravigliosa tripletta contro il “suo” Belgio nei turni eliminatori che fu presto spazzata via dagli sprechi imperdonabili della semifinale contro la Cecoslovacchia (leggi qui). Anche in quell’occasione, Rob fu purtroppo schiacciato dalla pressione del momento clou, deludendo enormemente le aspettative dopo quanto di magistrale aveva fatto con l’Anderlecht. Una beffa ulteriore, che come singola prestazione rappresentรฒ di certo il punto piรน basso della sua carriera con la maglia Orange.
Risulta complesso capire come mai avesse certi problemi con gli Orange, ma una risposta potrebbe arrivarci dal suo Mondiale argentino del 1978. Senza Johan Cruijff e con un maggior senso di responsabilitร offensive, infatti, Rob produsse cinque gol e quattro assist in sette partite, offrendo prestazioni infinitamente migliori e piรน continue rispetto ai due tornei maggiori precedenti. Mi viene dunque da pensare che soffrisse la leadership di un colosso come il Profeta del gol, non riuscendo a “ridimensionarsi” con continuitร prestazionale nel ruolo di secondo violino offensivo.
Poi perรฒ arrivรฒ l’ultima sliding door, la piรน sfortunata e dolorosa in assoluta. Quello stramaledetto palo all’ultimo minuto dei regolamentari tra Argentina e Olanda, con il risultato fermo sull’1-1. In quel momento, non svanirono soltanto le possibilitร individuali di Rob Rensenbrink di diventare capocannoniere del Mondiale (e realisticamente di vincere anche il Pallone d’Oro), ma anche e soprattutto quel sogno da parte della sua Olanda di arrivare all’alloro iridato. Una beffa unica, arrivata a seguito di un’occasione tutt’altro che facile che purtroppo ha marchiato a vita la sua carriera. La sua parabola con la nazionale si concluse cosรฌ, con appena 14 gol in 46 partite conditi da tanti, troppi rimpianti.

Rob Rensenbrink mentre sta per colpire quel palo che ne segnerร per sempre la carriera
Io perรฒ mi rifiuto categoricamente di ridurre la carriera di Rob Rensenbrink in questi termini. Proprio non ci riesco a semplificare un calciatore cosรฌ forte, talentuoso, estroso e raffinato sulla base di un solo sfortunato episodio. Sarebbe scorretto per lui e per l’intero movimento calcistico olandese, che produsse anche un campione di quel calibro. Rob รจ stato tanto, ma proprio tanto altro di piรน, com’รจ dimostrato soprattutto dalla sua meravigliosa parabola con la maglia dell’Anderlecht, un club che grazie alla sua immensa classe seppe essere tra i primi della classe nel calcio europeo.
Rob Rensenbrink, che ci ha purtroppo lasciati il 24 gennaio 2020 all’etร di 73 anni ancora non compiuti, lasciando un vuoto incolmabile per gli appassionati di lungo corso che avevano ammirato le sue straordinarie gesta calcistiche. Il suo mito perรฒ resterร immortale, in bilico tra la forza immensa delle sue qualitร tecniche e la fragilitร del suo carattere da serpente taciturno. Un campione con il quale รจ facile immedesimarsi per la sua straordinaria leggerezza, che lo rende umano ai nostri occhi.
Perchรฉ a volte non serve essere delle divinitร quasi intangibili come Johan Cruijff o Franz Beckenbauer per entrare nella storia dalla porta principale nel dualismo Germania Ovest-Olanda. A volte รจ sufficiente essere un Serpente dalle poche parole, che ama dribblare i suoi diretti avversari, che regala magie indimenticabili e che rende affascinante il “quasi”.
A volte basta essere semplicemente Rob Rensenbrink.


