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Gigi Riva tra cadute e resurrezioni

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1976. Il Cagliari allenato da Luis Suárez e poi da Mario Tiddia sta precipitando in B. Più o meno la stessa squadra che pochi anni prima aveva vinto lo scudetto. L’ultima speranza ha un nome e un cognome che pronunciati insieme incutono non soltanto timore ma autentico rispetto. In quel momento Gigi Riva (1944-2024) ha 31 anni ed è da oltre un decennio il simbolo della squadra, anzi di un’intera regione. E non solo sul piano sportivo. Ha ormai chiuso il rapporto con la Nazionale però detiene il record di segnature in Azzurro. Un primato che ancor oggi resiste alla grande. Quel pomeriggio l’attaccante lombardo giocherà l’ultima partita da professionista, e non per scelta. La carriera di un grande campione costellata da gol eccezionali ma anche da tre infortuni gravissimi che di fatto gli limitano la carriera. Partiamo dalla fine.

Cagliari, 1° febbraio 1976

Campionato 1975/76, ultima giornata del girone d’andata. Al Sant’Elia sono di fronte Cagliari e Milan. La formazione rossonera ha bisogno di una vittoria che la mantenga alta in classifica, il Cagliari è in caduta libera. A dicembre è stato esonerato l’allenatore Suárez ma la gestione di Tiddia non sta invertendo la traiettoria verticale, tutt’altro. Nonostante la presenza in campo di Gigi Riva e di un giovanissimo Pietro Paolo Virdis i rossoblù sono ultimi in classifica. Una vittoria potrebbe risollevare il morale e dare una qualche speranza. Pareggiare servirebbe a poco. Sesto minuto della ripresa, il Milan è in vantaggio grazie a uno stacco di testa di Egidio Calloni. Nel tentativo di trovare il gol il Cagliari attacca: il difensore milanista Bet sta controllando palla nella propria area, nel tentativo di impostare l’azione in avanti. Riva cerca di contrastare andando in pressing, ma fra i due non c’è, o non c’è ancora, contatto fisico.

D’improvviso, nell’appoggiare il piede destro, quello che Riva non usa quasi mai per calciare, l’attaccante fa tutto da solo. Lancia un urlo e si accascia sul prato. La diagnosi è impietosa: strappo all’adduttore della coscia destra. Nonostante i tentativi di recupero e l’inclusione nella rosa del Cagliari anche per la stagione successiva, Riva non riuscirà più a scendere in campo. Rombo di tuono, come viene soprannominato, abbandona controvoglia il calcio giocato. Lo fa con un ruolino da campione, in anni in cui in Italia si segnava poco, quando gli autogol erano ancora autogol, non venivano mica attribuiti agli attaccanti: 156 gol in 289 presenze in serie A. Più di mezza segnatura a partita. Uno così, il calcio italiano non lo ha avuto più e chissà se ne nascerà un altro simile in futuro.

L’ultima recita di Riva: l’infortunio contro il Milan del 1976

La persona, il campione

La chiave per comprendere l’uomo, prima ancora che il calciatore, è il tema del danno. O meglio, quello della sofferenza. La sofferenza di una vita segnata da un incidente sul lavoro, quello che porta via suo padre quando lui è un bambino di nove anni. Luigi Riva nasce a Leggiuno, in provincia di Varese nel 1944. Sua madre Edis è una casalinga, il papà Ugo è un parrucchiere riconvertito a sarto, poi operaio di fonderia. In un Paese in cui il lavoro manca bisogna saper cogliere qualsiasi opportunità lecita. Il 10 febbraio del 1953 è una data incancellabile, da quel momento l’esistenza di tutta la famiglia è sconvolta. Un pezzo di metallo si stacca da un macchinario e colpisce Ugo Riva allo stomaco, passandolo da parte a parte. Oltre al dolore personale per una morte così improvvisa, per l’unico figlio maschio avviene il distacco forzato da casa.

La via è quella del collegio, in una di quelle strutture di cui il diretto interessato ha sempre mantenuto un pessimo ricordo. Il carattere del ragazzo, già introverso e spigoloso, diviene ancora più duro, quasi impenetrabile. Ma anche più determinato e risoluto di prima. Una critica o un complimento per lui fanno X, il mondo è entità ostile. La vita sembra da quel momento un’eterna fuga psichica dal collegio, la silente ribellione all’autorità imposta, la ricerca mai dichiarata di un riparo. La sua è una sensibilità profonda e malcelata, difesa con tutte le forze. Un’anima che la vita sembra aver maltrattato e che ora ha bisogno di riscatto, di pace. Una via però c’è. Sa giocare al calcio, ma a quelli del collegio la cosa non interessa.

Loro vogliono bambini obbedienti, i cannonieri da oratorio non servono. Una volta uscito di lì, il ragazzo riesce a farsi notare tra i dilettanti della squadra di Laveno Mombello, comune vicino a Leggiuno. Gioca quando il lavoro glielo permette, la famiglia Riva deve tirare avanti e tutti contribuiscono allo sbarco del lunario. All’inizio non sembra neppure una punta ma piuttosto un tornante sinistro. C’è però un dettaglio che salta subito agli occhi. Non sarà una punta ma, cifre alla mano, la quantità di reti segnate è impressionante: 30 il primo anno, 33 nella stagione successiva. Potenza, eleganza nel tocco, capacità acrobatiche, stacco di testa perfetto nei tempi e nell’efficacia. Fa tutto con il sinistro ma gli basta un piede per non dare scampo. Nella stagione 1962-63 il Legnano dà a un diciottenne taciturno ma volitivo l’occasione di esordire in serie C. 23 partite, 6 gol. All’inizio fatica ad adattarsi ma il talento si vede.

Lo notano soprattutto i dirigenti del Cagliari, squadra che allora giocava in serie B. Cagliari? Sardegna? Non se ne parla proprio. Il ragazzo non vuole trasferirsi, poi non andrà più via dall’Isola. Ed è proprio a Cagliari, lontano dal resto del mondo, che un tipo introverso con la voglia prepotente di segnare si trasforma in uno dei più grandi realizzatori di sempre. Diventa, per l’appunto, Gigi Riva. Un giornalista come Gianni Brera, all’inizio abbastanza prevenuto, cambia idea su di lui. Lui l’ha già cambiata sulla Sardegna e i tifosi cagliaritani ne fanno un idolo. Tempo al tempo e a un attaccante così forte non si può negare un posto in Nazionale. Ed è giusto alla maglia Azzurra che le sue gambe pagano nel corso degli anni il tributo più oneroso.

Roma, 27 marzo 1967

Luigi Riva da Leggiuno, detto Gigi, è alla terza apparizione con la maglia azzurra e quel lunedì pomeriggio allo Stadio Olimpico si gioca l’amichevole Italia-Portogallo. La squadra lusitana è arrivata terza ai Mondiali dell’anno prima e ha in squadra Eusébio, l’alternativa europea a Pelé. Ed è proprio la Perla del Mozambico a gelare i tifosi romani dopo meno di mezzora. L’Italia si riversa in avanti, perdere davanti al proprio pubblico, quello stesso che la vedrà all’opera agli Europei un anno più tardi, sarebbe brutto. È passata un’ora di gioco e l’occasione sembra quella buona per pareggiare. Riva va a chiudere nell’area piccola una triangolazione volante con Mazzola e allunga la gamba sinistra per il tocco decisivo.

Il portiere avversario Américo in uscita disperata gli spezza, senza volerlo, il perone. Campionato finito e ritorno in Nazionale otto mesi dopo. La partita finisce 1-1, segna proprio il sostituto di Riva, Cappellini. Il giorno del rientro in Azzurro la fortuna decide di ripagare Rombo di Tuono (come nel frattempo lo stesso Gianni Brera ha ribattezzato Gigi Riva) con gli interessi. A Cosenza si gioca Italia-Cipro per le qualificazioni a Euro 1968. Finisce 5-0 e il bomber del Cagliari fa tripletta. Sono i primi tre dei 35 complessivi che Gigi Riva metterà a segno in Nazionale.

Italia-Portogallo e l’infortunio di Riva

Prater di Vienna, 31 ottobre 1970

Dal primo infortunio sono passati tre anni e mezzo ma ora tutto il mondo sa chi è Riva. Un campione che nella vita ha sconfitto tanti nemici, primi fra tutti la necessità economica, la solitudine forzata e la mancanza di libertà. I gol rendono liberi. I tifosi isolani, non soltanto cagliaritani, si rivedono in lui e lui in loro. Qualcosa in quegli occhi malinconici e in un sorriso sempre un po’ trattenuto sembra dire qualcosa di preciso. Senza mai dirlo, in realtà, perché Riva non è uno che spreca parole, sembra piuttosto un uomo a metà fra il riservato e il segreto. I sardi lo sentono profondamente uno di loro e non soltanto perché è un goleador. Anche Boninsegna segnava tanto con quella maglia ed era molto apprezzato, ma Gigi Riva è un’altra cosa, difficile spiegare.

Tra il campione e la Sardegna c’è un patto di fedeltà, un sodalizio profondo e misterioso. Un’isola che si sentiva ricordata soltanto per motivi come il banditismo locale, ora è rappresentata da un campione che ha fatto una scelta di vita: non è sardo ma è come se lo fosse. Lui e la sua presenza modificano la narrazione di un posto che un po’ si sente al margine dell’Italia, un po’ vuol esservi. Riva ha appena vinto uno scudetto con il Cagliari ed è stato per tre volte capocannoniere della serie A. Ma non è tutto. Dopo avere conquistato il titolo europeo nel 1968 con la Nazionale Italiana, è diventato vicecampione del mondo in Messico.

Il 1970 sembra dunque un anno da incorniciare ma in realtà finisce malissimo. L’ultimo giorno di ottobre la Nazionale è a Vienna, lo Stadio è quello del Prater. Un sabato pomeriggio nel quale ci si gioca la qualificazione per gli Europei 1972. L’Italia vincerà 2-1 ma il danno subìto fa dimenticare il successo esterno. Manca un quarto d’ora alla fine e Riva punta palla al piede la porta avversaria. All’altezza dei venti metri il difensore Hof entra alle spalle con una durezza ingiustificata. Anche stavolta la diagnosi è dura da accettare: frattura del perone e distacco dei legamenti della caviglia destra.

L’infortunio subito contro l’Austria

Il Cagliari dentro

Oltre sei mesi di stop. In quel lasso di tempo trovano spazio l’eliminazione del Cagliari dalla Coppa dei Campioni per mano dell’Atletico Madrid e uno scivolamento in classifica fino al settimo posto finale. Non manca soltanto il fuoriclasse in grado di fare sempre la differenza. C’è proprio un vuoto emotivo che nessun altro potrebbe colmare. Anni più tardi, nel 1976, senza più Gigi Riva muoiono le residue speranze di restare in Serie A. Una sindrome degenerativa che ripete ogni volta sé stessa. La parabola simbiotica di una squadra che guardava il mondo con l’occhio disilluso ma determinato del suo grande leader.

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