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John Robertson, il Picasso di Scozia

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«John Roberston era un giovane uomo davvero poco attraente. Quando mi sentivo fuori forma, mi sedevo al suo fianco. Sembravo Errol Flynn rispetto a lui. Ma dategli una palla e una campo d’erba e lui diventa un artista, il Picasso del nostro gioco»

Brian Clough

«Raramente è esistito un atleta professionista più improbabile. Era un trasandato, inadatto e disinteressato spreco di tempo…ma qualcosa mi diceva che valeva la pena perseverare con lui…Ha saputo diventare uno dei giocatori più belli che io abbia mai visto, in Gran Bretagna e in tutto il resto del mondo…raffinato come i brasiliani, o come gli italiani supremamente dotati»

Brian Clough

Credo bastino le parole di Mr. Clough, che non ha bisogno di presentazioni, per aiutare i pochi lettori che proprio non lo conoscono a farsi un’idea di John Robertson, che in effetti è stato un personaggio anomalo e, per certi versi, improponibile. Un artista del pallone nato a Viewpark, una cittadina collocata nel quasi nulla che separa Glasgow da Edimburgo, ma un artista che non ha avuto la fortuna di sembrare una rockstar alla George Best, di essere celebrato come avrebbe meritato in vita (è quasi dimenticato dai numerosi premi assegnati a fine anno) e neppure di essere rivalutato dopo la fine della carriera, almeno a livello planetario. Le tribù di fanatici da “Operazione Nostalgia” che hanno riscritto in chiave iperbolica la carriera di alcuni campioni minori (penso a Guti, per fare un nome) non si sono mai radunate per erigere altarini e celebrare rituali in favore di John Robertson, nonostante gli argomenti a sostegno dello scozzese cicciottello siano ben più solidi di quelli – un tantino esagerati – usati per il biondo spagnolo.

L’ala di Viewpark sembra aver vissuto una carriera quasi anonima, in disparte, quasi fosse un musicista indie idolatrato solo da un ristrettissimo stuolo di seguaci illuminati, ma dirlo fa una certa impressione perché se ci soffermiamo a riflettere sui momenti clou della sua carriera, ci vengono i brividi.

Da sinistra: Trevor Francis, Brian Clough e John Robertson

Getto subito la maschera: non esistono giocatori italiani che abbiano deciso in prima persona due finali di Coppa dei Campioni né di Champions League, mentre l’impresa è riuscita a John Robertson, che se solo avesse avuto un nome più esotico e magari incrociato le armi con il calcio italiano degli anni ’80 e ’90, oggi sarebbe anche nel Belpaese un idolo pagano. La sua sfortuna, ai nostri occhi, è stata quella di militare in un calcio inglese che guardava gli altri dall’alto in basso nei risultati e che però non era glamour, era anzi lontano anni luce dal campionato costruito negli ultimi anni anche a colpi di finanza creativa, ed era molto più spartano, tradizionalmente british, forte e ripetutamente vincente in modo per noi inspiegabile.

Il calcio inglese a cavallo tra anni ’70 e ’80 è uno degli enigmi più indecifrabili per i tifosi italiani e la loro religione del singolo: squadre all’apparenza prive di stelle, o comunque con un numero ridotto di campioni, hanno conquistato la Coppa dei Campioni per sette volte in otto anni, e il loro ciclo si è chiuso solo con la finale dell’Heysel. Robertson, di quella lunga e ancora un po’ oscura fase di egemonia, è una delle stelle più luminose e al tempo stesso sottovalutate, specie appunto nel nostro egocentrico paese.

Eppure, se c’è stato un giocatore profondamente latino in quei collettivi tutti cuore, forcing e carattere, questi è proprio John Robertson: Brian Clough non ti soprannomina il Picasso del calcio senza un motivo, ed è sufficiente rivedere l’ala in alcune delle sue maggiori prestazioni europee, mentre ondeggia sulla fascia sinistra, con la pancia da birra e le movenze strane, all’apparenza lente, per intuire che il piccolo scozzese è un campione con la c maiuscola, un fantasista sudamericano trapiantato in Scozia e che dalla sua terra eredita il coraggio e la capacità di non tirare mai indietro la gamba, ma il cui talento sembra decisamente più raffinato di quello di quasi tutti i conterranei.

Nonostante le qualità, la sua carriera, come non manca di sottolineare Clough, inizia in salita: penalizzato da un fisico poco adatto, all’apparenza, al calcio inglese dei primi anni ’70, il giovane John da Viewpark nei primi anni di carriera fa la spola tra il campo e la panchina, e quando il suo Nottingham finisce in Seconda Divisione nessuno si mette in fila per tenerlo nella Prima: Robertson pare il paradigma del giocatore sì tecnicamente dotato ma nel complesso troppo normale e inefficace per farsi largo tra i grandi.

La sua carriera cambia completamente passo quando sulla panchina della squadra delle Midlands si accomoda Mr. Brian Clough, l’uomo destinato a ribaltare la storia. Nel 1975 Robertson, nonostante le iniziali incomprensioni con il tecnico, inizia a vedere il campo con regolarità, e l’anno dopo, a 23 anni, diventa per la prima volta titolare. Non sono poche le perplessità che lo accompagnano al ritorno tra i grandi, nel 1977, ma Brian Clough si conferma un motivatore senza eguali e sa premere i pulsanti giusti nella testa di un talento pigro e anarchico come quello di John.

La stagione del titolo, quella del primo miracolo, vede John consacrarsi tra i campioni e guadagnarsi anche la convocazione in nazionale, in vista dei mondiali d’Argentina. Robertson, infatti, non solo non patisce il salto di categoria, ma gioca il miglior calcio della sua carriera, arrivando in doppia cifra e sfornando assist con una facilità disarmante: quando punta l’avversario, nel suo nido nei pressi del corner, Robertson è una sentenza e salta sempre l’uomo, grazie a un controllo di palla da fantasista sudamericano, o se vogliamo alla Bruno Conti, e alla sua imprevedibilità nei cambi di direzione. John è uno dei giocatori più spettacolari e talentuosi del ruvido calcio inglese del tempo e si dimostra a suo agio anche quando ci sono in palio i trofei, perché decide con un gol la Football League Cup Final contro il grande Liverpool. A fine stagione Brian Clough può festeggiare – nessuno come lui ha saputo motivare i talenti svogliati e inconcludenti, rivitalizzare “vecchi” apparentemente a fine corsa, dare coraggio a giocatori timidi etc. – perché il Nottingham diventa una delle squadre più forti del mondo, giocando peraltro un calcio bellissimo, ma non sprovveduto.

Finney e Matthews, grandi ali del calcio britannico: metri di paragone per lo scozzese del Nottingham Forest

Quando infatti la stampa, a metà stagione, rimprovera al Nottingham di pensare troppo all’estetica e pronostica un suo tracollo nella seconda parte della stagione, Clough sorride sardonico e ricorda a tutti di avere la miglior difesa e il miglior portiere del campionato, e in più, appunto, il suo piccolo, grassottello Picasso, l’uomo chiamato a risolvere le situazioni complicate e a rompere gli equilibri quando nessuno è in grado di inventare nulla.

Tifosi, compagni e stampa iniziano a innamorarsi di lui, e si sprecano elogi che – questa volta, sì, anche per lui – sfiorano l’iperbole: il vecchio coach Jimmy Gordon arriva a sostenere che John sia più forte di Finney e addirittura di Matthews, e il suo parere prelude a quello del compagno di squadra McGovern che, interrogato sul punto vent’anni dopo, definirà Robertson come un Ryan Giggs ambidestro, più completo e più decisivo quando la palla scotta.

Al netto di alcune esagerazioni, la sostanza rimane: Roberstson è un talento eccezionale e si dimostra in grado di fare la differenza anche su palcoscenici che sembravano per lui irraggiungibili solo 4 o 5 anni prima; in più, acquisisce un’insospettabile tempra agonistica, in quanto scende in campo per 243 partite consecutive, diventando una delle colonne portati della squadra di Brian.

Nel 1979, il grande protagonista della prima, inattesa e folle vittoria degli arcieri delle Midlands in Europa è, più di ogni altro compagno, proprio lui.

Sulla semifinale disputata sotto un nubifragio omerico nel mese di aprile sono stati scritti trattati e in effetti il pirotecnico 3-3 tra Forest e Colonia è uno degli apici della storia della competizione. Robertson nell’occasione è il piccolo mago che risolve le cose sia con alcune veroniche alla Cassano che con un gol in tuffo di testa.

La finale più improbabile della storia della competizione, quella tra Nottingham Forest e Malmö, viene decisa da un’invenzione del giocatore decisivo più improbabile: Robertson si invola in quella che è da tempo casa sua, la fascia sinistra, e pennella per la stella della squadra Trevor Francis un cross che chiede solo di essere accompagnato in porta. Il Nottingham sale sul tetto d’Europa e uno dei suoi volti più belli e inverosimili è proprio quello di Robertson, il pittore con la pancia, che però sa fare male, quando la palla scotta, più di Ryan Giggs.
Come noto, il copione si ripete un anno più tardi, prima nelle semifinali contro i reduci del grande Ajax, in cui l’ala scozzese è decisiva su calcio da fermo , e poi contro i favoriti tedeschi dell’Amburgo.

In questo caso, John si mette in prima persona e, reduce dal secondo campionato in doppia cifra della carriera, forse il migliore in assoluto, decide la finale con un destro dal limite e poi si affida a San Peter Shilton per rendere il miracolo qualcosa di ancora più grande (mi viene in mente Massimo Troisi che distingue tra miracolo e MIRACOLO: ecco, quello del Nottingham appartiene alla seconda categoria).

La finale di Madrid è l’apice di una delle carriere più incredibili e sottovalutate della storia: come dicevo, nonostante i lampi da campionissimo e alcune giocate pesanti come macigni, sui nostri lidi il campione scozzese è ancora una sorta di carneade, ma probabilmente a lui, musicista indie mancato, bruttino, e in sovrappeso, va bene così. Gli sono sufficienti l’ammirazione di Clough, dei compagni e di numerosi avversari, e quelle due Coppe dei Campioni da protagonista che gente ben più celebrata di lui può solo sognare.

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