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Glenn Hoddle, il principe degli Spurs

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Mi è capitato di vederlo in tv pochi mesi or sono, con la pancia e i capelli grigio/giallo trash, ma in qualche modo ancora simile, anche per il portamento, al dandy ammirato in campo tra la metà degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90. Il fatto che indossasse una maglietta dei Nirvana ha se possibile reso ancora più grande la mia stima per la sua persona, persona che nell’occasione dissertava dei giocatori più bravi con cui aveva avuto modo di confrontarsi e spendeva le prime parole di ammirazione per Johan Cruijff, il cui “Cruijff turn” anche lui aveva saputo in qualche modo decodificare e fare proprio, in particolare in occasione di una partita contro il Watford risalente a quarant’anni fa, finita sugli annali giusto perché lui si era inventato una giravolta analoga a quella dell’olandese e forse ancora più bella (“è semplice da attuare, ma nessuno ci aveva pensato prima di Johann“).

Ci sono pochi giocatori più letterari di Glenn Hoddle, il campione di cui voglio parlarvi, e del resto non è un caso se nella sua madrepatria, e non solo, la sua carriera costituisce oggetto di un culto, la materia venerata da un nutrito gruppo di fedelissimi e di esteti di cui fanno parte proprio Johan Cruijff (“I’ve heard a lot about you, but I didn’t realise how good you were until I played against you“, queste le parole dell’olandese dopo una sfida in Coppa UEFA del 1984 che vede gli inglesi prevalere in goleada), Paul Breitner (“Ogni nazionale in Europa costruirebbe la propria squadra intorno a Hoddle… ogni nazionale ma non l’Inghilterra“), il compagno Ossie Ardiles che doveva recuperare i palloni anche per lui e lo faceva volentieri (“Glenn era un Maradona senza cambio di passo“), un altro compagno che lo definiva poetry in motion, e tra gli altri anche Arsène Wenger, che l’avrebbe allenato a Monaco (“Guardavo il Tottenham giocare, e ogni volta pensavo: oh, questo è un passaggio fantastico! E chi l’ha fatto? La risposta era sempre la stessa, Hoddle. Per me era un giocatore di classe mondiale”).

Il centrocampista di Hayes, la cittadina londinese periferica dove i Beatles hanno registrato il Sergente Pepe, sembrava nato nel posto sbagliato al momento sbagliato, come ho letto in uno splendido articolo a lui dedicato, ma era al tempo stesso figlio della sua Inghilterra, un figlio stravagante come lo erano stati i poeti romantici (non nomini Weah come terzo giocatore più bravo che hai affrontato, se non sei un po’ originale): se Cruijff era “Pitagora in scarpe da calcio“, per Glenn funzionano meglio, a mio parere, le similitudini di stampo musicale. Vista la mole che non pregiudica la sua signorilità e vista anche l’epoca che l’ha visto sorgere come un sole che illumina tutto il Pianeta Calcio, gli anni ’70, io vedo Glenn Hoddle come il Bryan Ferry o il David Bowie dello sport, come un elegantone che sembra uscito da una fantasia edoardiana e che invece arriva dai bassifondi, e che forse anche per questo non ha alcuna remora nell’esibire la propria classe, nell’abusarne fino alla meraviglia; lo vedo anche come un uomo che vede nel futuro e un genio riconosciuto (il documentario sulla sua vita si intitola “A touch of genius” perché questo Glenn è stato).

L’autobiografia di Hoddle

Quando debutta con la maglia del suo Tottenham, da diciottenne magro, lungo e poco mobile che rimarrà fedele al suo club anche dopo l’inopinata e clamorosa retrocessione del 1977, Glenn è una vera e propria cometa che sembra non avere nulla a che vedere con il calcio inglese di metà anni ’70. Siamo nel periodo dominato dal Maledetto United (il Leeds), e ancora oggi basta uno sguardo ad alcune delle partite disputate al tempo sui campi piovosi del Regno Unito per assistere a interventi che sembrano tentati omicidi, a gomitate gratuite, tackle brutali, e non è raro trovare video che, al netto dell’enfasi dei titoli (“The most brutal game ever played“), raccontano uno sport e forse anche un mondo lontano dal nostro, lo stesso mondo ferito a morte da una crisi che pare irreversibile e la cui gioventù trova valvole di sfogo che si chiamano punk, metal, un corredo di droghe pesanti (“La maggior parte della gente è sempre in crisi, noi lo esprimiamo per lei” – dissero i membri dei Black Sabbath) e di violenza che comincia a seminare il panico e anche feriti in giro per l’Europa, che fa la conoscenza degli hooligans a Parigi nel 1975, durante la finale di Coppa dei Campioni giocata tra Bayern Monaco e Leeds.

Questo è il club in cui sono entrato quando avevo otto anni, ho firmato all’età di 12 anni e non l’ho lasciato fino a 28 anni. Gli Spurs sono il mio sangue.

Glenn Hoddle

Glenn Hoddle plana sul calcio inglese degli anni ’70 come un UFO: rivedendolo oggi, possiede qualcosa che lo avvicina al nostro Andrea Pirlo, anche per l’aria stralunata, perché entrambi sembrano avere gli occhi su ogni centimetro del corpo e prevedere il futuro, e in generale è una sorta di trequartista/regista argentino che ha davvero sbagliato “posto e momento” ma che se ne infischia, perché il suo muscolo più importante – quello che si trova tra le sue orecchie – è più che sufficiente a renderlo un giocatore straordinario, quasi stupefacente; Glenn possedeva qualcosa anche di Michael Laudrup, perché a dispetto della mole la sua croqeta era un gesto esteticamente sublime ed efficace, di una naturalezza quasi primordiale, e gli consentiva spesso di creare superiorità numerica spostandosi di pochi centimetri; come se non bastasse, Glenn calciava anche con una naturalezza sbalorditiva, dimostrandosi capace di trovare la porta da distanze siderali e di inventare gol meravigliosi pure in acrobazia – penso a un tiro al volo contro il Nottingham del 1979, che trasuda una perfezione estetica vanbasteniana.

Un clarinettista che si muove come un dandy messo in mezzo a punk e metallari, ma un clarinettista talmente bravo, sofisticato e virtuoso da vanificare la maggiore tempra agonistica degli avversari e la loro vocazione a un gioco violento ai limiti della brutalità, questo era Glenn Hoddle, ma io rubo anche le parole del nostro Giuseppe Raspanti per definirlo in maniera tecnicamente più specifica: Glenn era anche un giocatore dispari. I giocatori dispari sono difficilmente collocabili sul piano tattico e spesso rappresentano per gli avversari un enigma perché si collocano in posizioni “scomode” o poco chiare (una volta lo era Mario Corso, oggi potrebbe esserlo Foden, volendo anche Cancelo); l’indecifrabilità dei giocatori dispari, nel caso di Hoddle, è duplicata dal suo perfetto ambidestrismo (uno dei più indiscutibili di sempre) e dalla sua visione di gioco superiore: la dote che apprezzo di più in un giocatore è da sempre la capacità di sollevarsi idealmente venti metri al di sopra del terreno di gioco e di vedere i propri compagni, di guidarli, di illuminarli. C’era qualcosa di surrealista nel modo di giocare di Hoddle, qualcosa che ho rivisto solo nei grandi visionari che l’hanno seguito: Glenn, perso tra le nuvole, danzava senza dare mai l’impressione di forzare le cose, la “toccava piano”, ma un suo singolo tocco o lancio era spesso sufficiente per ribaltare un’azione, una fase di gioco, a volte anche l’inerzia di una gara. La sua ontologica disparità, testimoniata dalla difficoltà di inquadrarlo in una posizione (mezzala, regista, trequartista, a volte attaccante aggiunto), lo rendeva poi appunto una mina vagante anche sul piano tattico e della collocazione, specie quando la squadra era in grado di assecondare le sue visioni e il suo estro.

Glenn, oltre a possedere una telecamera panoramica nel cervello, era anche capace di risolvere i problemi in prima persona, come dimostra il gol inventato dal nulla contro il Watford in un pomeriggio qualunque degli anni ’80, e come documentano più in generale le sue stagioni migliori, quelle in cui arriva serenamente in doppia cifra, si guadagna il riconoscimento giovane dell’anno nello scorbutico calcio inglese di fine anni ’70, quindi viene inserito per quattro volte nella formazione ideale del campionato, e dimostra anche di saper vincere e di farlo bene: alle due FA Cup di inizio anni ’80, la seconda decisa in prima persona, si somma la Coppa UEFA del 1984, che la sua squadra, forte di un altro grandissimo giocatore come Ardiles e del suo fido scudiero Vila, porta a casa nonostante Glenn sia costretto a saltare la finale per problemi di natura fisica. Come lui stesso dichiarerà nel documentario Touch of Genius, i successi dei primi anni ’80 sono stati per lui una vera e propria redenzione, il riscatto per l’umiliante retrocessione del 1977, e rappresentano quindi una soddisfazione “ten times bigger“.

La seconda parte della sua carriera lo vede diventare una delle stelle del campionato francese e qui innamorarsi delle gesta del giovane Weah, già in grado di fasi beffe delle difese grazie alla straordinaria abilità tecnica e a doti fisiche soprannaturali. Anche in Francia Hoddle diventa l’idolo delle folle, e specie dei suoi esigenti tifosi con la puzza sotto il naso in quel di Montecarlo, e questo gli consente di rimanere in orbita nazionale.

Ecco, siamo al capitolo nazionale, molto meno infelice di quello di altri grandi talenti britannici del tempo – il fatto è che, sul piano della pura qualità, Glenn in Inghilterra faceva categoria a sé, come riconosciuto da tutti gli avversari e, quando diventa CT della nazionale, anche dai suoi giocatori, che hanno confessato di soffrire di un certo complesso di inferiorità nei confronti del loro tecnico.

Nel 1982, Glenn viene convocato in nazionale e partecipa ai mondiali di Spagna, che gli inglesi ricordano molto meno felicemente di noi, ma a causa della sua ridotta mobilità viene considerato un lusso che la squadra non può permettersi, e quindi gioca da titolare solo la terza partita del girone, quella inutile contro il Kuwait, e non la vive benissimo.

Il fatto è che il CT preferisce il nerbo e la sostanza tutti british di un campione come Bryan Robson, cui affianca il rasoio affilato di Wilkins, anche perché i due sono compagni di squadra nel club e si conoscono a meraviglia. Hoddle deve sbollire la frustrazione in panchina, e spera che arrivi il suo momento, che si concretizza in Messico quattro anni più tardi, quando il CT Bobby Robson punta su di lui, prima schierandolo da ala destra e poi, quando Wilkins e l’altro Robson si infortunano, affidandogli le chiavi della squadra, esattamente come avveniva da una decade al Tottenham.

Hoddle è in splendide condizioni di forma, cambia radicalmente il volto dell’Inghilterra e gioca come il superbo regista che è, inventando tre giocate chiave per il grato Lineker agli ottavi e confermandosi un giocatore illuminato e illuminante anche quando deve soccombere al cospetto del gol del secolo, a Città del Messico.

Come accaduto a molti connazionali, di fatto a quasi tutti, Glenn non vince nulla con la maglia dei tre leoni e dopo euro 1988 saluta per sempre la nazionale, anche per l’età non più verdissima e il trasloco sul Mediterraneo, cui farà seguito una lunga passerella d’addio, una sorta di tour-tributo, dopo il ritorno in patria negli anni ’90. Poco male, per i suoi innumerevoli ammiratori: Hoddle è stato molto di più dei successi e dei numeri della sua comunque ricca carriera, è stato uno dei più grandi passatori e architetti della storia del calcio, il Brian Ferry di Tottenham, con la sua andatura cadenzata, un intuito non comune e il tocco del genio.

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