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Tostão, O Rei Branco

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Nel 1999, l’istituto IFFHS individua in Tostão, al secolo Eduardo Gonçalves de Andrade, il quinto calciatore brasiliano del secolo che sta per concludersi, e se è vero che le graduatorie dell’istituto sono di dubbia attendibilità, lo “scarso crinito” di Belo Horizonte, per i tifosi brasiliani, non solo non usurpa il posto, ma forse merita di accomodarsi anche più in alto, a ridosso degli incantesimi tutti estro selvaggio del Passerotto e della morbida eleganza del Galinho. In Italia, i contorni della figura del giocatore brasiliano (mi rifiuto di identificarlo con un ruolo) sono sfumati, e il suo è un nome che evita la nicchia riservata ai Carneadi eccellenti solo perché a Città del Messico, cinquantatré (tra poco cinquantaquattro) anni fa, lo scarso crinito è sceso in campo contro gli azzurri e ha portato nel suo Paese la Coppa Rimet (leggi qui).

La monetina del gol, perché Tostão significa appunto monetina, il giocatore cui Carlo Felice Chiesa nel 1999 ha riservato una doverosa menzione tra i “150 fuoriclasse del secolo“, è ancora in qualche misura una figura enigmatica, nel Vecchio Continente, e non è bastato l’incredibile omaggio del celebre cartone animato che ha forgiato le fantasie calciofile di chi come lo scrivente è nato negli anni ’80 (il Roberto Sedinho di Holly e Benji, che ha dovuto rinunciare ai sogni di gloria, l’ha fatto a causa di una retina messa male, esattamente come Eduardo) ad aprire gli occhi degli appassionati, tanto che il nome della Monetina del gol compare raramente nelle selezioni dei brasiliani più dotati, quantomeno finché non si scorre la graduatoria fino a raggiungere le posizioni di rincalzo.

Eppure, anche nella ricchissima costellazione di campioni che illuminano il cielo verdeoro, Tostão merita di essere ricordato come una delle stelle più luminose, e a esserne convinto era anche Sua Maestà Pelé, che in un’intervista risalente ad alcuni anni or sono arrivò ad affermare che il suo compagno dei mondiali messicani, con il suo mancino morbido, meritava di affiancarsi a Maradona e Messi, era in sostanza un giocatore della medesima caratura tecnica dei due fenomeni argentini.

Tostâo e Pelé in palleggio durante un allenamento

A tal proposito, dico la mia: al netto della sua comprensibile indulgenza nei confronti di un compagno di squadra, che lo porta probabilmente a soffiare nelle trombe dell’iperbole, Pelé non sta bestemmiando, perché O Rei Branco, il suo primo erede designato, è stato un numero dieci modernissimo e al tempo stesso antico, un piccolo grande atleta che, tra 1969 e 1972, si accomoda senza fatica nell’Empireo dei giocatori più forti del mondo. Forse, nel 1969, merita addirittura la corona di più bravo in assoluto.

Facciamo un passo indietro: Tostão è nato a Belo Horizonte il 25 gennaio 1947 e incredibilmente, quando si affacciano all’orizzonte lo Stadio Azteca e le strade senza fine di una delle metropoli più letterarie del mondo (chiedere informazioni a Roberto Bolaño), ha già vissuto una, forse due grandi carriere: ha debuttato da professionista nel 1973, a 16 anni, guadagnandosi subito il soprannome di Monetina (appunto, Tostão) per via del fisico minuto, e in effetti il suo è un calcio che sembra trascurare la fisicità per astrarsi, per diventare classe purissima, intelligenza nella sua forma più essenziale e vivida.

Tempo due anni e il piccolo Monetina è già una stella: il suo sinistro sembra dotato di poteri taumaturgici, il suo dribbling incanta i tifosi che riempiono di occhi meravigliati le tribune del Mineirão, inaugurato nel 1965 e destinato a essere il teatro dei sogni per gli ammiratori del piccolo fenomeno, e, come se non bastasse, i gol fioccano. Tostão infatti segna come un centravanti, ma nei fatti non ha ruolo, la sua discendenza dal calcio bailado, la sua fedeltà alle sue regole non gli impedisce di essere un giocatore modernissimo, quasi un brasiliano che ha studiato e assimilato in anticipo la lezione degli olandesi, la loro vocazione all’eclettismo e alla libera interpretazione dello spartito: se però il calcio di Michels è sinfonico e “contrappuntistico”, assomiglia a un jazz da big band che concede libere improvvisazioni sul tema di base, quello di Tostão e dei suoi sodali è un jazz glissato, dalla sintassi morbida, vicina a quella della bossanova.

Torniamo ai fatti duri e crudi: nel 1966, quando ha 19 anni, il ragazzo-monetina è il leader tecnico del Cruzeiro che interrompe la lunga dittatura del Santos di Pelé sul calcio brasiliano, e si afferma quindi come uno dei giocatori più chiacchierati in circolazione, anche perché il suo trionfo è in realtà una sonora lezione di calcio, e il direttore d’orchestra della squadra di Belo Horizonte è il suo minuto campione, che si prende le prime pagine di tutti i giornali, anche grazie alle superiori doti di regia.

Pelé è ancora nel pieno della carriera e il fatto che Monetina si guadagni subito il soprannome di Rei Branco è quindi doppiamente ragguardevole: la sua convocazione per i mondiali inglesi (che si giocano prima della suddetta finale) è la logica conseguenza della sua prematura ascesa, che è prepotente nella misura ma moderata, intelligente e tutta votata alla classe nei fatti. L’avventura inglese per il nostro non è felicissima e si chiude con una sola scialba presenza, contro gli ungheresi: la stampa e il pubblico brasiliano, a fine torneo, si rivoltano contro tutta la squadra, fatta eccezione per il solo Pelé, squadra rea di aver accusato il colpo contro i giocatori europei, più organizzati e soprattutto molto più dotati sul piano agonistico: la brutta eliminazione subita nel girone soffia sul fuoco della fronda europeista e alimenta una polemica che ancora oggi domina il dibattito sportivo verdeoro (pensiamo alla discussione che ha coinvolto i sostenitori di Diniz e quelli di Ancelotti in ottica nazionale).

Tostão, come tutti i compagni, avrà modo di riscattarsi con gli interessi quattro anni più tardi, e in ogni caso, già dopo il mondiale del 1966, si prende tutto il Brasile: vince per tre volte consecutive il titolo di capocannoniere del campionato Mineiro, diventa il fulcro della nazionale e nel frattempo non gioca, ma declama calcio, con il suo passo lento eppure imprendibile, il suo dribbling morbido e pulito, il suo superiore senso del gioco (Monetina sarebbe un centravanti ma poi è nei fatti un numero dieci, e quando serve si mette all’ala, e poi, all’occorrenza, imposta l’azione come un numero 8, tanto anche spesso staziona proprio nel cerchio di centrocampo), il suo senso del gol da punta vera.

Nel 1969, a mio parere, Tostão è il miglior giocatore brasiliano, sudamericano e forse di tutto il mondo. Il Brasile allestito dal sardonico João Alves Jobin Saldanha inizia a riscrivere la storia e a dettare legge quasi con leggerezza, imponendo una visione del mondo tutta sua, e questo significa che tutte le partite di qualificazione al mondiale vengono vinte con punteggi larghi, a volte tennistici. In 6 gare, la nazionale segna 23 reti e ne subisce 2, e Tostão ne mette a referto 5, ma soprattutto gioca come se non avesse ventidue anni, ma trenta, è il deus ex machina della squadra e per il litigioso, leggendario CT è il fulcro del suo dream team chiamato a riscattare le delusioni inglesi.

Nel 1970, il fuoriclasse di Belo Horizonte diventa capocannoniere del campionato nazionale e sale in Messico per consacrarsi come il numero uno: il suo torneo inizia un po’ in sordina, a dire il vero, ma a partire dalla gara con l’Inghilterra, il cui gol è ispirato da una sua lectio magistralis che si chiude con un inusuale colpo di destro, per lui è un crescendo che culmina con le giocate che cambiano l’inerzia della partita più sofferta, la semifinale con gli agguerriti e dotatissimi uruguaiani.

Sembra incredibile, ma quando solleva al cielo la Coppa Rimet Tostão ha 23 anni e alle spalle già una carriera da circa duecento gol con la maglia di club e 28 reti in nazionale, numeri tanto più sbalorditivi se si pensa che Monetina non è un attaccante, o meglio non è solo un attaccante, ma è il miglior giocatore del suo continente e uno dei primissimi al mondo.

Nel 1971, la sua supremazia continentale viene ratificata dal primo premio assegnatogli da El Mundo: la sua memorabile stagione con la maglia del Cruzeiro gli vale una corona meritatissima e omaggiata anche dai rivali argentini. Nel 1971, Tostão ha 24 anni e un continente intero ai suoi piedi, tanto che il suo trasferimento al Vasco Da Gama, il più costoso della storia verdeoro, è la bomba che rivoluziona il calciomercato brasiliano e che sembra detonare allo scopo di ribaltarne gli equilibri: dopo 249 reti in 378 partite, dopo un numero incalcolabile di giocate determinanti, dopo un’ascesa al cielo velocissima e la precoce consacrazione come fenomeno planetario, il fuoriclasse di Belo Horizonte si appresta, a 25 anni, a scrivere il secondo capitolo della sua carriera, con la maglia del Vasco.

Purtroppo, come noto, il 1972, sarà invece soprattutto l’inizio del suo calvario: tormentato da una retina danneggiata ancora nel 1969, Tostão inizia a fare la spola tra il campo e il reparto di oculistica, e benché nel 1972 regali ancora magie a profusione, tanto da conquistarsi il secondo posto nella classifica di fine anno stilata da El Mundo, alle spalle del fenomeno peruviano con il nome da imperatore, Teofilo Cubillas, le sue assenze sono numerose e preoccupanti. Diventato sempre più regista e rifinitore, il fuoriclasse verdeoro vede ridimensionate le proprie cifre (chiuderà l’anno solare con un numero relativamente basso di reti), ma, quando sta bene, è ancora il più bravo giocatore del continente. Come anticipato, il calvario della sua retina non gli dà tuttavia pace e Tostão, dopo un 1973 complicato e vissuto a lungo lontano dai campi, nel tentativo disperato e reiterato di risolvere il proprio problema agli occhi, deve alzare bandiera bianca nel 1974, a soli ventisei anni, quando di fatto è un ex giocatore almeno da un anno, e questo per non compromettere definitivamente il proprio occhio.

Chiude la carriera con 271 reti con la maglia di club e 32, in sole 54 partite, con la maglia della nazionale, come l’unico giocatore in grado di raccogliere lo scettro di Sua Maestà Pelé e di diventare il calciatore brasiliano e sudamericano più decisivo a cavallo tra anni ’60 e ’70, vincendo un mondiale e un pallone d’oro (e sfiorandone un altro). Quando si parla dei grandi rimpianti della storia del football – penso alla caviglia maledetta di Marco Van Basten – io penso, prima che a tutti gli altri, a Tostão, un fenomeno che ha cessato di essere tale a 24/25 anni a causa di insuperabili problemi fisici, ma che merita di accomodarsi serenamente nel Pantheon che ospita Neymar, Ronaldinho e Rivelino, forse non troppo distante da quello di Ronaldo e Zico, alla cui cerchia ristrettissima a mio parere, senza il grave problema oculistico, avrebbe serenamente potuto iscriversi.

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