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We’ve got the whole world in our hands – la top 11 all time del Nottingham Forest

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Non esiste una società che abbia vissuto i vertiginosi alti e bassi del Nottingham Forest. Uno dei club professionistici più antichi del mondo, le cui origini si perdono nelle nebbie dell’Epoca Vittoriana, per decenni ha attraversato la storia del football d’Oltremanica in posizione defilata, senza grandissimi acuti, con la leggenda di Robin Hood e le vestigia delle imprese garibaldine a nobilitare una storia tutto sommato “povera”.

A metà anni ’70, dopo quasi un secolo di esistenza, gli Arcieri delle Midlands, noti anche come i Garibaldini, erano infatti i figli di un dio minore, una delle tante società inglesi senza infamia e senza lode, il simbolo della radicata cultura operaia della loro terra, lontana però anni luce dai fasti di Manchester e Liverpool o dal cosmopolitismo della Swinging London.

Come sappiamo tutti, l’approdo di un Brian Clough ferito dai 44 giorni di Leeds ha riscritto la storia del club delle Midlands, e l’unico paragone vagamente sostenibile è forse quello con il Parma, che diventa una potenza mondiale a inizio anni ’90 e che pochi anni prima arrancava nella serie cadetta. Dal 1977 al 1980 il Nottingham si iscrive nella cerchia delle grandissime del calcio mondiale, e si conferma poi una formazione di fascia medio-alta per almeno un decennio. Chi scrive resta sempre sconcertato dall’idea che, in due stagioni e con un solo titolo nazionale all’attivo, i Rossi di Nottingham abbiano incamerato lo stesso numero di Coppe dei Campioni della Juventus, e che abbiano un curriculum di gran lunga superiore a quello delle due romane e di squadre come la Fiorentina o la Sampdoria.

I trionfi impossibili di fine anni ’70 e inizio anni ’80 (leggi qui e qui per le due finali di Coppa Campioni vinte) mi costringono naturalmente a regalare spesso il proscenio ai giocatori che vinsero tutto in maglia rossa, ma non mancano nelle decadi antecedenti e successive giocatori di grande valore che mi sono premurato di inserire, laddove possibile; il Nottingham, come e più di altre formazioni inglesi, mostra una chiara vocazione panbritannica, in quanto annovera nelle file dei suoi grandi numerosi giocatori irlandesi, nordirlandesi e soprattutto scozzesi.

Portiere: Peter Shilton

Nome scontato come pochi altri, nel novero delle nostre varie top 11: Peter Shilton, soprannominato l’Eterno per via di una carriera che inizia nel 1966 e chiude all’alba di Euro 1996, è uno dei massimi fuoriclasse di sempre nel ruolo di portiere e forse il vero uomo franchigia del grande Nottingham. La sua prestazione contro l’Amburgo, nel 1980, a mio parere è stata superata solo da quella di Courtois contro il Liverpool nel 2022. Il truce Steve Sutton è stato un ottimo portiere “di categoria”, se paragonato al suo predecessore Shilton, ma ha vestito la maglia dei Rossi per oltre una decade e si è dimostrato un ottimo giocatore.

Terzino destro: Viv Anderson

Anche qui, vietato fiatare: l’elettrico Viv, eccellente fonte di gioco e abile marcatore, è stato il primo giocatore di colore a essere convocato in nazionale e ha vissuto a Nottingham le stagioni più belle della sua carriera, sei anni di trionfi nazionali e internazionali cui ha fornito un contributo significativo. L’alternativa a Viv è il suo predecessore Frank Clark, bandiera del Newcastle che si trasferisce a Nottingham nel 1975 ed è uno dei pilastri difensivi del Risorgimento guidato da Brian Clough, tanto da giocare da titolare la finale di Coppa dei Campioni del 1979 e da essere riconsciuto come uno dei primi tre laterali difensivi del suo paese, per un paio di stagioni.

Difensore centrale: Des Walker

La colonna del secondo grande Nottingham degli anni ’80, quello che vince quattro coppe nazionali e sfiora il colpaccio anche in Europa, è Des Walker, che abbiamo conosciuto anche in Italia, perché ha giocato per una stagione con la Sampdoria, pur senza brillare troppo. Tra i migliori centrali inglesi della sua epoca, Des è stato incoronato in tre occasioni giocatore dell’anno del Nottingham e in ben quattro occasioni ha fatto parte della squadra dell’anno della First Division, da titolare. Il nome cui ho pensato per il posto in panchina è quello di Colin Cooper, veterano del calcio britannico, un giramondo che sulle sponde del Trent ha giocato il calcio migliore della sua carriera, adattandosi anche al ruolo di terzino destro, e si è guadagnato la convocazione in nazionale.

Difensore centrale: Kenny Burns

Nativo di Glasgow, il centrale scozzese è stato il segreto del reparto difensivo di Brian Clough a fine anni ’70: concentratissimo, veloce, fortissimo nel gioco aereo, Burns ha ricevuto il riconoscimento di giocatore numero uno del campionato inglese dopo la trionfale cavalcata del 1978 e per quattro anni si è confermato un campione, anche nei grandi tornei internazionali che ha vinto da protagonista. Si può vederlo pochissimo perché si è ritirato nel 1969, ma merita una menzione d’onore Bob McKinlay, altro giocatore scozzese che ha vestito la maglia rossa per ben 614 volte, facendo la spola tra prima e seconda divisione e diventando una bandiera del club.

Terzino sinistro: Stuart Pearce

Noto come Psycho perché in campo non era esattamente il giocatore più pulito né diplomatico, Pearce è senza ombra di dubbio il terzino sinistro simbolo della storia del Forest, un giocatore di spessore internazionale, titolare inamovibile dell’Inghilterra per molti anni. La sua unica riserva, premesso che Clark ha spesso giocato anche da laterale sinistro, è il veterano scozzese del Leeds Eddie Gray, che ha giocato per alcune stagioni anche a Nottigham, vincendo da titolare la Coppa dei Campioni del 1980.

Esterno destro: Martin O’Neill

Bandiera del Forest per una decade, la più gloriosa della storia del club, il centrocampista nordilandese Martin O’Neill era un tuttofare dotato di tre polmoni e di uno spiccato senso del gol, uno dei tasselli chiave della squadra leggendaria di Clough. Martin fu anche titolare della sua nazionale per molti anni e partecipò ai mondiali di Spagna. “Non mi sentivo così da quando Archie Gemmill segnò all’Olanda nel ’78“, dice Mark Renton in Trainspotting, e l’Archie Gemmill cui si riferisce è un fedelissimo di Clough sin dai tempi del Derby County, un piccolo e talentuoso centrocampista/ala scozzese che per due anni fa le fortune del Forest, mettendo a segno assist e giocate determinanti per il titolo del 1978 e giocando poi da titolare la Coppa del 1979.

Centrocampista centrale: Roy Keane

Tre stagioni, un pugno da Brian Clough, 33 reti in 154 presenze: questo recita il curriculum del giovanissimo Keane che milita nel Nottingham e che viene ritenuto, pur non appartenendo all’epoca d’oro del club, il miglior centrocampista della sua storia. Un altro giocatore scozzese, John McGovern, è stato un fedelissimo di Brian Clough, che l’ha voluto sia al Derby che al Nottingham, e ha vissuto sul Trent i momenti migliori della carriera: poco mobile e aggressivo, era un regista ordinato e intelligente, capace di eccellere nella lettura della partita, e il suo ingresso in pianta stabile tra i titolari fu uno dei segreti del ciclo di fine anni ’70.

Centrocampista centrale: Ian Bowyer

Classica mezzala britannica tutta corsa, tackle e discrete doti tecniche, Ian Bowyer era uno dei giocatori più amati da Clough e nel corso delle otto stagioni vissute nelle Midlands ha collezionato presenze, un nugolo di reti degno di un attaccante e tutti i trofei che poteva vincere. Il posto da titolare gli spetta di diritto, davanti a John Metgod, giramondo (giocherà anche nel Real Madrid e nel Feyenoord) che nel Forest degli anni ’80 rappresenta il giocatore di fosforo e un abile tiratore di punizioni; mi preme ricordare anche lo sfortunato Neil Webb, centrocampista goleador e uno degli uomini di maggior talento dell’ultimo grande Nottingham ammirato nella seconda metà degli anni ’80.

Esterno sinistro: John Robertson

Altro giocatore scozzese, Robertson era probabilmente il talento più cristallino del Nottingham di Clough ed è il giocatore importante della storia del club, un estroso (per Clough, “Il Picasso del calcio“) sempre un po’ in leggero sovrappeso che nel 1977 sembra uno dei tanti talenti parzialmente sprecati della storia, e che invece, dopo la cura di Brian, risorge, diventa il giocatore capace di regalare imprevedibilità alla manovra e decide due Coppe dei Campioni, la prima (dopo aver disseminato assist per tutta la manifestazione) con un assist pennellato sulla testa di Trevor Francis e la seconda in prima persona, davanti a un avversario durissimo come l’Amburgo degli anni ’80. Vincitore di prestigiosi e numerosi trofei nazionali negli anni ’80, Steve Hodge è stato un centrocampista duttile, in grado di giocare in ogni posizione e di guadagnarsi la maglia della nazionale ai mondiali del 1986 (dove confeziona due assist e si guadagna il posto da titolare) e del 1990 (dove è una riserva di lusso).

Attaccante: Trevor Francis

Trevor Francis

Le sue stagioni sul Trent sono solo due e mezzo, di fatto, ma la qualità superiore e le giocate pesanti confezionate in maglia rossa mi suggeriscono di schierare titolare Trevor Francis, campione ammirato anche a Genova e a Bergamo, da poco scomparso, il primo acquisto davvero costoso dell’era Clough e l’uomo che ha deciso, schierato da ala destra, la finale di Coppa dei Campioni del 1979, fornendo un contributo ancora più determinante l’anno successivo e chiudendo in bellezza nel 1981. Dietro Trevor, scalpita l’ottimo Nigel Clough, figlio del tecnico e attaccante simbolo della squadra per dodici lunghi anni, tra ’80 e ’90, convocato più volte anche in nazionale e autore di oltre cento reti in maglia rossa.

Attaccante: Tony Woodcock

Attaccante mobile e fisicamente molto forte, Woodcock ha vestito per diverse stagioni la maglia dei Garibaldini e ha vinto tutto da protagonista, disimpegnandosi spesso come uomo ovunque al servizio per la squadra più che come uomo gol vero e proprio. Sul piano strettamente tecnico, gli è stato probabilmente superiore Stan Collymore, classico attaccante inglese degli anni ’90 che segna con il pallottoliere e che però veste la maglia degli Arcieri solo per due stagioni.

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